domingo, octubre 10, 2010

Simmetrie (assurde)

Una nonna di 88 anni festeggia il suo compleanno in compagnia dei nipoti e dei figli; l'idea geniale ce l'ha la nipote più grande, la sua preferita: le organizzano una festa a sorpresa mentre lei è di là, in camera, che si fa la pennichella pomeridiana. Quando si alza dal letto e va in cucina, se li ritrova tutti in piedi, lì davanti, e quasi le prende un colpo quando le gridano “Tanti auguriii!!!” e le battono le mani (non crede ai suoi occhi, ed è ancora abbastanza intontita dal sonno; fa la conta dei nipoti presenti, è davvero felice).

Una donna di 51 anni muore d'infarto mentre è seduta a tavola a pranzo. Il marito crede sia svenuta; le scosta la testa dal piatto di pasta; la chiama, ma lei non lo sente, urla, poi prova a farle la respirazione bocca a bocca, mentre il figlio è appena rincasato, è sconvolto, mentre vede la madre distesa per terra, il padre gli grida di chiamare subito il 113, ma niente, ormai è andata, è morta...

Questi due eventi così paralleli e, ciononostante, così diametralmente contrapposti tra loro, sono accaduti entrambi oggi, 9 Ottobre 2010, anche se a orari diversi e in due città molto distanti tra loro...

E uno si domanda che senso ha tutta questa assurda simmetria; che senso ha vivere (che senso morire). Perché la nonnina di 88 anni, al di là degli acciacchi e della gobba, continua a vivere, aiutata dal bastone, e perché la donna, madre di famiglia, di 51 anni, con ancora tante cose da fare, muore all'ora di pranzo, in casa sua, davanti al marito e al figlio... Che senso ha tutto questo...

martes, octubre 05, 2010

Ex-alunni ed ex-prof., ovvero: tuffi nel passato (recente)

In questo periodo alquanto convulso della mia vita (quale periodo della nostra vita non lo è o non ci appare tale?), sono tornato a far visita ai miei ex-alunni nella mia ex-scuola superiore... E mi viene subito in mente la frase di questo libro "divertito-divertente" che sto leggendo in questi giorni e che s'intitola Non avevo capito niente, dello scrittore napoletano (dal cognome ispanico o portoghese) Diego De Silva (già solo per il titolo, Alyssa, sorniona, me lo dedica...). Questa è la frase: 

"La verità bisogna coglierla in flagranza" (p. 21 dell'ed. tascabile Einaudi).

E in effetti, solo guardando negli occhi questi miei ex-alunni, osservandone il sorriso (o i sorrisi), stando attenti alle frasi che mi rivolgono al volo tutti insieme appassionatamente, uno si rende conto del fatto che certe verità si possono cogliere solo al volo e in flagranza (non è un caso che chi dice questa ennesima "frase storica" usi proprio questo termine: "flagranza"; fa pensare ai termini tecnici della giurisprudenza, e di fatto, Vincenzo Malinconico, il narratore-protagonista, di mestiere fa proprio (si fa per dire) l'avvocato...comunque...). 

Uno si rende conto del fatto che certe dimostrazioni d'affetto, certi abbracci e certe pacche sulle spalle, nascono dalla spontaneità dei 17-18 anni ed esprimono quel poco di buono che hai fatto in classe in compagnia di tutti questi ex-alunni. Uno si rende conto del fatto che la fatica non è stata vana, che, oltre che come il loro ex-prof. di Spagnolo, ti considerano ancora oggi come il loro prof. tout court, perché magari quella volta li hai ascoltati, hai dato ascolto alle loro esigenze; perché magari hai permesso loro di organizzarsi per fare una riunione di protesta contro la riforma Gelmini; perché magari non hai interrogato quel tale giorno quella tale ragazza che, poveretta, era stata appena piantata dal fidanzato (e perciò piangeva, davanti alla lavagna, e non sapeva come coniugare il verbo che le avevi chiesto dalla cattedra)...

Insomma, ti accorgi del fatto che non ti vedono solo con un professore, ma anche come una persona, dotata di sentimenti, umana e sensibile, non un robot o un computer o un vocabolario andante...

E quando un prof. riesce a trasmettere ai propri alunni non solo (e non tanto) il proprio "sapere" personale; la propria materia di studio; la propria personalissima enciclopedia privata; quando un prof. non è solo quello che ti giudica e ti mette un voto che finisce sul registro e, poi, sulla pagella finale; quando un prof. è tutto questo, ma anche un essere umano che cerca di stabilire con l'alunno un contatto umano basato sul rispetto reciproco e sul dialogo continuo e, possibilmente, stimolante; ecco, allora e solo allora, un prof. può ritenersi soddisfatto (può dire di aver raggiunto l'obiettivo; di aver compiuto la sua missione "didattica" e "professionale").

Perché lo si capisce da questi sorrisi e da questi sguardi che loro ti vedono come una persona e non solo come un "ruolo" (o un "personaggio"); sono spontanei, i ragazzi, non si censurano, e così quando odiano un docente (quando provano antipatia nei confronti di un altro tuo collega), non si trattengono e non hanno peli sulla lingua nel denunciare i loro gusti personali e le loro preferenze.

Ecco, io oggi con loro mi sono sentito "realizzato"...Appagato e contento, perché cosciente che tutto il sudore speso nel preparare le lezioni non è stato inutile; non si è perso per strada...

Sono felice perché mi hanno abbracciato con un rispetto e una simpatia davvero notevoli.

Sono felice e realizzato e orgoglioso del lavoro svolto perché qualcosa di me, del mio modo d'intendere il lavoro stesso, della mia passione per la letteratura e per lo studio, resterà dentro la mente di qualcuno di loro e magari germoglierà e darà frutti a lungo termine di cui non potrò più conoscere i risultati (perché sarò nel frattempo invecchiato - o magari morto; o perché loro, i miei ex-alunni, saranno ormai diventati adulti, e coscienti e consapevoli e responsabili - magari anche grazie alle lezioni in lingua di quel vecchio prof. di Spagnolo che tanto li faceva ridere e li sapeva ascoltare)... 

lunes, octubre 04, 2010

Alberto Manguel, Tutti gli uomini sono bugiardi (2008), Milano, Feltrinelli, 2010 (tr. it. a cura di Elena Liverani)

Ero proprio curioso di vedere come se la sarebbe cavata Alberto Manguel (saggista, bibliofilo e, da giovane, lettore personale di Jorge Luis Borges) nei panni del romanziere e devo dire subito che Todos los hombres son mentirosos mi è piaciuto molto... (a chi, invece, non conosce Manguel, consiglierei caldamente quel bellissimo saggio che s'intitola Una historia de la lectura, di cui esiste anche una versione italiana per Feltrinelli).

