sábado, marzo 14, 2009


Elogio dei libri: il Philobiblon di Riccardo da Bury

Libro strano e curioso quello che ho trovato quasi per caso l’altro giorno alla Feltrinelli di via de’ Cerretani… Mi ha attratto subito il risvolto di copertina, lì dove Petrarca afferma che “nessuno aveva più libri di lui”. E chi era mai questo Riccardo da Bury da indurre il “poeta laureato” ad un’affermazione del genere? Era niente meno che il vescovo di Durham, amico e fedele alleato del Re britannico Edoardo III e custode, oltre che promotore, della biblioteca della (già allora) famosa Università di Oxford (tra le prime Università fondate nel Medioevo, insieme a quelle di Parigi, Bologna e Salamanca). Il trattatello è una vera e propria lode scritta in onore dei libri e una sorta di giustificazione a posteriori da parte dell’autore per spiegare le ragioni profonde della sua mania per i libri e per la conservazione e collezionismo degli stessi. In pratica, Riccardo da Bury scrisse sia per spiegare l’altissimo valore morale e spirituale che tutti possiamo riconoscere nella pratica della lettura sia per difendersi dagli attacchi delle malelingue che, all’epoca, si erano propagate in relazione alla sua biblioteca immensa e alle sue spese per acquistare libri da ogni parte del mondo conosciuto. L’autore chiude l’opera confessandoci che terminò di scriverla il 24 Gennaio del 1344. Di lì a poco sarebbe morto, lasciando per sempre questa valle di lacrime e affidando ai posteri la sua collezione privata nata per il bene comune e l’edificazione spirituale dei suoi studenti e di tutti coloro che si fossero avvicinati ai libri con amore e rispetto.



Il cap. I riserva subito una grata sorpresa: l’idea che la letteratura sia un modo per continuare a far vivere il passato e, dunque, in certo qual modo, che essa permetta il dialogo coi morti (vedi W.G. Sebald et similia), è espressa nel modo più chiaro e limpido possibile (il lettore essendo spinto a riflettere anche sullo stretto legame che c’è tra “lettura” come “lotta contro l’oblio” e “scrittura” come “strumento atto sia a riflettere sul passato che a ipotizzare il futuro”):

Nei libri ritrovo vivi i morti, nei libri prevedo il futuro, nei libri trovo le geometrie dell’arte bellica e dai libri escono le leggi della pace. Nel tempo tutto si consuma e marcisce e Saturno non si stanca di divorare i suoi figli: l’oblio seppellirebbe ogni gloria terrena se Dio non vi avesse posto rimedio inventando i libri (p. 37, dell’ed. Rizzoli, Milano, 1998, a cura di Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri).

Una seconda immagine icastica del potere dei libri segue poche righe dopo, quando Riccardo da Bury ci illustra in che modo i libri siano “liberali” e rendano “liberi”:

Riflettiamo […] su come nei libri il sapere sia a portata di mano, quanto sia semplice e misterioso insieme; con quanta tranquillità, senza falsi pudori ci spogliamo davanti a loro della nostra ignoranza. I libri sono maestri che ci educano senza bacchetta né verga, senza strepiti né rabbia e non voglion favori né soldi! Se ti avvicini loro, non dormono e non sfuggono se li interroghi per sapere! Non ti riprendono se sbagli e non ti ridono in faccia per la tua ignoranza! O libri! Soli liberali e liberi, voi che date a chiunque chiede e che rendete liberi tutti quelli che vi hanno serviti con serietà e onore (id., p. 41).

Non deve allora sorprendere se, a partire dal cap. IV, sono i libri stessi a prendere la parola, personificati, e a lamentarsi in prima persona (del plurale) contro i “chierici degeneri”, ossia, contro tutti quegli uomini di Chiesa che salgono in cattedra, ricoprendo le più alte cariche ecclesiastiche, senza aver prima “digerito” le varie letture e, soprattutto, dimenticandosi che se sono arrivati in alto lo devono solo ed esclusivamente ai libri. La polemica ritorna nel cap. IX (“Come non si devono condannare gli studi dei moderni (anche se si amano di più i libri degli antichi)”), lì dove depreca tutti quei chierici che sfruttano la conoscenza per sete di potere e ambizioni di stampo prettamente materialista (e dietro certe frasi, quanti professori universitari si possono scorgere oggigiorno, quanta attualità in simili esternazioni!):

Questi chierici ancora con il latte sulle labbra, senza alcuna decenza ottengono immeritata la docenza di più facoltà, e salgono in cattedra non con la dovuta cautela di un passo misurato, ma saltellando come le capre! [ricordate la Gelmini, natia di Brescia, che prese la residenza temporanea a Reggio Calabria, ben conscia del fatto che laggiù è molto più facile passare l’esame di stato da avvocato? E cosa fa ora la Gelmini? Non l’avvocato, no, né il giudice né il notaio… è la nostra brava Ministro dell’Istruzione!]. Non hanno ancora assaggiato il grande fiume [del sapere], intingendovi appena le labbra, che credono di averlo giù gustato in fondo; e poiché non hanno voluto sprecar tempo a imparare le cose elementari, costruiscono pericolanti edifici destinati a crollare quanto prima. Ormai cresciuti, è una vergogna che debbano mettersi da adulti a imparare quello che avrebbero dovuto conoscere prima, e così sono costretti a scontare per sempre la loro carriera precoce sì, ma immeritata (p. 131) [e quanti ne ho conosciuti di ricercatori – in ambito umanistico – che disconoscono l’uso del congiuntivo! O che fingono di aver letto Aristotele e Platone quando non sanno nemmeno cosa significhi “peripatetico” o “parmenideo”!].

Ciò che colpisce di questo stesso capitolo è il fatto che la famosa questione des anciennes et des modèrnes fosse già attuale (e dibattuta) nel 1344… Già allora, loro, giustamente, si consideravano “moderni” rispetto a Ovidio e Omero o a Virgilio e Tacito. E già allora si domandavano su chi fosse più bravo… Riccardo da Bury non ha dubbi: sarà che gli antichi “studiavano di più”, sarà che “fossero dotati di sensi più acuti” fatto che sta lui, pur non condannando i “moderni”, apprezza di più (e si schiera dalla parte) degli “antichi” [una studentessa mi chiese via email perché nei programmi universitari attuali non comparissero mai o solo raramente corsi dedicati ad autori contemporanei; le risposi citandole Italo Calvino: “si studiano i classici perché sono libri che non hanno smesso di dire quel che avevano da dirci” e “non si studiano i contemporanei” perché, ahinoi, molti docenti soffrono di codardia o sono fin troppo incerti e insicuri nel momento in cui si tratta di usare l’intuito e l’azzardo – gli unici mezzi per poter fiutare il “classico del futuro” e poterci costruire sopra un discorso critico che aspiri alla scientificità; poi è ovvio che si può sbagliare, ma il “sale” della ricerca dovrebbe essere anche questo; intuito e azzardo; un po’ di immaginazione, accompagnata sempre dalle regole della filologia e del rispetto per la “littera” del testo, antico o moderno che esso sia].

Nel cap. XV, invece, trovo l’ennesimo elogio iperbolico, e mi viene in mente la parte finale di 2001: Odissea nello spazio (la scena in cui David Bowman finisce dentro il vortice di colori, “verso l’infinito, e oltre”):

Libri! Compagni divertenti delle giornate limpide, conforti insostituibili nei fortunali della sorte avversa. […] Quanta la loro forza, […] se solo si pensa che grazie a loro si possono scorgere i confini dello spazio e del tempo e possiamo riflettere sulle cose inesistenti non meno che su quelle che esistono, come in uno specchio dell’eternità! Scaliamo le vette, esploriamo le profondità degli abissi e nei codici vediamo specie di pesci che la nostra atmosfera non potrebbe neppure contenere; nei libri raccogliamo con ordine le caratteristiche dei fiumi e delle fonti proprie di ogni terra [...]. Con i libri possiamo far visita agli abitanti dei cieli […] su, fino a perderci nello spazio fino al firmamento ornato di segni, di gradi e di ogni varietà immaginabile di figure; eccoci con gli occhi aperti sulla Galassia e lo zodiaco dipinto di animali celesti. Via, arriviamo ora, portati dai libri, ancora più su fino alle sostanze separate, così che l’intelletto possa salutare le intelligenze sue simili e scorgere con l’occhio dell’infinito potere della mente la causa prima e immobile, e grazie all’amore si unisca a Lui per sempre. E giunti fin là con l’aiuto dei libri, visto che siamo ancora viandanti in questo mondo, assaggiamo la ricompensa della nostra beatitudine (pp. 169-71, corsivi miei).

