miércoles, junio 03, 2009
jueves, mayo 28, 2009
Se il mio romanzo dopo un mese è già vecchio
(Finalmente l'ho trovato in traduzione italiana! Un articolo di Javier Marías intorno ai "tempi veloci" e alla "fretta" dei giorni nostri; da La Repubblica del 5 marzo 2008, p. 29)
Qualche tempo fa il mio amico libraio Antonio Méndez, spossato dall' inondazione di novità editoriali che gli arriva ogni giorno e che trasforma la sua professione in un perpetuo aprire casse, tirar fuori libri, collocarli e restituirli - più che leggerli, raccomandarli e venderli - mi ha detto, riferendosi al mio ultimo romanzo, uscito il 24 settembre: "Un libro uscito un mese e mezzo fa è già preistoria". Quel romanzo (Veneno y sombra y adios), ha 700 pagine, è il terzo volume di un' opera che complessivamente ne conta quasi 1.600 e che ho cominciato a pubblicare cinque anni fa. Ho impiegato a scriverla sette-otto anni, e ce ne sono voluti quasi tre per il volume finale. Certamente sul commento di Méndez avrà influito la sua percezione individuale e la sua deformazione professionale: uno che riceve chili di novità ogni giorno è logico che consideri vecchia quella che gli è arrivata un mese e mezzo fa. Dà l' impressione che a molti terrorizzi l' idea di avvicinarsi a qualcosa che non è rabbiosamente nuovo, come se temessero di "non vivere a tempo". Succede con tutto, con le notizie, gli eventi, i film, la musica, i libri e gli affari. Come dissi in un articolo ormai di diversi anni fa, galleggiamo in un' epoca in cui, paradossalmente, sembra essere presente solo quello che non lo è ancora ma è annunciato come imminente, e al contrario quello che è veramente presente, per il semplice fatto di esistere o essere avvenuto, si trasforma istantaneamente in passato. Si sa che un film - salvo rarissime eccezioni, salvo qualche successo che nasce "nascosto", imprevisto - non incassa mai tanto quanto nella prima settimana; questo può significare due cose: o che il passaparola ormai conta poco perché non c' è tempo perché possa avvenire, oppure che avviene tanto rapidamente, attraverso i cellulari e i loro Sms, che la sorte si decide fin dal primo giorno. «Ho appena visto l' ultimo film di Harry Potter», dice un messaggio istantaneo inviato a 10 persone. «Non vale niente». E dato che i film "attesi" escono contemporaneamente in 80 sale e rimangono pertanto in cartellone poche settimane, per essere subito sostituiti da altri più nuovi, il verdetto iniziale e assolutamente sommario attirerà o dissuaderà migliaia di spettatori. Gli attirati andranno a vedere immediatamente quell' Harry Potter. I dissuasi, mentre magari ancora ci stanno pensando, si troveranno con la pellicola che ormai è uscita dalle sale e tutt' al più aspetteranno che esca in Dvd o che passi in televisione. Quel film è esistito veramente quando ancora non esisteva, cioè quando ancora non lo si poteva vedere. Ci troviamo così alle prese, in un certo senso, con l' applicazione letterale di quello che il tempo fa effettivamente: minuto o secondo che arriva, minuto o secondo che è già trascorso, e che in un lasso di tempo tanto breve è passato dall' essere futuro all' essere passato, dal non essere ancora arrivato all' essere andato via. L' uomo ha sempre lottato contro questo concetto (o si è autoingannato al riguardo), perché vivere in questo modo non è possibile, o quantomeno risulta opprimente e angoscioso. E dunque, attraverso la memoria e quella che è stata chiamata "proiezione di futuro", tradizionalmente abbiamo creato un falso presente che abbracciava il passato recente e il futuro prossimo, quello che si riusciva a intravedere, per evitarci la sensazione di vertigine e riuscire a convincerci di vivere all' interno di qualcosa di relativamente stabile, che non cancella e dimentica immediatamente quanto successo il giorno prima, e che conta sul domani. Abbiamo sempre avuto bisogno di un' impressione di falsa stabilità, come quella degli aerei: se in ogni secondo, in volo, avvertissimo la velocità con cui il veicolo si muove e avanza, con ogni probabilità nessuno si azzarderebbe a salirci sopra. Forse perché sono nato a metà del secolo passato (che è già stato sufficientemente veloce e rivoluzionario), mi domando a volte come possiamo sopportare questa vita tanto fuggitiva, in apparente accelerazione continua e crescente di cui non si intravede il limite. Può darsi che le generazioni più giovani siano nate già parzialmente abituate, e che nemmeno il tempo della loro infanzia - il tempo che trascorre più lentamente - abbia avuto pause o un "presente" ragionevolmente duraturo e tranquillo. La cosa strana è che in questa epoca ancora ci siano persone come noi, che quando facciamo un film o scriviamo un libro continuiamo a farlo, sostanzialmente, come facevano gli artisti del XVI secolo (per dirne uno): con la stessa lentezza, lo stesso talento artigianale, la stessa pazienza e le stesse pause. Questa grande contraddizione è un mistero: com' è possibile che a volte servano anni per "produrre" quello che il destinatario non solo "consumerà" in un paio d' ore - un film - o in una settimana - un romanzo lungo - ma che per di più, nell' atto di consumarlo, lo relegherà alla sacca fagocitatrice del "già antico"? O forse le domande da porsi sono queste: perché c' è ancora domanda di opere create in questo modo? E perché le facciamo?© 2008 Javier Marías - Distribuito da New York Times Syndicate -
Traduzione di Fabio Galimberti
JAVIER MARÍAS
domingo, mayo 24, 2009

E quella volta...