Chi è Alejandro Bevilacqua, il presunto autore del romanzo Elogio della menzogna? (titolo che più “borgesiano” non si può...). Ecco: il romanzo parte da questa domanda e si sviluppa sotto forma di detective novel: a porre le domande è il giornalista francese (dal cognome spagnolo) Jean-Luc Terradillos (come si scoprirà nell'ultima pagina); a rispondere, invece, saranno 4 o 5 conoscenti (amanti, colleghi o amici) dello scrittore, apparentemente morto suicida dopo essersi gettato dalla finestra dell'appartamento madrileno in cui visse da esiliato.

La struttura del romanzo è quella, classica, della “biografia romanzata”; la trama procede attraverso i salti temporali interni che evocano le diverse testimonianze; il personaggio centrale si presenta e resta come un mistero, uno specchio i cui pezzi non si possono più rimontare. La realtà sfaccettata, la verità negata, l'impossibilità di scrivere (o di de-scrivere) la biografia di una persona: sono questi i perni intorno a cui ruota la visione “eterogenea” del mondo dell'autore.

In particolare, colpiscono del romanzo le pagine dedicate alla descrizione delle condizioni di vita dei “desaparecidos”: siamo in Argentina, negli anni 70, all'epoca delle torture e dei sequestri lampo (o delle sparizioni di massa) dei regimi militari e, in Cile, della dittatura di Pinochet. Ebbene, in queste pagine, Alberto Manguel riesce a farci respirare da vicino l'aria torbida, l'inquinamento ideologico generalizzato e la sofferenza fisica che hanno vissuto sulla loro pelle migliaia di giovani contrari al regime (o che fecero della politica una loro missione di vita). In tal senso è il cap. 4 (“Studio della paura”) quello più efficace: narrato in prima persona da una “spia” emigrata a Madrid per denunciare o scovare gli scrittori o i giovani contrari al regime, ci permette di entrare in contatto con un passato recente in cui, alla voglia di libertà degli spagnoli per via dell'imminente crollo del Franchismo, fa da contraltare la voglia di fuga e l'inquietudine esistenziale di una parte di quegli scrittori esuli che daranno poi vita al cosiddetto “boom latinoamericano”...

Tra tutti questi scrittori, Alejandro Bevilacqua, una sorta di “desaparecido” delle lettere... O di Bartleby alla Enrique Vila-Matas (qui citato proprio a proposito di Bartleby y compañía, il suo libro sugli scrittori del No, o che hanno deciso di smettere di scrivere per i più svariati e variegati motivi).

La domanda iniziale resta (come è ovvio che sia) senza risposta; il libro si apre con una citazione da Montaigne e si chiude con una riflessione che, applicata ad Alejandro Bevilacqua, funziona perfettamente anche per noi lettori:

“Come fare a sapere, fra tante figure che ci appaiono negli specchi, quale ci rappresenta con precisione e quale ci tradisce? Dal nostro infimo punto nel mondo, come possiamo osservare noi stessi, senza false immaginazioni? Come distingere la realtà dal desiderio?” (id., p. 169).

miércoles, septiembre 29, 2010

I dubbi (eterni) del traduttore (II)

Tradurre è un'impresa sempre ardua; il traduttore lavora su un materiale perennemente instabile e incerto; non c'è lingua che stia ferma: le lingue cambiano (nel corso del tempo) e le parole cambiano di significato a seconda del contesto, del secolo in cui vengono scritte o pronunciate, del parlante che le usa, delle intenzioni con cui il parlante (o lo scrivente) le usa. Se quindi ci impegniamo nella traduzione di un testo letterario, beh, allora lì sì che sono cavoli amari...e se il testo in questione risale al XVII sec. (1631, per essere esatti, com'è ora il mio caso), beh, allora sì che si rischia di impazzire.

Un esempio banale di come la traduzione deve fare i conti con interpretazioni incerte: un personaggio del romanzo che sto traducendo viene addormentato da una dama attraverso un sonnifero versato in un bicchiere. Il testo originale dice che la dama versa il sonnifero “en su bebida”. Ora, se traduciamo letteralmente (e interpretiamo la parola “bebida” nello spagnolo di oggi), dovremmo limitarci a dire che “la dama versò il sonnifero nella sua bevanda”. Ma a che bevanda voleva riferirsi esattamente l'autore? Ovvero: il narratore a cosa sta pensando quando dice “bebida”? Si tratta di acqua? Di vino? Di birra? Cosa bevevano, a quei tempi, i nobili che venivano invitati a cena a casa dalle dame? Faccio notare che non si tratta di dame “nobili”, ma di dame... “di compagnia”...quelle che oggi Berlusconi chiamerebbe “escort”... Ecco che il traduttore si vede costretto a ricorrere all'immaginazione. Deve rischiare; deve tirare a indovinare. Il lettore italiano che leggerà “vino”, o “birra”, o più semplicemente “acqua”, nel testo tradotto, non sospetterà minimamente dei dubbi atroci che hanno spinto il traduttore ad optare per l'una o l'altra “bevanda” (o “bebida”)...

Altro esempio banalissimo: il personaggio di cui sopra si addormenta; il sonnifero ha fatto effetto. La dama lo porta in camera da letto e, non appena il galante appoggia la testa sul cuscino, crolla addormentato. Solo che nel testo originale c'è scritto “en las almohadas”, che, letteralmente, vuol dire: “sui cuscini”. E' chiaro che qui tutti capiscono cosa voglia dire l'autore: nella camera da letto di una dama (o escort) del 1600, in Spagna, a Madrid, c'erano più cuscini e non un cuscino solo (e forse la cosa è valida ancora oggi, non saprei, non sono esperto di escort, ma immagino che sia lo stesso per i letti delle escort contemporanee...). E quindi, a rigor di logica, tradurre: “appoggiò la testa sul cuscino” è la stessa cosa che tradurre: “appoggiò la testa sui cuscini” (o “fra i cuscini”). Eppure...non è proprio la stessa cosa...la sfumatura si perde. Anche se il senso rimane.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi per quelle parole che oggi hanno un significato ben delimitato e ieri (diciamo pure tre o quattro secoli fa) ne avevano un altro. Un conto è dire “ingenio” nel XXI sec. e un conto è dirlo nel XVII (essendo la persona dotata di “ingenio” non solo quella intelligente, ma anche quella furba, astuta, sempre pronta a trovare la soluzione ai problemi che gli si parano davanti; o anche: la persona dotata di una ricca immaginazione – è per questo che Don Quijote è detto l' “ingegnoso” idalgo...). E lo stesso dicasi per “discreto”: oggi indica la persona dotata di “discrezione”; quella moderata nei modi; all'epoca denotava esattamente l'opposto: la persona in grado di adattarsi al prossimo, quella che inganna il prossimo senza farsi notare; in un aggettivo “italianeggiante” potremmo dire: quella che agisce in forma “machiavellica”...

Tradurre è un'impresa ardua; e dovremmo essere tutti più grati verso i traduttori che fanno un lavoro duro e faticoso grazie al quale possiamo avere l'opportunità di conoscere le opere di altri paesi e altre culture...

