miércoles, febrero 28, 2007

Dialogo di due marziani che s'incontrano per caso sulla Luna



"Toh! Chi si rivede?"
Guardandone la generosa scollatura, ma con nonchalance, per non farsi sgamare:
"Oddio, che sorpresa! Ma che fine hai fatto? Come stai? E' una vita che non ci vediamo".
"Eh, sono anni. Sempre in giro, come sempre, coi piccoli e il lavoro, non immagini che stress, per fortuna che mio marito mi da una mano, altrimenti a quest'ora ero morta".
Lui, sguardo stralunato (è normale sulla Luna), a metà tra lo shock e l'imbarazzo:
"I tuoi piccoli? Tuo marito? Ma allora ti sei sposata?".
Lei lo fissa dritto e ne apprezza gli occhi (verdi, sia i suoi che quelli di lui):
"No, sposata, nossignore: io sono una coppia di fatto; o meglio, io e il mio lui siamo una coppia di fatto".
Lui, sguardo rattristato e melancolico:
"E come si chiama il tuo lui?"
"Marco. Sono già 4 anni che stiamo insieme, mio dio, mi sembra un secolo. E tu? Come te la spassi? Ce l'hai una morosa?"
"Cooosa?"
"Sì, una ragazza, una fidanzata, come la chiami tu? Una compagna..."
"Ah, sì, ce l'ho, non è che sono single, abbiamo pensato anche di sposarci, ma sai com'è, la vita è cara, i prezzi sono alle stelle anche su Marte, con tutti quei cinesi poi, c'è stata l'invasione...".
"E il lavoro?"
"Nzomma, si tira a campare, come si suol dire. Ma ti trovo bene, sei davvero carina, sai? Mi sembri una donna d'altri tempi, una degli anni 50, per dire, quando si stava ancora sulla Terra".
Lei sorride (alle donne fa sempre piacere ricevere complimenti sotto la Via Lattea, in mezzo a milioni di stelle e meteoriti):
"Grazie, troppo buono. Ma anche tu non stai mica male, sei molto elegante con questo cappotto, il nero ti dona e ti sfila. E hai gli occhi sempre belli, un verde luminoso".
Lui sorride (anche agli uomini piace ricevere apprezzamenti sul proprio aspetto esteriore):
"Grazie a te, ora non esagerare sennò arrossisco".
"Ma prima dicevi anni 50: non mi trovi mica invecchiata, vero?".
Ridono entrambi, in coro (ed un momento raro e una gioia quando succede: sono di quelle volte in cui si registrano le immagini nella memoria del cervello per poi masterizzarsele e rivedersele a piacere ogni volta che si ha voglia di ritrovare un po' di calma e di bellezza, o serenità):
"Ma no, affatto, sei sempre tu. Solo che mi ricordi quell'ambiente lì, quando abitavamo sulla Terra".
"Ah, allora grazie, non devo preoccuparmi, no? Ora scusami, ma devo scappare, se perdo l'ultimo shuttle sono cavoli amari, devo scappare a fare la spesa, il frigo è deserto".
"Figurati, vai pure. Stammi bene, allora".
"Anche tu, e mi raccomando, teniamoci in contatto, eh?"
"E' stato un piacere, sai?"
"Anche per me, davvero. Ora vado. Ciao! E alla prossima!"
"Ciao!"
Lui si morde le mani. Non appena lei è scomparsa dalla sua visuale si è ricordato di essersi dimenticato di chiederle quanti figli ha e come si chiamano i suoi piccoli.
Lei, non appena si allontana e se lo lascia alle spalle, arrossisce al pensiero che il suo Marco non le aveva mai detto che sembrava una donna degli anni 50.
La Terra è un puntino azzurrognolo all'orizzonte, continua a girare intorno al Sole (in via di spegnimento) e intorno al proprio asse, sempre più inclinato rispetto al baricentro.
La Luna è fredda. Marte è caldo. Come sempre.

martes, febrero 27, 2007

Non so nemmeno...

...per quale diavolo di ragione mi hanno cambiato la versione di questo blog, non ricordo che tasti ho premuto, comunque non fa niente, si continua, finchè c'è vita...

Il bagno è occupato; una coppia si unisce mentre l'altra si lascia. Nico chiede un po' di consolazione, bisogna pur tirare avanti. Mentre Gianni si tuffa in vasca e liscia la schiena di...non mi ricordo più come si chiama, questa nuova fiamma. Intanto, c'è l'Anna che mente al marito, lui non se n'è accorto, come spesso succede in questi frangenti, lui sarà l'ultimo a sapere. Io ho mandato qualche curriculum a Firenze. Altri a Pisa. Finirò con il mandarne a Roma. E poi Parlemo. E infine un paio, tra Madrid e Barcellona.

Sul blog di un altro (quanti saranno i blogs in rete?) ho letto che uno dei momenti per rilassarsi e per poter riflettere serenamente è quando ti sposti e fai il pendolare. In treno, in autobus, in tram, trovi il tempo per chiederti che vita conduce quel vecchio con la busta della spesa, e quell'altro che sembra drogato e fissa le tette di quella professoressa con in braccio due bambini e tre saggi su Shakespeare. Trovi la giusta posizione per leggere il giornale di quello che hai seduto di fronte (lui legge il fronte tu il retro, una situazione che, in fondo, fa comodo a entrambi - a te di più, non hai pagato per il giornale). E la mente è finalmente libera di vagare dove vuole, dalla facciata di Santa Maria Novella alla cupola del Brunelleschi, mentre in via dei Calzaiuoli c'è il solito traffico cittadino (quelli con le biciclette non rispettano mai i segnali). E ti ricordi che devi fare la spesa, comprare quella cosa, chiamare a casa. Fa piano, torna presto, che a casa ti aspettano. Con il ritratto della Madonna che ti guarda con una faccia così triste, ma così triste, che hai quasi voglia di schiantarti contro il prossimo palo, o albero, o muro, cazzo... E poi sale il controllore (o la vecchietta con le stampelle, che non ce la fa o lo zingaro che vuole fregarti il portafoglio) e torni coi piedi per terra. Ma ricordati che devi comprare quella cosa. Che lei ti aspetta. Che a casa ti vogliono bene...

martes, febrero 20, 2007


Mulini a vento

La finestra è chiusa e la stufetta accesa. Una delle signore delle pulizie spalanca la porta, straccio e scopa in mano, pronta a fare piazza pulita. Lo studente ricorda che sono le 18,04 e che se non si affretta quelli della portineria lo lasciano chiuso dentro... orrore. Restare dentro la biblioteca dell'Università mentre gli altri vanno a casa, tutti pronti davanti ai televisori, tutti intenti a consumare la cena, mentre tu sei solo, in mezzo a libri e a riviste di vecchio stampo, quanta carta stampata, quanti pericoli dietro l'angolo, non serve nemmeno aprire la finestra per fare entrare un po' d'aria, ormai è fatta, ramazza e spazza, pulisce e spolvera, addio, la signora delle pulizie è andata, via, lontano, mentre entra Sancho con un panino imbottito e ti chiede se hai per caso visto Don Chisciotte, è di nuovo fuggito dal libro di Cervantes, non si riesce a tenerlo fermo ultimamente, mentre fuori fa freddo e soffia il vento, sei solo, la signora delle pulizie una vaga allusione sbiadita ad un passato ormai remoto, e Sancho ti domanda che fine hai fatto, dov'è quell'altro matto, ma che siamo tutti impazziti, guarda che casino e quanti libri e che giganti, spuntano da sotto il tavolo gli appunti dell'anno accademico 1996-97, un nano, un nonno, una mano, un pezzo di bandiera di Spagna, tre trottole, una videocassetta con su il titolo di un film che non ricordi di avere mai visto: "Don Quixote", per la regia (folle) di quel pazzo di Orson (Welles), requiescat (in pace)...