....che mi presentai alla prof.ssa Giulia Fanara (per l'esame di Storia del Cinema che avevo messo come "a scelta libera") e mi confessò improvvisamente che Enrico Ghezzi era così (alquanto confusionario, logorroico e debordante) anche nella vita reale, anche quando era studente universitario e citava intere frasi senza mai svelare la fonte, mentre lei, la Fanara, non ce la faceva ad evitare di mettere le note a piè di pagina, e di fatto il suo bellissimo saggio Pensare il Neorealismo (Roma, Lithos, 2000) di note ne ha tantissime, tutte documentatissime e dotte, tutte messe al posto giusto, mentre Enrico è un "magma incandescente" e non sta mai fermo, fagocita e digerisce le sue letture e non smette mai di guardare la realtà come un film, e di guardare film come se fosse una questione di vita e di morte (e io allora, dopo aver parlato del cinema western - tema del corso monografico di quell'anno - o era il "cinema ribelle" degli anni 60 e 70? - e aver preso 30) me ne andai a comprare alla Stazione Termini il tomo di Ghezzi, Paura e desiderio. Cose mai viste (1975-2000) (Milano, Bompiani, 2001) e feci subito il raffronto, non c'erano note, o erano minime, aveva ragione la prof.ssa Fanara, il libro era pieno di citazioni, ma non si sapeva quasi mai da quale pagina di quel testo citato in epigrafe derivassero, non si sapeva bene quale versione di Malone muore avesse usato Ghezzi, quale traduzione dei Fleurs du mal, quale edizione delle Confessioni di Sant'Agostino... eppure riuscivo a seguirlo, nei suoi ragionamenti su Abel Ferrara e Francis Ford Coppola, su Kubrick e Fellini, su Buster Keaton e Charlie Chaplin, su Ingmar Bergman e, soprattutto (uno dei suoi registi preferiti) Roberto Rossellini... con quel lungo piano sequenza e quella speciale inquadratura da Viaggio in Italia... che tempi, che letture, che ore di svago e divagazioni varie...
viernes, mayo 22, 2009
miércoles, mayo 20, 2009
Inquietante Bufalino (II)
Ora che sono arrivato alla fine (più volte posticipata, raggiunta controvoglia, perché Diceria dell'untore è uno di quei libri che vorresti non finisse mai; perché l'opera più famosa di Bufalino rientra appieno in quella categoria di romanzi rari in cui la trama è ciò che meno conta e in cui lo stile è talmente "nuovo" e "originale" che concederesti alla voce narrante di portarti dove vuole lei, purché continui a cullarti, e a convincerti delle sue "false ragioni", delle sue scomode verità, del suo ritmo ipnotico - esperienza rara anche questa, a me è capitata solo con Joyce, Nabokov e, ultimamente, W. G. Sebald), dicevo, ora che sono arrivato all'ultima pagina e ne so molto di più, di Diceria dell'untore e di colui che l'ha scritta, mi viene voglia di rituffarmici, per respirare di nuovo la sua atmosfera, per cercare di carpire almeno un po' i segreti dei vari personaggi che la popolano, per cercare di capirci davvero qualcosa...
Provo a fare ordine (seguendo anche i consigli spassosi, talvolta seri, più spesso ironici, che Bufalino ci offre in una sorta di "Istruzioni per l'uso" e di una "Guida-indice dei temi" acclusi nell'edizione che ho - Milano, Bompiani, 1992):
1) il tema della morte e, a esso parallelo, quello della permanenza dei morti presso i vivi grazie alla parola:
- l'intero libro si presenta come una sorta di discesa agli Inferi di stampo dantesco (e nella fitta rete intertestuale la presenza di Dante non è affatto secondaria). Chi narra è un malato dato per spacciato dal medico della Rocca, una sorta di ospedale che è anche carcere o fortino o isola staccata dalla realtà terrena. Il narratore parla di morte con il Grande Magro (il medico-padrone della Rocca) e ne tenta un'analisi sia a partire dal proprio corpo che dalla contemplazione di quello di Marta (la femme fatale di cui s'innamorerà platonicamente e carnalmente come se si trattasse di una specie di strega o fantasma che potrà aiutarlo a sopportare il clima lugubre della Rocca). Sia il narratore che Marta sono due morti viventi che vagano tra i moribondi in cerca di consolazione o di un sogno che li sottrogga - seppure temporaneamente - all'influsso mortifero dell'ospedale.
Tra i pazienti, quello più piccolo, il bambino Angelo, un giovane reduce della Secondo Guerra Mondiale che dà l'ordine ad una suora di spedire lettere "fittizie" alla mamma che non lo vede da troppi anni ormai.
"In esse narrava il romanzo futuro di sè, vanta paternità, impieghi, successi; annunziava indisposizioni da nulla che nella puntata dopo erano già guarite e remore. Sua madre - ci spiegava - sarebbe vissuta più a lungo, aspettando a ogni scadenza il posticcio messaggio in cui si prolungava indefinitamente l'eco della cara voce scomparsa" (p. 20).
Le parole di una lettera che racconta fatti mai accaduti come strumenti per sopportare la vita e continuare a vivere nel ricordo di una madre che non può più riabbracciare il figlio: ecco un esempio di come i morti continuano a vivere nel ricordo dei vivi... Solo che Bufalino è autore ironico, oltre che umoristico, e aggiunge:
"Lei morì subito dopo di lui, tuttavia, e suor Tarcisia, se non l'ha saputo, continua certo ancora oggi a impostare queste inferie di un morto a una morta, che nessun postino potrà mai restituire al mittente (ma fra noi vivi che ci scriviamo, le parole servono forse di più? Ed è poi sicuro che sia suono la vita e silenzio la morte, e non invece il contrario?)" (id).