[Che poi esistano traduttori da strapazzo; che certe case editrici – anche famose – si concedano il lusso di pubblicare traduzioni fatte coi piedi; che insomma ci siano sia traduttori che editori senza scrupoli, beh, questo è un altro paio di maniche, come si suol dire...]

jueves, septiembre 23, 2010

Le nostre risposte

I
Quanto è lunga la vita e come è strana
Quanto è lontana la città a quest’ora!
E ieri – non ti conoscevo ancora.
E domani – chissà se ti vedrò.
Cerco la mia collana e non la trovo
E il pettine non è dove credevo.
Si è fatto tardi – e devo salutarti.
E non so più se mi vuoi bene o no.

II
Forse una donna vuol sapere troppo
Ma anche tu vuoi sapere e non lo chiedi.
Che cosa pensi quando non mi vedi?
Che cosa vedi quando pensi a me?
Cerchi le sigarette e non le trovi,
Cerchi d’essere allegro e non ci arrivi.
Si è fatto tardi e devi salutarmi.
E non sai più chi ero e chi sarò.

III
Quanti anni son passati su noi due.
Quanto è breve la vita e come è strana.
Quel che era vicino s’allontana,
Quel che era lontano è accanto a te.
Cerchi la giovinezza e non la trovi.
Ma ora sai che cosa le chiedevi.
Si è fatto tardi – e siamo ancora insieme
A domandarci quel che non si sa.
“ohè, ma dico, Fortini, a sessant’anni
non sai ancora se Iddio c’è o non c’è?”

“non c’è!” grido, “non c’è!”. ( ma Iddio mi danni
se lo so, dico tra me).



Franco Fortini da Poesie Inedite

[Grazie Luca, per avermela segnalata...]

lunes, septiembre 20, 2010

Roma, con i suoi odori e i suoi angoli e i suoi rumori...

Ogni volta che ci torno mi succede sempre la stessa cosa...Non posso farci niente, è come una condanna, Roma mi ha stregato, sono sotto il suo incantesimo, dal 1996...

Basta che io metta piede alla Stazione Termini per risentirmi vivo e vegeto; anzi, iperattivo ed energico...Tutta questa gente che scappa, che corre a destra e a sinistra, e non ci si capisce niente...

Roma mi ha conquistato, coi suoi odori, i suoi cattivi odori, i tubi di scappamento delle macchine, le marmitte truccate dei motorini, le sirene della polizia, quelle dei carabinieri e delle autoambulanze, i rumori che fanno i netturbini coi loro camion automatici nel cuore della notte fonda, le grida dei bambini e dei neonati a spasso nei loro passeggini al Colle Oppio, di fronte alla maestà del Colosseo, i pezzi o i mozziconi dei dialoghi comici dei romani, che fanno ridere anche quando parlano sul serio o litigano, perché er dialetto romanesco è no spettacolo a cielo aperto, e i romani son tutti un po' attori d'avanspettacolo...

Roma mi ha conquistato per la sua enorme grandezza; ci puoi vivere tutta una vita, ma non finirai mai di scoprirla tutta...Ci sono quartieri che un romano non ha mai visitato o non ha mai sfiorato neppure in macchina in tutta la sua vita (compresi i quartieri che hanno cattiva fama come il Tufello, Tor Bella Monaca, San Basilio, la Garbatella e Spinaceto...e tanti altri ancora)...


Roma con il Vaticano, e la grandezza della cupola della basilica di San Pietro; Roma con il suo Lungotevere, e il Tevere che fa acqua da tutte le parti; Roma con Piazza della Repubblica e la bellezza floreale della scalinata di Trinità de' Monti; Piazza di Spagna e le vetrine di Via del Corso; Piazza del Popolo e la vista panoramica dal Pincio, Via Merulana e l'oasi multicolore di Piazza Vittorio...quanti luoghi da ripercorrere ancora una volta, sempre e comunque, come se fosse la prima volta...

miércoles, septiembre 15, 2010

Alain de Botton, Come Proust può cambiarvi la vita, Parma, Guanda, 2003

Adoro i libri che contengono immagini; vado pazzo, ultimamente, per i romanzi o i saggi che, allo scritto, alternano le figure (siano queste riproduzioni di quadri famosi, oppure foto, ritagli di giornale, fotocopie di copertine di altri libri, disegni, riproduzioni di fotogrammi di film, etc. etc.).

E' una passione che è nata leggendo W.G. Sebald (non esiste – quasi – libro di Sebald che non contenga immagini; basti pensare, ad esempio, al suo splendido Storia naturale della distruzione, o al “devastante” Austerlitz, o ai racconti che fanno parte della raccolta intitolata Vertigini, etc. etc.); passione che ho coltivato e riscoperto leggendo il collega e “pen-friend” di Sebald, lo spagnolo Javier Marías (che di immagini se ne intende; ha anticipato anche Sebald quando, nel lontano 1989, colpì non pochi lettori, introducendo nel suo Todas las almas la foto di un personaggio morto che sembrava fittizio ma era vissuto sul serio; e così via, poi, fino a Negra espalda del tiempo, per finire con il romanzo “proustiano” in tre puntate Tu rostro mañana...).

Le immagini le sapeva usare in modo molto umoristico (o ironico e satirico) anche un altro grande scrittore di racconti, l'argentino Julio Cortázar (basti prendersi la briga di andarsi a leggere – a guardare, sarebbe meglio dire – il suo delizioso Último round, raccolta di racconti, articoli e testimonianze varie dal tono assolutamente surrealista). Ma intervallato armonicamente da immagini è pure l'ultimo romanzo di Umberto Eco, ovvero: La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), sorta di rievocazione malinconia e di narrazione fiabesca dell'infanzia dell'autore...

Prima di Sebald, Marías, Cortázar o Eco (i nomi non sono scelti a caso: a tutti questi autori ho dedicato un articolo, a suo tempo, dal titolo spagnolo: “Visiones transverales: los documentos visuales en algunas novelas contemporáneas”), possiamo pensare anche agli “emblemi” di Alciato, nel cui Emblematum liber si dimostra, appunto, l'efficacia di spiegare certe verità morali o tratti umani unendo le immagini alle parole... E dopo di lui, come non citare il reverendo Sir Laurence Sterne, che con il suo The life and opinions of Tristram Shandy deve aver fatto impazzire il suo editore-stampatore; Sterne è un anarchico, in quanto al rispetto dell'ordine delle parole e/o delle immagini all'interno della pagina. E' lui che si è inventato, per primo, la pagina in bianco (che il lettore la riempia da solo con la sua immaginazione!) o la pagina “marmorizzata” (per imitare la tessitura di una lapide) o la pagina intervallata dagli schemi pre-strutturalisti sull'andamento della folle trama che il Narratore non riesce (o vorrebbe tanto riuscire) a portare a termine...

E così, oggi mi ritrovo ad andare in giro per librerie per cercare libri che contengano immagini (libri le cui immagini siano non tanto una sorta di “accompagnamento” al testo, ma “parti fondanti” il senso profondo del testo stesso).

