miércoles, diciembre 02, 2020
domingo, noviembre 22, 2020
Spade
Ci risiamo. Il problema è sempre quello: il tempo. Quando trovare il tempo (ma aggiungerei anche: lo spazio) per portare a termine 2 articoli che mi hanno chiesto da più di 3 mesi; l'uno su Luis Cernuda (uno dei miei poeti preferiti di sempre, insieme a T. S. Eliot e P. P. Pasolini), l'altro su un argomento a piacere (e, ovviamente, quando ti lasciano spazio per poter scrivere su ciò che più t'appassiona, ecco che arriva il blocco, lo stallo della scrittura: l'idea sarebbe quella d'illuminare almeno un po' l'annosa questione dei rapporti tra "parole e immagini" a partire dalla narrativa spagnola più recente; per dire: tentare di rispondere alla domanda: "Che ci fanno le immagini nei romanzi?" - per "immagini" non intendo soltanto le fotografie, ma anche i ritagli di giornale, documenti d'epoca, cartine, mappe, etc.; ma anche riferimenti ad opere d'arte vere e/o inventate; a quadri, a sculture, etc.).
E così, mentre più d'un collega finisce in quarantena preventiva e domiciliare (troppi i nostri studenti che se ne fregano del virus e della distanza sociale; troppi quelli che, appena fuori dall'aula, si abbassano la mascherina), cerco di fare il punto della situazione, mentre la prole mette a soqquadro la casa e c'è chi suona il piano e chi sbatte le pentole sul pavimento (poveracci quelli che ci abitano sotto!).
Non ricordo più se fu Enrique Vila-Matas o un altro a dire che lo scrittore deve (sempre) essere figlio, non può (non dovrebbe) mai essere padre, perché i figli rubano il tempo alla scrittura; poi penso a Sandro Veronesi (padre di 5 figli, se non ricordo male) e capisco che non è un'equazione matematica, anzi: lui scrive anche quando è circondato da figli che fanno rumore (così - mi par di ricordare - disse o scrisse da qualche parte).
Figli o non figli, io non sono uno scrittore (anche se, ovviamente, per il lavoro che svolgo, pubblico da anni e ho tradotto libri di altri; questo blog non conta, è puro "divertissement") e, però, capisco bene quei genitori che dicono d'impazzire quando i figli ti assorbono troppo; è davvero inenarrabile il modo in cui i figli, soprattutto quando sono ancora bambini, ci portano via il tempo, lo spazio e l'energia (un lavoro faticosissimo che sì, è vero, è ovvio, è certo, apporta anche tante enormi e bellissime soddisfazioni, ma, ragazzi, quanto sudore anche, quanta fatica!).
Poi penso ad un altro approccio: le scene con la spada. Mi viene in mente la famosa interruzione tra il cap. 8 e il cap. 9 della Iª Parte del Quijote, quando, appunto, Don Quijote è sul punto di scagliare la sua spada sul bilbaino e cosa succede? S'interrompe la storia, perché - afferma il narratore esterno - il manoscritto finisce proprio lì, sul più bello (Nabokov parla di uno "splendido fermo immagine"). Bisognerà leggere l'incipit del 9 capitolo per capire cosa è davvero successo a quel manoscritto e scoprire come, grazie a un enorme colpo di fortuna e a uno scherzo del destino, Cervantes (che non è il "padre", bensì il "padrastro" o il "padrino" dell'opera) s'imbatterà proprio nel manoscritto interretto all'altezza del famoso duello, e potrà così continuare a leggere come finisce la scontro, dove vanno a finire quelle due spade levate in aria con violenza...previa traduzione di un ragazzo arabo che lo stesso Cervantes paga e fa accomodare in casa sua affinché traduca, perché il manoscritto (del famoso storico Cide Hamete Benengeli) è scritto in lingua araba...
E allora mi viene in mente l'altra scena di una spada levata in aria: quella che si svolge all'interno di un bagno per disabili di una discoteca di Londra nella IIª parte di Tu rostro mañana ("Il tuo volto domani") di Javier Marías: anche lì c'è suspense, anche lì una tensione enorme: Bertram Tupra ucciderà o no il povero malcapitato che sta intralciando il suo lavoro di spia? (consiglio ai lettori italiani: comprate "Il tuo volto domani" e leggetene tutto).
