miércoles, diciembre 02, 2020

 2 Dicembre 2020 (quasi 3)


Su Rai1, alle 23:05, emettono un omaggio a Gigi Proietti che s'intitola "Gigi che spettacolo!". Bastano 2 minuti per capire che sì, che in effetti Gigi Proietti era un genio, sul palco. Intanto, la prole dorme (miracolo? Fino a quando?). Mia cognata, in pigiama, mi si avvicina per augurarmi la buonanotte e chiedermi a che ora le conviene mettere la sveglia se non vuole intralciare le operazioni mattutine dei genitori alle prese con i bimbi che vanno all'asilo. 
"Direi le 7:15; ti va bene?". Mi sorride. Certo. Non c'è problema. Lei è una abituata a fare le levatacce. Domani deve andare a Madrid per un concorso. A Madrid? Ma non è sconsigliato viaggiare a Madrid? Non c'è il confinamento perimetrale? (come in Italia, anche qui in Spagna non si può andare liberamente da un comune all'altro senza autorizzazione e conseguente autocertificazione). Mi dice che il concorso si espleterà in uno stadio. La vita è piena di misteri.

Intanto, penso che domani è il 3 (manca un'oretta affinché il numero 3 faccia il suo ingresso ufficiale sul calendario: dicembre; mancano 21 giorni al cenone della vigilia; ma che Natale sarà il Natale col virus? Ce lo domandiamo tutti, ma nessuno sa la risposta). E che entro il 15 dovrò consegnare l'ennesimo articolo per una rivista scientifica di quelle importanti, che contano, che selezionano solo i pezzi migliori e gli autori più seri. Tremolo alla sola idea di vedere quel numero sull'agenda, cerchiato in rosso, sottolineato con l'evidenziatore giallo.

Intanto, penso che oggi, 2 di dicembre del 2020, è stata una bella giornata: non mi riferisco solo al tempo e alle condizioni meteorologiche, ma alle scoperte fatte, quasi per caso, quasi senza volere.

Una collega veneziana mi manda un suo articolo su Héctor Abad Faciolince: mi basta leggere le prime pagine del testo per innamorarmi di quest'autore di cui, fino a ieri, non sapevo nulla, non ne sospettavo nemmeno l'esistenza. E, invece, il modo in cui questa collega veneziana ne parla (una dama, una donna elegantissima) mi spinge subito a volerne leggere le opere più importanti, a partire da El olvido que seremos (tradotto in Italia da Einaudi: L'oblio che saremo, apparso nel 2009) al diario, intitolato Lo que fue presente (mai apparso in italiano: Ciò che fu presente) e appena uscito in Spagna per Alfaguara.

Sono talmente ipnotizzato dal ragionamento della collega veneziana, talmente travolto dalla trama di questi testi, che ho bisogno di alzarmi dal divano per prendere una boccata d'aria sul balcone e respirare con calma.

Com'è possibile innamorarsi di uno scrittore in modo così diretto, assurdo ed improvviso?

Si parla di un padre, un medico e professore umile e amante della libertà e della dignità umana, ucciso a tradimento a Medellín nel 1987. Si parla del lutto e del tentativo di elaborarlo da parte di un figlio che non sa come reagire. Si parla dei primi gesti di fronte al cadavere ancora caldo e impregnato nel sangue: la moglie gli sfila la fede dal dito; il figlio mette le mani nelle tasche e s'imbatte in alcuni fogli e, tra questi, in una poesia di Borges (da cui poi trarrà il titolo per il libro che dedicherà proprio al padre morto) Si parla di letteratura, di ricordo, di memoria e di scrittura come tentativo di venire a patti con i demoni del passato e del presente. Si parla di dolore e di depressione. Di angoscia e di rabbia. Dell'uomo e dell'essere umano in generale. Di quant'è difficile e duro restare in vita e al mondo quando l'ingiustizia prevale sulla giustizia, l'odio sull'amore, l'indifferenza sulla passione e il compromesso sociale e civile.

Poi mi chiamano da Roma: ma chi può essere? È l'editore intenzionato a pubblicare la traduzione: dopo mesi di silenzio, si fa sentire e mi parla con un tono peculiare, una voce proprio da intellettaule di sinistra degli anni 70. Parla con lentezza, ma una lentezza tale da sembrare quasi una presa in giro (è tutta una messinscena? Mi sta prendendo per il naso?). Parliamo delle fasi da seguire a partire da ora: l'impaginazione; la correzione dei refusi; la scelta dell'immagine per la copertina; i peer review; i diritti d'autore; la foto mia e dell'autore da mandare in quarta di copertina; le eventuali presentazioni in Italia e in Spagna. Parliamo un'ora circa al telefono; l'editore è lento, lentissimo, ma spiega con chiarezza i miei diritti e i miei doveri e, in parallelo, i suoi e quelli della sua casa editrice. Scopro uno scrittore colombiano grazie a una collega veneziana che mi scrive dall'Italia e, stando in Spagna, riesco finalmente a concludere una trattativa con un editore che mi chiama da Roma e che, col mio impegno da traduttore e la sua decisione sovrana, permetterà al pubblico dei lettori italiani di scoprire uno scrittore spagnolo che vive vicino alla città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e lavoro (e amo).

Quanti cambiamenti repentini tutti in un solo giorno. Quanti alti e bassi. Quante curve pericolose. Quanti entusiasmi e angosce assurde, quanti patemi d'animo e spinte a fare sempre meglio.

Domani è il 3 di dicembre. Sono le 23:35. Mezz'ora per scrivere tutto ciò? Il tempo è relativo. Lo sappiamo.


domingo, noviembre 22, 2020

Spade




Ci risiamo. Il problema è sempre quello: il tempo. Quando trovare il tempo (ma aggiungerei anche: lo spazio) per portare a termine 2 articoli che mi hanno chiesto da più di 3 mesi; l'uno su Luis Cernuda (uno dei miei poeti preferiti di sempre, insieme a T. S. Eliot e P. P. Pasolini), l'altro su un argomento a piacere (e, ovviamente, quando ti lasciano spazio per poter scrivere su ciò che più t'appassiona, ecco che arriva il blocco, lo stallo della scrittura: l'idea sarebbe quella d'illuminare almeno un po' l'annosa questione dei rapporti tra "parole e immagini" a partire dalla narrativa spagnola più recente; per dire: tentare di rispondere alla domanda: "Che ci fanno le immagini nei romanzi?" - per "immagini" non intendo soltanto le fotografie, ma anche i ritagli di giornale, documenti d'epoca, cartine, mappe, etc.; ma anche riferimenti ad opere d'arte vere e/o inventate; a quadri, a sculture, etc.).


E così, mentre più d'un collega finisce in quarantena preventiva e domiciliare (troppi i nostri studenti che se ne fregano del virus e della distanza sociale; troppi quelli che, appena fuori dall'aula, si abbassano la mascherina), cerco di fare il punto della situazione, mentre la prole mette a soqquadro la casa e c'è chi suona il piano e chi sbatte le pentole sul pavimento (poveracci quelli che ci abitano sotto!).


Non ricordo più se fu Enrique Vila-Matas o un altro a dire che lo scrittore deve (sempre) essere figlio, non può (non dovrebbe) mai essere padre, perché i figli rubano il tempo alla scrittura; poi penso a Sandro Veronesi (padre di 5 figli, se non ricordo male) e capisco che non è un'equazione matematica, anzi: lui scrive anche quando è circondato da figli che fanno rumore (così - mi par di ricordare - disse o scrisse da qualche parte).


Figli o non figli, io non sono uno scrittore (anche se, ovviamente, per il lavoro che svolgo, pubblico da anni e ho tradotto libri di altri; questo blog non conta, è puro "divertissement") e, però, capisco bene quei genitori che dicono d'impazzire quando i figli ti assorbono troppo; è davvero inenarrabile il modo in cui i figli, soprattutto quando sono ancora bambini, ci portano via il tempo, lo spazio e l'energia (un lavoro faticosissimo che sì, è vero, è ovvio, è certo, apporta anche tante enormi e bellissime soddisfazioni, ma, ragazzi, quanto sudore anche, quanta fatica!).


Poi penso ad un altro approccio: le scene con la spada. Mi viene in mente la famosa interruzione tra il cap. 8 e il cap. 9 della Iª Parte del Quijote, quando, appunto, Don Quijote è sul punto di scagliare la sua spada sul bilbaino e cosa succede? S'interrompe la storia, perché - afferma il narratore esterno - il manoscritto finisce proprio lì, sul più bello (Nabokov parla di uno "splendido fermo immagine"). Bisognerà leggere l'incipit del 9 capitolo per capire cosa è davvero successo a quel manoscritto e scoprire come, grazie a un enorme colpo di fortuna e a uno scherzo del destino, Cervantes (che non è il "padre", bensì il "padrastro" o il "padrino" dell'opera) s'imbatterà proprio nel manoscritto interretto all'altezza del famoso duello, e potrà così continuare a leggere come finisce la scontro, dove vanno a finire quelle due spade levate in aria con violenza...previa traduzione di un ragazzo arabo che lo stesso Cervantes paga e fa accomodare in casa sua affinché traduca, perché il manoscritto (del famoso storico Cide Hamete Benengeli) è scritto in lingua araba...


