jueves, junio 06, 2024

 Una scia

Una scia d'areo che solca il cielo: il piacere nella bocca di lei; il piacere nei pori della tua pelle. Lo sguardo nello sguardo: l'intesa perfetta. Tra i limoni dell'orto della città del Sud del Sud della Spagna in cui ti trovi in questo momento, quell'aereo non fa rumore, plana come se fosse disegnato sul pezzo di carta di un bimbo delle elementari, uno di quei bambini che, con la matita fra le labbra, scopre che con le mani si possono creare realtà alternative. 


Nel pomeriggio, vi ritrovate a fare la fila per assistere alla presentazione dell'ultimo romanzo di Juan Manuel de Prada, l'autore di Coños, raccolta di racconti sull' "origine del mondo" tradotto in italiano con il titolo Fiche. Lei non conosceva né l'autore né l'opera in questione e così, intimidito ma felice, gliela presti, ti azzardi a invitarla a leggere alcuni dei racconti più esilaranti (lei legge e ride, tu la guardi e sorridi).


Intanto, in quel preciso momento, mentre lei legge, tu alzi lo sguardo verso l'alto e ti ritrovi inebetito a seguire la scia di un altro aereo (non sarà mica lo stesso del mattino?) e ti chiedi da dove viene e dove va, verso che città è diretto e se all'interno ci sia qualche passeggero che guarda verso il basso, magari proprio ora, magari proprio verso l'ingresso della sala in cui si svolgerà l'incontro letterario...


È l'ora del tramonto, ormai. Entrate e vi sedete l'uno affianco all'altra. Le parli della scia dell'aereo. Le spieghi che l'avevi già visto nel mattino, mentre eravate sotto al limoneto. Lei ti stringe forte la mano e ti sorride. Non aggiunge altro. Non parla. E per uno strano motivo che non sai spiegare ti viene in mente la scena di un romanzo, Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani, quando il protagonista incrocia lo sguardo della piccola Micòl e capisce che se ne sta già innamorando.

sábado, marzo 30, 2024

Letture pasquali

Provo a leggere, in queste vacanze pasquali, tra una corsa in bicicletta in alta montagna e le mangiate assurde previste dal calendario (cenoni e pranzoni cui è difficile sottrarsi, a meno che uno non decida di diventare improvvisamente un eremita).


In Don Chisciotte e i suoi fantasmi (Palermo, Sellerio, 2023), l'adorato e ammirato Alberto Manguel mi ricorda l'importanza della scelta di Miguel de Cervantes di "inventare" un autore arabo in quanto "storico" che narra le vicende di Don Quijote de la Mancha. Scegliere un arabo (un infedele, agli occhi della Spagna e della Chiesa di Roma del XVII sec.) è un atto di ribellione notevole nei confronti del "pensiero dominante". È paradossale che a partire dal cap. IX della Iª Parte del romanzo leggiamo le gesta del folle idalgo grazie alla traduzione dall'arabo allo spagnolo di un autore originale "infedele", uno che pratica la religione islamica, nemico dello Stato, ma anche della religione di Stato... Perché questa scelta così azzardata? Perché questo trucco letterario?


Manguel sostiene che Cervantes si cali nei panni dell'Altro per invitare i suoi lettori a guardare la realtà da un punto di vista straniante. E l'Altro non è solo l'arabo, ma anche il folle, chi fuoriesce dalla lettura "standard" e razionale della realtà, chi sa guardare il rovescio dei fatti e delle persone...


Tutto ciò determina anche la vivacità e la vitalità del testo cervantino. Chi legge Don Quijote oggi si rende conto del fatto che il libro è ancora attualissimo, che non c'è personaggio o episodio che non possa essere ricollegato ai drammi, alle illusioni, alle paure che proviamo anche noi, lettori e cittadini del XXI sec. E poi c'è questa grande verità:  (id., p. 71): "il tempo di don Chisciotte è un tempo vivo, fertile, che la nostra coscienza va creando via via che lo creiamo"...e di quanti classici si potrà dire lo stesso?


Parla di tempo (e di spazio) e, soprattutto, di punto di vista all'interno del testo letterario anche Alessandro Cutrona in Questione di sguardi. Il punto di vista e la narrazione (Palermo, il Palindromo, 2020). Scritto con uno stile asciutto e grande passione, questo saggio sintetizza, ripassa e riattualizza alcune delle questioni tecniche e teoriche più spinose attorno al punto di vista e a come esso agisce determinando il senso dei testi letterari. E torna l'ombra lunga di Cervantes (e la sua scelta di "inventarsi" un Altro come Cide Hamete Benengeli) sin dalla p. 15: "Quando ci sediamo e siamo intenti a leggere un libro, seppure inconsapevolmente, stiamo abbandonando il nostro punto di vista per adottarne un altro, uno diverso dal proprio: assumiamo un'altra posizione per metterci nei panni dell'altro".


E che stimolanti risultano allora i punti di vista stranianti che hanno inventato maestri come Kafka o Collodi, Henry James o Joyce, Pirandello o Giorgio Bassani (autore che devo assolutamente riscoprire perché, al di là del magistrale Il giardino dei Finzi-Contini, è autore di racconti che mi attirano in modo davvero viscerale).


E poi Donatella Di Pietrantonio, che con L'età fragile (Torino, Einaudi, 2023) mi fa rivivere un fatto di cronaca nera avventuo in Abruzzo con uno stile che non mi convince, anche se ne riconosco l'obiettiva originalità; e poi Antonio Prete, le cui Carte d'amore (Milano, Bollati Boringhieri, 2022) devo ancora aprire, così come ancora attendono pazienti il Massimo Recalcati di Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa (Milano, Raffaello Cortina, 2014) e il Maurice Charney di Amarsi con Shakespeare (Palermo, Sellerio, 2022) e l'immenso Ernst H. Gombrich, con l'imponente Immagini simboliche. Studi sull'arte del rinascimento (Torino, Einaudi, 1978), uno di quei saggi che so già che mi cambieranno (per sempre) il modo di leggere l'arte e di vedere il mondo...


Le vacanze dovrebbero durare di più.

viernes, marzo 29, 2024

 Vico (il lago di) e il ritorno (infinito)


 
 


Atterrato a Roma Fiumicino alle 11:30 del mattino del 23 marzo del 2024, un amico d'infanzia viene a prendermi appositamente per andare a Sutri e raggiungere mio fratello - che compie gli anni - in una magione nel bel mezzo di un noccioleto di svariati ettari di ampiezza. 

Non ricordavo la pianta da cui spuntano le nocciole: ho ancora sulla retina le immagini del caldo anomalo della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo, quando il cambiamento repentino di "set" mi obbliga ad adattarmi al nuovo ambiente (nebbia, pioggiorellina molesta e persistente, la macchina che scivola sul fango, due cornacchie che ci accolgono all'ingresso dell'agriturismo come se fossimo in proncito d'addentrarci nella casa della Famiglia Addams).

Baci & abbracci: non tornavo da Natale (soli 3 mesi), ma l'affetto e la voglia di rivedersi e riabbracciarsi e brindare tutti insieme è sempre molto forte. Mia cugina ha gli occhi lucidi e non saprei dire se per l'emozione del ritorno (il nostos infinito) o per colpa degli Aperol Spritz che ha bevuto non appena si è impossessata della matrimoniale in questo casale di lusso, legno e marmo, quadri ovunque, una biblioteca con libri che arrivano al soffitto e un piano a coda per chi avesse voglia di allietare l'ambiente a suon di musica classica.

ll pranzo (penne al pesto) si prolunga fino alla merenda, la merenda si unisce alla cena, la cena al dopocena, non si contano più le bottiglie di vino, birra, superalcolici che si stendono a terra, lungo la tavolata da 15 persone.

Qualcuno parla di Terza Guerra Mondiale. Altri di dove andare a Pasquetta. Altri ancora di quant'è difficile vivere in Italia e di quanto debba risultare facile farlo in Spagna. Smentisco. Argomento, mostrando i pro e i contra. Elogio la bontà della cucina italiana. Qualcuno accende una sigaretta che emana subito un forte odore riconoscibilissimo. Si canta, si balla, si ride, fino all'una e mezza di notte, quando l'insonnia patita il giorno prima del viaggio mi fa accasciare sul primo letto che trovo andando in bagno.

Il giorno dopo qualcuno propone di fare colazione al lago di Vico. È a 15 minuti dalla magione. Troviamo il parcheggio lungolago. Non avevo mai sentito palare prima di un lago col nome del filosofo (Giambattista, napoletano, avvocato, oltre che inventore della teoria dei "corsi e ricorsi storici"). Mentre procediamo in fila indiana verso la riva, notiamo una Fiat Panda bianca mezzo scassata con i finestrini alquanto appannati. L'occhio è più veloce del cervello e traduce ciò che sta accadendo in quell'istante: il ragazzino di circa vent'anni è sopra la coetanea nella tipica posizione tradizionale del "missionario". I sedili sono completamente reclinati (orizzontalità fondamentale e sempre agognata dagli amanti che non dispongono di un letto: "orizzontalità, ti amiamo!"). Qualcuno fa commenti salaci. Qualcun'altro ci invita ad allontanarci per non disturbare. La mente corre a situazioni simili, vissute in un passato che sembra quasi finto, tanto è cinematografico o letterario. Ricordo la difficoltà dell'incastrarsi e del dimenarsi tra sedili, cambio delle marce e ammennicoli vari.

