jueves, abril 28, 2016

Tutto è bene (o male) quel che finisce bene (o male), ovvero: delle letture in sospeso



E così, alla fine, il Caso (o il Destino o il Fato) ha voluto che il mio libro veda la luce; me lo immagino già il mio critico più spietato, il nemico acerrimo che disse di no (a suo tempo) alla pubblicazione del mio parto perché (a sua detta) “non colloquiavo – o dialogavo – abbastanza con la critica più specializzata sull’argomento”. E va bene, ormai ci ho fatto il callo e so che verrò attaccato; spero solo che gli attacchi siano ben argomentati; e, perché negarlo?, spero anche che ci sia qualcuno che apprezzi lo sforzo, che dica che il libro gli è piaciuto, che non tutto è stato vano (dunque, stringiamo le dita, e iniziamo a fare la conta alla rovescia – fra 20 giorni, ergo: a metà Maggio, o giù di lì: quelli della casa editrice mi chiedono un riassunto, una breve nota bio-bibliografica e perfino una foto recente; i dubbi mi assalgono: che cazzo di foto posso mandare loro per la quarta di copertina? C’è davvero bisogno di metterci la faccia? A qualcuno interessa che faccia ho? Sulla quarta di copertina? O non sarà per caso che ho capito male? Non si staranno riferendo forse al “risvolto di copertina” che – come tutti sanno – è cosa ben diversa dalla “quarta di copertina”? Non è molto più importante ciò che appare all’interno del testo, le parole che vi ho messo, piuttosto che l’aspetto fisico che ho? Del bel viso che mi porto appresso? Bah!).

Tutto è bene quel che finisce bene; ma potremmo anche ribaltare la questione e scambiare il lessema “bene” con la parola “male” e non cambierebbe poi molto; mi ripeto (chiedendo scusa a quelle 3 o 4 lettrici che ancora mi sopportano): “siamo tutti frutti del Caso – o del Destino o del Fato – e il fatto che un libro appaia e venga messo in vendita o il fatto che, al contrario, finisca nel secchio della spazzatura e sparisca per sempre dalla faccia della Terra non ha importanza alcuna, perché succede tutti i giorni, come il susseguirsi delle nascite e delle morti sulla già citata, povera Terra nostra”…

E, guarda un po’, questo fine Aprile sono pure riuscito a portare a termine le 2 o 3 recensioni di cui parlai tempo fa su questo stesso “diario di bordo”… Una faticaccia immane: soprattutto quando il libro che devi recensire è scritto in inglese (da un belga trapiantato negli USA) e tratta un tema ostico (in un linguaggio tecnico ancora più ostico). Dunque, posso considerarmi pienamente soddisfatto del lavoro ben svolto, ora posso tornare a leggere (ciò che mi piace o mi appassiona) senza troppo stress e senza il fiato (di qualcuno) sul collo…

Che libri leggere ora che sono più libero? (lavoro quotidiano permettendo e a parte?). Sulla mia scrivania giace da tempo The Time Machine and Other Stories di H. G. Wells. Non ho mai letto nulla di questo scrittore di fantascienza: è un classico e, proprio per questo motivo, so che non mi deluderà (poi, il fatto che sia affascinato dalla tematica del “tempo” e dei “viaggi spazio-temporali” non può che accrescere la mia voglia di “scoprirlo” – mi torna subito in mente The Fly di David Cronenberg e la fatidica, surreale macchina del teletrasporto e la bruttissima fine che fa Jess Goldblum rinchiudendosi in quell’accrocco insieme ad una mosca).

E poi c’è Cervantes (non poteva mancare il Manco di Lepanto sulla mia scrivania;  solo 5 giorni fa ero ad Alcalá de Henares per festeggiare i 400 anni della sua morte – anniversario importante, che Miguel ha condiviso con William, quell’altro grande classico immortale, il Bardo d’Inghilterra): la copertina de Los trabajos de Persiles y Sigismunda mi fa l’occhiolino da giorni, ormai; un paesaggio invernale di prati e boschi verdi viene percorso in diagonale da un fiume bianco su cui naviga placida una barca a tre vele (spiegate col vento in poppa) verso chissà quale costa. Si tratta del libro postumo del geniale autore del Quijote, pubblicato nel 1617, esattamente un anno dopo la scomparsa dello stesso. A quanto pare, Miguel de Cervantes Saavedra aveva riposto tutte le sue speranze di diventare uno scrittore “serio” ed “importante” proprio nel Persiles e, invece, il Destino (o il Caso o il Fato) ha voluto che questa fosse (e rimanesse) la sua opera più misconosciuta, quella meno letta di tutte e, forse, anche quella meno capita dal lettore contemporaneo (da quelle poche cose che so, qui Cervantes reinventa il modello della novela bizantina per adattarlo alla sua contemporaneità; il dubbio sorge spontaneo: dopo che hai inventato il genere del “romanzo moderno” – da cui poi prenderanno spunto tutti gli altri romanzieri europei e non fino ai giorni nostri – diventa alquanto strambo o anacronistico tornare al modello del “romanzo bizantino”, non ti pare? Ma staremo a vedere, voglio proprio vedere come se la cava il geniale inventore di Don Chisciotte con questo Persiles e il suo schema – o struttura a incastro – di tipo “bizantino”).

E poi ci sarebbe Gypsy, ovvero, le memorie di Gypsy Rose Lee (1914-1970), ovvero, di quella che viene presentata (nel risvolto di copertina dell’ed. Adelphi) come “la più celebre spogliarellista e ballerina di varietà dell’America degli anni Trenta”. Comprai questo libro su consiglio di Roberto Calasso, se non ricordo male e la memoria non m’inganna. Ne parlava con un certo accoramento (nonché accaloramento) in un’intervista in cui il famoso editore italiano faceva un po’ il punto della situazione dei molti anni di vita della sua creatura e, appunto, si fermava a riflettere su quelli che, secondo lui, erano stati i “colpacci” dell’Adelphi, tra cui appariva, appunto, anche lei, Gypsy Rose Lee, con il suo libro di memorie (pubblicato per la prima volta in America nel 1957 e apparso in Italia ben 40 anni dopo, nel 1997); m’incuriosisce la picaresca e mi attraggono gli anni 30; e visto che ci siamo, se è per questo, mi attraggono anche certe spogliarelliste vintage, come, per citare un’altra icona classica, Betty Page. Ora, vediamo se la succitata Gypsy è dotata anche di uno stile che cattura, se ci sa fare con la narrazione del sé, se gioca coi ricordi e se riesce, insomma, a tenere incollato a sé il lettore (certo, molto dipenderà anche dal traduttore dall’inglese, e per quelle 2 o 3 paginette che ho letto debbo dire che tremo un po’, ci sono frasi che sembrano tradotte male e altre che, nel giro della frase italiana, semplicemente suonano assurde).

Giugno e Luglio li passerò a correggere (esami, tesi e tesine) e a presenziare discussioni (di tesi e tesine) in aule con l’aria condizionata a palla per cercare di contrastare i 48 gradi centigradi che si raggiungono come nulla in questa città africana all’altezza di Messina (o di Palermo).


Per il resto, non ci possiamo proprio lamentare. La vita va avanti; i libri da leggere sono ancora tanti (troppi); la vista è affaticata; ma la voglia è sempre alta. Buona lettura a tutti…

viernes, abril 15, 2016

Cicatriz, di Sara Mesa: internet e l'inferno delle relazioni sentimentali




L’altro giorno, la mia compagna di sventure mi ha esortato a leggere un libro: “Questo romanzo lo devi assolutamente leggere!”, ha esclamato con perentorietà. Ed è raro che qualcuno mi dica la famosa frase, anche perché, in genere, sono io quello che la pronuncia e rompe le palle al prossimo: “Guarda, non puoi non leggere questo libro!”; oppure: “Ma come? Non l’hai ancora letto?”; o ancora: “Non ci posso credere! Ma come fai ad andare in giro per il mondo senza aver letto questo libro?!”.