lunes, febrero 05, 2007

L'altra mattina, di Domenica, sul tardi, ho fatto una scoperta (il bello delle scoperte è che le fai quando meno te l'aspetti): sul letto, in compagnia di Alyssa, ho visto un film stranissimo; il regista è il norvegese Aki Kaurismaki (me ne aveva parlato Lu, ma l'avevo dimenticato). Il film s'intitola L'uomo senza passato, è uscito nel 2002, ma basta guardare le prime sequenze per "non" riuscire proprio a capire in quale epoca si svolga.
La trama è semplice (all'apparenza) e molto pirandelliana: un uomo, un saldatore, a quanto pare, prende il treno da una città di cui non sappiamo nulla per arrivare in un posto che non ci viene mai detto che posto sia; il tipo scende dal treno e viene malmenato da un gruppo di teppistelli. A causa della botta in testa perde la memoria. Non ricorda nemmeno più come si chiama, quando i primi che lo soccorrono (una famiglia povera che vive in una specie di baracca) gli chiedono spiegazioni.
Il film è girato in modo a dir poco perfetto (geometria delle passioni, mi verrebbe da dire, pensando a un titolo di Remo Bodei). La fotografia è fredda e gelida, come il paesaggio nordico, evidentemente, in cui si svolgono i fatti. La musica è geniale. I dialoghi sono eccelsi, da Premio Oscar. Il regista riesce a parlarci di religione, Dio, politica, ingiustizia sociale, povertà e filosofia del tempo con battute indimenticabili in cui si mescolano la tenerezza e il surrealismo più sfrenato (ora che ci penso, la faccia del protagonista - all'inizio con la testa fasciata - così imperscrutabile e così impassibile, nonostante le difficoltà del caso e gli scherzi del destino - scherzi pesanti, come perder la propria identità e non poter riuscire nemmeno a trovare un lavoro perchè, sfido io, chi vi assumerebbe senza carta d'identità? - mi ricorda la maschera gelida e divertentissima di Buster Keaton); battute indimenticabili, dicevo, come quella in cui il guardiano Attila (detto anche "il flagello di Dio") gli affitta un container, almeno un tetto sotto cui ripararsi, mostrando tutta la sua taccagneria:
LUI: "Quando posso traslocare?"
ATTILA: "Appena mi giro e non ti vedo"
LUI: "E per le chiavi?"
ATTILA: "Vedi una serratura da qualche parte?"
LUI: "No"
ATTILA: "Non fare il difficile allora. Un mese d'affitto in anticipo"
LUI: "Avrò i soldi domani, a Dio piacendo"
ATTILA: "Le sue vie sono infinite e a me sono sconosciute ma... se tu non paghi entro domani ti mando il mio cane killer a staccarti il naso con un morso".
LUI: "Tanto quello dà solo fastidio. Fa ombra sul panorama, dovunque io vada".
ATTILA: "Però non potresti più fumare sotto la doccia".
O quella in cui un imprenditore fallito va in banca per prendersi la somma esatta dei suoi risparmi congelati e l'uomo senza passato si trova in mezzo, mentre tenta di aprirsi un conto:
IL LADRO: "Adesso dovrò chiudervi qui dentro, per avere un po' di vantaggio, mi dispiace".
LUI: "E' perfettamente comprensibile nella sua posizione".
IL LADRO (chiudendo l'uomo e la cassiera nella cassaforte): "Mi fa piacere che tu capisca".
O quella, davvero indimenticabile (o da non dimenticare mai, quando la vita ci fa schifo e ci sembra di affogare nella merda e il suicidio è l'unica soluzione a ogni problema), in cui lui, l'uomo senza passato che sembra venuto dalla luna, approcia una poliziotta amica (con la quale avrà una romantica liason piena di humor e di pathos):
LA POLIZIOTTA: "Sei vestito come un pezzente".
LUI: "Ultimamente ho avuto delle avversità, ma penso che le supererò in pochi giorni".
Semplicemente geniale. Da morire dal ridere. O dal piangere di gioia...

jueves, febrero 01, 2007

In un periodo in cui regna il caos, l'anarchia, gli orari sballati e un'incertezza assoluta; in un periodo in cui, come disse Vattimo a Serena Dandini in uno dei pochi programmi guardabili della tv italiana degli ultimi vent'anni (Parla con lei, spostato fortunatamente in prima serata, alle 21 circa, il Giovedì, su Rai3) mi sento "apocalitticamente ottimista", sto cercando di trovare il tempo per portare avanti e (eventualmente) chiudere un nuovo racconto sul tradimento (tema a me caro, che più che tema è un'ossessione, come dice Alyssa, ormai stanca di "leggermi", tant'è vero che, almeno è quanto credo, ha smesso pure di leggere questo blog, tanto, dice, racconto sempre le solite cose - e non la biasimo, ma così facendo, con il suo "rifiuto", mi rende orfano di quelle due o tre "uniche" lettrici che ancora mi sopportano, aggiugendo ogni tanto magari anche qualche commento carino).
Il racconto in questione s'intitola (s'intitolerà, o forse, potrebbe intitolarsi) "Nicotina" e parla, giustamente, di gente che fuma (per vizio, per nervosismo, per abitudine, nel racconto cerco di farci rientrare tutti questi casi, per coprire la casuistica - o la casistica, come si dice in italiano - o almeno credo). Il protagonista è Andrea, parla in prima persona e racconta una mattinata in cui Franco, il suo coinquilino e compagno di sventure, si sveglia con la luna storta perché Gloria, una quarantenne avvenente e sposata, lo mette davanti al fatto compiuto: possono pure scopare, ma lei non lascerà mai il marito, ciccione e ricco.
Il punto.
Il punto è che Franco rompe le palle ad Andrea proprio mentre questi è impegnato a lasciare Mirella, la sua fidanzata, per email (metodo quant'altri mai antipatico, scorbutico e triste - anche per lasciare un cane; non ci si lascia per email, e io, personalmente, rimango sbigottito quando sento di amiche che sono state "scaricate" via sms, my god!). Andrea vuole arrivarci, al punto, chiarirsi le idee, ma Franco fuma e fa avanti e indietro, non riesce proprio a concentrarsi finché... arriva Mirella. E Franco la lascia entrare. E Andrea non fa in tempo a spegnere il pc portatile (con la batteria scarica) che Mirella legge l'email appena iniziata e che il suo "fidanzato" non terminerà mai più perché, giustamente, Mirella capisce l'andazzo e non vuol sentire ragione, gli molla un ceffone e affanculo, brutto codardo.
La trama si complica. Perché a questo punto i due "sentimentali" cercano di distrarsi ricorrendo all'azione. Franco spinge Andrea ad accompagnarlo fin sotto casa di Gloria, che vive ai Parioli, zona in della capitale, mentre loro soffrono il freddo in un bilocale schifoso di Centocelle, zona periferica e un po' così. E' notte e Franco indica ad Andrea la casa di Gloria e solo allora i due scoprono (con grande rammarico e sopresa di Franco) che la quarantenne focosa è anche madre e per di più di un ragazzo costretto a stare sulla sedia a rotelle (non si capisce bene se perché disabile o vittima di un incidente - o di una malformazione genetica).
Sono arrivato a questo punto. Che forse è un punto morto. E non so come andare avanti. Mi era venuta in mente un'altra scena. Quella in cui Andrea consola Franco. I due tornano a casa. Andrea scende a comprare l'ennesimo pacchetto di Marlboro e proprio nel bar sottocasa intravede il marito ciccione di Gloria. E' in compagnia di una biondona. Si avviano verso la sua macchina per appartarsi (lontano dagli sguardi indiscreti). Ma mi sembra troppo trito. Ovvio e scontato. Andrea potrebbe spifferare tutto a Franco e questi mettere Gloria davanti al fatto compiuto. Suo marito, il ciccione, la tradisce e lei non si è accorta di niente, lei che è pure madre, oltre che moglie, e che dovrebbe stare più a casa, ad accudire quel poveraccio che sta sulla sedia a rotelle.
Insomma, una montagna di luoghi comuni da evitare, se non voglio correre il rischio di scivolare nell'ovvio. Ho anche pensato a una versione "fantascientifica", a una più stile thriller e a un'altra più sul genere slapstick o "commedia rosa". Dovrei riguardarmi un po' i film di Ernst Lubitsch. Lui sì, che se ne intendeva d'intrighi rosa... tendenti al giallo o al noir...

domingo, enero 14, 2007

Polvere siamo...

e polvere diventeremo. Il pensiero scatta dentro una delle stanze più nascoste del nostro Dipartimento ("nostro" di chi? ai post---eri l'ardua sententia). La porta d'ingresso m'introduce immediatamente in un corridoio lungo, ai lati sono appesi quadri di pittura astratta, si sente puzza di chiuso, ragnatele ai piedi di una scala di metallo che conduce al secondo piano (ma è davvero il secondo? ed è davvero un altro piano?). La luce è soffusa, non si distingue bene, la polvere riempie i polmoni e rende affannata la respirazione, due mosche fanno sesso sopra una scrivania sepolta da grossi libri dalle copertine in similpelle. Basta aprirne uno per capire che sì, si tratta proprio di tesi di laurea (o di dottorato). "Università degli Studi di Pisa"... "Titolo tesi:..." "Candidata:..." "Relatore: Chiarissimo prof. ..." "Correlatore: Eccelso prof. ..." "Anno Accademico: 1991/92". Quanti anni fa? Quanti ne avevo nel 1992? Da quanto tempo giacciono in questo stato tutte queste tesi?
Lo sguardo si sposta in alto, su uno scaffale. Mucchi di riviste, che contengono montagne di articoli, recensioni di altri libri, riassunti, saggi più o meno fortunati, letti da lettori (quanti?) più o meno attenti e interessati. Da quanto tempo più nessuno mette piede in questo scantinato? E' il destino, direbbe un mio amico, filosofo danese. Una massa di parole finite a poltrire e a prendere polvere in una mini-biblioteca chiusa al pubblico e che, tranne gli addetti ai lavori, più nessuno ricorda o frequenta.
Ai miei piedi una lampada arrugginita. Sotto la lampada un calendario, del 1988.
Torno al presente. Una collega di anglistica m'invita a prendere un caffè. "Ma che hai fatto? Che roba è tutta quella polvere sulla giacca?".
Polvere siamo...