Ordiniamo cornetto e cappuccino contemplando la superficie calma del lago e la nuotata atletica di una squadra di anatre (o papere). I camerieri mangiano un piatto di spaghetti (sono le 12:10) forse in anticipo sui potenziali clienti del fine settimana. Il Lago di Vico dev'essere un posto affollato d'estate o ai primi caldi di stagione.

La Fiat Panda scassata si mette in moto. Adieu, mon frère, mon semblable. Che la (buona) sorte vi accompagni e vi consenta di godere di un letto come si deve, prima o poi...e che Eros non vi abbandoni mai...

Guardo la superficie dell'acqua solcata dalle anatre (o papere) e penso a quante altre volte ancora tornerò in Italia dalla Spagna (o da chissà quale altro punto geografico del globo terracqueo). Penso ai fratelli che invecchiano. Alle cugine che si emozionano quando racconti loro qualche intimità vietata ai minori. Alla mamma che, pur invecchiando, non la smette di lavorare e di preparare il cibo per chi torna dopo 3 mesi d'assenza...A chi non può tornare nella sua terra di nascita. A chi fugge dalla sua terra di nascita e, fuggendo, muore. A quel lento movimento della macchina con la coppia di giovani amanti. E chissà se è quel movimento che rende tutto più umano e sopportabile. E meno nostalgico. O meno malinconico.

jueves, febrero 29, 2024

 Un incubo (letterario)

La fortuna (o il caso o  il destino o chiunque si trovi a gestire le nostre vite terrene) ha voluto che, un paio di mesi fa, tornassi ad entrare in contatto con uno degli scrittori spagnoli che più ammiro al mondo. LG ha 89 anni, ma mantiene intatte la lucidità e l'ironia amara (a tratti mordace) delle sue opere migliori. 

Le telefonate del venerdì pomeriggio diventano quasi un rituale, una piacevolissima routine, fino a quando non decidiamo entrambi di trascrivere in una sorta d'intervista (molto letteraria) le domande e le risposte che ci scambiamo sui romanzi più famosi e complessi di LG.

Da più di due settimane LG scompare. Non mi dice se la versione scritta dell'intervista è accettabile e merita di essere pubblicata. Né mi consiglia su quale rivista provare a pubblicarla. Mi preoccupo. A lezione faccio leggere alcuni brani dei suoi romanzi, le poesie di suo fratello, un'intervista uscita nel 2018... E lui non risponde, sembra svanito nel nulla (il cellulare tace, i venerdì pomeriggio diventano più lunghi e noiosi).

Fino a quando, l'altroieri, ho un incubo. Sogno di chiamare LG, mi armo di coraggio e faccio il suo numero perché voglio appurare se sta bene, se non gli sia successo nulla di male, se non è per caso finito all'ospedale (un malanno passeggero, un raffreddore, una caduta). Mi risponde una donna anziana che - nel sogno - immagino funga da sua badante. "Ma come?", mi chiede la signora: "Non lo sa? LG è morto!". 

Resto a bocca aperta. Inizio a piangere e non so cosa dire. Riattacco e mi sveglio immerso nel sudore freddo di chi si sente in colpa per non aver più chiamato e per non aver nemmeno tentato di ristabilire il contatto.

Alla fine, ieri, mercoledì, lo chiamo. LG mi risponde con un tono di voce un po' intristito, mi spiega che ha iniziato a soffrire per un dolore all'anca. Dorme, ma non può stare seduto troppo tempo. Deve cambiare posizione. Respiro tranquillo e gli dico che passerà, sicuro che andrà meglio, col tempo. LG mi dice che sì, che di sicuro riusciremo a vederci, magari per fare l'intervista dal vivo (o per chiacchierare senza problemi e senza limiti d'orario, soprattutto: senza cellulari nel mezzo).

Questa sera rileggo alcuni brani particolarmente lirici del suo romanzo più famoso. E penso che la vita mi ha fatto molti regali inaspettati e che questo - l'amicizia con LG - è uno dei più belli e chissà se meritati.

lunes, febrero 19, 2024

L'antica fiamma


Non sappiamo bene come, ma a volte finiamo col vivere esperienze indicibili, avventure per le quali le parole non bastano o quelle che proviamo ad utilizzare per formulare ciò che sperimentiano, ciò che sentiamo, ciò che pensiamo non bastano, sono zoppe, vanno a zig zag, sbandano, non ce la fanno proprio a cogliere l'obiettivo, non riescono a stare dietro alle ondate (alle maree) delle emozioni vissute a fior di pelle.


E allora smetto di pensare con la mente e provo solo a rievocare la passeggiata di questa mattina, tra papere nello stagno, ciclisti che girano con la bici in mezzo alle colline, gente che corre e scolaresche che si avvicinano alla riva del fiume per studiare la flora e la fauna, e quel raggio di sole che m'illumina d'immenso e le illumina il volto... Un sorriso che iptnotizza. Una risatina che fa ridere. Delle mani che si stringono alle tue in perfetta armonia. Le bocche che parlano e parlano e s'intendono a vicenda. Le labbra carnose di entrambi che suonano la stessa musica (opera italiana classica, dal Flauto magico al Don Giovanni, Mozart in sottofondo, come una ninna nanna classica piena di lampi di gioia).


Di nuovo (accidenti) la sensazione di vivere il momento, del carpe diem sincero e non quello da topos che nessuno nel XXI secolo si azzarda ad applicare alla sua stessa vita vissuta (ci vuole coraggio per sbagliare o anche solo per prendere una strada che non porta da nessuna parte).


Gli abbracci innocenti e le strette di mano. Gli sguardi che dicono e non hanno bisogno di linguaggio verbale per dirlo. Le sottili ironie. Le profonde riflessioni sulla caducità di tutte le cose (comprese le emozioni, incluse queste stesse sensazioni a fior di pelle). Gli abbracci che sbocciano spontanei nel nome dell'amicizia, della mutua (reciproca) ammirazione. Quelli che sembrano tratti da un film di Woody Allen e quegli altri che paiono citazioni da un film di Nanni Moretti. 


Di nuovo le passeggiate lungofiume. Lungouniverso. Lungoessere. Di nuovo tu, sotto falso nome, diverse spoglie, un andatura leggermente claudicante, il balbettio comico che mi provoca un'enorme ed indicibile tenerezza. Di nuovo tu. Sì. Eros dolceamaro. Riconosco i segni dell'antica fiamma...

miércoles, enero 31, 2024

 "Nubi, folgori, trasparenze; non rosso né topazio né celeste, crepuscolo instabile"


La frase è traduzione dallo spagnolo di una riga dell'incipit di un capitolo di un romanzo che s'intitola Antagonía e consta di quasi 1400 pagine. Il romanzo in questione, di Luis Goytisolo, non è mai apparso in italiano, ergo, i lettori italiani lo ignorano, non ne conoscono l'esistenza, semplicemente: non sanno che esiste.

Traduco questa frase, piena di poesia, come fosse un componimento a metà tra Leopardi e Pascoli, e ripenso a ciò che è accaduto ieri. Un congresso pieno di interventi interessantissimi sull'importanza delle biblioteche e degli archivi come "luoghi della memoria", spazi in cui si custodiscono le voci del passato (degli scrittori morti in passato).

E poi un'intervista: ad uno storico e filosofo di Mali che, dopo l'invasione di Tumbuctú da parte dell'esercito irregolare dei tuareg e degli islamisti estremisti, si è visto costretto ad abbandonare la propria casa, la propria patria, una biblioteca familiare contenente più di 10 mila manoscritti risalenti ai secoli dal XIV al XVIII e che si è autoesiliato in Spagna.

Uno ascolta Ismael e sente tutta la potenza della sua dizione, della sua retorica non costruita, ma nata dopo anni e anni di lotta impari contro la violenza dell'uomo sull'uomo e dell'attacco assurdo dell'uomo sulla cultura (o su beni culturali come quelli che si conservano all'interno degli archivi e delle biblioteche).

E poi una cena tra colleghi, tra amici, tra conoscenti, all'insegna della birra e dell'allegria, della spensieratezza, dopo tanto dolore, dopo tante emozioni, dopo tante riflessioni su chi siamo e su cosa siamo diventati...

E infine uno sguardo che ti mette a nudo, che ti sorveglia e ti scruta, che, come il crepuscolo di cui sopra, non è né rosso né topazio né tantomeno celeste, ma è folgore, è nube, è trasparenza, è tremore e terrore di cadere vittime di Eros, un'altra volta, sempre lui, sempre Eros nel mezzo del cammin di nostra vita... E quell'abbraccio all'uscita dal bar; quelle risate spontanee; quei sorrisi che non ce la fanno proprio a tacere l'ardore e la voglia di stringersi e di baciarsi senza censure, quell'irrazionale parlarsi senza dire parole...quel gioco degli sguardi, quelle folgori che accendono la passione quando uno meno se l'aspetta, quelle nubi che ci attorniano, minacciose, quelle folgori e quelle trasparenze, le anime che ballano insieme senza che noi possiamo dettare il ritmo o decidere se e dove e quando fermarci.

lunes, enero 29, 2024

 Il 24 gennaio del 2024

È il 24 gennaio del 2024. Sono trascorsi 24 giorni dall'inizio dell'anno nuovo. E il destino (o il caso) ha voluto che, nello stesso giorno, discutesse la sua tesi la mia prima dottoranda in Spagna e uno dei miei scrittori preferiti mi concedesse un'intervista telefonica alle 19:30 del tardo pomeriggio.

