lunes, octubre 17, 2011

LUIS GOYTISOLO DOCET (sulla "relazione erotica")



Oggi vorrei riflettere su queste parole di uno dei miei scrittori spagnoli preferiti in assoluto, e cioè: Luis Goytisolo (autore poco letto in patria e pochissimo noto in Italia – la Biblioteca Nazionale di Firenze, ad es., ha solo una copia de “I sobborghi” (Torino, Einaudi, 1961), più che decennale traduzione italiana del suo fortunato “Las afueras” (il romanzo vinse il primo “Premio Biblioteca Breve” indetto da Seix Barral, se non vado errato). Ecco le sue parole:

“La relación erótica es tanto más perfecta cuanto en mayor número estén presentes los elementos que la componen, de acuerdo con una gradación semejante a la del espectro solar: afecto, amistad, amor, deseo, lascivia, perversión, exceso. La serie es abierta, en el sentido de que puede dar comienzo con uno cualquiera de los elementos enumerados y, a partir de ahí, seguir adelante hasta completar el circuito”

parole che potremmo volgere in italiano così:

“La relazione erotica è tanto più prossima alla perfezione quando in maggior numero siano presenti gli elementi che la compongono, in base ad una gradazione simile a quella dello spettro solare: affetto, amicizia, amore, desiderio, lascivia, perversione, eccesso. La serie è aperta, nel senso che può avere inizio da uno qualsiasi degli elementi enumerati e, a partire da lì, proseguire in avanti fino a completare il circuito”.

Sono parole belle e che fanno riflettere, tratte da un romanzo che s'intitola Diario de 360° (Barcelona, Seix Barral, 2000, p. 137). Si tratta, in realtà, di un finto diario, scritto nell'arco di un anno (e a ridosso del 2000), in cui l'autore mescola abilmente piccoli pezzi di autobiografia, brani brevi di un lirismo intenso, alternandoli ad altri di narrativa pura: racconti surreali, incipit di romanzi tutti da scrivere, sogni, incubi e narrazioni perturbanti varie.

Rifletto, in particolare, su quelli che l'autore ci presenta come gli ingredienti della relazione erotica (si badi bene: “erotica”, non “amorosa” o “sentimentale”):affetto, amicizia, amore, desiderio, lascivia, perversione, eccesso.

Per deformazione professionale, io qui ci noto un climax ascendente. Poi penso alla metafora (se di metafora si può parlare) della relazione erotica come “spettro solare”: cos'è, in realtà, lo “spettro solare”? E' quel mix di onde o radiazioni elettromagnetiche che il Sole ci invia sotto forma di luce (sia visibile sia invisibile – dai raggi X, ai raggi ultravioletti; dai raggi gamma alle onde radio – grazie Wikipedia, grazie di esistere!). Insomma, l'Eros è qualcosa che nasce da un miscuglio di tutte queste diverse “emozioni” o “sentimenti” o “onde”: dall'affetto (che si può provare per un amico, un fratello, un cane) all'eccesso (che esce o fuori-esce dalla norma, in senso etimologico) passando per la lascivia (peccato che Dante condanna attraverso la narrazione straordinaria di Paolo e Francesca) e la perversione (che è campo quanto mai minato – fino a che punto qualcosa – una pratica, un abitudine sessuale, un gusto in fatto di sesso – è “perversione”? Chi stabilisce i confini? Chi fissa i paletti? Nessuno; o meglio, e a parer mio, i limiti, i confini, i paletti li fissano le due persone coinvolte nella pratica o relazione erotica).

Il bello (o l'aspetto curioso) è che, a detta di Goytisolo, questi ingredienti possono presentarsi in grado diverso tra loro e non tutti insieme; il massimo è quando coesistono e convivono e permettono di raggiungere il massimo del piacere e della soddisfazione o soddisfacimento personali.

Ripenso alle mie vecchie storie d'amore e alle relazioni erotiche che le hanno accompagnate; ripenso alle mie ex; ripenso a quanta perversione le altre hanno visto o intra-visto nel mio modo di intendere il sesso e l'eros; ripenso a tutte queste cose e mi piglia la tristezza, perché, a pensarci bene (appunto) a me è capitato soltanto una volta d'avere (di vivere fino in fondo) una relazione erotica di cui sopra (in cui, cioè, s'amalgamassero in modo costante nel tempo e in maniera armoniosa tutti – ma proprio tutti – gli elementi che Luis Goytisolo enumera).

Sola una volta nella vita...

Poteva andarmi peggio; avrei potuto avere meno fortuna e non vivere mai nemmeno quella singola storia d'amore e sesso così travolgente da sfiorare (se non raggiungere) la perfezione... Ma si sa che l'uomo è animale razionale e imperfetto. Forse, a dirla tutta, la perfezione su questa Terra non esiste. E lo “spettro solare” continua a mandarci raggi e onde senza che noi riusciamo nemmeno a percepirle.

jueves, octubre 13, 2011

La vita agra, di Luciano Bianciardi: il lato oscuro del “miracolo italiano”



Scritto a Milano l'inverno del 1961, pubblicato l'anno dopo, La vita agra di Luciano Bianciardi è un romanzo che ci permette (ancora oggi) di vedere il dietro le quinte del cosiddetto “boom economico” o “miracolo italiano” degli anni 60. L'autore, nato a Grosseto, ed emigrato al Nord (come tanti suoi concittadini e tanti italiani del Sud), ci mostra un'umanità che si affanna, si svena, si affatica per trovare un lavoro, guadagnare il giusto e, soprattutto per spendere e consumare quanto guadagnato; il lavoro non solo come fattore alienante o strumento che piega l'essere umano ai suoi tic e alle idiosincrasie di un'intera società (capitalista e rampante), ma anche come elemento quotidiano che quotidianamente ci rende tutti come dei robot senza cervello o come barbari pronti ad uccidere il prossimo, a calpestarlo, violentarlo e sfruttarlo in nome del Dio Denaro.

Memorabili le scenette grottesche in cui il narratore in prima persona ci racconta della sua esperienza a contatto con le “segretarie” (senza culo e senza curve, dalle guance incavate e lo sguardo prosciugato), con il mondo dei pendolari che si recano sul posto di lavoro in tram (sembrano tutti zombie o “morti viventi” senza occhi per guardare la realtà circostante); con il mondo degli editori e dei traduttori (“lei deve essere fedele al testo, non può tradire, non deve inventare” - cito al volo e non verbatim); con quello a tratti lirico, a tratti strampalato, degli artisti bohémienne (fotografi che, insieme al protagonista, fanno la fame o tirano a campare in camere in affitto dove fa freddo e l'acqua calda è quasi un lusso; pittori che non hanno l'ispirazione per superare o eguagliare almeno i modelli del passato - “Picasso è bravo”, “Monet è bravo”, “Manet è bravo pure lui”, etc. etc.) e, infine, con il mondo della Milano dell'epoca – la mattina è il momento peggiore, è quando tutti devono passare a chiedere soldi a tutti: i soldi dell'affitto, ma anche quelli della luce, del gas, del condominio, della nuova aspirapolvere tutta da provare, etc. etc.