miércoles, enero 03, 2007

In questi giorni di vacanza, pieni di sorrisi, di gente nota, di parenti che non vedevi da mesi e di amici persi di vista (forse) per sempre, sto leggendo un saggio di Giorgio Agamben che s'intitola (genialmente, come molti altri dei suoi libri) Quel che resta di Auschwitz. L'archivio e il testimone (Torino, 1998 - fra due anni sono dieci anni che circola, incredibile, ma vero). Lo leggo dopo aver finito un romanzo spagnolo che non mi ha convinto - El cielo de Madrid, di Julio Llamazares, anche questo un titolo accattivante, peccato, sarà per la prossima volta - e in attesa di leggerne un altro americano - Everyman, del più volte nominato al Nobel prof. Philip Roth, il genio che scrisse, tra gli altri, Portnoy's Complaint, nell'ormai lontanissimo 1972 o era 74 o 75 o 80, non ricordo.
L'ultimo cap. del libro di Agamben si riallaccia al sottotilo: "L'archivio e la testimonianza". Si parte da un aneddoto legato a Benveniste, uno di quelli che ha rivoluzionato la cosiddetta linguistica, o scienza che studia il linguaggio. Mi fermo a riflettere su questa frase, che cito, alla lettera: "Come l'essere dei filosofi, l'enunciazione è ciò che vi è di più unico e concreto, perché si riferisce all'istanza di discorso in atto, assolutamente singolare e irripetibile e, insieme, è ciò che vi è di più vacuo e generico, perché si ripete ogni volta senza che sia mai possibile fissarne la realtà lessicale". Qualsiasi delle molte (sciocche) enunciazioni che ho emesso e lasciato per iscritto in questo blog rispecchiano dunque questa duplice identità; sono bifronti, nel senso che, come l'essere dei filosofi, racchiudono o presentano di volta in volta i caratteri del singolare e irripetibile come quelli del ripetuto e rinnovabile, ripetibile ad infinitum. E nessuna di esse può avvicinarsi alla verità (o al sommo essere immoto e immobile) perchè sempre - solo - parziale riflesso della stessa. Oggi fa freddo, domani nevica, questa notte c'è la luna piena sono fatti di lingua assoluti e relativi, insieme. Il che non vuol dire niente, evidentemente. E ci perdiamo in mezzo ai riflessi. Di riflettori che non illuminano che piccole porzioni di realtà (mentre fuori fa freddo e nevica e la luna è piena, un barbone muore all'ingresso di un tunnel che porta a Piazza Venezia e una formica ruba un pezzo di uvetta da un panettone lasciato incustodito all'uscita di un grosso supermercato sueraffollato, soprattutto in questi giorni di vacanza natalizia).
Poi smetto di enunciare enunciazioni. O di scrivere frasi vuote di sensi. O di senso. Sarà pure freddo e fuori potrebbe anche nevicare e la luna essere al massimo del suo splendore. Ma io ho sonno e questi tasti sono duri e io faccio fatica a tenere gli occhi svegli. Volevo dire: aperti. O, come disse Kubrick: "Eyes (wide) shut".

viernes, diciembre 22, 2006


Stamattina sono tornato indietro di dieci anni. Sono passato a salutare un mio ex prof. d'inglese nel mio vecchio liceo. I volti sono leggermente invecchiati (sono passati 10 anni, ormai, o forse di più?) mentre gli alunni sono sempre giovani. Una delle tristezze del lavoro di docente: tu invecchi, loro cambiano, crescono e poi ne arrivano di nuovi. Facce che non hai mai visto. E che impari a conoscere nell'arco dei 5 anni del corso di studio. Poi addio e chissà che fine faranno, a quale facoltà si iscriveranno, quante delusioni, quali fidanzati, quante città da scoprire prima di tornare a casa dai genitori.
Un'altra scenetta malinconica: il momento della fine della lezione. Tu hai passato 1h e 30 min. a sgolarti per cercare di farti capire, di spiegare ai tuoi alunni concetti magari difficili, cercando di alleggerire il peso della lezione con l'introduzione non sempre pertinente di qualche aneddoto personale o barzelletta (devo stare attento ai commenti politici, qualcuno potrebbe anche arrabbiarsi, potrebbero accusarmi di traviare le menti dei giovani), e loro scappano, hanno una voglia matta di tornare ai loro affari privati, tornare a casa, via, lontano dal prof. e da questa maledetta scuola, arrivederci prof., buone vacanze anche a lei, che poi il "lei" invecchia, ti fa sentire molto più anziano, loro corrono felici incontro ai divertimenti e alle allegre chiacchierate da corridoio con gli amici e tu sei là, che raccogli i tuoi appunti a testa bassa, l'aula si è svuotata, sui banchi imbrattati di scritte - per te ormai troppo ermetiche perchè legate a un'attualità a cui non stai sempre dietro - giacciono due penne con il cappuccio mordicchiato e alcuni fogli accartocciati e te ne torni sù, in sala riviste, a finire di leggere un articolo sulla linguistica trasformazionista, o trasformazionale, o germinale, o come diavolo si dice, e ti senti terribilmente solo. Solo e vecchio.
Il prof. d'inglese mi avverte: hai voglia ancora a imparare! Ridiamo e scherziamo, ci fumiamo una sigaretta sulla scala antincendio. Siamo al terzo piano. Da lassù si vedono le cime delle montagne vicine. Fa un freddo che sferza il viso. Un freddo polare. Torniamo dentro va. E' l'ora della ricreazione. Le alunne, semi-adolescenti, lolite nabokoviane vestite come le veline, saltano e urlano canti natalizi. O meglio: cori da stadio. Il prof. si fa sentire, alza la voce, scappano tutte in classe, ridendo senza paura della nota sul registro o della predica imminente. Che razza di mestiere. Fate silenzio. Chi ve l'ha detto che oggi si esce dieci minuti prima? E' il preside, di sicuro. Quel fascista..., mi sussurra all'orecchio. E' sempre lui? Sì, e chi lo smuove?
P.S.: un'altra canzone per quando si è tristi: Fidelity, di Regina Spektor, perfetta anche per il Natale.

martes, diciembre 12, 2006

Volantini

Mi accorgo che è da quasi un mese che non metto piede (o mouse, per meglio dire) in queste carte virtuali (o blog, che dir vogliasi, con "anglicismo" tipico di questi nostri giorni post-2001). Cos'è cambiato nel mentre? Niente e tutto. Come sempre.

Oggi, passeggiando senza prescia con un mio collega di Anglistica (specializzatosi su Shakespeare), un tizio coi rasta e i piercing mi si avvicina e, con fare truffaldino o furbesco, mi regala un volantino (fa pure rima): sopra c'è scritto (cito a memoria): "Minacciano di aumentare il prezzo del pasto mensa! VUOI ANCHE TU CHE CI CAMBINO LE TARIFFE E CHE CI OBBLIGHINO A PAGARE 2,50 EURO A PASTO? Scendi in campo. Blocchiamoli! 40 centesimi sembrano niente, ma MOLTIPLICALI PER 55MILA e guarda il risultato! Dobbiamo fermarli!".
Io e il mio collega leggiamo e poi buttiamo via (in un contenitore, siamo civili). Poi parte la musica ska: gruppi di ragazze che ballano mentre 55mila studenti di tutte le regioni d'Italia e delle più svariate facoltà o corsi di laurea si avviano a consumare il loro pasto quotidiano...

L'altro giorno aspetto Alyssa appoggiato a una macchina parcheggiata in doppia fila davanti alla stazione (di Santa Mery Novella). Una donna, argentina a giudicare dall'accento e dall'aspetto, mi si avvicina e con fare misterioso mi fa strisciare sul palmo della mano un altro volantino. Cito verbatim: "LE GRIDA DEL PECCATO. Oggi in tutto il mondo si sentono urla di dolore di parto [forse troppe "di"]: è il peccato [perbacco, penso! Esclamo nuovamente: perbacco! E' proprio il peccato] che ha cominciato a dare i primi frutti [è curioso: il peccato che dà i suoi frutti: potrebbe essere, in effetti, a giudicare il tutto dal punto di vista del Demonio, la concorrenza]: l'invidia, la paura, la corruzione, la violenza, la malignità che si incontrano nella ostra società [sic: manca la "n" di "nostra"]: E' TERRIBILE! [teribbile, direbbe un mio amico di Roma; quanti esclamativi] L'umanità non sa cosa fare della sua vita, quanta disgrazia e maledizione [disgrazia e maledizione, sullo stesso piano, è curioso, anche se non contravviene alla logica, il campo semantico è lo stesso, no?] abbiamo ereditato nel vivere lontani da DIO [quante maiuscole!]. Quanto ciò ci ha trascinato nella povertà, nella malattia, peste, terremoti, febbri, piaghe, (AIDS) [perchè, mi chiedo, questa malattia l'hanno scritta tra parentesi?], suicidi, omicidi e ha dato alla luce il peccato, i vizi dell'alcolismo [ma siamo a Firenze, nel 2006, o a Chicago, negli anni 30?], il lesbianismo [ma non si diceva: "lesbismo"?], l'omosessualità [ma c'è davvero ancora oggi gente che pensa che l'omosessualità sia una malattia? DIO! Esclamo (io, stavolta)], la prostituzione, l'aborto, la pedofilia; tutto questo rappresenta la maledizione che è caduta su di noi e sulle nostre generazioni [mi aspettavo un: "sulle nostre famiglie", peccato], sui nostri figli [ah, c'è!] e sui nostri nipoti [nipoti?]. Ciò perchè [ecco: perchè? why? pourquoi?] non abbiamo ascoltato la voce di DIO [sempre in maiuscolo, LUI] attraverso la forza del Vangelo di salvezza che ci ha offerto DIO [di nuovo] attraverso GESUCRISTO.
La bibbia [questa invece appare senza nemmeno l'iniziale maiuscola] dice: Poichè molti verrano sotto il mio nome, dicendo: io sono il Cristo, e ne sedurranno molti [sì, d'accordo: ma chi? Chi è il soggetto qui?] questo evangelo [vangelo, tipico errore ortografico da "hispanohablante"] del Regno, sarà predicato per tutto il mondo [all over the world], onde ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora [conclusione a effetto] verrà la FINE. Matt. 24:5-14."
Penso: ma chi si è preso la briga di fare stampare roba simile su carta di qualità colorata (un verdino speranza: ma, dopo aver letto il testo, sarebbe meglio disperare e buttarsi in Arno). Lo scopro in fondo, a caratteri minuscoli, lì dove si legge: "Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale". C'è l'indirizzo e il numero di telefono: prendo nota, onde evitare di passarci vicino anche a chilometri di distanza. C'è anche il numero fisso: "Abitazione: ... [censuro il numero volutamente, onde evitare guai - che si formi qualche adepto]. E poi la frasetta di chiusa davvero finale: "Ti aspettiamo. Cristo ti ama".