Insieme a questi “voli ulissiaci”, il libro è pieno di consigli pratici: su come comprare a miglior prezzo; su come farsi aiutare nel riunire libri che si trovano in monasteri o chiese lontane; su come leggere e trattare i libri e come riporli negli scaffali una volta letti. In tal senso, il cap. XVII è il più “comico” e divertente. Riccardo da Bury elenca i peggiori vizi di certi suoi alunni; li depreca quanto lasciano cadere pezzi di cibo o resti di frutta dentro le pagine dei codici; o quando si mettono a leggere, senza soffiarsi il naso sgocciolante; li sgrida quando si accingono ad aprire le candide pagine con mani sudice o unghia sporche. Ha proprio ragione il vescovo di Durham: se i libri sono i custodi della sapienza, dobbiamo sfogliarli con riverenza e come se la lettura fosse un atto d’amore. Quindi ragazzi attenti la prossima volta che trattate male un libro, perché (p. 185) “I libri non sono scarpe, bisogna averne più cura, molta di più”.

Insomma, una lettura amena e che consiglierei a tutti quei docenti che si occupano di letteratura o di materie umanistiche. Oggi non si legge quasi più in classe; o almeno, si legge poca letteratura. E questo è un male che sconteremo in futuro tutti, se non vogliamo che l’ignoranza e la dittatura prevalgano. Ipse dixit. Amen.

martes, marzo 10, 2009


Magic moments (o moments of being)

E' inutile, mi ricapita sempre, ogni volta che torno a Roma mi viene voglia di restarci per sempre, è una città che ormai mi ha conquistato "de por vida" (vita natural durante), non ci posso fare niente, è così, l'accetto, è un dato di fatto che (lo) si può (solo) accettare... (Roma non è una città, ma uno stato d'animo)...

Ascoltavo un brano di Bob Dylan l'altra sera, un pezzo che fa parte della colonna sonora di The Big Leboswki (dei fratelli Coen e con il bravissimo Jeff Bridges nel ruolo più "freak" che ad attore sia mai capitato), una canzone che parla di "take a woman like you", sdolcinata e melodica, anche un po' triste, per quanto riuscissi a capirne, "what a wonderful feeling, just to know that you are here", insomma, roba così, che poi a me Bob Dylan nemmeno mi fa impazzire più di tanto, comunque, ero lì, che camminavo dalla Stazione Termini, saranno state le 23,30 quando, alla fine di via Gioberti, mi ri-imbatto nella facciata maestuosa di Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche di Roma (insieme a San Pietro, San Giovanni in Laterano e San Paolo Fuori le Mura) ed è sempre una sensazione di meraviglia quella che mi coglie, davanti a tante statue in marmo su in cima alla facciata, gli apostoli o i papi bloccati per l'eternità in atto di preghiera o con le mani stese a benedirti (anche se magari te non sei credente, perchè "Grazie a Dio sono ateo", come disse Luis Buñuel prima che la frase venisse sputtanata e stampata sulle magliette), con quelle teste piccole che sorreggono la mitra enorme, con quegli sguardi che, anche a distanza, non possono che apparire leggermente incazzati e fin troppo austeri... Ah, Santa Maria Maggiore...
...una volta, tanti anni fa, ci entrai per pregare, pregai un padre nostro o un'ave maria, ora non ricordo con esattezza, il punto è che ci entrai, mi feci il segno della croce per invocare l'aiuto divino, pregavo Dio affinché mi facesse passare il primo esame difficile, era il primo scritto d'inglese, sì, era lui, era difficilissimo superarlo, e me lo sentivo ed era per quello che, addirittura, arrivavo a scomodare gli Stati Maggiori, pur sapendo di essere un peccatore, volevo chiedere ipocritamente la grazia e, ovviamente, l'esame andò male, mi bocciarono e per lo sconforto volevo suicidarmi, sì, e Roma mi accompagnava, mi cullava con il suo traffico caotico e stressante, con le sue strade sporche, mentre io avevo già deciso tutto, scesi alla fermata del laghetto dell'EUR, cioè, mi volevo buttare nel lago e morire per affogamento, che pensieri romantici, che giovane di belle speranze che ero all'epoca (e ovviamente anche il tentativo di suicidio andò in vacca, mi fermai al McDondald che stava nei pressi del laghetto e mangiai un gelato da poche lire (all'epoca c'erano ancora, quanto costava? 500 o 1000 lire?)...


Attraverso Via Merulana, passando davanti alla lapide in cui è scritto che "qui Carlo Emilio Gadda ambientò il suo Quer pasticciaccio brutto dell'omonima e famosa), e decido di farmi a piedi tutta Via Cavour per andare a rivedere il Colosseo, ah, il Colosseo, la maestà der Colosseo, la santità der Cupolone, le pietre secolari che giacciono placide nei Fori Imperiali, le varie chiese e chiesette che spuntano in mezzo all'antichità e agli alberi e alle palme (non capisco ancora come, ma qui intorno è pieno di palme), e i gabbiani, ah, i gabbiani che volano sopra l'Altare della Patria (sarà pure un monumento mussoliniano, ma quanto mi piace la geometria dell'Altare della Patria, questa grossa macchina da scrivere "fascista" che ispirò quel film assurdo a quel matto di Peter Greenaway, oddio, come si chiamava quel film, ambientato proprio "dentro" o "sopra" l'Altare della Patria di Piazza Venezia?). E quanto coraggio ci vuole per attraversare Piazza Venezia? E' immensa, è sempre trafficata, come ogni strada de Roma, d'altronde...

...E mentre Bob Dylan mi culla (ormai ascolto la canzone a ripetizione), faccio un salto a Largo Argentina, già che ci siamo, e poi cammino per Corso Vittorio Emanuele II, fino all'incrocio con Via del Paradiso, ah, Via del Paradiso (solo Roma poteva contenere dentro le sue viscere, dentro di sè, nel suo reticolato di strade, una via che si chiama Via del Paradiso), un po' stretta, piena di baretti, puzza anche un po' di urina e spazzatura, ma mi ci infilo dentro, e la percorro col sorriso sulle labbra, mentre quello canta "take a woman like you", perché so dove finisce, so che sbocca su Campo de' Fiori, ah Campo de' Fiori, quante birre ci ho bevuto da giovane, di sera, da giovane studente universitario fuori sede e fuori orario, e quanti gelati ci ho mangiato, quante gelaterie artigianali e quanti pub e pizzerie e gente che passeggia beata e tranquilla, a ogni punta estrema della piazza del Campo ci sono due fontanelle dalle quali è possibile bere, ah, le fontanelle pubbliche di Roma, ah, l'acqua di Roma, che è l'acqua più bona che c'è!

Sono qua, e che nun gliela faccio un salto a Trastevere? Non ci vado a guardare l'isola Tiberina? (Quell'isola mi fa venire in mente una delle scene più toccanti girate da Nanni Moretti, quando, in Aprile, passeggia da solo in su e in giù, sulle grosse piattaforme di marmo, davanti al Bambin Gesù, in attesa che la moglie metta al mondo il loro bambino, il primo figlio, e lui cammina in su e in giù, con tutta l'ansia del momento e poi, quando nasce, prende la solita vespa e mentre l'Italia festeggia la vittoria di Romano Prodi alle elezioni, lui urla, tra le bandiere rosse: "Quattro kili e duecento grammiiiiii!!!!")...


...e poi ci sarebbe Via della Conciliazione e le mura circolari di Castel Sant'Angelo, oddio, ma come si fa a riguardarla tutta, una città immensa come Roma? E piazzale Clodio (dove andavo a prendere i cornetti caldi per una matta con la fissa per i cornetti al cioccolato - ma caldi) e viale Mazzini, col cavallo della Rai, e dall'altra parte lo stadio Olimpico, e la salita della Via Gianicolense, ah, il Gianicolo, che vista che si gode da lassù, che aria, che cielo, che sole, che passeggiate nel verde dalla terrazza de Roma capoccia! E quanta, quanta nostalgia di questo locus...

martes, marzo 03, 2009


Ai confini della realtà

Tre anni or sono, un mio vecchio amico (ed ex-collega) mi regalò i primi 50 episodi in dvx di The Twilight Zone, serie di culto nell’America degli anni 50 e 60. La serie è apparsa anche sui teleschermi italiani, col titolo “Ai confini della realtà” (quando la traduzione letterale sarebbe stata meglio, essendo “La zona del crepuscolo” titolo ben più efficace e attinente all’originale – tra parentesi, “La zona del crepuscolo” è anche il titolo di uno degli albi “storici” di Dylan Dog, il n. 7). Il successo della serie continuò anche nel corso degli anni 70, fino ai primi anni 80, quando registi del calibro di Steven Spielberg e John Landis (insieme a Joe Dante e George Miller) le resero omaggio con l’omonimo film a episodi (uscito nel 1983). Sono molti gli episodi che mi colpiscono o che mi turbano, lasciandomi una sottile sensazione di angoscia esistenziale; uno dei miei preferiti resta quello che s’intitola “Tempo di leggere”. Vi si narra la storia di un impiegato di mezza età, infelicemente sposato, e con una smodata passione per la lettura. Legge tanto e di tutto, anche in banca, dove lavora e subisce le minacce quotidiane di licenziamento da parte del capo (il nostro eroe è troppo distratto con i clienti, troppo “sperduto” tra le sue letture, per prestare la dovuta attenzione al denaro e ai conti – che non tornano mai).

