jueves, octubre 10, 2013

La resurrezione di Lazzaro




Da quanto ne so il Vangelo di Giovanni è uno dei più intriganti e misteriosi dei 4 che ci sono giunti (almeno, secondo la versione ufficiale del Testo Sacro per eccellenza della religione cristiana). Tanto per intenderci: Giovanni è l’unico evangelista che narra il Giorno del Giudizio o Apocalisse, ovvero, quel giorno che segnerà la fine del tempo terreno (e del suo computo umano) e l’inizio dell’eternità. Quel giorno esatto non solo Dio si metterà a giudicare tutti i morti di tutti i tempi (quando tutti i vivi saranno ormai morti), ma disporrà e deciderà anche la morte della Morte (la cui funzione sarà ormai nulla quando non ci sarà più nessuno da eliminare dalla faccia della Terra).

Giovanni è anche colui che narra la storia di Lazzaro e della sua miracolosa resurrezione (se ricordo bene e non erro – ma non sono un esperto di Bibbia, né uno studioso attento della stessa, vado a orecchio e leggiucchio a tentoni, come un bambino alle prime armi e alle prime letture). Si tratta di uno dei tanti miracoli che compie Gesù e che – lasciando il pubblico a bocca aperta – spingono tanti ad avere fede e a dargli credito, ovvero, a credere che Egli sia davvero il Figlio di Dio, venuto sulla Terra per lavare i peccati del Mondo, per riscattarci tutti dal peccato mortale che commisero i nostri progenitori Adamo ed Eva.

Il capitolo che narra i fatti è l’11 e i versetti sono più o meno quelli compresi tra il 32 e il 46. Poche righe per raccontare l’incredibile, l’inspiegabile, il mistero della resurrezione della carne…

Gesù torna davanti a Marta e Maria, chiede dove hanno sepolto Lazzaro, fratello di Marta, e quando gli Giudei gli rispondono “Gesù pianse”. Nel pubblico qualcuno – con spirito alquanto cinico – avanza una domanda retorica che puzza di zolfo (l’avvocato del diavolo): “Se piange per la morte dell’amico, perché non gli ha evitato la morte?”. Ma Gesù non dà troppa importanza a queste parole, ordina immediatamente di aprire il sepolcro, di spostare la pietra che mantiene chiusa la tomba di Lazzaro. E qui potremmo anche chiederci: di che morte è morto Lazzaro? Non si sa, né mai si saprà (forse è un dettaglio trascurabile, ma insomma…)

Subito dopo interviene Gesù, con tono deciso: “Togliete la pietra!”. È un Gesù che agisce quello che si percepisce in questa scena; non perde tempo, ordina e vuole che gli si risponda, che i suoi ordini vengano esauditi.

 La sorella di Lazzaro interviene, invece, con tono umanissimo: “Signore, egli puzza già perché siamo al quarto giorno”. E un lettore un minimo attento drizza le orecchie, perché qua i conti non tornano, non come speravamo: Gesù risorge al terzo giorno; per erronea associazione d’immagini (e di numeri), eravamo fermamente convinti che anche Lazzaro resuscitasse al terzo giorno e invece no, signori miei, qui Marta ci dice che no, che siamo già al quarto giorno, e perciò il cadavere “già puzza” (non so come traducono le altre versioni, io leggo dalla Bibbia Nuova Riveduta che offre un sito che si chiama “laparola.net” – e all’interno ci sono almeno altre 3 differenti versioni e ognuna cambia – per un verbo, un aggettivo, un avverbio, complicando ulteriormente le cose; fatto sta che questo verbo “puzzare” dà bene l’idea della morte, della putrefazione della carne; la versione della C.E.I. traduce “manda cattivo odore”, ma siamo là, l’idea angosciosa del morto che si sta decomponendo c’è già, è tutta presente e viva – o vivace – sotto i nostri occhi di lettori di gente come Edgar Allan Poe o Charles Baudelaire…). Gesù le risponde con tono deciso (riprendendo quasi alla lettera una frase che Marta aveva già pronunciato prima, pochi versetti prima, non appena lo vede): “Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Marta crede in Gesù e si aspetta ogni cosa da lui, è pronta a credere nei suoi miracoli. E qui Gesù glielo sta ricordando e sta ribandendo di fronte agli altri la sua natura divina. Cosa succede dopo?

“Tolsero dunque la pietra”. Gli spettatori che si suppone siano accorsi ad assistere alla scena eseguono (in quanti?) gli ordini di Gesù e spostano effettivamente la pietra che chiude la grotta dentro cui giace Lazzaro. “Tolsero dunque la pietra”. Una frase così semplice – composta da 4 parole – crea la suspense che precede l’apparizione (o ri-apparizione) del morto… Solo che qui i conti – ancora una volta – non tornano, perché subito dopo leggiamo: “Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito”. Come? Ancora prima di vedere il miracolo, ancora prima di constatare la resurrezione del morto, Gesù ringrazia Dio per averlo ascoltato? È come se qui il protagonista anticipasse l’evento e fosse dotato del dono dell’onniscienza: con la forza di volontà e della mente, Gesù sa già che Dio lo ha ascoltato e ha esaudito il suo volere… Anzi: subito dopo aggiunge che ha pronunciato questi ringraziamenti a voce alta per far sapere a tutti i presenti che lui è davvero stato mandato da Dio sulla Terra per salvare chi  crede…

“Detto questo gridò ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Ecco, l’uso del punto esclamativo dà l’idea dell’imperiosità di questo Gesù che sa già come va a finire, che imparte ordini, che pretende che gli altri – presenti sul luogo del miracolo – gli diano retta… E che pretende che un morto “venga fuori”, al solo suono della sua voce…

E qui il lettore si sorprende per colpa di un altro falso ricordo: ma come, ma la frase non era “Lazzaro, alzati e cammina!”?


Misteri della memoria (a largo raggio). Quella che sembra essere diventata una frase dell’immaginario collettivo è frutto di una cattiva interpretazione (o lettura) del testo biblico. “Vieni fuori!” e non “Alzati e cammina!”… Ma che strano!

“Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario”.

Qui la suspense raggiunge l’apice perché, dopo tanto parlarne, noi vediamo insieme ai “protagonisti” o “testimoni” del miracolo il morto che risorge. E l’immagine è paurosa (o almeno, molto inquietante): Lazzaro è come un neonato, con i piedi e le mani avvolti in fasce (si suppone di colore bianco) e ha il volto coperto da un sudario. Una specie di morto vivente, uno zombi, o una mummia, che torna a camminare. Gesù, a questo punto, dà il suo ultimo ordine:
“Scioglietelo e lasciatelo andare” e a partire esattamente da questo punto noi lettori non sapremo più che fine farà Lazzaro, dove esattamente andrà e cosa farà nella sua nuova vita di “non morto”…

Non ci sono dubbi: ci troviamo di fronte a un racconto potente, a un brano di una carica narritva enorme, che apre molte domande e infonde nell’animo del lettore una serie di dubbi esistenziali irrisolvibili.
Lazzaro è un personaggio dentro cui si rispecchiano – riflesse in senso letterario – molte questioni che toccano uno dei misteri più grandi e paurosi dell’essere umano, quello della morte. Il lettore partecipa all’evento, assiste al sorgere della suspense, ma quando “vede” il cadavere non sa come reagire e cosa pensare.
Se davvero Lazzaro è tornato dal mondo che Amleto definisce come “The undiscovered country from whose bourn no traveler returns”, ci domandiamo come sarà stato quel viaggio, cosa avrà provato nel ritornare alla vita e se davvero avrà avuto voglia di seguire il comando (duro, compatto, spietato) di Gesù: “Vieni fuori!”.
E se fosse tornato contra la propria volontà? E soprattutto, una volta tornato, dove andrà? Cosa farà a partire da ora? Come reagiranno Marta e Maria a vedere di nuovo Lazzaro in vita?

