domingo, noviembre 26, 2023

Gennaro Serio e il suo Notturno di Gibilterra


Appena finito di leggere il romanzo molto metaletterario Notturno di Gibilterra di Gennaro Serio (Roma, L'Orma, 2020), mi torna in mente il giorno in cui una carissima amica me ne parlò: era il 20 febbraio del 2020, io mi trovavo a Napoli per parlare in un congresso sul silenzio e Carla (così si chiama la mia carissima amica) era venuta a vedermi da Avellino per riabbracciarmi e - appunto - segnalarmi questo romanzo d'esordio, vincitore del Premio Italo Calvino. A Carla piacque molto perché c'erano molti spunti interessanti e aveva a che fare con uno scrittore che abbiamo amato entrambi, in passato, ovvero: Enrique Vila-Matas (autore, tra gli altri, di Bartleby y compañía e di El Mal de Montano). 

Ricordo perfettamente di aver preso nota del titolo del romanzo di Serio e di essermi imbarcato sul volo Napoli-Barcelona con la faccia sorpresa di chi non sapeva ancora cosa ci facessero in giro tante persone con la mascherina. Eravamo proprio agli inizi dello scoppio della pandemia. Tutti a prendere in giro i cinesi, tutti a dire che era un'esagerazione il lockdown generale e, invece, già allora il covid-19 serpeggiava tra di noi, ignari di quello che sarebbe accaduto di lì a poco (in Italia, in Spagna, e nel mondo in generale).

Letto oggi, il 26 novembre del 2023 (tre anni dopo la sua pubblicazione e tre anni dopo i fatti noti a tutti), Notturno di Gibilterra mi è piaciuto a metà, sia perché io non sono più quel lettore vila-matasiano di una volta, sia perché i giochi metaletterari, quando sono spinti all'estremo, un po' mi annoiano.

Notevolissimo l'impegno (riuscito) dell'autore nel costruire una trama in cui l'assassino è Vila-Matas e il corpo morto da resuscitare è proprio la Letteratura, quella di qualità, quella che fa pensare e che è capace di ri-creare il mondo e creare mondi alternativi al nostro; pregevole il mix di lingue coinvolte, dall'italiano allo spagnolo (ovviamente), con brani lasciati anche direttamente in francese o alcuni in inglese o altri in catalano o in portoghese; bello il capitolo in cui il narratore va alla disperata ricerca del colpevole su un battello in mezzo ai mari, ai fiumi e ai porti delle Fiandre (una specie di Odissea in miniatura, riscritta sotto gli effetti del calvados); ma - appunto - dopo un po' il gioco viene a noia (o, almeno, questa è stata la mia soggettivissima opinione).

Eppure, c'è una pagina che mi ha colpito e che non dimenticherò mai, la p. 203, quella in cui il narratore si lamenta del fatto che "oggi nascono bambini maledetti che non sapranno mai chi siano stati i fratelli Goytisolo né Benet e che non hanno mai sentito parlare di Kleist, e non hanno mai letto Sophia de Mello Breyner Andersen" (cit.).

Ecco, a me questa pagina piace e colpisce perché qui Gennaro Serio mette il dito nella piaga e dimostra di conoscere davvero a fondo la letteratura spagnola più dimenticata o meno frequentata dai più: chi conosce, oggigiorno, i fratelli Goytisolo? Chi ha mai letto (non dico in Italia, ma anche in Spagna) Juan Benet? Heinrick von Kleist, va bene, qualcuno (magari non solo qualche germanista) lo ricorderà, ma Juan, Luis e José Agustín Goytisolo? E Juan Benet, ingegnere edile ancor prima che scrittore (di romanzi complicatissimi e di saggi raffinatissimi)? E chi ha mai letto Sophia de Mello Breyner Andersen? Ammetto che è la prima volta che ne sento parlar e scopro solo oggi, 26 novembre del 2023, che si tratta di una poetessa portoghese insignita, tra gli altri, del Premio Reina Sofía de Poesía Hiberoamericana. 

E che bello, dunque, che bel segnale di speranza che, attraverso un romanzo metaletterario, sperimentale e spericolato (e anche piuttosto divertente, ammettiamolo) come questo di Gennaro Serio, a partire dalla p. 203, ci potrà essere qualche lettore del futuro che cercherà di colmare una simile lacuna, che si metterà a cercare chi fossero questi autori semisconosciuti dell'area iberica (o di quella tedesca o di quella portoghese), che magari sceglierà di leggerli, anche se oggidì, ahinoi, nascono bambini che non ne sanno nulla, che forse non sapranno mai nemmeno chi fosse Enrique Vila-Matas, l'assassino sin dalle prime righe di questo stralunato Notturno di Gibilterra (e la città non è scelta a caso, ovviamente, perché è lì che è nata anche Molly Bloom, la moglie di Leopold, nell'Ulisse di Joyce)...

P.S.: il romanzo ha già una traduzione in francese; mi auguro che trovi presto un bravo traduttore spagnolo, perché merita di vedere la luce in Spagna (dove si svolge parte della trama, a partire dalla Barcellona di Vila-Matas).

jueves, junio 08, 2023

Casualità, caso e destino

 Ieri è successo di nuovo: il caso si è presentato sotto forma di casualità. Mi chiama Puri (sta per "Purificación", la "Purificazione", nome religiosissimo) per dirmi se m'interessano due libri che sono finiti tra le sue mani dopo alterne vicende ed insieme ad un'altra montagna di cose da buttare. 

Mi dice che sono due opere di Julián Marías (uno dei filosofi più importanti del XX secolo in Spagna, allievo di Ortega y Gassett). 

"Grazie, Puri, non gettare né donare nulla. Tutto ciò che riguarda Julián Marías m'interessa. Tra l'altro, l'altro week end ho comprato due suoi saggi in una bancarella dell'usato per la modica cifra di 3 euro. Uno s'intitola La educación sentimental ed è piaciuto molto ad una mia collega che si occupa di Letteratura Spagnola. Le è piaciuto così tanto (per quel pochetto che è riuscita a leggere, mentre io glielo sottraevo allo sguardo per scherzare) che mi ha spinto a cercarlo di nuovo per fargliene dono, ma, accidenti, niente, non l'ho più ritrovato in quella bancarella né in altre librerie d'antiquariato...sai?".

Puri resta in silenzio per un po'. Poi mi fa:

"Sai come s'intitola uno dei due saggi che ho qui con me?".

"Come?".

"La educación sentimental".

E scoppiamo a ridere entrambi, colpiti dalla coincidenza (o è il destino che si è trasvetito da caso e mi ha permesso di reimbattermi nel saggio che regalerò alla mia collega appena Puri me ne farà dono a sua volta).

Riattacchiamo, felici e contenti, non prima che Puri mi lasci con una frase lapidaria con sfumature alquanto macabre: "E che il resto dei libri facciano il loro corso...che continuino il loro viaggio...".

E mi chiedo quanti libri abbia ora Puri e o in che stramba montagna di libri si sarà imbattuta e che fine faranno e nelle mani di chi finiranno questi poveri libri venuti da chissà dove e diretti chissà dove...

Poi, nel tardo pomeriggio, un pensiero corre a Nuccio Ordine, collega, amico, studioso che ammiro da quando lessi il suo bellissimo manifesto L'utilità dell'inutile (2013). Come starà ora Nuccio, ora che sa che ha vinto il "Premio Princesa de Asturias" per l'ambito umanistico e della comunicazione e che dovrà venire in Spagna a ritirarlo il prossimo ottobre? Come si sentirà dopo aver ottenuto un riconoscimento così prestigioso?