E allora mi viene in mente la scena del duello sulla spiaggia tra uno dei personaggi di 2666 di Roberto Bolaño e un critico letterario (alter ego di Ignacio Echeverría, amico e curatore delle opere postume del grande scrittore cileno). Anche lì c'è di mezzo una spada, o forse due, ci si sfida a duello come se si vivesse ancora nel Medioevo... Ecco: dovrei andarmi a ricercare quella scena e dovrei rileggermela, per capire se c'è anche qui un velato omaggio o riferimento a Cervantes...E poi fare il salto all'indietro, la capriola ermeneutica decisiva per scoprire che, prima del Manco di Lepanto, c'è stato Ludovico Ariosto (che Cervantes amava e leggeva tra i suoi autori preferiti di sempre), il quale, nell'Orlando Furioso, chissà quante volte utilizza il trucchetto delle spade levate in aria e sul punto di scontrarsi tra di loro, di fare letteralmente le scintille, per poi interrompere tutto, perché finisce il canto e bisognerà andare subito a leggersi il capitolo successivo per vedere come narrazione prosegue...nella prossima puntata.
Riuscirò a trovare il tempo (e lo spazio) giusto per questi scandagli? Ai posteri l'ardua sententia.
viernes, noviembre 06, 2020
Carlo Rovelli e Antonio
Moresco (con Italo Calvino sullo sfondo)
Nel Sud del Sud della Spagna in cui vivo da ormai quasi 10 anni c’è un
amico fisico che si occupa di Metamatematica con cui mi diletto a discettare
dei Massimi Sistemi. L’ultima volta che ci siamo visti, dopo il lockdown
generale (e totale) che ha messo in ginocchio il Pianeta, siamo andati a farci
una pizza nella nostra pizzeria preferita (gestita da italiani – da Napoli a
Torino, passando per Roma: tutti bravissimi e gentilissimi – un vero lusso per
chi sente la nostaglia della cucina nostrana) e ci siamo messi a chiacchierare
delle due sonde spaziali “Voyager 1” e “Voyager 2” mandate oltre i confini del Sistema
Solare dai tipi della NASA il 5 settembre del 1977, ovvero, 3 giorni prima che
io venissi al mondo e vedessi la luce.
Ovviamente, il mio amico fisico ne sapeva più di me: mi ha spiegato a che
velocità viaggiano queste due sonde spaziali; come funziona il concetto di
velocità (e di anni luce) quando si sfonda il tetto del Sistema Solare e si
entra nello Spazio Interstellare; e – soprattutto – mi ha raccontato del disco
d’oro che è stato “caricato” sulle sonde e su cui gli ingegneri aerospaziali della
NASA hanno registrato immagini (fotografie e disegni), musica e suoni (naturali
e artificiali) per lanciare un messaggio di pace agli eventuali alieni che
dovessero imbattersi in queste due navicelle intergalattiche…
Ecco: questa storia del “messaggio lanciato in una bottiglia”, ovvero, del
disco d’oro costruito ad uso e consumo di eventuali altri esseri viventi (oltrechè intelligenti) sparsi
per le Galassie (di cui nemmeno conosciamo l’esistenza o di cui non possiamo
nemmeno sospettare la natura e l’origine, la configurazione fisica e le
caratteristiche materiali) mi ha colpito davvero molto, mi ha lasciato a bocca
aperta e mi ha spinto (inevitabilmente) a fare ricerche in materia (io che sono
di Lettere).
Poi, all’improvviso, m’imbatto in un altro fisico, evidentemente più famoso
del mio amico esperto di linguaggio metamatematico: accade una sera, dopo il Tg, quando Carlo Rovelli
presenta da Fabio Fazio il suo ultimo saggio, Helgoland (Milano, Adelphi, 2020) che, pur non vertendo affatto
sulla “Voyager 1” né sulla “Voyager 2”, m'intriga al punto da ordinarlo su internet
e farmelo recapitare a casa.
Ed ecco la sorpresa nel leggere il saggio (sulla “meccanica quantistica”,
ovvero, su quella parte della fisica che si occupa di studiare l’infinitamente
piccolo, i neutrini e i buchi neri): Carlo Rovelli mi ricorda Antonio Moresco
nei suoi momenti più algidi e geniali, quando lascia galoppare la propria
immaginazione al di là dei concetti (e delle categorie kantiane) dello “spazio”
e del “tempo”. Incredibile! (esclamo da solo). Un fisico che si esprime come un
romanziere! Ma com’è possibile?