La tensione della mattinata va in aumento, invece di sciogliersi. La commissione che valuta la tesi fa notare le pecche, le sviste, gli errori di citazioni e quelli relativi alla bibliografia. Il relatore, in questi casi, deve incassare i colpi e assumere la responsabilità. Poi, dopo l'esposizione dei difetti, la Santa Inquisizione torna ad essere gentile perché - rituale che non capirò mai - la dottoranda deve invitare tutti a pranzo e, possibilmente, in un ristorante di lusso.

Maria mi chiede consiglio giorni prima dell'evento; le offro tre opzioni, dalla più economica e vicina all'Università alla più cara ed elegante (un ristorante in periferia, in mezzo al verde, con piscina olimpionica al centro e vasta terrazza con vista panoramica sulla città).

Alla fine, andiamo a pranzo in un ristorante intermedio, né troppo umile né sciccoso. I membri della commissione parlano e ridono e sorridono; la dottoranda non smette di ringraziarli. Io parlo di poesia cilena con un'italiana che ha studiato tra Salamanca ed Alicante. Poi, nel pomeriggio, riaccompagno la dottoranda in hotel: deve scappare a riprendersi le valigie, perché ha un bus per l'aeroporto tra mezz'ora.

Si sono fatte le 19:30. Alle 19:31 uno dei miei scrittori preferiti mi chiama. Puntualità tedesca (o svizzera), LG inizia a rispondere alle mie domande, a volte troppo lunghe, altre troppo accademiche. LG mi risponde a tono, è genitle e ironico, a tratti anche autoironico. 

"Quell'immagine che apre e chiude il romanzo - quasi 1400 pagine - dell'ufficiale in groppa ad un cavallo bianco...ha un evidente significato simbolico. Il bianco in mezzo al fragore e al fumo della guerra civile spagola. Non è un caso; rappresenta...".

LG m'interrompe: "Quell'immagine è reale. Io ho visto quell'ufficiale su un cavallo bianco nel 1938. Avevo 3 o 4 anni ed ero sfuggito al controllo dei miei per vedere cosa stesse succedendo, con tutti quei carri armati, quelle sidecar, quei soldati sparsi in ogni dove, coi fucili a tracolla. Io l'ho visto davvero quell'ufficiale e quel cavallo bianco".

24 gennaio del 2024. Non è ancora finito gennaio, il primo mese dell'anno, ed ho già vissuto due eventi memorabili: la dottoranda che consegue la lode; lo scrittore preferito che smonta la mia interpretazione simbolica di un evento accaduto davvero e sul piano della realtà. Gli scrittori servono anche a questo: a smontare ogni teoria che il critico letterario possa inventare sulle loro opere. Un ufficiale su un cavallo bianco...Il fumo, gli spari, il caos della guerra civile spagnola...Un bambino di 3 o 4 anni che scopre la Storia, senza sapere cosa ci facciano tutti quei soldati e quei fucili a pochi metri dalla porta d'ingresso di casa...

domingo, enero 21, 2024

 Cosa fare dei classici?


Un collega che conosco solo di vista e che ha fama d'intrattabile, di saccente, di superbo ha pubblicato un articolo che un amico appassionato del Quijote ha avuto la gentilezza di mandarmi via Whatsapp. Nell'articolo, il collega succitato, docente di Letteratura Spagnola, si chiedeva come mai i lettori odierni non leggono il Quijote, l'opera immortale del Manco di Lepanto, e le risposte erano tra le più ovvie: a) mancanza cronica di tempo; b) eccessiva lunghezza dell'opera (più di mille pagine, anche nelle edizioni tascabili e senza note al pie); c) eccessiva difficoltà nel leggere un testo del XVII sec. e, quindi, scritto in uno spagnolo ormai percepito come complesso e troppo distante dall'attuale; d) scarsa capacità di concentrazione del lettore odierno fin troppo abituato a leggere solo testi brevi o messaggi di poche righe (come quelli che ci si scambia sui social).

E allora mi è venuta in mente la seguente domanda: cosa fare dei classici? Come leggerli (o continuare a leggerli) nel XXI sec., il secolo dell'IA (= Intelligenza Artificiale), della rapidità, dell'iperconnessione cronica, della lettura costante ma sempre (solo, a volte) superficiale dei testi? Come insegnarli a scuola, se i ragazzi considerano "vetusto" o "preistorico" perfino un fumetto degli anni 40 come Topolino? Come insegnare l'Odissea o l'Eneide, la Divina Commedia o Shakespeare, Proust o Thomas Mann, se a molti lettori odierni mancano i riferimenti a quei miti, a quelle figure, a quei racconti primordiali, a quelle stesse opere letterarie che stanno alla base di Shakspeare o Proust o Thomas Mann?

Non ho risposte a simili domande; temo di non avere nemmeno le potenziali soluzioni al problema (se di "problema" si può parlare, perché la quantità dei "non-lettori" temo sia altissima, rispetto al passato, anche se non conosco statistiche e non so bene come si leggesse ai tempi di Dante o di Shakespeare, di Proust o di Thomas Mann). Sì so per esperienza (comprovata) che, una volta che uno si decide ad introdurre un classico al lettore attuale, ad inquadrare storicamente il contesto, a suggerire le molteplici letture che un classico consente, da quelle più "archeologiche" a quelle più "superficiali" e legate a trama e personaggi, a tematiche e spazi e tempi, ecco che il lettore attuale, lungi dallo spaventarsi, lungi dal rifiutare la lettura del testo, vi si avvicina con spirito intraprendente e voglia di scoperta. Come se, solo dopo una propedeutica contestualizzazione dei fatti, anche il lettore attuale trovasse il modo di avvicinarsi al testo del passato senza paura, senza remore, senza filtri, desideroso di andare avanti nella lettura, ansioso di vedere come va a finire.

Si tratta di un (difficilissimo) equilibrio tra ciò che si sa dell'opera e ciò che l'opera continua a dire, anche a distanza di secoli. E forse, solo allora, il lettore capirà che leggere i classici non è una perdita di tempo, né un modo strano di passare il tempo, né una stramberia da happy few, bensì un modo per conoscersi e per conoscere meglio ciò che siamo, ciò che siamo stati, ciò che non vogliamo, ciò che potremmo essere.

Lo scenario che ci offre il futuro non è dei più rosei. Ma finché ci sarà un lettore attento e disposto a prendersi cura del testo (se classico, ancora meglio), forse, ci sarà ancora speranza. Altrimenti, chissà se e come ci potremo adattare a un mondo senza classici o, addirittura, senza libri, un mondo senza cultura e senza domande, un mondo privo di spirito critico e di creatività. Apocalypse Now, certo, ma ancora no, ancora abbiamo scampo...(forse).

sábado, enero 06, 2024

 L'ultima innocenza di Emiliano Morreale





È un libro affascinante, L'ultima innocenza, di Emiliano Morreale. E lo è per diversi motivi: 1) è un libro sul cinema, ma che permette di leggere una serie di "storie alternative" alle storie del cinema "ufficiali": il narratore si presenta spesso sotto le spoglie di un indagatore, un investigatore, un detective privato che va alla ricerca del dettaglio che potrebbe spiegare il tutto, dei nomi dimenticati, delle maestranze e degli sceneggiatori caduti nell'oblio; 2) è un libro di racconti (6 per essere esatti) e il lettore può leggerli separatamente, assaggiarli uno ad uno senza fretta, anche se l'ordine in cui sono distruibiti segue una struttura che poi porta alla parola "Fine"; 3) è un libro di racconti sul cinema dimenticato (o più marginale) scritto con stile cinematografico. Ciò è evidente soprattutto nell'ultimo racconto, quello che s'intitola "La donna perduta", in cui l'io che parla passa il lockdown rinchiuso in casa (come tutti) per cercare di digerire un'abbandono amoroso e per tentare di ricostruire la vita di Dorothy Gibson, un'attrice sfortunata che si salvò dal disastro del Titanic, ma non da un destino triste che l'ha portata in contatto perfino con Indro Montanelli e lo spionaggio a metà tra i russi e gli americani sul finire della Seconda Guerra Mondiale; 4) è un libro pieno di comicità trattenuta o, a tratti, esplicita: come nel caso di "E se tu non vieni", un racconto in cui chi narra finisce a casa di uno dei maggiori esperti di cinema pornografico italiano e lì scopre dettagli che non avrebbe mai immaginato sulla settima arte (oltre che sul senso dei cinema di periferia, delle sale vietate ai minori, ormai cadute anch'esse nell'oblio).

Uno dei racconti migliori è quello che dà il titolo al libro intero: Come le foglie al vento ricostruisce i destini incrociati (o le vite parallele) di Douglas Sirk e di Veit Harlan: il primo autore di alcuni dei classici atemporali della storia del cinema mondiale; il secondo regista di uno dei film più immorali e disgustosi di sempre, Süss l'ebreo, commissionato e molto elogiato da Goebbles.

Triste e a tratti agghiacciante "Tutto sarà perdonato", in cui il lettore potrà osservare i retroscena di quel cinema indipendente che cresceva calvacando l'onda lunga del 68 parigino e seguire le sventure esistenziali di registi e attori e intellettuali naufragati sugli scogli della Storia; grottesco e quasi surrealista "La terra dei sogni", una specie de reportage sui legami tra la Mafia, il cinema e i rapporti conflittuali tra padri e figli, con i padri impegnati a mantenere alto l'onore del clan e i figli impegnati a infangare o sporcare quell'onore per la fregola di diventare artisti.