Vado sulla pagina Facebook dei fan di Nuccio Ordine e leggo messaggi di incoraggiamento, forza, Prof, ce la farai, non mollare, siamo con te, dai... Non riesco a capire bene perché tanti messaggi di appoggio morale. Poi leggo la notizia su un giornale locale: ieri il Prof. Nuccio Ordine si è sentito male ed è stato ricoverato d'urgenza all'ospedale di Cosenza...

E io mi chiedo perché e cosa avrà avuto e quando uscirà da lì...La casualità. Il caso. Il destino. E noi, mortali, nel mezzo.

lunes, enero 16, 2023

 Dall'ospedale

La nebbia. È da quasi 2 settimane che la nebbia avvolge gli spazi della mia città sui monti abruzzesi. Non riesco a credere che, salendo a più di 1000 metri di altitudine, la stessa scompare; come se fosse un trucco o una maledizione che vale solo per chi resta in basso (a 800 metri s.l.d.m.).

La chiamo prima di ripartire per la Spagna, ovvero, prima di riprendere il viaggio verso l'aeroporto di Fiumicino (ci accompagna mio padre, anche se odia guidare per Roma e il GRA lo spaventa alquanto).

Mi risponde con la voce squillante di sempre, ma dice che è ancora in ospedale: "Il post-operatorio. Ci sono state delle complicazioni. Non posso ancora uscire da qui". Le faccio forza, anche se a distanza; provo a distrarla; le mando le foto delle bimbe; le parlo dei prossimi impegni accademici, tra il Sud Italia e Madrid, tra Cosenza e Valladolid, tra Don Chisciotte e Sancio Panza. Lei sorride. La immagino sorridente, mentre prova a stare dritta appoggiando i gomiti sul cuscino, il letto disfatto, l'infermiera in procinto di avvicinarsi per dirle che deve riattaccare, deve fare delle nuove analisi, la devono visitare, "mi dispiace" - mi dice con tono concitato - "ma devo andare, c'è qui l'infermiera", io le dico che non c'è problema, che se vuole la richiamo dopo, che ci possiamo sentire anche dalla Spagna, "ciao ciao" e, in effetti, riattacca.

Ascolto il silenzio. Nessuno dall'altra parte del cellulare. Fuori la nebbia. Persiste. Non se ne va. I lampioni fanno fatica ad illuminare le strade vuote e fredde. Non so se riusciremo a vederci, dopo tante promesso e tanto tempo trascorso dall'ultimo incontro pisano.

Non so perché, mi ricordo di un'osservazione di Leopardi: il Lungarno di Pisa è più bello di quello di Firenze. Poi provo a dormire. Mentre penso alla nebbia che tutto pervade, circonda, accerchia. 

domingo, enero 08, 2023

Gennaio del 2023 

L’ultima volta che ho scritto su questio diario di bordo era il 31 agosto e faceva molto caldo e ci si apprestava tutti a riprendere la routine del mese di settembre (il ritorno a scuola, il rientro a lavoro dopo le meritate vacanze, l’eterno ritorno dello Stesso, come direbbe Nietzsche).


Oggi che torno a scrivere da queste parti (virtuali) è l’8 gennaio del 2023: sono passati 4 mesi che sembrano una vita, perché in 4 mesi può succedere letteralmente di tutto e persone a noi care possono morire dopo una malattia lenta e agonica, e persone amate possono optare per lasciarci andare, perché troppo invischiate in altre storie di passione e di Eros. Può succedere anche che uno si trovi così immerso nei fatti della vita, così travolto da quanto la vita gli offre giornalmente, da non trovare letteralmente le forze (fisiche) per mettersi a scrivere, per stendere nero su bianco ciò che di bello (o di brutto), di romantico (o di tremendo) gli è capitato nel corso dei giorni.


E così mi ritrovo a vivere un po’ la stessa sensazione sperimentata quel lontano 31 di agosto del 2022: anche oggi, domenica, ho la stessa ansia, la stessa angoscia, la stessa scarsissima voglia di tornare a lavoro, di tornare a fare lezione, di tornare a fare ricerca, di tornare a vedere volti, in realtà, amati, colleghi che sono ancor prima amici, amici che rendono la mia vita spagnola un Paradiso e, a volte, un’autentica avventura piena di belle sorprese.


Sì, è così, continuo a sperimentare la stessa ansia: eppure, non dovrebbe essere così, perché poi so che la routine mi salva, che avere un ordine mentale delle cose da fare può essere di aiuto, che anche per vivere occorre un minimo di organizzazione. E poi ho appena fatto 50 km in bicicletta, sono riuscito a fare il viaggio di ritorno, in senso inverso, dal mare all’entroterra, così come l’ho intrapreso il 5 gennaio, appena tornato dall’Italia, dove, nel mentre, mia nonna è morta. E poi…ho appena scritto un articolo, un breve intervento sulle foto e sulla malinconia che talune immagini generano quando le vediamo (in bianco e nero) all’interno degli album familiari e, solo dopo averlo scritto, ho capito che, in realtà, più che parlare di Barthes o di Benjamin, o di una poesia bellissima di Gospodinov, ciò che ho fatto è stato più che altro un atto di omaggio postumo a mia nonna paterna, a colei cui non sono riuscito a dare l’estremo saluto perché ero qui, in Spagna, nella mia seconda patria, e sarebbe stato davvero complicato viaggiare in quei giorni, volare al volo, per così dire, a Roma, quando né il tempo né gli impegni già presi giocavano a mio favore.


E, quindi, accettiamolo: a me dà l’ansia tornare a lavoro dopo 2 settimane di vacanze natalizie, dopo tutti i panettoni e i pandori mangiati a casa dei miei, dopo le risate coi fratelli e i film visti al cinema con mia cugina, che è quasi una sorella, oltre che un’amica e una confidente. Ammettialo e accettiamolo e andiamo avanti, sperando che non debbano passare altri 4 mesi prima che torni a scrivere su questo diario di bordo che mi porto dietro dal 2006...


miércoles, agosto 31, 2022

 Luglio e Agosto (e ora Settembre)


Luglio e Agosto sono scivolati via tra viaggi e congressi, rimpatriate (nel senso letterale del termine) e cene in riva al mare, tra corse in bici e tra le montagne e viaggi sul lago di Scanno e all'isola di Capri. Non mi sono quasi reso conto del passaggio dal lavoro intenso alla vacanza vissuta a pieno ritmo, senza computer, senza email a cui rispondere con prontitudine, senza studenti che ti chiedono aiuto per ogni sciocchezza, senza riunioni burocratiche e ora...Ora si avvicina Settembre, domani è il 1 di Settembre, oggi è il 31 di Agosto, non riesco a digerire questa metamorfosi, Cronos ci divora, Saturno non ci rispetta, o non tiene conto dei nostri stati d'animo. Come fare per non soccombre alla malinconia? Cosa fare dinanzi all'angoscia di tornare alla routine? Perché quest'anno (più degli altri, forse) mi pesa così tanto il ritorno alla routine?