E così, le ho dato retta, ho ascoltato il consiglio della mia consorte e non si sbagliava. Il libro s’intitola (in spagnolo) Cicatriz, l’autrice si chiama Sara Mesa, l’editore è Anagrama e l’anno di pubblicazione il 2015.

Di che parla un libro che in italiano suona come “Cicatrice”? Di un tema attuale e piuttosto inquietante: le relazione pseudo-sentimentali (o pseudo-passionali) che possono nascere grazie ad internet e all’uso della rete. 

Un uomo (sui cinquant’anni) e una ragazza (sui venticinque) s’incontrano in una chat in cui si parla di letteratura. Siamo ancora agli albori di quello che diventerà la realtà virtuale di oggi; e però, internet comincia a fare i suoi primi passi, le persone cominciano a conoscersi grazie al “chattare” con uno sconosciuto che sta dall’altra parte dello schermo del pc. 

Sonia (così si chiama la ragazza) si sente attratta da questo strambo individuo che sembra suggerirle le migliori letture (per la sua formazione culturale e spirituale) e che, non appena lei gli dà confidenza, inizia a mandarle dei pacchi-regalo a casa. Prima libri (affinché poi possano commentarli insieme); poi vestiti e scarpe; alla fine, profumi e lingerie di marca. Con una particolarità: che ogni prodotto che lo sconosciuto regala alla sua “fiamma” virtuale è stato sottratto dai grandi centri commerciali del centro. È merce rubata. Anche se regalata. E ciò comincia a turbare anche Sonia, che non naviga nell’oro, e che, se all’inizio si sente lusiganta da tante attenzioni, in un secondo momento comincia a tremare sia perché si sente, in parte, complice dei molteplici e ripetuti furti, sia perché non sa più come nascondere ai genitori e, poi, al futuro marito, tutti questi doni...

La storia va avanti, tra alti e bassi, tentativi di rottura (da parte di Sonia) e tentativi di riappacificazione (da parte di Knut Hamsum – questo il “nickname” che adotta l’anonimo Don Giovanni intellettuale nella chat letteraria: non è un nome a caso; si tratta dello scrittore norvegese che vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1920; un autore che influenzò anche Franz Kafka, che fu ammirato, tra gli altri, da Thomas Mann, André Gide e H. G. Wells; anche se poi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il suo aperto appoggio ad Hitler e al nazismo provocò non poche critiche e ripensamenti anche da parte dei suoi fan).

La storia va avanti; la narrazione si struttura attorno a vari salti temporali, fino a quando, seguendo i consigli di Knut, Sonia non inizia a scrivere racconti, cercando di dare retta alla sua passione e alle istruzioni per l’uso che le offre quest’uomo misterioso che, addirittura, rifuggirebbe dal sesso, se si trattasse di metterlo in atto con lei (una donna che ammira e che desidera solo dalla distanza, o in modo feticista: più volte le chiede di contraccambiare i suoi tanti regali con foto in cui appaia vestita con l'abbigliamento intimo che lui le ruba o con le scarpe eleganti che sceglie per lei con il rischio di essere scoperto e denunciato).


Cicatriz colpisce perché parla di una storia d’amore assurda e morbosa; perché riesce a farci penetrare nella mente sia dell’ossessionato e folle Knut che dell’apparentemente razionale e decisa Sonia; perché ci racconta la difficoltà di essere “noi stessi” (di assumere una identità stabile) in un mondo (virtuale e reale insieme) in cui questa assunzione è sempre più problematica; perché ci dice che nessuno si salva quando si tratta di sesso, d’amore, di storie inventate e nate da internet (ricettacolo del peggio e del meglio di cui siamo capaci); perché ci spinge a riflettere sul capitalismo (come forma di potere politico ed economico sulla massa) e sul consumismo (come forma "malata" di spendere la vita o di smarrirsi). 

Lo stile è quasi piatto; la trama è sempre avvincente; la tematica fa paura. Ecco perché (credo) Cicatriz sta riscuotendo un successo notevole tra i lettori spagnoli; e chissà (chissà) che non arrivi anche in Italia... E chissà (chissà) cosa diventerebbe un romanzo del genere nelle mani di un regista come David Lynch (un altro che se ne intende, di relazioni morbose e di tecnologia maniacale, di sdoppiamenti d’identità e di ricerca – disperata – della felicità).

jueves, abril 07, 2016

IL BUSTO DI MUSSOLINI



“La pazzia suscita in noi sentimenti analoghi a quelli ispiratici dall’indebolimento delle facoltà intellettuali nei vecchi o dalla morte”. 

Questa frase è una citazione della parte conclusiva dell’articolo che Marcel Proust intitolò (in modo alquanto enigmatico) Sentimenti filiali di un matricida (ora in M. Proust, Sulla lettura, a cura di Mariolina Bertini, trad. di M. Bertini e P. Serini, Milano, Rizzoli, 2011, p. 111) e che pubblicò subito dopo esser venuto a conoscenza dell’assassinio di un suo conoscente, amico della madre, un tal signor Blarenberghe, resosi, appunto, reo di aver ammazzato la propria madre… E questa citazione mi viene in mente quando contemplo lo spettacolo (mostruoso) di mio nonno, un quasi novantenne che, a causa della malattia che va sotto il nome di “demenza senile”, è diventato ciò che mia cugina ha giustamente definito “l’ombra di se stesso”.

Ed è questo che fa paura o incute timore in noi che siamo ancora vivi (e vigili): il fatto che si avvicini la morte di una persona cara e, soprattutto, il fatto che quell’ “io” d’un tempo non esiste più, l’identità del nonno soppiantata dalla falsa identità (dalla “maschera”) di uno zombie che trascorre le giornate seduto in una poltrona a dormire (o a dormicchiare) e le nottate disteso su un letto enorme senza avere assolutamente una coscienza chiara di ciò che gli sta capitando… L’oblio di ogni dato: confonde i nomi, i volti, le date, non sa più (letteralmente) in che mondo (e in che epoca) vive, non riconosce più nessuno, tranne sua moglie, nostra nonna, che lo accompagna (dalla sedie a rotelle) in questa discesa assurda verso gli Inferi, verso la nebbia assoluta, verso il nulla.

Ha ragione Proust ad associare la paura che sentiamo verso la pazzia a quella che proviamo verso la demenza senile e verso la morte. Queste tre cose si somigliano: in tutte e tre i casi l’ “io” si sperde, si annulla, svanisce, si trasforma in un “non-io”, in una “non-identità” che nessuno è in grado di rapportare a quella persona che conoscevamo prima, quando era ancora sana di mente, sveglia, in salute, ben lontana dalla minaccia della fine totale.

Mio nonno era un lettore assiduo (e mi fa male usare il verbo all’imperfetto – è un verbo che evoca la malinconia, secondo Proust) e adorava immergersi nei saggi di Storia: leggeva di tutto, dai libri sull’uomo primitivo, a quelli sulla Seconda Guerra Mondiale, da quelli sull’Impero Romano, a quelli sull'alto Medio Evo.

Mio nonno visse l’epoca del Fascismo come un periodo di prosperità e di gloria per l’Italia: ci diceva sempre che Mussolini aveva commesso un unico grosso sbaglio nella sua carriera politica: aver stretto l’alleanza con Hitler, essersi alleato al Nazismo, portando così l’Italia verso la catastrofe.

Mia nonna si vide costretta ad obbligarlo a rimettere in cantina un busto in bronzo del faccione squadrato di Mussolini, quando mio nonno pensò bene di ricordarci le sue simpatie ideologiche legate a un passato ormai tramontato (fortunatamente per noi, i nipoti venuti dopo, quelli nati alla fine degli anni 70 e diventati adolescenti – e poi passati alla fase della “giovinezza” – sotto il ventennio berlusconiano).