Ecco allora che la morte, dinanzi a tali scocciature e a tanti problemi, diventa quasi la soluzione perfetta, il porto cui approdare quanto prima:

“Ed è per questo che il viso dell'agonizzante ci si mostra sempre così terreo e stravolto: sta lottando, non contro la morte, ma contro la vita, perché pensa e si arrabatta di trovare i soldi per pagare il prossimo. Poi, appena morto, lo vedete distendersi, riposare, e sorridere ironico. Ora – così par che dica – arrivederci a tutti e sotto voialtri, io stavolta vado in pensione sul serio. Pagateli voi, i conti, e non i vostri soltanto, ma anche i miei, per la cassa, il trasporto, la buca del cimitero. E sorride.” (p. 149)



E' un esempio, tra i tanti che si potrebbero fare, dello stile diretto, apparentemente colloquiale e, in realtà, strategicamente costruito, di Luciano Bianciardi: La vita agra, di fatto, è un romanzo dotato di uno stile proprio; non è soltanto una cronaca, o non vuole essere soltanto questo: è anche una storia emblematica, una narrazione vertiginosa intorno al “male di vivere”, un'esplorazione intorno all'abisso, per mostrarci fin dove può arrivare l'essere umano e quanto dolore può arrivare a sopportare. Narratore e lettore sono coinvolti entrambi, e insieme, in questa ricognizione del limite (o dei limiti umani), come è ben messo in evidenza in questo secondo brano (ennesimo esempio di come Bianciardi concepisse il suo romanzo come “romanzo” e non come semplice “cronaca” o “ritratto di società” o “di costume” - discorso a parte meriterebbe la storia d'amore con Anna, che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie lasciata al Sud con un figlio con problemi di crescita...):



“Vi darò la narrativa integrale – ma la definizione, attenti, è provvisoria – dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore, e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, tutti e due coinvolti insieme in quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dell'esercito, insomma interi” (p. 27).



La “narrativa inegrale”: è da tanto che non mi capitava di leggere un libro così potente, che spinge a riflettere, emoziona e colpisce così forte da spingere il lettore a rimuginare e a ripensare a quanto appena letto...

viernes, octubre 07, 2011

Per chi scrive chi scrive (un blog)?



Ieri sono stato a Trento: non c'ero mai stato, non mi ero mai azzardato ad arrivare così a Nord, e devo dire che la città mi è piaciuta molto, e anche la gente, i trentini sono ospitali, o almeno, quelli che io ho avuto modo di conoscere si sono comportati in modo eccelso e con un garbo e una gentilezza d'altri tempi, nei confronti miei e dei miei colleghi d'Università (bella Piazza Duomo, e molto bella anche la Facoltà di Lettere, con le sue aule dalle numerazioni quasi astrofisiche – aula 411, 563, 750...).

E a Trento, in occasione di un convegno sul “diario come forma letteraria”, ho avuto modo di chiacchierare del tema con una esperta in romanzo italiano epistolare dei primi anni 30 del Seicento. E allora io le ho chiesto cosa ne pensasse delle “emails” e di come hanno cambiato l'antica arte di scrivere lettere (con penna e inchiostro e calamaio) e, soprattutto, cosa ne pensasse dei “blog”, e se lei ne avesse uno. La studiosa mi ha risposto che sì, ha avuto un blog in passato, uno di tipo letterario in cui, dietro l'impunità che offre un nick-name, riversava tutte le sue critiche acide e senza veli e senza peli contro gli autori che aveva letto e che non gli erano piaciuti. E poi ha cercato di spiegarmi come è cambiata la forma di scrivere di sé, e di redigere un diario personale, nell'era di internet e del mondo virtuale. E mi ha fatto notare che, comunque, nel blog, non parlerai mai come quando scrivi un diario (quando scrivi per te, e riversi tutto, senza censure, tutto ciò che pensi, e che senti).

La discussione si è allargata ad altri colleghi; ognuno ha apportato la sua versione dei fatti; tutti hanno affermato di avere avuto o di avere ancora oggi un blog (di tipo letterario); molti si sono messi a ridere nel pensare che è ben strano che così tanti docenti di Lettere gestiscano blog letterari... (dove lo trovano il tempo?).

Poi sono tornato in albergo e mi sono chiesto: “Ma per chi ho scritto io fino a oggi? Chi è che mi legge o mi ha letto in passato? Perché sono sempre e solo 3 o 4 lettrici donne? Sono poi così sicuro che si tratti di sole donne (le amiche che conosco e che so che mi leggono)? E se mi leggessero anche persone che non conosco e di sesso maschile? E se mi leggessero più persone di quelle che penso? E se chi legge si annoia? (di sicuro ci si annoia, leggendomi, o almeno, non sono sempre brillante, e d'altronde, chi può esserlo? Forse perfino Proust, ogni tanto, avrà scritto con stile meno “elevato” e meno “intenso” del solito...) E se chi legge non mi sopporta? Si può sempre cambiare pagina, andare a navigare da un'altra parte – la blogsfera è immensa...e copre l'intera geografia nota, o quasi, a quanto ne so io...
E poi è arrivata la domanda più grande di tutte: e se chi legge non mi capisce? Ma questo può succedere anche quando parliamo! Quante volte, chiacchierando con un'altra persona, si scopre di essersi capiti male o di avere frainteso, quante volte scoppiano litigi o si rompono amicizie o rapporti sentimentali, quando si parla e sembra che ognuno stia parlando un linguaggio diverso, quando si parla due lingue differenti...

L'incomprensione è dietro l'angolo, sia quando si scrive sia quando si parla a viva voce con un altro... Solo che scrivere e lasciarsi leggere da altri assume sempre, comunque, i tratti del dono, di una specie di regalo che tu, “scrivente” (più che “scrittore”) regali a lui, il “ricevente” (potenziale e possibile) del tuo scrivere... del tuo atto di scrittura. Il lettore è libero di non ricevere il dono o regalo o la “scrittura di sé” che si presenta come dono o regalo; il lettore è liberissimo (liberrimo?) di fare ciò che vuole di quanto io scrivo, anche d'insultarmi, se vuole, o di mandarmi a quel paese, o di scrivermi (se mai si prendesse la briga) commenti negativi o sarcastici o acidi, e io dovrei comunque accettare la sua reazione, perché è nella logica delle cose (io scrivo, tu mi leggi: io intendo farti arrivare un determinato messaggio, tu leggi e interpreti il messaggio nel modo che più ti si confà). E a meno che non ci si incontra per parlare davvero a viva voce, in questo ambito, è “impossibile” capirsi al volo. Tu lettore puoi anche criticarmi; io posso rettificare o specificare meglio quello che intendevo dire; ciò non toglie che scrivendo ti ho fatto un regalo e, forse, mi sono fatto un regalo... Perché scrivo anche per questo: per potermi rileggere, per avere il modo di poter tornare sul già scritto e “capirmi” meglio... Perché quando scrivo riesco a capire meglio ciò che credevo di sapere... Perché scrivendo ho scoperto di sapere cose che non sospettavo di sapere. Perché scrivendo mi schiarisco le idee o me le complico e mi piacciono entrambe le cose: sia schiarirmele che complicarmele (forse perché anch'io sono così... chiaro e limpido, a volte, e altre complicato e ingarbugliato).