Una settimana prima mi avevano rilasciato il volantino pubblicitario di una associazione antivivisezionista (sono contro le torture agli animali, per carità), uno di un gruppo bancario che ti presta fino a 10mila euro senza interessi e a tasso zero, uno di non ricordo quale oscuro partito politico locale.

Mi domando che senso abbia. C'è internet. Chi vuole s'informa. Sono ancora efficaci le pubblicità su volantino? Evidentemente sì. E forse sono forme pubblicitarie anche più economiche delle altre. Poi, basta accendere la tv per notare le storture: un malato terminale desidera morire e chiede di poter esercitare il suo diritto all'eutanasia. E giustamente, subito dopo, parte il servizio dal Vaticano. Il papa si lamenta e dice che la pace si conquista se combattiamo le forme di aberrazione contro la vita come l'aborto e [last, but not least] l'eutanasia...

Bah.

miércoles, noviembre 29, 2006

Tornare a casa è sempre un po' come morire (o era viaggiare?). Entro in un'aula universitaria (diciamola tutta: della mia Università d'adozione, a Pisa, anche se quella cui sono più legato è ancora lei, "La Sapienza", in Rome, of course). Come affrontarli? Sono 11 o forse 12. Tutte donne, tranne uno, che sembra drogato. Oppure ha sonno. Ho preso tre caffè da quando mi son svegliato e sono nervoso. Una corda in tensione. Se mi toccano schizzo. Dispongo i fogli degli appunti sulla cattedra, la voce tremante. Nemmeno mi presento. Parto in tromba, come si suol dire. E mo che cazzo m'invento? Sono appena tornato dal Puerto (de Santa Maria) e non ho avuto il tempo per prepararmi la prima lezione del corso (su "lexicologia", una lista fredda e noiosa di nomi, che qualcuno m'aiuti a non ammorbare il rispettabile - pubblico). Che dico? Con cosa parto? Dal latino? Bene, partiamo dagli antichi Romani. Quando entrarano nella antica Hispania gli antichi romani? Cazzo me ne frega? Cazzo ne so? Una mia amica che insegna da un paio di mesi alle medie mi spiega: "Dai, la prima volta fa sempre paura, quelle facce che ti guardano così, strane, che vorresti sapere cosa gli passa per la testa, cosa pensano di te?". Cosa pensate di me? Cosa ne pensate, di questo prof. in potentia con giacca e senza cravatta, camicia sportiva, taglio corto, che passeggia consumando le suole delle scarpe e il pavimento davanti alla cattedra, mentre espone quattro concetti messi in croce con l'aiuto di un proiettore e di 18 dico 18 lucidi? L'unico a non essere lucido qui dentro sono io. Il tipo drogato si addormenta. Non ci posso credere, ma mi volto e lo fisso e guarda il vuoto, ha gli occhi socchiusi, chissà a cosa pensa o cosa sta sognando mentre io in questo momento ammorbo l'aria con una lista incomprensibile di elementi preromani o latini o arabeggianti o francesi che hanno influenzato (e continuano a influenzare) la lingua della Penisola Iberica... Che penseranno? Ho consultato mio fratello per telefono: "che ti sei calato o impasticcato, ecco che penseranno. Domani per favore prenditi una camomilla o un calmante, o fatti una canna, vedrai che parli più lentamente". La mia voce è una mitraglia, davanti agli occhi sbarrate di quelle poche studentesse attente sfilano sfilze di parole e di etimologie. "Cosa vuol dire o come tradurreste dean? C'è anche in Inglese... pensate anche al congnome del famoso attore americano, James Dean. Che vuol dire?". SILENZIO MARZIANO. "Beh, ve lo dico io: vuol dire diacono. Voi lo sapete no, chi è il diacono, vero?". SILENZIO STELLARE. IL VUOTO. IL NULLA. "Beh", provo ad aggiungere: "il diacono è... è... vi do un compito per domani: cercatelo sul dizionario d'italiano, la lessicologia serve anche a questo: ad aumentare la nostra conoscenza della lingua e a prendere coscienza del significato di nuovi termini". Due in fonde sghignazzano. Devo segnarmi i nomi o memorizzare le faccie. Così poi rido io. Ma non sono un tipo vendicativo. Finisco la lezione 10 min. prima. Devo ancora imparare a fare i conti col tempo (gran bell'enigma, che m'appassiona e m'angoscia, come sa anche Rosy dai tempi di Madrid). Ascolto una canzone di Shakira: Te dejo Madrid. Un consiglio musicale. E un altro, sempre musicale, per chi è depresso: Lily Allen, con la simpatica e romantica LDN (ha una faccia che se non Woody Allen ricorda Mia Farrow nei suoi momenti migliori, quando ci appare in tutta la sua impacciata femminilità - adoro le donne un po' impacciate, che inciampano, che hanno paura di fare una gaffe, che ti guardano con gli occhi dolci...)

jueves, noviembre 16, 2006



Perché non ce ne andiamo?

Quante volte mi sono posto (e ho posto a Alyssa) questa domanda? Perché non ce ne andiamo, e ci lasciamo dietro le spalle tutto quanto, gli impegni, il lavoro, i doveri (ah! quanti doveri! quanti compiti - per casa, ma soprattutto, per lo spazio che oltrapassa il nostro uscio), sbarazzarsi dei freni mentali, morali, psichici, quante pippe mentali inutili, sia detto tra parentesi e per inciso, en passant. Gabriel, un mio amico anconetano, mi scrive in un email da Praga che lí si sta da dio, ci vive da due anni ormai, quante bionde il fine settimana (bionde sia le birre - che, come tutti sanno, a Praga costano meno che da noi e te ne servono in quantità nettamente superiori alle nostre - sia le ragazze, che non si pagano, ma mi vengono dei dubbi: di quali bionde stavamo parlavando?). Un'altra mia cara amica mi dice che si iscriverà presto a un corso di dizione a Torino (lei ci vive vicino); l’ho presa un po’ in giro, non mi sembra abbia una cattiva dizione, ma abbiamo tutti da imparare nella vita (impostare la voce, assumere una determinata postura del corpo quando leggiamo in pubblico, attività che non ignoro e che mi ha sempre regalato attimi d’adrenalina pura). Un'altra (una delle mie migliori amiche, solare e allegra) è scappata a Milano per un colloquio (o una serie di colloqui) di lavoro, forse ha trovato qualcosa, una soluzione per sopravvivere e portare a casa la pagnotta, come si diceva ai tempi di mio nonno. Tra poco parto per Roma, poi un nuovo viaggio nel mio paese d'adozione: da Madrid a Jerez de la Frontera, e da qui a Puerto de Santa María (mi vengono in mente, a sentire un nome simile, per un paesetto sul mare, a pochi chilometri di distanza, in linea d'aria, dal Marocco, le tre caravelle di Colombo, la Nina - o era la Niña, con grafia spagnola? - la Pinta e la Santa María, appunto). E lascio una scrivania in condizioni pietose. Che mal di testa! Ma quanto durerà ancora? Intanto, finisco di fare la valigia (tanto, tra poche ore, stasera, dopo cena, la disfo di nuovo, mi disfo a disfare valigie, ultimamente) e penso a mio fratello che vorrebbe imparare inglese in Australia (Sidney) e spagnolo a Valencia (o a Madrid o a Barcelona). Un suo amico ci va davvero (a Sidney) almeno per un anno. Mentre mia madre mi aspetta con ansia, co sti treni, co sti aerei, stai attento, mi raccomando, come se uno avesse più chances, quando si può morire anche stando fermi e chiusi a chiave nella propria stanza. Percorro stanze. Attraverso spazi. Imparo a leggere in bilico sulle rotaie dei treni. Consumo il mio tempo percorrendo chilometri di strade (e di pagine). E mi prendo un'aulin o un mesulid o un artifex o un furadantin o un eptomol o come diavolo si chiama, purché il mal di testa scompaia, santoddio e cristosanto...