Il tono dell’intero episodio è cinico. Una riprova: la scena in cui il nostro povero impiegatuccio torna a casa e scopre che la moglie gli ha rovinato una copia di un libro (un saggio o un’antologia di poesie, ora non ricordo bene) scarabocchiandone tutte le pagine a penna. L’uomo si dispera e piange. E le domanda perché; perché tanto odio e tanta cattiveria? (e allo spettatore, anche a quello meno affezionato alla lettura, verrebbe davvero voglia di strangolarla, la faccia da schiaffi della moglie arpia).

Fin quando non succede l’impensabile: un’esplosione atomica distrugge e rade al suolo ogni cosa. Il nostro impiegatuccio diventa l’unico sopravvissuto, l’ultimo uomo sulla Terra (è anche il titolo del n. 77 di Dylan Dog). Che fare al posto suo? Come occupare il tempo, in mezzo a una desolazione universale? Oltre a nutrirsi e a dormire (e a passeggiare tra le macerie), il protagonista non sa con chi parlare, se non con se stesso (con il conseguente rischio di impazzire). Fino a quando non si trova a passare davanti alla Biblioteca Nazionale e lì, sulle scalinate, s’imbatte nella sua possibile salvezza: mucchi di libri e di scaffali ricolmi di carta stampata. L’omino urla di gioia, c’è di tutto, e ha tutto il tempo per leggere: l’opera omnia di Shakespeare, tutti i romanzi di Dickens, di Swift, di P.D. Woodhouse gli appaiono come l’ultima speranza, un modo per attendere la morte col sorriso sulle labbra (un modo per comunicare con i morti, con quelli che ci hanno preceduto ma che ancora continuano a parlarci, a distanza, attraverso la scrittura).

Ma il tono dell’episodio è cinico (l’ho già detto). E cosa accade a questo punto? Che mentre sta per aprire il primo tomo e sfogliare la prima pagina, l’omino fa cadere gli indispensabili occhiali da miope, vanificando ogni possibile tentativo di salvarsi attraverso la lettura. Il nostro omino non può che constatare la catastrofe. Scoppia a piangere e si chiede perché… perché tanta sfortuna… perché tanta disgrazia.

Accanto ai libri trovati per terra, l’omino trova un orologio che, ovviamente, non segna più le ore. Il tempo si è fermato. Forse per sempre. D’altronde, anche se quell’orologio continuasse a funzionare (e le sue lancette a girare), non servirebbe a nulla. Che senso ha lo scorrere del tempo quando il solo destinatario dello stesso scorrere è soltanto un singolo, povero omino? Che senso avrebbero gli orologi dell’intero pianeta, se sulla Terra fosse rimasto solo un uomo?

Ecco che i libri (ovvero la lettura: ovvero la letteratura) si presentano come un “tempo altro”, strumenti che misurano un altro tipo di tempo e che, soprattutto, ci permettono di evadere dal nostro (da quello segnato e indicato dagli orologi). Togli i libri, distruggi le biblioteche, elimina la carta stampata, e non ci resta altro che la nuda terra e il nudo scorrere di un tempo “senza direzione” e, quindi, “senza senso”. Non solo i libri “riempiono” di senso il nostro “esserci” (nel tempo), ma danno anche una direzione “nuova”, per così dire “aperta” (e imprevedibile; ancora meglio: “imprevedibile perché aperta”) al tempo che (ci) li contiene. Togli i libri, insieme al tempo, e all’ultimo uomo sulla Terra non resta che darsi la morte per evitare di impazzire nell’attesa che l’Oscura Signora se lo venga a prendere da sola. L’attesa è troppo lunga; e troppo snervante per poter trovare una soluzione “pacifica” al problema… o no? Come potrà vivere ancora il nostro amico lettore? Come passare tutto quel tempo? Non lo sapremo mai; o forse, lo sapremo solo quando anche noi finiremo “in una dimensione senza limiti, come lo spazio, e senza tempo, come l’infinito, la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere, una regione che potrebbe trovarsi… ai confini della realtà”. 

jueves, febrero 19, 2009

Una frase dal tono lirico lì dove meno ce la si aspetta (dentro un saggio di critica letteraria, per la precisione in Tabucchi: la specularità e il rimorso, di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni, 2006, p. 250):

 

“Attraversati dal tempo mentre attraversiamo il tempo, con soprassalti di durata, mentre a dominare è l’istante e in quello la fugacità e rapidità delle apparenze”.

Non riesco a capire razionalmente in che modo, ma io in questa "mi ci ritrovo"...

martes, febrero 10, 2009


Un allegato contro Morfeo (ovvero: Vladimir Nabokov l’insonne da Habla, Memoria, Barcelona, Anagrama, 1986, pp. 106-107 – trad. di Enrique Murillo; trad. dallo spagnolo all’italiano – infarcita sicuramente d’errori e orrori ortografico-grammaticali-sintattici – mia; titolo originale – in realtà ritradotto in inglese dalla prima versione in russo dall’autore e dal figlio Dimitri: Speak, Memory, New York, Putnam’s Sons, 1966).

“Durante tutta la mia vita mi è sempre costato “andare a letto”. Quei passeggeri dei treni che abbandonano da un lato il giornale, incrociano le loro stupide braccia e immediatamente, con attitudine di offensiva familiarità, iniziano a russare, mi lasciano perplesso come il tipo disinibito che defeca comodamente in presenza di qualsiasi chiacchierone che si trova nel bagno pubblico, o che partecipa a grandi manifestazioni, o che si iscrive a un sindacato con il desiderio di dissolversi in esso. Il sonno è la più idiota delle fraternità umane, quella che richiede più diritti e che esige i rituali più rozzi. E’ una tortura mentale che a me pare tra le più avvilenti. Le tensioni e gli sforzi della scrittura mi obbligano spesso, ahimè, a ingoiare una forte pillola che mi produce una o due ore di temibili incubi, o addirittura a dover accettare il comico sollievo di una pennichella, nello stesso modo in cui un libertino senile potrebbe andare trotterellando incontro all’eunuco più vicino; e perciò mi risultava semplicemente impossibile abituarmi a questo quotidiano tradimento notturno della ragione, dell’umanità, del talento. Per stanco che sia, il dolore che sento nel momento in cui mi congedo dalla coscienza mi sembra indicibilmente repulsivo. Aborro Somnus, questo boia dalla maschera nera che mi lega al patibolo; e se, ahimè, con il passare degli anni, man mano che si avvicina una disintegrazione ancor più completa e risibile che, lo confesso, ultimamente toglie gran parte dei suoi meriti ai terrori abitudinari del sonno, ho finito con l’abituarmi tanto alla mia ordalia notturna che avanzo quasi spavaldo verso di essa mentre l’ascia familiare esce dalla sua gran cassa di contrabbasso rivestita di velluto, all’inizio ero privo di questa consolazione o difesa: non avevo nulla, eccetto un indizio di luce nel potenzialmente luminoso candelabro della camera di Mademoiselle, la cui porta, su ordine del medico di famiglia (ti saluto, dottor Sokolov!), restava leggermente socchiusa. La sua debole striscia di soave luminosità verticale (che le lacrime di un bambino potevano trasformare in raggi di misericordia) era qualcosa a cui afferrarmi, dato che nell’oscurità completa la mia testa navigava e la mia mente si scioglieva in una travestita versione della lotta con la morte”.