L'idea di riabbracciare i vecchi amici e colleghi non mi aiuta a superare il trauma che implica l'idea di tornare all'interno di un ufficio fatto di tante scrivanie allineate, di tanti computer messi in fila, di tanti esseri umani pensanti schierati uno accanto all'altro, come fossero altrettanti robot.

E poi c'è la postazione alla mia destra: dovrò evitare di girarmi verso destra, perché so già che lì non ci sarà più lei, non ci sarà più quello sguardo ambiguo e misterioso, né quel sorriso, né quelle mani che scrivono veloci sulla tastiera, né quel cervello che si mette in movimento e crea articoli eruditi di una profondità inaudita, né quella passione, né quello scambio fatto di intesa su tutto, come fossimo "altri speculari", o "specchi" in cui l'uno riflette sull'altro le sue stesse ansie e gioie e paure e illusioni e pensieri e ricordi...

Settembre, che è anche il mese del mio compleanno, quest'anno ti temo...ti temo davvero tanto...

viernes, junio 03, 2022

 Una poesia di Juan Luis Panero


Fantasmas en la nieve

Andas bajo la nieve, con las botas mojadas
y el blanco abrigo afgano,
por la orilla helada del Hudson,
una tarde oscura de febrero.
Luego, desnuda, en el cuarto caluroso,
miro la curva suave de tu culo,
el empapado brillo de tus ojos,
mientras sigue cayendo nieve en los cristales.
Es un recurso simple, muy poco original,
pero lo guardo para aquellas horas
en que volviendo atrás, sin amor ni odio,
intentando recordar, acercar nuestra historia,
sólo quedan retocadas anécdotas, viejas fotografías,
y unas pocas palabras desgastadas.
Gotas en tu frente y el brillo de tus ojos,
errantes y abrazados en la ciudad extraña,
así ríes aún, así regresas hoy, así nos imagino,
borrados y distantes, fantasmas en la nieve.

Fantasmi nella neve

Cammini sotto la neve, gli stivali bagnati
e il bianco giaccone afgano,
lungo la riva gelata dell'Hudson,
un pomeriggio oscuro di febbraio.
Poi, nuda, nella stanza riscaldata,
guardo la soave curva del tuo culo,
l'umido brillìo dei tuoi occhi,
mentre continua a cadere la neve sui vetri.
È un trucco semplice, affatto originale,
ma lo tengo in serbo per quelle ore
in cui tornando indietro, senza amore e senza odio,
provando a ricordare, ad avvicinare la nostra storia,
restan solo aneddoti ritoccati, vecchie fotografie
e poche parole consumate.
Gocce sulla tua fronte e il luccicore dei tuoi occhi,
erranti e abbracciati nella città straniera,
è così che continui a ridere, così che torni oggi, così ci immagino,
cancellati e distanti, fantasmi nella neve.

miércoles, mayo 18, 2022


Microracconti a go-go


Per C., amica e maestra


Sono passati mesi, ormai, forse un anno, da quando le ho spedito la mia traduzione di microracconti di un autore spagnolo inedito in Italia. E la mia amica e carissima collega C. (ormai in pensione, Professoressa Ordinario tra le più esperte della letteratura spagnola del XV e XVI secolo) non ha smesso di invarmi il microracconto del giorno.

Forse ispirata proprio dalla mia traduzione, oltre che dallo stile peculiare dell'autore tradotto, non si è più frenata, né fermata. Ogni mattina so che, nell'atto di aprire la posta elettronica, troverò uno dei parti (geniali) della sua immaginazione (fervida). A quasi 80 anni ha scoperto una vena creativa incredibile e che pare non avere limiti. Scrive microracconti a partire da ogni input possibile e immaginabile: una pagina di cronaca; una notizia del telegiornale; un ricordo d'infanzia; un pettegolezzo ascoltato al supermercato; una confidenza fatta dall'amica del cuore; un frammento letterario letto in giornata; una poesia, un romanzo, i microracconti degli altri scrittori che legge con gusto e fervore crescente; un diario; una pubblicità intravista sul bus; tutto, assolutamente tutto, è suscettibile di diventare "materia" di scrittura in questa enorme fucina di microracconti che avanzano e non si fermano più (ci sono giorni in cui il primo microracconto mi arriva alle 7:00 del mattino e il secondo alle 21:00 della sera, ovvero, tardissimo, visto che C. è solita coricarsi presto per poi svegliarsi all'alba).

Le ho appena scritto per ringraziarla del nuovo frutto della sua immaginazione desbordante: è un microracconto che parla della sua mania di scrivere e mandare microracconti a una ristretta cerchia di amici lettori (tra cui io mi conto e di cui faccio parte con piacere ed orgoglio sinceri). 

C. non smette di scrivere e io la invidio tantissimo perché se io, per riuscire a finere un racconto di 10 pagine, posso impiegare anche un anno, lei scrive alla velocità della luce (e ogni parole è pertinente, non c'è nulla che sia superfluo nella sua scrittura).

C. non smette e scrive e continuerà a scrivere finché avrà fiato in gola e forza e ingegno per danzare con le sue  piccole dita sulla tastiera del computer.

C. è un'amica, ma anche un'eccellente filologa, una maestra e una confidente, una delle persone più importanti e belle e serie che io abbia mai conosciuto e sono certo che finché ci sarà un suo microracconto da leggere la vita avrà ancora un senso...E così ad infinitum

lunes, abril 04, 2022

 Un romanzo inedito


Le temperature si abbassano anche qui; non nevica, come nel mio paese abruzzese d'origine, ma fa un freddo polare e piove. Passo l'intero sabato e parte della domenica mattina a leggere un romanzo inedito di uno scrittore piuttosto famoso non solo in Spagna, ma anche all'estero (lo hanno già tradotto in inglese, ma anche in italiano, in francese e in tedesco). Mi chiede un favore: leggere per dirgli cosa ne penso. Non mi è mai successo prima di avere un incarico del genere, di dover dare un verdetto su un romanzo ancora non pubblicato, di dire cosa ne penso ad uno scrittore in gamba che considero anche un amico...E se poi non mi piace? E se vedo sviste o errori nella struttura, nel linguaggio, nella trama? 
Niente di tutto ciò. Leggo con un senso di vertigine, come se fossi posseduto dalla stessa ossessione del narratore, un fotografo che intreccia le riflessioni sulle immagini a quelle sulla morte. Il conflitto generazionale tra giovani e vecchi; il conflitto intimo tra chi ha smesso di amarsi; il rifiuto dell'altro e del corpo dell'altro; la natura inquinata che sembra ribellarsi all'uomo; il senso di una precarietà che è di tutti noi e che potrà portarci allo sfacelo; il senso di un'Apocalisse in atto di cui non possiamo ancora intuire la grandezza. Le foto che galleggiano nello spazio di un mare fatto di alghe putrefatte. Il senso di un tempo che non sappiamo più come congelare e come fare andare avanti. 
Una lettura che mi lascia a bocca aperta, che mi fa venire il ribrezzo in certi passaggi particolarmente macabri, che mi emoziona, in altri in cui il lirismo non è semplice retorica, ma tentativo di scandagliare a fondo l'animo umano.
Direi che come prima esperienza è stata entusiasmante. Quando sono arrivato alla pagine finale ho potuto tirare un respiro di sollievo. Penso al giorno in cui verrà pubblicato il romanzo. E all'effetto straniante di saperne già la trama...

miércoles, marzo 30, 2022

 Pensare e guardare secondo Ludwig Wittgenstein


Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi (1977), ed. de Georg Henrik von Wright, trad. de Michele Ranchetti, Milano, Adelphi, 2021, p. 144: 

“Pensare è difficile [...]. Che cosa vuol dire, veramente? Perché è difficile? – È quasi come dire che “guardare è difficile”. E, in effetti, aguzzare la vista è faticoso. E si può aguzzare la vista e tuttavia non vedere nulla, oppure credere continuamente di vedere qualcosa, senza però riuscire a vedere nitidamente. Ci si può stancare a forza di guardare anche quando non si vede nulla”

Quanta ragione ha qui Wittgenstein? Quanto può aiutarci a capire i giorni che ci sono toccati in sorte in questi primi 22 anni di questo XXI secolo che sembra voler tornare indietro nel tempo, agli anni 30 e 40 del XX?