2) la malattia come condizione esistenziale e come causa della scrittura:
- il lettore di Diceria dell'untore viene instradato su una possibile, prima e coerente ipotesi interpretativa sin dalla prima epigrafe con cui si apre il romanzo: DICERIA: "Discorso per lo più non breve detto di viva voce; poi anche scritto e stampato... Di qualsiasi lungo dire, sia con troppo artifizio, sia con troppo poca arte... Il troppo discorrere intorno a persona o cosa..." E chi è che sparla o parla troppo e a viva voce se non il febbricitante? Il narratore soffre di un male all'apparenza incurabile (la tubercolosi, che tanti morti aveva fatto prima delle scoperte mediche del 900) e patisce un continuo stato febbrile che lo spinge a sparlare, a sproloquiare, a parlare a volte in modo "automatico" sin dalle prime righe del romanzo. Che, non è un caso, si apre a caso, su una avversativa di cui ci viene sottratta la prima parte: "O quando tutte le notti - per pigrizia, per avarizia - ritornavo a sognare lo stesso sogno". Febbre e sogni (e incubi) come motori all'azione, o meglio, alla narrazione. La malattia diventa quindi non solo (e non tanto) materia, contenuto portante dell'opera, ma anche (e soprattutto) condizione esistenziale "privilegiata" da cui guardare la realtà (il mondo di tutti i giorni) e condizione "ideale" per avviare l'atto di scrittura. Ovvio, dunque, che la scrittura (o la voce viva) che ne scaturisca sia contraddistinta da un ritmo sincopato e da un linguaggio e uno stile a volte di difficile decifrazione, altre volte lirico, altre ancora ermetico (insieme a Dante, Montale e le sue poesie fanno da sfondo culturale a diversi brani).
Lo sproloquio, l'abbondanza metaforica e lirica, sono cifre dello stile di questo narratore che ci parla da questa "non-esitenza" o "esistenza in crisi". Lo dice lui stesso, poche righe sotto la citazione che ho fatto dall'episodio delle lettere di Angelo:
"[...] la febbricola quotidiana metteva dapprincipio una sorta di svigorito calore, ma sul tardi - lo stesso capita quando si beve - un esubero di parole, un gusto di cantarsi e compiangersi, di cui io per primo (ve n'accorgerete) non ho saputo guarire mai più..." (p. 21).
3) la presenza dell'amore e l'ossessione del sesso:
- al centro di Diceria dell'untore c'è un mistero: Marta, una donna di cui il narratore s'innamora perdutamente, che possiede fisicamente, e che poi sembra abbandonare a se stessa quando s'accorge che questa finge di essere malata o smania per mostrarsi sull'orlo dell'abisso (la morte, che, effettivamente, la coglierà durante una specie di fuga dalla Rocca insieme all'amato). Di Marta il lettore sa molte cose, ma non l'essenziale. Si dice fosse di origini ebraiche e che fosse stata una "Kapò" durante la Seconda Guerra Mondiale (un'ebrea spia che offre informazioni ai nazisti per avere salva la pelle o godere di un trattamento speciale). Marta è anche l'epitome fisica di altre due tematiche centrali del libro: l'amore e il sesso. Il narratore sembra un bambino quando favoleggia intorno ad un possibile futuro insieme a Marta; e sembra un maniaco quando finalmente può spogliarla e toccarla dal vivo (ciò che più impressiona è vedere quanto sia "realistico" l'autore a mostrarci in quanti modi assurdi sono tra loro legati sesso e malattia in un contesto "lugubre" come quello dell'ospedale-fortino). C'è un brano in cui amore e sesso si compenetrano in nome di un'ironia a volte amara, altre sinceramente sarcastica:
"Che strano innamorarsi di un corpo che mangia, secerne, si svuota: denso di villi, papille, isole del Malpighi... Nomi del mio liceo di anteguerra, che mi ripetevo ora, recuperandoli al di sopra del frastuono degli anni, per servirmene a investigare la geologia di quell'umido sepolcro di carne, con la solerzia d'un generale che si curva, alla vigilia dell'invasione, su una carta di territorio nemico" (p. 78 - immagino il luccichio negli occhi dei critici della corrente psicanalitica - quanti spunti per una lettura "freudiana" di un tale approccio al sesso femminile).
4) la intentio auctoris violata:
questo quarto punto non tocca il romanzo; riguarda direttamente l'esperienza dell'autore. Gesualdo Bufalino immaginò l'impianto della Diceria dell'untore nel 1950, quando ha trent'anni suonati; completa una prima stesura dell'opera nel 1971 (quando di anni ne ha 51!); si rifiuta di mandarlo in stampa o di mostrarlo agli editori fino a quando, nel 1981, si lascia convincere dalle insistenti richieste di Elvira Sellerio e di Leonardo Sciascia. La domanda è: perché tanto riserbo? Qual era la vera intenzione dell'autore se poi ha tenuto nascosto il romanzo per 31 anni? Una possibile risposta ce la offre Bufalino stesso nell'intervista che ha concesso a Sciascia in occasione della pubblicazione della prima edizione del libro: ha sempre sofferto di quella che lui chiama "sindrome di Wakefield" (dal personaggio dell'omonimo racconto di Hawthorne). Non è mai stato attratto dalla vittoria, dalla fama, dal successo. A lui piaceva perdere. Anche negli scacchi (di cui era un grande esperto): preferiva giocare per - alla fine - far compiere l'ultima mossa vincente e risolutiva all'avversario... Curioso scrittore, allora, questo Bufalino... E ora capisco perché piace tanto a Vila-Matas che in Bartleby y compañía ha tentato di scrivere la storia della Letteratura del No, di coloro (e sono tanti) che hanno smesso di scrivere o che non hanno mai scelto di pubblicare le loro opere pur essendo scrittori apprezzabili...