E allora mi viene in mente l'altra scena di una spada levata in aria: quella che si svolge all'interno di un bagno per disabili di una discoteca di Londra nella IIª parte di Tu rostro mañana ("Il tuo volto domani") di Javier Marías: anche lì c'è suspense, anche lì una tensione enorme: Bertram Tupra ucciderà o no il povero malcapitato che sta intralciando il suo lavoro di spia? (consiglio ai lettori italiani: comprate "Il tuo volto domani" e leggetene tutto).


E allora mi viene in mente la scena del duello sulla spiaggia tra uno dei personaggi di 2666 di Roberto Bolaño e un critico letterario (alter ego di Ignacio Echeverría, amico e curatore delle opere postume del grande scrittore cileno). Anche lì c'è di mezzo una spada, o forse due, ci si sfida a duello come se si vivesse ancora nel Medioevo... Ecco: dovrei andarmi a ricercare quella scena e dovrei rileggermela, per capire se c'è anche qui un velato omaggio o riferimento a Cervantes...E poi fare il salto all'indietro, la capriola ermeneutica decisiva per scoprire che, prima del Manco di Lepanto, c'è stato Ludovico Ariosto (che Cervantes amava e leggeva tra i suoi autori preferiti di sempre), il quale, nell'Orlando Furioso, chissà quante volte utilizza il trucchetto delle spade levate in aria e sul punto di scontrarsi tra di loro, di fare letteralmente le scintille, per poi interrompere tutto, perché finisce il canto e bisognerà andare subito a leggersi il capitolo successivo per vedere come narrazione prosegue...nella prossima puntata. 


Riuscirò a trovare il tempo (e lo spazio) giusto per questi scandagli? Ai posteri l'ardua sententia.

viernes, noviembre 06, 2020

 

Carlo Rovelli e Antonio Moresco (con Italo Calvino sullo sfondo)



Nel Sud del Sud della Spagna in cui vivo da ormai quasi 10 anni c’è un amico fisico che si occupa di Metamatematica con cui mi diletto a discettare dei Massimi Sistemi. L’ultima volta che ci siamo visti, dopo il lockdown generale (e totale) che ha messo in ginocchio il Pianeta, siamo andati a farci una pizza nella nostra pizzeria preferita (gestita da italiani – da Napoli a Torino, passando per Roma: tutti bravissimi e gentilissimi – un vero lusso per chi sente la nostaglia della cucina nostrana) e ci siamo messi a chiacchierare delle due sonde spaziali “Voyager 1” e “Voyager 2” mandate oltre i confini del Sistema Solare dai tipi della NASA il 5 settembre del 1977, ovvero, 3 giorni prima che io venissi al mondo e vedessi la luce.

Ovviamente, il mio amico fisico ne sapeva più di me: mi ha spiegato a che velocità viaggiano queste due sonde spaziali; come funziona il concetto di velocità (e di anni luce) quando si sfonda il tetto del Sistema Solare e si entra nello Spazio Interstellare; e – soprattutto – mi ha raccontato del disco d’oro che è stato “caricato” sulle sonde e su cui gli ingegneri aerospaziali della NASA hanno registrato immagini (fotografie e disegni), musica e suoni (naturali e artificiali) per lanciare un messaggio di pace agli eventuali alieni che dovessero imbattersi in queste due navicelle intergalattiche…

Ecco: questa storia del “messaggio lanciato in una bottiglia”, ovvero, del disco d’oro costruito ad uso e consumo di eventuali altri esseri viventi (oltrechè intelligenti) sparsi per le Galassie (di cui nemmeno conosciamo l’esistenza o di cui non possiamo nemmeno sospettare la natura e l’origine, la configurazione fisica e le caratteristiche materiali) mi ha colpito davvero molto, mi ha lasciato a bocca aperta e mi ha spinto (inevitabilmente) a fare ricerche in materia (io che sono di Lettere).

Poi, all’improvviso, m’imbatto in un altro fisico, evidentemente più famoso del mio amico esperto di linguaggio metamatematico: accade una sera, dopo il Tg, quando Carlo Rovelli presenta da Fabio Fazio il suo ultimo saggio, Helgoland (Milano, Adelphi, 2020) che, pur non vertendo affatto sulla “Voyager 1” né sulla “Voyager 2”, m'intriga al punto da ordinarlo su internet e farmelo recapitare a casa.

Ed ecco la sorpresa nel leggere il saggio (sulla “meccanica quantistica”, ovvero, su quella parte della fisica che si occupa di studiare l’infinitamente piccolo, i neutrini e i buchi neri): Carlo Rovelli mi ricorda Antonio Moresco nei suoi momenti più algidi e geniali, quando lascia galoppare la propria immaginazione al di là dei concetti (e delle categorie kantiane) dello “spazio” e del “tempo”. Incredibile! (esclamo da solo). Un fisico che si esprime come un romanziere! Ma com’è possibile?


Vediamo un primo esempio:


“Pensiamo il mondo in termini di oggetti, cose, entità […]: un fotone, un gatto, un sasso, un orologio, un albero, un ragazzo, un paese, un arcobaleno, un pianeta, un ammasso di galassie… Questi oggetti non stanno ciascuno in sdegnosa solitudine. Al contrario, non fanno che agire uno sull’altro. È a queste interazioni che dobbiamo guardare per comprendere la natura, non gli oggetti isolati. Un gatto ascolta il ticchettio dell’orologio; un ragazzo lancia un sasso; il sasso sposta l’aria dove vola, colpisce un altro sasso e lo muove, preme sul terreno dove si posa; un albero assorbe energia dai raggi del sole, produce l’ossigeno che respirano gli abitanti del paese mentre osservano le stelle e le stelle corrono nella galassia trascinate dalla gravità di altre stelle… Il mondo che osserviamo è un continuo interagire. È una fitta rete di interazioni” (id., p. 84).

 

Non sembra, oltre che Antonio Moresco, l’Italo Calvino delle famosissime Lezioni americane? Non è un bellissimo esempio di prosa poetica in cui la “leggerezza”si unisce all’ “esattezza” e alla “molteplicità” (come tutti ricorderanno, si tratta di 3 delle 6 “proposte per il prossimo millennio” che Calvino elaborò in quelle famose lezioni americane che poi divennero un libro).


Ma andiamo avanti: a p. 161 si legge la seguente riflessione (a metà tra la metafisica e la letteratura):

 

“La convinzione su cui questo libro si appoggia [e Carlo Rovelli ci tiene a spiegare che senza una “convinzione” forte non si può fare fisica, né matematica, né alcuna scoperta scientifica degna di questo nome] è che noi creature umane siamo parte della natura. Siamo un caso particolare fra tanti fenomeni naturali, nessuno dei quali sfugge alle grandi leggi naturali che conosciamo. Ma chi non si è mai chiesto: “Se il mondo è fatto di semplice materia, particelle in moto nello spazio, come è possibile che esistano i miei pensieri, le mie percezioni, la mia soggettività, il valore, la bellezza, il significato?”. Come fa la “semplice materia” a produrre colori, emozioni, la sensazione viva e bruciante che ho di esistere? Come fa a conoscere e imparare, commuoversi, meravigliarsi, leggere un libro, e arrivare a chiedersi come funziona la materia stessa?”.

 

Ecco: qui riecheggia, di nuovo, la prosa iperbolica e lirica, commossa e commovente, di Antonio Moresco. E io non lo so (né lo posso sapere né, probabilmente, arriverò mai a saperlo) se Carlo Rovelli abbia letto i romanzi di Moresco, ma – per Bacco! – è evidente, è chiarissimo che qui chi si pone questo tipo di domande somiglia in modo strabiliante ai vari narratori che (ci) raccontano (stupiti e dantescamente impossibilitati a dire tutto) i vari Canti del caos (o Gli Esordi, o gli ineffabili Gli increati – che poi, come sanno benissimo i fan di Moresco, costituiscono la famosa trilogia che l’autore stesso ha ribattezzato L’increato, termine che, diciamolo pure, sembra piuttosto vicino al campo semantico delle teorie quantistiche e alle ipotesi che la “meccanica quantistica” continua a porre sul tavolo della ricerca scientifica più estrema ed avanzata). 


Ma potremmo anche ribaltare il punto di vista: dopo aver letto Helgoland, uno si rende conto che in queste opere Moresco assume, dunque, i panni del fisico quantistico, di quello scienziato che s’interroga senza sosta (e senza trovare ancora risposte plausibili) attorno agli enigmi che ci rendono umani, quei misteri che, da sempre, rendono “filosofo” l’uomo (Aristotele ce lo ricorda da sempre: è la “meraviglia” e la “curiosità” a provocare la spinta dell’essere umano verso la “filosofia” – o la domanda “filosofica” – quella cioè legata a doppio nodo all’amore verso il sapere).

