lunes, mayo 07, 2012


Aire de Dylan, di Enrique Vila-Matas: Amleto ci salverà (o dei fantasmi che ritornano dal passato e ci parlano del presente)



Enrique Vila-Matas è stato spesso considerato uno “scrittore per scrittori” per le innumerevoli citazioni dalla letteratura universale che tempestano le trame dei suoi libri; autore “borgesiano” come pochi altri, in Spagna, attualmente, Vila-Matas ha fatto dell’intertestualità non solo (e non tanto) una tecnica letteraria, quanto uno strumento fondamentale per perlustrare sia la letteratura sia la realtà che ci circonda. Lo si può comprendere facilmente leggendo opere come Historia abreviada de la literatura portátil o il trittico metaletterario composto da Bartleby y compañía, El mal de Montano e Doctor Pasavento (tutti editi, in Italia, da Feltrinelli – tranne il primo, uscito nel da Sellerio).
L’ultimo romanzo, Aire de Dylan (Barcelona, Seix Barral, 2012) non fa eccezione alla regola: il contrasto tra un padre (scrittore) e un figlio (che, come lo “scrivano” di Melville “preferirebbe di no” – ma qui, il modello per eccellenza dell’ “uomo senza qualità” è il più volte citato Oblomov, protagonista dell’omonimo romanzo di Goncharov) è lo spunto da cui parte Vila-Matas per ordire una trama che si struttura evidentemente sulla prima scena dell’Hamlet: Vilnius (questo il nome del ragazzo, che per la straordinaria somiglianza con Bob Dylan è chiamato da tutti anche Little Dylan) riceve letteralmente le visite del padre defunto, Lancastre (nemmeno questo nome è casuale e ha un’origine chiaramente shakespeariana), che tenta di “penetrare” nella mente del figlio per spiarne le mosse, spingerlo a vendicare la propria morte (a quanto pare, causata dall’odio della moglie, Laura Verás – altro “nombre hablante”) e controllarne l’atteggiamento nei confronti di Débora (sua giovane amante ed erede letteraria).
Ecco, è da questa famosa scena dell’Amleto che nasce Aire de Dylan: Amleto senior torna da quella “oscura regione da cui mai nessuno è tornato” (affascinante contraddizione interna del plot – se mai nessuno è tornato perché lui sì?) per spingere Amelto junior ad aprire gli occhi sull’atteggiamento di sua madre e sulle colpe (inequivocabili) dello zio Claudio (colpevole di averlo avvelenato con del veleno versato nell’orecchio).
Lancastre farà lo stesso: solo che in questo caso, più che “apparire” al figlio Vilnius, “entra” all’interno del suo cervello, trasmettendogli anche i ricordi personali di un passato che, anagraficamente, non potrebbe mai riguardare il giovane sosia del cantante americano.
Ma cosa fa nella vita Vilnius? All’inizio ci viene spiegato che è un regista cinematografico: piccolo neo, non ha mai girato un film, solo un cortometraggio, con scarso successo, tra l’altro. Niente di strano, allora, che Vilnius voglia tornare dietro la macchina da presa per girare un grandioso e megalomane film sul “fracaso”, ovvero, sul fallimento, su tutti coloro che, in questa vita, hanno perso la loro battaglia personale. E non è strano nemmeno, allora, che Vilnius partecipi a un convegno con un intervento che s’intitola “Teatro de realidad”, in realtà, un esperimento che tenta di portare a termine nel bel mezzo di una sala piena di spettatori: l’esperimento riuscirà se Vilnius farà letteralmente scappare dalla sala i vari partecipanti. E invece? Fallisce, anche questa volta. Tra il pubblico, c’è il narratore in prima persona che, in modo graduale, inizia ad interessarsi alle vicende di Vilnius, della fidanzata Débora, delle strani voci che Vilnius sente nella mente ed attribuisce al padre Lancastre.
Che fine fa il principio di verosimiglianza in un contesto simile, all’interno di una trama imbastita per disorientare? Verso la conclusione del romanzo, il narratore che fa da testimone oculare e segue gli spostamenti e i dialoghi della giovane coppia sembra accettare le teorie dei “falibilistas”: non ci sono certezze, la vita umana è regolata dal caso, nessuno di noi potrà mai aspirare alla verità. Ma è anche Lancastre a sostenere, all’inizio della vicenda, che “Si Dios no tiene unidad, cómo voy a tenerla yo” (“Se Dio non ha unità, come potrò mai averla io”). Insomma, e modificando la domanda iniziale: come seguire le disavventure di Vilnius, Débora, Lancastre e dello stesso narratore-testimone oculare in un contesto siffatto?
Potremmo rispondere affermando che, in Aire de Dylan, ancor più che negli altri suoi romanzi, a Vila-Matas il principio di verosimiglianza non interessa più. E potremmo apportare prove, spiegando che, in realtà, nello scontro costante tra Vilnius e Lancastre si ripete lo scontro (tutto contemporaneo e assolutamente attuale) tra l’istanza di coloro che puntano tutto sulla “autenticità” (termine molto heideggeriano, sia detto per inciso) e coloro che, invece, credono nella “postmodernità”; tra chi, come il giovane sosia di Bob Dylan, pensa che, contro la crisi, non ci sia altra soluzione che “percorrere la strada dell’insuccesso”, smettere d’agire, di cercare lavoro, di fare soldi, di scendere a patti con la società che ci influenza – società a sua volta pesantemente manipolata da certa politica e da certo modo d’intendere l’economia – e chi, come il vecchio e ormai morto (e ancora per poco fantasma) Lancastre, pensa che “postmoderno” non sia un aggettivo vuoto o svuotato di senso, ma la quintessenza dell’arte contemporanea, l’unico humus che può rendere fertile la letteratura (impossibile, per il lettore che segue Vila-Matas da anni, non intravedere in questa critica al “postmodernismo” anche una sottile forma di auto-critica).
Insomma, Aire de Dylan mette in scena (anche teatralmente) la lotta tra due contrastanti punti di vista: tra chi intende l’arte come “finzione” (e sarà lo stesso narratore anonimo a sostenere che “siempre se han contado historia y siempre se contarán”) e come ri-scrittura e ri-elaborazione di opere di autori appartenenti al passato e alla tradizione letteraria passata e chi, invece, intende l’arte come “espressione dell’io”, scavo verso l’autenticità e la verità ultima.
Chi ha ragione? Se seguiamo attentamente le parole del narratore anonimo ci renderemmo conto subito che, in realtà, nessuna delle due istanze sembra soddisfare a pieno i nostri bisogni e le nostre esigenze (di “esseri umani”, oltre che di “lettori” o “spettatori” – il cinema e i riferimenti ad alcuni film della storia del cinema occupano uno spazio considerevole, all’interno di questo romanzo, più che in qualsiasi altra opera di Vila-Matas). E allora il lettore smaliziato può anche ipotizzare che il narratore esista, oltre che per raccontarci le vicende assurde, surreali o tragicomiche dei due personaggi, anche per creare una sorta di “ponte” metaforico tra due spazi che sembrano non comunicare tra di loro, tra due “luoghi” (culturali e artistici) distanti anni luce l’uno dall’altro. Forse l’arte (e la letteratura) sono gli unici strumenti che abbiamo per arrivare all’ “autenticità”; forse possiamo coglierla proprio grazie alle “finzioni” (a volte, finzioni al quadrato, come sono quelle che crea anche Vila-Matas) che l’arte e la letteratura inventano dai tempi di Omero (sono molti anche i riferimenti alla mitologia classica – da Ulisse a Ermete, fino ad Arianna). Forse, anche quella frase misteriosa che ossessiona tanto Vilnius e che lo spinge all’azione (lui che è l’incarnazione della passività e dell’oblomovismo), quella frase che appare nel film Tres camaradas di Frank Borage, quella frase che sembra sia stata scritta da uno degli sceneggiatori d’eccezione che partecipò a quel film ormai dimenticato da tutti (Francis Scott Fitzgerald, a quanto pare), forse quella frase, dicevo, e che recita: “Cuando oscurece, siempre necesitamos a alguien” (“Quando cala la notte, si ha sempre bisogno di qualcuno”), ecco, forse questa frase, che sembra così sdolcinata e banale, è anch’essa espressione di quell’ “autenticità” che, nei tempi che viviamo, sembra essere smarrita per sempre (o sembra sempre irragiungibile).
Aire de Dylan è un romanzo atipico, a volte tremendamente comico, altre sinceramente sconclusionato e raffazzonato, che ci invita a perlustrare e a inseguire questa chimera con ironia e intelligenza, con lirismo e, a tratti, con un po’ di sano spirito dadaista.