La pittura e la poesia (l'arte in generale) hanno riscritto mille volte questo “mito”; Lazzaro è diventato nel corso dei secoli un personaggio passibile di “ri-scrittura” proprio per questo motivo: ognuno può vedervi rispecchiati i propri dilemmi più inquietanti.

Quello che la Bibbia sottolinea è che:
     1  La resurrezione è possibile (se si crede in Dio);
     2  La resurrezione è fenomeno che riguarda la carne e non solo l’anima.

È per questo che – come ricorda Marta con linguaggio diretto e molto realistico – il morto “puzza” (sono già passati 4 giorni). La resurrezione cui assistiamo qui, in questo brano e in diretta (per dirla con termini cinematografici), è una resurrezione che colpisce la carne, prima ancora che lo spirito (quella avverrà il Giorno del Giudizio, quando ognuno di noi – stando alle parole di Giovanni – finirà per sempre all’Inferno, a patire le pene eterne per i propri peccati o gioirà per sempre in Paradiso, a godere della felicità eterna che concede il Sommo Giudice ai giusti, ai buoi e ai pentiti).

Il fatto che Giovanni sottolinei la “fisicità” del cadavere di Lazzaro mi fa pensare che dietro ci sia: 
a)  Una finalità ideologica (o teologica): vi racconto questo, riportando i fatti e le parole di Gesù, affinché anche voi crediate (fine comune a tutti e 4 i Vangeli); 
b) Una finalità più nascosta e sottile: vi racconto questo per mostrarvi com’è un morto che torna alla vita, che faccia ha, come si muove, cosa fa, una volta risorto.

Se ci atteniamo al punto b), la resurrezione del povero Lazzaro assume i tratti di un evento che potremmo definire come “traumatico” più che come “miracoloso”. Detto in soldoni: Lazzaro non sembra tanto felice; ripresentarsi davanti ai vivi sotto forma di “mummia”, con la faccia avvolta nel sudario e mani e piedi “imbavagliati” da fasce, appare come evento scandaloso, non voluto e non desiderato. Egli segue la voce che gli ordina di “venire fuori” dal sepolcro ma lo spettacolo che offre di sè ci muove a compassione. Nessuno di noi – credo – si lascerebbe guardare in quelle condizioni.

Ovvio che – agli occhi della Chiesa – la finalità a) debba prevalere su quella b). Ma se ci fermiamo a leggere la Bibbia come se si trattasse di un romanzo (o di un testo narrativo) – cosa lecita, perché la Bibbia per me è anche questo e non lo dico solo io, lo dice pure uno come Northrop Frye – è piuttosto evidente che questo tipo di resurrezione muove alla compassione e alla pietà, più che alla gioia e alla serenità (tutt’altro discorso quello che si potrebbe fare comparando questa scena a quella della resurrezione di Gesù – l’evento clou del Cristianesimo).


Sintetizzando: lo scandalo ontologico del fenomeno della resurrezione della carne ci pone di fronte al mistero più grande e spaventoso, quello della Morte; la scena in cui Lazzaro torna alla vita, invece, ci mostra come la “realizzabilità” di questo miracolo assuma tratti piuttosto cupi e quasi tristi. Così come è cupo e triste il fatto che non sapremo che fine farà Lazzaro il giorno in cui tornerà a morire per la seconda volta, quella definitiva. Di Lazzaro non sapremo più nulla, a partire dalle ultime parole che gli rivolge Gesù: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. 

E forse non lo sapremmo nemmeno noi, dove andare, se davvero potessimo tornare da quella regione che Amleto (in un altro testo e in un altro contesto linguistico) ci presenta come una “terra ignota” o “undiscovered country” da cui nessun viaggiatore fa mai ritorno…

viernes, octubre 04, 2013

Cambiamento di prospettiva



L’ultimo post risale al 15 settembre del 2013 e se rileggo questa frase: “L’Italia è ferma e Berlusconi – come da sempre, negli ultimi 20 anni – ci tiene stretti per i coglioni (mi si perdoni la rima, è inevitabile, con certi cognomi)” e la rapporto ai fatti odierni (in data 4 ottobre 2013) mi sembra che non sia cambiato molto (anzi, forse la farsa è arrivata a livelli insospettabili, perfino per chi pensava si fosse giunti a un “punto di non ritorno” - e questi punti non ritornano mai, vedi quello che sta succedendo a Lampedusa...).

Intanto, la mia vita ha subito un cambiamento a 360 gradi e quello che pensavo fosse un trasloco da una casa ad un’altra all’interno di due diversi quartieri di Roma si è rivelato un trasloco dall’Italia alla Spagna.

A volte è così: per ottenere quello che sogni, devi non solo lottare, combattere, sudare e scontrarti contro mille ostacoli, ma devi pure rischiare, metterti in gioco, lanciarti senza il paracadute.

E così, all’improvviso, dall’oggi al domani, mi ritrovo a stare in cattedra davanti un pubblico di studenti spagnoli (qui sono io lo straniero, o quello strano, che cita Cervantes e parla di Shakespeare, che illustra i disegnini surrealisti di Sir Laurence Sterne e spiega Omero – o prova a spiegare l’incredibile modernità dell’Odissea, davanti agli studenti della Facultad de Letras).

E mentre tento d’adattarmi e di capire di quale collega posso fidarmi e da chi devo tenermi a debita distanza, di quante ore di lezione dovrò fare e di quali spazi mi competono, mentre sottopongo il cervello a uno sforzo notevole di pratica giornaliera della lingua straniera (sono pur sempre un italiano), ecco che apro l’email e mi arriva una pubblicità di un libro dal titolo curioso: L’allattamento ai tempi della Grecia antica… e uno si domanda: ma chi può interessarsi a un argomento del genere? Come allattavano le donne nella Grecia antica? E perché dovrebbe interessare proprio me, un argomento del genere? Chi ha fornito il mio indirizzo email alla casa editrice che distribuisce il libro L’allattamento ai tempi della Grecia antica?

Certo che, a pensarci bene, se uno cambia prospettiva può giudicare le cose in modo nuovo: io qui sono l’elemento "esotico"; sono quello “straniero”; c’è chi penserà che sono un mafioso o che mangio solo pasta e c’è chi mi giudicherà per il modo di vestire; magari ci sarà pure qualche collega greca, o una qualche greca che è venuta in Spagna a lavorare (sperando che la crisi sia un po’ meno dura che nel suo paese d’origine) e che sa spiegarmi come allattavano le donne greche nella Grecia antica. La prospettiva è importante. Non dimentichiamolo mai…

Nel frattempo: avevo intenzione di scrivere una cosetta su La storia di Elsa Morante e – guarda tu la casualità – mia sorella mi scrive in un messaggio privato su Facebook che dovrà sostenere un esame di Letteratura Italiana Contemporanea proprio su Elsa Morante.

“Ce li hai Menzogna e sortilegio e La storia e L’isola di Arturo?”

È il caso che vuole che io mi sia portato dietro gli ultimi due titoli (e su La storia – come già detto – avevo pure cominciato a scrivere una cosa). Tra tanti libri, proprio quelli che servono a mia sorella, incredibile, no?

“Guarda che L’isola di Arturo me lo sono comprato proprio poco prima di prendere l’aereo per Madrid! E avevo chiesto a tuo fratello di comprarmi Aracoeli come regalo di compleanno, ma lui, ovviamente, se n’è scordato! Che faccio? Ti mando La storia e L’isola via posta tradizionale?”.