Pensare è difficile. Guardare è difficile. Entrambe le attività implicano sforzo, sofferenza, fatica e sudore. Per pensare bene e guardare bene ciò che ci circonda c'è bisogno di una attenzione, di una concentrazione che pochi hanno o si permettono il lusso d'avere... Oggi evitiamo le difficoltà. E, spesso, evitiamo di pensare, oltre che di guardare. Ci voltiamo dall'altra parte. Ci si distrae per non pensare. Si naviga per non pensare. Si guarda per non pensare.

Cosa direbbe oggi Wittgenstein di internet? Cosa dei social? Cosa dell'invasione assurda dell'Ucraina da parte della Russia? Cosa dell'uso dei social a fini ideologici?

domingo, marzo 27, 2022

 Cambio d'ora

Cambio d'ora: tra poco meno di un'ora, dovremo spostare le lancette di un'ora in avanti. I tg non smettono di annuciarcelo e di spiegarcelo: si dormirà un'ora meno; ma la luce del sole ci illuminerà qualche ora in più (farà notte più tardi). Le giornate si allungano. Sì. Ma il cambio d'ora non coincide con il cambio d'aria. Perché sembra che le stesse cose ritornino (come il covid-19 con le sue mille varianti), solo che in una versione peggiorata. 

Se penso all'Ucraina, mi vengono gli incubi. Se penso che domani una bomba potrebbe annientarci tutti, mi viene da chiedermi come mai gli scrittori di romanzi distopici sono stati così cauti nelle loro ipotesi, nell'inventarsi i loro mondi futuri pieni di storture...

Poi penso anche alla bellezza che, a differenza di quanto diceva Dostoevskij, non salverà il mondo, ma, almeno, quando siamo in grado di captarla, ci fa vivere momenti indimenticabili...
 
E allora ricordo una mattina passata sul terrazzo di una palazzina del centro della città; una mattina qualsiasi, mentre la pioggia incessante smuove gli ombrelli dei passati. E due persone innamorate si strigono forte per darsi calore. Si baciano con passione. L'ombrello trema. Lui lo stringe forte e abbraccia con ancora maggiore forza la compagna, che, mentre lo guarda dritto negli occhi, gli sorride. I due si guardano così intensamente che quello sguardo dà luogo al monocolo di un ciclope. Un ciclope che non riesce a guardare più nulla dell'altro, talmente è ravvicinata la visione, talmente è entusiasmante ciò che vede. Ci servirebbe uno come Rilke per descrivere nel dettaglio questa scena. O come Shakespeare per dire quanta felicità trasmettono questi due innamorati inzuppati fradici sotto ad un ombrello troppo piccolo e un'acquazzone troppo forte. Eppure restano lì. Attaccati. Abbracciati. I corpi avvinghiati, le lingue intente a scavarsi l'intimità l'uno dell'altra. Felici. Anche se coscienti del fatto che il Mondo va in pezzi...

viernes, febrero 11, 2022

Le giornate piene (di sorprese) 


Ieri, 10 febbraio del 2022, alle ore 8:55 del mattino e senza previo avviso, il mio ex-Prof di Letteratura Inglese al Liceo Linguistico mi scrive su Messanger per mandarmi il link per una videoconferenza su Meet. Una settimana fa mi aveva mandato un email per chiedermi se sarei stato disponibile a concedere un'intervista agli alunni del quinto. Gli rispondo al volo dicendo che ne sono lunsingato, che sì, che certo, ma che magari prima sarebbe il caso di parlare delle domande, del tenore dell'intervista, dei temi da trattare. Il Prof annuisce e poi dice "a presto". E ieri mattina la sorpresa. Gli rispondo alle ore 9:00, con la faccia ancora assonnata, i capelli spettinati, il piagiama ancora appiccicato alla pelle. "Dammi almeno 10 minuti". "Ok, dai, sbrigati che alle 11:00 devo andare da un'altra classe". 

Mi collego alle 9:05 e da lì fino alle 10:00 è un viavai costante e piacevole di domande e risposte sul perché faccio il professore, sul mio percorso di studi, su come ho fatto a finire in Spagna a insegnare Letteratura Spagnola agli spagnoli, sui ricordi che ho dei tempi del Liceo...

Non è solo un'intervista: è anche una sorta di denudamento in pubblico, di autoanalisi, di tuffo nel passato e di parallela ricerca del "tempo passato", di quando ero giovane e pieno di belle speranze. I ragazzi sembrano interessati. Sono svegli e vispi. Qualcuno sorride quando faccio qualche battuta o scherzo con il loro Prof. d'Inglese. Quando è tutto finito, mi scrive di nuovo su Messanger: "Quando gli hai parlato della "curiosità" sono rimasti scioccati". Ma lo sanno tutti, da Aristotele in poi, che la curiositas è lo strumento fondamentale per dare avvio alla philosophia (o "amore per il sapere").

Poi mi scrive una collega che coordina la "Società Dante Alighieri" della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e lavoro e mi propone di parlare di Pasolini in occasione di un congresso in cui si celebra l'anniversario dei 100 anni dalla nascita. Le dico che, pur non essendo un italianista, né un esperto in Pasolini, accetto. Mi risponde subito, entusiasta, per ringraziare e per dirmi anche di scegliere una poesia con cui inaugurare l'evento. Penso subito a "Il pianto della scavatrice" da Poesia in forma di rosa. E poi rifletto: di nuovo, un'occasione per parlare di Letteratura Italiana ma stando in Spagna. Così come pochi minuti fa avevo parlato dell'Italia stando in Spagna. 

Infine, mi arriva la tesi di laurea di una studentessa di Lingue dell'Università di Trento. Figuro come correlatore. È la prima volta che la studentessa si mette in contatto con me. Il relatore, un caro amico e collega, mi rassicura sulla bontà del lavoro: è una in gamba, vedrai. Le rispondo subito: "La ringrazio, leggerò la sua tesi con interesse e sincera curiosità". E di nuovo un pezzo d'Italia che entra in contatto con il mio fare quotidiano stando qui in Spagna. Ponti che non si chiudono mai. Per fortuna. E penso: "Ma che giornata! E quante sorprese!" (per fortuna tutte belle).

martes, febrero 08, 2022

Un possibile racconto futuro


Dunque, l'idea mi è venuta mentre andavo al "Carrefour" per comprare il caffè Lavazza (essendo il "Carrefour" uno dei pochi supermercati della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo in cui è possibile trovare il Lavazza a un prezzo ragionevole: 2,85 euro al pacchetto di "Crema e gusto"; perché "Qualità rossa" costa quasi 4 euro; il decaffeinato è decisamente inavvicinabile: 5,45 euro! Roba da matti!).