Vediamo un primo esempio:
“Pensiamo il mondo in termini di oggetti, cose, entità […]: un fotone, un
gatto, un sasso, un orologio, un albero, un ragazzo, un paese, un arcobaleno,
un pianeta, un ammasso di galassie… Questi oggetti non stanno ciascuno in
sdegnosa solitudine. Al contrario, non fanno che agire uno sull’altro. È a
queste interazioni che dobbiamo guardare per comprendere la natura, non gli
oggetti isolati. Un gatto ascolta il ticchettio dell’orologio; un ragazzo
lancia un sasso; il sasso sposta l’aria dove vola, colpisce un altro sasso e lo
muove, preme sul terreno dove si posa; un albero assorbe energia dai raggi del
sole, produce l’ossigeno che respirano gli abitanti del paese mentre osservano
le stelle e le stelle corrono nella galassia trascinate dalla gravità di altre
stelle… Il mondo che osserviamo è un continuo interagire. È una fitta rete di interazioni” (id., p. 84).
Non sembra, oltre che Antonio Moresco, l’Italo Calvino delle famosissime Lezioni americane? Non è un bellissimo
esempio di prosa poetica in cui la “leggerezza”si unisce all’ “esattezza” e
alla “molteplicità” (come tutti ricorderanno, si tratta di 3 delle 6 “proposte
per il prossimo millennio” che Calvino elaborò in quelle famose lezioni americane
che poi divennero un libro).
Ma andiamo avanti: a p. 161 si legge la seguente riflessione (a metà tra la
metafisica e la letteratura):
“La convinzione su cui questo libro si appoggia [e Carlo Rovelli ci tiene a
spiegare che senza una “convinzione” forte non si può fare fisica, né
matematica, né alcuna scoperta scientifica degna di questo nome] è che noi
creature umane siamo parte della natura. Siamo un caso particolare fra tanti
fenomeni naturali, nessuno dei quali sfugge alle grandi leggi naturali che
conosciamo. Ma chi non si è mai chiesto: “Se il mondo è fatto di semplice materia,
particelle in moto nello spazio, come è possibile che esistano i miei pensieri,
le mie percezioni, la mia soggettività, il valore, la bellezza, il significato?”.
Come fa la “semplice materia” a produrre colori, emozioni, la sensazione viva e
bruciante che ho di esistere? Come fa a conoscere e imparare, commuoversi,
meravigliarsi, leggere un libro, e arrivare a chiedersi come funziona la
materia stessa?”.
Ecco: qui riecheggia, di nuovo, la prosa iperbolica e lirica, commossa e commovente, di Antonio Moresco. E io non lo so (né lo posso sapere né, probabilmente, arriverò mai a saperlo) se Carlo Rovelli abbia letto i romanzi di Moresco, ma – per Bacco! – è evidente, è chiarissimo che qui chi si pone questo tipo di domande somiglia in modo strabiliante ai vari narratori che (ci) raccontano (stupiti e dantescamente impossibilitati a dire tutto) i vari Canti del caos (o Gli Esordi, o gli ineffabili Gli increati – che poi, come sanno benissimo i fan di Moresco, costituiscono la famosa trilogia che l’autore stesso ha ribattezzato L’increato, termine che, diciamolo pure, sembra piuttosto vicino al campo semantico delle teorie quantistiche e alle ipotesi che la “meccanica quantistica” continua a porre sul tavolo della ricerca scientifica più estrema ed avanzata).
Ma potremmo anche ribaltare il punto di vista: dopo aver letto
Helgoland, uno si rende conto che in queste opere Moresco assume, dunque, i
panni del fisico quantistico, di quello scienziato che s’interroga senza sosta
(e senza trovare ancora risposte plausibili) attorno agli enigmi che ci rendono
umani, quei misteri che, da sempre, rendono “filosofo” l’uomo (Aristotele ce lo
ricorda da sempre: è la “meraviglia” e la “curiosità” a provocare la spinta
dell’essere umano verso la “filosofia” – o la domanda “filosofica” – quella cioè
legata a doppio nodo all’amore verso il sapere).