 

Ed ecco, infine, un terzo brano che, oltre che a Italo Calvino e ad Antonio Moresco, potrebbe far venire in mente Luigi Pirandello (e le sue teorie sull’ “umorismo”, inteso in quanto atteggiamento perennemente relativistico dell’uomo sulla realtà – e sulle apparenti verità – che lo circondano):

 

“Se guardo una foresta di lontano vedo un velluto verde scuro. Avvicinandomi il velluto si sgrana in tronchi, rami e fronde. La corteccia degli alberi, il muschio, gli insetti, brulicano di complessità. In ciascun occhio di ogni coccinella c’è una struttura elaboratissima di cellule, connesse a neuroni che la guidano a vivere. Ogni cellula è una città, ogni proteina un castello di atomi; nel nucleo di ogni atomo si agita un inferno di dinamica quantistica, vorticano quark e gluoni, eccitazioni di campi quantistici. E non è che un piccolo bosco di un piccolo pianeta che ruota intorno a una stellina, fra cento miliardi di stelle di una fra mille miliardi di galassie costellate di eventi cosmici abbacinanti. In qualunque angolo dell’universo troviamo vertiginosi pozzi di strati di realtà” (id., p. 182).

 

Verrebbe da dire, a lettura terminata, dopo un brano così visualmente efficace e cinematografico (da una panoramica Rovelli si avvicina alla realtà fenomenica con uno zoom attraverso il quale si entra dentro le cellule e poi dentro gli atomi e poi dentro le particelle più piccole e poi…): “e il naufragar m’è dolce in questo mare” (perché Rovelli è anche leopardiano, oltre che pirandelliano, quando scrive così, quando ci mette sotto gli occhi – senza abusare delle mefatore né visuali né d’altro tipo – le cose, gli oggetti e i fenomeni che gli interessa che noi si torni ad osservare con più attenzione, con rinnovato stupore, con aristotelica meraviglia…).

 

E allora lo faccio: chiamo il mio amico fisico esperto in linguaggio metamatematico e gli declamo, per telefono, il brano appena citato. E lui mi risponde: “Ti dirò, caro mio: alla fisica erotica preferisco quella teorica”. E sorride. E rido di gusto. Mentre lui mi parla male del collega (troppo famoso, chissà quanti soldi gli hanno dato per andare da Fazio o quanti ne prende per le lezioni che dà in giro per il mondo) e io continuo a pensare a quanto potrebbe essere contento Carlo Rovelli di scoprire la letteratura di Antonio Moresco e – specularmente – a quanto potrebbe essere felice Antonio Moresco nello scoprire la fisica quantistica così come la spiega (la narra, la canta) Carlo Rovelli nel suo Helgoland.

 

To be continued…

domingo, octubre 18, 2020

 Rinomata enciclopedia di letture





Domenica mattina: la prole scende giù in spiaggia per approfittare di questa bellissima giornata di sole e correre a più non posso in compagnia della mamma (al ritorno noterò la sabbia in mezzo alle dita dei piedini); io ne approfitto per finire di leggere un saggio sull'ekfrasis in terrazza, con la musica di Rai Radio 3 in sottofondo e una tazzina di caffè forte senza zucchero come supporto.

Un punto interessante del saggio riguarda il nostro modo di guardare la Natura, ovvero, di come, quando si tratta di contemplare un paesaggio, tendiamo sempre ad "inquadrarlo" come se si trattasse di un dipinto, ovvero, di un paesaggio dipinto e "visto" dall'interno di un quadro. 

La cornice è fondamentale: senza di essa, lo spazio è una massa amorfa di oggetti, di eventi, di forme e di colori. Il pittore è chi - prendendo spunto dal mondo esterno o dai suoi demoni interiori e dal proprio mondo onirico - ricostruisce questo "caos" e gli dà forma (anche quando si tratta di arte astratta e, dunque, di forme informali o amorfe).

La questione della cornice mi fa venire subito in mente Mondi intermedi e complessità, un bellissimo saggio di Alfonso Iacono (filosofo che ebbi la fortuna di scoprire, leggere e conoscere quand'ero dottorando a Pisa) in cui si parla dei "mondi intermedi" e di come la nostra "coda dell'occhio" ci permette di rimbalzare dall'uno all'altro. Se non ci fosse la cornice, saremmo persi, proprio perché, probabilmente, non riusciremmo a capire di che mondo si tratta. Lo schermo della tv; il rettangolo del tendone che poi si spalanca per mostrarci la ribalta di un teatro; la cornice - appunto - di un quadro; anche il rettangolo della pagina di un libro, il grande telone bianco del grande schermo al cinema, sono tutti esempi di cornici che contempliamo (ed interpretiamo) grazie a quella che Iacono chiama "teoria della coda dell'occhio" (che, ovviamente, è teoria affascinante e molto più complessa di quanto possa parlarne qui).

Poi guardo un paio di uccelli che planano sul cortile della casa di fronte e mi distraggo. Quanti quadri, nella storia dell'arte del Mondo, ci saranno che inquadrano uccelli che planano in un cortile? Quanti pittori avranno provato ad immortalare (e frenare) la corsa degli uccelli in volo?

Poi un amico esperto di fisica quantistica mi chiama per farmi i complimenti: "Ho appena visto l'intervista a Sandro Veronesi e volevo farti i miei più vivi complimenti. Ottima domanda! E si nota che hai letto tutto di Veronesi, anche lui era contento della domanda!". Arrossisco anche se lui non mi può vedere né può saperlo. Un fisico che studia i buchi neri e i neutrini che ti dice queste cose non può non farti arrossire.

Tra le email, una collega di Palermo: anche lei mi ha visto; non ha mai letto nulla di Sandro Veronesi e si fida del mio fiuto letterario; gli darà un'altra chance: "Complimenti! Con la tua rinomata enciclopedia di letture, sei riuscito a stimolare una densa e partecipata risposta da Veronesi, una risposta che mi è sembrata molto intellingente".

Sottolineo mentalmente questo sintagma: "rinomata enciclopedia di letture": ma che vuol dire, esattamente? Sì, lei sa che sono un lettore "forte"; ma è davvero rinomata questa "enciclopedia di letture"?

Un'amica ottantenne di lunga data, una donna eccezionale che ho avuto la fortuna di conoscere qui, nel Sud del Sud della Spagna, mi chiama e mi chiede se sono disponibile per un incontro letterario con le socie di un'associazione culturale per la Terza Età: "Hai mai letto Tagore?". Ecco che la mia "enciclopedia di letture" non è più così tanto "rinomata", né vasta né completa. Perché lo ammetto, io Tagore non so nemmeno chi sia...So che vinse il Premio Nobel, e poco più: "Sì, esatto, nel 1913; vorremmo leggere una sua opera e ci piacerebbe coinvolgerti in un dibattito sulla letteratura e la spiritualità". Accetto subito. Nonostante il momento di crisi, di incertezza e di contagi da covid-19 in rapida ascesa. Il 17 novembre, martedì, di pomeriggio, ci riabbracceremo virtualmente senza poterci stringere le mani e con la mascherina sul volto. Proverò a colmare questa lacuna nella mia non tanto "rinomata enciclopedia di letture".

Gli uccelli sono volati via. Ma fa ancora molto caldo. Sembra quasi estate. E, invece, è il 18 d'ottobre.

viernes, octubre 09, 2020

 Ci ridiamo; ci risiamo


Ecco, ci risiamo: il covid-19 - o coronavirus - torna a farci paura. Invece di guardare Propaganda Live su La7, con il sempre pungente e sempre intelligente Diego Bianchi (detto Zoro), accendo Rai News 24 e l'effetto di dejá-vu è dirompente; durante il confinamento ci passavo le ore davanti a questo tg, intossicandomi di notizie sempre più tragiche ed apocalittiche. Aggiungiamoci un fastidioso mal di gola (forse dovuto al raffreddore della prole, costretta a casa anche se non c'è traccia di febbre, ma le precauzioni non sono mai troppe, di questi tempi e quando uno è padre o madre) e il gioco è fatto. 

Facciamo lezioni online con un filino di voce. Gli studenti capiscono e mi mandano tutto il loro appoggio morale in chat. Qualcuno consiglia anche le ricette giuste: latte caldo e miele; spremuta d'arancia e miele; tisana di zenzero con miele e limone; prendo appunti e, nel mentre, domando, sempre con la voce tremolante: "Quand'è che un testo può definirsi 'letterario'? Cos'è che rende 'letterario' un testo?".

Intanto, provo a guardare il lato positivo: il 12 ottobre qui è festa nazionale, "el Día de la Hispanidad", il giorno in cui la Spagna celebra se stessa attraverso l'impresa di Cristoforo Colombo e la scoperta del cosiddetto Nuovo Mondo e, dunque, non si va a scuola né all'Università. Sono libero. E guarda caso proprio il 12 ottobre, alle ore 17:00, i membri della Società Dante Alighieri potranno dialogare e porre una domanda (ciascuno, da ogni sede all'estero) a Sandro Veronesi. Mi hanno chiesto di intervenire. E sono già emozionato. Potrò intervenire su "Zoom" e fare una domanda a uno dei miei scrittori italiani favoriti...ma...cosa gli chiedo?