Lei si trova in viaggio a Lugo, in Galizia, nel Nord della Spagna. Lui si trova in una città del Sud del Sud della Spagna. Lei è lì per lavoro; lui continua a lavorare stancamente presso una scuola superiore in cui i colleghi sono zombi e gli alunni degli arroganti figli di papà. Lei gli manda alcune foto del fiume Miño. Lui le esprime tutta la sua tristezza e malinconia per non poter essere lì con lei mentre lei passeggia sulle rive del fiume Miño. Si capisce che lui e lei si amano. E poi succede l'imprevedible: qualcosa recepisce i segnali registrati nei due dischi d'oro che viaggiano insieme alla sonda spaziale Voyager I e Voyager II. Un'entità aliena decodifica i messaggi contenuti nei due dischi: le foto degli umani, scattate negli anni 60 e 70 (essendo state lanciate le due sonde nel settembre del 1977); le canzoni e canti popolari e la musica classica da Beethoven a Mozart; insomma, tutte le istruzioni su "come funzionano gli umani sul pianeta Terra" che gli scienziati della NASA hanno pensato potessero essere utili e propedeutiche ai fini di una comprensione a 360 gradi della specie umana. 

Come finisce il racconto? Come termina questa specie di storia d'amore a distanza? Non lo so. E, per il momento, non voglio saperlo. Vorrei scoprirlo "in corso d'opera", mentre scrivo o scriverò il racconto. Poco a poco. Come il tesoro dell'Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson...

domingo, enero 23, 2022

 Inizi del 2022 

È il 23 gennaio del 2022 e piove sulla città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo da ormai quasi 9 anni. È un evento rarissimo, qui non piove mai o quasi mai. E la pioggia mi mette tristezza (sono metereopatico, si dice così?).Intanto, il bilancio è quello di sempre: siamo circondanti da casi Covid, il virus continua a complicarci l'esistenza, io ho fatto la terza dose con "Moderna" e, per fortuna, questa volta, è andata bene e senza troppi effetti collaterali; dopodomani avrei dovuto essere a Roma "La Sapienza" per parlare in un congresso sul romanzo cavalleresco; purtroppo, come in molti casi simili, ultimamente, il congresso è stato spostato tutto "online" e in modalità virtuale (ci saranno colleghi che si collegheranno da Viterbo, da Torino, da Palermo, io sono l'unico che parla dalla Spagna); mi hanno rifiutato un articolo su due versioni cinematografiche del Quijote in una rivista famosa degli Stati Uniti (dandomi una spiegazione alquanto ballerina, oltre che alquanto offensiva, come se fossi un pazzo a pretendere di pubblicare con loro e sulla loro prestigiosissima rivista); il prossimo fine settimana sarò a Madrid per turismo; la prole continua a crescere (mescolando spesso l'italiano allo spagnolo); la mia compagna d'avventura continua a sopportarmi e a supportarmi; a volte scrivo (cose che nulla hanno a che vedere con il mondo accademico); la mia fisioterapista mi aiuta a rimettere a posto spalle, schiena e collo dopo l'incidente del 2 di dicembre 2021 (cfr. post del 2 di dicembre del 2021); la vita va avanti; la Terra continua a girare sul proprio asse e attorno al Sole; devo preparare il curriculum vitae per farmi valutare (sottoporre a giudizio) gli ultimi 6 anni della mia "produzione scientifica"; l'amore ed Eros continuano a darmi forza, a scaldarmi il cuore, a mettere in subbuglio la mia circolazione sanguigna; la vita va avanti; la Terra...etc. 


martes, diciembre 14, 2021

 Il 2 di Dicembre del 2021


2 centimetri. Solo 2 centimetri. È questo il confine (labile) che potrebbe separare la vita dalla morte. Se il manubrio della bici fosse affondato nel basso addome per altri 2 centimetri, avrebbe potuto danneggiare o rompere una vena importante che transita proprio lì, in quella zona del corpo umano, e avrebbe potuto causarmi un'emorragia interna mortale.

Ovviamente, non potrò (mai) più dimenticare questa data: il 2 di Dicembre del 2021, quando, di pomeriggio, in un giorno normale e di sole, avevo voglia di fare almeno una trentina di kilometri in bici prima di tornare al mio lavoro (di padre e di professore, di amante del cinema e di studioso di letteratura).

2 centimetri. Solo 2 centimetri e poi non avrei più letto nulla, né visto film, né fatto lezione, né scritto articoli, né viaggiato per intervenire nei congressi internazionali.

2 stupidi, semplici, matematici centimetri in più e...sarebbe finito tutto (anche questo "diario virtuale", anche questo blog, sì, queste pagine che chissà chi le legge e perché...e che chissà perché io mi ostino a riempire di parole, a scrivere, quando la vita mi fa scrivere...).

E oggi, 14 di Dicembre dello stesso 2021, la vita ha prevalso sulla morte. Oggi il sole d'inverno sembrava estivo, qui nella città del Sud del Sud della Spagna in cui mi trovo. In cui ancora vivo e respiro. Oggi una persona speciale mi ha fatto ridere e sorridere e mi ha fatto capire quanto sia importante avere ancora tanta voglia di vivere.

E noi qui si vive. 

viernes, septiembre 24, 2021

 In attesa (di ricominciare col circo)


È da un mese che non trovo il tempo per scrivere su questo mio "diario virtuale" e "di bordo". Un mese: quanto dura un mese? 30 giorni o 31, fa lo stesso: il tempo dipende da ciò che uno sente e sperimenta in un determinato momento, minuto, secondo...

Leggo un saggio di Guido Tonelli (un fisico che lavora presso il CERN) dal titolo Tempo: il sogno di uccidere Chronos (Feltrinelli, 2021) e mi vengono i brividi a leggere della fisica quantistica, della teoria della relatività di Einstein, della bellissima equazione di Dirac...Un'equazione che qualcuno ha declinato in senso romantico (e io ho subito girato il messaggio - traducendolo dall'italiano allo spagnolo - a chi di dovere; ha apprezzato molto: "L'equazione di Dirac" potrebbe essere il titolo di un romanzo, certo).

Leggo e passo le notti insonne mentre sono in attesa del giorno in cui ricomincerà il circo: dal 27 (lunedì prossimo) ci risiamo, con le lezioni, sia quelle frontali che quelle da casa e "online" e in "streaming" (siamo davvero spacciati, sommersi quali siamo, ormai, da questi anglicismi onnipresenti e onnipotenti), con la dottoranda che mi chiede consigli, con le mille richieste per email dei colleghi, con i convegni e i congressi, e gli articoli da piazzare sulle riviste che contano (quali contano davvero?) e i capitoli di libro e le presentazioni dei libri etc. etc.

È passato un mese e in un mese è successo di tutto: anche cose che non posso scrivere in questo luogo intergalattico e da internauti. E poi ci sono le cose che sì potrei anche raccontare, ma sono talmente emozionanti che mi mancano le parole (chiacchierare con Nuccio Ordine; festeggiare i 44 anni in sua compagnia e in collegamento dall'Italia; fuggire nella casetta di legno degli anadi (maschio e femmina) in compagnia di una persona speciale; festeggiare di nuovo con Domenico e gli altri amici italiani che vivono in questa città del Sud del Sud della Spagna; preparare tutto in funzione di un viaggio in Italia in cui - se tutto va come deve andare - andremo a presentare un libro presso il "Salone del Libro Internazionale" di Torino e poi un viaggio a Firenze e, infine, a Roma: saranno 4 giorni di fuoco); potrei, sì, raccontare delle belle novità di questi 44 anni iniziati col botto o dell'atroce prosa del mondo, fatta di sudore e sacrifici, di litigate per la prole con la compagna di avventure di sempre, di pranzi in famiglia che ti fanno venire la nausea e screzi stupidi che ti possono costare la vita...