martes, noviembre 07, 2006

Non so come spiegarlo. Eppure devo (l'ho già raccontato a qualcuno, stamattina: a più d'un amico, che ha avuto la pazienza di ascoltarmi, a volte anche di consolarmi con una "interpretazione freudiana", ma sono scettico... rifuggo da Freud, pazienza...). Ero in una specie di camping. Apparentemente da solo. Fino a quando non intravedo in un bungalow o una delle molte roulottes una mia vecchia conoscenza. Sembra la mia ex. Forse è la mia ex. Si avvicina, salutandomi con gentilezza. Vengo colto da un'irresistibile voglia di assalirla (o di farci l'amore). Di fatto, è già notte, lei esce inventandosi una scusa all'ultimo minuto (il marito - ha la barba e i capelli arruffati, mi somiglia vagamente, visto così, da lontano, da dietro un albero - sembra abboccare). Ci ritroviamo avvinghiati in una specie di garage. Entra un tizio bruttissimo, ciccione e antipatico: "Ti ho vista, sai: so che sei sposata; se non scopi anche con me vado da tuo marito e gli dico tutto". Lei resta di sasso. E' nuda e prova almeno a coprirsi il seno con le mani. Ho la nausea. Il tipo odioso scoppia a ridere. Si immischia senza il nostro assenso, lei ha l'espressione preoccupata, come di chi è colta con le mani nel sacco. Basta che mi volti per vedere il corpo di lei fatto a pezzi, i pezzi (gambe, braccia, tronco, testa) adagiati in una pozza di sangue. A questo punto mi ritrovo a casa mia. La casa è circondata da fotografi, reporter, giornalisti, opinionisti. Mio fratello prova a prendere le mie difese: "Credono tu sia il serial-killer. Vogliono incastrarti". Non so che fare. "Non ti preoccupare, proverò a sviare le indagini". Vorrei correre, fuggire dai riflettori, allontanarmi dal ricordo di quella pozza di sangue. Mi sveglio di soprassalto. Non capisco. Che vuol dire?

miércoles, noviembre 01, 2006


Potrei anche sparire. Non solo
da questo paesaggio, o da questo "blog". Anche dal resto. D'altronde, come dice il protagonista di Caos calmo (uno dei romanzi più interessanti che ho letto ultimamente, e uno dei più belli, sebbene "imperfetti", di Sandro Veronesi) "siamo solo incidenti in attesa di capitare". Capita, si dice generalmente, dopo, quando è già capitato... Un passero solitario potrebbe poggiarsi su quel parapetto per contemplare lo scorrere (sempre lento) dell'Arno. Oppure potrebbe prendersi una sosta prima di ripartire insieme ai colleghi volatili. Destinazione: Cuba. Per un attimo mi vedo a La Habana, in panciolle, come si suol dire (che poi, cosa diamine vorrà mai dire "panciolle"?). Una bella cubana balla salsa in compagnia di un ragazzo che potrebbe essere il suo ragazzo ma non lo è. Perchè la chiama "hermana" e, fino a prova contraria, in spagnolo "hermana" vuol dire "sorella". Vedo sorella e fratello che ballano salsa in riva al mare o lungomare e tra le macchine d'epoca. Poi mi giro e c'è Alyssa che dorme un sonno profondo. Chissà se ha gli incubi, ha fatto una faccia strana. Tra poco è mattina. Mi avvicinerò senza fare il minimo rumore (come l'acqua dell'Arno, lenta e silenziosa). Le darò un bacio lieve sulla fronte. Se si sveglia le chiederò scusa e mi farò piccolo. In un letto così stretto non ci si sta. Facciamo sacrifici da una vita. La vita è piena di rinuncie e di sacrifici. Dicono. Poi capita che il fiume sbocchi al mare. E tutto finisce. Oppure mi sbaglio. E quei due matti non smettono di ballare salsa, fino all'alba. Non so perchè e cosa scrivo. Ma concordo con quello che pensa il protagonista del romanzo. E intanto aspetto.

martes, octubre 24, 2006

La sala del teatro è ancora vuota, ma in prima fila c’è lui, il prof. Jens von Prelzer, che mi guarda e gli si illumina il viso, da quanto tempo che non ci vediamo, come sta, professore, per me è sempre un piacere rivederla, una stretta di mano, un sorriso sincero, dopo ben quattro mesi di assenza, era tanto che non passavo dall’Università, è molto bello e nuovo questo teatro, vero? Accanto al prof., un’altra docente, di Palermo, che mi osserva e sembra riconoscermi, ma non ricorda (i primi segni dell’Alzheimer?). Poi il rito ha inizio: ringraziamenti, al Dipartimento che ha permesso questo congresso, al Direttore del Dipartimento, al Direttore della Facoltà, al Rettore stesso dell’Università. Riconosco qualche volto, invecchiato, per forza di cose, nel corso degli anni. Stringo la mano a ricercatori (quasi tutti filologi romanzi) che vivono nel limbo e nell’incertezza (prima di poter occupare stabilmente una cattedra). Sorrido anch’io all’ipocrisia mostrata da tanti squali ormai ordinari (in spagnolo “ordinario” vuol dire anche “sporco”, “sporcaccione” o “vile”). Questa è la vita, mentre beviamo un caffè molto forte in bicchierini di plastica e senza zucchero, tra assistenti e assegnisti o semplici dottorandi, assaggiamo dei mini-croissant alla crema o al cioccolato. Si parla di Don Quijote, povero idalgo, chissà quante maledizioni avrà mandato Cervantes a tutti questi specialisti che si ingegnano nello smontare un’opera immortale con le lenti della critica letteraria, l’anno scorso correva il quarto centenario, ma non se ne ha mai abbastanza, povero scrittore, morto e sepolto, creatore di un mito che resiste (mi offrono la fotocopia di una poesia che Edoardo Sanguineti ha faxato a uno dei responsabili del convegno, una poesia che parla di Don Quijote, appunto, e che risale al 1949 – “io apro il tempo che viene, come una porta o una finestra”, la conservo con cura, è davvero bella, un regalo inaspettato durante queste giornate semi-autunnali di grigiore accademico). Risaluto tutti, von Prelzer per primo. Poi alcuni colleghi di Perugia, uno di Catania, l’altro di Torino e accetto l’invito a cena di Jorgen, un mio amico danese, filosofo a tempo pieno e scrittore a tempo perso. Jorgen mi aspetta al centro di Piazza del Popolo, piove, ma la gente, sotto gli ombrelli, passeggia con allegria, incurante del mal tempo, vicino ai marocchini che vendono gli ombrelli (appunto) e ai pachistani che propongono dvd pirata e maglie colorate e foulard in linea con la stagione. Jorgen viene a prendermi con due biciclette. Me ne offre una e ricevo il secondo regalo più bello della settimana, inaspettato e insperato, non ho mai pedalato nel centro di Roma, lo prego di farmi provare l’emozione, Jorgen si toglie il cappellino sportivo e mi fa vedere la testa pelata, perdeva capelli, ha preferito rasarsi, a me sembra ringiovanito, glielo dico, se la ride, e mi dice di sbrigarmi a fare il mio giro in bicicletta, che ha una fame che muore.
Ordiniamo una marinara e una semplice margherita. Io bevo birra, in ricordo dei vecchi tempi; lui coca-cola in lattina. La sera prima si è ubriacato con il gruppo dei danesi dell’Accademia. Jorgen ha vinto una borsa di studio: lo pagano per portare a termine alcune sue ricerche sul concetto di “etica” in Socrate e vive nell’Accademia di Danimarca. Mi vuole presentare i suoi amici. Scrittori, poeti, saggisti, architetti. Dopo un’ora e mezza di ricordi e chiacchiere, mi ritrovo a bere grappa in compagnia di non ricordo più il nome, un tenore, un cantante d’opera. Non capisco la lirica, so chi sono Puccini e Verdi, ma non sono mai stato a un concerto di opera lirica. Il tenore sorride, siamo in un salone enorme, quello in cui si incontrano gli ospiti, in questa stagione dell’anno sono pochi, una struttura enorme, una residenza tranquilla e curata nel bel mezzo di Villa Borghese, sono soltanto in dodici, ma alcuni andranno via prima della fine di Novembre. Jorgen è felice, un evento raro, lui che è generalmente un pessimista cosmico. Accende la tv e mi fa vedere un video con Vattimo e Zabala; il tema è: “fede e nichilismo”. Gli espongo come posso le mie riserve nei confronti del cosiddetto “pensiero debole”. La luce è sempre più soffusa, il tenore non capisce bene le parole del filosofo, anche se parla bene l’italiano. Ci dà la buonanotte e se ne va a dormire. Jorgen è stanco e mi propone di restare da lui, la camera è grande, il divano è anche letto, se voglio restare, posso farlo, senza problemi. I corridoi sono immersi nel buio, ma il mio amico filosofo mi indica la strada della verità, evitando i pericoli di sbattere contro un muro o sbagliare piano, come Platone nei confronti di quelli che vivono nella caverna. Entriamo in stanza che sono le due di notte passate. Sulla scrivania, oltre all’immancabile pc acceso e connesso a internet, campeggiano delle fotocopie. Sono le traduzione di otto delle poesie più pessimiste di Leopardi. Jorgen le ha tradotte per amore. Si è invaghito di Clara, una soprano, forse collega del tenore che mi ha presentato poco fa, non ricordo più bene, mi mostra la foto di Clara sulla copertina di un cd. E’ il terzo cd che ha registrato, mi spiega con orgoglio. Si frequentano da due settimane, lui conosce l’italiano meglio di chiunque altro lì dentro e Clara gli ha chiesto consiglio, lezioni private, il modo corretto di pronunciare le “zeta”. Dorme proprio nella stanza accanto. A volte, mi confessa con certa timidezza, la sente cantare, mentre fa le prove e si schiarisce la voce. Mi chiede se voglio sentire qualcosa. “Questo è Don Chisciotte: io apro il tempo che viene, come una porta o una finestra. O come qualunque cosa chiusa”. Ripenso ai versi di Sanguineti e accetto. Jorgen mette su il cd, la prima traccia, quella introduttiva. Il volume mi sembra un po’ alto, vista l’ora. Non hai paura che Clara ti senta mentre ascolti la sua musica?, chiedo ingenuamente. E Jorgen: voglio proprio che mi senta, mentre la sento. A volte mi sembra di sentirne perfino il respiro ritmato, quando dorme, quando ha il sonno profondo. Dal balcone si vedono gli alberi (abeti e quercie) di Villa Borghese. Un pezzo di un edificio (mi spiega Jorgen che quella è l’Accademia di Romania); più in là appare uno scorcio della Facoltà di Archiettura, di “Valle Giulia”, e poco oltre c’è il Museo di Arte Contemporanea. La musica esce dal balcone e s’infila nella finestra della stanza accanto. Sono quasi le 2 e mezza, ormai, e non so proprio come farò ad alzarmi presto per tornare a Termini e prendere il treno dell 9,14 per Firenze. Mi chiedo se Clara stia dormendo. Jorgen mi spiega che tra quegli alberi, la mattina, puoi sentire un papagallo che parla latino. Che ti dà il buon giorno in latino. Non ci credo. Ma domani vedrò se è vero. Intanto, la musica scema, la voce di Clara si affievolisce, la luce dei lampioni si frantuma, sotto le goccie grosse della pioggia, che ricomincia senza avvertire. Sembra quasi inverno pieno, a Villa Borghese, dal balcone di una delle molte stanze dell’Accademia danese.