Il secondo racconto s'intitola semplicemente "W." e narra la biografia di Waszynski, un personaggio che sembra essere uscito fuori da un romanzo di Graham Greene o da F. for Fake di Orson Welles.

Se la "magnifica ossessione" per il cinema può essere sia "erotica" che "necrofila", con L'ultima innocenza Morreale ci insegna che è bene seguire le proprie ossessioni, che la scrittura può salvare, che fino a quando si resta nel ricordo o nella memoria degli altri, si è ancora in vita (anche se la vita è breve e non c'è film che possa raccontarcela per intero né potrà mai spiegarcela).


lunes, enero 01, 2024

 Parlare con i morti: su Paul Auster e il suo ultimo romanzo




Le coincidenze non esistono. O la vita è solo una sequenza finita di coincidenze. Il caso detta i nostri passi. E a volte ci sorprende in modo grato e ci strappa un sorriso. Il caso ha voluto che venerdì 29 dicembre 2023, un paio d'ore prima di ripartire per la Spagna, comprassi il giornale e l’ultimo romanzo di Paul Auster all’aeroporto di Roma Fiumicino. E sempre il caso ha voluto che iniziassi a leggere un articolo tratto da La Repubblica e intitolato: “Le parole che non ti ho detto”. A Capannoli, in provincia di Pisa, qualcuno ha creato una cabina telefonica su imitazione di quella che inaugurò nel 2010 Sasaki Itaru, un giapponese che, dopo aver perso suo cugino, ha installato un telefono pubblico in cui provare a sfogarsi e a parlare con chi se ne è andato. Dopo lo tsunami apocalittico che sconvolse il Giappone l’anno dopo, quella cabina telefonica è diventata luogo di ritrovo dei tanti sopravvissuti alla tragedia che hanno provato a dialogare con i cari defunti.

Il capitano dell’aereo diretto a Valencia ci avvisa che stiamo per staccarci da terra e che bisogna tenere le cinture allacciate. Inizio a leggere con foga le primere 30 e poi 40 pagine di Baumgartner di Paul Auster e, stranamente, anche in questo bellissimo romanzo, si parla di lutto: un professore di filosofia ha perso la moglie dopo quasi mezzo secolo di vita vissuta con passione e trasporto. Un’onda anomala ha ucciso Anna Blume, la moglie di Baumgartner che, da dieci anni a questa parte, prova a sopravvivere come meglio può a un vuoto incolmabile. A volte gli sembra di ascoltare il ticchettare ritmico della vecchia macchina da scrivere che Anna usava per le sue traduzioni dallo spagnolo, dal francese e dal portoghese. Una notte, invece, sente il ronzio di un vecchio telefono a parete, quello preferito di Anna. Baumgartner è incredulo, è notte fonda, la casa è vuota, ma si fa coraggio, solleva la cornetta e…è Anna, riconosce la sua voce, la moglie morta gli racconta che sta bene, che ormai è finita nel Grande Nulla, che l’al di là non è come molti se lo immaginano: 

“Dopo morti si entra nel Grande Nulla, uno spazio nero dove tutto è invisibile, un vuoto assoluto e silenzioso, l’oblio sconfinato. Non si entra in contatto con nessun altro defunto, nessun ambasciatore dal cielo o dagli inferi viene a spiegare cosa ci attende. Perciò lei [Anna] non ha idea di quanto durerà la sua condizione presente, ammesso che presente possa ancora essere un termine valido in un luogo simile, che non è nemmeno un luogo ma un nulla, uno spazio indefinito sottratto a un’infinità di spazi indefiniti. Non vede niente e non sente niente perché non ha più un corpo, nessuna estensione, come dicevano i filosofi antichi, ragion per cui non è mai stanca né affamata né prova dolore né piacere né niente di niente, e se la si potesse misurare nello spazio, ammesso che spazio possa ancora essere un termine valido, probabilmente non sarebbe più grande di una particella subatómica, il frammento più minuscolo, infinitesimo del mistero cosmico” (p. 47).

Oggi, 1 gennaio del 2024, quando ho finito il romanzo di Paul Auster, ancora commosso da suo finale aperto e sconcertante, ripenso a quell’articolo sulla cabina telefonica di Pisa, una cabina fatta di legno, in cima a una collina da cui si può contemplare tutto il paesaggio circostante e dove il telefono è privo di fili. Come Baumgartner, anche a me piacerebbe poter riascolare la voce di chi non c’è più, non necesariamente di chi non c’è più perché è morto, come Anna, la moglie traduttrice del professore filosofo, bensì di chi, pur essendo ancora vivo, ci ha abbandonati o vive un’altra vita, lontano da noi, e chissà se ogni tanto ha un ricordo di noi e della vita che abbiamo vissuto in loro compagnia. È il primo dell’anno e mi piacerebbe poter alzare la cornetta di quel telefono senza fili in quella cabina di legno della provincia di Pisa per poter semplicemente chiedere: “Come stai?”. E attendere la risposta di una voce che ci era amica e faceva parte della nostra quotidianità. “Ciao. E tu come stai?”.


Incredibile constatare come la realtà anticipi la finzione o come, a volte, la finzione non è altro che la trascrizione della realtà. E chissà se Paul Auster avrà mai avuto notizia di Sasaki Itaru e del suo telefono in contatto col mondo dei morti. Chissà cosa ne penserebbe di un'iniziativa "umanitaria" che lui stesso ha descritto e narrato all'interno del suo ultimo, emotivo romanzo...

viernes, diciembre 29, 2023

Fine (d'anno) 2023 




E come ogni fine d'anno, è tempo di bilanci. La nebbia ha lasciato i monti e le valli del luogo da cui scrivo. Le valigie sono fatte e chiuse, pronte per l'imbarco (alle 21:15 da Roma Fiumicino). Gli ultimi due regali ricevuti da parte di una cara dottoranda mi osservano dalla scrivania da cui provo a scrivere: si tratta di una pagina strappata dell'edizione tascabile di Francisco Rico del Don Quijote di Cervantes con l'autografo del "chisciottesco" Terry Gilliam (accanto alla firma il disegno di una matita in perfetto stile Walt Disney); l'ultimo romanzo di Emiliano Morreale (che non conosco e di cui non ho mai letto nulla), L'ultima innocenza (Palermo, Sellerio, 2023).

Sono due regali che non mi aspettavo: la dottoranda è riuscita ad entrare in contatto con Terry Gilliam durante la sua partecipazione al Giffoni Film Festival, se non erro. Il libro di Morreale, invece, parla di cinema, il secondo polo attorno a cui ruota la tesi della dottoranda ("L'amicizia tra Don Chisciotte e Sancio Panza tra letteratura e cinema").

Anche solo questi regali mi spingono a pensare che sono un uomo fortunato. Se ripenso al 2023, non possono non continuare a considerarmi tale. Viaggi per studio e lavoro tra Messico, Calabria, Valladolid, e poi Trieste. Voli nazionali ed internazionali in compagnia di persone splendide. Collaborazioni con scrittori, giornalisti e registi che non avrei mai potuto immaginare, prima del salto (nel vuoto) in Spagna. E poi gli alti e bassi del cuore: la mia compagna di avventure che a volte diventano sventure che (mal) mi sopporta; due bimbe che crescono; un libro ancora (tutto) da scrivere su fotografia e romanzo (o su parole e immagini); la morte di Nuccio Ordine; la separazione di una cara amica e collega, esperta di poesia del Novecento; gli acciacchi di una nonna ultranovantenne; l'amicizia nata da poco con Luis Goytisolo; l'amicizia consolidata con Manuel; la voglia di continuare a fare il proprio dovere (e il proprio lavoro) con passione ed entusiasmo.

Sulla copertina de L'ultima innocenza c'è un fotogramma de La Magnifica Ossessione (1954) di Douglas Sirk. Si vede Rock Hudson inginocchiato mentre stringe forte a sè Jane Wyman. La testa di lui poggia sul seno di lei. Lui ha gli occhi chiusi, come fosse in preda all'estasi, lei guarda verso l'alto, gli occhi sbarrati, quasi spiritati, le labbra carnose con il rossetto rosso che accentuano la voluttà di una bocca che potrebbe baciare e essere baciata con trasporto erotico. La mano di lei affonda tra i capelli di lui. 

Lo spettatore si chiede cosa sarà successo prima e cosa potrebbe accadere dopo questa fetta temporale incapsulata in questa inquadratura che funge (qui funge effettivamente) da fotografia. Avranno già fatto l'amore o sono sul punto di farlo? Si ameranno per sempre o sono sul punto di lasciarsi? 