E allora, per ora, attendiamo l'inizio del circo. E che vada come deve andare. Chronos avrà sempre la meglio, anche se ogni tanto ci sforziamo e ci impegniamo a vincere almeno una battaglia contro di lui, tempo distruttore, tempo maledetto che tutto consuma e tutto cancella.

lunes, agosto 23, 2021

Dall'Italia, immersi nella malinconia

Dunque, anche questo ennesimo viaggio di ritorno in patria (il nostos di omerica memoria) volge al termine. 
Sembra ieri che io e la mia compagna d'avventure, insieme alla prole, siamo atterrati all'aeroporto di Bari, per poter scoprire alcune delle incredibili bellezze della Puglia (ci hanno lasciato a bocca aperta certi scorci di Monopoli, Polignano, Alberobello, Giovinazzo, e anche Lecce).
Dopo 6 giorni di Puglia, i restanti 24 giorni di Abruzzo sono quasi volati. Mi sembra davvero ieri che mio fratello mi abbracciava in centro, in uno dei pub più frequentati, per offrirmi una birra nostrana e farmi risentire subito a casa. E invece, appunto, di giorni ne sono passati quasi 20 e il 30 agosto si riparte per tornare in Spagna e io non è che ne abbia molta voglia (anche se, quando sono in Spagna, mi sento come a casa e forse - a tratti - anche meglio che in casa).
Sono circondanto dai Dylan Dog arretrati che devo ancora leggere; dai vari La Repubblica che compro i venerdì per collezionare Il Venerdì (in uno degli ultimi c'è un'intervista a Valentino Rossi che non voglio perdermi per niente al mondo); dai libri di ciò che resta della mia biblioteca di qui e non so se smantellarla tutta e portarmi in Spagna anche gli ultimi volumi rimasti in patria; sono circondato dai ricordi: le foto di quand'ero bambino o adolescente o giovane dalle belle speranze; le agende e i diari dei tempi dell'Università; i computer e i dischetti (i floppy-disk e i dvd) che risalgono alla fine degli anni 90 e all'inizio del 2000...
Non ricordo più se era Oscar Wilde o Flaubert o Victor Hugo a dire che la "malinconia" è "la felicità di essere tristi".
In questi giorni non mi sono mai sentito così felice e, al contempo, così malinconico, ovvero, così felice nella sensazione di essere triste.
C'è qualcosa che non va nel mio rapporto con l'Italia e con le mie radici: c'è qualcosa di strano che non riesco proprio a capire.
Dovrei gioire e basta e, invece, alla gioia si unisce questa strana sensazione di non essere sempre al posto giusto, che un posto giusto non ce l'ho proprio, né qui, dove sono nato, né lì, in Spagna, dove vivo e lavoro, dove amo e soffro e gioisco da quasi 10 anni, incredibile la velocità del tempo, assurdo come il tempo voli via e ci pettina i capelli verso la stempiatura e la calvizie incipiente, ci regala le rughe e ci rimette (sempre) in riga, prima dell'ultima ora fatale, quella che chiuderà (per sempre) la partita...
Mi giro e vedo Baudolino di Umberto Eco, acquistato il giorno in cui uscì nel dicembre del 2000; mi volto a c'è Pedro Salinas che mi sorride da una antologia per Cátedra intitolata Aventura poética...
È tutto un rimescolio di sensazioni e di ricordi: ed è quasi inevitabile che Salinas mi riporti con la mente a una persona speciale che ho lasciato proprio lì, nel paese del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e soffro, in cui lavoro e gioisco ed esperimento i piaceri e le delusioni della vita. Lei che canta una canzone per me; lei che scrive "mi manchi" in italiano corretto; lei che promette nuove avventure; lei che non c'è e che io torno ad ascoltare sapendo che questa canzone mi farà stare male.
Intanto, nel mondo, i talebani riconquistano Kabul e parte della popolazione civile scappa o prova a scappare da quella che ha tutta l'aria di diventare presto una dittatura su base religiosa estremista. E io qui che mi lamento, che guardo i libri della mia biblioteca (ecco Volpone, di Ben Johnson, ecco Del Giudice con il suo Atlante occidentale, ecco Jonathan Coe con La casa del sonno) e che penso ad una donna che non è qui e che chissà se ritroverò lì, io che penso alle citazioni di Oscar Wilde (o di Flaubert o di Victor Hugo), e che mi rammarico di non essere riuscito a trovare il tempo per scrivere almeno 2 dei 3 articoli che avevo in mente di scrivere in questo mese di vacanze d'agosto, io che perdo ore di sonno appresso alle canzoni di Lily Allen o di Tecla (una scoperta italiana di questi giorni, come pure Carl Brave che mio fratello voleva invitarmi ad andare a sentire "live" in un concerto tenutosi a Francavilla), io che cerco un senso a questa vita, quando un senso non ce l'ha, come cantava Vasco Rossi, mentre il mondo si sgretola e si sfalda sotto i nostri piedi e chissà chi resterà a testimoniare l'Apocalisse, chissà. 
Tra 7 giorni riparto per la Spagna. Chissà che non mi convenga approfittarne per cercare di stare bene, o, almeno, di vivere con un po' più di tranquillità e di serenità.

jueves, julio 29, 2021

La prima volta (o "una canzone per te")


È la prima volta in vita che qualcuno mi manda una canzone, mi dedica una canzone, "una canzone per te", come direbbe Vasco Rossi (sono curioso di atterrare in Italia per vedere com'è l'ultimo numero di Dylan Dog, un omaggio al Blasco che ha creato una certa polemica, tra i fan dell'indagatore dell'incubo).

Ascolto la sua voce ed ho subito i brividi: non sapevo cantasse e, soprattutto, non sapevo cantasse così bene. È una donna incredibile, una di quelle persone che riescono sempre a stupirti; uno pensa: va bene, è brava nel suo lavoro; ok, è molto intelligente; va benissimo, solleva pesi come fosse una culturista; ok, magari corre come una maratoneta e non si stanca mai; ma cantare? E così bene?

Ascolto la sua voce e penso a come le cambia il volto l'atto del cantare: si concentra, non so se per non perdere il ritmo o per non dimenticare nemmeno una parola del testo. Chiude gli occhi e sembra isolarsi dal mondo, c'è solo lei e il microfono, e quella stanza, il cielo in una stanza. Canta e ci mette tanto impegno e tanta passione che sembra stia quasi per commuoversi, perché - diciamolo pure - il testo della canzone è struggente, parla di una donna che avrebbe voglia di dire al suo amante "quanto mi mancherai", o meglio, "moriré de las ganas de decirte que te voy a echar de menos", ovvero, tradotto al volo in italiano: "morirò dalla voglia che ho di dirti che mi mancherai".