Non andavamo d’accordo, ovviamente, quando si parlava di politica e, proprio per questo, cercavamo di tenerci a debita distanza dall’argomento (tranne quando si trattava di andare a votare: e nostro nonno sapeva benissimo che non avremmo mai regalato il voto al candidato da lui considerato come “il meno peggio” o “il male minore”; le elezioni erano la scusa perfetta per litigare).

La bava gli scende dalla bocca che non sa restare chiusa. Gli occhi sono perennemente chiusi e, ciononostante, sembrano esprimere un dolore allarmato e costante: come se stesse per crollargli addosso qualcosa (non sappiamo cosa) e lui cercasse di ripararsi (invano) per l’impatto imminente. Le orecchie (già grandi di suo) sembrano essergli cresciute, ma non sente, ormai la sordità è totale (o quasi) e bisogna gridargli a due centimetri dalla faccia per sperare di scorgere un minimo di reazione. Quando torna nel mondo dei vivi, a volte sorride, e non si sa perché né verso chi è rivolto quel sorriso.

Giace sul divano circondato da un numero indefinito di scatole: medicine,rimedi inutili, ne deve prendere così tante che anch'io faccio fatica a tenere il passo (figuriamoci mia nonna, che a volte si confonde e gli dà la pasticca delle 16 alle 20 o viceversa).

Sappiamo che prima o poi arriverà quel momento fatidico che ci farà piangere ancora di più di quanto stiamo piangendo finora (ognuno per conto suo, ognuno vergognoso della propria debolezza e ognuno chiuso nel proprio dolore particolare – la morte allontana, non è vero che rende più socievoli, tutto il contrario, rende più solitari e asociali). E sappiamo pure che nostra nonna sarà la vittima principale di questa perdita.

Eppure… c’è chi dice che sarebbe meglio se la morte facesse in fretta il suo lavoro; che così perdiamo la nostra dignità; che la “demenza senile” è una vera tortura sia per chi la patisce in prima persona che per chi ne diventa testimone (involontario) giornaliero. Qualcuno dice anche che, se dovesse arrivare a 89 anni in questo stato, preferirebbe morire subito, con un colpo di pistola alla nuca (c’è anche chi patteggia un’eutanasia più pia e dolce: “fatemi una siringa, iniettatemi qualcosa che mi faccia dormire e che non mi faccia risvegliare mai più, per favore”).

Io non lo so perché scrivo queste cose ora, oggi, a quest’ora, ma è certo quello che diceva Proust in quell’articolo citato più sopra: la pazzia, la demenza degli anziani, la morte ci fanno paura, ci fanno tremare, ci spingono a riflettere su chi siamo diventati, su chi potremo essere in futuro, su chi siamo nel presente continuo che si consuma a ogni minuto, a ogni secondo…

Quando me ne sono andato, gli ho stretto la mano (calda, aveva un po’ di febbre). L’ho salutato (“ciao, nonno”), ma a bassa voce, così bassa che non mi ha sentito nessuno, figuriamoci lui…

Mia nonna ha pianto. Ci siamo abbracciati, le ho dato un paio di baci sulle guance paffute e ci siamo ripromessi di vederci ad Agosto, al mio rientro in patria… Io non ho pianto. Ma sono dovuto scappare da quella camera come se dentro vi fossero degli appestati, o dei cadaveri che qualcuno ha dimenticato di coprire con il telone bianco che ce ne nasconde i tratti e l’odore. Sono fuggito, con un certo senso di colpa verso colui che mi ha aiutato a crescere, a diventare chi sono oggi. Sono andato via di fretta e furia, come per scacciare un’immagine da incubo che si ripresenta sempre uguale a se stessa in un modo monotono, perfino banale, e, proprio per questo motivo, ancora più spaventosa e fastidiosa. Sono tornato a casa in aereo con un senso di morte nel cuore. E so che nessuno di noi potrà farci nulla.

La legge di natura, dice qualcun altro. E’ la vita, dice un altro ancora. E io non so perché è dovuto capitare proprio a lui, un uomo colto (per la sua epoca e il contesto geografico in cui è nato e vissuto), un lettore accanito, una persona istruita anche solo con la quinta elementare che era riuscito ad ottenere prima che diventasse un Balilla (agli ordine del Duce, uno dei suoi miti personali).


E mi chiedo che fine farà quel busto di bronzo (quell’immagine assurda e orrenda) quando lui non ci sarà più, chi lo erediterà, a chi spetterà farsi carico di quella faccia muscolosa e stizzita. Una faccia grottesca. Un ghigno che non ispira fiducia, né ottimismo, né serietà. A chi toccherà…

jueves, marzo 10, 2016

GOMORRA




Uno degli effetti immediati che produce la lettura di Gomorra (Milano, Mondadori, 2006) riguarda il modo in cui il libro cambia il nostro punto di vista sulla realtà esterna; se prima della lettura, ci sentivamo “innocenti”, a lettura terminata siamo diventati (quasi inconsapevolmente, quasi in modo ineluttabile) “complici” dell’autore, co-autori del reportage di Roberto Saviano. A partire da questo momento, non potremo più ignorare certi fatti (certi nomi e cognomi), certi meccanismi di potere, certe storpiature interne al Sistema (e con questo termine non mi riferisco solo e soltanto alla Camorra – che è il senso che Saviano dà a questa parola – ma anche allo Stato – e non soltanto quello italiano, che è anche quello che subisce più da vicino e quotidianamente le storpiature e le manipolazioni della Camorra – il Sistema all’interno del Sistema –, ma anche quelli esteri, tutti gli Stati che compongono il panorama geopolitico attuale, dalla Cina all’Uganda, passando per l’Australia e la Norvegia).

Roberto Saviano riesce a trasmetterci l’odore del sangue delle vittime delle faide camorriste; il senso della filosofia capitalista brutale che si trova alla base della fame di denaro e di potere dei clan; il senso d’impotenza e la rabbia profonda di chi sente il bisogno di dare una testimonianza diretta, netta e chiara dei fatti.

La parola (letteraria o giornalistica: i dubbi sono leciti, a tratti il libro lascia incerti circa l’uso di uno stile che pare continuamente a metà tra Letteratura e Giornalismo) come arma che può cambiare le cose. Ecco, anche solo per questo aspetto, Gomorra merita il plauso che ha ottenuto dal 2006 fino ad oggi (un plauso paradossale, perché – come tutti sanno – proprio a causa del successo del libro Saviano è stato fatto oggetto di minaccia di morte da parte di quegli stessi boss di cui racconta le imprese criminali).

E se dovessi scegliere il capitolo più riuscito perché più sconvolgente, sceglerei l’ultimo, intitolato “Terra dei fuochi”: qui Saviano ci racconta come funziona lo smaltimento illegale dei riufiti tossici e ci offre un quadro apocalittico della società attuale. Il mondo come enorme container di spazzatura; l’essere umano come assurdo pupazzo che paga per eliminare ciò che non è più utilizzabile (gli scarti che inquinano) e che, pagando, si scava la tomba con le proprie mani… Come se fossimo precipitati all’interno di un circolo vizioso in cui l’aria è irrespirabile e in cui la speranza di vita si riduce ogni giorno di più.

Tremendo e atroce atto d’accusa verso un Sistema che non vuole aprire gli occhi e che, così facendo, permette all’altro Sistema di crescere e prosperare sulle spalle degli ignari (a volte, anche innocenti) cittadini…

jueves, marzo 03, 2016


Echi di Eco (e di Sebald)




E insomma, è il 3 Marzo del 2016 e dopo 10 anni mi accorgo del fatto che il protagonista de La misteriosa fiamma della Regina Loana (Milano, Bompiani, 2004) si chiama Yambo Bodoni come omaggio: a) all’illustratore e scrittore per ragazzi Enrico Novelli (in arte, appunto, “Yambo”); b) al carattere omonimo del programma di scrittura Word.