jueves, febrero 05, 2009

LA FESTA E’ FINITA, ANDIAMO IN PACE

“Bene, ora mi spieghi la differenza tra parodia e satira”.
La studentessa alza gli occhi al cielo, poi li abbassa verso la sua copia del testo d’esame. Cervantes inizia a rivoltolarsi nella tomba…
“Non mi può parlare del Don Quijote senza dirmi la differenza tra parodia e satira”.
“Mah, ecco… la parodia è…, è, dunque, la satira è cattiva…”
“Sì, e la parodia è buona…”.
“Sì, ehm, ecco… così”.
Affondo maligno:
“Allora mi spieghi cos’è l’ironia. E’ per caso una tecnica? Un genere letterario? O una figura retorica?”.
E mentre la studentessa si arrabatta e le lacrime iniziano a fare capolino mi accorgo all’improvviso del fatto che Cervantes scrisse e pubblicò in un arco di tempo molto ravvicinato ad Ariosto e Shakespeare. Che trio! Ariosto, Cervantes e Shakespeare; potrebbero diventare i protagonisti di una di quelle barzellette tipo, allora c’è un italiano, uno spagnolo e un inglese (o un francese o un tedesco).
Qualcuna si alza e va al bagno (a piangere? Oppure a ripassare?); qualcuna mi viene vicino e mi dice che non è riuscita a fare l’iscrizione online all’esame perché c’è stato brutto tempo e le è saltata la connessione adsl. Non ho voglia di bocciare nessuno oggi. E’ il mio ultimo giorno in questa Università (“de cuyo nombre no quiero acordarme”).
Poi si presenta una signora, dice che è una madre di famiglia e che deve andare all’asilo a riprendersi i due figli, mi chiede se può passare davanti alle altre, e sostenere l’esame prima dell’una, che a quell’ora i bambini escono. Le dico, va bene, passi pure. Apro il libretto e vedo che è cubana, di nazionalità cubana, ma allora caspita, possiamo sostenere l’intero esame in lingua, no?
“No, ecco, vede, professo’, io so sposata a uno di qua, so diecianni che vivo qua con un italiano e ho perso un po’ la lingua”.
Cristo santo, ma come si fa a perdere la lingua madre, dico e domando…
“Sì, ecco, vede, per me sarebbe meglio in italiano”.
E vabbè, cominciamo con i tre romanzi previsti dalla bibliografia primaria.
“No, ecco, vede, professo’, io ne ho letto solo uno, credevo fosse uno a scelta tra i tre”.
“Ma scusi, scusi tanto, ma dove l’ha letto? Dove stava scritto?”.
“Ma no, ecco, vede, io immaginavo, e poi ho avuto dei dubbi, ma non gliel’ho chiesto”.
“Mi poteva anche solo scrivere un’email”.
La signora cubana alza gli occhi al cielo; poi li riabbassa sull’unico romanzo che ha preparato per l’esame (la copertina è consumata; il libro è pieno di postit e di fogli d’appunti che fanno capolino a ogni capitolo; beh, almeno questo è vero, questo qua se l’è studiato a fondo).
“Ecco, vede, io mi vergognavo a chiederglielo”.
Ma Cristo santo, a volte mandate le email più idiote, fate le domande più astruse, e non chiedete se i tre romanzi in programma d’esame vanni letti e studiati tutti e tre?!
La boccio. E’ inevitabile, in casi disperati come questi.
Lei capisce, si alza, mi stringe la mano, mi da l’arrivederci e se ne va (forse si sente un po’ in colpa; forse si vergogna perché realizza che la sua preparazione è insufficiente).
Poi c’è quella che, pur essendo timida, ha studiato e le metto trenta. E c’è quella che, furba, pur non avendo studiato, fa finta di sapere l’argomento, finge di dominarlo, di avere digerito certe letture, e allora scatta la domanda cattiva:
“Mi dice la differenza tra metafora e similitudine? E che s’intende per metonimia?”.
La studentessa resta interdetta. Poi si fa coraggio e reagisce:
“Ma scusi, professore, non c’era la metafora nel corso; non c’era da nessuna parte; e nemmeno la metonimia”. E immagino un dialogo impossibile: tra Cervantes, Shakespeare e Ariosto, che si accapigliano sul concetto di metafora e provano a spiegare cos’è una metonimia (ci avete mai fatto caso? Tutti e tre gli autori parlano, in certo qual modo, del tema della follia: Don Chischiotte è un pazzo che crede che quanto legge nei romanzi di cavalleria sia realtà pura; Amleto è uno che, all’inizio e per smascherare suo zio, si finge pazzo, poi impazzisce veramente – nel mentre, e tanto per gradire, fa impazzire pure l’amata Ofelia; Orlando è pazzo d’amore per quella povera di Angelica la bella; ci avete, dico, mai fatto caso, ripeto?).
E poi gli esami finiscono. E’ da stamane alle 5 che sono in piedi e in viaggio e ho voglia di fumarmi una bella sigaretta. Lo faccio all’ingresso principale. Quella che ha preso 30 mi saluta con un sorriso a 36 denti; l’amica che ha preso 24 mi sorride, ma con un sorriso falso. Possono i voti che dai a un esame orale modificare la purezza, la sincerità, diciamo pure l’ “ampiezza dentale” di un sorriso? Risposta secca: sì, certo che possono. Che mondo!
Fumo e ho la nausea, sempre così, quando fumo a stomaco vuoto. Mi fermo alla macchinetta e prendo un kinder bueno. Un ragazzo di cui non ricordo il volto mi si para davanti e tutto allegro e contento mi fa: “Professore! Ho trovato il titolo del film di cui le parlavo l’altra volta all’esame!”. Non mi ricordavo minimamente del suo esame. Né del film cui si riferisce: “E’ Vero come la finzione, di Marc Forster, con Dustin Hoffman ed Emma Thompson. Lo deve vedere, professo’, è proprio identico a Niebla”. Annuisco. Lo ringrazio molto del consiglio. E me ne torno con i registri e i libri su in ufficio.
Una specie di mini-sgabuzzino ad uso e consumo di noi precari. La campana delle 19 suona puntuale da una chiesa vicina. Accanto alla chiesa c’è una casa di riposo. E qualche metro più in là il cimitero vecchio. Un’allegria da far girare la testa.
Gli ultimi esami. Dopo un anno e mezzo di lavoro e di viaggi e di fatica sia fisica che mentale. Quanti ragazzi avranno seguito le mie lezioni? A quanti saranno piaciuti i miei corsi? Chi si ricorderà di me? E di quale studente mi ricorderò io in futuro?
La festa è finita, andate in pace.
Amen, risponde in corso l’intera classe.
E ho finito pure le sigarette. Cazzo.

05/02/09

martes, febrero 03, 2009

Il lungo addio

Chi è fan di vecchia data di Dylan Dog (come lo sono io), ricorderà senza dubbio che Il lungo addio è il titolo di una delle storie più belle mai scritte da Tiziano Sclavi per la serie bonelliana (si tratta, per l’esattezza, dell’albo n. 74). Risfogliandone alcune pagine (con sacrale attenzione; la rilegature è quasi andata, l’albo potrebbe sfaldarsi a ogni sospiro, l’ho davvero consumato), mi sono tornate in mente le tante volte durante le quali ho pianto, a leggere di questa romantica storia d’amore di un Dylan ancora giovane, ancora immaturo, e perciò pieno di quei dubbi che ci hanno travagliato l’anima quand’eravamo adolescenti pure noi. E a p. 45 mi sono di nuovo imbattuto in una poesia, una delle tante poesie che Sclavi scrive come se fossero canzoni (e, in effetti, oltre ad essere autore di sceneggiature per fumetti, oltre ad essere romanziere, e oltre ad essere folle – nel senso buono del termine -, è anche autore di canzoni): non resisto alla tentazione di trasporla per intero su questo blog (così come non resisto alla tentazione di spulciare la data di pubblicazione dell’albo: si era nel lontano Novembre del 1992, io avevo appena 15 anni, ed ero innamorato perso di una specie di Morticia che non sospettava nemmeno della mia esistenza; troppo timido per fare il primo passo, troppo stupido per capire che Morticia non sarebbe mai stata la donna della mia vita):

 

…E lunghe ore a ingannarci così

a dire lui e lei, sempre gli altri

e i palliativi sono sempre tanti

per non ammettere che siamo qui

e Charlie Brown e Mafalda e la scuola

storie un po’ vere a volte inventate

nei pomeriggi d’inverno e d’estate

di strani voli su una parola

 

Quando cantavo Plaisir d’amour

tu mi guardavi e ridevi più forte

non lo capivi e la furba eri tu

e mi hai sospeso su un filo di lana

e mi ci terrai ancora per molto

giovane amore, fiore non colto

o forse sì; ma da un’altra mano

 

E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene

a volte credo di esserne certo

a volte invece sembra tutto uno scherzo

fuggono gli occhi come falene

amica mia sorella speranza

quello che vuoi io non ti dirò

quello che voglio non sentirò

quello che c’è dietro l’indifferenza

 

E tutto è morto e tutto è ancor vivo

e solamente tutto è cambiato

quello che provo l’ho sempre provato

e credo ancora in ciò in cui credevo

e il fiocco nero è l’unica cosa

che mi è rimasta con la malinconia

ma insieme a questa stanca anarchia

vorrei anche te, amica mia

 

Ma dimmi tu non è meglio così?