Ed ecco, infine, un terzo brano che, oltre che a Italo Calvino e ad Antonio
Moresco, potrebbe far venire in mente Luigi Pirandello (e le sue teorie sull’ “umorismo”,
inteso in quanto atteggiamento perennemente relativistico dell’uomo sulla
realtà – e sulle apparenti verità – che lo circondano):
“Se guardo una foresta di lontano vedo un velluto verde scuro.
Avvicinandomi il velluto si sgrana in tronchi, rami e fronde. La corteccia
degli alberi, il muschio, gli insetti, brulicano di complessità. In ciascun
occhio di ogni coccinella c’è una struttura elaboratissima di cellule, connesse
a neuroni che la guidano a vivere. Ogni cellula è una città, ogni proteina un
castello di atomi; nel nucleo di ogni atomo si agita un inferno di dinamica
quantistica, vorticano quark e gluoni, eccitazioni di campi quantistici. E non
è che un piccolo bosco di un piccolo pianeta che ruota intorno a una stellina,
fra cento miliardi di stelle di una fra mille miliardi di galassie costellate di
eventi cosmici abbacinanti. In qualunque angolo dell’universo troviamo
vertiginosi pozzi di strati di realtà” (id., p. 182).
Verrebbe da dire, a lettura terminata, dopo un brano così visualmente
efficace e cinematografico (da una panoramica Rovelli si avvicina alla realtà
fenomenica con uno zoom attraverso il quale si entra dentro le cellule e poi
dentro gli atomi e poi dentro le particelle più piccole e poi…): “e il
naufragar m’è dolce in questo mare” (perché Rovelli è anche leopardiano, oltre
che pirandelliano, quando scrive così, quando ci mette sotto gli occhi – senza abusare
delle mefatore né visuali né d’altro tipo – le cose, gli oggetti e i fenomeni
che gli interessa che noi si torni ad osservare con più attenzione, con
rinnovato stupore, con aristotelica meraviglia…).
E allora lo faccio: chiamo il mio amico fisico esperto in linguaggio metamatematico e
gli declamo, per telefono, il brano appena citato. E lui mi risponde: “Ti dirò,
caro mio: alla fisica erotica preferisco quella teorica”. E sorride. E rido di
gusto. Mentre lui mi parla male del collega (troppo famoso, chissà quanti soldi
gli hanno dato per andare da Fazio o quanti ne prende per le lezioni che dà in
giro per il mondo) e io continuo a pensare a quanto potrebbe essere contento
Carlo Rovelli di scoprire la letteratura di Antonio Moresco e – specularmente –
a quanto potrebbe essere felice Antonio Moresco nello scoprire la fisica
quantistica così come la spiega (la narra, la canta) Carlo Rovelli nel suo Helgoland.
To be continued…
domingo, octubre 18, 2020
Rinomata enciclopedia di letture
viernes, octubre 09, 2020
Ci ridiamo; ci risiamo
viernes, septiembre 18, 2020
Ritorno a scuola (?)
martes, septiembre 08, 2020
8/9/2020
E
così, oggi compio 43 anni. Ancora non ci credo. Mi sembra irreale, anche
perché, mentalmente (come succede a tanti, come succede a molti miei coetanei),
di anni me ne sento 24 o, al massimo, 26. E dovrebbe essere tempo di bilanci.
Ma non ce la faccio più a fare i bilanci. Vorrei imparare a vivere alla
giornata. Basta fare programmi. Basta calcolare tutto al millimetro. E se gli
articoli che ho nel cassetto non appariranno mai; se il libro che ho tradotto
da poco non vedrà la luce; se tutte le conquiste accademiche che uno rincorre
non arriveranno mai, ebbene, non fa niente, non è più un problema, non voglio
più farne un problema, non sarà affatto un problema (“puoi sempre aprire un’edicola
o andare a lavorare in una biblioteca”, mi dice per scherzare, ma poi nemmeno
tanto). Si vive una vita sola. Ce lo diciamo tutti, chi piú chi meno, anche se
poi pochi fanno tesoro del detto. Nemmeno un virus di dimensioni e letalità
mondiali ci ha fatto migliorare o ci ha spinto a riflettere su chi siamo, su
cosa vogliamo fare su questo pianeta, su dove possiamo andare e dove sarebbe
bene fermarsi.