Poi mi scrive un caro amico e collega della "Sapienza": mi manda il link ad un altro evento letterario che pensa potrebbe interessarmi. E caspita se m'interessa! Il 13 ottobre, il giorno dopo l'incontro con Sandro Veronesi in diretta streaming da Firenze, potrò seguire la presentazione dell'ultimo saggio di Piero Boitani, Ovidio. Storie di metamorfosi (Bologna, il Mulino, 2020)...Boitani che parla di uno dei più grandi capolavori della letteratura classica. Boitani e Ovidio. Un po' come Boitani e Omero. O Boitani e Ulisse. Non sto nella pelle, come si suol dire. E intanto penso: ma cosa gli domando a Veronesi quando mi daranno il permesso d'intervenire e di attivare il microfono?

Intanto, Conte fa le prime dichiarazioni ufficiali; Mattarella elogia Dante; il Movimento 5 Stelle litiga; il PD latita (come quasi sempre); l'Italia si spacca in due: ci sono quelli pro e ci sono quelli contra la mascherina (Trump se l'è tolta appena atterrato dall'elicottero che lo ha riportato alla Casa Bianca; il Papa è stato criticato perché ha stretto troppe mani e sempre senza protezione né distanza sociale).

Intanto, qui dalle ore 15:00 di oggi, 9 ottobre del 2020, Madrid è davvero e ufficialmente "zona rossa"; non si può né uscire né entrare nella capitale del Regno senza un motivo valido e urgente. Immagino Roma in fase di lockdown... e mi torna in mente quella famosa immagine del Papa - ancora lui - che dice messa sotto una pioggia fina e incessante in una San Pietro deserta; un'immagine spettrale, quasi quanto quella della lunga fila dei camion dell'Esercito Italiano che trasportano i cadaveri destinati agli inceneritori.

Avverto la forte tentazione di aprire il "diario di bordo" che ho scritto proprio a partire dal 13 marzo 2020, da quando il virus aveva fatto il suo ingresso ufficiale nei peggiori incubi dell'Uomo sulla Terra. Non so se aprirlo. O se fermarmi in tempo. 

Intanto (ma quanti "intanto" ci sono in questo post?), bevo il latte col miele e, in effetti, si avverte un certo sollievo. Avrò la faringite? Riuscirò a fare lezione dal 13? E soprattutto: cosa gli domanderò a Sandro Veronesi quando ci vedremo faccia a faccia collegati su "Zoom"?

Ci ridiamo. Ci risiamo. Per non piangere. Per non disperarsi.

viernes, septiembre 18, 2020

 Ritorno a scuola (?)


Il 14 settembre del 2020, in molte città italiane, gli studenti di scuole dell'infanzia, medie e superiori sono tornati in classe. Rai News 24 (che è l'unico canale della Rai che si può vedere in chiaro e in diretta stando all'estero) propone uno speciale; invece del solito tg, con la solita carrellata (a volte assurda) di notizie (a volte assurde), propone lo speciale sull'evento e l'intitola "Forza ragazzi" (o "Ritorno a scuola. Forza ragazzi".

Rido per non piangere e m'intenerisco dinanzi alla testimonianza di una giornalista che, inquadrando in primo piano un bassotto disegnato sulla parete, ci spiega che è così che si insegna ai bambini a calcolare la distanza di 1 metro (la famosa distanza di sicurezza, o distanza sociale). Poi ci si sposta a Roma, dove, in un noto liceo della capitale, un altro giornalista, questa volta un uomo, ci mostra una madre intenta a fare da vigile urbano e a dirigere il traffico degli alunni (questa volta adolescenti) che, in fila indiana, cercano di rispettare le fila e la distanza (c'è anche una mamma che distribuisce mascherine ai più distratti o che redarguisce quelli che la mascherina la usano come sciarpa o, peggio, come braccialetto).

È il 14 settembre del 2020 e dalla segreteria ci comunicano che - vista l'emergenza sanitaria legata al Covid-19 - le lezioni in presenza previste per Lunedì 21 settembre saranno posticipate alla settimana successiva: cominceremo (?) il 28 (?), con obbligo di indossare la mascherina e obbligo di tenere separati di almeno 1 metro gli alunni i quali, a differenza degli altri anni, non potranno assistere a lezione in massa ma si alterneranno: la metà seguirà le lezioni i giorni pari, l'altra metà i giorni dispari, chi resta a casa seguirà la lezione in diretta "streaming" comodamente seduto sul suo letto a casa sua dal suo pc...

È un'inizio d'anno accademico davvero anomalo, questo...Uno pensa: ma come lo racconteranno questo 2020 nei futuri libri di storia del XXI secolo? Come sembreremo, quanta tenerezza ispireremo ai lettori futuri di questi futuri libri di storia?

Ipotesi assurde dal vago sapore fantascientifico. Intanto, da Roma, l'Editore che dovrebbe pubblicare la mia traduzione di un libro di racconti di uno scrittore spagnolo che ho l'onore di annoverare tra i miei amici, mi scrive per dirmi grazie, hanno ricevuto la traduzione, mi fanno i complimenti per il bellissimo lavoro svolto e che a breve si rimetteranno in contatto con me per sbrigare le ultime pratiche (scelta dell'immagine di copertina; onorari e compensi a battuta - o a pagina; diritti d'autore e cessione dei diritti dell'Editore spagnolo a quello italiano; pubblicità sui social; etc. etc.).

Chiedo loro se il libro potrà vedere la luce nel 2020 o se, invece, data l'emergenza sanitaria legata al Covid-19, bisognerà aspettare il 2021. Mi fa anche effetto scriverlo, 2021...sembra davvero d'essere stati catapultati in un racconto di Isaac Asimov, o in uno di Arthur C. Clarke... L'Editore, giustamente, non mi risponde; sono stato troppo impulsivo e ho chiesto troppe cose e non ho saputo aspettare. È la regola numero 1, quando si ha a che fare con gli Editori: bisogna saper aspettare (e che sia lui, l'Editore, a rifarsi vivo, a concedermi audizione, a darmi una risposta certa alle mie - credo - lecite domande).

Per la copertina propongo due fotogrammi tratti da Un chien andalou (1929) di Luis Buñuel. Chissà se davvero un traduttore può pretendere di (o aspirare a) suggerire l'immagine di copertina di una sua traduzione. Ci muoviamo su acque incerte, sabbie mobili dell'anima, corridoi labirintici in cui nemmeno mio fratello, che fa l'Avvocato, saprebbe darmi una mano. L'importante - ti ripeti - è che il libro esca (e che sia ciò che il Cielo vuole).

Poi una collega mi confessa: "Io non lo so mica se la farò a parlare 2 ore di seguito con la mascherina sulla bocca; ho paura di svenire". Le rispondo che non ho mai parlato con la mascherina per così tanto tempo di seguito e che se proprio mi vedrò in difficoltà, ebbene, allora, chiederò ai miei studenti di sedersi tutti nelle ultime file, lontani da me, lontani dalla cattedra, per favore...

La collega mi sorride (il sorriso oggi bisogna immaginarselo, al di sotto della barriera visuale della mascherina maledetta) e mi dice che non sarebbe una cattiva opzione. Poi passa Carmen, la responsabile della reprografia, colei a cui tutti andiamo a chiedere le fotocopie, e ci fa il segno delle dita incrociate, come a dire: "In bocca al lupo, amici, e speriamo bene!".

La parola-chiave di questo settembre 2020 è: INCERTEZZA

martes, septiembre 08, 2020

 

8/9/2020


E così, oggi compio 43 anni. Ancora non ci credo. Mi sembra irreale, anche perché, mentalmente (come succede a tanti, come succede a molti miei coetanei), di anni me ne sento 24 o, al massimo, 26. E dovrebbe essere tempo di bilanci. Ma non ce la faccio più a fare i bilanci. Vorrei imparare a vivere alla giornata. Basta fare programmi. Basta calcolare tutto al millimetro. E se gli articoli che ho nel cassetto non appariranno mai; se il libro che ho tradotto da poco non vedrà la luce; se tutte le conquiste accademiche che uno rincorre non arriveranno mai, ebbene, non fa niente, non è più un problema, non voglio più farne un problema, non sarà affatto un problema (“puoi sempre aprire un’edicola o andare a lavorare in una biblioteca”, mi dice per scherzare, ma poi nemmeno tanto). Si vive una vita sola. Ce lo diciamo tutti, chi piú chi meno, anche se poi pochi fanno tesoro del detto. Nemmeno un virus di dimensioni e letalità mondiali ci ha fatto migliorare o ci ha spinto a riflettere su chi siamo, su cosa vogliamo fare su questo pianeta, su dove possiamo andare e dove sarebbe bene fermarsi.