Diceria dell'untore fa riflettere anche su questo: sul perché ci sono scrittori che scrivono per pubblicare e sul perché ce ne sono altri, che, come Bufalino, hanno scritto per il puro piacere personale e senza fini di lucro o di fama... Sul mistero della creazione letteraria, dunque, e sul mistero della sua controparte: sul perché di tante parole, invece della pagina bianca.
"Io avevo compiuto un viaggio, un viaggio importante, ma ora era difficile capire se fra gli angeli o sottoterra; e se ne riportavo un bottino di fuoco o solo un poco di cenere sotto grigi bendaggi di mummia. "Veni foras" mi ordinai nel pensiero. "Lazzaro, vieni fuori". E mi rituffai nell'aria di fuori, la sentii con riconoscenza aprirsi amica ad accogliermi, farmi posto dentro di sè, come la sabbia ad un corpo nudo" (p. 132).
lunes, mayo 18, 2009

Inquietante Bufalino
martes, mayo 12, 2009
viernes, mayo 08, 2009
martes, mayo 05, 2009

1 Maggio
E’ il 1 Maggio e io, per festeggiare, lavoro, ovvio. Mi sono riperso (per la terza volta nel giro degli ultimi tre anni) il concerto di Piazza San Giovanni a Roma, evento dell’anno, sorta di San Remo al contrario, popolato da tanti cantanti trendy o alternative e “impegnati” (sempre che il termine abbia ancora senso, oggidì). Mi ricordo quella sera, con Gabriele, quando vincemmo una gara a base di sangría con un gruppo di spagnole di Marbella. Il giorno dopo mi alzai alle 8 per andare a lezione di Letteratura Italiana Contemporanea (la lezione si teneva nella storica Aula I di Lettere, iniziava alle 9; dirigeva il maestro Walter Pedullà; io vedevo draghi e pinguini al posto di lavagna e banchi). Quanti bei ricordi, legati a quel giorno passato indefessamente sotto il sole più cocente e la pioggia più battente (caldo o freddo, non importava, l’importante era stare tutti insieme a sentire Elisa che cantava Redemption Song di Bob Marley o gli Afterhours che ci insegnavano che “non è per sempre”, anche le crisi, prima o poi, passano, anche se lasciano il segno – quanta importanza assumono certe canzoni quando si è ancora adolescenti o sulla soglia della giovinezza). E i gabbiani che solcavano il cielo di Roma ci facevano venire in mente foto mai scattate (con quelle nuvole striate all’orizzonte e gli elicotteri che ci passavano sopra la testa per le riprese dall’alto che poi, in prima serata, il Tg3 avrebbe mandato in onda – con la solita discrepanza di dati tra organizzatori e polizia di Stato: 800mila per i sindacati – leggo con gioia su internet – 80mila secondo la questura di Roma, che ridere, ragazzi). Mi sono perso tutto, sia Sergio Castellitto che Vasco Rossi (anche se lui non mi fa impazzire, ma è davvero bravo a coinvolgere il pubblico e, nonostante gli anni e gli acciacchi, che voce possente, che grinta da vendere, come direbbe la pubblicità, accidenti – un cliente entra e vuole la chiave: gliela do? Ma non vede che c’è il Blasco, cristosanto!).
E’ il 1 Maggio e qui da noi è nuvoloso, mentre a Roma regna il bel tempo. Quante volte, da studente, sono rincasato tardi e mi sono fatto la barba alle 4 del mattino, prima di prendere cornetti e cappuccino (fa pure rima) e andare a buttarmi sulla brandina per un paio d’ore in attesa di scendere le scale, prendere la metro e assistere all’ennesima lezione (questa volta di Storia del Cinema – ma non ho mai avuto fortuna, in questa materia, ho sempre trovato prof. poco interessanti, poco stimolanti, poco curiosi – chi sul cinema di Peter Greenaway, chi su quello impegnato di Abel Posse, chi sul western di Sergio Leone, ma nessuno che mi abbia mai illustrato, pongo alcuni esempi: il finale di Tempi moderni di Chaplin, o l’incipit di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, o il bel mezzo di Apocalypse Now di Coppola, come invece ho sentito fare da parte di Sandro Bernardi qui a Firenze… questione di sfiga, i professori, si sa, sono come i genitori: ti becchi quelli che ti toccano in sorte, non puoi scegliere – o forse no, i prof. li puoi scegliere, basta non presentarsi a lezione o cambiare materia e modificare il famoso e famigerato “piano degli studi” – mia cugina è un mito, prima della tesi di laurea, lo avrà cambiato un cinque sei volte, che indecisa, santoddio!).
Mi sono perso il 1 Maggio e anche se so (per certo) che potrò rivedermelo in tv (perché si da il caso che lo abbia registrato su VHS con il mio nuovo fiammante videoregistratore con lettore dvd integrato – domanda al genio che l’ha montato: perché cazzo è possibile registrare un dvd su vhs e non è fattibile l’operazione inversa? Risposta: non si sa proprio, non immagino chi possa essere quel folle che si compra una vhs vuota per riversarvi dentro il contenuto di un dvd originale o magari piratato), dicevo, anche se lo so che me lo potrò rivedere in tv, seduto comodamente sul sofà, so già anche che non sarà mai la stessa cosa (lo dice anche Jean Baudrillard in un articolo interessante apparso ieri su Repubblica in cui lo scrittore-teorico francese discetta della natura od ontologia o natura ontologica della fotografia: ciò che vedi non è l’oggetto che vedi ma lo sguardo del soggetto che si è posato temporaneamente su quel dato oggetto), e, quindi, non sarà come quando di quel concerto io facevo “parte” (insieme a centinaia, o forse, migliaia – secondo i sindacati – di altri studenti, giovani, fuoricorso o fuorisede o tutte e due le cose insieme, esultanti, “accannati”, sbronzi e festosi – come lo ero io e mio fratello e tanti altri).