E
allora lascio stare i bilanci e mi dedico a godermi il tramonto. E, dopo i 30
km di turno fatti in bicicletta, mi dedico a farmi una bella doccia, anche solo
per il gusto d’indossare il bellissimo accappatoio nuovo (ed elegante) che mi
ha regalato la mia compagna di avventure. E domani andiamo al cinema, a vedere Tenet, l’ultimo di Christopher Nolan, se
si può. E prima del cinema, una pizza nella nostra pizzeria preferita. Sempre
se si può, nonostante la distanza sociale e le mascherine d’obbligo. 43 anni,
ragazzi…
lunes, agosto 31, 2020
Nostoi (o dei ritorni)
martes, agosto 11, 2020
Approdi (italiani): Antonio Moresco e il suo ultimo canto (quello degli alberi)
E così, dal 2 agosto del 2020 fino al 28 agosto dello stesso anno, avrò la certezza di stare (di sostare, di vivere temporalmente) in Italia, il mio paese, la mia nazione, la base da cui tutto è cominciato, includendovi in questo tutto anche il virus (l'altro giorno l'ho spiegato ai miei ospiti spagnoli, dopo aver oltrepassato Piazza della Repubblica: "Lo vedete quell'hotel lì? Si chiama Grand Hotel Excelsior e lì pernottarono i primi 2 casi di coronavirus della capitale, due cinesi che sono stati poi ricoverati allo Spallanzani e si sono salvati, sapete?". Qualcuno mi chiede cosa significhi "Spallanzani". Fingo di non aver sentito la domanda, propongo di tornare indietro, di prendere Via Nazionale e di scendere fino ai Fori Imperiali).
Ricalpesto i prati, le strade, gli asfalti delle città in cui sono stato felice (come la capitale, appunto, che conosco a memoria, ma anche come la città sui monti abruzzesi in cui ho passato l'infanzia e l'adolescenza e parte della prima giovinezza, o la città sulla costa adriatica in cui ho assaporato per la prima volta il sapore della salsedine sulla pelle e l'odore della brezza sulle labbra) e mi risento subito a casa, subito felice, gioioso, allegro, energico, con il cuore davvero ricolmo di gratitudine (e dobbiamo essere tutti davvero grati, di poter essere ancora vivi, di averla scampata bella, dopo tanto dolore e dopo il confinamento).
Poi smetto di fare da guida turistica e in libreria acquisto l'ultimo libro di Antonio Moresco, Canto degli alberi (Sansepolcro, Aboca, 2020), mentre in edicola acquisto l'ultimo albo della serie regolare di Diabolik e Eva Kant. Io sono Eva, che è un numero speciale dedicato alla dolce metà del famoso criminale in calzamaglia.
Mi riservo per i momenti di calma la lettura dei due fumetti, mentre apro subito la prima pagina del libro di Moresco, un libro che è difficile definire "romanzo", ma non è neppure un "reportage" del confinamento da covid-19, ma nemmeno una sorta di "autobiografia" scritta in diretta dal confinamento, no, è tutte queste cose insieme e nessuna di esse...
E leggo a p. 70 qualcosa che mi fa pensare sia al mio ultimo post (sulla mia ossessione nel fotografare le rovine o i luoghi abbandonati e in rovina) sia alla tremenda esplosione di un deposito di grano nel porto di Beirut che ha causato centinaia di morti e che potrebbe causare una nuova guerra civile nel Libano e nelle zone limitrofe:
"Le borse crollano. Le economie collassano. Solo poche settimane di epidemia hanno mostrato tutta la fragilità del sistema economico su cui si regge la vita della nostra specie su questo pianeta, la sua feroce astrazione, la sua follia. Ciò che si riteneva invincibile, che si poneva come dimensione unica che fagocitava e annichiliva tutte le altre, a cui ogni altra cosa era e doveva essere sottomessa, è tenuto in scacco da un microscopio invasore chimico che ha lo stesso andamento virale della nostra specie e delle sue strutture psichiche, sociali e mentali" (id., p. 70).
Un'amica libanese mi spiega che è proprio a causa del confinamento (imposto dal governo per frenare l'espansione dei contagi) che ci sono stati così tanti morti: moltissimi i suoi amici e parenti che si sono ritrovati sbattuti contro le pareti di casa, di un ufficio, di un supermercato con le mascherine ancora addosso, a causa del "lockdown"...E si domanda cosa sarebbe successo se la gente non fosse stata colta da questa nuova bomba atomica in perfetto stile Hiroshima rinserrata nelle proprie case, ma a spasso e in giro per le strade di Beirut...
