sábado, julio 06, 2013

La biblioteca-mondo di Stephen Dedalus: Ulysses come universo popolato dai fantasmi


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Ulysses (1922) di James Joyce: ecco, è questo il libro di cui possiedo più “doppioni” nella mia biblioteca personale (6 edizioni in tutto, di cui 2 sono traduzioni italiane). Sul frontespizio della prima copia (la traduzione di Giulio de Angelis per Mondadori) leggo la mia firma e la data: 16/05/1996, ovvero: avevo compiuto 19 anni quando iniziai ad appassionarmi a questo romanzo definito dalla critica uno degli anti-romanzi più rivoluzionari del Novecento. Perché – diciamocela tutta la verità – l’Ulisse di Joyce può piacere, nauseare, esaltare o fare schifo, ma una cosa è certa: ha cambiato la letteratura e il modo d’intenderla, di fruirla, di produrla.
16 Giugno del 1904: l’autore ha conosciuto Nora Barnacle in questo (per lui) fatidico giorno e decide di trasformare questa data nella giornata in cui si svolgerà la trama del suo capolavoro. Dalle 8 del mattino alle 2 di notte, Ulisse narra (si fa per dire) gli andirivieni (fisici e, soprattutto, mentali) di Leopold Bloom (il protagonista maschile), di Stephen Dedalus (il co-protagonista più giovane) e di Molly Bloom (la moglie di Leopold) in 18 capitoli scritti in 18 stili differenti sulla falsariga della struttura della trama dell’Odissea di Omero. Un’impresa non facile, come si può ben capire, anche perché Joyce si è divertito ad inserire in ogni capitolo dei piccoli misteri o enigmi la cui risoluzione non appare mai del tutto scontata o chiara (forse perché tale era il proposito dell’autore).
“Ci ho messo tanti enigmi e rebus che i professori avranno da fare per secoli per capire quello che volevo dire, e questo è il solo modo per assicurarsi l’immortalità”: così scriveva l’egocentrico scrittore giramondo (finì di scrivere la sua opera a Parigi, dopo averla concepita a Roma e iniziata a scrivere a Trieste – prima –  e a Zurigo – poi, in base ai vari viaggi e/o traslochi forzati per l’auto-esilio dall’amata-odiata Dublino e per cercare mezzi di sussistenza per lui e sua moglie tra lezioni private d’inglese – tra i suoi allievi anche l’amico Italo Svevo – e contratti a tempo determinato presso banche estere e imprese votate al fallimento – come quella di aprire un cinema, quando l’invenzione dei fratelli Lumière era ancora una novità) a uno dei suoi primissimi ammiratori, il ventenne traduttore francese Benoist-Mèchin…
Questo ci dà l’idea, appunto, dell’enorme megalomania di Joyce, ma anche della certosina pazienza con cui “inventò” la sua odissea personale, parlando, in fin dei conti, non solo e non tanto della Dublino amata-odiata, dell’Irlanda in cui era nato e cresciuto, quanto dell’Universo-Mondo (“de te fabula narratur”, come dicevano i latini; e l’insegna apposta in Via Frattina recita così: “In questa casa romana dove abitò dall’Agosto al Dicembre 1906 JAMES JOYCE esule volontario evocò la storia di Ulisse facendo della sua Dublino il nostro Universo”)
Joyce si concepiva come una sorta di Dio in terra che – con l’uso attento, ironico, istrionico e artigianale del linguaggio – poteva ricreare il mondo per farcelo vedere con occhi diversi. Ecco spiegato il mito di Joyce, un mito che lui stesso fomentò, sin dai primissimi tempi, e dalle primissime pagine del romanzo (c’era perfino chi pensava che Joyce fosse una spia al soldo del Governo inglese – quando viveva in Svizzera – tra le fila tedesche; c’era pure chi pensava che Ulysses contenesse messaggi cifrati o in codice per colpire il “nemico” politico… e quando poi finì con l’essere accusato di “oscenità”, venne bandito negli USA e in Inghilterra perché scambiato per un romanzo “pornografico”…). Anche questo mito può piacere, divertire o annoiare (dipende dai casi): certo è che Joyce si svenò per portare a termine un’opera che iniziò a scrivere effettivamente solo nel 1914 eper poi terminarla nel 1921, ovverossia: 8 anni per raccontare 1 giorno della vita di un piccolo gruppo di cittadini di Dublino…