Echi di Eco. Quanto ci mancherai, Umberto E.?

Dico 10 anni perché proprio 10 anni fa gli dedicai un articolo al succitato romanzo di Eco (per me, uno dei suoi migliori marchingegni narrativi, insieme a Baudolino, e uno dei suoi libri più allegri e autobiografici e colorati), in occasione di un congresso di Letteratura Comparata (e di fatto, accostavo Eco a W. G. Sebald per l’uso delle immagini – o di vari e variegati “documenti visivi” – all’interno della trama romanzesca e del corpo del testo – con esiti, a dire il vero, tutt’altro che simili, anzi…quasi simmetricamente contrapposti: il protagonista di Eco cerca di ricordare il passato a partire dalle immagini (di libri, giornali, pubblicità d’epoca); i narratori di Sebald, invece, introducono le immagini per dare maggiore effet du réel a quanto vanno raccontando, storie che sembrano del tutto irreali, o inverosimili, e di fatto, stranamente, le foto (anche di persone realmente esistite) non fanno altro che aumentare i dubbi del lettore, che non sa che pesci prendere, a cosa appigliarsi, nonostante la profusione dei documenti visivi del narratore, un caos).

E chissà, forse fra 10 anni scoprirò qualche altro dettaglio interessante che mi era sfuggito leggendo Vertigini o Gli anelli di Saturno (i due capolavori, per me, di Sebald).

Intanto, mi godo il momento della scoperta (quella frazione di secondo in cui senti che c’è un filo comune tra le cose che hai letto e che leggi, che si scova un significato nascosto dietro le parole, che quelle parole aprono la porta verso interpretazioni cui non avevi prestato attenzione all’inizio, a una prima lettura, che ogni lettura è nuova e può apportare nuova luce al senso di ciò che hai letto, anche se – come giustamente ci ricorda Eco – c’è un limite alle interpretazioni, a tutto c’è un limite, non ci si può abbandonare alla semiosi infinita).


Echi di un grande Eco (quello in foto, invece, è "Yambo").

lunes, febrero 29, 2016

Antonio Gramsci e le Lettere dal carcere


Mai avrei immaginato che la lettura di questo “testamento umano” (come si suol dire, a volte in modo grossolano o fin troppo giornalistico) potesse essere così avvincente.

Ciò che più colpisce delle Lettere dal carcere è il tono assunto da chi le scrive: Antonio Gramsci sa che si trova in carcere per il suo pensiero politico; sa che il regime vuole azzittirlo; sa pure che finirà per morirci in carcere (anche se continua ad essere ottimista e a mantenere la calma fino all’ultimo) e, nonostante tutto, si sforza di difendere la propria vita dalle storpiature, dai “vizi” e dai molteplici ostacoli che implica la priogionia.

Leggendolo, sorprende vedere come instaura un rapporto intimo privilegiato con Tania, sua cognata, una figura fondamentale che gli permette di mantenere un rapporto diretto con la famiglia e con il mondo esterno; soprende vedere come – col passare degli anni – va deteriorandosi il rapporto con Giulia, sua moglie, vittima di disturbi psichici che cerca di risolvere con la psicoanalisi freudiana (cui Gramsci non crede); colpisce e sorprende e fa una certa compassione vedere come Gramsci si preoccupa, comunque, dell’educazione dei due figli, cui manda lettere di una tenerezza incredibile, anche se non li ha mai visti dal vivo, anche se sa come sono fatti solo grazie a foto a volte sbiadite (il “prigioniero politico” si lamenta della cattiva qualità delle fotografie che moglie e cognata gli inviano per dargli l’illusione di poter vedere come crescono i due bambini). E sorprende, colpisce e fa venire davvero i brividi vedere come un uomo privato della libertà continua a sentirsi libero grazie ai libri: soprattutto nei primi anni della prigionia (dal 1927 al ‘32), Gramsci chiede in continuazione nuovi libri a Tania e delinea una serie di progetti che vorrebbe portare avanti anche da dentro la prigione: una ricerca sulla figura dell’ “intellettuale” in Italia; una sul Machiavelli; una di linguistica generale; una “notarella” (come la definisce lui) sul canto X dell’Inferno dantesco (quello su Farinata e Cavalcanti); uno sul successo della filosofia idealista di Benedetto Croce; uno sul teatro di Pirandello (così all’avanguardia, all’epoca, e ancora oggi)…

Antonio Gramsci legge avidamente di tutto e in varie lingue (soprattutto inglese e francese, anche se vorrebbe migliorare il suo russo e il rumeno); si appassiona per i racconti di Kipling e Wells; racconta delle novelle divertenti e d’un umorismo a volte macabro a Tania e ai figli; critica i saggi che considera insulsi in poche righe e senza censure; si sorprende se la cognata dimentica di rinnovare il pagamento dell’abbonamento mensile alle riviste che i capi fascisti gli permettono di consultare. Insomma, Gramsci mostra uno stoicismo che ha dell’incredibile e continua credere nella vita, anche quando la depressione sembra avere la meglio, anche quando il “potere” politico che vuole annientarlo sembra complottare affinché non esca mai più di prigione.

Ecco cosa scrive il 12 Settembre del 1927:

Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attenderci niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via (p. 62 dell’ed. Einaudi del 2011).

Lo scrive a Carlo, che se non ricordo male è suo fratello, ovvero: uno che soffre in prigione scrive all’altro che gode di tutte le libertà per fargli coraggio, per spingerlo ad accettare la nuova situazione familiare! E poi aggiunge (p. 63), offrendo al lettore una sorta di definzione semplice e diretta di sé stesso: “Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo”.

Quante volte, di fatto, Gramsci si preoccuperà di spiegare alla madre che non è finito in carcere per aver rubato o ucciso qualcuno, ma perché è quella la sua posizione: negarsi ad accettare gli ordini che vengono dall’alto; non scendere a compromessi con Mussolini…

Il 3 Ottobre del 1932 ribadisce questo suo pensiero (quanto dura sia stata la sua vita e quanto abbia dovuto contare solo sulle sue forze) all’amata Tania:

Del resto non devi credere che io abbia intenzione di suicidarmi o di abbandonarmi, come un cane morto, al filo della corrente. Mi digiro da me da molto tempo e mi dirigevo da me già da bambino. Ho incominciato a lavorare da quando avevo 11 anni, guadagnando ben 9 lire al mese (ciò che del resto significava un chilo di pane al giorno) per 10 ore di lavoro al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo. Ho conosciuto quasi sempre solo l’aspetto brutale della vita e me la sono sempre cavata, bene o male (id., p. 235).

E poi ci sono i momenti di felicità: quando l’insonnia gli dà tregua e riesce a dormire qualche ora e l’intestino non gli dà problemi e torna a divorare libri (riesce a leggerne anche uno al giorno) e s’interessa per il mondo esterno (ma ci sono scene in cui è il mondo esterno a fare l’ingresso nel mondo interno del carcere: come quando narra dei suoi tentativi di addestramento di un topo, di qualche uccellino che ha perso la direzione o di altri insetti domestici.

Ecco: se uno pensa a quello che dovuto sopportare un uomo come Gramsci in un’Italia come quella in cui gli toccò vivere; se uno pensa a quanta forza avesse, nonostante la privazione della libertà, e a come fosse lui a cercare di dare forza ai parenti che vivevano nel mondo “di fuori” liberi; se uno pensa a tutte queste cose e a che cosa è diventata la politica italiana di oggi, non può non provare dei brividi e un senso enorme di gratitudine verso Antonio Gramsci e il suo pensiero e i suoi sforzi di mantenere la calma in una situazione estrema che avrebbe schiacciato chiunque.