Gli ultimi due acquisti sono stati questi: Antoni Mączak, Viaggi e viaggiatore nell'Europa moderna, Roma-Bari, Laterza, 1994 (in offerta fino al 17 Ottobre a 6,90 euro!) e il succitato Alain de Botton, Come Proust può cambiarvi la vita, un libro davvero divertente e che consiglio anche a chi non ha mai letto nulla di Proust...

Alain de Botton mi ricorda molto da vicino un altro scrittore che ama introdurre foto nei suoi pseudo-saggi (e questo qui di de Botton è sicuramente uno “psuedo-saggio”!), ossia: Geoff Dyer, l'autore del bellissimo L'infinito istante, una specie di “storia della fotografia” riscritta a partire dalla passione e dai gusti e dall'estro narrativo dell'autore.

Come Dyer, così de Botton ha il dono di parlarti di cose complicate in modo ameno e tono quasi scherzoso. Il suo libro trasuda ironia; di sicuro avrà fatto storcere il naso ai critici professionisti (o accademici) di Proust, proprio perché a lui non interessa affatto affrontare Proust (e la sua Recherche) come un classico da scandagliare, analizzare o psicoanalizzare a fondo.

A de Botton interessa raccontare e intrattenerci. E' con il suo racconto (e la sua capacità di intrattenere) che veniamo a scoprire dei tratti di Proust che, in un primo tempo, non avremmo mai notato.

Scopriamo, così, che il padre di Proust era un medico famoso e molto apprezzato per i suoi saggi su “come stare meglio” (saggi sull'igiene domestica, come si chiamava all'epoca); che Proust era un terribile ipocondriaco, nonostante avesse il medico in famiglia; che per Proust gli amici erano fondamentali, anche se aveva un concetto molto particolare dell'amicizia e ne soffrisse parecchio, anche se in silenzio... Ed è proprio nel capitolo VI (dedicato al “Come essere un buon amico”) che trovo una delle definizioni migliori della Recherche (checché ne dicano gli specialisti):

“Uno dei modi possibili di vedere la Recherche è considerarla una lettera mai spedita e incredibilmente lunga, l'antidoto a una vita di proustificazione, la seconda faccia di Atena, dei regali sontuosi e dei crisantemi dal gambo lungo, il posto dove finalmente poter dire l'indicibile” (id., p. 131).

Ecco: la Recherche è davvero il POSTO IN CUI PROUST HA AVUTO IL CORAGGIO DI DIRE L'INDICIBILE...

E con ciò mi riaggancio a una riflessione che feci tempo fa (e di cui parlai per email anche con l'autrice del blog "Non solo Proust"), quando ero ancora immerso nella lettura del “mostro”: Proust, a dispetto dell'immagine che è passata attraverso la leggenda urbana e i pareri della critica, non è affatto uno scrittore romantico, o sdolcinato, o sdilinquito...tutt'altro! E' uno scrittore crudele, dotato di una tale lungimiranza, di una tale capacità di penetrare nello schifo dell'animo umano da esser riuscito a dire delle cose che sono vere e valide ancora oggi...cose di cui sia lui che noi potremmo ancora oggi vergognarci...e che però stanno lì, nascoste o appartate o assopite, dentro il “nostro Io” più profondo.

Anche solo per questa riflessione, dovremmo essere grati a quel simpaticone di Alain de Botton (a giudicare dagli altri suoi titoli, sembra l'autore di una serie di guide per la sopravvivenza; ecco i titoli: Esercizi d'amore – Il piacere di soffrire – Cos'è una ragazza...ah, bellissimo questo! Cos'è una ragazza!!!).

Chiuderei con un'altra citazione che ci fa capire come Proust, scrivendo quello che ha scritto, sia riuscito a inventarsi un lettore che sa “guardare a fondo” o “oltre le apparenze”:

“Uno dei benefici effetti derivanti dal leggere un'opera che coglie i fremiti più impercettibili dei personaggi è che, una volta messo giù il libro e ripresa la nostra vita, possiamo occuparci esattamente delle stesse cose verso cui l'autore si sarebbe mostrato sensibile, se lui o lei fosse stato in nostra compagnia. La nostra mente si trasforma in un radar messo a punto di fresco per cogliere i più piccoli oggetti galleggianti sulla coscienza: sarebbe come portare una ricetrasmittente in una stanza che credevamo silenziosa e renderci conto che il silenzio esisteva solo entro i limiti di una frequenza e che sin dal principio, in realtà, la stanza era invasa dalle onde sonore provenienti da una stazione ucraina o dalle chiacchiere notturne di una compagnia di taxi” (id., p. 33 - sottolineature mie)

Proust riesce a metterci in testa quel radar...e solo pochi scrittori sanno fare una cosa del genere...

lunes, septiembre 06, 2010

Cosa c'è che non va (?)



C'è una citazione di Antonio Moresco che mi gira e mi rigira in testa da un po' di tempo a questa parte (diciamo: da quando sono tornato da Salamanca): "E come si fa a sbagliare una cosa nell'unico modo che ci permetterebbe di non sbagliare?" (da quel capolavoro caotico che è Canti del caos). C'ho quasi 33 anni, cazzo, e più vado avanti e più dubito di ogni cosa... Sbagliavo di meno quando ero più giovane. Forse. Mi sono perfino fatto il profilo su Facebook...cosa che non avrei mai pensato, qualche anno fa, e invece...mi son lasciato convincere proprio da quegli amici di Salamanca di cui nel post qui sotto...

Vorrei tornare a leggere Lettere a Lucilio di Seneca: lì potrei trovare le risposte (o parte delle stesse); che le risposte fondamentali alle domande che pone la vita non si trovano sempre nei libri, anzi...

Ho una fidanzata che mi ama; una ragazza dolcissima e molto bella, che per me si dannerebbe l'anima; ho un lavoro che mi piace (anche se, come tutti quelli che ho fatto fino a oggi, è precario; temporaneo; a scadenza); ho una bella casa in cui stare, anche se Firenze non mi piace molto; ho amici e contatti in ogni dove; se vado a Roma c'è Dadda, mio fratello, che può prestarmi il letto; se vado a Pisa c'è Nicola; se a Madrid c'è Ambra... con quelli di Salamanca, poi, si è allargato il giro...c'è l'imbarazzo della scelta...

Sono di sana e robusta costituzione. Di cosa cazzo mi lamento? Perché non mi sento felice? Cosa c'è che (mi) manca?

Ancora oggi mi sento come Ulisse; in perenne viaggio, verso una mia Itaca che forse nemmeno esiste...Arriveremo in porto? Chi lo sa...33, gli anni di Cristo...lui è risorto (o almeno: così ci dicono i Vangeli)...

jueves, septiembre 02, 2010

Madrid (VI): ¡adiós Salamanca, hasta pronto, muchachos!


Ognuno di loro ha apportato qualcosa di significativo all'interno del gruppo; ognuno di loro, indipendentemente dalla nazionalità d'origine, ha cercato di interagire con gli altri, apportando il proprio personale punto di vista; ognuno di noi, grazie al contatto costante e quotidiano con il resto del gruppo, ha appreso qualcosa di nuovo ed ha ampliato la propria personale visione del mondo; ognuno di loro mi ha lasciato un'impronta, un sorriso, un'immagine, un ricordo che non dimenticherò per molti anni a venire.