Immaginare ed illudersi sempre

qui ad aspettare qualcosa o niente

qui ad aspettare un no o un sì

che in ogni caso sarebbero fine

di tutto questo che almeno è un ricordo

così studiato giorno per giorno

fatto di tanti cristalli di brina

jueves, enero 29, 2009


Liste

 

Dopo aver viaggiato dal Nord al Sud d’Italia, faccio una sosta di un paio di giorni dai miei, in terra d’Abruzzo. Il pomeriggio ho rivisto Marco, un amico d’infanzia, uno di quei vecchi amici che, anche se sono decenni che non vi vedete, poi è tutto come prima, come se non vi foste mai separati, come se il tempo non fosse passato e la distanza non contasse nulla…

 

Marco lavora in una ditta che rifornisce di caffè le macchinette automatiche che io e te (potenziale lettore che leggi) troviamo nelle Università, negli ospedali, e in un monte di altri locali pubblici. Marco lavora parecchio ed è già stanco (anche se sono solo le 17,36 del pomeriggio). Mi offre un campari corretto al gin (fin troppo forte, per le mie abitudini alcoliche) e mi dice che la fidanzata l’ha mollato per un altro. Convivevano da quasi due anni (davvero? Non lo sapevo mica che eri andato a convivere, accidenti! Il più grosso sbaglio della mia vita) e ora lei l’ha lasciato e Marco è dovuto tornare a stare dai suoi (e pensa che la consideravo la mia donna ideale, tu pensa, credevo perfino di farci un figlio insieme, con quella stronza! E che ci vuoi fare? E’ la vita, vagliò).

 

Mi conferma che qui la vita è sempre uguale (come se a Firenze, o Milano, o Catania, fosse diversa) e che si è rotto le palle. Sarà per Valeria (questo il nome della stronza), sarà per la routine o il lavoro (che lo stressa parecchio e che, economicamente, non lo soddisfa affatto), sta di fatto che Marco ha pensato anche alla fuga, si è arrovellato intorno all’idea più azzardata: lasciare tutto, casa dei genitori, lavoro sicuro e la nostra piccola cittadina arroccata sui monti, per costruirsi un futuro se non “migliore”, almeno “diverso” (è così che dice e me lo ripete, scolandosi il bicchiere dell’aperitivo con una rapidità estrema: “se non migliore, almeno diverso” e aggiunge: “cazzo!”, mi pareva strano che non mettesse il puntino).

 

Mi chiede di me. Se sto ancora con Alyssa, come mi va il lavoro all’Università (ma non sospetta che per campare me ne devo trovare un altro), se continuo a viaggiare (tanto, troppo, e aggiungo: “cazzo”, ovvio), se mi trovo bene con Alyssa e se lei è la donna della mia vita (grossa domanda, questa, vagliò: e chi lo sa per certo se quella con cui dorme tutte le notti e sotto lo stesso tetto è davvero la donna della sua vita? Chi? Già, hai ragione, non mi ci far pensare… Quella stronza, che troia, andarsene con un altro…).

 

Poi ci salutiamo. E mentre riesco a far uscire l’auto da un parcheggio troppo stretto senza fare danni alla carrozzeria, mi domando se Alyssa è davvero la donna giusta per me e se è quella della mia vita. E mi viene da pensare a un futuro remoto in cui saremo genitori. E a come ti cambia la vita avere un figlio. Marco ci avrebbe fatto anche dei figli con Valeria… se non fosse successo quello che è successo. E come si fa a mettere al mondo dei figli in un postaccio come il nostro, in una situazione come quella attuale?

 

Chiamo Alyssa e glielo chiedo: “tu sei tutto di fuori; cos’hai, bevuto?”. Le dico che ho solo sorseggiato un po’ di campari corretto con il gin. E le riassumo la chiacchierata che ho avuto con Marco, quel ragazzo, amico mio, che non vedevo da una vita. E mentre Alyssa prova a farmi ragionare, penso a come sarebbe bello, se avessi un bambino, fargli vedere tutti i film che hanno significato qualcosa per me, e a come sarebbe eccitante leggergli ogni notte (per conciliare il sonno) una delle tante pagine dei tanti libri che hanno segnato la mia vita di bambino (prima) e di adulto (poi).

 

Alyssa mi chiede di spiegarmi meglio. “Scegli dieci titoli di film e dieci dei libri che, a tuo parere, sono i primi dieci di un’ideale top-ten mondiale”. Alyssa mi richiede se ho bevuto. “Dai, su, quali sono secondo te i primi dieci film e i primi dieci libri più importanti della storia del cinema e di quella della letteratura?”. A me vengono in mente questi (ma riduco la lista della metà, non sta bene far vedere o scoprire tutto e subito, poi spetterà a lui, all’ipotetico bambino – o bambina – andare avanti da soli nella scoperta del meglio che, nonostante il postaccio in cui siamo, siamo riusciti a produrre nell’arco dei secoli):

 

I PRIMI 5 FILM:

 

1-Citizen Kane, ovvero: “Quarto Potere”, di Orson Welles;

2-Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola;

3-La febbre dell’oro, di Charlie Chaplin;

4-2001: Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick;

5-Sussurri e grida, di Ingmar Bergman.

 

I PRIMI 5 LIBRI:

 

1-Odissea, di Omero;

2-La Divina Commedia, di Dante;

3-Don Quijote, di Cervantes;

4-Ulysses, di Joyce;

5-Alla ricerca del tempo perduto, di Proust.

 

Ripasso mentalmente e velocemente le due liste, partendo dalla prima: forse ci sono troppi americani (ma come dare loro torto? Se è vero che i primi film li hanno girati i fratelli Lumière, è pur vero che il cinema inteso come “arte del sogno” e che “fa sognare a occhi aperti” l’hanno inventata loro); forse potevo metterci il Rossellini di Roma città aperta al posto di quel Bergman (o Umberto D., di De Sica, al posto di… boh?); e riguardando la seconda lista, m’accorgo che sono tutte e 5 opere-mondo, di narrativa, bene o male, e molto lunghe… Saranno adatte a una creatura nella fase della crescita? (Ma sì, basta leggerne dei passi, quelli “antologizzabili”, sono opere “smontabili” – come direbbe Umberto Eco…o no?).

 

Poi Alyssa riattacca, s’è stufata del gioco. A me verrebbe voglia di richiamare Marco e chiedere a lui le sue due belle liste. Ma Marco mi sa che è uno che lavora tanto e legge poco, non va quasi mai al cinema. Mi ha detto che l’ultimo film che ha visto è stato un horror, The Saw V, “l’enigmista” che sbudella le sue vittime con cinismo sopraffino. Forse Marco a quest’ora già dorme. O chissà se ancora non prende sonno, perché gli ho rinfrescato la memoria e starà ancora maledicendo la stronza…

domingo, enero 25, 2009

L’hotel di fronte casa

Ho scoperto che quello di fronte casa (non proprio di fronte, diciamo di fronte ma spostato sulla sinistra di dieci metri) non è un ospizio per anziani, né un collegio per studenti americani (come suggeriva la padrona), ma un hotel. Ecco spiegati i due fari che, dal basso, dal pianterreno, sparano due raggi di luce durante la notte, fino a che non spunta il sole. Ed ecco spiegata la nicchia scavata nel cemento con dentro il nome: “Hotel President”. Il punto è che sembra sempre vuoto. Non c’è ombra di turista nei paraggi. Né di dipendenti. Eppure… le luci sono sempre accese di sera. Se mi affaccio dal balcone riesco a vedere perfino un quadro, di quelli tristi tipici di certi ospedali, una natura morta. E, dalla finestra di fianco, un crocefisso e una porzione di lampadario…

L’hotel è immerso nel verde (come casa nostra, d’altronde – io di fronte ho una collina di ulivi). L’ingresso è dato da una stradicciola sterrata che conduce a un portone alto due metri. Di legno antico. Con due battenti di bronzo che, a occhio e croce, devono pesare un accidente.

Se si segue la stradina che costeggia l’hotel si può arrivare fino a San Domenico e da qui su su fino a Fiesole. Da casa non solo riesco a vedere la cupola del Brunelleschi, ma anche spicchi di colline della zona fiesolana.