sábado, abril 21, 2012


Diaz, di Daniele Vicari: un film duro, che ci ricorda cos’è (diventata) l’Italia oggi



Tempo fa, e su queste “pagine virtuali”, elogiavo uno dei film più intensi (e meno noti) di Daniele Vicari, Il mio paese, un documentario – uscito nel 2006 – su cos’è l’Italia oggi e su cos’era in passato. Memore della lezione di alcuni maestri del cinema documentaristico (come Joris Ivens) e di alcuni “mostri sacri” del cinema nostrano cosiddetto “civile” (penso a Francesco Rosi e a Citto Maselli), Daniele (mi viene spontaneo chiamarlo così, anche perché quando lo conobbi la prima volta ero ancora un giovincello e, all’epoca, non sapevo ancora cosa fosse il linguaggio cinematografico) intraprendeva un viaggio da Sud a Nord per tentare di mostrare l’altra faccia dell’Italia, quella che gli slogan berlusconiani e le tv di Stato tentavano costantemente di nasconderci. E riusciva nell’intento: nel senso che Il mio paese metteva sotto gli occhi dello spettatore quei luoghi, volti, eventi da cui, in genere, le telecamere dei cronisti si tengono a debita distanza (la stessa “giusta distanza”, oserei dire, che Daniele mostra verso il finale del film, quando inquadra da lontano suo padre, intento ai lavori umili del contadino e dell’allevatore, sotto una coltre di neve impressionante, e riflette con voce in off su cosa sia diventata l’Italia – da mondo contadino a mondo industrializzato a “piccolo mondo globalizzato” che non sa (più) che pesci pigliare).

Con Diaz Daniele torna a occuparsi dell’Italia, ma fissando lo sguardo (suo e della sua macchina da presa) su un solo, singolo e ben delimitato spazio, quella tristemente nota “scuola Diaz” che divenne centro di scontri disumani tra manifestanti no-global e polizia di Stato durante le tragiche giornate del G8 di Genova.

Il regista è abilissimo a mescolare le immagini di repertorio (quelle amatoriali finite poi su internet e quelle trasmesse dai vari telegiornali) con le immagini che “re-inventa” a partire dalle carte dei processi che hanno visto indagati gli uomini delle forze dell’ordine resisi protagonisti del pestaggio ai danni dei manifestanti presunti violenti e/o affiliati ai famigerati “black block”.

Per re-inventare, Daniele ci racconta la storia di quella giornata riprendendola da diversi punti di vista: quello del giovane del Global Forum che non sospetta nulla e che non vede l’ora di fare l’amore con la fidanzata; del giornalista francese che non vede l’ora di tornare a casa con l’aereo; del poliziotto che guiderà l’irruzione nella scuola, dopo la schifosa cena servita a mensa; del vecchio sindacalista che, in mancanza d’alloggio, decide di dormire per una notte dentro la palestra della scuola, ecc.

E’ come se, da spettatori, diventassimo via via quei personaggi, come se, ogni volta, sposassimo il loro personale e soggettivo punto di vista. Ed è qui che il film ottiene il suo scopo: renderci partecipi dell’orrore, sia da vittime che da carnefici (non mi dilungo sulla fotografia – davvero bella e iperrealistica – né sulla prova degli attori né sulla colonna sonora).

Confesso di aver avuto paura e di aver sofferto, di essere stato fisicamente male, mentre guardavo le scene più violente e sanguinolente (o quella della tortura ai danni della giovane tedesca, davvero difficile da sostenere fino in fondo). E confesso pure di avere provato una rabbia cieca, non solo e non tanto contro gli “sbirri”, ma contro tutto quell’insieme di concause che hanno portato a quegli effetti devastanti (per tanti giovani venuti da Francia, Spagna, Grecia, ecc.). Confesso anche che il film mi ha fatto vergognare di essere italiano e che, mentre lo guardavo con occhi lucidi, mi venivano in mente sia Il divo (di Paolo Sorrentino) sia Gomorra (di Matteo Garrone).

E poi ho pensato ad una delle ultime frasi che appaiono prima dei titoli di coda: in Italia non esiste il reato di “tortura”. Se torturo qualcuno, in Italia, nessuno può condannarmi, perché, semplicemente, la legge non contempla quel reato. E infine, chiacchierando con l’amica giornalista che mi ha accompagato a vedere il film, mi sono ricordato di un articolo di Adriano Sofri, uno dei pochi articoli che, recentemente, avevo ritagliato da La Repubblica: quello che s’intitola “L’uso della tortura negli anni di piombo” (del 16/2/2012); non sono sempre d’accordo con le cose che scrive Sofri, però ricordo che quell’articolo mi colpì così tanto che fui spinto a ritagliarlo e a conservarlo come qualcosa di prezioso perché lì, con pacatezza e dovizia di particolari, l’autore mi spiegava che anche uno Stato democratico come l’Italia consentiva (e non ignorava affatto) l’uso della tortura come strumento per punire o estorcere informazioni al “nemico”.

Concludendo: Diaz è uno di quei film che, insieme ai succitati Il divo e Gomorra, farei vedere a tutti gli studenti delle scuole superiori, dopo attenta e corretta disanima dei fatti di cronaca, politici e storici cui questi film si riferiscono. Diaz è un film duro, a volte anche troppo duro, ma va visto perché serve a ricordarci che cos’è (diventata) l’Italia oggi; che cosa non deve diventare domani.

martes, abril 17, 2012


Ipotesi di lavoro (di scrittura – in potentia): ovvero, fino a dove è lecito impossessarsi delle parole “altrui”?



Dunque, la situazione è questa: nel monolocale-attico in cui vivo in questo momento (e fino a data da precisarsi – forse già da Luglio torno ad essere “madrilegno”), ho scoperto una cassa di legno. In realtà, più che di una vera e propria “scoperta” si tratta di un “riconoscimento” (ovvero, “riscoperta”): quella cassa di legno - messa in un angolino e accanto all'unico armadio che ho - mi era stata già segnalata dalla padrona di casa, ma non mi ha mai spiegato cosa ci fosse dentro. E solo in seguito, soltanto in un secondo momento (cioè: ieri), ho ri-conosciuto e ri-scoperto la cassa. L’ho aperta, con grande curiosità, e ho scoperto che dentro c’erano…libri. Ora, se c’è una cosa che più mi appassiona in questa vita (terrena ed effimera), dopo le donne, sono proprio i libri. E per ora, ringraziando il cielo, e a Dio piacendo, io coi libri ci ho campato – nel senso che li studio, li spiego e li faccio leggere ai miei (vari e svariati – a volte anche “avariati”) studenti. Ed è quindi ovvio che, non appena appurato che si trattava di carta stampata, mi sia messo ad aprirli uno ad uno e scartabellarli per vedere se dentro ci fossero fogli, appunti, tracce del loro legittimo proprietario.