E allora lascio stare i bilanci e mi dedico a godermi il tramonto. E, dopo i 30 km di turno fatti in bicicletta, mi dedico a farmi una bella doccia, anche solo per il gusto d’indossare il bellissimo accappatoio nuovo (ed elegante) che mi ha regalato la mia compagna di avventure. E domani andiamo al cinema, a vedere Tenet, l’ultimo di Christopher Nolan, se si può. E prima del cinema, una pizza nella nostra pizzeria preferita. Sempre se si può, nonostante la distanza sociale e le mascherine d’obbligo. 43 anni, ragazzi…

lunes, agosto 31, 2020

 Nostoi (o dei ritorni)





E dopo le partenze ci sono gli arrivi, o meglio, i ritorni ("nostos", la si definisce così una parte dell'Odissea, quando, appunto, Ulisse torna a casa, dopo le mille e più avventure vissute tra Scilla e Cariddi, tra Circe e Nausicaa, tra inganni e spaventi).

Fa effetto atterrare in Spagna: è vero, qui le cose vanno peggio che in Italia, il numero dei contagi giornalieri è molto più alto che da noi (circa 3 mila al giorno in più e non smette di crescere - un'amica di Madrid paventa già il ritorno del "lockdown" totale; un'altra, da Barcellona, mi dice che soffre di attacchi d'ansia, ora) e quasi tutti, se non proprio tutti, indossano la mascherina, sia all'interno che all'esterno, non c'è metro quadrato che non venga attraversato e calpestato da qualcuno con la mascherina sulla faccia.

E allora diventa inquietante, ma anche piacevole (piacevolmente inquietante?) tornare a percorrere le stesse strade che si sono percorse durante la quarantena, quando era proibito stare in giro senza motivo urgente e giustificato; ovvero, quando Pedro Sánchez decise che potevamo uscire per fare un'ora di sport (al mattino, tra le 6 e le 9; o alla sera, tra le 20 e le 23) e, se eravamo genitori, per fare una passeggiata (anch'essa di un'ora) tra le 16 e le 19 (perché poi toccava agli anziani, che disponevano dell'ora d'aria esattamente dopo il turno dei bambini, ovvero, tra le 19 e le 20).

Fa effetto subire flash fotografici che ci riportano indietro nel tempo, un tempo che sembra lontanissimo da questo presente (il 31 agosto del 2020, la fine di un'estate davvero anomala) e che, invece, è vicinissimo, se lo calcoliamo in rapporto alla vita media di un essere umano qualunque: quei 3 mesi di chiusura totale sembrano una tragedia già passata, una sorta di ricordo indelebile, ma non più sanguinante, una pagina del libro di storia quando si narreranno i primi anni 20 del XXI secolo, e invece...è ancora qui, altro che! Ancora serpenteggiante, scivolosamente vicino alle nostre narici, alle nostre larigini e ai nostri polmoni (poveri polmoni!).

E domani è l'1 di settembre e si ricomincia: ma fino a quando? Per quanto tempo? E se poi ci rinchiudono in casa come l'ultima volta? E se poi ci si ammala? E se poi tocca a me?

Tanti dubbi, certo, che rischiano di annientarci o di paralizzarci, ma la vita va avanti, dobbiamo tornare a scuola, all'Università, ai nostri posti di lavoro in presenza, non è vero affatto che si può fare tutto da casa e che i computer ci salveranno l'economia, no, dobbiamo andarci dal vivo al lavoro, sperando di restarci, vivi...

Bentornati in Spagna, signori. Questa è davvero la vita (nella seconda patria).

martes, agosto 11, 2020

 Approdi (italiani): Antonio Moresco e il suo ultimo canto (quello degli alberi)


E così, dal 2 agosto del 2020 fino al 28 agosto dello stesso anno, avrò la certezza di stare (di sostare, di vivere temporalmente) in Italia, il mio paese, la mia nazione, la base da cui tutto è cominciato, includendovi in questo tutto anche il virus (l'altro giorno l'ho spiegato ai miei ospiti spagnoli, dopo aver oltrepassato Piazza della Repubblica: "Lo vedete quell'hotel lì? Si chiama Grand Hotel Excelsior e lì pernottarono i primi 2 casi di coronavirus della capitale, due cinesi che sono stati poi ricoverati allo Spallanzani e si sono salvati, sapete?". Qualcuno mi chiede cosa significhi "Spallanzani". Fingo di non aver sentito la domanda, propongo di tornare indietro, di prendere Via Nazionale e di scendere fino ai Fori Imperiali).


Ricalpesto i prati, le strade, gli asfalti delle città in cui sono stato felice (come la capitale, appunto, che conosco a memoria, ma anche come la città sui monti abruzzesi in cui ho passato l'infanzia e l'adolescenza e parte della prima giovinezza, o la città sulla costa adriatica in cui ho assaporato per la prima volta il sapore della salsedine sulla pelle e l'odore della brezza sulle labbra) e mi risento subito a casa, subito felice, gioioso, allegro, energico, con il cuore davvero ricolmo di gratitudine (e dobbiamo essere tutti davvero grati, di poter essere ancora vivi, di averla scampata bella, dopo tanto dolore e dopo il confinamento).


Poi smetto di fare da guida turistica e in libreria acquisto l'ultimo libro di Antonio Moresco, Canto degli alberi (Sansepolcro, Aboca, 2020), mentre in edicola acquisto l'ultimo albo della serie regolare di Diabolik e Eva Kant. Io sono Eva, che è un numero speciale dedicato alla dolce metà del famoso criminale in calzamaglia.


Mi riservo per i momenti di calma la lettura dei due fumetti, mentre apro subito la prima pagina del libro di Moresco, un libro che è difficile definire "romanzo", ma non è neppure un "reportage" del confinamento da covid-19, ma nemmeno una sorta di "autobiografia" scritta in diretta dal confinamento, no, è tutte queste cose insieme e nessuna di esse...


E leggo a p. 70 qualcosa che mi fa pensare sia al mio ultimo post (sulla mia ossessione nel fotografare le rovine o i luoghi abbandonati e in rovina) sia alla tremenda esplosione di un deposito di grano nel porto di Beirut che ha causato centinaia di morti e che potrebbe causare una nuova guerra civile nel Libano e nelle zone limitrofe:


"Le borse crollano. Le economie collassano. Solo poche settimane di epidemia hanno mostrato tutta la fragilità del sistema economico su cui si regge la vita della nostra specie su questo pianeta, la sua feroce astrazione, la sua follia. Ciò che si riteneva invincibile, che si poneva come dimensione unica che fagocitava e annichiliva tutte le altre, a cui ogni altra cosa era e doveva essere sottomessa, è tenuto in scacco da un microscopio invasore chimico che ha lo stesso andamento virale della nostra specie e delle sue strutture psichiche, sociali e mentali" (id., p. 70).


Un'amica libanese mi spiega che è proprio a causa del confinamento (imposto dal governo per frenare l'espansione dei contagi) che ci sono stati così tanti morti: moltissimi i suoi amici e parenti che si sono ritrovati sbattuti contro le pareti di casa, di un ufficio, di un supermercato con le mascherine ancora addosso, a causa del "lockdown"...E si domanda cosa sarebbe successo se la gente non fosse stata colta da questa nuova bomba atomica in perfetto stile Hiroshima rinserrata nelle proprie case, ma a spasso e in giro per le strade di Beirut...


Poi continuo a leggere ed è incredibile come Moresco sia capace di ribaltare il Mondo e le prospettive che crediamo di avere sullo stesso: l'anonimo narratore (che sembra coincidere con l'autore) si ritrova bloccato nella sua casa di Mantova, la sua città natale, e cammina per le strade deserte di notte interrogando gli alberi. Che cos'è un albero? Come fanno gli alberi a crescere perfino dai muri e sulle statue? Cosa fanno le radici, mentre i rami e le foglie si diramano nello spazio aereo? Che connessione c'è (o ci può essere) tra lo spazio aereo di queste parti dell'albero e le radici, che sono le proboscidi più nascoste e più caparbie nella lotta di espansione nel - e attraverso il - sottosuolo?


Sono arrivato a p. 124. Ma non ho le forze per andare avanti, oggi, nella lettura. Ripenso al post scritto qualche tempo fa, ispirato a una frase di Maurice Cousins, e ripenso al disastro di Beirut. Ripenso ai miei, che hanno sofferto anche loro il confinamento, esattamente come Moresco a Mantova, e penso che io a Mantova non ci sono mai andato. Il virus è ancora tra di noi, circola, come si suol dire. E l'Italia è ancora un paese meraviglioso in cui poter viaggiare e contemplare una natura e dei paesaggi davvero da film. Gli alberi pensano e sono saggi. E chissà che noi non si debba apprendere qualcosa anche dagli alberi, oltre che dallo stesso Antonio Moresco.