Una collega mi guarda e mi sorride.

“Ma Menzogna e sortilegio sta qua?”

Un’altra mi dice il suo nome, ma io lo dimentico all’istante (siamo troppi, in questo dipartimento).

“Guarda nella prima libreria sulla sinistra, appena entri, primo scaffale in fondo a partire dal pavimento”.

Un altro mi dice di chiamarsi Juan José.

“Ok, mo' guardo!”.

Un’altra mi offre una sigaretta.

“E buona lettura: sono tutti dei tomi giganti!”.

E allora sento, percepisco l’ansia di mia sorella, che non ama leggere, come non amano leggere gli studenti che mi ritrovo davanti ogni giorno.

A volte, anche cambiando la prospettiva, l’oggetto dell’osservazione non cambia: come in Italia, così in Spagna, i ragazzi girano per l’Università senza libri in mano, nessuno legge più, nemmeno il giornale, sono tutti fissi con gli occhi sul cellulare…


Vado a scrivere a mio fratello; ho deciso: invece di Aracoeli, vorrei tanto che mi regalasse L’allattamento ai tempi della Grecia antica… chissà se lo trova, in libreria...

domingo, septiembre 15, 2013

Un esperimento (o sulla "Decadenza d'Italia")



Dunque, l'esperimento consisteva nel non guardare mai - nel corso dei 2 mesi di permanenza in Spagna - nemmeno un frammento dei tg italiani che si possono ricevere nei canali satellitari, nel non leggere nemmeno una riga dei giornali nostrani disponibili online (niente, né La Repubblica, né Il Corriere della Sera, né tantomeno Il Fatto Quotidiano) e nel non parlare di politica o dei guai dell'Italia con nessuno degli amici o dei parenti (vicini o lontani) rimasti a casa, nemmeno un accenno e qualora qualcuno (fratello, cugina o amica) iniziasse a lamentarsi della situazione politica attuale, tapparsi le orecchie per non sentirlo, evitare ogni contatto - seppur minimo - con quanto riguardasse il Bel Paese...

Nella seconda fase dell'esperimento, appena atterrato a Fiumicino, ci si sarebbe subito collegati a internet per leggere le prime pagine di tutti i giornali nazionali e - una volta giunti a casa - ci si sarebbe immediatamente posizionati davanti al televisore per ascoltare le notizie di tutti (tutti!) i telegiornali nazionali...

Risultato dell'esperimento: come volevasi dimostrare, nell'arco di 2 mesi, non è cambiato nulla, anzi, forse qualcosa è peggiorato.

In Italia si parla di "decadenza" - simpatico neologismo inventato da giornalisti col senso dell'umorismo - e si adotta il termine per collegarlo direttamente a Berlusconi. Non c'entra il lavoro, non ci si sofferma sulle riforme, si allude alla crisi, ma come "rumore di fondo". Ciò che c'inchioda (e inchioda il Paese intero) è Berlusconi e l'ipotesi che la sua incandidabilità determinerà la fine del Governo (provvisorio?) di Enrico Letta. 

Consiglio dell'ex-senatrice Cicciolina (alias, Ilona Staller) all'ex-Premier: "Silvio accetti la condanna e faccia sesso a go-go" (e uno si domanda: è per caso un invito implicito? E poi: ma come farà, alla sua età? Quanto Viagra potrà ancora assumere, prima di morire d'infarto? Certo, sarebbe una morte dolcissima...).

Intanto, Matteo Renzi continua a tenere sulle spine l'intero PD: si presenta come "paladino della giustizia" e della "politica buona", quella che non si dimentica della "morale", quella che spera nel "futuro" (yes, we can) e mi basta guardarlo in faccia per scartarlo come politico di sinistra nel quale riconoscermi (a me sembra piuttosto lo studentello modello che vuol apparire sempre e comunque come il "primo della classe").

L'Italia è ferma e Berlusconi - come da sempre, negli ultimi 20 anni - ci tiene stretti per i coglioni (mi si perdoni la rima, è inevitabile, con certi cognomi); eppure, qualcosa si muove: stanno per risollevare la "Concordia", la nave naufragata nell'Isola del Giglio (chissà come sarà emozionato il Capitano Schettino a guardare in diretta gli sforzi di coloro che cercheranno di smuovere il cadavere della nave da cui lui è stato così lesto a scendere al volo, mentre alcuni passeggeri morivano affogati) e il Papa Francesco scrive lettere aperte a Eugenio Scalfari (o a Ezio Mauro? Comunque, il dialogo tra credenti e atei o laici è sempre possibile, se siamo uomini dotati di buona volontà) e Salvo Sottile e Rita Dalla Chiesa faranno qualche programma nuovo su La7 e i grillini dormono in Parlamento e chissà chi saranno le veline della nuova stagione di "Striscia la notizia" e...

Potremmo essere tra i primi e siamo tra gli ultimi. Non credo nelle statistiche, né nei sondaggi, né nelle interviste a campione, ma, a quanto pare, l'Italia è al 45esimo posto nella classifica mondiale dei "Paesi più felici"; ci supera la Spagna (che è comunque al posto n. 38 e non se la passa bene), ma anche Messico e Colombia...

Potremmo tornare ad essere davvero il Bel Paese, con tutta l'arte e la cultura che abbiamo e che respiriamo (anche senza rendercene conto) e, invece, siamo tutti in attesa di vedere se davvero Berlusconi uscirà di scena (come dicono i giornalisti) e se, andandosene, farà crollare Letta e ci riporterà alle urne.

L'esperimento è riuscito. Come volevasi dimostrare. E il termine "decadenza" potremmo anche adottarlo in senso onnicomprensivo.

lunes, septiembre 09, 2013

L'8 Settembre ("the same things come back")

Eccoci di nuovo all'8 Settembre, il giorno del mio compleanno. Per la seconda volta lo festeggio in Spagna, la mia seconda patria, in compagnia della mia compagna di avventure e delle sue amiche simpaticissime (una più matta dell'altra, impossibile annoiarsi con loro, sono delle frezze).

36 anni d'età e – come dico sempre a chi non mi conosce a fondo – me li sento tutti sul groppo, per i molti e svariati lavori che ho fatto, per le molte e variegate città in cui ho vissuto, per i moltissimi accidenti che mi sono capitati e cui ho saputo (finora) tenere testa...

Se mi volto indietro (basta anche andare indietro di qualche anno nei post pubblicati in questo blog, basta andare al 2009 o al 2007, per fare un esempio tra i tanti), mi sembra di non esser cambiato di una virgola. E invece... il tempo passa e oggi sono 36 e fra un anno saranno 37 e nel 2020 saranno...43, incredibile a dirsi e anche a pensarsi.

E uno pensa: "avrei potuto fare di più e meglio". Oppure: "avrei potuto approfittare di quell'occasione che mi si offriva e invece non l'ho fatto, il treno è passato e non torna più indietro". Oppure, ancora: "a quest'ora avrei potuto già essere sposato e magari padre di un bambino – o di più di uno, dipende –, avrei potuto avere una casa mia e non stare sempre in affitto, in casa di altri, di gente che a volte non conosco neppure di viso..."