Il 18 Maggio del 1931 si rivolge alla moglie e le scrive una frase che sembra tratta da Shakespeare (anche se scritta con un certo tono ironico o quasi auto-ironico): “In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale”.

Non so quanto fosse cosciente di quanta saggezza stesse esprimendo con questa frase lapidaria, diretta e limpida come molte di quelle che compongono queste Lettere dal carcere.


jueves, febrero 25, 2016



PETALOSO (agg. m. sing.)

"Petaloso"... Ciò che più colpisce di tutta questa storia, se la si osserva dall'estero, non è tanto l'atteggiamento della maestra che si è sentita in diritto-dovere di avvisare l'Accademia della Crusca circa l'invenzione neologistica del suo bravo alunno (un fanciullo innocente), né la risposta solerte dell'Accademia stessa ("Bravo, hai formato una nuova parola composta: "petalo + oso" - e uno che legge Cervantes pensa a neologismi ben più ingegnosi - cfr. il "baciyelmo" di Sancho Panza), come se all'Accademia ci si annoiasse da morire o, al contrario, come se si stesse vigilando sulla correttezza o meno dei "neologismi" che entrano a far parte del coacervo italico tutti i santi giorni, no... Ciò che più colpisce e dà da pensare è che un Premier, Matteo Renzi, trovi il tempo per scrivere sul suo profilo del Twitter i suoi complimenti al bambino "neologo", e per dirci che va bene così, vai avanti, inventa (senza pensare nemmeno un secondo alla distruzione della lingua italiana cui anch'egli sta contribuendo alla grande con il suo costante e supino abbassarsi alla "potenza" e al "fascino" degli anglicismi ("stepchild adoption" + "jobs act" + “spending review” + un lunghissimo eccetera), lui, che, quando c'era ancora la buonanima di Mike Bongiorno, comprava una vocale o girava la ruota (la "Bbbbuona Scòla", certo)...

sábado, febrero 20, 2016


Umberto Eco



20 Febbraio del 2016. Questa mattina la prima notizia di cui sono venuto a conoscenza dai “social media” è stata la morte di Umberto Eco. Facebook è intasato d’immagini e di link ad articoli che ne parlano, ricordando l’importanza di Eco nel panorama culturale e letterario non solo italiano, ma internazionale (forse è stato lo scrittore italiano più noto all’estero, in questi ultimi 40 anni).

Da Whatsapp anche mia madre mi avvisa e mi scrive, con tono mesto: “Hai visto? E’ morto Umberto Eco”, come se fosse un parente o un’amico di famiglia…
E così altre amiche: “Appena l’ho saputo ho pensato a te”, come se davvero avessi fatto pubblicità ad Eco presso le mie conoscienze.

L’ultima volta che lo vidi in televisione fu un mese fa circa: uno dei giornalisti più bravi di Spagna lo intervistava sul concetto di “macchina del fango”. Gli spagnoli non hanno una traduzione esatta e concreta per questa espressione così “nostra” e “nostrana”, così italiana e l’esimio semiologo provava a spiegargliela con alcuni esempi brevi, ma molto efficaci. Aveva pochissimi capelli, ora, e la barba ancora più bianca; gli occhi ancora più infossati, dietro le lenti dei suoi storici occhiali, e le rughe del collo più marcate.

L’ultima volta che lo vidi dal vivo fu ad un congresso organizzato dall’Università di Roma Tre. Ci parlò di James Joyce e delle avanguardie letterarie dei primi del Novecento, riflettendo sul concetto di “tradizione” e di “innovazione”. Ricordo che gli studenti lo ascoltavano come si ascolta la narrazione di una favola da parte di un nonno; erano imbambolati, e così io e gli altri colleghi presenti all’evento. Ricordo quando si mise a raccontarci cosa contenesse il cassetto di Leopold Bloom e come Molly reagisse al rientro (in tarda notte: le 2) di suo marito, quando lo aveva appena tradito con un altro.

L’ultimo libro che ho comprato di Eco è stato il suo ultimo romanzo Numero Zero (2015): lo lessi a Natale, ma non mi convinse molto, anche se i brani in cui il narratore parla dei due Mussolini, della fuga dell’originale e della sostituzione con un sosia che poi sarebbe finito impiccato a Piazzale Loreto erano interessanti, e anche alquanto inquietanti, per il finale alternativo che offrivano su un fatto centrale per la Storia d’Italia (e mi venne in mente il finale di Inglorious Basterds di Quentin Tarantino, dove addirittura il regista s’inventava un finale positivo, un happy end apoteosico sulla morte di Hitler, per mano di un gruppo di fuoriusciti ebrei americani).

L’ultimo libro di Eco che ho provato a portare in Spagna dall’Italia è stato Scritti sul pensiero medievale, un bellissimo tomo, un libro elegantemente stampato come si faceva un tempo per i “libri importanti”, apparso per Bompiani nel 2012, in cui – in circa 1300 pagine – Eco stesso raccoglieva tutte le sue opere principali di argomento medievale, a partire dalla sua stessa tesi di laura sul pensiero e l’estetica di San Tommaso d’Aquino. Pesava troppo, il tomo, e dovetti rinunciare (speriamo di avere più fortuna al prossimo tentativo, a Pasqua, quando riattererò in patria).

L’ultimo libro di Eco che ho prestato a qualcuno è stato Vertigine della lista, del 2009, se non ricordo male: lo lesse avidamente la mia compagna di avventure e ne rimase abbagliata per la ricchezza delle immagini e l’apparente infinità dei riferimenti letterari. Un libro sulle enumerazioni, sugli elenchi che sembrano non finire mai, sulle liste che, appunto, potrebbero andare avanti all'infinito... Era una tecnica che conoscevo già da Il nome della rosa, il romanzo che – come si suol dire in gergo giornalistico – catapultò Eco sul palcoscenico della fama internazionale...Un giallo, un romanzo storico, una specie di thriller, una specie di trattato di letteratura in cui si ipotizzava l’esistenza della seconda parte della Poetica di Aristotele, quella in cui lo Stagirita si sarebbe presuntamente occupato della “commedia” e del “comico”, temi scomodi in un’abbazia gestita da monaci in cui serpeggiano tutti e sette i peccati capitali...

E poi Dire quasi la stessa cosa, un bel saggio sulla traduzione, e poi Scritti letterari, e poi Kant e l’ornitorinco, insomma, la lista la conosciamo tutti e non è il caso di farla per intero.

Ricordo solo che quando lessi Il nome della rosa, a 16 anni, mi sentii sperso: non sapevo esattamente dove poter poggiare i piedi, andavo avanti e mi domandavo dove volesse arrivare l’autore, mi annoiavo, e poi volevo seguire la storia fino a scoprire la verità, perché avvertivo che c'era una verità da scoprire all’interno di quello spazio “narrativo” e architettonico così magnificamente ricostruito con le sole parole.

Ricordo l’italiano maccheronico e il latino volgare dell’incipit di Baudolino, uno dei libri più “felici” e “allegri” di Eco; e ricordo i vuoti di memoria, i salti temporali e l’uso efficace delle immagini nel corpo del testo nella trama de La misteriosa fiamma della Regina Loana, forse il miglior romanzo di Eco, quello in cui ci parla più di sé.

E fare tutto questo resoconto mi rende malinconico, perché penso che a partire da oggi non ci sarà più modo di leggere “l’ultimo di Eco”. Non potrò più svagarmi con i suoi romanzi multi-strato; non potrò più riflettere come un semiologo di razza con i suoi saggi dotti e sempre ironici.