martes, octubre 17, 2006


Che poi cosa vuol dire essere scrittore? O fare lo scrittore? Ma è poi davvero un mestiere? Non potremmo considerarlo piuttosto un passatempo tra le mani di gente che sa costruire montagne, castelli, prati di carta, fatti di parole stampate su libri? Scrivere non è facile: basti pensare al Barton Fink del film omonimo dei fratelli Koen. Basta guardargli i capelli (l'acconciatura assurdamente sparata in alto che ha) per rendersi conto che quello non è un individuo normale, o col quale andresti a prendere un caffè per parlare del più e del meno. O basti ricordare Jack Torrance (alias Jack Nicholson) in Shining di Stanley Kubrick per tremare all'idea di vivere la crisi della pagina in bianco, quando non sai più cosa dire nè cosa scrivere, quando ti blocchi e vivi il blocco dello scrittore, l'immaginazione che si ferma e non dà più i suoi frutti (come dovrebbe fare sempre e ogniqualvolta la chiamiamo per darci una mano a trasmettere qualcosa di bello, di dotato di senso, al povero lettore che ci leggerà - quanti messaggi gettati in mare all'interno di bottiglie svuotate del loro vino e finite chissà dove, destinate a perdersi infinitamente sulla superficie del mare o a incagliarsi tra gli scogli coi pesci che ci nuotano attorno senza sapere magari che lì, proprio lì dentro, dentro quella bottiglia, si nasconde la chiave per entrare nella porta che conduce a una grotta in cui è nascosto il tesoro più grosso, quello dell'isola - che non c'è nè ci sarà, se non fosse per la fantasia, o l'immaginazione fervida di uno scrittore che non vuole crescere perchè crede ancora nel valore simbolico, romantico, se vuoi, dei messaggi infilati in una bottiglia gettata sul mare dell'esistenza, l'insostenibile, labile, mobile e pesante mare dell'esistenza). "Vieni qua, Dany, non ti faccio niente, solo quella testolina te la spacco", cito a memoria ricordando quel film (nella traduzione o versione italiana la frase assurda con cui Jack riempie il suo foglio è la seguente: "Il mattino ha l'oro in bocca", così, ripetuta per migliaia e migliaia o forse solo centinaia di fogli, comunque ad infinitum...).
Barton Fink si lamenta col suo vicino di stanza in un sordido albergo di Los Angeles (la sordidezza è attutita solo da un quadretto in cui una donna, una giovane fanciulla, prende il sole, in riva al mare, sotto un ombrellone colorato che la protegge dai raggi dell'estate rovente) e gli dice che fare lo scrittore è difficile perchè non è affatto facile scavare nell'interiorità e sondare gli abissi labirintici della nostra mente, si corre sempre il rischio di perdere il contatto con la realtà e i risultati sono spesso mediocri. Mi viene in mente un altro film, di David Cronenberg, Il pasto nudo, tratto da The naked lunch del "beat" mezzo matto William Burroughs. Si dice che avesse ucciso la moglie in preda ad un attacco di gelosia e di ansia creatogli dall'uso smodato di droghe sintetiche. Una volta scrissi un racconto in cui si narravano le vicende di uno scrittore che impazzisce e che va in cerca di uno spacciatore. S'imbatte nel dottor Hoffman. Avevo letto sul giornale che un tale dr. Albert (o Adolf) Hoffman aveva sintetizzato per primo l'LSD, sperimentandone gli effetti sul suo stesso corpo. Stanley Kubrick ricorse allo stesso acido per inventarsi il finale (o pre-conclusione) di 2001. A Space Odissey, quando David Bowman finisce con il penetrare in un tunnel fatto di colori psichedelici, verso l'infinito, e oltre. Così recita la didascalia (ora che ci penso, è curioso: un film di fantascienza che si suppone racconti eventi che risalgono al futuro più remoto, al 2001, ormai passato, per noi che viviamo il 2006, e che, ciononostante, fa ancora ricorso alla didascalia per spiegare allo spettatore cosa succede e cosa vedrà di lì a poco, come nelle comiche di Buster Keaton o di Charlie Chaplin o di Stanlio e Ollio). Ebbene, anche in quel film di Cronenberg il mestiere di scrittore è costellato da ostacoli di ogni sorta, soprattutto di natura psichica. Il protagonista se ne scappa in Marocco (o era l'Algeria o la Tunisia?) per fuggire ai guai con la legge o per ritrovare l'ispirazione (non ricordo più bene, ma non ha molta importanza) e si mette a scrivere, ma, a un tratto, ha le allucinazioni, vede scarafaggi enormi, prende un drink al bancone del bar e parla con una sorta di lumaca gigante parlante (una specie di cavalletta enorme con gli occhi lucidi e la pelle viscida). Usa l'insetticida, fa derattizzare la sua stanza, ma niente, l'ispirazione non viene e il sonno della ragione genera mostri, come diceva un altro che d'arte s'intendeva.
Intanto, c'è chi, come Calvino, ritrovò tra i primi il diario intimo di Cesare Pavese, il famoso Il mestiere di vivere e si rende subito conto che lì dentro c'è tutto, l'inizio e la fine, il processo doloroso attraverso cui un uomo, fatto di carne e ossa, si giudica e prova a giustificarsi e a trovare una ragione all'arte di scrivere, oltre che al mestiere, sempre duro, sempre faticoso, di vivere. Le ultime parole di quel diario sono terrificanti, se pensiamo che di lì a poco Pavese si sarebbe suicidato (con una forte dose di barbiturici, o impiccandosi, o sparandosi in bocca, non ricordo più bene). Scrivere aiuta a vivere, a volte. E altre volte uccide. O conduce a pensieri di morte. Leggo un romanzo di Enrique Vila-Matas: s'intitola El mal de Montano e a un certo punto racconta di quando Calvino trovò quel diario. Il narratore, che è anche uno scrittore di professione, immagina d'incontrare il fantasma di Pavese. O meglio, Pavese va a visitare la sua casa, di notte, da morto. Il protagonista non può evitare di considerarlo un compagno di viaggio. Quasi un'ombra che lo ha accompagnato da sempre, da quando ha iniziato a scrivere. Non c'è dubbio: scrivere è faticoso. Un po' come viaggiare. Che è anche un po' morire. Come è difficile vivere. La stessa cosa. Lo stesso campo. Lo stesso sfondo.
Poi ripenso a uno che se ne intendeva: Cervantes chiude il suo ultimo capolavoro, il Persiles, con un prologo scritto quando ormai l'opera è compiuta. In quel prologo famosissimo e molto citato nell'ambito della letteratura spagnola si augura di poter scrivere ancora le opere annunciate in passato e che non hanno mai visto la luce. E soprattutto, si augura, una volta morto, di poter rivedere i suoi amici. Di poter ancora godere della loro compagnia, quando ormai sarà solo un morto in più nel mondo dell'al di là (dal quale nessun viaggiatore ritorna, come ci insegna Amleto). Non solo: saluta i dolori e le gioie, le amarezze vissute in vita, le sofferenze patite e quelle dimenticate, addio amici, non vi rivedrò più nè voi rivedrete me. Ma spera e continua a sperare. La scrittura aiuta anche sul punto di morte. Non ci sono dubbi. Basta sperare. E scrivere.