E poi penso anche a quello che, invece, sì ho fatto e con una certa professionalità (almeno credo e spero) come, per porre qualche esempio, le centinaia di ore di lezione, impartite con serietà e con tutta la passione che ho potuto; i due libri che ho tradotto (con tutte le difficoltà del tradurre libri scritti in un'altra lingua e, per di più, in una lingua di 4 secoli fa, che nessuno più parla o conosce a fondo); il saggio di critica letteraria che ho pubblicato (su un tema tanto affascinante quanto angosciante e inquietante come è quello del tempo, che non finisce mai e che turba la mente di qualsiasi essere umano perché vi siamo immersi, anche quando non ce ne accorgiamo...); i vari articoli che ho scritto su varie opere letterarie di varie epoche e di autori a volte diversissimi tra loro; i viaggi per studio e per lavoro, che ho affrontato sempre con spirito ulissiaco ("fatti non foste per viver come bruti"); i sorrisi che sono riuscito a strappare alle persone amiche e cui voglio bene e che mi vogliono bene (o mi hanno dimostrato – nel tempo – di volermene), con quanta costanza e passione mi sono impegnato, a volte, a far stare bene e serena e contenta la persona che avevo di fronte, spesso donne, perché ho più amiche donne che amici maschi e adoro le donne e credo nell'amicizia uomo-donna e ho un debole per loro e loro lo sanno e a volte se ne approfittano, mi chiamano per sfogarsi o per confrontarsi o per chiedere consiglio: "Ma tu al posto mio cosa faresti? Ma non ti sembra che è strano che non mi richiami? E se lo richiamo io, pensa che sono una facile? Ma come ti sembro con questa gonna? Ma perché non andiamo a ballare in discoteca insieme, io e te, uno di questi fine settimana?".

Insomma, di cose ne ho fatte, così tante che mi sembra di aver vissuto già almeno 2 o 3 vite diverse. E invece il calendario è implacabile e dice che ne ho vissuta una soltanto, questa qui, che oggi arriva a totalizzare 36 anni... Pochi o molti, sono comunque 36, non c'è niente da aggiungere o da nascondere, anzi, io da oggi comincerò a dire che ne ho 37, di anni...


E smetto di guardarmi indietro. Penso al presente e lo affronto con lo stesso entusiasmo di prima. "Solo le persone noiose si annoiano", dicono qui in Spagna, e io a questo detto ci credo, e credo proprio che – nemmeno a 36 anni – arriverò ad annoiarmi, tante le cose ancora da scoprire, tante quelle ancora da vivere...

domingo, septiembre 01, 2013

Da più di un mese (che non aggiorno questo blog)




Ebbene sì, facendo due conti, si capisce subito che è da più di un mese che non aggiorno più questo blog (o diario di bordo).

E quante cose mi sono capitate da quel 17 Luglio (data dell'ultimo post)?

Ma quante?

Provo a farne un elenco:

a) per la prima volta, sono stato a Madrid soltanto una settimana (per studiare in Biblioteca Nacional e rivedere i miei cari amici e colleghi spagnoli);

b) per la prima volta, ho abitato per una settimana a Madrid in una mansarda o attico che dà direttamente su Calle Mayor (per chi è stato in vacanza a Madrid, dire "Calle Mayor" è come dire il centro storico della città, a due passi dalla Catedral de la Almudena e a due dalla Plaza Mayor – e a uno dall'Istituto Italiano di Cultura). Che casa! Che mansarda! Che attico! Con vista spettacolare sulle chiese (ma quante chiese ci sono in quella zona della capitale?) che con i loro campanili che mi hanno svegliato delicatamente ogni matttina intorno alle 8 e poi alle 9 e infine alle 10 (quando, “sacando de tripas corazón”, fuoriuscivo dal letto per andare a lavorare);

  1. per la prima volta ho trascorso il resto delle mie vacanze in una zona costiera di mare: ah, la costa murciana! Ah, che paesaggi naturali, che spettacolari tramonti ho goduto nel Sud del Sud della Spagna, in compagnia della mia compagna d'avventure (siamo anche andati alla ricerca della spiaggia nudista, ma alla fine abbiamo sbagliato direzione e ci siamo ritrovati in una spiaggia piena zeppa di famigliole con bambini neonati, sarà per la prossima volta, peccato...);

d) per la prima sono salito su una barca per una gita in barca: che emozione, la brezza sul volto, vedere le onde e la loro scia dietro di noi, provare a distinguere poppa da prua e prua da poppa... che bello e, a tratti, che nausea, ci sono stati momenti in cui ho pensato: “Ora vomito anche i polmoni”, il capitano mi aveva avvisato: “Guarda che se non sei abituato qui potresti avere la nausea”. E io che mi rintano in cuccetta e lui, sorridente: “Guarda che là dentro la nausea aumenta! Esci fuori, prendi aria!”.

e) per la prima volta sono finito in un ospedale: che esperienza allucinante! Febbre a 39 e vomiti, ho pensato: “Adesso muoio”, e invece, grazie anche alla prontezza d'animo della mia compagna di sventure, mi sono salvato, mi hanno portato al Pronto Soccorso il Sabato all'una di notte e sono rimasto in ospedale per ben... 10 giorni, incredibile a dirsi, ho trascorso 10 giorni dei miei quasi 2 mesi di vacanze in un ospedale, nel pigiama del paziente, mangiando ciò che si mangia normalmente in un ospedale pubblico spagnolo e, quindi, tanto e tutto buono e di buona qualità, mai mangiato tanto pesce fresco, mai tanta varietà di verdure (mancava quasi sempre l'olio e il sale, quello sì, ma che bontà, rispetto ai cibi che ho visto portare a mia nonna quando è rimasta una settimana in un ospedale abruzzese!).

E insomma, sono successe tante di quelle cose che non ho avuto il tempo per descrivermele o metterle per iscritto (un diario serve anche a questo: a fare ordine e chiarezza nei fatti della vita, lì dove regna quasi sempre il disordine e il caos).

E insomma, alla fine mi ritrovo qua, ad aggiornare questo blog, più vecchio di un mese e qualche giorno rispetto all'ultima volta che vi ho lasciato scritto qualcosa, più esperto della vita, forse, e più voglioso di lottare (per la vita), consapevole del fatto che mi sono tanto divertito, ho visto posti tanto belli e me la sono vista davvero brutta (ma ora sono salvo, cazzo, sono sano e salvo, e con in più accanto una persona che mi ha fatto capire che mi ama tantissimo e che io contraccambio perché, è inevitabile, mi basta guardarla e mi vien subito voglia di baciarla, di abbracciarla e di ridere (il mio "personaggio preferito", come le dico, a volte, per prenderla in giro)...


P.S.: lettura del mese, La Storia di Elsa Morante, un capolavoro. Se ne riparlerà più a fondo nel prossimo post. Spero.

miércoles, julio 17, 2013

Traslochi (d'inizio stagione)



Mi piace quando un'amica (come Nadia, ad es.) mi chiama al telefono e mi chiede: "Oggi in quale parte di mondo ti trovi?". Mi piace perché mi fa sentire davvero "cittadino del mondo", che è come si sentivano (o almeno, dichiaravano di sentirsi) persone come Karl Marx e Federico García Lorca... (e mi domando se scorresse buon sangue tra i due, o meglio, se il poeta granadino avesse mai letto Il Capitale, se il suo volersi sempre schierare dalla parte dei più deboli, degli emarginati, dei poveri, delle vittime del sistema capitalista - che ebbe modo di contemplare dal vivo a New York l'anno in cui ci fu la disfatta economica - derivi, in parte, anche dalla frequentazione del pensiero marxista).

Mi piace e mi fa anche un po' sorridere, perché quella domanda mi fa capire chiaramente che sono uno che: a) ancora non ha una fissa dimora; b) ancora non sa se l'avrà mai; c) è nomade nell'animo, è viaggiatore "dentro".