Domani, però, leggerò Diabolik. Non posso continuare a deprimermi in questo modo.

sábado, agosto 01, 2020

Ogni cosa edificata è destinata a crollare



Ancora lui, ancora Mark Cousins, dal suo bellissimo saggio Storia dello sguardo (Milano, il Saggiatore, 2018, p. 134):

"Ogni cosa edificata è destinata a crollare, ma nel periodo precedente alla sua caduta, un edificio e la città di cui fa parte ci concedono sguardi di tipo progettuale, contemplativo, condensato, oppressivo, educativo, casuale e futuro. L'ordine presente è il disordine del futuro".

Ecco, un pensiero del genere mi aiuta a capire perché, da un po' di mesi a questa parte (diciamo pure dallo scoppio del coronavirus a questa parte), mi sia messo a fare foto ai ruderi, alle case abbandonate, ai supermercati fuori mano ormai messi in affitto e perció dismessi, con quegli enormi parcheggi vuoti frequentati solo da erbacce e da buste della spesa espatriate lì da chissà dove (e uno si domanda: ma dove sono finiti i clienti che lì ci facevano la spesa quotidiana?).

Ho anche pensato di usare la macchinetta fotografica buona, quella che ci regalarono 6 anni per il matrimonio, una Sony che fa delle foto bellissime. Perché non la smetto proprio, anzi, da quando sono riuscito a uscire da casa dopo il confinamento, è dinvetata - mi ripeto - una vera e propria ossessione quella di immortalare i resti, ciò che il tempo ancora non ha cancellato del tutto, i pezzi di mura o di abitazioni in cui l'assenza dell'uomo è lampante e dà da pensare).

C'è un quartiere, qui vicino, fatto di tanti palazzi di 5 o 6 piani (costruiti durante il cosiddetto "boom del mattone" - e del business edilizio) completamente abbandonati. Fa impressione vedere come quello che, nel 2007 o nel 2008, era l'incarnazione di un ordine perfetto e futuro e ambito o vagheggiato da molti (mi compro l'attico, in una zona periferica, ma almeno vivo in uno spazio più grande dei soliti 30 metri quadrati del centro) sia diventato oggi l'emblema del disordine e della decandenza presente (gli appartamenti, ancora tutti invenduti, sono di fatto rimasti vuoti, non ci sono mobili, né suppellettili che attestino la presenza dell'uomo, solo le finestre, tutte ovviamente rotte, vuoi dal passare del tempo vuoi dagli atti vandalici).

Mi vengono in mente anche le Twin Towers (perché il quartiere di lusso di cui parlo è vicino a un palazzone che presenta due torri laterali che potrebbero evocare quelle americane). Ecco. Le Torri Gemelle sono state (sono e saranno per sempre, credo) l'emblema simbolico del XXI secolo del fatto che "ogni cosa edificata è destinata a crollare", anche quella che emana più prestigio, forza, bellezza, potenza (e i terroristi islamici estremisti non scelsero a caso il loro bersaglio).

Anche le due torri di questo palazzone che immagino sia popolato di uffici prima o poi cadranno o verranno abbattute per dare spazio ad altri palazzi, o ad altri uffici.

Ed è incredibile e pazzesco constatare come uno sguardo "anacronico" o "eterocronico" possa essere allenato proprio alla contemplazione della decrepitudine 'in potenza' dei luoghi del presente e di quella vissuta, realizzata appieno, fattasi carne, per così dire, dei luoghi del passato che, nonostante il peso del loro stesso passato, continuano a richiamare la nostra attenzione di testimoni oculari inermi di fronte a tanto sfacelo (quanti quintali di calcestruzzo ci saranno voluti per tirare su un palazzo di 5 o 6 piani in una zona della periferia prima praticamente desertica?).

Continuo a leggere e a godermi questo saggio sullo sguardo, mentre il calendario mi (ci) ricorda che è il primo d'agosto. Domani si torna in Italia, coronavirus permettendo...

martes, julio 28, 2020

Continuando ad aspettare l'evolversi degli eventi



Leggo dalla pagina Facebook dei fan di Nuccio Ordine una bella recensione dell'autore de L'utilità dell'inutile ad un saggio di Enrico Terrinoni intitolato Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura (Milano, Il Saggiatore, 2019). Si tratta di un libro anomalo, a metà tra lo studio scientifico sul "tradurre" e la confessione autobiografica (e d'amore) attorno alla relazione (sentimentale e complessa) tra il traduttore (Terrinoni) e lo scrittore tradotto (James Joyce). Si chiede - giustamente - Nuccio Ordine: "Come si fa a tradurre l'intraducibile? Quanti anni, quanto sforzo, quanta umiltà ci vuole per tradurre in italiano romanzi come l'Ulysses o Finnegans Wake?" (cito a memoria e, dunque, non verbatim). Ed in effetti come si fa?

È da diversi mesi che ho portato a termine la traduzione di cento microracconti di un autore spagnolo quasi sconosciuto, ma molto apprezzato dagli happy few. Qualcuno lo definisce "el secreto mejor guardado de la literatura española de estos últimos años" (ovvero, "il segreto meglio conservato della letteratura spagnola degli ultimi anni"). È un autore che scrive racconti e romanzi fantastici, che sguazzano nell'irreale e nel surreale, ma lo stile che adotta per questo tipo di narrazioni è apparentemente piatto, quasi notariale, ed è stato difficile, a volte, tradurlo, proprio per mantere anche in italiano questa cifra stilistica così sua, così particolare, così apparantemente "neutra".

Intanto, Sandro Veronesi ha vinto davvero il Premio Strega e da parte de La Nave di Teseo (che, tra le altre cose, pubblica anche Nuccio Ordine) nessuna risposta; segnalavo loro una mia recensione positiva a Il colibrì (cfr. post di qualche tempo fa) e nulla, niente, il silenzio e uno si domanda (di nuovo): ma sarà il modus operandi standard di tutte le case editrici mettere a disposizione un'indirizzo email sapendo che tanto poi non risponderanno a nessuno (sia esso aspirante scrittore, romanziere rinomato, giornalista incuriosito o professore universitario di materie umanistiche?).

E allora, preso da sdegno, ho scritto di nuovo io, sapendo che non mi leggeranno o mi cestineranno ancora prima di aprire l'email e ho scritto loro per spiegare: a) che ero davvero e sinceramente felice della vittoria di Veronesi; b) che ero dispiaciuto da una tale forma di maleducazione cibernetica (nemmeno un'email di risposta automatica?) e che c) mi avevano un po' deluso, calcolando che sono stato sempre un loro fan e che ammiravo molti dei loro autori in catalogo (a partire da Nuccio Ordine, per passare da Veronesi e Umberto Eco).

E intanto, sono ancora qui che attendo l'evolversi degli eventi: se il coronavirus non ce lo impedirà all'ultimo momento, il 2 agosto tornerò in Italia e ci resterò fino al 28; poi, di nuovo, covid-19 permettendo, dovrei tornare qui, in questa casa in cui ho vissuto i 3 mesi del confinamento, in cui mi sono stressato tanto, in cui ho sofferto una terribile insonnia cronica, in cui mi sono drogato di tg e di notizie angosciantissime.

È il 28 luglio e mancano solo 4 giorni alla partenza e nell'attesa dell'evolversi degli eventi mi metto a guardare fuori dalla finestra: i lampioni accesi; un caldo asfissiante anche di notte (di giorno abbiamo raggiunto i 35 gradi); poche persone in giro; qualche luce accesa negli appartamenti di fronte; qualche foglia secca che sembra anticipare addirittura l'autunno...


martes, julio 14, 2020

Aspettando lo svolgersi degli eventi


Sono le ore 18:14 e, per la prima volta da diversi mesi, mi godo il silenzio di questa casa senza la prole attorno a far chiasso (grida, pianti, lamenti infantili immaginari che, a volte, hanno il potere di spingerci al suicidio o ad atti ancora più convulsi: tiro il computer dalla finestra o butto giù voi? Che famo? Dai, ora tocca a te! Ha fatto la cacca! No! Ma un'altra volta? Di nuovo? Non è possibile, cazzo! Ma cosa gli dai da mangiare a questa creatura? Gli "diamo", prego, non sono mica solo io quella che decide il menù del giorno, ti piacerebbe, vero?!).

E mentre il silenzio mi culla, leggo il bellissimo saggio The Story of Looking di Mark Cousins: un libro che illumina la mente, oltre agli occhi. Un saggio scritto con uno stile piano, un linguaggio non specialistico, ma ricco di spunti che ti spingono a riflettere, a prendere la matita per sottolineare alcune frasi che diventano quasi aforismi, porte che si aprono verso mondi di significato che prima intuivi soltanto, mentre ora, grazie al modo di guardare la realtà e le immagini di Cousins, riesci a osservare da un punto di vista inedito (una frase al volo, tra le tante su cui tornare a riflettere a lettura completata: "Una casa è piena di segreti visivi"; ed è così, accidenti, basta aprire il cassetto del comodino accanto al letto per scoprire mille enigmi intimi, scontrini di compere fatte chissà quando, biglietti del treno di quando ancora vivevamo in Italia e ci spostavamo lungo l'asse Firenze-Pisa - con diverse fermate a Empoli - o Firenze-Roma - con quello strano cartello di Orte; profilattici scaduti, metonimie di rapporti sessuali sognati e mai realizzati; calzini bucati di cui vergognarsi, se qualcuno li scovasse lì in mezzo a tutte quelle carte e foto di ex-amanti che a quest'ora chissà dove saranno e con chi e come avranno affrontato la pandemia di quasi 4 mesi).