In un primo momento ho pensato: “Sono i libri della signora, la padrona di casa”. In un secondo momento, e dopo aver letto un paio di dediche scritte a matita (chi può scrivere dediche a matita?), ho dedotto: “No, caspita, questi non sono della signora, questi libri sono di un altro, sono di un uomo – o un ragazzo, uno di sesso maschile”. E il motivo era presto detto: le dediche si rivolgevano a un fantomatico R. ed erano tutte scritte di pugno di una tale Luisa (dal tono e dai contenuti si capiva chiaramente che R. era inoppugnabilmente un "uomo"). Ergo: Luisa scriveva dediche a Roberto (Rino, Rocco, Rosario, Romualdo, Rinaldo, Rambaldo, Rambo) per i libri che lei gli regalava con tanto trasporto e affetto (e amore?).

Ho passato due ore a leggermi tutte le dediche di tutti e 13 i libri che tale Luisa ha regalato a tale misterioso R. tra il 12 Luglio del 2002 e il 5 Maggio del 2004… in totale, quasi 2 anni pieni di libri con rispettive dediche…

Confesso che mi sono sentito un po’ un ladro: stavo usurpando il ruolo del destinatario, stavo occupando (temporaneamente) il posto di R. E leggendo pensavo: ma quanto doveva essere cotta questa Luisa di questo R.? Perché le dediche sono bellissime, intelligenti, acute, spiritose, ironiche e danno l’idea di una ragazza (o donna?) con le stesse qualità. Una donna (o una ragazza?) innamorata di uno che non la ricambia; magari R. è (era?) un burbero, uno di quelli che non legge mai, o che, al massimo, legge un libro all’anno… E che libri sceglieva Luisa per R.! Milan Kundera (L’insostenibile leggerezza dell’essere e L’immortalità), Philip Roth (Lamento di Portnoy e Il teatro di Sabbath), Thomas Bernhard (Il soccombente e Il nipote di Wittgenstein), insomma, roba forte, di qualità, mica pizza e fichi (mica cotiche!). Insomma, Luisa stava tentando, con tutti questi suoi regali speciali, di trasmettere al suo R. un po’ del suo vizio della lettura, un po’ della sua spiccata e travolgente passione per la buona letteratura… E pensavo: ma com’è, se è ancora viva, questa Luisa? Che viso ha una donna (o una ragazza) che scrive cose come questo P.S.: “questo libro è una palla, ma il capitolo 7 è un racconto molto bello completamente staccato dal resto, che mi ha fatto pensare a te, e in generale al cammino sentimental-passionale-sessuale che ognuno di noi fa nella sua vita”? O cose come: “Nota bene: per capire quello che provo per te devi leggerti almeno le prime 50 pagine di questo libro, ti assicuro che non te ne pentirai e che ne varrà la pena”? Dio, che voglia di abbracciarla, una capace di scrivere dediche così “sentite” e così… come dire? personali, per niente scontate, sempre divertite e divertenti, traboccanti di un sentimento che, se non è proprio amore, ci si avvicina parecchio…

E poi mi sono chiesto: ma se R. questi bei libri li ha abbondanti dentro questa cassa di legno; se R. se ne è andato da questo monolocale senza portarsi dietro la cassa, li avrà davvero mai letti sti benedetti libri? E dove sarà oggi R.? Che faccia ha? Che faccia ha Luisa? E se erano una coppia scoppiata? Se R. già tradiva la povera Luisa con la sua migliore amica? Se con tutti questi libri la poveretta non è mai riuscita a scalfire la corazza di superficialità o d’ignoranza di R.? E se R., invece, e contro il mio farneticare e il mio assurdo pregiudizio anti-maschilista, li ha letti tutti, i libri, ed è rimasto così scottato dai messaggi che, tramite questi, Luisa gli inviava da non avere più il coraggio di portarseli nella sua nuova vita? E se Luisa ed R. si incontravano proprio dentro questo mio spazio temporaneo, dentro questo monolocale-attico nei pressi del centro storico di Salerno? Se, magari dopo aver fatto l’amore, Luisa gliele leggeva a voce alta quelle prime 50 pagine de L’insostenibile leggerezza dell’essere che R. doveva assolutamente conoscere?

Ho smesso di spulciare le dediche; a un certo punto mi sono dovuto fermare. Stavo fantasticando troppo. Mi era pure venuta in mente l’idea per scrivere un racconto su un ritrovamento così strano, in questo 2012, in questo mondo così lontano dalle trame alla Possession (di Antonia S. Byatt, per intenderci). E poi mi sono chiesto: “Ma sarebbe moralmente corretto o accettabile, da parte mia, infilare in un mio racconto ipotetico e potenziale le frasi di questa fantomatica Luisa? Chi mi dà il diritto di rubare queste dediche e usarle a fini “artistici” per un raccontino? Si sentirebbe più offesa o più lusingata la legittima proprietaria, se, in un incredibile e fortuito caso, e in un futuro più o meno lontano, venisse in contatto col mio racconto e scoprisse il mio furto? Si possono “sottrarre” in questo modo delle dediche per costruirci sopra una narrazione fittizia?

Ho richiuso la cassa di legno. E’ da un po’ che la guardo, ma non voglio riaprirla. Anzi, ho già preso una decisione: non leggerò più quelle dediche. E riguardo ai dubbi esistenzial-letterari, diciamo pure: “Ai poster(i), l’ardua sententia…”.

Fine – Fin – The End

miércoles, abril 11, 2012

Roma (e ciò che ha da offrire la capitale italica)

Nell'ultimo post parlavo di Madrid, decantandone le bellezze e la grande ospitalità, oltre che l'incredibile vivibilità, rispetto a molte città italiane che conosco. Oggi vorrei spezzare una lancia a favore di Roma "capoccia", che è senza alcun dubbio la "città più bella del mondo" (checché se ne dica o ne dicano gli altri e malgrado i suoi mille difetti, il traffico, lo stress, lo smog e gli altri duemila "impicci" vari).

Da dove partire? Beh, potremmo partire dalla nuova (di zecca) e strabiliante (nonché quasi fantascientifica) Stazione Tiburtina:


La foto mostra chiaramente il nuovo "skyline" che crea la stazione; ma non fa vedere la biglietteria minuscola, i mille sottopassaggi e gli innumerevoli corridoi alternativi che si sono dovuti inventare per permettere ai poveri passeggeri di salire a bordo dei treni (i treni delle nostre FS, ah, che treni all'avanguardia! Meglio chiudere subito questa parentesi; sento già salirmi la bile in gola).