E a volte mi domando: ma da chi diavolo l'ho presa la tendenza al "nomadismo", quando i miei due genitori, mamma e papà, sono tra le persone più "stanziali" che conosca? (per mio padre anche solo prendere la macchina per andare a Roma Nord è un viaggio come dall'Abruzzo al Nebraska a cavallo).

E così, non dovrebbe stupirmi o angosciarmi o spingermi all'ansia il fatto di dover abbandonare l'ennesima casa, l'ennesimo appartamento preso in affitto, a due passi dalla Stazione Termini, a uno da Piazza Vittorio, a uno e mezzo da Santa Maria Maggiore...

E invece, stranamente, l'idea di dover affrontare quest'ennesimo trasloco un po' mi turba: mi sposto in un'altra casa, in un palazzo a circa 500 metri da qui, eppure, mi sento strambo, mi fa un po' effetto, dover ripartire di nuovo da zero (e che scocciatura caricarsi sulle spalle i pochi vestiti e i tanti, troppi libri, dove li metterò?).

E mi vengono in mente le tante (troppe?) case che ho abitato, da solo, o più spesso in compagnia di altri, coinquilini o donne che - a suo tempo - avevo amato a tal punto da considerarle come compagne di una vita (quanti sogni sfumati, quante incomprensioni, quanti litigi inutili, quanto dolore, ogni volta che si è trattato di chiudersi una porta alle spalle, lasciandovi dietro la persona amata e non più amata o amata e ora abbandonata e piangente e disperata...).

E mi viene in mente Pisa, Firenze, Salerno, ma anche Madrid e, ovviamente, Roma (che conosco ancora poco, ma che ho vissuto e contemplato dai punti di vista più disparati - per dire: da San Basilio ai Parioli; da Colle Oppio a Largo Preneste - e chi ha la fortuna/digrazia di vivere nella capitale mi capirà).

Uno passa la vita a fare traslochi; si diventa "traslocatori specialisti"; ci si prepara psicologicamente e, invece, mi sa che è sempre come la prima volta. Ti senti insicuro, incerto, non sai se ti troverai bene come in questa casa qua, non sai se andrai d'accordo con i nuovi compagni di sventura, non sai fino a quando resterai là, fermo, in attesa di un nuovo, ennesimo, trasloco.

E sogno il giorno in cui, finalmente, riuscirò a fermarmi, a stabilrmi in una fissa dimora (magari con lei, la mia amata attuale) e a farmi una famiglia, a organizzarmi intorno a un nucleo centrale, con dei figli (due o tre, almeno) e una biblioteca non più ambulante, una biblioteca fatta di tutte le librerie che ho costruito in questi anni nei posti più disparati, una in cui far convivere tutti i libri che ho tenuti sparsi tra la cittadina sui monti abruzzesi in cui vivono i miei e Roma, Pisa, Firenze, Salerno, Madrid, etc. etc.

E poi penso che se pure arriverà quel giorno in cui diventerò "stanziale", sono quasi certo che, dopo un po', prenderei la valigia e me ne andrei lontano. Non sopporto l'idea di stare fisso e fermo sempre in uno stesso luogo. Viaggerei per necessità, come fosse un bisogno fisiologico. Viaggiatore nato. Come Ulisse. Come chi ha ancora tanta voglia di scoperta. E che prova ancora curiosità per questo immenso, assurdo e complicato mondo. Oltre le Colonne d'Ercole. Verso l'infinito. E oltre (come recita l'ultimo capitolo di 2001: A Space Odissey).

jueves, julio 11, 2013

Giorgio Scerbanenco, scrittore filosofo






Come per Philip K. Dick, così per Giorgio Scerbanenco: la critica t’insegna che sono scrittori “di genere” (fantascienza l’uno, giallo l’altro) e tu – povero lettore innocente e costante, che cerchi di non seguire la corrente e che te ne freghi alquanto delle “mode del momento” – scopri che non è affatto così, che le cose non stanno nel modo in cui le presenta la “vulgata”, che due così sono scrittori “puros y duros”, di razza, di qualità, di spessore…



L’ho capito leggendo le prime pagine di Venere privata (Milano, Garzanti, 1998), lì dove si descrive fin nei minimi dettagli (ma anche con uso abbondante di “ellissi”) la scena di un incontro a quattro tra il protagonista, l’investigatore malgré lui Duca Lamberti (medico radiato dall’albo per aver applicato la “dolce morte” a una paziente avanti negli anni), il suo “protetto” (o necessitato di “protezione” – soprattutto di tipo psicologico) Davide Auseri e due fanciulle che non disdegnano la compagnia maschile, il buon wiskey e il sesso senza impegni:




“ ‘È più bello qui, ma spegni la radio’ [è una delle fanciulle a parlare, rivolgendosi a Duca Lamberti e questi continua, permettendoci d’intendere i suoi pensieri più intimi] C’era stato un gerarca fascista che durante la guerra di Spagna faceva l’amore lasciando suonare il disco del Bolero di Ravel: lui non voleva arrivare a questo punto” (id., p. 33).




Il lettore curioso a questo punto si ferma e inizia a domandarsi: come suona il Bolero di Ravel? E poi: cosa ne sapeva Scerbanenco della guerra civile spagnola? (Venere privata lo scrisse nel ‘66 e lo pubblicò l’anno dopo; Franco era ancora al potere, dal 1939, per l’esattezza, da quando, cioè, il bando nazionalista aveva vinto la guerra contro il Fronte Popolare, e lo sarebbe stato fino alla sua morte naturale, avvenuta nel 1975). E a quale gerarca fascista sta qui alludendo lo scrittore, attraverso la maschera del suo Duca? Uno legge un giallo (apparentemente buono per la spiaggia, tutto da gustare sotto l’ombrellone) e s’imbatte in questa notazione storica tanto ambigua quanto misteriosa…




E poi ci si imbatte in descrizioni come questa:




“In quel tratto di viale che dall’Arco del Sempione mira al Castello Sforzesco, anche appena passate le dieci del mattino, vi sono sul bordo dello stradone accattivanti figure femminili, d’estate sommariamente ma aderentissimamente vestite che sanno di operare in una grande metropoli dove non vi sono provinciali limiti di orario o conformistiche divisioni tra notte e giorno e che a qualunque ora, dalle 0,00 alle 24,00, un cittadino può rallentare con la sua auto, e fermarsi a chiedere la loro cooperazione” (id., p. 58).




Osservate, cari lettori (o meglio: lettrici, quelle 3 o 4 che ancora mi sopportano), osservate attentamente l’uso degli avverbi: “sommariamente”, ma soprattutto “aderentissimamente”; notate l’uso degli aggettivi: “provinciali” riferito ai “limiti di orario”; “conformistiche” riferito alle “divisioni” tra notte e giorno; guardate l’uso (pieno d’ironia) di quel sostantivo: “cittadino”, applicato al passante (automunito) che chiede la “cooperazione” di quelle donne appostate ai bordi della strada…




Chi vi ricorda? Che stile risuona in questo breve brano descrittivo carico di un tono a metà tra la malinconia e la satira sociale, tra l’ironia amara e l’uso umoristico del linguaggio? Ma Gadda, è ovvio, non ci sono dubbi…




Prendete l’ispettore Ingravallo; mettetelo a passeggiare in questo particolare quartiere di Milano (mai stato a Milano, ma Scerbanenco è geniale nella rappresentazione romanzesca della città; a tratti sembra di essere nella città “perduta” di Blade Runner – Philip K. Dick docet: è una Milano triste, cupa, dove piove sempre o dove fa sempre troppo caldo e la gente passeggia in bici in zone periferiche ancora dedite all’agricoltura; dove le auto sono già troppe e il traffico dà alla testa; dove i taxi non si trovano mai e i tram fanno il loro tipico rumore a ogni curva); attribuitegli la descrizione paesaggistica di cui sopra (spostando il set alla Stazione Termini o a Tiburtina) e essa funzionerebbe ancora, alla perfezione.