Leggo da una Storia della Letteratura Italiana edita da Einaudi che Fiesole e Firenze sono state acerrime nemiche durante il XIV e XV secolo. E che solo dopo anni di feroci battaglie campali, i fiorentini hanno avuto la meglio. Nel romanzo picaresco Guzmán de Alfarache, il cap. 1 del II Libro della “Segunda Parte” descrive la Firenze ai tempi della famiglia De’ Medici nei suoi più minuti dettagli; il narratore ne loda le strade pulite, l’ampiezza delle piazze, l’ordine e l’architettura delle case e dei palazzi, la vastità dei giardini di Palazzo Pitti, la grandiosità del Duomo, per poi sottolineare la gentilezza degli abitanti. A detta di Guzmán, Firenze gli stranieri “los admite, agrega, regala y favorece más que a sus propios hijos”. Oggi non mi sembra sia più così. E comunque fa un certo effetto leggere (oggi) di una città di oggi attraverso gli occhi di un autore (di ieri) puntati sulla stessa città così come appariva (allora).

C’è una finestra, al terzo piano, che resta sempre aperta, anche di notte. Solo che dentro non si vede mai nessuno (non a questa distanza, almeno).

Tutto intorno è buio. E stranamente, stanotte, soffia un vento caldo, pur essendo ancora pieno inverno. Ci sono solo due macchine, parcheggiate vicino all’ “Hotel President” e spero che siano di qualche dipendente. Perché io di turisti, qui attorno, non ne ho mai visti…né sentiti.

lunes, enero 19, 2009

Di che parla (o sembrerebbe parlare) INLAND EMPIRE: ovvero quante porte aprono i protagonisti nei film di David Lynch

 L’altra sera soffrivo d’insonnia e così mi è venuta la brillante idea di vedere l’ultimo film di David Lynch, INLAND EMPIRE, uscito nelle sale nel 2006, dopo anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia. Di che parla INLAND EMPIRE? (N.B.: il regista vuole che il titolo del film venga trascritto – e pubblicizzato – a caratteri cubitali. Motivo? Non lo so. Bisognerebbe chiederglielo. Questa puntualizzazione, comunque, me ne ricorda un’altra: quella del titolo del romanzo di Tiziano Sclavi, Nero., con “punto” finale incluso… ma non divaghiamo). La domanda: “di che parla?” è mal posta, ogni qualvolta si parla dei film di Lynch; e questo non perché egli non sappia raccontare una storia con un suo inizio, uno sviluppo e il suo finale catartico (vedi: The Straight Story (1999), ovvero: Una storia vera, in cui, appunto, Lynch racconta la storia vera di quel vecchietto che decide di rivedere suo fratello dopo anni di silenzio e di reciproco astio e che, per portare a termine la missione, lo raggiunge (da solo) con una specie di motozappa attraversando mezza America dopo non ricordo più quanti mesi), ma perché, sin dagli esordi, egli ha manifestato una particolare predilezione per la rappresentazione dell’inconscio e degli incubi o sogni inquietanti di cui questo si nutre (vedi: Eraserhead, ovvero: La mente che cancella, un film del lontano 1978 con al centro della trama un giovane padre che, abbandonato dalla compagna, continua ad accudire il figlio, una specie di esserino a metà tra un neonato e un coniglio, che per tutto il film non fa altro che giacere su un letto emettendo un fastidioso e monotono ronzio o lamento da far tremare i polsi anche al più imperterrito degli amanti dei film di terrore). Chi ha già visto Strade perdute (del 1996) o Mulholland Drive (del 2001) sa a cosa mi riferisco; chi non li ha mai visti, e fosse curioso, beh, caro il mio potenziale spettatore dei film di Lynch, un consiglio spassionato: metti da parte la logica aristotelica, la logica narrativa, la consequenzialità spazio-temporale, la verosimiglianza e il principio di causalità (insieme a quello di non-contraddizione e a quello di identità) e abbandonati per un po’ all’irrazionale e al surreale, a mondi dove risulta complicato sapere chi fa cosa e dove e quando, esattamente, lo fa, oltre che perché la fa… Pensiamo anche solo all’incipit di un altro capolavoro lynchiano “doc”: quel Blue Velvet (1986), ovvero Velluto blu, che ha come attore protagonista quello stesso Kyle MacLachlan che impersonerà poi l’agente Cooper in Twin Peaks: una scolaresca attraversa la strada guidata da una amabile nonna-vigile; un fiammante camion dei pompieri cammina al ritmo della canzone anni 50 che dà il titolo al film, tutto è luce, splendore, e gioia di vivere, quando ad un tratto la musica (del geniale Angelo Badalamenti) cambia, si fa cupa, e la macchina da presa si abbassa sul prato fino a mostrarci un orecchio umano immerso nell’erba… Ecco, è così che funziona coi film di Lynch: quando tutto sembra preannunciare qualcosa di già visto (o già noto e prevedibile), ecco che qualcos’altro irrompe per distruggere ogni forma di tranquillità (e razionale e filmico-narrativa). Da lì in poi, Velluto blu diventerà una specie di indagine amatoriale condotta da MacLachlan intorno all’uomo che ha perso l’orecchio e una specie di discesa agli inferi intorno alla pulsione verso il male che ognuno di noi sente (o ha sentito almeno una volta) nel corso della sua placida vita da “persona per bene”.

Ecco, in parte è quanto succede anche in INLAND EMPIRE: solo che qui le irruzioni nel surreale e nell’anormalità avvengono sin dall’inizio e di continuo; il film dura quasi 3 ore, ma non si ha proprio mai il tempo per realizzare in quale fase dell’incubo (o del sogno inquietante) ci troviamo (e una volta entrati nell’ottica, posso assicurare che diventa davvero difficile: a) annoiarsi; b) staccare gli occhi dallo schermo; c) guardare il film con calma). C’è (anche qui, come in Mulholland Drive, o ancora, come in Strade perdute) un minimo di “storia” e di “trama”. E’ il plot principale che riguarda Niki (impersonata dalla bravissima Laura Dern, già attrice lynchiana sin dai tempi di Velluto blu), una donna di mezza età,  felicemente sposata, che riesce ad ottenere la parte in un film in cui si parla di un triangolo amoroso tra lui, lei e l’altro. Nei primi venti minuti del film capiamo anche chi sia il regista (Jeremy Irons) e chi l’altro attore chiamato a impersonare la parte dell’amante (Justin Theroux). E capiamo anche che il film, in realtà, non è basato su un soggetto originale, ma che è una sorta di remake di un film polacco che sembra non si sia mai riusciti a finire di girare per la morte dei due attori protagonisti. Un film “maledetto”, dunque, intorno a cui iniziano a circolare varie storie macabre; un film polacco, come polacca è la lingua parlata (e tradotta in didascalia) dalla coppia che apre il film in un iniziale bianco e nero (lei è una prostituta, lui un cliente; entrambi dal volto oscurato come si fa quando si censura un particolare anatomico). Ecco, mi diventa impossibile continuare a “parafrasare” o a “riassumere” il film. Di certo, questa è la storia (o trama) iniziale che Lynch ci presenta in quanto condannata a spezzarsi, a frantumarsi, a moltiplicarsi in mille altre storie a essa (più o meno) concatenate. Laura Dern inizierà a confondere il piano della realtà e quello della finzione fino a credere di aver tradito davvero il marito con l’attore che è suo amante sul set e fino ad avere degli incubi allucinanti.