E da Tiburtina potremmo fare un salto in centro: Roma è una di quelle città che ti permette di contemplare i fasti del passato (a gratis!) e d'imbatterti nei protagonisti del Presente (politici, attori, giornalisti, cantanti famosi oggigiorno). A me è capitato proprio questa mattina, all'uscita dalla Feltrinelli della bella (ed elegantissima) Galleria Alberto Sordi. Indovinate un po' chi ho incontrato? Lui:


Sì, è proprio lui, lo avrete riconosciuto tutti, è Andrea Occhipinti, il "padre" della Lucky Red, una delle case di produzione e distribuzione di cinema più valide, quotate e apprezzate d'Italia (prima che la Fandango di Domenico Procacci cominciasse a farle concorrenza, ovvio). 

Fa sempre effetto vedere dal vivo persone che ci si è abituati a vedere dentro uno schermo cinematografico: sì, perché Andrea Occhipinti, oltre che produttore cinematografico, ha fatto anche l'attore (negli anni 80 in qualche filmaccio di Lamberto Bava o Lucio Fulci; nei 90, facendo qualche cammeo o ruolo da co-protagonista).


Io, personalmente, lo ricordo nel ruolo di uno sbirro burbero in quel curiosissimo esperimento di cinema d'azione (a metà tra il poliziesco e il western) che è R.D.F. Rumori di fondo, per la regia di Claudio Camarca (dell'ormai lontano 1996 - ricordo che era molto bella sia la fotografia che la colonna sonora; ricordo che c'era anche Licia Maglietta, la cui fama è poi "esplosa" con Agata e la tempesta, di Silvio Soldini, del 2004 - molto elegante, la Maglietta in quel film, molto attraente, anche):


[da N.B.: la Maglietta recita sempre con la sigaretta in mano o in bocca; sembra che ormai la sigaretta sia diventata parte integrante dell'attrice; come se i registi non se la sentissero proprio di farle girare scene senza nicotina].

E poi si può fare un salto nella Roma dei Parioli; non che sia la mia zona preferita; quel quartiere non mi entusiasma; però c'è Ponte Milvio, e la vista che si gode da là non ha prezzo, come dice la pubblicità, e poi se a invitarti a fare una passeggiata è una cara amica che non vedi da una vita, beh, come dire di no?

Erano anni, in effetti, che non ci andavo, a Ponte Milvio, e guardare i lucchetti mi ha fatto davvero molta, molta impressione. La mia amica dice che li hanno limitati (o proibiti?), perché il peso eccessivo ha causato cedimenti del ponte stesso; non so se dare retta a tutto quello che mi racconta F.L. (ama raccontare balle o farmi scherzi scemi), però una cosa gliela voglio dire a Federico Moccia:


"Un giorno lontano, quando Ponte Milvio sarà ferito a morte o, peggio, crollerà rovinosamente, avrai più di un peso sulla coscienza, caro il mio scrittore; pensaci e rifletti, Moccia, tutto questo è stato fatto a causa tua (e non venirmi a dire ora che ne valeva la pena, per stare e sentirsi davvero Tre metri sopra il cielo...)".

Stordisco di chiacchiere la mia amica F.L., finché non mi propone di scattarmi una foto per immortalare il momento: non sono vanitoso, ma mi piace l'idea di farmi una foto su Ponte Milvio (e a debita distanza dai lucchetti): F.L. scatta, io poso, e questo qui sotto è il (modestissimo) risultato (F.L. ha scoperto la funzione "bianco e nero" e ora non la smette più di fare foto in bianco e nero):


La zona dei Parioli è piena di ristorantini chic, ma anche di trattorie dove sembra di poter saziarsi a prezzi umani e a base di cucina casereccia. La mia amica F.L. mi propone di goderci la bella giornata di sole primaverile sulla terrazza di un posticino tranquillo in cui servono piatti di trofie con zucchine, guanciale, panna e parmigiano come questo:


Diciamocela tutta: per 8,50 euro ci possiamo stare, anche perché la terrazza in cui ci servono i piatti è davvero portentosa, la cameriera è gentile (oltre che assai carina), la vista sul Tevere è fantastica, e il sole riscalda e abbronza che è un piacere (anche se bisogna mangiare con gli occhiali da sole se non si vuole stare tutto il tempo con lo sguardo in cagnesco).

Propongo a F.L. di cambiare aria e di andare a Piazza Vittorio per andarci a prendere il gelato da Fassi (noto anche come "il Palazzo del Freddo" - storica gelateria del quartiere Esquilino). F.L. tentenna (bisogna attraversare mezza città via tangenziale), poi si accende una sigaretta, una Camel Lights, me ne offre una (accetto), pensa e ti ripensa e, infine, e a testa bassa si avvia verso la sua macchinina per accontentarmi (per questo siamo amici: mi accontenta - quasi - sempre).

F.L. accende il motore, ma si dimentica di allacciarsi la cintura di sicurezza; le dico: "T'immagini, ci manca solo che ci fermino gli sbirri". 


Detto fatto, a pochi metri, appena svoltata la curva, una pattuglia di Carabinieri alza la paletta e ci blocca: patente e libretto, prego.


F.L. comincia a sudare freddo; io tremo (sempre avuta una paura irrazionale di fronte alle forze dell'ordine; le divise mi sono sempre state antipatiche; ogni simbolo d'Autorità mi repelle e mi provoca l'allergia, l'orticaria, l'ansia). 


Faccio un paio di battute per sdrammatizzare; F.L. ne fa una che fa ridere anche i Carabinieri:
"Vi assicuro che in macchina non porto niente d'illegale, tranne lui...", dice, con un sorrisetto isterico, segnalandomi col dito...

Uno dei due sbirri mi fissa. Poi sorride anche lui. Nemmeno mi chiedono la carta d'identità. Ci avranno scambiato per una coppietta di fidanzatini che ha appena appeso il loro lucchetto-promessa-d'amore-eterna su Ponte Milvio...

E mentre guardo dal finestrino il paesaggio che Roma mi offre (gratuitamente e a tutte le ore del giorno e della notte) penso: "Grazie, Roma!", come canta Venditti alla fine di ogni partita della "Magica"...

[P.S.: ecco, Roma offre questo e molto altro ancora; Roma ti accoglie, regalandosi, e se ne frega che tu sia bianco o nero, italiano o straniero, ricco o povero; è totalmente indifferente al tuo stato d'animo, perché Roma è uno stato d'animo, più che uno spazio fisico e geografico; è una condizione mentale che solo chi ci vive - o ci ha vissuto, come è il mio caso, fino a ora - può capire; Roma ti cattura e ti entra nell'anima ed è impossibile non amarla, anche se è casinara, caotica, follemente dispersiva e maniacalmente grande; Roma ci osserva, indifferente, perché sa già che siamo "suoi"]

jueves, abril 05, 2012


Madrid: capitale ospitale e vivibile




Non se dipende tutto dallo stato d'animo in cui uno si trova; non so se tendo (sempre) a idealizzare la Spagna e tutto ciò che concerne questo paese; non so se esagero, però a me pare che Madrid sia una delle capitali più vivibili e accoglienti e comode del mondo (ovvio che non le ho visitate tutte, le capitali del mondo, e ne ho viste pochine, ancora, però, sulla base della mia esperienza personale mi sento di fare una simile affermazione).