Leggo e mi guardo attorno e assaporo questo silenzio, interrotto ogni tanto solo dal cinguettio degli uccellini in terrazza...

Poi un suo messaggio dal Whatsapp (dovrei tenere il cellulare a debita distanza, quando leggo un libro che mi prende così tanto, lo so, ma da quando siamo genitori, è più forte di entrambi, dobbiamo essere sempre reperibili l'uno nei confronti dell'altro, soprattutto quando l'altro è uscito in macchina con la prole per andare a fare la spesa al più grande centro commerciale della zona): "Non c'è Qualità Rossa, ti va bene lo stesso Lavazza Crema e Gusto?". Accontentiamoci. La vita è amara. Ma il caffè di marca italiana è cosa giusta e necessaria (è sempre cosa giusta e necessaria, soprattutto dopo una pandemia).

Il primo piano di una capra da un film di Tarkovskij (L'infanzia di Ivan?). E Mark Cousins si domanda: ma come ci guardano gli animali? E cosa vedono di noi? E come siamo soliti guardare noi gli animali? Com'è cambiato questo sguardo, nel corso dei secoli, oggi che non abbiamo quasi più contatti diretti con gli animali, se si eccettuano quelli da compagnia, come cani e gatti?

Ecco: sono queste le domande che si pone (e ci pone) uno come Cousins; domande che mi fanno venire in mente altri due saggi sulla fotografia (e sulla questione di come interpretiamo le immagini) altrettanto brillanti e che meritano il plauso di ogni lettore attento...Mi riferisco al Geoff Dyer di L'infinito istante. Saggio sulla fotografia (Torino, Einaudi, 2007) e al Joan Fontcuberta di La furia de las imágenes. Notas sobre la postfotografía (Barcelona, Galaxia Gutenberg, 2016). Due libri eccezionali che illuminano le (ancora oggi) molte zone d'ombra prodotte dalle immagini che creiamo o che abbiamo creato (nei secoli) attraverso una macchina fotografica. Che saggi! Che spasso!

E mentre aspetto l'evolversi degli eventi (potremo tornare in Italia? Ci lasceranno uscire dalla Spagna? Non è pericoloso? Non sono un po' troppi i nuovi focolai del coronavirus? Le autorità stanno davvero monitornando la situazione? È davvero tutto sotto controllo?), giro pagina e dopo il primo piano tarkovskijano della capra m'imbatto nel primo piano struggente e in lacrime di Marina Abramovic, l'artista contemporanea che ha inventato l'installazione (o "performance") The Arist is Present (al MOMA di New York, se non ricordo male, nel 2010). 

Sì, è lei. L'artista è davvero "presente": seduta per più di 700 ore, Marina si limita a guardare negli occhi tutti coloro che abbiano voglia di sedersi di fronte all'artista. E tra questi "tutti", non dimenticherò mai l'emozione della scena, ecco che spunta il suo ex-fidanzato, compagno di avventure e di scorribande artistico-rivoluzionarie giovanili. Questo Mark Cousins non lo dice, sono io che l'aggiungo e lo ricordo: quando Marina ri-apre gli occhi e se lo trova davanti, scoppia a piangere. Sono passati decenni dall'ultima volta che si sono visti, ma il passato non passa, se ci sono di mezzo i sentimenti (o se c'è stato di mezzo Eros). Marina piange e lui, il suo ex, gli stringe forte le mani, allunga le braccia verso di lei, come a volerle dire: "Ehi, stai tranquilla, sono qui per te, faccio il tifo per te, continua così, vai alla grande"... E noi piangiamo insieme a Marina. Anche in questo caso, è davvero tutta una questione di "sguardi".

martes, junio 23, 2020

CESENA-RIMINI


L’altro giorno mi è successa una cosa davvero strana e tenera ed emozionante. Una cosa che non mi aspettavo. Del tutto fuori luogo rispetto sia al momento sia allo spazio fisico in cui mi trovavo.

L’altro giorno, a mezzogiorno in punto, un amico italiano che vive in Spagna da più anni di me si è sposato con sua moglie, una spagnola, la tipica spagnola dalla pelle scura, gli occhi verdi bellissimi e luminosi, le curve al posto giusto e invitanti, il sorriso sempre molto accattivante sul volto… E mentre eravamo lì mezzo imbarazzati, perché nessuno sapeva bene se stringere la mano e abbracciare lo sposo e abbracciare o baciare la sposa (mentre partivano varie gomitate tra gli altri parenti e gli amici più stretti), ecco che mi ritrovo nel bar accanto al Municipio in cui si è svolto il rito civile e finisco proprio a pochi metri dallo sposo. E così, tra una birra e l’altra, gli chiedo quanto dista Cesena (la sua città natale) da Rimini (dove io e gli amici d’infanzia eravamo soliti andare in vacanza con il treno regionale che ci impiegava mezza giornata per attraversare mezza Italia). Una domanda assurda, sciocca, semplicissima, se vista con freddezza e dall’esterno. Ed ecco che lo sposo si emoziona: “Non è tanto distante, anzi, una trentina di chilometri, anche se…è una strada brutta, piena di curve…ho perso tre amici su quella strada…”. E da sotto gli occhiali da sole vedo che gli spuntano due lacrime, mi chiede scusa, si è davvero emozionato a ricordare gli amici morti sulla strada e allora, accidenti, provo a cambiare argomento, provo a stemperare la tensione: “Non ci pensare, dai, oggi bisogna festeggiare, oggi è il giorno del tuo matrimonio, dobbiamo ridere e non piangere” (parole vane, anche un po’ ipocrite, ma a volte ci vuole, l'ipocrisia a volte ci salva).

Lui si asciuga il volto con un fazzoletto. La sposa ci vede, fa una faccia stranita, si starà chiedendo perché suo marito stia piangendo, proprio ora, proprio oggi, proprio accanto a me, che sono un suo connazionale. E allora si avvicina, lo abbraccia  e lo bacia, davanti a me, che sorrido loro, evviva gli sposi, lei è convinta, è assolutamente certa che lo sposo piangeva dall’emozione per lei, per averla portata all’altare (anche se si sono uniti davanti al Sindaco e tramite il rito civile) e poi scoppia a ridere e ci propone di farci uno spritz, sì, proprio così, uno spritz in Spagna. Lo sposo mi dice di aspettarlo lì, entra nel bar e ne esce poco dopo con una bottiglia di Aperol. Beviamo, in nome dell’Italia e dei suoi sapori, dei suoi aperitivi tipici, e dei tempi in cui ci vivevamo entrambi…

Non dirò mai alla sposa il perché di quelle lacrime, ovviamente. E spero che lo sposo dimenticherà presto la mia piccola gaffe innocente. La distanza che separa Cesana da Rimini. I giochi sulla spiaggia. Il sole e il mare dell’estate.


martes, junio 16, 2020


Recensioni spontanee




Questa mattina una mia cara collega e amica romana mi scrive per avvisarmi che è stata appena pubblicata una mia recensione su Il colibrì di Sandro Veronesi su una rivista letteraria a tiratura nazionale e di origini partenopee. Vado a controllare ed in effetti eccola lì, la recensione, stampata in modo impeccabile (nella versione online della rivista; poi mi manderanno anche quella cartacea), con tre foto pertinenti: due dell’autore (entrambe in bianco e nero) e una del libro recensito (a colori, con quel giallo che sembra quasi fluorescente).

E allora mi sono chiesto cosa succederebbe se Sandro Veronesi un giorno, per caso, la leggesse; cosa ne penserebbe, visto che, pur essendo un suo fan, non è che mi sia sprecato in elogi o salamelecchi (salamelecchi? Diosanto, da quanti secoli non usavo un simile termine? Credo, comunque, che qui sia azzeccato).

E allora, non contento, ho scritto al suo editore, a La Nave di Teseo, e ho spiegato ai responsabili della stessa che mi sarebbe piaciuto far pervenire la recensione all’autore, dato che, tra l’altro, manca davvero poco per la consegna del prossimo Premio Strega e io ne sarei felice, ovvero, sarei davvero contento che a vincerlo fosse lui, Sandro Veronesi.

L’ho fatto non solo e non tanto perché davvero mi farebbe piacere che uno come Sandro Veronesi leggesse quanto ho avuto da (ri)dire del suo libro, ma anche e soprattutto per fare un piccolo esperimento: vedere se si conferma la leggenderia lentezza o mutezza degli editori nel (non) rispondere al povero malcapitato che si azzarda a porsi in contatto con loro…come se gli editori fossero dei Re inespugnabili ed intoccabili...