Alla fine una cosa credo di averla capita; o almeno, credo di aver carpito almeno un aspetto importante di questo film che affascina e inquieta proprio perché “ci si entra dentro” (quando e se glielo concediamo) e “non si è più capaci di uscirne” (almeno fino alla scena finale): ogni volta che Laura Dern o uno degli altri attori del film aprono una porta, ebbene, allora quella porta condurrà in un altro film, in una storia secondaria, in un incubo o in un universo parallelo (è un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie). Per cui la domanda sensata da porsi davanti a un film di David Lynch dovrebbe essere questa: “quante porte aprono i protagonisti dentro i film di David Lynch?”. Esempio tratto dai primi minuti del film: una ragazza (che sembra - ma non è - la prostituta intravista in bianco e nero e dal volto “censurato” citata più sopra) piange mentre guarda seminuda la televisione all’interno di una camera d’albergo; in tv danno una sorta di sit-com o rappresentazione del teatro dell’assurdo in cui tre attori travestiti da “conigli” (una reminiscenza di Eraserhead? Ma sono poi davvero dei “conigli”? Hanno le orecchie dritte, ma il muso potrebbe essere anche quello di un altro animale, un cane, un gatto, un topo, etc.) dicono frasi senza senso, scatenando le risate del pubblico che intuiamo sia presente in sala. Uno dei “conigli” a un certo punto si alza; sembra abbia sentito qualcuno; apre la porta e scompare per poi riapparire all’interno di un hotel che sembra (ma forse non è) quello in cui si trova la ragazza che sta guardando la sit-com o rappresentazione teatrale surreale dei tre “conigli”…

Due le scene geniali che non posso non citare: 1 - quella in cui Laura Dern, accoltellata con un cacciavite da una donna misteriosa, si accascia a terra su un marciapiede di Hollywood e agonizza tra una coppia di giovani sbandati e una barbona di colore (è una scena straziante, mi fa tremare e mi commuove anche solo ricordarla e scriverne; la donna sta agonizzando, si tiene la mano stretta sulla ferita, vomita sangue, mentre la barbona, con cinismo e indifferenza le sussurra: “non ti preoccupare, signora, stai solo morendo”, e poco dopo la ragazza cinese accoccolata al fidanzato di colore ricomincia a parlare di discorsi assurdi con la barbona che ascolta attenta); e 2 - quella in cui Laura Dern pronuncia una frase che riassume il dilemma che la corrode dopo il tradimento ai danni del marito, rivolgendosi a Justin Theroux, e poi si ferma e dice: “sembra una delle frasi del nostro copione”… e per un momento anche noi spettatori non sappiamo più se quanto la donna sta dicendo appartenga al piano della finzione del film o se, invece, è parte del piano della “realtà” vissuta dall’attrice…

In sintesi: INLAND EMPIRE è un film che parla di film; è un film sull’erotismo insito nell’atto del guardare e del farsi guardare; è un film sulla possibilità di scivolare da un universo (noto) a un altro (apparentemente sconosciuto) senza sorta di continuità e provando i brividi che si sentono sempre al risveglio dopo un brutto sogno. Ed è anche uno dei miei film preferiti, perché fa 3 cose per me imprescindibili e le fa tutte e 3 contemporaneamente: fa commuovere, fa riflettere e fa paura.

 

P.S.: commento a caldo di una mia ex dopo la visione di Eraserhead: “No lo entiende ni su puta madre”; commento a caldo di mia cugina dopo la visione (al cinema) di Mulholland Drive: “Lynch: linciamolo!”; commento a caldo di mia madre dopo la visione (fugace e a una certa distanza dalla tv) di Strade perdute: “Ma che schifezza è? Cambia canale, per favore!”.

lunes, enero 05, 2009

Calle Muntaner

 

Para Mauro, por su abundante hospitalidad

 

La finestra è socchiusa e, nonostante le fronde degli alberi, si riesce a intravedere l’interno della stanza. Una bella libreria bianca, il televisore al plasma sulla sinistra e la poltrona verde sulla destra. Un’ombra cammina, da destra a sinistra, per poi fuoriuscire dal mio campo visuale, dal rettangolo della finestra, dall’inquadratura di un film muto che, ormai, va avanti da troppi giorni.

 

E’ notte fonda. La ragazza (sui venticinque anni) spegne la luce dell’abat-jour accanto alla poltrona. E’ seminuda. Spensierata. Ignora che qualcuno possa spiarla dall’appartamento di fronte. Mi sento in colpa, ma la tentazione è forte. Come si può evitare di guardarla? Chi potrebbe resistere a un simile regalo? Le foglie degli alberi stanno ingiallendo; la temperatura si è fatta più fredda. Vivo in questa casa da due anni. Calle Muntaner è diventata più lugubre negli ultimi tempi. Una signora anziana apre la porta d’ingresso e sparisce dentro l’oscurità.

 

Tremo all’idea di avvicinarmi al citofono. Non so come si chiama. Non ho nemmeno il suo numero di telefono. Sfoglio l’elenco telefonico come fosse un libro di magia nera che mi offrirà la formula per scovare il tesoro nascosto. Forse sto davvero diventando pazzo. Però… è così, non ci sono dubbi: basterebbe scoprire la scala, il numero dell’interno e poi incrociare il cognome con il nome della strada per dedurne anche il numero del telefono. Ogni tanto la sento ridere. Volevo dire: la vedo, mentre ride. Chissà con chi parla. E se è fidanzata. A volte balla da sola. Una volta mi ha visto. Ho gettato il fazzoletto per terra e mi sono allontanato immediatamente dalla finestra. Devo smetterla o mi denuncerà alla polizia. Uno psichiatra parlerebbe di voyeurismo. Devo smetterla di toccarmi quando lei balla o attraversa le sue stanze seminuda (reggiseno e mutandine, un culo all’insù e sodo, spesso indossa dei perizomi minuscoli, sottile striscia di tessuto sulla carne). Calle Muntaner è stranamente affollata oggi: due vecchiette col bastone attraversano sulle strisce pedonali a una lentezza snervante. Una mamma chiacchiera allegramente con la figlia piccola in divisa scolastica di rigore. La mia cara dirimpettaia ha da poco spento la luce. Un auto sta per tamponare un camion della spazzatura e si sente la frenata improvvisa all’altezza dell’incrocio. Fine dello spettacolo: chiudo persiane e finestra e mi metto a fumare in sala davanti a uno degli episodi più esilaranti della serie dei Soprano; quello in cui Tony Soprano teme di essere stato avvelenato da una spia al ristorante indiano. E vomita l’anima, mentre la moglie Carmela prova a tirarlo su di morale. Geniale.

 

Questa mattina sono andato a fare la spesa al Corte Inglés. Prezzi alle stelle. Barcellona non è più la stessa. Sembra che sull’intera città sia scesa una nube di polveri sottili che ha reso la popolazione più inerme e più idiota del solito. Una mia vicina di casa mi riconosce. Mi saluta, anche se cerco di evitarla nascondendomi dietro la pila dei detersivi.

“Ma ieri notte lei non ha sentito niente?”.

Rispondo di no, seccato.

“E’ venuta perfino l’ambulanza, non ha sentito le sirene? Ah, beato lei, che riesce a dormire, io ho il sonno leggero e se prima non prendo almeno una goccia di valeriana non riesco a chiudere occhio, sa?”.

Soffro d’insonnia dall’età di quindici anni. E’ per questo che sono costretto a prendere i sonniferi. Ieri sera, però, devo aver esagerato. Non un rumore. Non un sussurro.

La vicina ha avuto un malore. Era giovane, sui venticinque anni, bella e intelligente. Dicono frequentasse l’ultimo anno di Medicina; lavorava come praticante al Gregorio Marañon. Ha sbattuto la testa contro lo spigolo della vasca mentre faceva la doccia.

La vicina continua a parlarmi, ma è come se fosse muta. Parla e muove le labbra, ma io non sento più niente. Mi metto in fila e pago con carta di credito. Salgo le scale del palazzo a due a due. Getto la spesa alla rinfusa sul pavimento e afferro il binocolo. L’abat-jour è spenta. La poltrona verde è al suo posto. La tv è accesa. La ragazza è viva e vegeta. Balla al ritmo di chissà quale musica. Devo smetterla di dare retta alle farneticazioni di vecchie rincoglionite che non fanno altro che spettegolare dei fatti degli altri. Se mi disturba ancora con le sue storie un giorno di questi l’ammazzo. La faccio a pezzi e poi la carico sul carrello e la prezzo… Un prezzo diverso per ogni pezzo del corpo…

 

Oltre ai Soprano adoro Woody Allen. Sono andato al Cine D’Ors per vedere Vicky Cristina Barcelona. Troppo sdolcinato, troppo romantico e l’immagine che offre di Barcellona è troppo oleografica. Mi sono piaciuti molto gli sketch tra Javier Bardem e Penélope Cruz; loro due sì, sono bravi, fanno ridere quando litigano; sono due comici nati.

 

La ragazza si chiama Laura Rodríguez Pastorino. Ho incrociato i dati; ho scoperto la scala dall’ascensore (sì, l’ho seguita fino all’ascensore, facendo finta di essere il postino e infilando una copia sdrucita dell’elenco telefonico dell’anno scorso nella casella di un inquilino del primo piano). Calle Muntaner, 29, scala C, interno 12. Non è stato poi così difficile. E inoltre, se un uomo è dotato di buona volontà e sa portare pazienza, allora potrà realizzare ogni suo sogno, raggiungere ogni meta, non esisterà ostacolo che possa frenarlo. Ho il suo numero telefonico, lo so già a memoria: 914483196. Lo so a memoria e me lo ripeto mentalmente e, a volte, lo pronuncio a bassa voce, come in una litania. Ma non ho ancora avuto il coraggio di usarlo, ancora non l’ho chiamata. Laura. Ho il tuo numero. So chi sei. Sai chi sono? Pronto? Pronto? C’è nessuno?