Scrivere è un regalo sia per chi scrive (e si vede riflesso nella scrittura e approfondisce o complica la conoscenza di sé – che vuol dire, si badi bene, anche conoscenza dell'altro e della realtà che ci circonda) sia (soprattutto?) per chi legge (e ha modo di conoscere meglio se stesso attraverso lo specchio che gli offre un altro con la sua scrittura, proiezione in qualche modo “virtuosa” del proprio io).

Basta ora scrivere... che sennò mi si complicano ancora di più le cose (o perché forse me ne schiarisco troppe e io non voglio avere tutto chiaro, mi piace sapere che ci sono cose che non so o non capisco o non ho ancora capito e che la scrittura, prima o poi, potrà aiutarmi a capire, se mi sforzerò di usarla per questi scopi e mi sforzerò di portarla lì dove lei vuole portarmi, dove non m'aspettavo che mi potesse portare).

P.S.: dopo questo “post”, probabilmente, mi leggeranno ancora meno persone, ma non è che uno tiene un blog per vedere quanti lo leggono o battere un record o guardare a che posizione è nella classifica dei blog più letti... C'è gente che lo fa, ma non io, non è proprio nel mio stile... Io vorrei che si continuasse ad essere in pochi qui dentro (in queste quattro colonne virtuali di scrittura elaborata col Word... Vorrei che continuassimo ad essere i famosi, noti e proverbiali “happy few”...)

viernes, septiembre 23, 2011

Il mondo a rotoli (?): scampoli di fine Settembre




Mi sembra tutto così strano, oggi... Tra poco ci sono gli esami e mi risulta strano dover prendere carta e penna, fare l'elenco dei nomi, vedere chi è presente e alza la mano e procedere alle interrogazioni (sempre le solite domande, alla fine, si esce dall'aula a pezzi, perché non si sa più cosa diavolo inventarsi per non cadere addormentati e stecchiti sulla cattedra)...

Ieri, invece, ero nello studio di una collega più avanti con l'età, anche se non di molto. Una brava, in gamba, un po' arcigna, a volte, ma nel complesso, una persona degna e che fa il proprio lavoro con serietà e passione. Ci siamo scornati sul mio stile: dice che così non va, che così questo libro non lo posso pubblicare, che il lettore si stanca, che questi aggettivi stonano al suo udito, che uso troppe volte la parola "mistero" e la parola "inquietudine", che a volte i miei periodi sono troppo lunghi e ci sono troppe, davvero troppe digressioni, così il lettore si stanca dopo le prime 30 pagine e smette di seguirti, il lettore, ricordati che di là c'è qualcuno che ti legge, mettiti nei panni del povero lettore...

E io ci provo a mettermici, ma non riesco poi mica così bene a immaginarmi com'è e che faccia avrà (o potrebbe avere) questo fantomatico lettore... Che ne so io chi mi leggerà? Non so neppure se ci sarà davvero un lettore, a questo punto dell'opera! E poi mi viene in mente la citazione di non ricordo più chi, uno che diceva: "Lo stile è l'uomo", e mentre lo penso e lo scrivo ora, a freddo, nella mia stanzetta, mi accorgo che a certi vezzi, a certi giri di frase, a certe parole mi risulterà davvero difficile rinunciare, ognuno ha il suo stile, se il mio a volte risulta barocco, o difficile, o troppo complesso o stancante, pazienza, "l'uomo è lo stile" o "ognuno ha il suo stile"...

Il mondo va a rotoli. C'è chi predica e vuol razzolare; e chi, invece, sta fermo e finisce magari sotto i resti di un satellite esploso che cade giù dal cielo come un meteorite di cui è difficilissimo calibrare matematicamente la traiettoria (è questo il mio stile, ok?).

Una mia ex mi chiama: me l'avevo promesso, me l'aveva perfino anticipato via Facebook, e l'ha fatto davvero. Il mondo sta impazzendo: ridiamo e scherziamo e ci facciamo le vecchie battute come due comici che si ritrovano a distanza di 10 anni... Tanti ne sono trascorsi dall'ultima volta che ci siamo baciati con una certa passione e un certo trasporto.

E' incredibile: non solo il tempo non cura le ferite e non migliora le cose, non solo noi non cambiamo, e non miglioriamo, anzi, è il contrario: il tempo ferma le ferite, le blocca, le lascia aperte e, nel tempo, noi diventiamo peggiori di quello che sembravamo, perché i nostri difetti sono sempre gli stessi, solo che ora sono aumentati, o meglio, si manifestano all'ennesima potenza.

"E quando mi chiamavi "piccola"? Te lo ricordi?".
"E quando andavamo a fare la spesa insieme e tu avevi sempre pronta la lista e io compravo sempre qualcosa che non era nella lista e t'arrabbiavi?".
"Dio, quanto ti ho amato!".
"E quanto ti ho pensata in questi ultimi mesi, e quante volte ho pensato di chiamarti e non l'ho fatto, perché temevo che tuo marito potesse arrabbiarsi!".
"Ma mio marito non deve arrabbiarsi, perché queste sono cose mie, private, tu fai parte di me, e mi conosci fino in fondo, lui non capirebbe".
"E ti confesso che anch'io penso lo stesso: tu fai parte di me, sei dentro la mia memoria, il mio cuore, il mio spirito, non posso né potrei mai dimenticarti"... e così di seguito, fino alla fine del mondo che va a rotoli tra i rantoli...

Mi sembra tutto così strano... Tornare in cattedra, vedere i volti di studenti mai visti prima, ascoltarne le chiacchiere seduto e in ordine, con la giacca stirata e la camicia pulita... E' tutto così strano, questo fine Settembre qua...

miércoles, septiembre 14, 2011

Los girasoles ciegos, di Alberto Méndez: Guerra Civile e morti in vita (che tornano a morire)




La bibliografia su uno dei drammi più feroci e ancora "scottanti" della Storia della Spagna contemporanea, ovvero, la Guerra Civile, continua a crescere ogni giorno che passa; non c'è mese che non faccia la sua apparizione (tra i libri più venduti) un romanzo, un saggio o un film o documentario ambientati, o sviluppati o incentrati sull'analisi dei dati che si possiedono a oggi su quell'evento fratricida.

Tra i libri che più mi hanno colpito ultimamente sull'argomento c'è, senza dubbio, la raccolta di racconti Los girasoles ciegos di Alberto Méndez (Barcelona, Anagrama, 2004 - esiste una trad. it., a cura di Bruno Arpaia, I girasoli ciechi, presso Guanda), un professore dell'Università "Complutense" di Madrid, morto a 63 anni, proprio quando il suo libro stava per ottenere un successo notevole sia presso il grande pubblico che presso i critici più attenti e raffinati...


Il libro raccogli 4 racconti, ogni racconto rappresenta una "derrota", ovvero, una "sconfitta"; ogni racconto è ambientato in un anno diverso e presenta anche un sottotitolo che specifica subito il tema che verrà affrontato.


Il primo si intitola "Si el corazón pensara dejaría de latir" ("Se il cuore pensasse smettere di battere") e parla della imminente condanna a morte di un generale franchista catturato dai repubblicani e in attesa di giudizio perché sembra che, proprio nel giorno della vittoria di Franco, sia passato al nemico (o abbia passato ai repubblicani informazioni top-secret). L'ottusità dei soldati; le ferree leggi dell'esercito nazionalista; la retorica ampollosa dei vincitori; la violenza delle carceri franchiste e l'abbrutimento dell'essere umano costretto a vivere in carcere in attesa della sua ultima ora sono tutti elementi che il narratore ci descrive e ci trasmette con un linguaggio plastico e visivo molto forte e diretto.