Vorrei chiudere questo 2023 con la visione di questo film che vidi tanti, troppi anni fa e di cui non ricordo nulla (o quasi). Vorrei poter vivere nel 2024 una scena simile a questa... La testa sul seno di una donna che guarda verso il cielo, forse spaventata o forse vittima di Eros. Chiudo gli occhi. Le stringo forte le braccia. Annuso il suo sapore. Affondo ancora di più la testa tra i seni. Lei continua ad accarezzarmi la testa. E mi spinge sempre di più verso di sè...Magnifica ossessione.

jueves, diciembre 28, 2023

Diario di Trieste

17 dicembre 2023

Dopo una notte quasi insonne trascorsa in una stanza di un albergo a 10 minuti a piedi dall'aeroporto di Valencia e la sveglia alle 4:00 del mattino per prendere il volo diretto a Roma Fiumicino delle ore 5:45, io e la mia compagna di avventure e di viaggi ci ritroviamo per la prima volta a Trieste, città che ci accoglie con una temperatura di 8 gradi e un vento notevole (ma non è la famosa bora). Il treno che ci porta in centro arriva con 10 minuti di ritardo: sono le 8:45 e penso che non mi manca Trenitalia (né l'esperienza di viaggiare in treno). Poi mi rimangio le mie parole nel vedere il paesaggio esterno dal finestrino: il Castello di Miramare è un gioiello architettonico di fine Ottocentro e primi del Novecento che luccica in mezzo alle onde del Mar Adriatico. Trieste colpisce subito lo spettatore: sembra di essere in alta montagna e, invece, siamo costantemente accompagnati dalla visione del mare, dalla brezza marina, dai moli del suo porto elegante.

Piazza Unità d'Italia è addobbata per le feste natalizie in modo impeccabile: chi si trovi a passeggiarvi alla sera avrà la sensazione di ritrovarsi in Austria o in Germania. D'altronde, la Slovenia è a pochi chilometri da qui. Ci vuole poco ad attraversare il confine e ritrovarsi in un altro paese.

Chiamiamo la padrona di casa e non ci risponde. Forse i telefonini non prendono o ancora non funzionano. Quando arriviamo in Via Cereria 18 e paghiamo il taxi, alle spalle, da dietro, spunta una signora dai capelli bianchi lunghi e lo sguardo stanco, il volto pieno di rughe, ed esclama: "Ma siete voi?". La mia compagna di avventure si gira di scatto, spaventata. "Vi ho scritto tramite Booking e non avete risposto. È un miracolo che io sia qui alle 10:00 del mattino. Dovete comunque aspettare che vadano via gli altri ospiti. Prima delle 12:00 è impossibile prendere possesso della casa". 

Ci scusiamo per il disguido o il qui pro quo. La signora si presenta: "Katerine Hans" o "Helmut" o "Heiddegger". Sembra tedesca, ma potrebbe essere anche austriaca o slovena. Se si getta uno sguardo sui cognomi dei campanelli ci si rende subito conto di come il Friuli-Venezia-Giulia sia una delle regioni più cosmopolite e multietniche d'Italia.

Le stanze sono ancora da fare; il bagno è pulito nonostante un certo disordine; le padelle sono degli anni 60; le finestre altissime e con le zanzariere incorporate; Katerine ci prega di ricordare di chiudere sempre le imposte perché se soffia la bora si rompe tutto; poi aggiunge le due bimbe che non erano incluse nella prenotazione manualmente, su un'agenda della Seconda Guerra Mondiale. Si lamenta di Booking e dell'imprevisto. Ci redarguisce perché non abbiamo comunicato l'ora di arrivo. La mia compagna si scusa e le mostra il messaggio che le aveva già inviato dall'aeroporto. Sembra che parliamo due lingue diverse. Il suo italiano dal forte accento triestino sembra provenire da un altro pianeta. Sulle scale si fa avanti un indiano dai capelli grigi foltissimi, ha un ciuffo alla Elvis Presley. Katrine ci presenta suo genero. Gli stringiamo la mano, ci sorride con molto affetto, ci augura una buona permanenza e poi sale le scale verso i piani superiori. 

Penso che questo appartamento potrebbe essere il set ideale per girare la seconda parte di Rosemary's Baby di Roman Polanski; o per commettere una strage in famiglia; o per evocare gli spiriti del passato. Poi restiamo soli e le bimbe si sfogano, giocano a carte, smontano un paio di puzzle che scovano all'interno di un armadio scalcagnato. Poi andiamo in esplorazione. 

18 dicembre 2023

L'Università di Trieste si trova in un quartiere centrale ma che sembra una succursale del porto. Navate industriali dai tetti altissimi; casermoni antiquati; bar e locali abbandonati; la sede di Lettere è modernissima e le aule dotate di schermi e proiettori e computer di ultima generazione, ma fuori l'ambiente è quello di un polo industriale caduto in disgrazia (il muschio cresce indisturbato lungo le pareti più in ombra o quelle su cui il sole non posa mai i suoi raggi). La collega argentina che ci ha invitati qui è simpatica e solare, anche se si nota che il suo sorriso nasconde amarezza e malinconia. Come tutti gli argentini degni di questo nome, sente la mancanza della patria e ha vissuto già 3 o 4 vite in diverse città del mondo. Ha una casa a Genova, ma si è trasferita a Trieste da 5 anni. Ama il suo lavoro e i suoi studenti, anche se ormai sembra stanca di stare dietro a tante tesi e tesine. Come tutti, si lamenta del clientelismo e del nepotismo tipici del mondo accademico (anche) italiano e del fatto che entro il 22 deve mandare un modulo per un progetto di ricerca internazionale che coinvolge alcune Università di Buenos Aires, una francese, una spagnola e ovviamente la sua di Trieste. Ci consiglia cosa vedere in città. Poi va via, deve andare in palestra, ha pagato il mese di dicembre ma non è ancora mai apparsa. Il fisico ne risente e perché spendere se poi non ci vai?

Mentre la mia compagna di avventure fa lezione, io resto con le bimbe in una stanza adibita ad hoc per i figli piccoli dei dipendenti dell'Università: mobilio colorato ad altezza di quattrenne, fogli bianchi e pastelli per colorare, giochi e pupazzi, mi sembra di essere all'asilo. Vado in bagno un paio di volte: un segretario o amministrativo mi sente, si alza, viene a bussarmi alla porta e mi fa: "Lei sta usando il bagno dei disabili. Quello dei maschi è due porte dopo, lungo quel corrodoio". 

Chiedo umilmente scusa e noto la tendenza innata degli italiani del Nord a rispettare le regole e a farle rispettare (tutti gli autobus che abbiamo preso sono arrivati puntualissimi alla fermata prevista). Nel pomeriggio facciamo la spesa alla COOP: mi inebrio nel comprare i prodotti tipici che non trovo così facilmente in Spagna: provolone, mozzarella di bufala, piadine, mortadella, parmiggiano reggiano, pasta, ovviamente pasta, molta pasta, anche se spesso mangeremo fuori e non nella casa degli orrori di Katrine...

Le bimbe decidono che di notte hanno paura e così io e la madre siamo condannati a dormire in due letti separati. È assurdo come i figli riescano a smorzare o a modificare o addirittura a spegnere la libido dei genitori... Non ci sono santi. Accettiamo la realtà. Si fa quel che si può. Intanto, abbiamo fissato la prossima tappa: a Duino.

19 dicembre 2023

Duino: poco più di 8 mila anime, ma quando arriviamo noi, col bus, verso le 15:00, non c'è nessuna di esse in giro. Duino è immersa nella nebbia. Fa freddo e il castello di Rilke è chiuso. Seguiamo le indicazioni del "Sentiero di Rilke". È un tratto di sentiero incantevole, in mezzo alla natura selvaggia della costa triestina, il mare appare in tutto il suo splendore quando il sole riesce a scacciare la nebbia fitta e tutto assume un sapore nuovo, come di scoperta del Nuovo Mondo... Intravedo il profilo del castello sulla destra; si scorge parte del Golfo di Trieste sulla sinistra. Camminando tra i sassi e in mezzo agli alberi, uno immagina a quanto potesse trarre ispirazione da questo paesaggio un poeta come Rainer Maria Rilke. Mi vengono in mente alcuni versi della Prima delle Elegie di Duino, versi strani di cui cerco anche la traduzione in inglese, in spagnolo, in francese, per il mero piacere di "sentire" come "suonano" (che musicalità producono) in un'altra lingua:


Strano non più desiderare i desideri.
Strano vedere sbattere sfuso nell’aria tutto
ciò che aveva un legame.

Extraño, ya no seguir deseando los deseos.
Extraño, ver todo lo que tenía sus propias relaciones,
aletear tan suelto en el espacio
Strange: not to go on wishing one’s wishes.
Strange to see all that was once in place,
floating so loosely in space.
Étrange, de ne plus avancer dans le souhait de souhaiter.
Étrange de voir ce qui était lié voleter
sans attache dans l’espace.
Seltsam, die Wünsche nicht weiterzuwünschen.
Seltsam, alles, was sich bezog, so lose im Raume flattern zu sehen.

Poi penso alla data di pubblicazione delle famose Elegie: il 1923, un anno dopo l'apparizione di The Waste Land e dell'Ulisse di Joyce. Che anni intensi dovettero essere gli anni 20 del secolo scorso! Camminiamo. Un padre e una figlia si tengono per mano tra alberi e cespugli e roccia e riflessi del sole sul Mar Adriatico. Un padre e una figlia. La propagazione della specie. Le generazioni che si tengono per mano fino a quando i vecchi non muoiono e i giovani li sostituiscono, prima di mettere al mondo altri figli e di diventare loro stessi vecchi pronti ad accettare il destino (la morte sempre in agguato, dietro l'angolo).

20 dicembre del 2023

Giornata intensa: dopo 2 ore di lezione prendiamo il bus verso la Grotta Gigante. Si tratta di una delle più grandi d'Italia, 500 scalini a scendere, 500 a salire, 100 metri di profondità, 11 gradi centigradi costanti tutto l'anno. Mi hanno sempre affascinato le grotte, le caverne, i cunicoli, i sotterranei, i passaggi segreti. A metà tra Rambo e The Goonies, m'inoltro nelle viscere della terra (e del Carso) con gli occhi spalancati di un bambino che ha paura del buio e dei pipistrelli.