E poi la descrizione dei personaggi, primo fra tutti del protagonista, il Duca, un anti-eroe malinconico e stralunato che si ritrova a indagare nonostante il parere contrario dei suoi amici sbirri e che si ritrova a fare da psichiatra per il figlio di un ricco imprenditore che si sente in colpa per la morte di una prostituta con la quale ha avuto una relazione tanto breve quanto platonica… O quella, piena di tenerezza e di acuta empatia, di Livia Ussaro (l’aiutante), colei che collaborerà a risolvere le indagini e a scoprire il colpevole rimettendoci la faccia (nel senso letterale del termine).




Ecco come ce la presenta il narratore esterno, Livia Ussaro, ragazza intraprendente e indipendente, una che vorrebbe praticare la prostituzione solo per dimostrare la verità di una sua particolare “teoria sociologica”:




“Era un po’ troppo kantiana, dietro le sue parole c’erano degli imperativi categorici e dei prolegomeni a qualunque metafisica futura voglia presentarsi come scienza” (id., p. 115).




E prosegue, nella narrazione del coraggio, della voglia di andare fino in fondo, del desiderio di giustizia di Liva Ussaro (una che ti domandi se esiste, nell’Italia del 2013, una che sa vivere anche da sola, che non ha bisogno di un uomo accanto che la protegga, una che gli uomini li squadra e li codifica a partire da gesti, viso, movimenti).




Poi scopro che, prima di vivere della sua scrittura, Giorgio Scerbanenco – una volta morta sua madre, quando lui era ancora un adolescente – ha dovuto fare mille lavori e lavoretti vari, in una Milano in cui i coetanei gli chiedevano sempre: “Sei russo?”. Insomma, il successo di romanzi come Venere privata è arrivato tardi, quando ormai i soldi non avrebbe potuto goderseli e quando ormai la fama sarebbe divenuta postuma…

sábado, julio 06, 2013

La biblioteca-mondo di Stephen Dedalus: Ulysses come universo popolato dai fantasmi


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Ulysses (1922) di James Joyce: ecco, è questo il libro di cui possiedo più “doppioni” nella mia biblioteca personale (6 edizioni in tutto, di cui 2 sono traduzioni italiane). Sul frontespizio della prima copia (la traduzione di Giulio de Angelis per Mondadori) leggo la mia firma e la data: 16/05/1996, ovvero: avevo compiuto 19 anni quando iniziai ad appassionarmi a questo romanzo definito dalla critica uno degli anti-romanzi più rivoluzionari del Novecento. Perché – diciamocela tutta la verità – l’Ulisse di Joyce può piacere, nauseare, esaltare o fare schifo, ma una cosa è certa: ha cambiato la letteratura e il modo d’intenderla, di fruirla, di produrla.
16 Giugno del 1904: l’autore ha conosciuto Nora Barnacle in questo (per lui) fatidico giorno e decide di trasformare questa data nella giornata in cui si svolgerà la trama del suo capolavoro. Dalle 8 del mattino alle 2 di notte, Ulisse narra (si fa per dire) gli andirivieni (fisici e, soprattutto, mentali) di Leopold Bloom (il protagonista maschile), di Stephen Dedalus (il co-protagonista più giovane) e di Molly Bloom (la moglie di Leopold) in 18 capitoli scritti in 18 stili differenti sulla falsariga della struttura della trama dell’Odissea di Omero. Un’impresa non facile, come si può ben capire, anche perché Joyce si è divertito ad inserire in ogni capitolo dei piccoli misteri o enigmi la cui risoluzione non appare mai del tutto scontata o chiara (forse perché tale era il proposito dell’autore).
“Ci ho messo tanti enigmi e rebus che i professori avranno da fare per secoli per capire quello che volevo dire, e questo è il solo modo per assicurarsi l’immortalità”: così scriveva l’egocentrico scrittore giramondo (finì di scrivere la sua opera a Parigi, dopo averla concepita a Roma e iniziata a scrivere a Trieste – prima –  e a Zurigo – poi, in base ai vari viaggi e/o traslochi forzati per l’auto-esilio dall’amata-odiata Dublino e per cercare mezzi di sussistenza per lui e sua moglie tra lezioni private d’inglese – tra i suoi allievi anche l’amico Italo Svevo – e contratti a tempo determinato presso banche estere e imprese votate al fallimento – come quella di aprire un cinema, quando l’invenzione dei fratelli Lumière era ancora una novità) a uno dei suoi primissimi ammiratori, il ventenne traduttore francese Benoist-Mèchin…
Questo ci dà l’idea, appunto, dell’enorme megalomania di Joyce, ma anche della certosina pazienza con cui “inventò” la sua odissea personale, parlando, in fin dei conti, non solo e non tanto della Dublino amata-odiata, dell’Irlanda in cui era nato e cresciuto, quanto dell’Universo-Mondo (“de te fabula narratur”, come dicevano i latini; e l’insegna apposta in Via Frattina recita così: “In questa casa romana dove abitò dall’Agosto al Dicembre 1906 JAMES JOYCE esule volontario evocò la storia di Ulisse facendo della sua Dublino il nostro Universo”)
Joyce si concepiva come una sorta di Dio in terra che – con l’uso attento, ironico, istrionico e artigianale del linguaggio – poteva ricreare il mondo per farcelo vedere con occhi diversi. Ecco spiegato il mito di Joyce, un mito che lui stesso fomentò, sin dai primissimi tempi, e dalle primissime pagine del romanzo (c’era perfino chi pensava che Joyce fosse una spia al soldo del Governo inglese – quando viveva in Svizzera – tra le fila tedesche; c’era pure chi pensava che Ulysses contenesse messaggi cifrati o in codice per colpire il “nemico” politico… e quando poi finì con l’essere accusato di “oscenità”, venne bandito negli USA e in Inghilterra perché scambiato per un romanzo “pornografico”…). Anche questo mito può piacere, divertire o annoiare (dipende dai casi): certo è che Joyce si svenò per portare a termine un’opera che iniziò a scrivere effettivamente solo nel 1914 eper poi terminarla nel 1921, ovverossia: 8 anni per raccontare 1 giorno della vita di un piccolo gruppo di cittadini di Dublino…

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E come ogni mito che si rispetti, anche quello joyceano include i suoi rituali: ogni 16 Giugno schiere di fans appassionati celebrano il cosiddetto “Bloomsday” (“la giornata di Bloom”), ripercorrendo l’itinerario del personaggio del romanzo nella Dublino reale di oggi ed omaggiando Joyce con letture del suo romanzo-fiume (o romanzo scritto a suon di “stream of consciousness” o “flussi di coscienza” – una tecnica all’epoca molto in voga tra gente come Marcel Proust o Virginia Woolf, anche se ancora oggi la critica dibatte su cosa includere e cosa no sotto questa etichetta e su quali autori considerare come fautori o promotori di questa tecnica narrativa – a me ora viene in mente ad esempio Benjamin, il bambino disabile che parla a balbettii all’interno di The Sound and the Fury, di William Faulnker – ma la lista sarebbe lunga).
E come ogni fan, anch’io ho i miei capitoli preferiti, tra i 18 di cui sopra. A me piace, ad esempio, il cap. 6, quello che ricalca la discesa di Ulisse all’Ade (il mondo degli inferi), lì dove riceverà la profezia di Tiresia. Joyce fa andare Leopold Bloom al cimitero, per assistere al funerale di un conoscente, e qui il lettore s’imbatterà in una serie di riflessioni sulla morte davvero agghiaccianti (soprattutto per l’analisi spietata che fa il protagonista della nostra carne e degli organi interni del nostro corpo, una volta che si finisce sotto terra).
Ma ammiro molto (e rileggo sempre con piacere) il cap. 17, il penultimo (prima dell’apoteosico monologo finale di Molly Bloom nel 18), quello che rappresenta il “nostos”, ovvero, il ritorno a casa, “Itaca”, tutto sviluppato sotto forma di domande e risposte, secondo un modello dialettico (o presunto tale) che ricorda il catechismo (“Quante volte figliolo?” “Molte, padre”). Muoio dalle risate, ogni volta che lo rileggo, perché alcune domande che il narratore esterno pone ai due personaggi principali (Bloom e Dedalus, ovvero, un padre in cerca di figlio e un figlio in cerca di padre) sono talmente lambiccate, talmente retoriche, talmente arzigogolate che è impossibile non ridere.
E mi piace il cap. 9, “Scilla e Cariddi”, noto anche come il cap. della “Biblioteca”, perché è qui che si svolge un acceso dibattito tra Stephen Dedalus e alcuni suoi amici e compagni di sbronze (e di studi). E su questo capitolo oggi mi soffermo…