Ne parlai anni fa, proprio in questo "diario di bordo", se non ricordo male; tutti gli editori (e non solo quelli italiani) hanno una certa non celata tendenza a non prendere in considerazione nessuno che si provi a scrivere loro (e non mi riferisco ovviamente solo agli scrittori in erba o potenziali che, poverini, mandano i loro “parti” in attesa di riscontro e, magari, di pubblicazione – cosa difficilissima, chiedete ad Antonio Moresco, e leggete le sue bellissime e struggenti ed incredibili Lettere a nessuno, apparse per Bollati Boringhieri nel 1997 e poi ripubblicate e ampliate da Einaudi nel 2008 - per farvene un'idea).

E comunque: ormai il dado è tratto. Ormai il danno è fatto. Ormai ciò che ho (è) scritto è scritto e non si può più tornare indietro. E se poi quella recensione non dovesse leggerla nessuno, pazienza, non me ne farò un cruccio (cruccio?). E se poi davvero Sandro Veronesi dovesse vincere il prossimo Premio Strega, io ne sarò sinceramente contento. E felice per lui. Perché se lo merita. E perché credo che, tra i finalisti, sia quello che ha scritto il romanzo più interessante. E poi staremo a vedere se anche La Nave di Teseo si rivelerà una roccaforte inavvicinabile o se, al contrario, saranno più educati degli altri.

martes, junio 09, 2020

Letture a spizzichi (e bocconi)


In questi giorni di letture a spizzichi e bocconi (ormai è da mesi, forse proprio dall’inizio della pandemia, che non ho più modo di poter leggere in modo continuo e disteso, senza interruzioni e senza strilli di fondo), mi è arrivata un’email che mi ha risollevato un po’ la morale. Mi scrivono dagli USA (in questi giorni incendiati dalle sacrosante proteste e manifestazioni anti-razziste e in ricordo di George Floyd, il ragazzo nero ammazzato per soffocamento da un poliziotto americano bianco che gli ha tenuto sul collo il ginocchio per otto lunghi minuti e senza pietà) chiedendomi se me la sento di valutare un saggio che sarebbero pronti a pubblicare nella loro collana dedicata alla lingua e alla letteratura spagnola. Chi mi scrive è l’assistente dell’editore e ha un nome strano, Clovis, una donna, deduco. M’invia in allegato le prime 15 pagine del saggio in questione e le rispondo dicendo di sì, che questo libro promette, che mi sembra un’ottimo libro, dall’impianto serio e gli spunti interpretativi sul soggetto oggetto dell’analisi piuttosto originali. Nell’email Clovis mi anticipa anche che, se dovessi accettare l’incarico, mi verranno retribuiti 250 dollari da spendere in libri della loro casa editrice (non solo quelli che fanno parte della collana dedicata all’area ispanistica).

Ecco: ricevere un messaggio del genere in un periodo come questo (Clovis mi chiede anche come sto, augurandosi tutto il meglio per me e per i miei affetti più vicini), venire contattato da un’importante casa editrice americana per valutare e giudicare i contenuti di un saggio che parla di letteratura (e di teoria della letteratura), non può non fare bene all’animo. Uno non può non sperare che ci sia ancora una luce, in fondo al proverbiale e famoso tunnel. Uno non può non pensare che, toccato il fondo, dovremo per forza di cose risalire, lunga la scala dell’evoluzione culturale e sociale. Insomma, che certi ingranaggi e meccanismi ancora funzionino, nonostante i morti per coronavirus, e gli omicidi a sfondo razzista, e quelli a sfondo sessista, e quelli di matrice terrorista, e le guerre, e le razzie, e le ingiustizie più impensabili che tutti (più o meno) possiamo immaginare nel corso della nostra vita quotidiana (più o meno) al riparo dal dolore più cocente e distruttivo, ecco, che tutto ciò ancora accada, mi fa pensare che davvero non siamo giunti all’Apocalisse, che ancora non siamo sulla via dell’estinzione. Perché fino a quando l’uomo sentirà il bisogno di nutrirsi di libri, di cultura, di letteratura, di bellezza, insomma, ecco, fino a quando l’uomo avvertirà questo bisogno non commerciabile né pubblicizzabile come tutti gli altri oggetti che ci circondano, allora ci sarà ancora speranza su questo pianeta. E chissà che qualcuno non s’imbatta nel saggio su un autore spagnolo che io avrò valutato e giudicato in questi giorni di caos, incertezze e finto ritorno alla normalità (o alla “nuova normalità”, come dicono taluni con ipocrisia).


lunes, junio 08, 2020

Edoardo Albinati



In questi giorni di letture a pezzi, fatte nei pochi momenti di ozio e tranquillità, invece di leggermi tutti gli altri titoli dell'edizione di quest'anno del "Premio Strega", ho iniziato a leggere il tomo La scuola cattolica di Edoardo Albinati (con cui vinse proprio lo "Strega", nell'edizione del 2016) e non c'è modo di staccarmi dalla voce che l'autore è riuscito a inventare in questo romanzo.

Io Albinati non lo conosco; o meglio, l'ho sentito dal vivo solo una volta, in un incontro organizzato alla "Sapienza", quand'ero studente, o forse (perché non lo ricordo in modo netto e chiaro), in una conferenza organizzata in qualche Biblioteca pubblica, tra le molte di cui dispone Roma, fortunatamente.

Eppure, ecco, leggendolo, mi sembra di sentire la sua voce, proprio il timbro, il tono, l'accento, come se invece che leggerlo, lo stessi ascoltando mentre parla. E questa cosa non è dovuta solo ed esclusivamente al fatto che l'autore adotta una lingua che ha molto a che vedere con il "parlato", ovvero, con la "lingua orale", ma anche e soprattutto perché è stato in grado (e ci riescono in pochi) a plasmare tutto se stesso nella scrittura, per cui, alla fine, certi tic, certi modi di dire, certi vezzi, certi giri di parole e della frase, insomma, ti diventano familiari e ti viene da pensare che, ecco, solo Albinati può permettersi il lusso di scrivere certe cose ("Giriamo insieme questa pagina, dunque", mi sembra di ricordare che scriva alla fine di un capitolo; manco fosse Proust, e però sembra Proust, un Proust ironico e più metaletterario, ma Proust, in fondo in fondo, ovvero, un autore che - attraverso la maschera del narratore - si conquista, vincendo a man bassa, la fiducia del lettore, per cui a partire da un certo momento in poi l'autore - tramite questa maschera - può decidere d'intraprendere qualsiasi svincolo o sentiero narrativo e uno è disposto a seguirlo ovunuqe, anche in capo al mondo...).

Forse accadde proprio alla Biblioteca di San Lorenzo; forse alla "Basaglia", a Primavalle (ci facevo lezione da supplente, per un certo periodo della mia vita da precario); forse alla Feltrinelli di Largo Argentina, insomma, non ricordo il luogo concreto, ma sì ricordo che Albinati ci parlò della sua esperienza di insegnante d'Italiano nel carcere di Rebibbia. E mi colpì molto la sua umiltà (indossava una maglia bianca e un paio di jeans, con le scarpe da tennis - o forse erano le polacchine - e una giacca leggera perché era primavera, se non estate piena). Sì, mi sorprese che uno scrittore potesse parlare in quel modo dimesso, quasi sottovoce, con estrema chiarezza, ma anche con grande umiltà, del suo ruolo di insegnante e scrittore insieme, delle sue esperienze a contatto con i carcerati, con gente dalle vite spezzate o irrimediabilmente compromesse, dei suoi ricordi di ragazzo del Quartiere Trieste, una delle zone "bene" di Roma, che torna, prepotentemente, quasi come un altro personaggio protagonista, proprio nelle pagine di questo romanzo-monstre, un tomo di quasi 1300 pagine, un libro lunghissimo ed enorme, quasi osceno nella sua mastodonticità (si dice? Sto scordando pure l'italiano). 

E quindi, dicevo, ecco che mi ritrovo a leggere (a pizzichi e smozzichi, ma con grande passione e trasporto) La scuola italiana, un romanzo che, a partire da un fatto di cronaca (nera) realmente accaduto, parla di tutto: dell'amore, del sesso, del tradimento, della famiglia, della memoria, della politica, della violenza, della paura, della borghesia, dell'oblio, della moda, dei rapporti uomo e donna, dell'eterna guerra tra i sessi, della religione e di Dio, del peccato e dell'assenza del senso del peccato, della possibilità della scrittura di aiutarci a capire, anche se nessuno conosce se stesso, è questo che dice il narratore, a un certo punto, contraddicendo il famoso detto socratico.

E allora bravo, Edoardo Albinati, per averlo scritto, questo "mostro". E grazie per aiutarci a capire, anche se siamo coscenti che non capiremo mai niente del tutto e per sempre.


 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...