La guida, un geologo che ha fatto lavori di restauro e manutenzione all'interno della grotta, ci spiega tutto con tono ameno e appassionato. Ho sempre una grande ammirazione verso chi fa il proprio lavoro con passione e dedizione. Il geologo ci mostra una strumentazione particolare che permette di monitorare i terremoti della zona e all'interno della grotta. In realtà, la Terra non smette mai di muoversi, le placche viaggiano, l'Africa spinge verso l'Italia, le Alpi spingono verso il Settentrione. Chissà cosa succederà di qui a 100 anni.

Chissà quante altre stalattiti o stalagmiti si formeranno (o si romperanno) qui dentro. Una goccia d'acqua mi colpisce in piena fronte: "Vedete quel principio di piantina? È grazie alla luce dei riflettori che consentono di avviare il processo della fotosintesi anche in assenza dei raggi del Sole. Muschio e licheni: sono i primi esempi di esseri viventi a 100 metri sotto terra".

Pranziamo in un ristorante di lusso costruito in mezzo al nulla carsico. È tutto di prima qualità: perfino le verdure sanno di verdure; le tagliatelle ai funghi porcini sono eccelse; gli spaghetti al ragù di manzo con zucca sono orgasmici; il pane (caldo) è appena uscito da un forno a legna che non scorgiamo ma da cui emana un profumo antico che inebria. Il conto è salato, come prevedibile, ma ne è valsa la pena e la padrona di casa ha giocato e scherzato con le bimbe con simpatia non affettata e sincera. L'albero di Natale ci ricorda che tra pochi giorni saremo a casa nei monti abruzzesi in cui sono nato.

Nel pomeriggio, dopo una passeggiata tra i mercatini natalizi, ci trasferiamo all'Antico Caffé San Marco, in Via Battisti, 18. Un dépliant sul "compleanno" di Italo Svevo mi ha avvisato di uno dei tanti eventi organizzati dal Comune e dalla Regione attorno al centenario de La coscienza di Zeno. Ecco un'altra opera d'arte sorta nel 1923, come le Elegie di Duino di Rilke: in realtà, è da quando siamo arrivati a Trieste che ci s'imbatte in monumenti, musei, strade che ricordano l'importanza di Svevo nella memoria storica e culturale della città. Ed insieme a lui, ovviamente, l'importanza dell'impronta di James Joyce, amico e professore di lezioni private d'inglese di Ettore Schmitz. Svevo-Joyce; Joyce-Svevo (vicino a Via Tigor c'è perfino un museo dedicato ad entrambi). Un binomio perfetto e, allora, come non obbligare tutti ad andare alla presentazione del saggio: La vita dell'altro. Svevo, Joyce: un'amicizia geniale (Milano, Bompiani, 2023) di Enrico Terrinoni?

Conobbi Terrinoni un paio di anni fa, quando Nuccio Ordine scrisse una bellissima recensione al suo Oltre abita il silenzio: tradurre la letteratura (Milano, il Saggiatore, 2021) sul Corriere della Sera. Comprai e lessi il saggio in due giorni, con foga, con impeto, con urgenza. E quando lo finii, lo comunicai a Nuccio, glielo dissi per messaggio sul cellulare: mi era sembrato davvero un ottimo studio sui misteri del tradurre e, in particolare, del tradurre opere letterarie. I capitoli dedicati a Joyce erano sorprendenti. Non sapevo che Terrinoni fosse stato tra i pochissimi a tentare anche una traduzione (parziale) dell'intraducibile Finnegans Wake.

Appena entra in libreria glielo dico, mi presento, superando la mia cronica timidezza, e gli spiego che fu grazie a Nuccio Ordine se arrivai a scoprirlo. Enrico Terrinoni mi guarda sorpreso, dal "lei" passa subito al "tu" e mi dice: "Se sei amico di Nuccio, sei amico mio". Ci abbracciamo. È incredibile vedere come Nuccio riesca a creare ponti tra le persone e tra i saperi anche ora che non c'è più. Compro il libro (o doppia biografia) su Svevo e Joyce. Ci sediamo in prima fila. E sfogliandolo, mi accorgo della dedica: "Dedicato a Nuccio Ordine". Tutto torna. Tutto si tiene. La casualità non esiste. Le coincidenze non esistono. Trattengo le lacrime e mi appresto ad ascoltare la presentazione del saggio in mezzo ad un pubblico accorso in questo caffè antico di Trieste per celebrare la strana coppia Svevo-Joyce: l'uno fumatore incallito; l'altro alcolizzato cronico; entrambi accomunati dall'avere letto per primi Freud e dal criticare la psicologia ognuno dal suo particolare punto di vista ironico e parodico. Entrambi esploratori degli abissi e dei meandri più oscuri della mente umana. Entrambi condannati a scrivere di se stessi anche quando sembrano inventare personaggi che nulla hanno a che vedere con la loro biografia. Entrambi geniali e chiamati a "smontare" la forma-romanzo così come la si era intesa fino a quegli anni...

21 dicembre 2023

Sveglia all'alba. Si va oltre confine. Andiamo a vedere la Slovenia a partire dalla sua capitale. Ljubljana ci accoglie con una nebbia fittissima e un freddo polare. Fanno 2 gradi quando optiamo col prendere la funicolare e salire verso il castello della città. Da lassù si dovrebbe vedere tutto, ma la nebbia ci obbliga ad andare a tentoni. Incredibile constatare come in assenza del codice linguistico le immagini ne fanno le veci e ci aiutano a capire cosa indicano certi cartelli. La parola "cona", ad esempio, su un cartello blu su sfondo bianco: una mamma passeggia con il figlio piccolo. Deduco che significhi proprio quello che indica la figura iconica: "zona pedonale". "Sobota" è facile: vuol dire "sabato". In un altro cartello c'è il "divieto di fumare". Mercatini natalizi anche qui. Provo a comunicare in italiano, ma nessuno mi risponde: qui tutti parlano inglese con fluidità, solo in un ristorante tipico c'è una cameriera che sembra capirmi e mi risponde nella lingua di Dante.

A me l'architettura del luogo evoca subito Varsavia. O Lublin. Le due uniche città polacche in cui sia stato per studio. Il freddo è più mite di quello polacco. Lì a novembre si toccavano i 7 gradi sotto zero. Qui ancora si riesce a tirare fuori il cellulare per scattare un po' di foto ricordo.

Mangiamo prodotti tipici: dei wrustel colorati con crauti, patate ottime, al forno o sotto forma purè; zuppe di verdura o di carne anch'esse ottime e che ci riscaldano subito e ci proteggono contro il freddo esterno.

Chiedo alla mia compagna di avventure di farmi una foto mentre fingo di andare a zonzo con un motorino Ciao. Ho una sciarpa enorme che mi tappa il viso e in testa un cappello di lana assurdo. Nel viaggio di ritorno a Trieste, dal bus, osservo stradine secondarie di case costruite nella zona più periferica dentro la cui oscurità immagino serial-killers in azione; la nebbia mi ispira trame da film dell'orrore e da romanzo gotico. È inutile: sono metereopatico. Ed è una fonte di allegria tornare a vedere la piazza della stazione di Trieste senza la nebbia. Domani torneremo a Roma, che, letta al contraria, indica Amor, l'Amore secondo la lingua di Cervantes...

Penso a Via Bora, una delle più emblematiche della città; immagino Svevo che cammina insieme a Joyce lunga Via Bora, diretti entrambi a qualche trattoria o ristorante tipico della loro Trieste. Penso a quanto cambi l'architettura di una città se le sue strade sono stravolte dal vento che soffia potente o dalla presenza del mare. Mi fermo all'altezza di Piazza Unità d'Italia per fare le ultime foto notturne prima di tornare nell'appartamento signorile e tetro di Katrine. La notte è fredda. Ma il futuro si profila sotto il segno della riunione con i propri cari. Una vita in viaggio.

domingo, diciembre 10, 2023

 La lista (dei compiti) [per casa e fuori casa]


Domani, lunedì 11 dicembre: 

1 - oltre alle lezioni "normali", una videoconferenza (o videolezione) con un gruppo di studenti dell'Università di Torino (dalle 14:00 alle 16:00) + 
2 - un'intervista con un giornalista in pensione che vorrebbe scrivere una biografia su Javier Marías (dalle 19:00 alle 20:00).

Martedì 12 dicembre:

1 - oltre alle lezioni "normali" (dalle 11:30 alle 13:30)
2 - lezioni "online" (dalle 16:30 alle 18:00) + 
3 - lezione sul Quijote presso la Biblioteca Regionale (dalle 18:30 alle 20:00).

Mercoledì 13 dicembre:

1 - oltre alle lezioni "normali" (di nuovo, dalle 11:30 alle 13:30) con intervento di una scrittrice amica molto famosa da queste parti + 
2 - premiazione delle migliori firme di un giornale con cui collaboro (di tanto in tanto) (dalle 20:30 in poi...).

Giovedì 14 dicembre:

1 - riunione importante con i dottorandi in mattinata;
2 - presentazione dell' "opera prima" di un regista amico molto famoso da queste parti presso la FILMOTECA (dalle 20:00 in poi).