Poi continuo a leggere ed è incredibile come Moresco sia capace di ribaltare il Mondo e le prospettive che crediamo di avere sullo stesso: l'anonimo narratore (che sembra coincidere con l'autore) si ritrova bloccato nella sua casa di Mantova, la sua città natale, e cammina per le strade deserte di notte interrogando gli alberi. Che cos'è un albero? Come fanno gli alberi a crescere perfino dai muri e sulle statue? Cosa fanno le radici, mentre i rami e le foglie si diramano nello spazio aereo? Che connessione c'è (o ci può essere) tra lo spazio aereo di queste parti dell'albero e le radici, che sono le proboscidi più nascoste e più caparbie nella lotta di espansione nel - e attraverso il - sottosuolo?
Sono arrivato a p. 124. Ma non ho le forze per andare avanti, oggi, nella lettura. Ripenso al post scritto qualche tempo fa, ispirato a una frase di Maurice Cousins, e ripenso al disastro di Beirut. Ripenso ai miei, che hanno sofferto anche loro il confinamento, esattamente come Moresco a Mantova, e penso che io a Mantova non ci sono mai andato. Il virus è ancora tra di noi, circola, come si suol dire. E l'Italia è ancora un paese meraviglioso in cui poter viaggiare e contemplare una natura e dei paesaggi davvero da film. Gli alberi pensano e sono saggi. E chissà che noi non si debba apprendere qualcosa anche dagli alberi, oltre che dallo stesso Antonio Moresco.
Domani, però, leggerò Diabolik. Non posso continuare a deprimermi in questo modo.
sábado, agosto 01, 2020
martes, julio 28, 2020
martes, julio 14, 2020
martes, junio 23, 2020
CESENA-RIMINI
L’altro
giorno mi è successa una cosa davvero strana e tenera ed emozionante. Una cosa
che non mi aspettavo. Del tutto fuori luogo rispetto sia al momento sia allo
spazio fisico in cui mi trovavo.
L’altro
giorno, a mezzogiorno in punto, un amico italiano che vive in Spagna da più
anni di me si è sposato con sua moglie, una spagnola, la tipica spagnola dalla
pelle scura, gli occhi verdi bellissimi e luminosi, le curve al posto giusto e
invitanti, il sorriso sempre molto accattivante sul volto… E mentre eravamo lì
mezzo imbarazzati, perché nessuno sapeva bene se stringere la mano e
abbracciare lo sposo e abbracciare o baciare la sposa (mentre partivano varie
gomitate tra gli altri parenti e gli amici più stretti), ecco che mi ritrovo
nel bar accanto al Municipio in cui si è svolto il rito civile e finisco
proprio a pochi metri dallo sposo. E così, tra una birra e l’altra, gli chiedo
quanto dista Cesena (la sua città natale) da Rimini (dove io e gli amici
d’infanzia eravamo soliti andare in vacanza con il treno regionale che ci
impiegava mezza giornata per attraversare mezza Italia). Una domanda assurda,
sciocca, semplicissima, se vista con freddezza e dall’esterno. Ed ecco che lo
sposo si emoziona: “Non è tanto distante, anzi, una trentina di chilometri,
anche se…è una strada brutta, piena di curve…ho perso tre amici su quella
strada…”. E da sotto gli occhiali da sole vedo che gli spuntano due lacrime, mi
chiede scusa, si è davvero emozionato a ricordare gli amici morti sulla strada
e allora, accidenti, provo a cambiare argomento, provo a stemperare la
tensione: “Non ci pensare, dai, oggi bisogna festeggiare, oggi è il giorno del
tuo matrimonio, dobbiamo ridere e non piangere” (parole vane, anche un po’
ipocrite, ma a volte ci vuole, l'ipocrisia a volte ci salva).