martes, octubre 10, 2006

Un aereo decolla dalle vicinanze. La notte riempie le strade di nebbia. Non c'è anima viva in giro a quest'ora. Un gatto sgattaiola via, inseguendo chissà chi o cosa. Mi appresto a preparare la valigia per un nuovo viaggio, mentre ripenso a Giulia, una neonata di poche settimane, mentre mi lecca il collo credendo sia il seno di sua madre, Linda, che la osserva attenta e accorta mentre lava i piatti (il sangue del suo sangue e l'amore che non ha confini e non rispetta orari - lei e suo marito hanno smesso di dormire secondo i dettami delle cosiddette "persone normali"). Leggo opere mostruose, per lungimiranza e ampiezza e varietà di vedute; sfoglio i Saggi di Montaigne; leggiucchio parti del Quijote (Sancho è restio ad entrare nella locanda che, solo dopo, si scoprirà essere quella di Palomeque, e quante cose accadranno dentro quello spazio così ristretto, eppure così amplio da contenere le storie di mille personaggi secondari - attaccati alla trama principale nei modi più svariati dell'ingegnosità tipica cervantina). Intanto, ripenso a una critica di Alyssa: troppo prolisso. A volte le cose che dico potrei dirle meglio in meno parole. Ho qui una citazione che fa al caso (mio? suo? nostro?):

"Io stesso, che faccio uno scrupolo straordinario di mentire e che non mi curo affatto di dar credito e autorità a quello che dico, mi accorgo tuttavia, nei ragionamenti che faccio, che, infiammato o dalla resistenza d’un altro o dallo stesso calore della narrazione, ingrandisco e gonfio il mio argomento con la voce, i gesti, il vigore e la forza delle parole, e anche estendendolo e ampliandolo, non senza danno per la verità pura. Ma lo faccio tuttavia in modo tale che al primo che mi fa tornare in me e mi domanda la verità nuda e cruda, io abbandono subito il mio sforzo e gliela presento, senza esagerazione, senza enfasi e senza riempitivi. Il parlare vivo e rumoroso, come di solito è il mio, si lascia andare volentieri all’iperbole".

Dal vangelo secondo Michel (de Montaigne), vol II dell'edizione "Adelphi", libro III, capitolo XI, p. 1372. Evviva l'iperbole... Sottolineo: "non senza danno per la verità pura".

jueves, septiembre 21, 2006

Pisa. Dopo Torino, Pisa. È ovvio. Dunque, Pisa non è una città (né uno stato d'animo, come Roma, tanto meno un luna-park, come Madrid), bensí, diciamo, un paese in grande scala. Vi abitano circa 90 mila abitanti; di questi, 40 mila sono studenti. Ovvero, Pisa è invasa annualmente da una popolazione studentesca notevole (la fauna varia: studenti in sede, fuori sede, in corso, fuori corso, triennalisti, biennalisti - detti anche, specialisti -, penalisti o civilisti, inquieti o annoiati, dell'Erasmus o nazionali o regionali, etc. etc). Anzi, se non fosse per gli studenti, oltre che per la Torre pendente (che delude un po' le aspettative, è piuttosto piccola, quando ci passi sotto o attorno o la guardi dal basso), probabilmente Pisa non sarebbe quello che è. A Pisa, quindi, si corre il serio rischio d'imbattersi nei docenti del proprio corso di laurea (o di dottorato, o di post-dottorato, o della iper-specialistica) non solo nei corridoi dell'Università (vero fiore all'occhiello, tra quella normale e pubblica e quella "Normale", con "N" maiuscola), ma anche per strada; a me è capitato di vedere il mio prof. preferito nel suo ufficio, in orario di ricevimento; al supermercato, mentre faceva la spesa e comprava il pane; dal fruttivendolo, mentre acquistava dei broccoli; in piazza, mentre passeggiavo con Alyssa e lui con la moglie. La cosa può dare anche fastidio, soprattutto se il prof. in questione non è un campione di simpatia.
Non solo: Pisa ha degli orari tutti suoi. Se la mattina si sveglia piano, con una certa calma (diciamo che verso le 9 quasi tutti i negozi e i bar del centro riprendono la loro attività), a metà mattino è in fermento, per placarsi verso l'ora di pranzo. Dalle 13,30 alle 15, più o meno, si rilassa. Gli studenti (onnipresenti) pascolano nella centralissima Piazza Dante (una Piazza che segue anch'essa un orario tutto particolare: se fino alle 18,30 è popolata, da quest'ora in poi diventa un luogo oscuro e misterioso in cui diventa complicato non inciampare, visto il buio e l'assenza di luce artificiale), mentre i lavoratori (impiegati, bidelli, assistenti alla didattica) mangiano nei bar tra Borgo Stretto e Corso Italia. Poi, si rompono le fila. C'è chi torna a casa, per studiare bene la lezione, o chi, come le donne delle pulizie, pulisce prima di chiudere a doppia mandata i portoni pesanti delle varie Facoltà e Dipartimenti; i barboni tornano ai posti di combattimento, nei pressi della Stazione.
I barboni. O i mendicanti. Ce n'è uno che mi perseguita. Ha la barba folta, incolta e bianca, i pochi capelli arruffati e va in giro con un coniglietto marrone tenuto al guinzaglio come fosse un cagnolino. Credo abbia il dono dell'ubiquità. Ieri l'ho visto, nell'ordine e partendo da quando sono uscito di casa: 1- in Stazione, vicino alla fermata degli autobus (gli autobus di Pisa sono nuovi di zecca, niente a che vedere con quelli perennemente scassati di Roma); 2- a Piazza Dante, steso sul prato a prendere il sole, mentre i fuori sede (o in sede e in corso) e i fuori corso (o pendolari, o stabilmente residenti) pascolavano coi loro libri sotto il braccio; 3- a Piazza Giusti, direzione Aeroporto, con un carrello della spesa pieno di cianfrusaglie e buste della spazzatura, in attesa di chissá cosa o chissá chi; 4- vicino alla farmacia vicino a casa, di notte, mentre mi trovavo in un frangente tipico da Sabato sera senza (ma ti li sei scordati? Oddio, sí, scusami, esco subito e vado a comprarli).
E poi c'è il Lungarno. Meglio di quello di Firenze. C'è più spazio per contemplare il lento fluire del fiume. Di notte, le cosiddette "spallette" si riempiono di ragazzi e ragazze che ammazzano il tempo chiacchierando (quasi sempre d'Università). E Piazza Santa Caterina, un po' appartata, ma che preferisco alla tipica Piazza Garibaldi (dove ci diamo appuntamento? A Piazza Garibaldi, è la risposta canonica, prima che i ragazzi e le ragazze s'incontrino per bere una birra - e, di passaggio, parlare di Università). Piazza dei Miracoli, invece, quella no, troppo turistica. Anche se gli immensi prati con l'erba tagliata sempre a filo hanno il loro fascino (una volta ho conosciuto un tipo che, con l'intenzione di studiare disteso su uno di questi prati, s'era addormentato sotto il sole. Era arrivato a lezione con il viso rosso fuoco. Mi disse: "È pazzesco, non sai cosa mi è capitato: stavo a Piazza dei Miracoli, steso al sole, a studiare e ripassarmi un po' la lezione e... mi sono addormentato, senza nemmeno accorgermene, è pazzesco").
A Pisa è facile annoiarsi; per fortuna che ogni giorno capita qualcosa di pazzesco, come disse quel tale. E tra Corso Italia e i portici di Borgo Stretto ne succedono di cose strane. Come incontrare il proprio professore che cammina con la moglie; o un compagno di studi che compra un libro; o un barbone che chiede l'elemosina con al guinzaglio un piccolo coniglietto marrone.