Buon ritorno e arrivederci a presto, “colegas”...



Special thanks to: Petra (dalla Croazia); Luca (da Pesaro); Anna (da Lecce); Aleksander e Malgosia (dalla Polonia); Rossella (da Taranto); Khadija (dal Marocco); Jana (dalla Repubblica Ceca); Valerie (dalla Corsica); Hedi (dalla Tunisia); Christophe (dalla Francia); Cristina (dalla Romania); Jessica (da Rieti); Christine (dalla Germania); Marina (dalla Russia); Helen (dall'Irlanda); Ambra (da Madrid) e Patri (dal Messico).


P.S.: anche se dalle foto non si direbbe, siamo tutti (chi più chi meno) profes. E' che le foto sono state scattate durante la notte più "goliardica" che abbiamo passato insieme; come ritornare tutti alunni (beata gioventù!).

miércoles, agosto 25, 2010

Madrid (V): ipotesi per una nuova versione del Gran Hermano (that's to say: "The Big Brother", ovvero: "Il grande fratello")...

Se (e dico: se) qualcuno decidesse di rivoluzionare la forma ormai stantia e collaudata del Grande Fratello e ipotizzasse (e dico: ipotizzasse) di poter rifarne una nuova edizione con concorrenti provenienti da tutti i paesi del mondo e se dentro la casa si cercasse di stimolare l'interscambio non solo linguistico, ma anche culturale tra i rappresentanti delle varie nazioni, ebbene (e dico: ebbene), io parteciperei e proverei a vedere cosa succede quando si è costretti (tutti insieme) a cercare di farsi capire nella propria lingua, a cercare di comunicare nella lingua degli altri, a trovare ponti, modi o strumenti linguistici e non per poter inviarsi messaggi dotati di senso.

Allora (e solo allora), ci sarebbe davvero da divertirsi e capiremmo quanto siamo piccoli noi (e la nostra nazione) nell'universo, quanto tutto sia relativo e quanti punti di vista esistono su uno stesso concetto o idea che noi diamo per scontata e ormai assimilata.

Grazie a questa esperienza salmantina, e grazie al lavoro che da sempre ho cercato di fare, sono riuscito a parlare nella stessa cena e con persone diverse: spagnolo, inglese, francese e, ovviamente, anche italiano. Allo stesso tempo, ho potuto apprezzare alcuni aggettivi in turco, altre espressioni colloquiali in tedesco, molte frasi in ceco o polacco...

E allora sì, un programma-spazzatura come quello che conosciamo assumerebbe all'improvviso un nuovo valore, una validità culturale inaudita, una funzione formativa che troppo spesso si snobba perfino dentro le università.

E' la comunicazione il centro, il fulcro della questione. Più ci rinchiudiamo dentro la nostra lingua, dentro i nostri confini personali, dentro la nostra nazione di nascita (o patria) e più aumentano la solitudine, la paura dell'altro, l'ignoranza...

E' dalla mescolanza delle culture e delle lingue che è nato l'uomo moderno (e il Rinascimento e l'Illuminismo) ed è da questa mescolanza che bisognerebbe ripartire....

sábado, agosto 21, 2010

Madrid (IV), c'est à dire: Salamanca la blanca




15 Agosto 2010, ore 23,46.

Non trovo le parole per esprimere l'emozione provata nel guardare da lontano (dal pullman in movimento verso la residenza studentesca) la famosa Catedral de Salamanca... Questa città mi piace a pelle, la stessa residenza è una struttura funzionale straordinaria, c'è di tutto: biblioteca, mensa, lavanderia, sala per le proiezioni, il prestito di libri, riviste, cd e dvd, un responsabile del posto a ogni piano (i piani sono 3, se consideriamo anche il sottoscala), un cortile interno pieno di verde, prati all'inglese, una specie di piscina mini di decorazione, tantissime panchine che invitano alla chiacchiera e al riposo, a fumarsi una sigaretta insieme sotto il cielo stellato (a quest'ora la luna è alta, divisa a metà, e ben visibile anche da questa stanza), le stanze sono comode, il letto pure, la scrivania enorme (invitante e accogliente, la scrivania giusta per scrivere e studiare), la gente del posto, beh, ancora non conosco nessuno, ma salendo le scale ho carpito vari accenti, ci sono professori di tutto il mondo, italiani, cechi, russi, giapponesi, ispanoamericani, è davvero bello e non trovo proprio più le parole... Domani inizia il corso; domani vedremo di conoscere meglio sia Salamanca che gli altri.


21 Agosto 2010, ore 2,27

E' incredibile come i problemi che sentiamo più "nostri" e più "radicati" nel nostro paese non siano affatto tali. Grazie a questo corso internazionale ho avuto modo di scambiare opinioni e di chiacchierare di politica e di economia, di letteratura e di cultura, con gente proveniente da: Svezia, Ungheria, Bulgaria, Polonia, Germania, Austria, Corsica, Francia, Inghilterra, Irlanda, Tunisia, Repubblica Ceca, Russia e ovviamente Spagna e da tutti ho ricevuto la stessa identica impressione: come dicono qui "comemos todos la misma mierda" (che tradotto vuol dire: "mangiamo tutti la stessa merda", che si sia italiani o cechi, spagnoli o tedeschi, irlandesi o tunisini). La globalizzazione è stata davvero un fenomeno inarrestabile e attuato a livello mondiale; i risultati in parte catastrofici e in parte positivi sono sotto gli occhi di chi sa guardare senza i paraocchi. E' davvero curioso vedere come anche negli altri paesi il lavoro del docente venga sminuito, ostacolato o snobbato da molti; vedere come gli studenti fanno tutti gli stessi errori e manifestano tutti gli stessi tic mentali (la Playstation rincoglionisce tutti senza distinzione di razza; la moda è uguale in ogni angolo del mondo anche se si tenta di distinguersi); constatare come in ogni paese la crisi c'è, esiste e non si sa come risolverla (anche se c'è chi, come Berlusconi, pensa che vada tutto bene, che l'Italia va avanti e ce la farà). C'è anche chi è appassionato di letteratura: e allora sì, la panchina che si trova all'ingresso della residenza diventa il posto ideale in cui parlare e parlare per ore di libri e di autori preferiti (ho appena iniziato un classico di Torcuato Luca de Tena, Los renglones torcidos de Dios: mi piace, ma non è che abbia poi tutto questo tempo per leggere qui, come dicevo "supra"...è il contatto umano che prevale anche sulla lettura... e qual è l'italiano più letto in Francia? Chi vende in Romania? Conoscete Saviano? Che ne pensate di Umberto Eco? Chi sono gli autori irlandesi più quotati del momento? Che letteratura insegnate voi in Polonia ai ragazzi del primo anno?)...

miércoles, agosto 18, 2010

Il problema non è come, ma cosa

Non sappiamo mai cosa vogliamo veramente; siamo eterni indecisi, tutti quanti, anche quelli che dicono di non avere dubbi, di avere le idee chiare, di credere in un determinato credo religioso, in una certa ideologia, in un preciso stile di vita. La vita ci offre mille opportunità e noi non sappiamo mai cosa scegliere, quale via intraprendere, perché non conosciamo se quella cosa scelta (quella strada intrapresa) ci porteranno davvero a vivere come noi desideriamo vivere.