 

Laura chiacchiera al telefono; potrebbe essere il fidanzato, l’amante, il marito, il collega dell’ospedale, il compagno di facoltà… Sorseggio il mio caffè di metà mattinata e mi diverto a spiarle le fossette che le spuntano quando ride di gusto alle battute di chissà chi. Poi squilla il telefono. E’ mio fratello, Mauro. Un tipo simpatico e schietto, ma ultimamente è troppo apprensivo nei miei confronti. Crede che da quando sono andato a vivere da solo in questo appartamento, subito dopo il divorzio, sia diventato troppo taciturno.

“Allora, come va il caso clinico? Da quanti giorni sei rinchiuso nella tua tana?”.

“Non dire cazzate, Mauro. Sono uscito ieri”.

“Sì, certo, per andare a comprare le sigarette o il giornale, o sbaglio?”.

“No, stupido. Sono andato al cinema a vedere l’ultimo di Woody Allen”.

“Hai visto la scena del bacio lesbico tra la Penélope Cruz e la Johansson?”.

“Era un trio, c’era anche Bardem in quella scena”.

“Sì, sono d’accordo, ma tutto ha inizio grazie al bacio lesbico, non ti pare?”.

Laura ha riattaccato. Mauro continua a fare lo scemo e a scherzare. Crede stia diventando un maniaco depressivo, un misantropo.

“Quando passi da queste parti?”.

“Non lo so. Ho molto da fare, ultimamente”.

Laura si alza e chiude le persiane. Spettacolo finito. Game over. Les jeux sont faites. Almeno per oggi.

“Scusa,  ma cos’hai da fare ? Non sei tu quello che è andato in pensione per godersi gli ultimi giorni che gli restano ancora da vivere prima di tirare le cuoia?”.

“Sì, ed è per questo che vado al cinema e che… ho molto da fare”.

“Non è che invece stai ancora pensando a lei?”.

“Tu Carmen la devi lasciare da parte, non la devi nemmeno nominare in mia presenza, capito?”.

 

Se Carmen sapesse cosa faccio, da questa finestra, col binocolo, mi sputerebbe in faccia e, molto probabilmente, avviserebbe sia Laura che la polizia.

Ma Carmen non mi conosce, non capisce, non mi ha mai sopportato.

Ed è per questo che ci siamo lasciati.

 

“In realtà è stata lei a mollarti. Non ce la faceva più e aveva le sue buone ragioni. Stavi diventando un maniaco ossessivo. Eri più geloso di Otello e Carmen ha fatto proprio bene a chiedere il divorzio”.

“Sei uno stronzo, Mauro, sappilo”.

Gli riattacco in faccia. Lo odio quando comincia a sproloquiare di cose che non conosce. Forse nemmeno mio fratello mi ha mai conosciuto veramente.

 

Estraggo dal lettore il dvd della sesta stagione dei Soprano. Ho letto su El País che James Gandolfini ha da poco divorziato dalla giovane e bella moglie tailandese. Si dice che fosse una tipa alquanto gelosa e che lo abbia tenuto a stecchetto. Prima delle nozze lo ha obbligato a seguire una dieta ferrea. E Gandolfini lo ha fatto: è dimagrito per lei di sedici chili.

Quanta fatica sprecata.

 

Sono le 2,36 del mattino e Laura è da poco rincasata. Indossa un vestito nero molto elegante e pieno di trasparenze. Deve aver fatto bisboccia. Si slaccia il reggiseno. La chiamo:

“Pronto?”.

Cosa posso dirle? Mi sono innamorato di te, Laura; tu non sai chi sono io, non mi conosci, ma io ti ho vista milioni di volte e mi piaci tanto. Cosa dire per non suonare falso e retorico? Vuoi sposarmi, sono un tuo fan da molti mesi, ormai, cosa ne pensi?

Cosa dire?

 

Ho riattaccato. Laura chiude le persiane. Calle Muntaner è bagnata. Ha piovuto e io non me ne sono accorto, concentrato com’ero a non dire nulla a Laura. Non mi sono reso conto delle condizioni climatiche esterne. Ero troppo concentrato.

 

“Ma come, non mi dica che nemmeno ieri notte non si è accorto di nulla! Sono arrivati anche quelli delle Forze Speciali, non ha sentito niente?”.

Di nuovo lei, la pettegola, la vicina di casa, la signora Trejo. Questa volta siamo dal tabaccaio. Ora le do fuoco. Anzi, meglio: prima la strozzo, poi la cospargo di benzina e infine la illumino a giorno come fosse un albero di Natale…

“No, dormivo, non mi sono accorto di niente, signora Trejo, chi è che è venuto sotto casa?”.

“Le Forze Speciali, non le ha viste?”.

Ignoro cosa siano queste Forze Speciali. Saluto con sguardo cattivo la mia cara vicina di casa e torno su. Afferro il binocolo. Laura è distesa sul divano, sembra che stia dormendo. Squilla il cellulare. E’ ancora lui, Mauro. Non ho voglia di starlo a sentire. Non ho voglia di riparlare del mio divorzio e di Carmen. Non è tutta colpa di Carmen, accidenti. Ora è colpa di Laura. Non riesco più a toccarmi. Il fazzoletto sporco giace accanto al posacenere. Sperma ingiallito e mozziconi di sigaretta. Polvere siamo. La chiamo di nuovo. Laura si sveglia di soprassalto e solleva la cornetta con lentezza, è tutta spettinata (Laura, non la cornetta), ha ancora il segno del cuscino sulla guancia:

“Pronto?”.

“Laura?”.

“Sì, chi è?”.

Non ce la faccio. E’ più forte di me. Riaggancio. Laura urla o dice qualche parolaccia contro la cornetta. Forse sto esagerando. Potrebbe farsi mettere il telefono sotto controllo. Potrei essere scoperto dalle microspie delle Forze Speciali. Eppure ieri notte ero sveglio, non ho preso le solite pasticche, perché non ho visto né sentito niente?

 

Faccio colazione davanti al tg. Apro la pagina di cronaca nera del giornale e leggo della morte della mia vicina di casa, la signora Trejo. Si è suicidata gettandosi dal quarto piano del mio palazzo, due piani sotto di me. Ma come mai non ho visto né sentito niente? Dov’ero, quando la poveretta si è gettata nel vuoto sfracellandosi contro l’asfalto?

 

E’ ancora Mauro:

“Carmen ti amava, Luis, e tu l’hai fatta impazzire per colpa della tua gelosia ossessiva. Devi farti curare, non puoi continuare così, potresti farti del male”.

“Tu sei pazzo, Mauro”.

 

Alzo la cornetta. La chiamo. Laura non si vede in giro e non risponde. Scendo di corsa le scale. Ho la strana sensazione che le sia successo qualcosa (non vorrei che facesse la fine della signora Trejo; dalla finestra si vede la tv accesa, ma la poltrona è vuota e ci sono dei vestiti eleganti sparpagliati per terra, nessuna traccia della fanciulla).

Il portiere del palazzo mi intercetta all’ingresso e mi ferma:

“Dove sta andando?”.

“Mi scusi, abito qui di fronte, al sesto, quello lassù è il mio appartamento. Vorrei salire dalla signorina Rodríguez Pastorino, la studentessa di Medicina, per favore. Sono un suo vecchio amico. L’ho chiamata prima e non mi risponde. Non vorrei le fosse successo qualcosa di grave”.

Il portiere mi fissa con freddezza e si gratta la testa.

Mi chiede se sono sicuro che in quel palazzo abiti la signorina Rodríguez Pastorino.

“Certo che sono sicuro”.

“A che piano?”.

“Al sesto, scala C, interno 12”.

Il portiere smette di grattarsi la testa:

“Ci deve essere un errore, signore. In questo palazzo non esiste nessuna scala C e non c’è nessun inquilino che risponda al nome della persona che va cercando”.

Non lo degno di un cenno di saluto. Gli volto le spalle e risalgo su al sesto. Afferro il binocolo, ma di Laura nemmeno l’ombra. Calle Muntaner si riempie di gente allegra e festosa. Non mi ero accorto degli addobbi natalizi e delle illuminazioni nei negozi. Tra poco è Natale e saremo tutti più buoni. Forse chiamo Carmen e le chiedo scusa per tutto. Forse richiamerò anche Mauro. Dopotutto, è mio fratello e non merita un trattamento del genere.

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...