sábado, septiembre 16, 2006

Torino. Via Roma. Se parti dalla stazione (di Porta Nuova - mai visti tanti barboni e tanti giovani drogati che ti chiedono un euro, questo sì, con modi garbati) e prosegui dritto, lungo via Roma (sotto i portoci, in modo tale da non bagnarsi, visto che piove, sì, oggi purtroppo piove, ininterrottamente, e sembra proprio che non voglia smettere, piove), puoi arrivare fino a via Po e da qui, se prosegui, finisci con l’imbatterti nella mole (monumentale) della Mole Antonelliana. Torino è una città misteriosa, non è un caso se qui sono sorte le prime (e più dure a morire) sette sataniche (o sataniste?). Torino è una città ideale per suicidarsi, quando cala la nebbia e la geometria delle sue strade (tutte uguali, tutte molto esatte, nelle loro linee e nelle prospettive che si intersecano come su una schacchiera – Torino è anche una scacchiera, in cui le piazze segnalano gli spazi ideali per una pausa dal gioco: Piazza San Carlo, Piazza Castello, Piazza Arbarello, Piazza Cavour, Piazza Vittorio Veneto) spinge all’astrazione più pura, tutta spigoli e angoli e marciapiedi misurati al millimetro, non una cosa fuori posto, non un dettaglio di più. Ma Torino, diciamola tutta, è anche la città del Museo del Cinema (ricordo il titolo di un film molto lirico e carino di Davide Ferrario, Dopo mezzanotte, su un tipo che è una fotocopia di Buster Keaton e che si isola proprio lì dentro, nella Mole Antonelliana, con le immagini del cinema per amiche, compagne di gioco eterno, l’eterno intrecciare le immagini per farne storie da mostrare agli altri e storie da raccontare e raccontarsi). Domani, se trovo il tempo, mi piacerebbe farci una capatina (ma chi era l’attore che impersovana il protagonista di quel film, così notturno e così misterioso, com’è oggi Torino, città perfetta per girare un giallo – e mi ricordo anche di Profondo rosso e della pseudo-città che Dario Argento creò proprio tra Torino e Roma, come a voler confondere le carte in tavola e creare così una sorta di summa delle città claustrofobiche e pericolose, quelle che a ogni angolo, di notte, nascondono un potenziale assasino in serie – o serial-killer, per dirla all’inglese).
Intanto, fuori piove. La tv satellitare compie i soliti miracoli: posso vedere le varie versioni di quanto accaduto oggi nel mondo (la CNN me lo dice in inglese, TVE in spagnolo, TV5 in francese, e via dicendo…), mentre i canali a pagamento sembrano gratis e su Sky danno The SawII, dovrebbe essere interessante, il primo capitolo lo vidi a Pisa e mi sembrò geniale, un gran film horror, dal finale davvero imprevedibile (lo sceneggiatore, un maniaco sadico di quelli pericolosi, se lo si incontra in una città oscura e misteriosa e piena di nebbia o di pioggia, come Torino, tanto per fare un esempio). Pur tuttavia (che cavolo vorrà mai dire “pur tuttavia?”: e soprattutto, si usa ancora? O sono io quello che deve farsi un bel ripasso della lingua italiana dopo un’assenza comunque di tre mesi dal suolo – e dalla lingua – patria?), mi piace l’idea di addormentarmi con il dolce rumore della pioggia (sembra il titolo di un film, ma mi sbaglio: quello era Il dolce rumore della vita, un piccolo capolavoro di Bertolucci – Giuseppe, non Bernardo, da non confondere). Nelle stanze affianco: il silenzio. Nella stanza di sopra: niente. O è davvero molto tardi, e tutti dormono (e io risoffro d’insonnia, come al solito), o sono l’unico cliente di questo hotel vicino alla stazione di Porta Nuova. Oppure, vaneggio e ho le allucinazioni uditive. Tra poco spegnerò la luce. E chissà che domani, su Torino, non sorga il sole. E tornammo a riveder la luce…

miércoles, septiembre 06, 2006

Ho appuntato i loro nomi (le loro email o i numeri di cellulare) su tovaglioli di bar, pezzi di carta strappati dall'agenda, diario, risvolti di copertina, su una pagina di El Pais, su un qualsiasi dépliant pubblicitario. Sono stati compagni di disavventure e di nottate passate a scambiarsi opinioni, ricordi, impressioni e pareri per tre lunghi mesi (fuggiti come un attimo, ma si sa: "Hora ruit", il tempo fugge e i minuti scivolano nei secondi e i secondi si corrompono, corrodendo le ore e i giorni).
Pablo, che scrive poesi e apparirà nella pagina dei "ringraziamenti"; Rosy, che oltre ad avere un blog cui ho già fatto pubblicità in queste mie "carte sparse" (e a cui continuerò a farne in futuro e a voce) è una bella persona, come non se ne trovano quasi più in giro; Seby, che quando ha in mano una birra non può stare fermo finchè non la finisce - e che mi ha regalato molte risate all'uscita dalla discoteca di turno o sul cammino del ritorno a casa; Merce, che con la mania della pulizia non sembra nemmeno spagnola, la mia personale professoressa di parolacce, una miniera e un vulcano, più "manchega" di Don Quijote; Ambar, che prima o poi finirà col fare la vice-direttrice di chissà quale quotidiano nazionale, sempre di corsa, sempre sorridente e disposta a rincuorarti nei momenti dello sconforto o della depressione più nera; Emiliano, col suo accento romano (e fa pure rima); Daniel, che viene da Zurigo e conosce il francese, l'inglese, il tedesco, ovviamente lo svizzero, intuisce lo spagnolo e capisce anche l'italiano: "Scusa, como se dice...?"; Vero, che viene da Buenos Aires e che quando arrivo nella capitale è sempre pronta (ad accogliermi, abbracciarmi e a ridere alle mie battute che non fanno ridere nessuno o solo pochi eletti - ho fans selezionatissimi lì fuori) e che, con il nuovo taglio, guadagna in bellezza e grinta (sembra ancora più combattiva e intraprendente: come Ambar così Vero: due che non indietreggiano davanti agli ostacoli e non hanno paura, rassicura sapere di poter contare su persone come loro); Dadda, che è un fratello, oltre che un amico, e che sa stare al gioco (con la vista lunga, un occhio critico dietro uno sguardo bonario, ma almeno, cavolo, potevi lasciarmi il cellulare a casa, invece di lasciarlo in ostaggio a quelli dell'edicola per una tua svista comprensibile, ma ripetuta: per poco non ci lasciamo la testa, a Barajas); Antonio Escudo, prof. e autodidatta, emissario ed esperto di Giudaismo, sempre pronto a regalarti una fotocopia di un suo racconto o quella di un articolo da un giornale sefardita o una citazione da Mosé o da Seneca o da Ovidio, in originale, latino o greco, of course; Sele, l'esperta medievalista, ne sa più lei, di Cecco Angiolieri, che Cecco Angiolieri stesso, con la chioma leonina e la camminata sbarazzina, danza sul bordo (dell'abisso) ma, oltre a non cadere mai, trova sempre il tempo per lo spasso più pazzo e la cucina buona (non solo toscana); Brian, che sta scrivendo una tesi su Thomas Bernhard e che, quando mi ha avvistato in Biblioteca, ha esclamato: "It's incredible, I was writing an email to you and Sele, to see if you were here too!"; Emanuela, che tra poco insegnerà alle superiori e che balla come mai avrei immaginato (cattolica di vecchio stampo, quante discussioni abbiamo avuto parlando di Dio, Demoni e Opus Dei); Rocchina, che ama più la Spagna dell'Italia, basta vedere come le brillano gli occhi se pronunci nomi come Madrid, o Sevilla, o Granada, o Salamanca; Jana, che è asturiana e nazionalista, il latte asturiano è il migliore, Alonso "is the best", la sidra è il top... Nomi, che appartengono a volti che ricordo con nitidezza e che amo ricordare con la speranza di non dimenticarli in futuro; sei quello che mangi (sei la lingua che abiti?), ma anche, credo, la gente che frequenti, gli amici che hai, quelli che incontri (per caso?) e con cui hai condiviso (e condividerai) qualcosa, in questo frammento assurdo che è la vita...

viernes, agosto 25, 2006

L'8 Settembre. Tornare in patria, ritrovare le proprie radici. Un po' come resuscitare. Lazzaro deve aver provato una forte delusione, quando Gesù gli ha ordinato di alzarsi e di camminare. Che casino. Che rabbia. Che indescrivibile fatica, tornare alla luce e rifare (magari) gli stessi percorsi, commettere gli stessi errori. L'8, tra poco. Roby si sposa (comunicato importante e di servizio per Alyssa: se mi mandi da solo, in qualità di testimone, ti tolgo il saluto e non ci gioco più, parlo sul serio). Mery sorride, mentre il cielo di Roma ci illumina d'immenso. Il sole della capitale, che scalda di più lì dove meno te l'aspetti. Camminare in periferia, con i pini che fanno da sfondo ai tuoi pensieri e una domanda ricorrente: ma quando la metti la testa a posto? Quando ti trovi un lavoro serio? E quando andate a convivere? Oh, ma tu e Alyssa, no dico, ma vi sposate? Cos'è immaturo oggiogiorno (oggigiorno, ma si scriverà così o non sarà un'altra delle mie solite sviste, giochi di prestigiditazione, illusioni o allucinazioni del linguaggio, che, sarà pure la casa dell'essere, come vuole quell'esistenzialista tedesco, ma com'è facile perdercisimitivi in questa cavolo di casa dell'essere - sei quello che dici, siamo la lingua che parliamo, dai, davero? Ma va là! Un mi par vero, maremmamaiala). E in più è il giorno del mio compleanno. 29 anni sono tanti (già scritto e detto e ridetto - anche a Roby e Mery, che formano la cosiddetta "bella coppia" proverbiale, anche quando litigano mi fanno tenerezza e invidia allo stesso tempo, mentre quando litigo io, con Alyssa, i cieli si annebbiano, cascano fulmini a ciel sereno e lei mi guarda come un cane bastonato e mi fa sentire una merda). L'8 Settembre; sarà una data da ricordare. Mentre quest'altro cielo scivola con una leggerezza impareggiabile. E la notte ricopre le cose e ci rende tutti un po' ubriachi (quanta birra e quanto vino, in questi giorni di esami - ma lo sanno anche i bambini, gli esami non finisco - mai).

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...