Il problema non è come (uno può fare per ottenere una cosa o raggiungere uno scopo o una meta), ma cosa (quale cosa, quale scopo, quale meta raggiungere). Ci sono troppe cose che vorremmo avere, agguantare, afferrare per sempre e considerarle come parte di noi stessi e non ci rendiamo conto che, lasciandoci influenzare da tutte queste cose, alla fine ci perdiamo e non ricordiamo neppure bene come volevamo vivere.

Troppo; troppe cose da interpretare, da scegliere, da fare proprie; l'uomo è innaturalmente avvinghiato a una sorta d'idea di possesso (di controllo del mondo) che lo conduce all'autodistruzione.

Dovremmo imparare ad accontentarci (una volta scoperto come vogliamo stare qui sulla terra). E dovremmo imparare ad apprezzare di più ogni cosa (ogni persona, ogni momento, ogni luogo) che abbiamo sotto gli occhi e a portata di mano in quel preciso istante (o momento).

Non il come, ma il cosa è quello che ci condiziona la vita (nel bene e nel male); ma quando uno sa veramente cosa vuole, allora, automaticamente, sa come deve vivere la sua vita (e attraverso quali parametri farla sviluppare).

Non so, forse ho bevuto troppo stasera, forse ho chiacchierato con troppe persone, l'aver parlato spagnolo, inglese, francese e italiano insieme mi ha un po' fatto venire il mal di testa (o la nausea); meglio andare a dormire (tra 3 ore mi devo alzare)...


martes, agosto 17, 2010

Madrid (III): dalla stazione di Méndez Álvaro

Madrid, stazione di Méndez Álvaro, ore 17:46 del giorno di Ferragosto (qui: della Virgen de la Paloma) del 2010.

Mi sembra davvero strano, eppure anche gli spagnoli (come noi) fanno scioperi all'improvviso e nelle date più strategiche: a quest'ora avrei dovuto essere arrivato già a Salamanca, e invece, per colpa dello sciopero, mi tocca aspettare fino alle 19,30 di stasera (e arrivare, di conseguenza, alle 22,30).

La stazione degli autobus (o Estación Sur) è molto moderna, piena di locali dove puoi mangiare e passare il tempo, c'è di tutto: dal negozietto che vende souvenir trash all'internet-point, dall'edicola al tabaccaio, dal fruttivendolo al “ bar de copas”. Qual è, allora, la grande differenza con l'Italia (con una qualsiasi altra grande stazione italiana)? Che qui c'è l'aria condizionata ovunque...Anche se fuori c'è solleone, e faranno come minimo 35 gradi, qui dentro si sta al ghiaccio, l'aria condizionata funziona come mai mi è capitato prima di vedere in Italia. Sono piccoli dettagli, d'accordo, però è facile convenire sul fatto che sono i dettagli a fare la differenza (Dio si nasconde nei dettagli, diceva Flaubert, se non erro).

Vado a Salamanca per seguire un corso di perfezionamento per docenti stranieri di spagnolo; non so ancora di quali altre nazionalità saranno i miei colleghi; so per certo che il concorso per la borsa di studio messo a disposizione dal “Ministerio de Asuntos Exteriores” spagnolo l'hanno vinto altri 17 colleghi italiani. Spero siano persone interessanti (e non i classici prof che conosco io) e che siano ben disposti a divertirsi, oltre che a lavorare. Staremo a vedere.

Intanto, rifletto: non si può lasciare una persona per telefono; non ci si può lasciare dopo tanto tempo per sms o per email (come ho sentito dire da qualcun altro). Certe frasi, certe idee, certi concetti vanno spiegati a viva voce e faccia a faccia, non ci sono scuse né sotterfugi né altri mezzi. Io quella persona devo guardarla in faccia quando le ripeterò ciò che penso di lei, assumendomi tutta la responsabilità delle mie parole. Non si può dire: “va bene, ti lascio”, per telefono, a distanza di molte centinaia di chilometri. Non si può dire: “ok, facciamo come dici tu, per ora non ci sentiremo più, poi si vedrà”, quando è implicito il fatto che noi (due) continueremo a pensarci (in coppia) anche quando non ci sentiremo più (per telefono)...E' tutto un gran casino, certe volte, che anche dirsi: “ti amo” (o il suo contrario: “ti odio”) diventa un'impresa impossibile. I telefoni non sempre uniscono; è questo quello che intendevo dire e che ho capito sulla mia pelle...

sábado, agosto 14, 2010

Juan Benet e il matrimonio (da Puerta de tierra, Barcelona, Seix Barral, 1970, pp. 74-75)

"In fatto di matrimonio - e sempre che si tratti di vincolo morale tra persone - accadono cose simili; per questo mi azzardo a generalizzare; quando tra i due coniugi uno di essi ricorre alla vigilanza sull'altro per sorvegliare il vincolo, male. Male per entrambi; questo spionaggio è la conseguenza della sfiducia e di un timore che la sorveglianza non farà altro che esacerbare fino al momento in cui la fibra più intima del vincolo si rompe. Un matrimonio si può mantenere se uno dei coniugi - o entrambi - accetta un certo grado d'infedeltà dell'altro e con la coscienza che una simile deviazione, rispetto al canone imposto dal vincolo, non comporti gravi lesioni alla sua fibra più intima. Esattamente all'opposto, se per un errore d'ottica - o di educazione, o per il peso di una massa di pregiudizi - quel coniuge si ritrae verso l'intolleranza e, ritenendo che un leggero tentennamento presupponga una lesione grave all'indole della sua unione, si decide a favore di una tattica di agguato, vigilanza e disciplina, il matrimonio allora è spacciato. Potrà perfino mantenere in vigore la scorza esterna e visibile del suo statuto, ma la fibra più intima del vincolo, quella decisione di ieri che li spinse ad unirsi e che giorno dopo giorno è necessario ratificare, sarà morta. Quella decisione si fondò, prima di ogni altra cosa, su una fiducia reciproca che, in ultima istanza, è l'unica cosa che bisognerebbe salvaguardare per conservare la vigenza del matrimonio; quando sfuma, esiste il divorzio, di fatto o di diritto. Mi hanno detto che esistono casi di divorzio anche quando non si rompe la fiducia tra i coniugi; ne riparleremo"

[from un capitolo che s'intitolerebbe - in italiano - "Epistola morale a Laura"]
From Madrid (II): la città che non dorme mai


Dopo due giorni a Barcelona, sono tornato a Madrid, la capitale. Si nota, anche dal semplice modo di vestire della maggior parte delle persone che incontri per strada (sono – come dire – meno freak o meno alternative degli abitanti della “ciudad condal”). Sono solo, in casa di Ambra, il porto sicuro nel mare in tempesta della Corte (y Villa), e solo ora mi rendo conto di non conoscere affatto il numero che bisogna comporre per chiamare la polizia (o un'autoambulanza per le urgenze). Sono solo, e scrivo da una stanza molto ampia, tra le più luminose della casa, anche perché attraversata da ampie finestre che danno sulla strada principale (Calle Cardenal Cisneros). Non fa freddo, il termometro segnala 26 gradi, ma soffia una specie di brezza che fa stare bene, si potrebbe passeggiare ore intorno all'isolato (o lungo Calle Fuencarral, per arrivare in centro) senza sudare né sentire la stanchezza dei giorni dell'afa.