Prendiamo una giornata qualsiasi, prendiamo come esempio Martedì 3 Aprile 2012:

ore 8,15: sveglia e colazione abbondante a base di latte, caffè e "galletas Maria" (chi è stato in Spagna mi capisce; biscotti semplici, simili ai nostri "Oro Saiwa", ma più buoni);

ore 9,30-10,30: un'oretta di corsa in compagnia di un'amica conosciuta da poco (tenuta ginnica, cuffiette dell'mp3 alle orecchie, andatura svelta e allegretta, in un parco vicino al "Canal de Isabel II" con attrezzature moderne per fare anche golf, tennis, calcetto e volleyball);

ore 11,30-18,30: dopo la doccia di rito, full immersion nei libri della "Biblioteca Nacional" (con una breve pausa pranzo di mezz'ora nei giardini fantastici della stessa mitica Biblioteca) e studio intenso con, a disposizione di ogni utente, internet wi-fi gratuito e postazioni di lettura confortevoli e che danno davvero l'ispirazione giusta per scrivere, riflettere, pensare e ricordare;

ore 19,00-1,00 del mattino: passeggiate in centro con amici di vecchia data (ormai, ho quasi più amici qui che a Firenze o Pisa o Salerno) e poi cena (con gli stessi) e vagabondaggi di bar in bar nel quartiere "La Latina" fino all'una di notte;

ore 1,30-2,30: lettura di una raccolta di racconti, mini-saggi e poesie varie di Julio Cortázar dal titolo (molto bello) Papeles inesperados (che potremmo tradurre liberamente con l'espressione "Carte inaspettate" o "Appunti inaspettati").

Ecco, io in Italia non ci riesco a fare tutte queste belle cose nell'arco di un'unica giornata; mi sembra di non aver mai il tempo; mi sembra di essere sempre stressato e sotto pressione; mi sento come un folle che gira a vuoto, a volte (e non mi riferisco ai mezzi pubblici che, in generale, da noi, funzionano male – il confronto Roma-Madrid, in tal senso, è davvero penoso: Roma ci perde alla grande; non conosco Milano, la situazione al Sud è piuttosto simile – se non peggiore - a quella di Roma “capoccia”), e altre ancora come un pazzo che gira e corre e si sposta come una trattola.
Qui no, qui sembra tutto più “razionale” e più funzionale; tutto più vivibile e ben organizzato. E, quindi, so già che sarà un trauma, tra un paio di giorni, tornare alla dura realtà e riabituarmi ai ritmi italici (o italioti). Ma per il momento non ci voglio pensare (mi arrivano notizie di non so quale altro ennesimo scandalo di corruzione e tangenti tra i politici nostrani; ma, ripeto, per ora voglio godermi ancora un po' di pace e serenità, di società civile che sembra funzionare al meglio e di capitale che sembra accogliere tutti – sempre – a braccia aperte).
In foto: “jarras con tapas” (con, in primo piano, le unghia smaltate di Vero); anche questo mi mancherà, lo so già...

sábado, marzo 31, 2012

Antonio Tabucchi, Pessoa e il cimitero "dos Prazeres"


La casualità della vita, la vita delle casualità che ci possono capitare a ogni pie' sospinto... tanto che risulta alquanto inutile, o assurdo, o anche vano, farne l'elenco (chi di noi non ne ha vissute; chi di noi non può darne testimonianza).

"Si dà il caso", si dice, normalmente: ed è così, il caso si dà, noi lo riceviamo (passivi; non dipende da noi che il caso si dia o ci capiti - a volte, tra capo e collo - come per quel passante, quel turista americano, mettiamo, che si trova in una città straniera, italiana, mettiamo, e passa sotto la finestra di un'anziana che, casualmente e non volendolo, fa cadere il vaso dei fiori che finisce proprio sulla testa del malcapitato - e anche sulla parola "malcapitato" si potrebbe riflettere a lungo - e quest'ultimo, poverino, muore, e uno dice: "ma tu guarda! Se fosse passato sotto quella finestra un minuto prima, o un minuto dopo; se, invece di venire a Roma, in vacanza, fosse andato a Perugia o a Parigi o a New York").

E a proposito di morte: è stato il caso a volere che l'altro ieri, 29 Marzo del 2012, mi trovassi in Portogallo, a parlare di un autore spagnolo nell'ambito di un congresso internazionale che riuniva vari esperti in materia, e che, proprio quel giorno, seppellissero Antonio Tabucchi nel cimitero "dos Prazeres" a Lisbona... E già prima di prendere l'aereo pensavo: che strano, andare nella stessa nazione, nella stessa città addirittura, in cui Tabucchi è ormai già un cadavere; non avere più modo di sentirlo parlare dal vivo (come mi era capitato di fare all'interno della Feltrinelli di via de' Cerretani a Firenze, qualche anno fa, in compagnia di un altro autore a me molto caro, Enrique Vila-Matas) e avere a disposizione, ormai e per sempre, soltanto i suoi libri per sentirne riecheggiare la voce... 

Ma la cosa più strana di tutte è stata un'altra, casuale, come sempre: non ricordavo che nel mio intervento per quel convegno avrei citato proprio il famoso (e monumentale) cimetero "lisboeta" "dos Prazeres" (ovvero, "dei Piaceri", tradotto letteralmente - e che bel nome per un luogo lugubre come un cimitero...) e che, quindi, mi sarei trovato a parlare, anche se in un altro contesto, dello stesso posto in cui, quello stesso giorno, Antonio Tabucchi sarebbe stato calato in una fossa per riposare per sempre in pace...

E allora è stato quasi automatico, quasi inevitabile, per me, mentre facevo il mio intervento davanti a una quarantina di studiosi, e subito dopo aver citato il cimitero "dos Prazeres", citare a mia volta anche il nome dell'autore di Sostiene Pereira, e ricordare che Tabucchi veniva seppellito in quello stesso cimitero proprio quel giorno (e qualcuno ha sorriso, in mezzo al pubblico, e qualcun altro non credeva alla sue orecchie e qualcun altro ancora ha fatto una faccia strana, a metà tra il rammarico e la tristezza, la sorpresa e la perplessità).

Quando ho finito di parlare, sono partiti i soliti applausi di rito. Poi, in serata, una collega che viene dall'Università di Canterbury, nella Nuova Zelanda (la congressista che ha fatto il viaggio più lungo di tutti per raggiungere il Portogallo: due giorni e mezzo di trasbordi), mi ha fatto notare l'ennesima casualità: dentro quello stesso cimitero di Lisbona giace anche Fernando Pessoa. E quando me l'ha detto, non potevo crederci. Ma se è così, mi piace pensare che Tabucchi riposa (per l'eternità) nello spesso spazio in cui giace uno dei suoi autori preferiti; ed è facile immaginare anche che a partire dal 29 Marzo del 2012 Tabucchi e Pessoa potranno finalmente chiacchierare faccia a faccia, senza limiti di tempo, e confrontarsi sulle loro ossessioni letterarie, e discutere animatamente di libri, dei loro libri e di quelli degli altri che tanto hanno amato, imitato o emulato...nei secoli dei secoli...

sábado, marzo 24, 2012

Non sono io che me le cerco


Mentre fuori è scesa la notte e si è messo a piovere a dirotto, mentre sistemo i libri che mi sono portato da Roma (e che devo ancora sfogliare) e rimetto a posto il telefono dopo una lunga chiacchierata con Dany, una delle mie amiche più care e longeve, mi ritornano in mente due scenette che ho presenziato di recente e che, a quanto pare, sembrano fare "rima" tra loro, a prescindere dal fatto che si siano svolte in due città diverse e con due donne diverse (oltre che d'età diversa, anche di carattere diverso, di un diverso taglio degli occhi e dei capelli, dotate ciascuna di un diverso senso del dovere o del piacere...).

Scenetta n. 1: Salerno, nei pressi della libreria Feltrinelli, e a pochi passi da una delle migliori pizzerie della città.