Venerdì 15 dicembre:

1 - riunione importante per un progetto Erasmus;
2 - ultima lezione sul Quijote presso la Biblioteca Regionale (dalle 18:00 alle 19:30).

Sabato 16 dicembre:

1 - viaggio a Valencia, prima di ripartire per l'Italia (destinazione Trieste). 

Domenica 17 dicembre:

Trieste...

A volte penso di non farcela; a volte mi lamento del mio lavoro; altre volte penso che sono un uomo fortunato, a fare un lavoro che è, prima di tutto, passione...

miércoles, diciembre 06, 2023

 Brian De Palma, Michelangelo Antonioni, Alfred Hitchcock e il cinema come macchina che cattura l'invisibile



Probabilmente, sin dalle sue origini, il cinema è stato concepito come una macchina in grado di percepire ciò che ci sfugge (o ciò che sfugge all'occhio umano). Come si muove una locomotiva vista dall'esterno? Come si muove un corpo umano quando cammina o quando corre o salta? Chi può percepire il proprio corpo dal di fuori? Chi potrebbe mai osservare le proprie espressioni facciali dall'esterno? Solo il cinema può (o la fotografia, prima che i fratelli Lumière inventassero la settima arte; con una differenza sostanziale: l'invenzione di Daguerre fissa per sempre su un supporto tangile una "fetta di tempo"; quella dei fratelli Lumière mette in moto 24 fotografie - o fotogrammi - al secondo per trasmettere all'occhio umano la sensazione o l'illusione del movimento - e lo fa in eterno, o fino a quando ci sarà uno spettatore disposto a vedere il film in cui questi 24 fotogrammi al secondo mettono in moto l'azione e consentono anche ciò che André Bazin chiamò "la resurrezione del morto").

Ed è quindi, per certi versi, anche normale, o quasi naturale, che moltissimi film si concentrino sulla capacità innata del cinema di mostrarci "a scala ingrandita" ciò che non vediamo, di permetterci di mettere a fuoco (letteralmente) ciò che appare sbiadito, fuori quadro, sgranato o in ombra.

Pensiamo a Blow up (1964) di Michelangelo Antonioni, riscrittura libera del racconto di Julio Cortázar intitolato Las babas del diablo; o pensiamo a The Rear Window (1954) di Alfred Hitchcok, tradotto in italiano come La finestra sul cortile.

In entrambi i casi il tema fondamentale delle due trame è proprio la vista e come lo sguardo umano può svelare ciò che si cela dietro le apparenze. Al protagonista del film di Antonioni basta sviluppare in formato gigante una fotografia all'apparenza banale, applicare uno "zoom" esagerato ed osservare la scena con una lente d'ingrandimento, per scoprire che, dietro un'apparente e semplice passeggiata di due amanti si cela un delitto misterioso... 

Nel caso del protagonista del film di Hitchcock, fotografo di professione, è l'obbligo di stare a riposo con una gamba ingessata a scatenare la pulsione "scopica", il desiderio alquanto morboso di diventare spia dei suoi vicini di casa (un voyeur con la macchina fotografica al seguito, potremmo dire in modo sintetico).

Entrambi i personaggi svelano una verità "scomoda" utilizzando il mezzo visivo: l'obiettivo di una macchina fotografica che, nel primo caso, diventa uno strumento cognitivo essenziale, nel secondo addirittura un'arma (con cui difendersi dal serial-killer di turno che ha scoperto l'atto di spionaggio del fotoreporter immobilizzato sulla sedia a rotelle).

Ebbene, Brian De Palma fa qualcosa del genere in Blow up (1981), un film che sin dal titolo si presenta come omaggio a Antonioni e richiamo a Hitchcock, anche se, questa volta, ciò che la macchina cinematografica permette di svelare non è tanto l'essenza di un'immagine (cosa si nasconde dietro le immagini), quanto l'essenza di un suono (uno sparo che sembra aver causato l'incidente e la conseguente morte di un candidato alle presidenziali negli USA di quegli anni).

John Travolta interpreta Jack Terry, un tecnico del suono che di notte se ne va in giro a captare e registrare i suoni naturali da inserire nei film horror di serie B dell'amico regista. L'antenna portatile di Jack Terry prende il posto della macchina fotografica del fotografo protagonista di Blow up e del telescopio professionale del fotografo di The Rear Window. La forma fallica dei tre strumenti potrebbe essere del tutto casuale; non lo è la suspense che hanno in comune le scene clou di questi tre film, tutti incentrati nella capacità del personaggio di scavare a fondo oltre le immagini e i suoni che provengono dalla realtà esterna. 

E se Blow out cattura e convince anche oggi è proprio perché riesce a trasformare lo spettatore in un detective privato o in un agente segreto che deve farsi strada in mezzo a una realtà illusoria e piena di immagini e suoni manipolati, di fantasmi, di ombre oscure e minacciose.

Brian De Palma rende omaggio sia ad Antonioni che a Hitchcock e, al contempo, ci ricorda con il suo film che il cinema è proprio questo: una macchina in grado di vedere al di là della soglia realistica e biologica dell'occhio umano (o, in questo caso, dell'udito umano). Una macchina che, più che creare sogni o realtà alternative, è in grado di mostrarci gli incubi o le realtà inquietanti che attraversiamo a volte senza accorgercene. Perché, come sosteneva Sant'Agostino, noi vediamo sempre e solo per speculum et in aenigmate.

domingo, noviembre 26, 2023

Gennaro Serio e il suo Notturno di Gibilterra


Appena finito di leggere il romanzo molto metaletterario Notturno di Gibilterra di Gennaro Serio (Roma, L'Orma, 2020), mi torna in mente il giorno in cui una carissima amica me ne parlò: era il 20 febbraio del 2020, io mi trovavo a Napoli per parlare in un congresso sul silenzio e Carla (così si chiama la mia carissima amica) era venuta a vedermi da Avellino per riabbracciarmi e - appunto - segnalarmi questo romanzo d'esordio, vincitore del Premio Italo Calvino. A Carla piacque molto perché c'erano molti spunti interessanti e aveva a che fare con uno scrittore che abbiamo amato entrambi, in passato, ovvero: Enrique Vila-Matas (autore, tra gli altri, di Bartleby y compañía e di El Mal de Montano). 

Ricordo perfettamente di aver preso nota del titolo del romanzo di Serio e di essermi imbarcato sul volo Napoli-Barcelona con la faccia sorpresa di chi non sapeva ancora cosa ci facessero in giro tante persone con la mascherina. Eravamo proprio agli inizi dello scoppio della pandemia. Tutti a prendere in giro i cinesi, tutti a dire che era un'esagerazione il lockdown generale e, invece, già allora il covid-19 serpeggiava tra di noi, ignari di quello che sarebbe accaduto di lì a poco (in Italia, in Spagna, e nel mondo in generale).

Letto oggi, il 26 novembre del 2023 (tre anni dopo la sua pubblicazione e tre anni dopo i fatti noti a tutti), Notturno di Gibilterra mi è piaciuto a metà, sia perché io non sono più quel lettore vila-matasiano di una volta, sia perché i giochi metaletterari, quando sono spinti all'estremo, un po' mi annoiano.

Notevolissimo l'impegno (riuscito) dell'autore nel costruire una trama in cui l'assassino è Vila-Matas e il corpo morto da resuscitare è proprio la Letteratura, quella di qualità, quella che fa pensare e che è capace di ri-creare il mondo e creare mondi alternativi al nostro; pregevole il mix di lingue coinvolte, dall'italiano allo spagnolo (ovviamente), con brani lasciati anche direttamente in francese o alcuni in inglese o altri in catalano o in portoghese; bello il capitolo in cui il narratore va alla disperata ricerca del colpevole su un battello in mezzo ai mari, ai fiumi e ai porti delle Fiandre (una specie di Odissea in miniatura, riscritta sotto gli effetti del calvados); ma - appunto - dopo un po' il gioco viene a noia (o, almeno, questa è stata la mia soggettivissima opinione).

Eppure, c'è una pagina che mi ha colpito e che non dimenticherò mai, la p. 203, quella in cui il narratore si lamenta del fatto che "oggi nascono bambini maledetti che non sapranno mai chi siano stati i fratelli Goytisolo né Benet e che non hanno mai sentito parlare di Kleist, e non hanno mai letto Sophia de Mello Breyner Andersen" (cit.).

Ecco, a me questa pagina piace e colpisce perché qui Gennaro Serio mette il dito nella piaga e dimostra di conoscere davvero a fondo la letteratura spagnola più dimenticata o meno frequentata dai più: chi conosce, oggigiorno, i fratelli Goytisolo? Chi ha mai letto (non dico in Italia, ma anche in Spagna) Juan Benet? Heinrick von Kleist, va bene, qualcuno (magari non solo qualche germanista) lo ricorderà, ma Juan, Luis e José Agustín Goytisolo? E Juan Benet, ingegnere edile ancor prima che scrittore (di romanzi complicatissimi e di saggi raffinatissimi)? E chi ha mai letto Sophia de Mello Breyner Andersen? Ammetto che è la prima volta che ne sento parlar e scopro solo oggi, 26 novembre del 2023, che si tratta di una poetessa portoghese insignita, tra gli altri, del Premio Reina Sofía de Poesía Hiberoamericana. 