Se mi affaccio riesco a vedere l'interno di alcuni appartamenti antistanti il mio palazzo: si vede un ragazzo spaparanzato su un puf mentre guarda la tv (la luce azzurognola gli cambia i tratti del volto a ogni cambio di scena); e dall'altro lato, più su e più a destra, si vede un uomo di mezza età, dai capelli brizzolati, e mezzo nudo, che guarda qualcosa davanti a un computer (esattamente come sono io adesso, seduto a una scrivania vecchio stile – mentre la sedia è di quelle di plastica che si usano per andare in campeggio, arancione acceso, molto comoda, direi).

Il vento solleva una tenda dai tratti tribali (elefanti, unicorni e uccelli dalle ali spiegate si alternano in questo ordine su uno sfondo avana e marrone chiaro) e mi accarezza la pelle, una sensazione piacevole, a quest'ora di notte.

E' mezzanotte passata e solo ora mi rendo conto del fatto che chiunque potrebbe citofonare al “mio” campanello (uso il possessivo di prima persona in modo del tutto arbitrario e temporaneo: è ovvio che non è il “mio” campanello ed è altrettanto ovvio che è “mio ora” perché se qualcuno citofonasse davvero io dovrei, come minimo, alzarmi, e andare a rispondere per vedere chi è). Spero non citofoni nessuno, perché solo ora mi rendo davvero conto di essere solo e, inoltre, il solo diretto interessato padrone di questa casa (la mia ennesima casa madrilena, dal 2001 – da quando, cioè, ho cominciato a vivere per periodi piuttosto lunghi in questa città). Spero davvero non suoni nessuno perché, per prima cosa, mi dovrei ricordare del fatto che qui, e in spagnolo, quando qualcuno chiama non si dice: “chi è?”, bensì “sì?”; si usa l'affermativo con tono interrogativo, e non il semplice “chi è? (ovvero: “¿quién es?”) d'italica origine. Non vorrei che qualcuno citofonasse a quest'ora anche perché, dopo aver chiesto “sì?”, non saprei come reagire e se fare salire o meno, se rifiutare immediatamente o mandare a quel paese l'eventuale ospite o malintenzionato (quando cambiamo paese, cambiano anche le abitudini e i modi di dire e di fare; non in tutti i paesi esiste lo stesso grado di maleducazione, i modi per offendere qualcuno con tono colloquiale e uso di parolacce sono infiniti ed è difficile impadronirsene e dominarli tutti). E così, mentre aspetto con ansia che qualcuno venga a citofonare proprio al mio campanello temporaneo (che Dio non voglia, mi verrebbe un infarto), mi viene da pensare a che cosa è lecito e che cosa è illecito fare in casa di un altro, in casa di un'amica che mi ha accolto come un fratello e mi ha sempre trattato con i guanti. Non è vero che la curiosità è donna, è anche maschile, e a me, per esempio, e ora, verrebbe davvero voglia di vedere cosa c'è dentro la camera da letto di Ambra, la mia amica, ma non so, appunto, se è lecito fare una cosa del genere, immischiarsi dei fatti degli altri, aprire cassetti e armadi, vedere e e curiosare nella vita degli altri, quando questi altri ci hanno affidato la loro casa come fosse la nostra (noi guardiani temporanei della casa di un altro – che situazione paradossale, e assurda, per certi versi, e complicata – non ricordo dove né quando, ma mi pare che Raymond Carver deve averci scritto anche un racconto su una situazione simile: una coppia di giovani fidanzati vengono “assoldati” da una coppia di vicini che cedono loro la loro casa per il periodo delle vacanze – e la prima cosa che fa il ragazzo, curioso, è di aprire gli sportelli della cucina e il frigorifero, così, giusto per vedere cosa ci sia là dentro). La curiosità è anche maschile, ma mi trattengo, e penso a come potrebbe sentirsi Ambra, la mia carissima amica, se mi vedesse curiosare tra i suoi cd e indumenti intimi, tra le sue giacche e i suoi diari (magari segreti), tra le sue cose, insomma, e uno si rende conto subito di quanto i nostri diari (segreti), i nostri indumenti intimi, le nostre giacche e i cd (i nostri dvd, anche) siano indifesi e alla assoluta mercé di coloro che li osservano o potrebbero osservarli con l'occhio curioso del ficcanaso, quanto siamo deboli e inermi tutti quanti, anche in rapporto alle nostre cose, quelle che riempiono le nostre case (d'altronde, basta un terremoto per distruggerle tutte, basta una scossa, un incendio, un'alluvione, o anche un semplice furto di notte per rendere le nostre cose roba vulnerabile, oggetti che si possono perdere in un secondo). E allora decido che non è proprio il caso di “violare” la privacy di un'amica; che non è giusto né morale entrare in quella camera, che è meglio distogliere l'attenzione e rimettersi a guardare cosa fanno i vicini di casa (di questa ennesima casa temporanea) e che è bene fare gli scongiuri affinché nessuno venga fin quaggiù per citofonare proprio sotto casa mia (sotto la casa di cui oggi - ora -sono il temporaneo padrone e custode).

Vado a controllare anche il gas, per vedere che sia spento, non vorrei ci fossero delle fughe. E spengo per bene la televisione; mi ha spiegato Ambra che il decoder per il digitale terrestre è un po' difettoso e che se lo lascio in stand-by potrebbe addirittura bruciarsi (come è già successo a lei una volta). E rifaccio il giro delle stanze per vedere che non ci siano intrusi e che le serrande siano ben chiuse (tranne queste due della stanza da cui sto scrivendo, queste qui devono essere aperte, mi piace pensare che anche gli altri vicini stiano spiando questo straniero, questo italiano venuto da Firenze per prendere possesso – temporaneo – di questa bella casa di Calle Cardenal Cisneros). Mi piace pensare che, anche se staranno ore intere là a guardarmi scrivere, nessuno di loro si sognerà mai di venire fin quaggiù, per citofonare al mio campanello e farmi prendere uno spavento.