Umberto Eco: una delle menti più acute d’Italia, uno di quegli studiosi che non smettevano mai di fare ricerca; uno che ora mi piace immaginare a colloquio con il suo “amico” San Tommaso d’Aquino (quanti dibattiti, quante discussioni ad infinitum, queste sì, ad libitum)…

viernes, febrero 19, 2016

 Fuoco nemico



Tempo fa scrissi una recensione a un saggio di critica letteraria che, a mio modesto parere, non manteneva quanto prometteva sin dal titolo; troppo ambizioso, troppo vasto il campo d’indagine, troppo limitato il punto di vista dell’autrice. E più d’una collega mi disse di smussare i toni, di non essere così spocchioso, di non fare troppo il gradasso, perché io non ero nessuno per crocifiggere una docente esperta, una persona degna, un’americana che lavora in Germania (o una tedesca che lavora negli USA, ora non ricordo più bene) che non mi aveva fatto nulla di male e che non si meritava i miei strali…

Ci pensai su solo dopo che la recensione venne pubblicata presso una rivista specializzata che leggeranno, sì e no, i cinque o sei abbonati che amano trastullarsi con questioni non poi così tanto trascendentali. E mi dissi che era vero, che le mie colleghe avevano ragione, che nemmeno il tuo più acerrimo nemico si merita una stroncatura del genere, e un po’ mi pentii di aver agito in quel modo, ma ormai era fatta, la recensione è lì, stampata, la possono leggere tutti (quelli che si prendessero la briga di cercarla).

Tempo dopo narrai su questo diario di bordo le vicissitudini di una scrittrice d’origini spagnole (o meglio, italo-argentine) che avrebbe voluto provare a pubblicare il suo primo romanzo in Italia; quella volta mi prodigai per cercarle tutti gli indirizzi ufficiali e affidabili di quasi tutte le case editrici più importanti d’Italia (non tralasciando, a dirla tutta, nemmeno quelli delle case editrici più piccole o quasi minuscole).

Ora tocca a me: un mio libro, un saggio pesante che potrebbe funzionare perfettamente come sonnifero ad effetto istantaneo, è stato bloccato per il parere negativo di un “revisore anonimo” che, a quanto pare, si è preso una bella rivincita nei miei confronti perché, a quanto pare, ripeto, non l’ho citato abbastanza e, quindi, non vede come io possa proporre all’attezione del pubblico spagnolo un testo in cui i riferimenti ai suoi dotti saggi non siano assidui, fondati e sensati. Dovevo dialogare di più con i suoi saggi, non l’ho fatto, il verdetto è la bocciatura assoluta. Senza se e senza ma.

Questo stesso libro (un mattone di quasi 400 pagine) è stato elogiato da un altro revisore, anch’egli “anonimo” ed esperto nel mio campo di studi, che, a quanto pare e a quanto si sente dire nei corridoi, ha apprezzato moltissimo i miei sforzi ermeneutici e crede che il saggio meriti assolutamente di apparire in lingua spagnola e presso un importante editore spagnolo, affinché anche gli esperti dell’area ispanofila e ispanica possano apprezzare i frutti che sono riuscito a cogliere dopo anni di ricerche dotte e approfondite.

In realtà, come è evidente anche a un lettore non coinvolto direttamente nei fatti, a me questo duplice esito assurdamente speculare non dovrebbe preoccuparmi più di tanto: o almeno, non tanto da farmi venire gli incubi o da togliermi il sonno. E’ sempre stato così, da che mondo è mondo: non possiamo pretendere di piacere a tutti; non possiamo assolutamente credere che i nostri sforzi debbano essere riconosciuti da tutti allo stesso modo e negli stessi termini. Che un libro veda o meno la luce non importa poi molto, se, per dire, lo compariamo alla nascita o meno di un bambino (anche quando l’autore del libro sente di averlo “partorito” come fosse un suo piccolo, fragile, piangente “figliolo”). Che un libro finisca in stampa o nel secchio della spazzatura o del tritacarte è questione all’ordine del giorni di tutti i giorni che Dio comanda su questa Terra (penso ad Antonio Moresco, ad esempio, e ai suoi 50 o 60 o forse 70 rifiuti accumulati in quasi 20 anni di sforzi e di tentativi; oggi è Antonio Moresco, i suoi romanzi cominciano a tradurli in francese, in tedesco, in spagnolo e in inglese e qualche prof. coraggioso comincia a organizzare corsi sulla sua opera all’Università e qualche collega illustre è arrivato a dire di lui che è un “classico contemporaneo”, e roba del genere). No, quello che è sorprendente o che lascia un po’ l’amaro in bocca è constatare che, in questo mondo, il fuoco nemico è sempre attivo e all’erta, c’è sempre qualcuno che si ricorderà di te per stroncarti, ostacolarti o criticarti, magari perché tu, in una tua precedente recensione, hai stronato, ostacolato o criticato una sua amica; non c’è bandiera bianca che valga, quando qualcuno che occupa un incarico superiore al tuo si ricorda di quando tu ti sei azzardato a dire male di qualche suo collega amico.

E allora uno si rende conto del fatto che: a) non si gioca mai ad armi pari (il più potente ha un maggiore peso militare e, quindi, una maggiore capacità di abbattere colui che considera come suo nemico); b) si gioca sempre come se fossimo all’interno di una guerra costante, infinita, fatta di opinioni, recensioni, pareri, critiche, in definitiva, parole che commentano parole altrui allo scopo di dire la propria versione dei fatti e di captare quella che all’emissore di tali parole dovrebbe essere la verità.

Ma le versioni dei fatti sono inevitabilmente soggettive e la verità, semplicemente, è troppo complessa per essere definita una volta per tutte. Un libro può essere considerato, allo stesso tempo, contemporaneamente, una robaccia con cui accendere un falò o un testo d’importanza capitale per l’Umanità. E non solo: anche noi siamo relativi, nel senso che il nostro parere, o giudizio, o critica può cambiare da un mese all’altro, da un momento all’altro, a seconda dello stato d’animo, a seconda dell’autore che abbiamo di fronte, a seconda delle relazioni che pensiamo di avere con quel determinato autore (se è amico di un mio amico, beh, allora è anche amico mio e non potrò mai parlarne male).

E così va il mondo, non solo quello letterario, o editoriale, o accademico; così va il mondo un po’ in tutti i campi dello scibile umano e dei lavori umani (di sicuro c’è il muratore che criticherà l’operato di un collega più giovane o più anziano; sono certo che esistono gli idraulici che bestemmieranno vedendo i rattoppi di altri colleghi meno professionali). E quindi, alla fine dei conti, che il mio libro sia piaciuto o che sia stato stroncato non ha, in realtà, importanza alcuna, soprattutto se, un po’ filosoficamente, ci mettiamo a pensare al fatto che noi stessi siamo frutto del caso; non era scritto da nessuna parte che dovessimo nascere in quel giorno, in quella città, da quella coppia di genitori. E il fatto che alla fine lo spermatozoo di nostro padre sia riuscito a fecondare l’ovulo di nostra madre dovrebbe renderci immuni agli attacchi o alle critiche degli altri, anch’essi frutto di casi fortuiti, di incroci strambi e casuali, di sviste o incidenti di percorso.


E poi, diciamocela tutta: in questo mondo ci sono fin troppi libri; uno più o uno meno, non fa tanto la differenza. E che accada quel che deve accadere. “As you like it”, sarà la mia shakespeariana risposta alla domanda: e se poi davvero non te lo pubblicano?

miércoles, enero 27, 2016

David Bowie e "Lazarus"



E poi c’è David Bowie, morto il 10 di Gennaio (esattamente 17 giorni fa), dopo una vita di successi, di apparizioni stellari, di camei o partecipazioni in primo piano in vari film “cult” o, a volte, di serie B o Z, star protagonista della cultura “pop” che finirà nei libri di Storia che vogliano delucidare cosa accadde tra gli anni 70 del XX sec. e i primi anni 20 del XXI…

E ovviamente, manco a farlo apposta, torna fuori Lazzaro (lo so, ormai è una vera e propia ossessione, le mie tre o quattro lettrici ne avranno già piene le scatole di questa storia e di questo personaggio biblico-mitico), sin dal titolo di quella che viene giustamente presentata come una delle ultime canzoni del “Duca Bianco”, uno dei suoi ultimi “single” per il lancio dell’ultimo album, Blackstar: mi riferisco, ovviamente, a Lazarus, una canzone strana promozionata da un video ancor più strano, un cortometraggio angosciante che ci mostra David Bowie nei panni del “resuscitato”, qui disteso in un letto di una stanza spoglia e piena di angoli bui. La benda che porta sugli occhi è anch’essa angosciante e stramba, perché, proprio all’altezza degli occhi, presenta due bulloni, due pezzi di metallo sferici che sembrano stare lì al posto delle pupille.