Luisa è una dottoranda che conosco da Settembre; in realtà, ci siamo incrociati all'Università solo un paio di volte ed entrambe le volte solo per dirci le solite tre o quattro frasi fatte e domande di rito (come va? come procede la tesi? e quando la discuti? e tu che fai? e quand'è che parteciperai a quel convegno? hai fatto molte lezioni fino a oggi? e gli esami? quanti erano gli iscritti?). 

Oggi, però, qualcosa è cambiato, Luisa è piuttosto "espansiva", non appena mi vede mi si butta al collo, mi abbraccia con una foga che mi lascia alquanto a bocca aperta, non abbiamo tutta questa confidenza, non so come mai si comporti in questo modo così disinvolto, per un momento la mia vanità viene solleticata e il mio orgoglio maschile stuzzicato fino a spingermi a ipotizzare un certo interessamento che esula dalla pura e semplice conoscenza formale o amicale, chissà che non gli piaccia, chissà che mi vuole raccontare questa qua, oggi...

"Como sono contenta di vederti, sai?".
"Anch'io! Andiamo a mangiare una pizza qui a fianco? Fanno una pizza con mozzarella di bufala che è la fine del mondo", propongo, galante e gentile.

Luisa accetta immediatamente, non se lo lascia ripetere due volte e mi prende sottobraccio. Non capisco. Resto di stucco. Luisa è bella, davvero, una gran bella ragazza, con i capelli neri ricci ricci e lunghi raccolti (stamattina) in una lunga coda e con gli occhi verdi luminosi, uno sguardo ingenuo e, al contempo, malizioso (o capace di malizia, se ci s'impegna, se decide che è giunto il tuo momento e che è giunta l'ora di accalappiarti... di farti suo schiavo per sempre...). E approfitta subito della situazione per parlarmi dei fatti suoi, di un suo cruccio, di un problema che la turba, noto delle occhiaie, in effetti, Luisa deve dormire poco, ultimamente, altrimenti non si spiega quest'aria stanca, come di qualcuno che ha rinunciato a vivere a pieno ritmo, anche se si sforza di sorridermi ogni due minuti, sì, dai, andiamo a mangiare la pizza con la mozzarella di bufala, io l'adoro la mozzarella di bufala...

E comincia a confessarmi che non sa che pesci pigliare: è fidanzata da 12 anni con lo stesso ragazzo (12 anni? Strabuzzo gli occhi, e non credo alle mie orecchie - nel frattempo, tanto il mio orgoglio che la mia vanità maschile vanno a farsi fottere), è in crisi, è stata a New York per studio per un paio di mesi e lì la crisi (e i dubbi) sono aumentati.

"Luisa, ascoltami, sono più grande di te, ci sono passato: è normalissimo che tu sia in crisi, dopo 12 anni con la stessa persona, sei umana, voglio dire, è normale che se vai a New York e avevate già litigato...".
"Ma non è solo questo il punto...", dice, con tono amareggiato; fa la faccia triste, è un unico dubbio ambulante, questa ragazza che ho davanti, con questi occhi così belli e splendenti, nonostante la stanchezza e l''insonnia...Dio, che bella che sei, Luisa...

E mi confessa che lì, a New York, mentre faceva le sue ricerche su Faulkner e il romanzo americano degli anni 30-40 si è invaghita di un altro, uno studente di Filosofia, un turco che vive a Manhattan e che sì, insomma, si sono baciati... E ora si sente chiaramente in colpa...

"Ma allora lo vedi, sei normale, è normale che tu l'abbia baciato, non si può pretendere di essere fedeli a una persona quando, magari, c'è crisi e l'amore è cambiato, o non c'è più passione, e l'amore diventa qualcos'altro, ben venga questo flirt con il turco, ben venga un po' di cambiamento, no?" (e intanto sia il mio orgoglio maschile che la mia fatua vanità si sono impiccati al lampione della piazzetta che vediamo entrambi dal nostro tavolino imbandito).

E Luisa continua, si confessa, non si ferma più, è un fiume in piena, e ogni tanto sembra sull'orlo di piangere in un pianto consolatorio, uno sfogo, penso, mi sta "usando" come fossi un fratello maggiore, o un padre, un confessore o uno psichiatra, questa ragazza si sente in colpa e non sa come lasciare il fidanzato storico, non sa come mettere fine a una storia durata anche troppo, e si sta confessando con me perché non ha mai trovato il coraggio di parlarne con la sua migliore amica, che potrebbe giudicarla e condannarla moralmente, mentre io sono un quasi-perfetto-sconosciuto, a me non mi conosce, non sa chi sono, sa solo che siamo "colleghi", e mi sento anche un po' in imbarazzo a ricoprire il ruolo di quello che dà consigli, ma sì, ci sono passato anch'io, anch'io, quando ero sul punto di rompere con la mia ex storica mi sentivo una merda, mi sentivo in colpa, e poi i suoceri, e i genitori, tua madre e tuo padre che si aspettano che vi sposiate e invece tu te ne tornerai a New York, a fare i tuoi studi nella "National Library" e ad amare un altro, un turco, è normale, credimi, Luisa, il consiglio che posso darti è: non starli a sentire, segui il tuo destino, non pensare al tuo ragazzo storico, non stare a sentire le voci della gente, non è detto che tu debba sposarti, se non te la senti, non trovi?

E avrei tanto voglia di abbracciarla e, di fatto, Luisa mi abbraccia, mi si stringe forte al petto, con la testa sul petto, quando, finite le nostre margherite con la bufala, mi dice "grazie", grazie per averla ascoltata, grazie per averle detto ciò che ho appena detto, grazie tante, davvero, sei un bravo ascoltatore, non mi ero mai aperta così tanto, nemmeno con la mia migliore amica... 

Scenetta 2. Livorno. Nei pressi della Terrazza Mascagni, all'ora del tramonto (tutto molto bello, e tutto molto romantico).

Marta mi prende per mano. Siamo amici da circa un annetto buono. Ci vediamo di rado, perché io non vivo più in Toscana e lei, per lavoro, viaggia molto tra Milano e Roma. L'ultima volta, di fatto, ci siamo visti a Roma, e abbiamo mangiato al volo e insieme da "Spizzico" (una schifosissima pizza "plastificata", rispetto a quelle che si possono degustare a Salerno). 

Mi prende per mano, Marta, e io strabuzzo gli occhi e mi dico: "Wow, sta succedendo proprio a me, chissà ora che mi vuole dire, o chissà che vuole fare, a quest'ora della sera, quando il sole è una palla rosso fuoco che sta per calare definitivamente sull'orizzonte e il mare è calmo e le onde rumoreggiano como loro solito sbattendo sugli scogli pazienti, chissà se, entro questa sera, non ci baceremo, con la lingua, con trasporto, con passione...".

"Ti ricordi dell'ultima volta? Di quando ti parlai di "lui", del mio "lui"?". Ecco, penso, ci risiamo, Marta deve parlarmi del suo "lui", e non immagina minimamente che a me possa dare fastidio, va bene essere amici, ma perché parlare sempre di quel coglione del suo amante? Un uomo sposato che le promette che lascerà la moglie e che, invece, e come da copione, preferisce stare con un solo piede in due staffe (come tanti)?

"L'ho lasciato, ieri, definitivamente, sai?". Toh! Mi verrebbe da esclamare, e poi da esultare, ma non lo faccio per rispetto (io rispetto le mie amiche, su questo non ci sono dubbi, sono ancora un cavaliere, quando voglio...).