Intanto, il vento continua a far oscillare la tenda con gli elefanti e gli uccelli e gli unicorni. E' quasi l'una, domani devo provare a lavorare e devo riuscire a non alzarmi troppo tardi (anche se è difficile andare a letto presto quando si vive a Madrid; Madrid è una città che vive di notte e invita tutti – anche i meno abituati – a tirar tardi fino alle ore piccole)...

viernes, agosto 06, 2010

From Madrid (I)

Mi piace tornare nei posti in cui ho vissuto, rivedere le stesse strade già percorse in passato, richiacchierare con le stesse persone amiche che ci hanno aiutato nella ricerca di una stanza in un appartamento condiviso con altri studenti, riassaporare gli stessi piatti nello stesso ristorante del centro.... Madrid, ormai, fa parte dei miei cromosomi; del DNA per sempre modificato dalla vita trascorsa nelle sue vene (voglio dire: strade), dalle abitudini e dai ritmi appresi stando a contatto con gli altri "indigeni", dal loro modo di divertirsi, di vestirsi, di rapportarsi, di vedere la vita...

Mi piace mostrare ad un altro dove sono stato felice, in quali angoli ho baciato quella ragazza, in quali bar ho conosciuto quell'amico, in quali altri ho vomitato l'anima.

Madrid cambia, nel tempo, restando sempre se stessa: è vero che c'è la crisi anche qui (e in forme ben più drammatiche che in Italia), ma i bar e le "terrazas" son sempre piene di gente che si diverte o prova a divertirsi. Sulla metro e sugli autobus, l'aria condizionata funziona è sempre al massimo, e le persone ridono, chiacchierando ad altissima voce. Insomma, vedo vitalità e voglia di vivere e di andare avanti nonostante tutto, quando in Italia vedo stress e angoscia e una tristezza (o rassegnazione) generalizzata che colpisce tutti, giovani o giovanissimi compresi.

Non mi va di tentare di sviscerare i motivi reali che stanno dietro a una così diversa concezione della vita (o a un così diverso modo di rapportarsi ai problemi che impone l'attualità). Sta di fatto che io qui a Madrid mi sento meglio che a casa, più libero, più giovane, più ben disposto verso gli altri e me stesso. Qui ho voglia di studiare, di conoscere, di scoprire, di tirar tardi la sera, di andare al cinema e a teatro, cosa che non mi succede a Firenze o a Pisa o a Roma (anche se Roma rappresenta l'eccezione). Qui ho voglia di dare il meglio; in Italia sento di tirare a campare in mezzo a mille difficoltà e a una montagna d'ostacoli sia morali che materiali...

lunes, agosto 02, 2010

I compiti del traduttore (I): le note a piè di pagina
Firenze, Lunedì, 2 Agosto 2010, ore 0:43.
Mentre sul canale digitale Iris danno Dune (1984), l'unico film di David Lynch che non ho ancora visto (e m'accorgo con sorpresa che c'è anche qui l'attore-feticcio del regista, quel Kyle MacLachlan che farà l'agente Cooper in Twin Peaks – ma non ci posso credere! In una scena appare anche un'altra attrice a me nota, è Silvana Mangano, la stessa di Teorema o di Edipo Re di Pasolini! La stessa di Morte a Venezia di Luchino Visconti... ha i capelli rasati, la faccia bianco latte, ma è proprio lei, la Mangano!), rifletto su quanto sia difficile andare avanti con questa traduzione di questo maledetto romanzo o pseudo-tale che devo portare a termine entro Dicembre del 2010... A ogni piè sospinto, uno legge e trova: Re Mida, Ercole, Nabucodonosor e si accorge che all'epoca (stiamo parlando del 1644) tutti questi nomi erano noti al pubblico lettore dell'epoca, o almeno, si suppone, al lettore colto della Spagna della prima metà del XVII sec. All'epoca, il lettore medio (o medio-colto) riconosceva al volo (forse istantaneamente) i riferimenti alla Bibbia, a determinati passaggi, personaggi o luoghi citati nelle Sacre Scritture, conosceva a memoria i classici greci e latini, conosceva il latino (e magari il greco) e sapeva bene chi era Atlante, conosceva a memoria i vari miti resi famosi (e narrati) da Ovidio... Oggi non è più così; non è tanto che si sia abbassato il livello di cultura del lettore medio (anche se...su questo potremmo dilungarci e dibattere parecchio); è che semplicemente (inevitabilmente) noi facciamo parte di (e ci nutriamo di) un altro tipo di cultura, che ha altri ipotesti di riferimento; altre auctoritates cui rifarsi, ed eventualmente ispirarsi. E allora? Qual è il compito del traduttore in casi come questi? Cosa faccio quando l'autore, per dire che un ladro è davvero una canaglia, lo chiama Caco? E' ovvio che una traduzione deve cercare di essere fedele allo spirito dell'originale; ma è pure ovvio che se io, in quanto traduttore, lascio la parola Caco e non permetto al lettore odierno di sbrogliare la matassa e di capire sino in fondo la metafora (o la similitudine), è ovvio, ripeto, che verrei meno sia allo spirito del testo che al mio dovere di tradurre e rendere chiaro al lettore ogni parola che appare nel testo di partenza. E' qui che s'inseriscono le famose note a piè di pagina; fondamentali, credo, in casi come questo. Caco (che, alle orecchie di un romano, potrebbe suonare anche come la prima persona singolare del verbo noto...) era un personaggio mitico caratterizzato nell'antichità per essere un temibile autore di frodi e di furti geniali (si dice sia riuscito a rubare anche delle pecore a Ercole - o forse erano buoi?)... E allora, vai con la nota!
Il pericolo? Infarcire la traduzione di un apparato fin troppo lungo (o corposo) di note; le note interrompono la lettura, e seppure servono a chiarire i punti più oscuri o contorti del testo, potrebbero disturbare anche troppo il lettore medio che volesse limitarsi a seguire la trama, il racconto, il plot, come dicono gli americani... E allora, vai, con le note, ma con moderazione, senza esagerare... Fare traduzioni è un po' come fare l'equilibrista, camminare sul filo del rasoio di due lingue (quella di partenza e quella d'arrivo) che, spesso, sono molto distanti tra loro; il traduttore è il ponte, è colui che cerca (a volte disperatamente) di mettere in contatto tra loro due musiche, o meglio, due strumenti musicali, che emettono suoni fin troppo diversi o dissonanti tra loro. Ponte, o via di mezzo, maestro d'orchestra o terzo incomodo tra due poli contrapposti che deve fare i conti anche col destinatario, ovvero: con il lettore (che, magari, non sa nulla della lingua di partenza, né conosce Ercole, né sa chi sia Caco, né ha mai sentito parlare di Atteone...). Un'impresa difficile. Anche se stimolante. E' il primo d'Agosto del 2010, vediamo se riuscirò a cavarne la pelle (altro modo di dire che sarebbe letteralmente impossibile rendere in spagnolo, se lo traducessimo alla lettera o se lo parafrasassimo con altri giri di parole, “trarsi d'impaccio”, o “arrivare sano e salvo alla meta” o “farcela”, la lingua è un insieme mobile di modi di dire – che lo scrittore più scaltro e originale tenta di scardinare per fare dire alla lingua quanto questa non ha mai detto prima). Vediamo se ce la faccio.

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...