E che bello, dunque, che bel segnale di speranza che, attraverso un romanzo metaletterario, sperimentale e spericolato (e anche piuttosto divertente, ammettiamolo) come questo di Gennaro Serio, a partire dalla p. 203, ci potrà essere qualche lettore del futuro che cercherà di colmare una simile lacuna, che si metterà a cercare chi fossero questi autori semisconosciuti dell'area iberica (o di quella tedesca o di quella portoghese), che magari sceglierà di leggerli, anche se oggidì, ahinoi, nascono bambini che non ne sanno nulla, che forse non sapranno mai nemmeno chi fosse Enrique Vila-Matas, l'assassino sin dalle prime righe di questo stralunato Notturno di Gibilterra (e la città non è scelta a caso, ovviamente, perché è lì che è nata anche Molly Bloom, la moglie di Leopold, nell'Ulisse di Joyce)...

P.S.: il romanzo ha già una traduzione in francese; mi auguro che trovi presto un bravo traduttore spagnolo, perché merita di vedere la luce in Spagna (dove si svolge parte della trama, a partire dalla Barcellona di Vila-Matas).

jueves, junio 08, 2023

Casualità, caso e destino

 Ieri è successo di nuovo: il caso si è presentato sotto forma di casualità. Mi chiama Puri (sta per "Purificación", la "Purificazione", nome religiosissimo) per dirmi se m'interessano due libri che sono finiti tra le sue mani dopo alterne vicende ed insieme ad un'altra montagna di cose da buttare. 

Mi dice che sono due opere di Julián Marías (uno dei filosofi più importanti del XX secolo in Spagna, allievo di Ortega y Gassett). 

"Grazie, Puri, non gettare né donare nulla. Tutto ciò che riguarda Julián Marías m'interessa. Tra l'altro, l'altro week end ho comprato due suoi saggi in una bancarella dell'usato per la modica cifra di 3 euro. Uno s'intitola La educación sentimental ed è piaciuto molto ad una mia collega che si occupa di Letteratura Spagnola. Le è piaciuto così tanto (per quel pochetto che è riuscita a leggere, mentre io glielo sottraevo allo sguardo per scherzare) che mi ha spinto a cercarlo di nuovo per fargliene dono, ma, accidenti, niente, non l'ho più ritrovato in quella bancarella né in altre librerie d'antiquariato...sai?".

Puri resta in silenzio per un po'. Poi mi fa:

"Sai come s'intitola uno dei due saggi che ho qui con me?".

"Come?".

"La educación sentimental".

E scoppiamo a ridere entrambi, colpiti dalla coincidenza (o è il destino che si è trasvetito da caso e mi ha permesso di reimbattermi nel saggio che regalerò alla mia collega appena Puri me ne farà dono a sua volta).

Riattacchiamo, felici e contenti, non prima che Puri mi lasci con una frase lapidaria con sfumature alquanto macabre: "E che il resto dei libri facciano il loro corso...che continuino il loro viaggio...".

E mi chiedo quanti libri abbia ora Puri e o in che stramba montagna di libri si sarà imbattuta e che fine faranno e nelle mani di chi finiranno questi poveri libri venuti da chissà dove e diretti chissà dove...

Poi, nel tardo pomeriggio, un pensiero corre a Nuccio Ordine, collega, amico, studioso che ammiro da quando lessi il suo bellissimo manifesto L'utilità dell'inutile (2013). Come starà ora Nuccio, ora che sa che ha vinto il "Premio Princesa de Asturias" per l'ambito umanistico e della comunicazione e che dovrà venire in Spagna a ritirarlo il prossimo ottobre? Come si sentirà dopo aver ottenuto un riconoscimento così prestigioso?

Vado sulla pagina Facebook dei fan di Nuccio Ordine e leggo messaggi di incoraggiamento, forza, Prof, ce la farai, non mollare, siamo con te, dai... Non riesco a capire bene perché tanti messaggi di appoggio morale. Poi leggo la notizia su un giornale locale: ieri il Prof. Nuccio Ordine si è sentito male ed è stato ricoverato d'urgenza all'ospedale di Cosenza...

E io mi chiedo perché e cosa avrà avuto e quando uscirà da lì...La casualità. Il caso. Il destino. E noi, mortali, nel mezzo.

lunes, enero 16, 2023

 Dall'ospedale

La nebbia. È da quasi 2 settimane che la nebbia avvolge gli spazi della mia città sui monti abruzzesi. Non riesco a credere che, salendo a più di 1000 metri di altitudine, la stessa scompare; come se fosse un trucco o una maledizione che vale solo per chi resta in basso (a 800 metri s.l.d.m.).

La chiamo prima di ripartire per la Spagna, ovvero, prima di riprendere il viaggio verso l'aeroporto di Fiumicino (ci accompagna mio padre, anche se odia guidare per Roma e il GRA lo spaventa alquanto).

Mi risponde con la voce squillante di sempre, ma dice che è ancora in ospedale: "Il post-operatorio. Ci sono state delle complicazioni. Non posso ancora uscire da qui". Le faccio forza, anche se a distanza; provo a distrarla; le mando le foto delle bimbe; le parlo dei prossimi impegni accademici, tra il Sud Italia e Madrid, tra Cosenza e Valladolid, tra Don Chisciotte e Sancio Panza. Lei sorride. La immagino sorridente, mentre prova a stare dritta appoggiando i gomiti sul cuscino, il letto disfatto, l'infermiera in procinto di avvicinarsi per dirle che deve riattaccare, deve fare delle nuove analisi, la devono visitare, "mi dispiace" - mi dice con tono concitato - "ma devo andare, c'è qui l'infermiera", io le dico che non c'è problema, che se vuole la richiamo dopo, che ci possiamo sentire anche dalla Spagna, "ciao ciao" e, in effetti, riattacca.

Ascolto il silenzio. Nessuno dall'altra parte del cellulare. Fuori la nebbia. Persiste. Non se ne va. I lampioni fanno fatica ad illuminare le strade vuote e fredde. Non so se riusciremo a vederci, dopo tante promesso e tanto tempo trascorso dall'ultimo incontro pisano.

Non so perché, mi ricordo di un'osservazione di Leopardi: il Lungarno di Pisa è più bello di quello di Firenze. Poi provo a dormire. Mentre penso alla nebbia che tutto pervade, circonda, accerchia. 

domingo, enero 08, 2023

Gennaio del 2023 

L’ultima volta che ho scritto su questio diario di bordo era il 31 agosto e faceva molto caldo e ci si apprestava tutti a riprendere la routine del mese di settembre (il ritorno a scuola, il rientro a lavoro dopo le meritate vacanze, l’eterno ritorno dello Stesso, come direbbe Nietzsche).


Oggi che torno a scrivere da queste parti (virtuali) è l’8 gennaio del 2023: sono passati 4 mesi che sembrano una vita, perché in 4 mesi può succedere letteralmente di tutto e persone a noi care possono morire dopo una malattia lenta e agonica, e persone amate possono optare per lasciarci andare, perché troppo invischiate in altre storie di passione e di Eros. Può succedere anche che uno si trovi così immerso nei fatti della vita, così travolto da quanto la vita gli offre giornalmente, da non trovare letteralmente le forze (fisiche) per mettersi a scrivere, per stendere nero su bianco ciò che di bello (o di brutto), di romantico (o di tremendo) gli è capitato nel corso dei giorni.


E così mi ritrovo a vivere un po’ la stessa sensazione sperimentata quel lontano 31 di agosto del 2022: anche oggi, domenica, ho la stessa ansia, la stessa angoscia, la stessa scarsissima voglia di tornare a lavoro, di tornare a fare lezione, di tornare a fare ricerca, di tornare a vedere volti, in realtà, amati, colleghi che sono ancor prima amici, amici che rendono la mia vita spagnola un Paradiso e, a volte, un’autentica avventura piena di belle sorprese.


Sì, è così, continuo a sperimentare la stessa ansia: eppure, non dovrebbe essere così, perché poi so che la routine mi salva, che avere un ordine mentale delle cose da fare può essere di aiuto, che anche per vivere occorre un minimo di organizzazione. E poi ho appena fatto 50 km in bicicletta, sono riuscito a fare il viaggio di ritorno, in senso inverso, dal mare all’entroterra, così come l’ho intrapreso il 5 gennaio, appena tornato dall’Italia, dove, nel mentre, mia nonna è morta. E poi…ho appena scritto un articolo, un breve intervento sulle foto e sulla malinconia che talune immagini generano quando le vediamo (in bianco e nero) all’interno degli album familiari e, solo dopo averlo scritto, ho capito che, in realtà, più che parlare di Barthes o di Benjamin, o di una poesia bellissima di Gospodinov, ciò che ho fatto è stato più che altro un atto di omaggio postumo a mia nonna paterna, a colei cui non sono riuscito a dare l’estremo saluto perché ero qui, in Spagna, nella mia seconda patria, e sarebbe stato davvero complicato viaggiare in quei giorni, volare al volo, per così dire, a Roma, quando né il tempo né gli impegni già presi giocavano a mio favore.


E, quindi, accettiamolo: a me dà l’ansia tornare a lavoro dopo 2 settimane di vacanze natalizie, dopo tutti i panettoni e i pandori mangiati a casa dei miei, dopo le risate coi fratelli e i film visti al cinema con mia cugina, che è quasi una sorella, oltre che un’amica e una confidente. Ammettialo e accettiamolo e andiamo avanti, sperando che non debbano passare altri 4 mesi prima che torni a scrivere su questo diario di bordo che mi porto dietro dal 2006...


 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...