Il secondo racconto, "Manuscrito encontrado en el olvido" (ovvero, "Manoscritto trovato nell'oblio") è, a mio modesto parere, quello più scioccante di tutti: un ragazzo di appena 18 anni fugge insieme alla sua giovane fidanzata (o moglie) che muore nel mettere al mondo il loro bambino. Il padre deve far fronte alla sconfitta del suo esercito (quello del Fronte Popolare), alla fame del neonato e sua, alla presenza costante ed inquietante del cadavere della donna all'intero di una stalla nascosta in una montagna piena di neve. Il racconto si presenta come il diario di bordo che il ragazzo scrive per non impazzire e perché possa diventare testimonianza diretta dell'orrore della guerra appena finita. La morte è incarnata nella paura di sopravvivere in un contesto in cui non c'è più speranza. Quando muore anche l'unica mucca che può dare il latte necessario alla sopravvivenza del bambino, il giovane padre non sa più che fare, se non sfruttare quel poco di matita che gli resta per sognare un mondo migliore e per mettere nero su bianco le sue sensazioni in prossimità della fine... E' uno dei racconti più belli che abbia mai letto fino ad oggi...


Il terzo s'intitola "El idioma de los muertos" (ovvero, "La lingua dei morti") ed è il racconto con gli echi più biblici dei quattro. Un soldato si salva da un'esecuzione sommaria finendo, ferito, sotto il cumulo dei cadaveri dei suoi compagni di battaglia. Nessuno si è accorto che sotto quei corpi c'è ancora vita, c'è ancora qualcuno che, in mezzo al sangue e all'odore fetido dei morti, respira e vive. Sorta di Lazzaro tornato dal mondo dei più, il soldato Juan Serna passeggia tra i vivi come una sorta di fantasma. Viene nuovamente catturato dai franchisti e sottoposto a giudizio (sommario, come voleva la prassi). Rispondere alle domande insistenti dei suoi carnefici gli risulta assurdo come essere riuscito a sopravvivere in mezzo a quei cadaveri. Si chiede in che lingua comunichino i morti nell'al di là e si prepara ad affrontare il boia per una seconda, definitiva morte... Impossibile non provare brividi nel leggere questa storia di un redivivo che torna in vita solo per essere di nuovo condannato a morte dai boia del dittatore...


Il quarto e ultimo racconto, "Los girasoles ciegos", quello che da il titolo all'intera raccolta, è narrato dalle voci di più personaggi: un prete che s'invaghisce di Elena, la madre di Lorenzo, un bambino di 7 anni il cui padre vive nascosto in casa all'interno di un armadio a muro; Lorenzo, quando ormai ricorda quegli eventi da adulto e a posteriori; un narratore esterno che segue gli andirivieni del prete tra la scuola e la casa del piccolo alunno, perché ormai invaghitosi perdutamente della madre di lui. La lascivia con cui il prete tocca la donna in un primo approccio sessuale; il tono dottorale o professorale con cui prova ad istruire Lorenzo sul senso della vita e su chi sono i buoni e chi i cattivi; l'ipocrisia con cui cerca di giustificare le proprie azioni davanti a Dio e alla propria coscienza sono tutte caratteristiche che fanno di questo prete una nuova reincarnazione del Demonio. 
Altrettanto (se non più) emblematico di questo personaggio, quello del padre del ragazzino, un padre che vive dentro un armadio, nell'oscurità più totale, perché ha avuto la colpa di appoggiare l'esercito che ha perso. La paura di essere scoperto lo spinge a rintanarsi con tale cura dentro la propria abitazione da non sopportare più i rumori e le luci che provengono dal mondo esterno.
Si tratta dell'ennesimo, bellissimo tassello di un racconto sulla Guerra Civile che spiazza e turba e fa riflettere il lettore contemporaneo, così lontano, eppure, così vicino a quegli avvenimenti ricordati con uno stile così deciso, forte, realistico e crudo.


[L'immagine è il poster del film  tratto dal libro: il regista è José Luis Cuerda; il film è del 2008, ancora non l'ho visto, ma sapere che tra gli sceneggiatori c'è anche Rafael Azcona, il mitico co-autore di tanti film di Marco Ferreri, mi fa ben sperare...]

lunes, septiembre 12, 2011

Avere 34 anni (e non sapere ancora bene cosa fare della propria vita)


L'8 Settembre non è solo il giorno della Natività della Vergine (Maria). E non è soltanto il giorno dell'armistizio seguito al "proclama Badoglio" (1943, era l'inzio della fine della Seconda Guerra Mondiale). E' anche il giorno del mio compleanno... il mio 34esimo compleanno, per essere precisi. "Allora, come ti senti?", chiede mia madre, in procinto di apparecchiare la tavola (non verranno molti invitati, solo i nonni). Come mi sento? Felice e confuso, mi verrebbe da risponderle citando il titolo di una famosa canzone di Carmen Consoli (Dio mio, che fine avrà fatto Carmen Consoli? Dove sarà in questo preciso istante? Abita a Catania o a Palermo? Sarà in tournè? Che strani pensieri mi vengono in mente oggi).

In realtà, mamma sta preparando la festa per mio fratello che, dopo tanto, è riuscito a superare anche la parte orale dell'esame da avvocato. Oggi è un giorno felice per entrambi. Gli ho regalato una bottiglia di champagne: abbiamo stappato non appena la commissione ha emesso il verdetto, e ci siamo sbronzati come due scemi davanti al Tribunale minorile dove si svolgevano i colloqui... Mia madre era felice. Mia sorella era felice. Mio padre (che pure non c'era) era felice. Io ero felice? Sì, in parte, insomma... ero felice per mio fratello, felicissimo per lui, ma per me, insomma, stavo compiendo i 34 anni e un po' di dubbi mi sono venuti... sto invecchiando, è stato il primo pensiero, invecchio, Cristo...

Poi accendo internet. Una mia carissima amica mi ha mandato il suo particolarissimo regalo... una sua foto, scattata in riva al mare, al tramonto, con i capelli al vento e un sorriso che spiazza... (sì, è una delle 2 o 3 lettrici di questo blog, è una di loro). Le rispondo immediatamente: "Quanta abbondanza! Che Iddio ti benedica!".

E poi vado a vedere la lista enorme (e per me inusuale) di persone che mi hanno fatto gli auguri via Facebook (sì, avete capito bene: Facebook, alla fine ho ceduto anch'io, per colpa di un gruppo di colleghi spagnoli che mi prendevano in giro e che volevano mandarmi a tutti i costi le foto delle nostre numerose cene insieme a Madrid... ho ceduto, cazzo, e mi rendo conto di quale schiavitù possa diventare avere un profilo su Facebook, comunque, questo è tema di un altro post, concentriamoci sul compleanno)...

Incredibile, mi fanno gli auguri anche persone che non ricordavo neppure più di avere conosciuto (a Roma, a Napoli, a Torino o a Salerno, a Madrid, Barcelona, o a Santiago de Compostela). Mi fa piacere. Ma è facile fare gli auguri quando sulla destra dello schermo un messaggino t'avvisa: "Oggi è il compleanno di Chiara - o Francesca o Sara o Marta o Jorge o Pablo - falle gli auguri!", caspita, è troppo facile così, eh!