Lui
si asciuga il volto con un fazzoletto. La sposa ci vede, fa una faccia
stranita, si starà chiedendo perché suo marito stia piangendo, proprio ora,
proprio oggi, proprio accanto a me, che sono un suo connazionale. E allora si
avvicina, lo abbraccia e lo bacia,
davanti a me, che sorrido loro, evviva gli sposi, lei è convinta, è
assolutamente certa che lo sposo piangeva dall’emozione per lei, per averla
portata all’altare (anche se si sono uniti davanti al Sindaco e tramite il rito
civile) e poi scoppia a ridere e ci propone di farci uno spritz, sì, proprio
così, uno spritz in Spagna. Lo sposo mi dice di aspettarlo lì, entra nel bar e
ne esce poco dopo con una bottiglia di Aperol. Beviamo, in nome dell’Italia e
dei suoi sapori, dei suoi aperitivi tipici, e dei tempi in cui ci vivevamo
entrambi…
Non
dirò mai alla sposa il perché di quelle lacrime, ovviamente. E spero che lo
sposo dimenticherà presto la mia piccola gaffe innocente. La distanza che
separa Cesana da Rimini. I giochi sulla spiaggia. Il sole e il mare dell’estate.
martes, junio 16, 2020
martes, junio 09, 2020
Letture a spizzichi (e bocconi)
In
questi giorni di letture a spizzichi e bocconi (ormai è da mesi, forse proprio
dall’inizio della pandemia, che non ho più modo di poter leggere in modo
continuo e disteso, senza interruzioni e senza strilli di fondo), mi è arrivata
un’email che mi ha risollevato un po’ la morale. Mi scrivono dagli USA (in
questi giorni incendiati dalle sacrosante proteste e manifestazioni
anti-razziste e in ricordo di George Floyd, il ragazzo nero ammazzato per
soffocamento da un poliziotto americano bianco che gli ha tenuto sul collo il
ginocchio per otto lunghi minuti e senza pietà) chiedendomi se me la sento di
valutare un saggio che sarebbero pronti a pubblicare nella loro collana
dedicata alla lingua e alla letteratura spagnola. Chi mi scrive è l’assistente
dell’editore e ha un nome strano, Clovis, una donna, deduco. M’invia in
allegato le prime 15 pagine del saggio in questione e le rispondo dicendo di
sì, che questo libro promette, che mi sembra un’ottimo libro, dall’impianto
serio e gli spunti interpretativi sul soggetto oggetto dell’analisi piuttosto
originali. Nell’email Clovis mi anticipa anche che, se dovessi accettare
l’incarico, mi verranno retribuiti 250 dollari da spendere in libri della loro
casa editrice (non solo quelli che fanno parte della collana dedicata all’area
ispanistica).
Ecco:
ricevere un messaggio del genere in un periodo come questo (Clovis mi chiede
anche come sto, augurandosi tutto il meglio per me e per i miei affetti più
vicini), venire contattato da un’importante casa editrice americana per
valutare e giudicare i contenuti di un saggio che parla di letteratura (e di
teoria della letteratura), non può non fare bene all’animo. Uno non può non
sperare che ci sia ancora una luce, in fondo al proverbiale e famoso tunnel.
Uno non può non pensare che, toccato il fondo, dovremo per forza di cose risalire,
lunga la scala dell’evoluzione culturale e sociale. Insomma, che certi
ingranaggi e meccanismi ancora funzionino, nonostante i morti per coronavirus,
e gli omicidi a sfondo razzista, e quelli a sfondo sessista, e quelli di
matrice terrorista, e le guerre, e le razzie, e le ingiustizie più impensabili
che tutti (più o meno) possiamo immaginare nel corso della nostra vita
quotidiana (più o meno) al riparo dal dolore più cocente e distruttivo, ecco,
che tutto ciò ancora accada, mi fa pensare che davvero non siamo giunti
all’Apocalisse, che ancora non siamo sulla via dell’estinzione. Perché fino a
quando l’uomo sentirà il bisogno di nutrirsi di libri, di cultura, di
letteratura, di bellezza, insomma, ecco, fino a quando l’uomo avvertirà questo
bisogno non commerciabile né pubblicizzabile come tutti gli altri oggetti che
ci circondano, allora ci sarà ancora speranza su questo pianeta. E chissà che
qualcuno non s’imbatta nel saggio su un autore spagnolo che io avrò valutato e
giudicato in questi giorni di caos, incertezze e finto ritorno alla normalità (o alla
“nuova normalità”, come dicono taluni con ipocrisia).
lunes, junio 08, 2020
Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...
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