"E come è successo?". E Marta comincia a raccontare, lei che è così sicura di sé (il contrario di Luisa, la dottoranda) si spoglia e si mette a nudo davanti alla mia coscienza, mi parla dei dubbi e dei mille ripensamenti, mi guarda le vene della mano destra che mi stringe come se potesse cadere da un momento all'altro e io fossi l'unico essere umano a cui aggrapparsi in quel momento, e mi parla di come e quando e perché è successo (lei non ce la faceva più a sopportare una situazione del genere, era stufa di sentirgli fare tante promesse mai mantenute e iniziava a farle schifo sapere che, dopo aver scopato con lei, magari la sera stessa, tornava a casa per adempiere ai suoi doveri coniugali con l'altra, la povera illusa, la povera ignara, e il racconto si riempie di dettagli scabrosi, e Marta ricorda ogni singola frase detta con rabbia al suo amante ipocrita e bugiardo, un contafrottole, uno buono a nulla, e ogni tanto le scappa qualche parolaccia, mi fa ridere Marta, quando s'arrabbia e fa la faccia incazzata, e poi mi lascia la mano, smettiamo di passeggiare sulla Terrazza Mascagni come due fidanzati, e infine si domanda - e mi domanda - retoricamente: "Ma ti rendi conto che stronzo? Te ne rendi conto?", e io non posso che fare di sì con la testa, annuisco e penso: "Nemmeno stasera ci baceremo, e forse è un bene, io sto a Sud, lei a Nord, e viaggia più di me, sarebbe complicato vedersi, anche solo per un rapporto di stampo puramente passionale o sessuale, è bella Marta, bionda, occhi azzurri, il contrario di Luisa, la dottoranda, una donna più grande, una donna fatta, che ha la sua indipendenza economica e che, pur sembrando così forte e disinvolta, ha dovuto sudare le famose sette camice prima di prendere l'unica decisione giusta, e mandare affanculo quel pezzo di merda d'un ipocrita adultero...).

E mettendo a confronto la scenetta 1 con la scenetta 2 mi viene da pensare e mi viene da dire che non sono io che me le cerco, non so perché, non so come mai, ma sono loro, le donne, a venire da me a raccontarmi le loro cose più intime e dolorose, sono loro che mi fanno le loro confessioni, e forse mi vedono come un tipo tranquillo, un amico cui è possibile raccontare certe cose, con cui è possibile condividere certi dubbi esistenziali, uno di cui ci si può fidare... E mi viene in mente anche quell'altra frase, di un'altra (l'ennesima) amica giornalista: "Quando una ti guarda pensa subito: "Questo qui non può farmi del male"... e però sei uomo, si sa che prima o poi anche tu farai lo stronzo"... E continuo a riflettere su queste parole e a pensare (auto-giustificandomi): "Non sono io che le me cerco, ragazze, siete voi che venite a raccontarmi le vostre cose di vostra spontanea volontà, io mi limito ad ascoltare, lo sapete, no?" (domanda retorica, come altre in questa storia...)

miércoles, marzo 21, 2012



L'incantatore: le magie dello stile nabokoviano





L'incantatore (Milano, Adelphi, 2011), così s'intitola (nella traduzione italiana del figlio Dmitri) il racconto che anticipa Lolita, il capolavoro di Vladimir Nabokov. Scritto nel 1939, a Parigi, mentre l'autore è costretto a letto per un “violento attacco di nevralgia intercostale” (dalla 'Prima nota dell'autore'), L'incantatore è un racconto lungo che ipnotizza il lettore sin da subito, sin dall'incipit, in cui si parla di lascivia, depressione, lussuria, stupro, depravazione, desiderio smanioso. Ma sarebbe un racconto morboso solo se ci fermassino a leggerlo in superficie; come sempre quando si tratta di Nabokov, lo stile conta molto di più del contenuto; il “come” molto di più del “cosa” si racconta.

Prima domanda: chi narra cosa? Un narratore esterno in terza persona, sarebbe la risposta più facile e banale.

Eppure... ci sono piccoli squarci, all'interno della trama, in cui possiamo scoprire una indiscutibile vicinanza tra questo narratore-testimone esterno e il fantasma dell'autore in carne ed ossa; quando il quarantenne innamorato delle dodicenni entra in casa della donna che gli permetterà di stare a più stretto contatto con la sua “ninfetta”, ecco che la voce del testimone oculare si incrina e subentra quella di un altro (chi? Nabokov? L'innominato protagonista pedofilo? Chi parla, in questo caso?):

“[...] uno di quei visi che vengono descritti senza che si possa dir nulla delle labbra e degli occhi perché il solo fatto di menzionarli – anche ora, qui – sarebbe un'involontaria contraddizione della loro totale insignificanza” (p. 35 dell'ed. succitata).

E' nell'inciso che si crea lo squarcio (o si apre un varco): il narratore sta dicendo che la donna è priva di vero fascino; che non andrebbero descritti neppure i suoi occhi né le labbra, tanto sono insignificanti: nemmero ora, né qui, sarebbe necessario descriverli. E lecitamente il lettore si potrebbe domandare: perché? E soprattutto: quando? Dove? A quale “ora” si riferisce quell' “ora” e a quale “qui”? Chi narra cosa e quando e dove?

L'incantatore è la storia di una passione estrema (anche disturbante, a tratti; impossibile restare indifferenti davanti alle elucubrazioni di un individuo così freddo, nella sua voglia di conquistare l'innocenza della dodicenne che diventa “oscuro oggetto del desiderio”) e, al contempo, quella di un tentativo: decifrare correttamente la realtà, non farsi ingannare dai sensi o dagli altri, superare gli scherzi del destino. E allora ecco che il racconto viene intervallato da diverse metafore libraie o libresche, oltre che geometrico-matematiche: il mondo come libro che va interpretato; la realtà come manoscritto di difficile decifrazione o come insieme di formule che vanno calcolate con esattezza e precisione infinitesimali.

Alcuni esempi:

[di fronte alla “matrigna” della sua Lolita – una donna matura preda di una malattia incurabile e che – egli spera – prossima a morire] “e ascoltava l'epopea della sua malattia, collazionando varianti e interpretando con grande acume le più recenti corruzioni del testo” (p. 38)... come se si potessero davvero collazionare varianti davanti al racconto (nostalgicamente triste) di una malata terminale...

[pensando ai futuri piaceri da consumare con la bambina] “Adesso intanto, oggi, un refuso del desiderio distorceva il senso dell'amore”... come se quel suo desiderio ossessivo fosse un qualcosa di lecito e non un obbrobrio; come se il desiderio creasse refusi – e chi potrebbe mai correggerli, i refusi del desiderio?

[Tornando a casa, di notte, con la speranza di non ritrovarsi tra i piedi la donna malata – esca fondamentale per arrivare alla preda] “Quando tornò a casa l'appartamento era buio – gli balenò la speranza che lei stesse già dormendo ma, ahimè, la porta della sua camera era sottolineata, con la precisione di un regolo, da una sottile lama di luce”(p. 54)... e qui è davvero inutile parafrasare o commentare l'immagine quasi “proustiana”: quella lama ci trafigge, come fa con il protagonista (la sinestesia è figura retorica preferita di Nabokov: con una sola frase, lo scrittore ci immerge in una atmosfera di cui sentiamo quasi l'odore, oltre che l'aspetto visivo, tattile e sonoro)


[mentre la ninfa si trova in uno stato di dormiveglia] “Allora, dando inizio a poco a poco all'incantesimo, cominciò a passare la sua bacchetta magica sopra quel corpo, quasi sfiorando la pelle, torturandosi con l'attrazione che ispirava, con la sua tangibile vicinanza, con le fantastiche comparazioni consentite dal sonno di quella ragazzina nuda che egli misurava, per così dire, con un regolo incantato […]” (pp. 83-84)... e qui è davvero inutile spiegare a cosa alluda questa volta il regolo, strumento di precisione, di calcolo, elemento visivo che permette all'autore di giocare con l'ennesima metafora geometrica (matematica?) e con il sesso (o il desiderio sessuale).