Si vedono chiaramente le vene delle mani del morto che è tornato alla vita; la macchina da presa si concentra su questi dettagli che non fanno altro che esaltare la “vecchiezza” della pelle di Lazzaro.

Ai primi piani si succedono campi lunghi in cui lo stesso personaggio appare vestito completamente di nero, a lutto. Canta e trema. Trema e canta. A tratti pare essere vittima di attacchi epilettici. A tratti sembra spaventato da un’essere che si accuccia sotto ad un tavolino. Sullo stesso, Lazzaro scrive una specie di diario. In realtà, sembra che sia proprio la strana presenza al di sotto del tavolini ad obbligarlo a muovere la penna sulle pagine in bianco.

Alla fine, Lazzaro torna indietro, come in una specie di replay, fino a infilarsi dentro ad un armadio nero, più buio degli angoli bui della stanza.

E scompare, completamente e inesorabilmente, dalla nostra visuale.

L’armadio è come una tomba, come il sepolcro da cui Gesù ha fatto risorgere l’amico, almeno stando alle Sacre Scritture.

Ma di che parla Lazarus?

“Look up here, I’m in Heaven
I’ve got scars that can’t be seen”.

Lazzaro parla direttamente dal Paradiso. Ci dice che “Everybody knows me now”, tutti lo conoscono. Ma tutti chi? A chi si riferisce? E perché dice che ha “scars”, cicatrici, che non possono essere viste? A che tipo di cicatrici si riferisce qui Lazzaro?

“Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to loose”

Che possiamo tradurre così:

“Guarda quassù, uomo, sono in pericolo
Non ho più niente da perdere”

E dal punto di vista di un morto che torna in vita, la cosa è del tutto verosimile. Ma poi continua:

“I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below”

Che possiamo tradurre con:

“Sono così in alto che il mio cervello gira
Il cellulare caduto laggiù”.

E qui inziano i riferimenti a oggetti reali e quotidiani e perfino banali. Lazzaro, ascendendo al Paradiso, ha perso il cellulare; ora inizia a ricordare chi era prima di andare all’altro mondo: ci dice che viveva a New York, che era ricco, (“living like a King”), ma che poi ha perso tutto (non sappiamo come, non ce lo dice) e che comunque ora si sente libero, “Oh, I’ll be free”, canta, come in una specie di rito liberatorio, ora sarà libero, ma se seguiamo lo sviluppo di questa canzone attraverso il video vedremo che è esattamente il contrario, Lazzaro, qui, non è affatto libero, sia perché sembra incatenato al letto, sia perché poi, quando si alza, sembra essere obbligato a scrivere sul diario dalla presenza oscura e angosciosa di quell’essere demoniaco che si nasconde sotto al tavolo, sia, soprattutto, perché il video finisce con Lazzaro che entra in un armadio che si chiude, come una bara, come una tomba, come il sepolcro del passo biblico.


Il mistero resta. David Bowie – l’autore di questo testo – non c’è più. E chissà se si trova lassù, se è in “Heaven”, e si sente davvero “free”.

https://youtu.be/y-JqH1M4Ya8

viernes, enero 15, 2016

Lazzaro e Gesù: resurrezioni scandalose ab eterno


I casi della vita: Lazzaro sembra venirmi incontro anche quando non lo cerco. E’ stato il caso a farmelo ritrovare nel cap. 6 della “Parte prima” del Proemio dei morti, la prima delle tre macro-sezioni in cui si divide Gli increati, romanzo monstre di Antonio Moresco, ultimo capitolo di quella trilogia iniziata con Gli esordi, sviluppata nei Canti del caos e qui, finalmente, giunta alla sua conclusione.

Mi risulta davvero difficile riuscire a parlare di questo libro: sono 1013 pagine di narrazione estrema portata agli estremi perché estremi sono pure i temi di cui parla chi narra, ovvero, vita e morte e i labili confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti. E proprio perché (attraverso la maschera del suo narratore, a tratti molto, molto autobiografico) Moresco ci parla di questi temi è inevitabile che a un certo punto iniziasse a mettere in scena la vita di Lazzaro, uno dei primi risorti grazie ai miracoli (e al volere supremo) di Gesù, un personaggio funzionale a tutto il messaggio della religione cristiana e cattolica e a tutti i Vangeli dei quattro autori canonici. Senza Lazzaro non c’è Gesù; o meglio ancora: la resurrezione di Lazzaro è una prova d’orchestra, una specie di esercitazione per quell’altra resurrezione fondamentale, quella di Cristo dopo essere stato condannato alla croce del Golgota.

Moresco ri-scrive quell’episodio emblematico della Bibbia per farci sentire cosa sente, cosa prova un morto. E ci riesce, perché ci sono brani che fanno venire i brividi.
La scena è la segunte: in mondo che sta crollando e in cui i confini tra vivi e morti sono sul punto di svanire, il narratore viene strattonato per la giacca da un sacco di morti, esseri che – come lui – vagano in un buio immenso. Alla fine, a prevalere è lui, Lazzaro. Il narratore – che lo riconsoce dopo aver sentito il suo nome - gli dice che conosce già la sua storia, ma Lazzaro lo smentisce subito, in modo quasi rude. E comincia:

“Ero là, solo, sepolto…” sento che la sua voce ha ripreso a dire “non sentivo niente, non avvertivo niente. Mi sembrava di non essere da nessuna parte, eppure c’ero…” (cfr. A. Moresco, Gli increati, Milano, Mondadori, 2015, p. 53).

E’ una descrizione che fa tesoro della brevità, ma che evoca qualcosa di enorme: il non-luogo che è la morte per chi ci “vive” dentro; ho tralasciato di dire che, in realtà, e in questo momento della trama, anche il narratore è morto, anzi, possiamo dire che per tutto il Proemio de morti non fa altro che cercare di rendere l’idea di ciò che “vive” essendo “morto” e quel che sente Lazzaro sembra coincidere con ciò che egli stesso esperimenta. La mancanza di sensazioni fisiche precise; la sensazione vaga di essere presente (fisicamente) in un non-luogo, in uno spazio che non si può delimitare. E tutto intorno a sé la solitudine immensa di chi sta dentro un sepolcro, il buio sconfinato che non dà spazio nemmeno alla luce più tenue.

Poi arriva la voce dell’amico:

“Lazzaro, vieni fuori!”, gridava. Come a dire: “Che cosa fai lì dentro? Falla finita con quella pantomima della morte con la quale mi hai attirato fin qui!”. E allora io, anche se ero morto gli ho gridato: “No, vieni dentro tu!” (id.)

Ecco un primo, sorprendente ribaltamento della scena memorabile tra Lazzaro e Gesù: se il primo grida la famosa frase “vieni fuori!” (da non confondere con “alzati e cammina!”, trasmissione erronea del testo originale), il secondo gli risponde per le rime, creando una specie di contrasto ironico tra l’imperativo del Signore e il rifiuto del morto: lo sfida ad entrare nel sepolcro, nel luogo in cui regna sovrana la Morte.

E Gesù – che è il Signore e che si trova lì perché ha una missione ben alta da compiere – accetta la sfida, entra, ma poi si sorprende del fatto che Lazzaro non gli parli, non emetta parola. E glielo fa notare:

“Non mi dici niente?” ho sentito che la sua voce ha sussurrato d’un tratto, da molto vicino alla mia testa bendata, perché si era seduto per terra accanto al mio corpo morto disteso sopra la pietra. (p. 54).