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Stephen Dedalus rappresenta, in parte, James Joyce da giovane; inevitabile vedervi rispecchiati alcuni lati del carattere dell’autore; un autodidatta che legge di tutto, che studia, che insegna e che vorrebbe fare lo scrittore (oltre che il critico letterario). Uno che, in quanto a letteratura, ne sa parecchio.
L’intero capitolo si svolge attorno a una teoria che Stephen sviluppa attorno al nodo (teorico) complesso dell’autobiografismo: in che modo e in che senso l’autore di un’opera letteraria è anche il Dio di quell’opera? In che modo chi scrive trascende la propria esperienza personale per parlare al lettore? In che senso si può affermare che dietro ogni opera d’arte si nasconda l’autore – anche quando non usa la prima persona personale e anche quando, intenzionalmente, cerca di sparire davanti agli occhi dei lettori o spettatori?
Stephen ha una teoria che convoglia il misticismo nel piano della letteratura: per spiegare questa sua teoria si appoggia a William Shakespeare. Chi era veramente costui? Dov’è Shakespeare, se ci mettiamo a rileggere i suoi drammi?
Per Stephen Shakespeare si nasconde soprattutto dietro un personaggio, in particolare, ovvero: dietro Amleto senior, il padre di Amleto, principe di Danimarca. Shakespeare si presenta come un fantasma che parla alla sua creatura; Shakespeare è il fantasma che mette in moto la mente e il corpo di Amleto junior, è colui che finge di tornare dal mondo dei morti per dare vita a un’astrazione come quella di Amleto, suo figlio, figlio del suo intelletto, pieno di dubbi e di ripensamenti (e di trame). Ogni dramma di Shakespeare è un dramma autobiografico e mai come in Amleto si capisce quanta base autobiografica vi sia nel teatro shakespeariano. “Nove vite vengono tolte per quell’unica di suo padre”, osserva Stephen, sottilizzando, davanti ai suoi colleghi (intenti ad ascoltarlo, a prenderlo in giro e a confutarne le teorie). Ma Shakespeare è anche Amleto junior, quello che dubita, che ha paura, che non sa se vendicare il padre contro sua madre Gertrude uccidendo suo zio Claudio…
A un certo punto uno dei colleghi di Stephen, con tono canzonatorio, arriva a paragonare il Bardo a Dio: “Egli è il fantasma ed il principe. E’ tutto in tutto”. Stephen gli da ragione. E intanto… mentre la conversazione va avanti, il lettore inizia a pensare: chi era davvero Amleto senior? E perché se Amleto junior ci presenta l’al di là, il mondo dei morti, come una “oscura regione da cui mai nessun viaggiatore ritorna”, Amleto senior torna e riesce perfino a parlare, a intavolare un dialogo con suo figlio? Chi è veramente William Shakespeare?
Cosa si nasconde dietro a un nome?, si chiede ancora qualcuno all’interno della Biblioteca…
Il nome è l’unica cosa che ci rimane attaccata (in modo costante e inviolabile) fino alla morte; ma quando i nostri genitori ci dicono che è quello il nostro nome facciamo fatica a capirlo e ad abituarci (è per questo che i genitori fanno scrivere più volte il nome al figlio, sul primo quaderno di scuola, prima ancora di andare a scuola).
Shakespeare ci viene presentato come una sorta di Dio perché ha saputo cambiare nome e anima e visione del mondo all’interno di ognuno dei suoi personaggi (né uomo né donna, il Bardo viene presentato da Stephen come una sorta di “androgino” – e forse ogni scrittore che si rispetti sfrutta entrambe le sfere in nome dell’androginia). Shakespeare è un fantasma che si è re-incarnato in Amleto (junior e senior), ma anche nel povero Otello e nel malefico, diabolico Yago; in Macbeth, ma pure in Lady Macbeth, la moglie machiavellica che lo induce ad uccidere il Re Duncan.
Stephen sugella la sua teoria (mescolando abilmente la letteratura col misticismo, citazioni da diverse opere letterarie e filosofiche a citazioni da San Tommaso d’Aquino e Sant’Agostino, passando per la Bibbia) con questa affermazione (dai toni, evidentemente, shakespeariani):
“Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi”.
Ecco: qui uno si ferma e capisce. Tutta la teoria di Stephen sull’Amleto e l’autobiografismo shakespeariano, in realtà, serve a dimostrare una cosa: che Ulisse è anch’essa un’opera letteraria autobiografica, che Joyce imita Shakespeare, in questa sua tendenza al nascondimento e che noi – in parte – siamo proprio come quei personaggi che vediamo muoversi sia all’interno del teatro del Bardo sia all’interno del romanzo joyceano. Finché dura la lettura (o la visione dello spettacolo), siamo loro, siamo fratelli adulterini, e mogli, e vedove, siamo Ulisse e siamo Penelope in attesa di suo marito, siamo Circe la maga e il povero e vecchio Anchise, siamo Desdemona la vittima e Otello il carnefice, mentre incontriamo sempre noi stessi… Noi camminiamo attraverso noi stessi… E Ulisse invita al cammino come pochi romanzi sanno fare.

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Questa teoria (o estetica) del fantasma è implicitamente accolta da Leopold Bloom (e dal narratore esterno che ne esplicita i pensieri più intimi) sin dal cap. 6, quello, appunto, che riguarda la personale “discesa agli Inferi” di Bloom. Ne parlerò più estesamente in un altro post (Joyce, come David Foster Wallace, induce alla logorrea e alla digressione). Certo è che se il romanzo nasce come ri-scrittura moderna (e modernista) dell’Odissea, è pur vero che senza Shakespeare e il costante “agone” con il modello shakespeariano probabilmente Ulysses non sarebbe il romanzo (anti-romanzo) che è. Come spiega bene Harold Bloom, la cosiddetta “angoscia dell’influenza” (o “the anxiety of influnce”) può essere estremamente produttiva: Joyce ha studiato l’intero canone occidentale; si è confrontato con Omero e Dante e Goethe e Sterne; ma è solo con Shakespeare che si ferma a riflettere in modo così esplicito; lo rilegge, lo emula, lo ammira, ne resta forse schiacciato, e il fantasma del Bardo non lo abbandonerà più, fino a Finnegans Wake.