Rifletto sull'efficacia comunicativa dei social network come Facebook, poi torno a chiacchierare con mio fratello. Gli rigiro la domanda di nostra madre: "Allora, come ti senti?". Lui mi guarda, mi abbraccia e mi risponde, emozionato: "Sollevato".

Allora, io come mi sento? Che effetto fa avere 34 anni? Strano. Mi avvicino a grandi passi alla pensione. Alla vecchiaia piena di acciacchi.  Alla morte in persona. Alla tomba. Al nulla (pulvis et umbra). No, mi dico, basta pessimismo, vivi la vita, cazzo!

E allora mi ricordo che, se pure quello scrittore famoso cui ho scritto una lettera non mi ha ancora risposto, ho ricevuto email molto lunghe e molto carine da parte di quella ricercatrice che tanto mi stava a cuore (una tizia alquanto misteriosa che ho conosciuto in Biblioteca Nacional). Mi manda gli auguri anche lei, a modo suo, con un simpatico video da YouTube: un gruppo di marmocchi canta "Feliz cumple" danzando al ritmo di una tipica musichetta anni 80... Troppo simpatica! 

La verità è che ancora non so cosa fare della mia vita. Eccola, è questa la triste verità... E a volte ho come la sensazione che la mia vita sappia perfettamente cosa fare di me (l'ha già fatto, e continua a farlo). Cioè: è lei che dispone di me. Io m'adatto. E certe volte andiamo d'accordo. Ed è bellissimo quando tra uno e la propria vita s'instaura una bell'amicizia e un'onesta alleanza. E' come stare in pace col mondo... O almeno così mi sembra (mi è sembrato) fino a oggi... 8 Settembre...del 2011...

lunes, septiembre 05, 2011

Tornare a casa: l'Italia e il filo del rasoio (o l'orlo dell'abisso)


Lasciare la Spagna per l'Italia, abbandonare Madrid per Roma, tornare a casa dopo quasi 2 mesi d'assenza è sempre un evento traumatico: uno deve ricominciare a riadattarsi ai ritmi nostrani, deve ricominciare a prestare attenzione a fatti, volti e cose che non dovrebbero richiedere in modo così insistente e ripetitivo la nostra attenzione, a dover fare i conti con i tanti, troppi disservizi italioti, a dover rapportarsi, nolens volens, con la mentalità contorta - e a volte corrotta - tipica italiana...

Che qualcosa non vada in questo paese lo si capisce subito atterrando a Fiumicino. Le segnalazioni luminose dei terminal e dei punti in cui verranno consegnati i bagagli sono difettose e confondono solo le idee. I ritardi nella riconsegna sono dell'ordine di un'ora circa. 

Mi avvicino alla biglietteria e con tutta innocenza chiedo un biglietto per Roma Tiburtina (onde evitare il costoso trenino per Roma Termini che, da Fiumicino, arriva a 14 o 15 euro - una follia). Il bigliettaio:
"Roma Tiburtina? Ma nun ce poi annà a Roma Tiburtina, che nun ce o sai che l'hanno incendiata?".
"Incendiata? Dio mio, e quando?".
"Un mesetto fa, aho, ma da ndo stai a tornà? L'hanno scritto su tutti i giornali, incendio doloso!".

E vabbé. Prendo il pullman o, come si dice oggi, lo shuttle bus. L'autista non sa dove farmi posare la valigia: il bagagliaio e pieno. Dovevamo partire alle 11. Sono le 11,30 e nessuno si smuove. L'autista ride e scherza e parla di calcio con una specie di parcheggiatore. Poi decide che è ora (nel pullman, zero aria condizionata: vedo tedeschi boccheggianti, inglesi stoici in un'unica goccia di sudore e francesi allucinati). Partiamo e una coppia di spagnoli urla: "El maletero! El maletero!". Stavamo partendo per Roma centro con il bagagliaio aperto. L'autista frena di botto, inchioda, scende e chiude. Quando risale, ci mostra il suo sorriso migliore e, in un inglese maccheronico, dice: "Sorry, madame!".

Tralascio i sorpassi azzardati dell'autista, le macchine parcheggiate in doppia o tripla fila, il caos tipico del traffico romano. Quando arriviamo a Termini una turista avanti con l'età sta per vomitare. Vado a casa di un mio vecchio amico romano e pranziamo con la televisione accesa.

La ministra Gelmini sta parlando in una conferenza stampa. Non so cosa dica, non so di cosa si tratti, chiedo gentilmente al mio amico di togliere l'audio (mi basta guardare la faccia della ministra per avere il mal di stomaco - che razza ci capigliatura antiquata, che faccia!).

Mi viene in mente la solita domanda che mi hanno fatto diversi spagnoli mentre ero là: "Ma com'è possibile che Berlusconi sia ancora al potere dopo tanti anni di corruzione e di traffici loschi? Come fate ad accettare una cosa simile?".

Ecco, la solita domanda che fanno agli italiani che si trovano all'estero. Com'è possibile?

Non lo so. Assaporo un piatto di pasta col sugo e basilico e sorseggio un buon vino rosso dei Castelli e mi risento a casa. Nel mentre, però, mi viene in mente quest'immagine: l'Italia non è un paese normale, sembra come quel clown che cammina sulla corda tesa e rischia di cadere giù nel vuoto; o come chi sfiora il filo del rasoio e può tagliarsi da un momento all'altro; già che ci siamo, mi viene in mente un'altro topos: quello del folle che cammina sull'orlo dell'abisso. In realtà, è davvero un miracolo che non siamo ancora precipitati, che siamo ancora in piedi. E' un miracolo che l'Italia continui a sopravvivere con questa banda di matti al governo e con tutti i problemi ancestrali e di malfunzionamento della res publica che ci portiamo dietro da secoli... Un vero miracolo, un portento, un'impresa che non so spiegarmi...

jueves, agosto 25, 2011

Questa volta è Gianni e le donne...


Continuiamo con il chiodo fisso (tanto sono soltanto 2 o 3 le donne che ancora continuano a leggermi...). Questa volta però si tratta di Gianni e le donne (2011). il secondo, delizioso, elegante e ironico film di Gianni Di Gregorio, il regista del fortunato Pranzo di Ferragosto (2008) - l'ennesima scommessa vinta dalla "Fandango" di Domenico Procacci -.

Ecco, Gianni e le donne rappresenta al meglio quello che diventerò a sessant'anni (se mai ci arriverò, un giorno, e non tiro le cuoia prima)...

Uomo medio, uomo della strada, il mite (ignoto) per eccellenza, Gianni è un sessantenne in pensione che passa il tempo a fare i servizi per la moglie (presente, ma - a livello sentimentale - ormai calata nel ruolo di sorella; i due coniugi, di fatto, dormono in camere separate o così sembra, e comunque, non assolvono più i doveri del matrimonio da anni); ad accudire una mamma tanto spendacciona e ricca quanto petulante e, nel suo piccolo, quasi comica; a chiacchierare tra una tazzina di caffè e l'altra con il fidanzato della figlia (una tipica diciottenne romana un po' svampita), oltre che a portare a spasso il sanbernardo della vicina di casa (giovane, bellissima e casinara).