L'emozione si palpa nell'aria, si concentra e canta e non finisce e va al ritmo delle note della canzone e sembra davvero un essere alieno, sembra che non abbia più nulla a che vedere con tutto ciò che è "terreno", perché diventa "aerea", diventa "etere" che viaggia sulle frequenze di un cellulare che capta anche l'immagine, il suo volto straziante, tanto è assorta nelle parole e nelle note e nel ritmo...

E allora uno pensa che questo è davvero un regalo inaspettato e si domanda anche se se lo merita un regalo del genere. Uno pensa che è davvero una sorpresa grata e che sarebbe bello poterle dire "grazie" dal vivo e in diretta, e, invece, non può, per ora non si può, e allora uno si commuove quasi fino alle lacrime, perché un gesto del genere non glielo aveva dedicato mai nessuno, prima d'ora, e non sa se mai gli ricapiterà, un evento miracoloso che è pieno di amore, di affetto, di amicizia, di stima, e di un'enorme passione nel canto, nella potenza della voce umana di cantare, nella capacità dell'essere umano di volare alto, al di là dei confini spazio-temporali.


martes, julio 27, 2021

 La scrittura e le immagini



È da un po' di tempo che sono ossessionato da un tema: il rapporto (sempre conflittuale, ambiguo e affascinante, oltre che ancestrale) tra la scrittura e le immagini, ovvero, tra le parole e le immagini che queste riescono a creare da sè, ovvero, tra la parole e le immagini che, a volte, gli scrittori introducono nei loro testi (siano essi romanzi, racconti, saggi, poesie, opere teatrali, etc.).

Va da sè che un conto sono le prime, ovvero, le immagini che il romanziere, il poeta, il saggista, l'autore di un testo teatrale, etc. riescono a creare con l'uso attento (estetico) delle parole e un altro (ben diverso) le seconde, ovvero, le immagini "reali" (reali? quale immagine lo è davvero? Platone docet) che un romanziere, un poeta, un saggista, un autore di un testo teatrale, etc. decide (di sua spontanea volontà) d'introdurre nel testo. Ecco: già solo l'introduzione dell'immagine (una fotografia, la riproduzione di un quadro famoso nell'ambito della storia dell'arte, un pezzo di giornale, una pubblicità, etc.) rompe la linearità dell'atto della lettura e obbliga a fermarsi, obbliga il lettore a pensare e a porsi la domanda: "cosa guardo? cosa rappresenta quest'immagine? cosa vuole dirmi l'autore introducendo nel suo discorso - letterario - un'immagine di questo tipo? che rapporto ha l'immagine con il testo in cui è inserita? e perché?".

Da bravo studente (o da ricercatore responsabile) mi sono andato a cercare la bibliografia più recente sull'argomento e mi sono imbattuto in un saggio molto ben scritto di Michele Cometa, un libro che s'intitola (guarda un po' il caso): La scrittura delle immagini. Letteratura e cultura visuale (Milano, Raffaello Cortina, 2012). È un saggio pieno d'idee e spunti interessanti, un libro denso, e ricco d'immagini...E mentre lo leggo con la matita in mano penso a quanto è difficile non perdersi nell'immensa massa e mole d'immagini che ci sommergono da quando ci svegliamo la mattina fino a quando andiamo a letto a dormire la notte. Siamo sempre bombardati dalle immagini le più disparate e variopinte. I nostri occhi (la nostra vista) portano a termine un lavoro immenso, se calcoliamo le miriadi, i milioni d'immagini che poniamo alla loro attenzione in modo costante e, a volte, spesso, del tutto involontario.

Questa sera (o, per meglio dire, questa notte: sono le 1:15) dovrei iniziare il capitolo 4, "La Madonna del pensiero", ma invece di leggere mi fermo a pensare a questo fatto del tutto banale eppure straordinario: i nostri occhi guardano tutto, cercano di scannerizzare tutto, tutti i giorni, tutte le volte che un'immagine li punzecchia, li titilla, li stimola, volenti o nolenti (molto spesso nolenti). E noi non impazziamo. Voglio dire: nel maremagnum delle centinaia e centinaia d'immagini che arrivano fino al nostro nervo ottico, noi non soccombiamo, continuiamo a vivere come se nulla fosse, guardiamo ed elaboriamo il dato, e andiamo avanti...spesso senza nemmeno renderci conto di ciò che abbiamo appena visto.

E mentre il camion della spazzatura fa il suo dovere e fa il suo tipico rumore notturno, penso a come è incredibile che la vista svolga il suo lavoro in silenzio: gli occhi non parlano, anche se alcuni sono molto espressivi (e sono lo specchio dell'anima, secondo gli antichi). Gli occhi non emettono frasi, ma vedono e registrano tutto e ci permettono di andare avanti senza inciampare, di capire con chi abbiamo a che vedere (scusate il gioco di parole), di intuire se di una determinata persona ci possiamo fidare oppure no, innamorare oppure no, e così di seguito, in un continuo esercizio d'equilibrismo sul bordo dell'abisso. Gli occhi non parlano, ma sono eloquenti a modo loro e lasciano intravedere verità spesso scomode e lanciano messaggi muti. Pensiamo solo per un momento agli occhi della Monna Lisa di Leonardo; a quelli della Madonna della Pietà di Michelangelo; agli occhi dei molti personaggi con la bombetta nei quadri di Magritte; agli occhi dell'uomo disperato del Grido di Munch.

E poi dall'arte, dalla pittura e dalla letteratura, facciamo un salto più in là e pensiamo a tutti gli occhi di tutte quelle persone che sono state importanti nella nostra vita. Agli occhi di nostra madre; a quelli dei nonni; agli occhi della donna amata; a quelli delle donne amate in passato e ora finite chissà dove e chissà con chi; pensiamo agli occhi di chi ha pianto davanti a noi o agli occhi di ancora ride senza censure davanti a noi... Pensiamoci. E poi proviamo a chiudere gli occhi. Perché l'insonnia è una brutta bestia e perché io devo ancora finire di leggere tutto La scrittura delle immagini. La scrittura e le immagini. Le parole e le immagini. Le parole e le cose.

sábado, julio 24, 2021

 Accettare il presente



Dunque, il punto è questo: facciamo fatica ad accettare il presente, ovvero, a vivere lì dove stiamo e nel momento in cui siamo. Senza dover scomodare Sant'Antagostino, abbiamo una tendenza innata nello spostarci lungo l'asse del tempo tornando (e guardando) indietro, verso il passato e i ricordi ad esso legati, e, al contempo, ad anticipare eventi e pronostici spostandoci (e spiando) in avanti, verso il futuro e i sogni e le illusioni ad esso legati. Nel mezzo, appunto, c'è quel presente che facciamo fatica a vivere in quanto tale e a spremere quanto sarebbe opportuno spremerlo, a goderlo, a viverlo fino in fondo, con tutti i pro e tutti i contra che un'operazione del genere implica (è inevitabile che ci siano "presenti" che vorremmo sfuggire o evitare come la peste; così come ce ne sono altri che vorremmo non finissero mai, come quando stiamo bene con la persona amata o stiamo godendo a letto grazie ad un orgasmo dato o ricevuto dalla persona amata o come quando sappiamo che stiamo per incontrare la persona amata e già solo quest'idea ci eccita e ci spinge a goderne al massimo - Leopardi docet: "Non è tanto la soddisfazione del piacere a dare piacere quanto l'attesa del piacere" - o non era lui? Fa niente, andiamo avanti).