E anche questo è strano: Gesù si abbassa, anzi, si accascia letteralmente affianco al cadavere (bendato) dell’amico perché si aspetta una sua reazione verbale, che dica qualcosa, che lo ringrazi, o che comunque esterni il suo stato d’animo. Gesù si sdraia accanto a Lazzaro, sulla stessa pietra fredda su cui giaceva da morto. Gli ha detto “vieni fuori!”, anzi, gliel’ha gridato, e Lazzaro, in effetti, ha risposto, ha parlato, anche se si è rifiutato d’uscire dalla sua tomba e ha sfidato lui, il Signore, a venire dentro.

E Gesù continua a parlargli, per sussurri, accanto alla sua testa fasciata, fino a che è Lazzaro a prendere il là, inizia a fargli una serie di domande sconcertanti, che la Bibbia, ovviamente, non contempla, ma che Lazzaro, in quanto risorto che sa che tornerà a camminare fuori dal sepolcro, si porge esplicitamente, con tono quasi accorato:

““Perché sei venuto a resuscitarmi? Perché vuoi trascinarmi nella catastrofe della resurrezione?”. Non ha detto niente. Adesso avvertivo soltanto il suo leggero respiro molto vicino alla mia testa morta” (id.)

E questo è davvero sconvolgente: Lazzaro si arrabbia, chiede il perché di questo miracolo, e Gesù…non ha una risposta pronta. Non dice nulla. Respira e basta. E allora Lazzaro continua:

“Perché vuoi gettarmi di nuovo nella catastrofe della vita?”, gli ho chiesto ancora, e intanto sentivo contro le ossa della mia testa il freddo della pietra su cui ero disteso. Silenzio. “Perché vuoi farmi risorgere solo per farmi morire di nuovo?” ho continuato a domandargli nel buio. “E’ questa la vita che porti nel mondo? Sei venuto nel mondo solo per portare una simile resurrezione? Per perpetuare il ciclo delle resurrezioni dentro la vita e dentro la morte?” (id.)

Le domande di Lazzaro sono incalzanti: il risorto (da poco) prospetta al resurrettore (così s’intitolerà il successivo cap. 7) l’idea di un futuro tremebondo, un futuro in cui chi fa risorgere è costretto a far risorgere in continuazione, come in una catena perpetua, in un ciclo o circolo vizioso eterno. Poi alle domande Lazzaro fa seguire il ragionamento sillogistico:

“Perché, se adesso mi fai risorgere, io dovrò morire un’altra volta dentro la vita. E allora dovrai farmi risorgere ancora, per farmi morire ancora, per farmi risorgere ancora… Perché o mi fai risorgere continuamente o è come se non mi facessi mai risorgere!” (id.).

E Gesù stavolta risponde:

“Io devo morire perché tu possa risorgere”.

Ed è per questo che poco prima Lazzaro ha visto il suo amico piangere:

“Piangevo per te, ma piangevo anche per me”, aggiunge Gesù.

Stavolta è Lazzaro a restare in silenzio. E’ da questo momento in poi che Moresco (attraverso la maschera del narratore) s’inventa la teoria che tutte le cose sono “spaccate in due dall’interno”: sia la vita che la morte; tutto diviso in due. E la scena, in effetti, prende una piega del tutto nuova, per un lettore “classico” della Bibbia, una piega imprevedibile e sorprendente. Perché Gesù decide di vestire i panni di Lazzaro e di mandare Lazzaro fuori dal sepolcro con i suoi sandali e le sue vesti, al posto suo, in un voluto scambio d’indentità.

““Adesso tocca a te aiutarmi” ho sentito che la sua voce mi stava dicendo con dolcezza, nel buio. L’ho aiutato ad avvolgersi nelle bende, come lui aveva aiutato me ad uscirne, muovendo le mani sul suo corpo, alla cieca, nel buio. Poi ho capito che era andato a distendersi sulla pietra da cui mi ero appena alzato, mentre io camminavo al buio verso l’uscita” (p. 55).

Lo shock è ancora più esplicito quando, effettivamente, Lazzaro si è rivestito coi panni di Gesù e lo sente da dietro che gli dice:

“Rimetti a posto la pietra!”, con tono dolce, sottovoce, “sorrindendo con dolcezza nel buio”.

Che scena memorabile, che paradosso, che brividi provoca questo nuovo ordine di Gesù e questo suo sorriso dolce nel buio! Non ce lo saremmo mai aspettati e, invece, Moresco mette in scena l’impossibile: il ribaltamento speculare del rapporto tra chi risorge e chi fa risorgere (tra miracolato e profeta che fa miracoli); lo sconvolgimento ontologico dell’essenza di questo stesso, fondamentale, centrale miracolo. Lazzaro tornerà alla vita, ma sotto le spoglie di Cristo.

E in effetti, d’ora in avanti, tutti cominciano a prendere Lazzaro per Gesù; lui si sorprende, ma va avanti, fino alle estreme conseguenze, ovvero, fino al Golgota e alla crocefissione. E qui Lazzaro ci consegna (per via del narratore) le parole più tristi, angoscianti e spiazzanti di tutto il racconto:

“Oh, Signore, io non so neppure se tu mi hai abbandonato o non mi hai abbandonato! Io non ho neppure la consolazione di sapere che tu mi hai abbandonato!” (p. 59).

E’ come se Moresco amplificasse l’effetto distruttivo, dirompente, umanamente atroce del grido di Gesù sulla croce (un grido davvero umano: colui che sa che risorgerà trema, per un momento mostra tutta la sua fragilità, ed è per questo che si rivolge al Padre, che chiama in causa direttamente suo Padre, Dio onnipotente); è come se Moresco, attraverso questo Lazzaro che prende il posto di Cristo, volesse metterci sotto gli occhi lo scandolo della resurrezione in quanto tale, in quanto “miracolo” che permette a un morto di tornare alla vita.

E uno si domanda quale Dio potrebbe mai rispondere alle domande di questo Lazzaro-Gesù redivivo. Quale essere (per quanto supremo possa essere o concepirsi) potrebbe mai dare ascolto alle lamentazioni, alla crisi, al dolore di questo resuscitato così solo, così abbandonato a se stesso e al suo destino, così …umano. Troppo umano.

P.S.: attorno alle pp. 520-525 assistiamo a un’altra scena che ribalta il senso di un’altra, seconda scena centrale all’interno della Bibbia, ovvero, quella della nascita di Gesù; quando Maria e Giuseppe arrivano a Betlemme e Maria si appresta a dare alla luce il figlio, i due scoprono con sconcerto che la capanna in cui vorrebbero riposarsi è già occupata da un neonato che piange come un agnellino, in mezzo al fiato caldo di un bue e un asinello. Attorno al bambino ci sono altri due Maria e Giuseppe che lasceranno nello sconforto più totale la prima Maria che ha appena partorito ed è ancora sudata e sporca del sangue del frutto del suo ventre…


Ecco, di fronte a certe scene il lettore di Moresco non può non restare a bocca aperta. E sorprendersi di come l’immaginazione dell’autore possa arrivare a tanto. E congratularsi con l’autore per come riesce a narrare anche le cose più impossibili e impensabili. Pensare l’impensabile. Ecco. E’ questo ciò che riesce a fare uno come Antonio Moresco (quasi prete, fuoriuscito dal seno della Chiesa per sposare l’ideologia di sinistra più estremista, per poi sopravvivere alle Brigate Rosse e alle lotte armate e diventare quello che è diventato oggi, uno scrittore di qualità, uno che ha – ancora – un mondo intero da raccontarci, con uno stile personale che non ha uguali nel panorama letterario italiano di oggi).

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...