Insomma, una vita comune e piatta come tante (come tutte?), finché un amico avvocato lo sprona a guardarsi attorno, a darsi da fare, è anziano, ma non un vecchio decrepito, il mondo è pieno di belle donne, la vita è breve, "carpe diem", Gianni...

E così lui ci prova: ricevendo sempre delle sonore testate contro il muro (solidissimo) della realtà...

C'è la figlia - cantante lirica - di un'amica della mamma che gli fissa l'appuntamento per Domenica, ma poi se ne dimentica (vanificando anche il tentativo, da parte di Gianni, di sembrare più giovane con vestiti firmati e più eleganti del solito).

C'è l'amica di vecchia data con cui Gianni, addirittura, sognava di sposarsi, che lo invita a cena, ma non ha nemmeno un po' di pasta e poi si addormenta senza pentimenti sul divano, mentre lui, poveretto, la osserva estasiato.

E c'è il disperato tentativo di andare in una casa d'appuntamenti segnalatagli dall'amico dopo apposita ingestione di viagra - un'ora di tempo l'effetto, deve sbrigarsi, se vuole arrivare all'appuntamento ringalluzzito - e invece, purtroppo, si perde, nonostante il TuttoCittà non trova la strada del postribolo e finisce per tamponare un furgone.

E c'è poi l'inaspettato invito a casa sua della vicina casinara, ma un'amico di lei gli offre un drink "drogato" e Gianni finisce col vagare per Roma con l'enorme cane, senza sapere bene dove andare...

E poi c'è la scena finale, che non descrivo, ma che è accompagnata da un bellissimo pezzo dei "Pixies" che s'intitola "Here comes your man"...

"Eccolo, ecco che arriva il tuo uomo, baby", ma le donne non se ne accorgono, e Gianni sbatte il muso contro i no (volontari o meno, osteggiati o soltanto allusi) delle tante donne che desidererebbe abbracciare, guardare con calma, baciare, toccare e, sì, insomma, amare...

Il tempo fugge. La vecchiaia incombe. Per fortuna che sognare non costa niente (e poi qualche donna che ricambia le nostre attenzioni deve pur esserci, suvvia, o una che ci ami davvero, e ci faccia sentire vivi, e giovani e forti)...

miércoles, agosto 17, 2011

Le donne


Ultimamente è un po' un chiodo fisso, comunque, continuiamo a battere questo chiodo... (mi riferisco, ovviamente, ai rapporti interpersonali e, in particolare, a quelli sentimentali; per traslato, e oggi, mi riferisco ai miei rapporti con le donne, sempre le donne... un'ossessione, ormai, un chiodo fisso, appunto).


1) Vivo (temporaneamente) nell'appartamento di Alice, una delle mie migliori amiche a Madrid. Alice si tiene informata sull'andamento della casa e io sono ligio al dovere: oltre ad annaffiarle le piante e a tenere lontani i ladri, ogni mattina apro la cassetta della posta per vedere cosa ci sia dentro. Ultimamente sono arrivate molte bollette (della luce, del gas, del telefono, dell'acqua). Io e Alice ci sentiamo via Skype: "Avanti, forza, dimmi oggi a chi tocca", dice Alice, con tono rammaricato o quasi scorato. "Oggi non lo so, è una lettera della tua banca, che faccio, la apro?". "No, meglio di no", fa Alice, triste.


Poi stamattina apro la solita cassetta e trovo una cartolina inviata dal Montenegro: "Ciao bello! Siccome la mia cassetta delle lettere è sempre piena solo di bollette, ho deciso di spedirmi da sola una bella cartolina! Un bacione, Alice".


Adoro le donne autoironiche; io ho una vera e propria debolezza verso le ragazze che sanno prendersi in giro... E non mi sembra ce ne siano molte in giro.


2) Poi leggo le email e mi arriva il messaggio (del tutto inaspettato, ma anche per questo molto gradito) di una mia vecchia amica e collega di Livorno: mi scrive che le manco e che è un secolo che non ci rivediamo per farci una chiacchierata come si deve, per vederci un film al cinema, per andare a mangiare una pizza senza fretta e che aveva talmente tanta voglia, stasera, di sentirmi che si è messa a leggere questo blog (evento raro, dato che ormai, il mio blog, lo leggono davvero solo due donne - prima erano quattro o cinque). Mi dice che sono un "ingenuo" e che questo aggettivo lo usa per farmi un complimento, non come un'offesa: dice Dany che non ci sono più molti uomini disposti ancora a sorprendersi e a guardare la vita con occhi "ingenui", come se le cose stessero succedendo proprio in quel momento lì in cui le si osserva e le si cattura con lo sguardo e le si tenta di spiegare a parole proprie... 


Adoro le donne che mi fanno questo genere di complimenti; forse sono proprio un ingenuo, ma è vero, Dany, mi piace ancora sorprendermi (o vedere il lato sorprendente delle cose).


3) L'altra sera, invece, e sempre tramite Skype, mi capita d'imbattermi in una mia vecchia ed ex-alunna. Si chiama Nadija, è di origini marocchine. Credo che abbia avuto un debole per me. Anche a me piaceva molto, ma mi sono sempre mantenuto a debita distanza. Iniziamo a raccontarci le nostre rispettive vite in quest'ultimo mese di temperature torride e viaggi per il mondo. Non so cosa mi succede, ma inizio davvero a divertirmi a scriverle delle "frolloccate" incredibili; mi invento delle battute stupidissime che fanno ridere solo me, e Nadija, giustamente, si preoccupa e mi chiede se ho bevuto: le dico di no, e mi trattengo; aggiusto il rito e alle battute seguenti inizia a ridere anche lei. Mi dice che sono matto. Un mattacchione.


Mi fanno morire le ragazze che sostengono che sono un matto (o un mattacchione) e quelle che ridono alle mie battute; so che alcune non ridono di cuore e lo fanno solo per compiacermi; ma quando scopro o intuisco e percepisco che la risata è sincera, beh, allora è davvero un piacere, un sollazzo, un divertimento puro... Non mi fermo più e ne sparo a raffica. E Nadija ride e io sorrido...


Avevo scritto un post, tempo fa, dal titolo "Io e le donne": so già che, se lo rileggessi oggi, arrossirei; meglio evitare; e comunque, questo "Le donne" andrebbe aggiunto come postilla a quell' "Io e le donne" di tanto tempo fa...

martes, agosto 16, 2011

Amare due volte

"L'amava due volte: come una meta e come una cosa perduta. Amava l'aspetto eroico del proprio lungo e pericoloso viaggio. Amava i sacrifici che erano necessari per raggiungere la fidanzata e la vanità di quei sacrifici. Tutto l'eroismo dei suoi anni di guerra gli pareva puerile rispetto all'impresa che ora tentava. A fianco del suo sconforto cresceva la speranza che soltanto a causa di quel periglioso ritorno sarebbe stato ancora un uomo desiderabile. Fu felice per tutto il viaggio. Gli avessero chiesto se lo rendeva felice la speranza o la tristezza, non l'avrebbe saputo. Nell'animo di alcuni uomini il dolore provoca un'esaltazione più intensa della gioia. Di tutte le lacrime che s'ingoiano le più care sono quelle piante su se stessi".