E allora, per non pensarci, per non pensare che io lì non c’ero, mi guardo un’altra cosa, m’imbatto in quella brava e bella presentatrice giovane, comesichiama, Lucilla e qualcosa, o Ludmilla, quella che è venuta fuori grazie ai programmi musicali di All Music, ora non mi sovviene il nome per esteso, e mi piace, è bionda, un po’ troppo magra, magari, per i miei gusti, ma parla bene, ha un’ottima dizione, e sembra interessante, non mi dà l’aria di una velina o di una sciocchina o di una berlusconiana (di una che magari chiama Papi il premier che passa), sì, insomma, sembra dotata di ragione e cervello, e mi piace ancora di più quando afferma che le piace la pornografia, che male c’è, non ci vedo nulla di male neppure io, anche se, come insegna Pasolini, la pornografia non potrà mai aspirare a essere arte, è “altro dall’arte”, per definizione, per la sua natura ontologica, non ci riuscirà mai, indipendentemente dalle scelte dell’artista (e il pensiero corre a Cannes: lì Lars von Trier presenterà Antichrist, un film i cui primi 6 minuti vedono i due attori protagonisti gioiosamente impegnati in un amplesso esplicito, fino a quando il figlio non si getterà giù da un balcone rompendo l’incantesimo e forse il vicino orgasmo in sincrono…).
E’ il 1 Maggio e io ho lavorato come un mulo, e mi sarebbe piaciuto esser-ci (là, invece di qua), ma tant’è (esser-ci).
martes, abril 28, 2009

Dopo Babele, di George Steiner (Milano, Garzanti, 1996), ovvero della “futurabilità” come la condizione sine qua non per un’esistenza sana (non solo linguistica) su questa Terra
Perché parliamo? Perché sulla Terra esistono così tante lingue diverse, tali da rendere ogni atto traduttivo una sfida? Come facciamo ad assimilare le regole della grammatica di una lingua quando nasciamo in una famiglia bilingue? Come si salta dalla grammatica dell’una a quella dell’altra? Perché mentiamo? Queste sono solo alcune delle domande che si pone il grande George Steiner nel saggio “cult” After Babel (saggio imprescindibile per chiunque voglia addentrarsi nei meandri e negli enigmi che circondano il fenomeno della traduzione – un’impresa quasi impossibile, eppure quotidiana, senza la quale non potremmo capirci nemmeno tra parlanti della stessa lingua; sì, perché - e questo è un primo asserto teorico da cui parte la riflessione di Steiner - noi traduciamo, in continuazione, i messaggi che ci provengono dall’esterno. Anche guardare un film o contemplare un quadro, o seguire un programma alla tv, implica una sorta di traduzione verbale e non di quanto sentiamo/vediamo/ascoltiamo).
Ebbene, una delle risposte più affascinanti che offre l’autore alle questioni scottanti succitate consiste nel difendere la tesi che “Il linguaggio è lo strumento principale del rifiuto dell’uomo di accettare il mondo com’è”. In pratica, l’uomo ha usato il linguaggio non solo per comunicare qualcosa di vero (il “mondo così com’è”), ma anche per inventare una realtà diversa da quella oggettiva che gli si presentava (ogni volta) sotto gli occhi. In tal senso, risultano particolarmente chiarificatrici (oltre che brillanti) le pagine che si soffermano sulla cosiddetta “alternità” del linguaggio (pp. 256-286). La lingua serve a mentire, oltre che a comunicare. Ci offre la possibilità di inventare una realtà “alterna” o “altra” da quella che vediamo e sperimentiamo. La lingua ci consente di dire “ciò che non è”. O di sperare “ciò che ancora non è presente” in un piano futuribile (o di “futurità” o “futurabilità”, secondo la terminologia di Steiner). E’ forse qui il nodo della questione: sin dal cristianesimo e dall’ebraismo, si è data un’accezione negativa alla “falsità” e alla “menzogna”. Cosa che non accadeva ai tempi di Omero (Ulisse è elogiato perché “il più furbo” tra i menzogneri) e che, quindi, sembra non tangere la cultura e la filosofia greca. E se il mito della Torre di Babele potesse essere letto al contrario? Se non fosse una storia apocalittica, ma, al contrario, dimostrasse un exemplum positivo? Questa è l’ipotesi di Steiner: ci sono tante lingue, perché il linguaggio è creativo. L’uomo si distingue dagli altri mammiferi perché può usare il linguaggio, ricreare il mondo con le parole, contrapporre alla realtà obiettiva una realtà ipotetica (quella che costruisco grazie agli ottativi, ai tempi condizionali, alle ipotetiche e ai tempi del futuro). Sono nate tante lingue, perché ogni parlante (primitivo) deve aver visto la lingua come rifugio contro gli altri: ogni clan si è inventato un linguaggio diverso per non farsi “scoprire” dal prossimo. Per non condividere con gli altri (estranei) una verità “personale”. Steiner avalla l’ipotesi citando alcune auctoritates antiche e moderne:
“Secondo Ernst Bloch, l’essenza dell’uomo sta nel suo “sognare in avanti”, nella sua capacità impellente di analizzare “ciò che è adesso” come “ciò che non è ancora”. La consapevolezza umana riconosce nella realtà esistente un margine costante di incompletezza, di potenzialità sospesa, che sfida la piena realizzazione. La coscienza che l’uomo ha di un ‘divenire’, la sua capacità di immaginare una storia del futuro, lo distingue da tutte le altre specie viventi. Questo istinto utopico è la molla principale della sua politica. La grande arte contiene i lineamenti di un’esistenza non realizzata. E’, secondo la formula di Marleaux, un ‘anti-destino’. Facciamo delle ipotesi e proiettiamo pensiero e fantasia nel ‘regno del se’, nelle libere ipotesi circa l’ignoto. Tale proiezione […] è il nervo principale dell’agire umano. Le proposizioni controfattuali e condizionali, sostiene Bloch, costituiscono una grammatica di rinnovamento costante. Ci costringono a ricominciare da capo al mattino, a lasciarci alle spalle la storia fallita. Altrimenti il nostro atteggiamento sarebbe statico e soffocheremmo in sogni delusi”.