Insomma, abbiamo quasi sempre (quasi tutti) un rapporto piuttosto conflittuale con il "momento presente" e tendiamo quasi sempre (quasi tutti) ad idealizzare i "momenti passati" (o a guardarli con tenerezza e una certa nota malinconica o nostalgica) e ad anticipare i "momenti futuri" (come se non lo sapessimo già che ogni "anticipazione" potrà venire contraddetta dalla realtà fattuale). E questo è ciò che ho sperimentato guardando un film struggente e assolutamente pessimista, uno di quei film che non andrebbero mai guardati quando uno si sente solo e depresso e avrebbe voglia di suicidarsi (in senso metaforico, almeno nel mio caso): mi riferisco a Revolutionary Road, di Sam Mendes, del 2008, con gli splendidi Leonardo Di Caprio e Kate Winslet (due interpretazioni da Oscar, non ci sono dubbi).

Ecco: in Revolutionary Road lo spettatore tocca con mano (e vede con gli occhi) che cosa significa per noi, esseri umani, non riuscire a vivere il presente: lei sogna di trasferirsi a Parigi, dove spera che lui torni ad assaporare la vita e l'amore al massimo grado; lui all'inizio si lascia convinvere dalla proposta romantica di lei, ma poi, dinanzi ad un considerevole aumento di stipendio e di contratto, decide che forse è meglio restare negli Stati Uniti d'America, che forse anche nell'ambito di una "normale" vita borghese benestante si può essere felici o si può vivere una vita felice. È a partire da questo contrasto di vedute che scoppia la tragedia: lui non vuole più rincorrere i sogni del passato in nome di un futuro diverso, mentre lei non riesce più ad accettare il presente, dopo un passato tanto roseo e un futuro negato (per colpa del pragmatismo e del materialismo di lui).

Non serve che mi metta a "spoilerare" qui come finisce la storia; ripeto, è una storia tragica, assolutamente cupa e triste e deprimente... E uno, dopo che ha avuto modo di vedere un suo terzo articolo pubblicato sulla pagina culturale di un giornale importante della regione in cui si trova; uno che ha avuto la fortuna di pranzare con uno scrittore di notevole prestigio e alta qualità letteraria; uno che ha goduto di Eros grazie al trasporto passionale e assurdo di una donna eccezionale sia sul fronte fisico che su quello intellettuale; ecco, uno che ha potuto vivere queste esperienze (ed altre che non sto qui a citare), non dovrebbe sentirsi depresso o triste o solitario o angosciato a tal punto da mettersi a guardare un film come Revolutionary Road. Uno dovrebbe avere il coraggio di dirlo: "Ho vissuto queste esperienze e sono state tutte positive ed eccitanti e gratificanti e stimolanti" e non rimpiagere il passato se già paventa che quello che è stato vissuto "al massimo grado" non tornerà più in futuro. Uno dovrebbe accontentarsi e guardare alla vita con allegria e ottimismo, invece che piangersi addosso. L'ho già scritto in un altro "post" del passato: siamo tutti degli eterni insoddisfatti, sempre scontenti di ciò che già abbiamo e desideriamo sempre ciò che non c'è o non è a nostra portata di mano. Dovremmo davvero imparare a "desiderare ciò che abbiamo", come disse una volta il regista Bigas Luna citando - forse - proprio quel Sant'Antagostino che non ho voluto scomodare qualche frase più su... Uno dovrebbe - accidenti - imparare ad accettare il "presente" senza troppe pretese, senza paure, senza rimpianti, senza eccessiva nostaglia. Dovrebbe. Dovremmo. Ma non è (mai) facile e pure questo lo si sa (lo sappiamo).

miércoles, julio 14, 2021

 Il 14 luglio del 2021


È passato più di un mese dall'ultima volta che ho scritto su questo diario di bordo ai confini della realtà (virtuale e reale: ma le due tendono a mescolarsi, diventa complicato, a volte, distinguerle in modo netto).

È passato tanto tempo da quel dì e sono successe cose che hanno stravolto la mia vita: come se un terremoto l'avesse scossa dalle fondamenta (fondamenta che io credevo ben salde, e invece? Può crollare - sempre - tutto da un giorno all'altro; dovremmo esserci abituati a camminare lungo il filo del rasoio, dovremmo saperlo che tutto questo potrebbe scomparire da un momento all'altro, o no? Siamo esseri mortali che fingono di non ricordare che la morte è onnipresente e sempre dietro l'angolo).

Ieri, dopo più di un anno, una ventina (o trentina) di colleghi, alcuni uniti tra di noi da amicizia vera e profonda (tante le battaglie combattute l'uno al fianco dell'altro) siamo riusciti a riunirci e a vederci in un ristorante nella periferia dotato di un numero impressionante di kilometri quadrati per permettere il distanziamento sociale.

Ed è stato bellissimo vedere come tutti avevamo la stessa identica voglia di respirare la libertà e di divertirci e di staccare dagli orrori della realtà quotidiana, dallo stress estremo del lavoro, in un anno orrendo per colpa del virus e delle morti a milioni in tutto il pianeta, tutti con un'incredibile desiderio di dimenticare il passato e di vivere il presente al massimo, come se il futuro non ci fosse o fosse ancora tutto da scrivere.

E io mi sono lasciato andare e ho detto qualche parolina di troppo e fatto forse troppe battutine a sfondo sessuale e cantato Juanes, Volverte a ver, quando non era il caso di farlo davanti a certi colleghi oltremodo politicamente corretti.

E poi c'era lei. E con lei il fuoco della passione arde, ogni volta che ci vediamo gli sguardi parlano senza bisogno di linguaggio verbale, i corpi dialogano a distanza, la passione si trasmette attraverso le vene senza che nessuno se ne accorga o almeno è questo ciò che entrambi pensiamo: circondati da persone adulte, io e lei ci isoliamo dal branco per vivere l'uno nel cervello dell'altra, mentre le mani si divincolano e si cercano, si stringono e si baciano...e i corpi ballano a distanza la stessa danza...

Un mese e passa dall'ultimo "post" intitolato "La meraviglia e la vita (di tutti i giorni)", perché la vita è meraviglia da vivere ogni giorno (tutti i santi giorni), se soli si è disposti a cedere al suo incanto (e all'incantesimo di certi sguardi che ci permettono d'intravedere l'infinito).

Il 31 luglio tornerò in Italia, atterro a Bari, in Puglia, con l'emozione enorme di scoprire una terra che mi ha sempre affascinato. E oggi, il 14 luglio del 2021, io penso a lei e alla gente che ci ha fatto festa, al limoncello di Sorrento bevuto in una terrazza di un attico in pieno centro così bello e accogliente ed elegante da sembrare di essere a Madrid, o a Barcelona, o a Roma, o a Parigi...la città ai nostri piedi, l'orizzonte sconfinato e pieno di stelle.

Siamo tornati a casa alle 3, tutti ebbri di felicità, tutti felici di aver vissuto questa giornata così lunga e densa e piena di risate e di misteri irrisolti e di bocche che si cercano per darsi baci che ubriacano d'estasi e di gioia (a quando il prossimo? Ci sarà davvero una prossima volta?).

Sono troppo poetico, ultimamente. Ma la vita è anche questo: essere troppo poetici, vedere sempre il lato poetico del quotidiano, farsi trasportare dai ritmi e dalle rime interne della lingua, come se non esistesse la prosa (del mondo).

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...