Joseph Roth, Fuga senza fine, 1927

miércoles, agosto 10, 2011

Love and other catastrophes




Amore e altre catastrofi, così s'intitolava, in italiano, una bella commediola degli anni 90 (per l'esattezza, del 1996), diretta dall'esordiente (all'epoca aveva 24 anni - non so ora se avrà fatto altri film, e di che qualità) Emma-Kate Croghan, regista australiana dallo spirito libertario e dal cipiglio cinefilo e alquanto "nouvelle vague"...


Risi molto guardando quel film, quando anch'io ero ancora un giovane di belle speranze e avevo ancora poca esperienza dell'amore... 


Ricordo che una volta scrissi un racconto solo per infilarci una frase storica che suonava più o meno così: "L'amore: non lo puoi definire, sarebbe come racchiudere un pezzo di cielo azzurro in un sacchetto nero dell'immondizia" (arrossisco a rileggere le cose che scrivevo in tenera età; oggi non scrivo più così - notare il contrasto cromatico ossimorico assolutamente voluto e assolutamente stucchevole).


L'amore è - più che altro - una catastrofe, quando nasce o lo si vede nascere; quando punge o ti spinge ad agire (a disturbare una che sta pensando solo a se stessa o al suo lavoro, e tu ti presenti e ti avvicini, e la guardi negli occhi, provando a mostrare il tuo sorriso migliore e più smagliante, per proporle: "Ti andrebbe di andarci a prendere qualcosa dopo lavoro?", domanda assurda, che ti impedisce di proseguire il discorso, perché a meno che lei non sia altrettanto cotta di te è davvero improbabile che ti risponda:"Sì, dai, andiamo a bere qualcosa qui all'angolo"; la cosa più prevedibile è che ti dica: "No, non mi va", oppure: "Ma chi ti conosce?", oppure: "Ma per chi mi hai presa?", oppure: "No, mi dispiace, non posso, sei molto gentile, ma proprio non posso" - perché magari lei è già accompagnata e, a fine turno, l'aspetta suo marito o il suo fidanzato, o il suo amante, d'altronde è davvero improbabile che una ragazza così bella e affascinante non abbia un marito, un fidanzato o un amante o - peggio per me - tutte e tre le cose insieme).


E allora uno può anche consolarsi, dicendosi: "Vabbè, ci ho provato, mi è andata male, ma almeno ho ricevuto una risposta, ora posso mettermi l'anima in pace, posso darmi una calmata, d'altronde, non è che sia un Adone, perché mai avrebbe dovuto rispondermi di sì, perché avrebbe dovuto accettare un appuntamento praticamente al buio con me, con uno sconosciuto, un italiano, per giunta, vatti a fidare degli italiani, chissà come le sarò sembrato, se "sgarbato" o "troppo diretto" o "dongiovanni", io che non lo sono mai stato e non lo sono mai, in generale, ma qui è diverso, qui uno si sente diverso, quando parli e frequenti giornalmente un'altra lingua diventi un Altro...).


L'amore è catastrofico agli inizi e alla fine, quando non ci si sopporta più e allora si recrimina su tutto, si attacca l'altro per tutte le offese patite e subite e mai dichiarate, si recrimina e ci si offende per niente e per tutto, è tutto così assurdo...


L'amore è una catastrofe apocalittica anche perché c'è sempre di mezzo il sesso, inutile girarci intorno o fare finta di niente. E' sempre stato così e sempre lo sarà, finché esisterà la specie umana sul pianeta Terra.


L'altro giorno, davanti alla macchina del caffè, una mia cara amica ha rimembrato dei tempi passati in cui avevamo avuto un mezzo intrallazzo. Mi sono subito tornate in mente le immagini di quella notte folle, durante la quale io e lei ci siamo sbronzati come poche volte nelle nostre rispettive vite. E mi ero dimenticato a casa i preservativi (e lei non li aveva)..


"Oggi però ce li ho, li ho comprati, non si sa mai", dice ridendo, con quegli occhi verdi che ti stregano. 
"Anch'io ne porto almeno uno in tasca, non si sa mai", le confesso (anche se non è vero) e ridiamo ancora più forte (qualche utente della Biblioteca ci guarda in cagnesco, sembra sul punto di aprire la bocca per redarguirci - fate silenzio, cazzo, non si ride così forte in una biblioteca pubblica)...


E allora ripensare a quello che è stato e a quello che non è stato, a ciò che avrebbe potuto essere e a ciò che potrebbe ancora essere, si può correre il rischio di farsi il sangue amaro o di pensare che, in fin dei conti, è tutto così legato al caso, o al destino, che risulta davvero incomprensibile come ciascuno di noi si impegni ad amare o a cercare l'amore o la donna della propria vita, come sia vano ogni sforzo, e possiamo anche andare in giro a disturbare quella che ci sembra (ma non è quasi mai) la donna della nostra vita, tanto non è mai come vogliamo noi, tanto è tutto frutto della casualità, e un gioco di sguardi può aprire le porte di una convivenza, come chiuderle vita natural durante, può fare scattare una certa complicità, come una risata o un sorriso, un dialogo surreale o sincero, un'amicizia o un'odio assurdo e incomprensibile, una pacca sulle spalle o il preludio ad un rapporto solo carnale...


Viviamo dentro le catastrofi, anche quando non ce ne accorgiamo (o quando crediamo di essere in salvo e al sicuro da ogni imprevisto - amoroso, sentimentale, sessuale, passionale). Ci siamo dentro e non le vediamo...

jueves, agosto 04, 2011

Vicini di casa


Quando mi trasferisco in un'altra città, e mi ritrovo a vivere in un'altra casa, la prima cosa che che faccio è guardare chi mi sta intorno; vedere che razza di vicini di casa mi sono toccati in sorte questa volta. I vicini di casa sono una fonte importante d'ispirazione: chi ha velleità letterarie può trovare molti argomenti e spunti nuovi, se si mette a guardare dalla finestra chi gli sta di fronte (o di fianco o a fianco). Il mondo è pieno di gente strana (o stramba o lunatica, come dobbiamo sembrare strani noi - o strambi o lunatici - a quel vicino che si prendesse la briga di osservarci mentre siamo intenti e concentrati nelle nostre azioni domestiche e quotidiane, nei nostri affari così trascendentali - per noi - o così sciocchi e privi di senso - per gli altri).

Vivo in uno dei quartieri più ricchi di Madrid. Qui c'è gente che, sotto casa, parcheggia Mercedes di ultima generazione o BMW sportive o Audi dal motore ruggente. Eppure, ci sono anche tante altre persone "normali": che vanno in giro col carrello della spesa preso in prestito dal supermercato perché così fanno meno fatica a portarsi la roba al quinto piano (fastidioso il rumore che fanno le rotelle sul marciapiedi, ma posso capirli).

Io vivo al terzo piano, ergo: se mi affaccio vedo perfettamente gli appartamenti di tutti quelli che - nel palazzo di fronte al mio - vivono allo stesso piano (ci dividono i pochi metri di larghezza della strada).