La realtà è un gioco di specchi in cui l'incantatore prova a trovare la strada d'uscita (alle sue pulsioni più animalesche) e in cui la bambina è la vittima innocente che ignora il pericolo che sta correndo in compagnia di questo strano individuo.

La realtà si sdoppia, anche numericamente: a p. 47 l'uomo entra in casa e vede la “moglie” intenta a chiacchierare con una vicina di casa. Annoiato, l'uomo prende un giornale, anche se è incapace di leggere o decifrarne le righe. “Prese un giornale (del 32 del mese)”, dice il narratore esterno. E il lettore si domanda se abbia letto bene, dubitando si tratti di un refuso (quale mese ha 32 giorni?). E in questa nebbia vaghiamo insieme al protagonista, fino alla scena catartica della stanza d'albergo, quando tutto precipita: parole, sensazioni, pulsioni, obiettivi, macchinazioni, metafore, godimenti presunti e reali, sogni ad occhi aperti e incubi incessanti...

viernes, marzo 16, 2012


Tempus ruit (pare ancora...)



E' da quasi un mese che non aggiorno questo blog; mi viene in mente la frase di Cervantes, quando, anticipando le probabili critiche o le domande dei curiosi lettori e per giustificare in qualche modo la lunga pausa intercorsa tra la stesura de La Galatea (1585) e quella della "Primera Parte" del suo Don Quijote (1605) scrisse: "Ho avuto altri affari da sbrigare" o "Sono stato occupato in altre questioni"...

Ho letto anche poco, ultimamente. E non ho libri nuovi da recensire (sì, ne ho comprati, come L'incantatore di Vladimir Nabokov, grazie alla suggestiva recensione di Gabrilù sul suo blog "NonsoloProust"; e Nanà, di Zola, su consiglio affettuoso della mia cara amica Danny - anche lei gli ha dedicato una recensione; devo ancora leggerla). Ma, appunto, ho avuto poco tempo per vivere attraverso le pagine di un buon libro (e la cosa mi manca, lo ammetto).

In compenso, ho vissuto parecchio, a ritmi sinceramente accelerati.

Ho mangiato un hambuger al McDonald in compagnia di una mia vecchia alunna di scuola, incontrata per caso alla Stazione Termini, e non ho resistito alla tentazione di aiutarla col bagaglio (un'enorme e pesantissima valigiona a fiori in perfetto stile Woodstock), come fossi un cavaliere errante d'altri tempi o come fossi il suo maggiordomo in giacca e cravatta (o, più semplicemente, come fossi suo padre); ho passeggiato sul Lungarno di Pisa insieme alla mia ex, rimembrando i bei tempi andati e sviscerando al chiar di luna le cagioni principali che hanno fatto sì che il nostro rapporto finisse in un baratro per non riprendere mai più quota (eravamo caduti in basso e nessuno dei due ha avuto mai la forza necessaria per tornare a viaggiare a quote più normali; le ho fatto notare la targa in cui si dice che Leopardi preferiva il Lungarno pisano a quello fiorentino; lei ha sorriso e poi mi ha  abbracciato stretto stretto); ho assaggiato dell'ottimo Chianti a Firenze, nei pressi di Santa Croce, la mia piazza preferita (con Dante che domina e osserva tutti), in compagnia di una collega che insegna Letteratura Inglese all'Università di Potenza. E ho sentito citare un mio articolo alla presentazione delle mie prime due traduzioni (dallo spagnolo all'italiano) nella magnifica Biblioteca Universitaria della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Pisa, quando meno me l'aspettavo (a citarmi, un prof. dell'Università di Milano, incredibile a dirsi...). E ho commentato una volta una simpaticissima riflessione di "V." (for "Vagina") nel suo blog assai divertente "memoriediunavagina", in merito al tema: "come resistere all'assenza degli ex", o meglio: "come un film può ricordarti immediatamente che il tuo ex non c'è più" (e la malinconia è dietro l'angolo; ti guarda sorniona; sorride infingarda; è pronta ad afferrarti per il collo e a non lasciarti più andare via). 

E poi mi sono ritrovato a parlare di mestruazioni con una amica giornalista (molto battagliera, un cervello sopraffino) davanti a un ottimo piatto di ravioli al ragù in un piccolo ristorantino in stile "toscano" ad Avellino, ridente cittadina dell'entroterra campano, in cui, a quanto mi dicono, c'è un'altissima percentuale di giovani che si tolgono la vita (il suicidio come unica salvezza agli inverni rigidi ed infiniti di quella città; o sarebbe meglio dire: alla mancanza di prospettive lavorative certe o a sbocchi occupazionali anche precari). 

E ho preparato l'aperitivo a B., una mia cara amica attrice che studia Lettere a Napoli e sogna di vivere recitando al Piccolo o alla Scala (sogniamo in grande, noi, mica pizza e fichi). E l'ho perfino ascoltata recitare pezzi tratti da La signora delle camelie o da Questa sera si recita a soggetto (poi abbiamo stemperato l'atmosfera cantando a squarciagola "Amore disperato" di Nada - i magnifici anni 80). E ho perfino ballato con B., un pezzo di Lou Reed, di quando ancora cantava coi Velvet Underground (solo che non ricordo più come s'intitolava quel pezzo, magnifico per smaltire una sbronza, o distendersi sul divano a contemplare il soffitto, con una sigaretta accesa in bocca o sospesa tra indice e medio). E ho visto un film di Wim Wenders, del 1977 (l'anno in cui ho visto la luce), con uno stranissimo Dennis Hopper (doppiato malissimo in italiano) e con un giovanissimo Bruno Ganz (stranamente somigliante a Valerio Mastrandrea, in quel film)...come s'intitolava? Ah, sì, L'amico americano (o Der Amerikanische Freund, nel titolo originale), un film ispirato allo stesso romanzo che poi ispirerà pure Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella e Il gioco di Ripley di Liliana Cavani - entrambi ancora da vedere). E lo vedevo seduto in uno striminzito stanzino di un piccolissimo pub di Salerno in compagnia di una critica d'arte contemporanea che sembrava mia nonna per il suo modo di non capire i film e il suo continuo chiedermi: "Ma lui chi è? Da dove esce fuori?" o "Ma lui è il marito di lei?" o "Ma ora perché lui muore?" o "Ma come mai ammazzano pure il controllore?" (indimenticabile quella scena "keatoniana" sul treno; una strage infinita compiuta da due pupazzi che non sanno nemmeno come tenere in mano la pistola)... 

E ho fatto lezione a un centinaio di studenti che non sanno che le mie occhiaie nascono da insonnia e che, molto probabilmente, ancora non sanno cosa significa soffrire d'insonnia... E ho visto, come al solito, il tempo scorrere...fuggire via...senza fare mai ritorno. E come dicevano gli antichi: "Tempus ruit" (ancora pare)...indefinitamente...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...