Il linguaggio come “regno del sé”. Mi vengono in mente certi romanzi dello spagnolo Javier Marías (autore assai interessante, soprattutto per ciò che concerne l’uso dei tempi verbali del sé, quali, appunto, i vari tipi di futuro, i congiuntivi, i condizionali e compagnia bella). I tempi verbali del regno del sé come gli unici strumenti che abbiamo a disposizione per ri-creare o creare ex-novo una realtà che non capiamo, che non riusciamo (sempre) a comprendere, che speriamo sopraggiunga o che speriamo sparisca il prima possibile. Il linguaggio ipotetico come mezzo per lasciarsi alle spalle una storia fallita (o finita male). Mi tornano in mente le immagini del terremoto dell’Aquila e quanto andavo scrivendo nel post di qualche settimana fa (intorno alla ginnastica mentale dell’immaginarsi come saremo tra cento, mille, milioni di anni…). Poi leggo la nota n. 171 (p. 273), dove Steiner riporta uno stralcio da un articolo di Karl Popper in cui il filosofo tedesco riflette sulla nascita stessa del linguaggio umano. Cito verbatim:
[…] ritengo che il momento in cui il linguaggio divenne umano sia collegato assai strettamente al momento in cui un uomo inventò una storia, un mito per scusare un errore da lui compiuto, forse dando un segnale di pericolo quando non ce n’era motivo; e ritengo che l’evoluzione di un linguaggio specificamente umano, con i suoi caratteristici mezzi di esprimere la negazione – cioè dire che qualcosa che è stato segnalato non è vero – derivi in misura assai larga dalla scoperta di mezzi sistematici per negare una falsa notizia, ad esempio un falso allarme, e dalla scoperta strettamente collegata di storie false – menzogne – usate o come scuse o come scherzi.
Chissà come si sarà sentito, dopo quella prima menzogna, quel primo inventore di storie, quel nostro lontanissimo parente… E come avranno reagito i suoi primi ascoltatori, i primi spettatori gabbati da un messaggio falso (o falsato ad hoc), i primi potenziali lettori della prima storia mai raccontata sulla Terra, se avranno reagito male, magari prendendo a calci l’autore del messaggio depistante, o se, al contrario, dopo aver capito il gioco, si saranno fatti un sacco di risate, consci del pericolo scampato, del mammut schivato, del dinosauro evitato per un pelo, del rinvio dell’ennesimo e probabile incontro con la Morte…
martes, abril 21, 2009
Calmo caos
Giornata strana, quella di oggi. Mi sono ritrovato a fare lezione davanti a due alunne. Non era mai capitato, prima. Io ero imbarazzato; loro non davano l’impressione di essere sorprese. Forse è già successo altre volte. Forse a loro è già capitato di fare lezione con un docente in due. Per me non è proprio un buon segno. Tutto questo vuol dire solo due cose: a) che ho perso la voglia di fare lezione; b) che gli studenti lo intuiscono quando il prof. non ha voglia e se non ha voglia lui figuriamoci loro! Che tristezza!
jueves, abril 16, 2009
Convivenze
“Nada que al final creo que llego un poquito tarde para decirte que no lo hagas, que cuando decides compartir tu vida con otra persona no sabes que lo que decides en realidad es perder lo poco que te convertía en ti mismo para pasar a ser una persona totalmente sujeta a los deseos y sentimientos del otro y a estar en guerra continua intentando mantener vivo eso que eras y que ahora se contrapone constantemente con lo que quiere el otro que seas”.
Cito verbatim questa frase da un’email che mi ha inviato tempo fa (dopo più di un anno di ritardo) Veronica, una della mie migliori amiche madrilene (anche se lei non è spagnola, bensì argentina doc). Potremmo tradurla così (más o menos):
“Beh, alla fine, credo di essere arrivata un po’ in ritardo per dirti di non farlo, che quando decidi di condividere la tua vita con un’altra persona non sai che in realtà ciò che decidi è di perdere quel poco che ti rendeva te stesso per passare a essere una persona totalmente soggetta ai desideri e ai sentimenti dell’altro e a essere continuamente sul piede di guerra per provare a mantenere vivo quello che eri e che adesso si contrappone costantemente a ciò che l’altro vuole che tu sia”.