P.S.: il fatto che il Bardo faccia la sua apparizione più estesa e diretta all’interno di una biblioteca non può essere ovviamente un fatto puramente casuale. Stephen e i suoi compagni sono circondati dai libri della biblioteca, dalle riviste specializzate, dai giornali e dalla carta stampata del momento; ma l’argomento di discussione che richiama e accende e mantiene viva l’attenzione degli astanti è sempre e solo lui… (anche se appaiono velate allusioni o citazioni dal Don Giovanni di Mozart & Da Ponte, dal Wilhelm Meister di Goethe, dalla Bibbia et alii... et cetera et cetera...)

Certe scoperte



Che poi certe volte bisogna staccare e avere il coraggio di smetterla di lavorare tanto, il lavoro nobilita quello per cui sgobbi dalla mattina alla sera (e se sei uno di quelli che lavora in proprio, beh, allora non nobilita nessuno, abbrutisce e imbastardisce come poche cose in questa vita).

E allora uno prende coraggio e chiama il suo miglior amico, Roby si chiama (come tutti i migliori amici), e andiamo in piscina (a Palombara Sabina - nemmeno sapevo esistesse un posto simile, nel Lazio), è Martedì e, quindi, in teoria, c'è poca gente e lo spazio è ricco di vegetazione, ci sono interi prati a nostra completa disposizione, e alberi sotto cui ripararsi dal solleone, e godersi anche un poco di ombra, che cribbio!

Troppo sole fa male. E così, io e Roby ci mettiamo a parlare del più e del meno, della vita e della morte, delle rispettive compagne per la vita (lui la sua l'ha sposata ben 9 anni fa, io la mia la frequento da quasi 1 anno e già si parla di matrimonio, senza imbarazzi, senza paure, senza angoscia, una cosa strana, fantastica, quasi inverosimile, e invece, per me, stavolta è così, non ho paura) e della Roma e della Lazio e della nazionale che perde ai rigori contro la Spagna (ingiustamente, aggiungiamo in coro, entrambi) e degli ospedali e degli infarti che possono colpire chiunque si trovi a camminare sotto il sole, e delle fanciulle che ci stanno a fianco, due belle ragazze romane de Roma che quando parlano sembrano sempre scazzate, arrabbiate col mondo, avranno sì e no 19 anni, ma sembrano donne vissute, che hanno già visto tutto, già sperimentato tutto, già bevuto di tutto, già fumato, anche, di tutto...

Ma noi siamo troppo vecchi per loro; Roby ha i capelli brizzolati, io tra poco avrò la gobba, insomma, meglio starcene per i fatti nostri, molto meglio stare fermi, non agire, non smuovere le acque, ti va di fare un tuffo? Ho detto: "Non smuovere le acque", e vabbè, tanto poi alla fine l'istinto è quello, siamo cacciatori, in cerca di prede...

Roby si tuffa, io mangio un panino col prosciutto cotto. Una delle due fanciulle parla con la mamma: "Sì, a ma, t'ho detto che tornamo presto, nun te preoccupà! Nun me scoccià!".

E poi uno decide di farsi un caffè a casa, con la schiena scottata dal troppo sole (mica ci hai una crema?) e decide anche di restare a cena, daglie, nun te fa pregà, aspettamo Mery e poi se magnamo quarcosa e poi te ne vai affanculo!

Roby è un romano de Roma di quelli della vecchia guardia: ti offre pure la casa, se vuoi, ma poi ... "vedi d'annattene affanterculo!"...

E così gli chiedo se posso guardare le email (impossibile per certe persone staccare dal lavoro, maledetto lavoro) e a Roby si illuminano gli occhi, non poi sape che ho sgamato su un sito porno, ce stanno le chat, apri la chat!

Acconsento, cos'altro posso fare? Roby è il mio migliore amico e non gli si può certo dire di no. Entriamo in un altro mondo, un universo fatto di coppie esibizioniste che amano farsi vedere mentre fanno l'amore (amore?) e di donne sole mentre si toccano (si toccano?) e di uomini soli intenti a guardare coppie che fanno l'amore (amore?) e donne che si toccano (toccano?). Non avevo mai frequentato una chat di questo tipo, ma ne sono contento, non mi scandalizzano certe cose, non sono un puritano né un falso puritano - come tanti italiani - e così guardo e osservo e interagisco...

C'è Lucia che si sta spogliando e ride e chiede nel gruppo (nel gruppo?) se c'è qualcuno che fa il dottore, avrebbe bisogno di qualche consiglio per la pelle, ha la schiena tutta rossa, oggi ha preso troppo sole...

C'è Stellina81, che sembra davvero giovane, ma il trucco l'invecchia. Sorride a cani e porci, giocando con un orsacchiotto di peluche che fa una tristezza che nemmeno Giobbe quando fu punito da Dio ingiustamente, o meglio, solo per metterne alla prova il carattere e temprarlo lungo il cammino della fede (Dio mio, mio Dio, perché?).

C'è Monika con la "k" che scrive solo in inglese e c'è Sara che dice di essere italiana ma poi, se le diciamo "che bella, complimenti", risponde: "English only" (e Roby dice che si auto-definiscono "italiane" solo per attirare più spettatori o clienti, si vede che dire "italiana" eccita le menti degli utenti - menti? Utenti? Menti degli utenti?).

E poi c'è una tipa molto atletica e dai capelli corti rossi rossi, quasi rasati... Un seno piccolino, ma ben fatto, una pancina pronunciata, ma piacevole, un sorriso accattivante, ma davvero molto, che scrive agli utenti titillando la loro fantasia (le loro menti?) e intanto balla, si muove al ritmo di una canzone che - lì per lì - mi pare di avere già ascoltato, è una canzone bellissima, dal ritmo quasi ipnotico, e allora Roby si accorge che mi sono imbambolato, aho, daglie, diglie quarcosa, daglie, prima che torna mi moje, sinnò poi che glie dimo a Mery? 

E mi viene spontaneo chiederle: "Nice song, whose song is this?", e lei - Nina78 - mi risponde, dopo aver risposto ad altri 100 utenti arrapati: "Maybe you are" del cantante ebreo Asaf Avidan, e io vado subito su Youtube per mettere quella stessa canzone che lei sta ballando in quello stesso momento per uso e consumo dei suoi molti clienti (clienti?) o utenti (utenti?) e le due colonne sonore a un certo punto si mescolano, lei balla, io e Roby ascoltiamo la canzone di Asaf Avidan, apprezzando la bravura di Nina78 nel portare il tempo della canzone stessa...

Che razza di scoperte si fanno su internet, ai giorni d'oggi... Roby mi dice di cambiare canale, daglie, Nina78 ha quasi rotto, balla solamente, daglie, cambia, metti Stellina81, e io non gli do retta, scrivo: "Thank you, Nina78, you have a very good musical taste" (ormai il mio inglese è penoso, altro che "basic") e lei mi manda un emoticon, un sorriso enorme, per un po' ha anche smesso di ballare, e sorride, sorride in primo piano e anche a me viene un po' da sorridere, per la situazione in sé, per Roby e Mery che sta per tornare da lavoro, per le centinaia di utenti che sono collegati con Nina78 per vederle le tette o godersela mentre si masturba, ignari del fatto che quella splendida canzone che ne accompagna le movenze s'intitola "Maybe you are" ed è una canzone di Asaf Avidan...

Che razza di mondo, che vita di merda, che scoperte assurde si fanno in questa terra abitata da gente così strana, c'è chi si scotta la schiena per troppo sole preso al mare (o in piscina), chi gode facendosi vedere in web-cam da perfetti sconosciuti e chi - come me - approfitta di un consiglio di un amico per rubare una canzone di Asaf Avidan a una spogliarellista (cam-girl?) che risponde al fantomatico nick-name di Nina78...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...