L'altra notte, sul tardi (diciamo pure, quasi all'alba), dopo essere rincasato dopo una serata di bagordi, mi sono affacciato per curiosità: chi poteva avere ancora la luce accesa alle 3,30 del mattino? Era un uomo anziano; o forse no, uno sulla cinquantina, ma coi capelli bianchi. Era in mutande e guardava la televisione. Mi ha spaventato alquanto; poi, poco prima che abbassassi l'avvolgibile, il tizio si è affacciato e ha cominciato a fissarmi. Senza vergogna. Senza fretta. Senza un minimo di espressione facciale che lasciasse tramutare un seppur minimo o vago tipo di sentimento. Mi fissava. E basta. Mi ha letteralmente terrorizzato. E da quella notte non mi affaccio più verso il suo appartamento.

L'altra mattina, invece, mentre leggevo, sull'appartamento sulla destra, mi è apparsa una bellissima ragazza mulatta. Ho pensato: "Che bella!". E poi ho ipotizzato: "Deve essere cubana". E' bello sapere che un giorno potremmo chiamare la bella cubana e chiederle qualcosa, una sciocchezza qualunque, per poter avere così almeno una piccola chance di fare la sua conoscenza. E' bello vedere che una delle nostre vicine è una ragazza bella, affascinante e sorridente. 

Mi guarda. La riguardo. Mi riguarda. Sto quasi per aprire la bocca quando la ragazza mulatta si volta e torna dentro, in quella che - deduco, anche se a distanza - deve essere la cucina. 

Continuo a guardare. La ragazza riappare sul balcone, ma non è più sola. E' accompagnata. Da un cubano coi capelli ricci e il pizzetto lungo; ha un grosso tatuaggio sul petto e indossa solo dei pantaloncini bianchi (cammina scalzo per casa).

"Peccato", mi dico, senza farla tanto lunga. Ipotizzo: "Sarà fidanzata. Come non pensarci prima? Una così affascinante non può essere single".

Il giorno dopo lei e lui fumano tranquilli appoggiati alla ringhiera del balcone. Poi si sente un pianto forte di un neonato. La cubana non solo è sposata, non è soltanto una moglie, è anche madre. Sposta qualcosa all'interno della carrozzina. Il papà afferra il piccolo e lo solleva per aria. Il bimbo smette di piangere. Torno ai miei libri. Vorrei piangere. E penso alla figura di merda che mi sono evitato il giorno prima, quando ero sul punto di dire una qualsiasi sciocchezza alla bella dirimpettaia pur di attaccare discorso...

Domenica mattina, sul tardi. Dall'appartamento del secondo piano che si trova sotto quello della cubana si vede un uomo intento ad allacciarsi le scarpe. E' vestito in modo piuttosto elegante, oltre che piuttosto scomodo, visto il caldo che fa qui (oltre ad una camicia a maniche corta, porta una cravatta nera). Mi domando che lavoro faccia un tipo del genere, così distinto, che si appresta ad uscire di casa di Domenica mattina. Poi fuoriesce dall'inquadratura e, al suo posto, si vede una cinquantenne coi cappelli biondi ossigenati e tutti scompigliati che raccatta qualcosa per terra. E' una donna di una bellezza appassita, ma ancora dignitosa. Veste malissimo, sembra che vada in giro in pigiama, o con una sottoveste tutta consunta; è truccata, ma il trucco è tutto sbavato. Mi chiedo che razza di relazione possano avere due persone così diverse (all'apparenza) dentro lo stesso spazio abitativo. Lei è la sua amante? La sua governante? La donna delle pulizie? O sono, molto più semplicemente, sposati e lui sta andando a lavoro (di Domenica?) e lei inizia a fare i lavori di casa? Hanno appena fatto l'amore? O lui l'ha appena picchiata e se ne va arrabbiato lì dove non vorrebbe andare?

Ultimamente tengo le finestre chiuse. O le tapparelle abbassate. Mi domando cosa avranno visto in me quelli che io ho visto dalla mia finestra fino a oggi...

jueves, julio 28, 2011

Quando si vive in un paese straniero

E' una piacevolissima sensazione quella che si prova quando ci si trova a camminare per le strade di un altro paese, lontano dal nostro, lontano dalle nostre radici (dagli affetti familiari, dagli amici e dalle persone che ci conoscono, dalle strade che conosciamo a memoria e che ci portano sempre dritti a destinazione). E' bello sapere che qui, a Madrid, nessuno mi conosce (o almeno, sono pochi quelli che sanno della mia esistenza e - soprattutto - della mia presenza a Madrid in questi giorni). Ci si scopre diversi: "io non sono più io" quando sono a Madrid (o a Parigi, o a Berlino, o in un'altra qualsiasi città diversa da quella in cui vivo stabilmente). E allora, uno si sente libero di fare quello che, magari, stando a casa, non farebbe mai (come scattare delle foto assurde a degli assurdi cartelli pubblicitari o manifesti cinematografici di film altrettanto assurdi - la Spagna, più ancora dell'Italia, si lascia placidamente invadere dalle americanata; Spagna resisti! No ai "Puffi" in 3D, per cortesia!).

Il cervello agisce e reagisce ad una velocità superiore: o almeno, questo è quello che mi capita, quando passeggio per le strade del centro e non riesco a non captare spezzoni di conversazioni dei passanti o delle persone che mi trovo vicino, è come se il cervello fosse continuamente attento a captare le frasi e a tradurle dallo spagnolo all'italiano (diventano importanti anche i dialoghi più insipidi - o che, a casa nostra, in Italia, non avremmo degnato di un ascolto, nemmeno di uno involontario... come ieri sera, quando mi sono imbattuto in una madre sulla cinquantina che diceva alla figlia quindicenne qualcosa del tipo: "Che cosa vuoi? Cosa pretendi? Che cambi interamente?").

Non solo: quando uno vive da solo e vive all'estero, quando uno vive per molto tempo all'estero e frequenta a lungo una lingua straniera, inizia davvero ad essere "un altro", perché capita che si possa iniziare a sognare in lingua (a me è capitato, anche se sono solo 9 giorni che sono in Spagna: ho sognato di avere una discussione con un prof. che conosco nel suo studio della "Complutense"; parlavamo e discutevamo in lingua, una roba veramente alienante). E ci si domanda come sia possibile o quante strade nascoste o sotterraneo conosce il nostro inconscio, che ci fa parlare un'altra lingua in sogno...

E' bello anche perdersi, andare a zonzo senza meta, quando si vive da soli all'estero. E se questa cosa potrebbe farci arrabbiare se ci succedesse a casa, nella nostra patria, ci alletta e ci stimola, quando ci succede "fuori", all'estero, quando c'è ancora molto da vedere di una città che si conosce sì, ma non così a fondo come la nostra (sempre ieri sera mi è capitato d'imbattermi in un vecchio locale in cui andavo a ballare con le mie amiche qualche anno fa, un locale che è una sorta di discoteca in cui suonano soprattutto musica latino-americana; ritrovata così, per puro caso, senza volerlo).

Certo è bello, ancora più bello, quando, in una città che non è la nostra, ci si da appuntamento con i vecchi amici e si dispone di tutto il tempo per stare con loro a chiacchierare o a riaggiornarsi (come ti va? Sei poi riuscito a fare il lavoro che sognavi? Ti sei poi sposato? Sei divorziato? Non mi dire! E tu? Come stai? Quanto tempo che non ci vediamo...).


E allora la città, il paese straniero, ridiventano all'improvviso il set abituale della nostra vita quotidiana, qualcosa che fa da sfondo alle nostre giornate, qualcosa di assolutamente familiare, che ci culla e ci ospita e ci fa stare bene...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...