Veronica, con le sue parole, mi fa pensare. Fino a che punto sono disposto a combattere (quotidianamente) questa guerra (per certi versi assurda, come le guerre in generale)? E’ poi vero che quando si convive (si condivide con un’altra persona la propria esistenza) smettiamo di essere quello che siamo veramente per cominciare a essere quello che l’altro vuole che noi siamo? Mi fermo a rifletterci su ancora un po’ (intanto apro la finestra; qua dentro fa caldo, è tornata la primavera, ma sembra già estate; certi giorni a Firenze l’asfalto scotta). E se anche noi, scettici della convivenza, stessimo obbligando costantemente l’altro ad adeguarsi ai nostri ritmi, al nostro scetticismo, alle nostre ansie, paure, depressioni anti-convivenza? Quante domande. E com’è difficile rispondere. Penso che sia vitale mantenere i propri spazi (sennò buonanotte ai suonatori e addio forever). E che sia doveroso cercare un equilibrio (seppure precario, ma cercarlo). Come? Innanzitutto, devo avere rispetto dell’altro (non posso mica imporre le mie manie o prevaricare, pena la prevaricazione dell’altro su di me – o l’annientamento dell’ “io” dell’altro). E poi? Chi mi dice che l’altro resterà sempre “sé stesso”? Non cambiamo per caso a ogni scorrere di minuto? (mi torna in mente Montaigne, quando dice, negli Essais, che “Il mio io di adesso e il mio io di fra poco siamo certo due”). E come cambiare accordandoci al cambiamento costante dell’altro (senza nuocere alla sua identità - o ipseità – come direbbe Paul Ricoeur)?
Convivere vuol dire anche questo: condividere gli stessi spazi e, spesso, gli stessi tempi, essendo costantemente “io” e “altro da me” (due che convivono sono come due altalene che si muovono a volte fuori sincrono e a volte in sintonia perfetta)…
Mi accendo una sigaretta e provo a tradurre quest’ultima frase per Veronica (che, ne sono certo, mi risponderà nel 2010 – lei non è molto amante della tecnologia).
Poi provo a immaginarmi questi spazi miei e questi tempi del mio presente senza Alyssa…
E’ un esercizio “spirituale” che fa bene alla salute.
Poi mi viene in mente di fare un esercizio simile: immaginiamo come saremo noi tutti (l’umanità intera) fra mille anni… e come siamo stati mille, diecimila, centomila anni fa…
Propositi per il tempo a venire (o avvenire): ricordarsi di praticare questa ginnastica mentale ogni volta che si è in crisi o alquanto depressi… Fa bene anche alla convivenza…forse.
P.S.: Il post di cui sopra l’avevo scritto prima del 6 Aprile, ovvero: prima di venire a sapere del terremoto de L’Aquila. Al di là della rabbia che mi produce guardare la tv-sciacalla che parla con i toni del melodramma di quel che resta e di coloro che sono scampati alla morte e al di là dell’incomparabilità di quanto nel post succitato andavo dicendo con quanto effettivamente accaduto dalle mie parti, continua a sembrarmi valido il ragionamento intorno al sollievo che l’elasticità mentale ci può offrire attraverso l’immaginazione (di quello che siamo stati tanti anni fa e, al contrario, di quello che potremo essere fra molto, molto tempo). E mi pare anche che gli abruzzesi coinvolti dal terremoto lo stiano dimostrando al massimo grado. Non vogliono rifare la loro città in un altro posto; e non accettano gli aiuti tutti insieme e indistintamente. Oggi c’è bisogno di mutande. Domani di sapone. Dopodomani, quando ci saranno i soldi a sufficienza, decideranno loro dove e come ricostruire l’Aquila. In base a ciò che è stato; sognando ciò che potrà essere.
viernes, abril 10, 2009
"Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine su Roma,
sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più"
domingo, abril 05, 2009

Partiamo dall’epigrafe (che traduco, malamente, dall’originale spagnolo): “- Vuole la salvezza del Messico? Vuole che Cristo sia il nostro Re? – No”. Questo secco e (fuori contesto) misterioso scambio di botta e risposta viene da un’opera di Malcom Lowry. La pigrizia mentale di questi primi giorni primaverili mi ha impedito di andarmi a spulciare la citazione nelle opere principali dell’autore di Under the Volcano; possiamo anche ipotizzare che la citazione provenga proprio dal capolavoro (disperato) di Malcom Lowry (di Sotto il vulcano esiste anche una trasposizione cinematografica – che non ho ancora visto; la regia è di John Huston; ebbene, se Huston fa con il romanzo di Lowry ciò che è riuscito a fare sia con il racconto “The dead” dai Dubliners di James Joyce che con Moby Dick di Melville, allora possiamo sperare bene – e stare tranquilli). Comunque: qui si parla di Messico e di Cristo e di salvezza. E quando il lettore arriva alla pagina conclusiva (dopo una serie numerosissima di ricordi di diverse voci narranti e di racconti intercalati e tra loro variamente intrecciati nell’arco delle 600 pagine del romanzo) capisce subito che quell’epigrafe contiene in nuce parte del contenuto de Los detectives salvajes: il libro, di fatto, parla di Messico e di messicani; di salvezza e del suo opposto, la perdizione; di persone che vanno in cerca di altre persone, ma, soprattutto, di se stesse. Manca Cristo, ma forse il suo spirito “martoriato” e poi “resuscitato” aleggia su molti dei protagonisti del romanzo. Soprattutto intorno ai due protagonisti: Arturo Belano e Ulises Lima.
Il libro è diviso in 3 parti: la prima (intitolata “Mexicanos perdidos en México (1975)” consiste nelle (o si dice: “delle”?) pagine del diario di Juan García Madero, un altro poeta “real visceralista” che però studia Giurisprudenza e che spera, in futuro, di diventare un bravo avvocato. Questo diario inizia il 2 novembre del 1975 e conclude (o almeno, sembra concludere) il 31 dicembre dello stesso anno. La seconda parte s’intitola come il romanzo stesso, con in più una notazione di tipo cronologico, e cioè: “Los detectives salvajes (1976-1996)”. Questa seconda parte consta di una serie di pseudo-interviste a persone che (nell’arco dei 20 anni citati tra parentesi) hanno conosciuto o avuto contatti con i succitati Arturo Belano e Ulises Lima. Perché pseudo-interviste? Perché chi parla (chi dice “io” prendendo la parola) viene introdotto da un titoletto in grassetto in cui appaiono nome, cognome, luogo in cui si trova il parlante, oltre che mese e anno in cui “rilascia” la sua personale testimonianza intorno ai due principali “real visceralistas”. L’altra domanda da porsi (a questo punto) sarebbe: ma a chi si rivolgono? Con chi parlano? Chi è il vero destinatario empirico delle loro (a volte) lunghe, sconclusionate e affascinanti confessioni personali? (Mi accorgo solo ora che rispondere a questa domanda risolverebbe parte del mistero – e del fascino – che emana questo libro; ora che ci penso, mi da i brividi e mi piace ipotizzare che tutti questi “io” stiano rispondendo alle domande giornalistiche dell’autore stesso, Roberto Bolaño, nelle vesti del cronista che intervista i co-protagonisti del suo romanzo). La terza parte, invece, si intitola “Los desiertos de Sonora (1976)”. In realtà, questa parte consiste di un unico salto all’indietro nel tempo (dal 1996 al 1976), salto grazie al quale viene riannodata la narrazione che Juan García Madero aveva avviato nel suo diario lasciandola interrotta al 31 dicembre del 1975. E’ in questa sezione che il lettore scopre finalmente in che modo i due poeti-detectives riescono a scoprire dove vive Cesárea Tinajero e che cosa si cela dietro il silenzio che ha imprigionato (forse volutamente) la sua opera letteraria (mai resa pubblica). E’ qui che Arturo Belano e Ulises Lima ci vengono presentati come due eroi epici che si scontrano contro il Male. E Male è parola-chiave per capire l’intero romanzo.
Un esempio (dai risvolti, questa volta sì, decisamente umoristici): la scena del duello tra il poeta Arturo Belano e il critico letterario Iñaqui Echavarne (pp. 474-483) (il lettore “ducho” sa che dietro le due maschere si nascondono: a) lo stesso autore, Roberto Bolaño (l’assonanza fonetica tra personaggio letterario e autore in carne ed ossa è voluta, ovviamente); b) il critico letterario Ignacio Echevarría (che ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere in Andalucía un paio d’anni fa), critico che oggi è diventato il maggiore esperto nell’opera di Bolaño oltre che legatario degli scritti che l’autore cileno (naturalizzato spagnolo) ha lasciato incompiuti per la morte improvvisa che l’ha colto - a 50 anni - nel 2003).
Ebbene, in questo brano Bolaño riesce davvero a ri-creare l’ambiente, l’atmosfera, il sapore dei duelli tipici dei libri di cavalleria o delle chansons de geste coinvolgendo il lettore in una riflessione di tipo lirico intorno ai confini labili che a volte si stabiliscono tra chi scrive e chi, di mestiere, è tenuto a valutare quanto viene pubblicato. Belano teme Echavarne perché sa che è uno dei critici più “cattivi” del panorama ispanico contemporaneo. Al contempo, lo sfida, anticipando la sua ipotetica decisione di pubblicare una qualsivoglia recensione negativa, perché così spera di dimostrargli che lui non ha paura, che è un poeta in grado di difendersi da solo, capace di scendere in singolar tenzone pur di mantenere intatta davanti al pubblico e alla critica la sua coscienza di autore indipendente e di qualità. Le ragioni dell’autore (che si mette in gioco e rischia a ogni nuovo libro pubblicato) si scontrano (questa volta, anche fisicamente) con le pretese del critico (che si mette in gioco ogni volta che cerca di separare il grano dalla paglia, spiegando ai lettori cosa è degno di essere letto e cosa è solo prodotto commerciale destinato a finire nella sepoltura dell’oblio).
I due si sfidano in un duello con le spade su una spiaggia deserta nei pressi di Barcelona. L’esito è incerto, anche se Arturo Belano sembra avere la meglio. Un mese dopo questa scena (nel luglio del 1994), Ignacio Echavarne viene intervistato e rilascia la sua testimonianza in questi termini (l’uso delle maiuscole per alcuni termini-chiave è ironico – o così mi sembra):
“Fino a un certo punto la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnarla. Il viaggio può essere lungo o breve. Poi i Lettori muoiono uno alla volta e l’Opera continua da sola, anche se la Critica e altri Lettori poco a poco iniziano a muoversi allo stessa andatura. Poi la Critica muore un’altra volta e i Lettori muoiono di nuovo e su tale percorso lastricato di ossa l’Opera prosegue il suo viaggio verso la solitudine. Avvicinarsi a essa, navigare sulla sua scia, è segno inequivocabile di morte certa, anche se altra Critica e altri Lettori le si avvicinano instancabili e implacabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine, l’Opera viaggia irrimediabilmente da sola nell’Immensità. E un bel giorno l’Opera muore, come muoiono tutte le cose, come si estinguerà il Sole e la Terra, il Sistema Solare e la Galassia e la più recondita memoria degli uomini. Tutto ciò che inizia come commedia finisce in tragedia”.
Quest’ultima affermazione è un lemma che potremmo adottare per altri racconti e romanzi di Roberto Bolaño (penso soprattutto all’altra opera labirintica e “totale”, quel 2666 pubblicato postumo e che tanto successo sta riscuotendo negli USA dopo le prime traduzioni in inglese).
viernes, marzo 27, 2009
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