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E come ogni mito che si rispetti, anche quello joyceano include i suoi rituali: ogni 16 Giugno schiere di fans appassionati celebrano il cosiddetto “Bloomsday” (“la giornata di Bloom”), ripercorrendo l’itinerario del personaggio del romanzo nella Dublino reale di oggi ed omaggiando Joyce con letture del suo romanzo-fiume (o romanzo scritto a suon di “stream of consciousness” o “flussi di coscienza” – una tecnica all’epoca molto in voga tra gente come Marcel Proust o Virginia Woolf, anche se ancora oggi la critica dibatte su cosa includere e cosa no sotto questa etichetta e su quali autori considerare come fautori o promotori di questa tecnica narrativa – a me ora viene in mente ad esempio Benjamin, il bambino disabile che parla a balbettii all’interno di The Sound and the Fury, di William Faulnker – ma la lista sarebbe lunga).
E come ogni fan, anch’io ho i miei capitoli preferiti, tra i 18 di cui sopra. A me piace, ad esempio, il cap. 6, quello che ricalca la discesa di Ulisse all’Ade (il mondo degli inferi), lì dove riceverà la profezia di Tiresia. Joyce fa andare Leopold Bloom al cimitero, per assistere al funerale di un conoscente, e qui il lettore s’imbatterà in una serie di riflessioni sulla morte davvero agghiaccianti (soprattutto per l’analisi spietata che fa il protagonista della nostra carne e degli organi interni del nostro corpo, una volta che si finisce sotto terra).
Ma ammiro molto (e rileggo sempre con piacere) il cap. 17, il penultimo (prima dell’apoteosico monologo finale di Molly Bloom nel 18), quello che rappresenta il “nostos”, ovvero, il ritorno a casa, “Itaca”, tutto sviluppato sotto forma di domande e risposte, secondo un modello dialettico (o presunto tale) che ricorda il catechismo (“Quante volte figliolo?” “Molte, padre”). Muoio dalle risate, ogni volta che lo rileggo, perché alcune domande che il narratore esterno pone ai due personaggi principali (Bloom e Dedalus, ovvero, un padre in cerca di figlio e un figlio in cerca di padre) sono talmente lambiccate, talmente retoriche, talmente arzigogolate che è impossibile non ridere.
E mi piace il cap. 9, “Scilla e Cariddi”, noto anche come il cap. della “Biblioteca”, perché è qui che si svolge un acceso dibattito tra Stephen Dedalus e alcuni suoi amici e compagni di sbronze (e di studi). E su questo capitolo oggi mi soffermo…

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Stephen Dedalus rappresenta, in parte, James Joyce da giovane; inevitabile vedervi rispecchiati alcuni lati del carattere dell’autore; un autodidatta che legge di tutto, che studia, che insegna e che vorrebbe fare lo scrittore (oltre che il critico letterario). Uno che, in quanto a letteratura, ne sa parecchio.
L’intero capitolo si svolge attorno a una teoria che Stephen sviluppa attorno al nodo (teorico) complesso dell’autobiografismo: in che modo e in che senso l’autore di un’opera letteraria è anche il Dio di quell’opera? In che modo chi scrive trascende la propria esperienza personale per parlare al lettore? In che senso si può affermare che dietro ogni opera d’arte si nasconda l’autore – anche quando non usa la prima persona personale e anche quando, intenzionalmente, cerca di sparire davanti agli occhi dei lettori o spettatori?
Stephen ha una teoria che convoglia il misticismo nel piano della letteratura: per spiegare questa sua teoria si appoggia a William Shakespeare. Chi era veramente costui? Dov’è Shakespeare, se ci mettiamo a rileggere i suoi drammi?
Per Stephen Shakespeare si nasconde soprattutto dietro un personaggio, in particolare, ovvero: dietro Amleto senior, il padre di Amleto, principe di Danimarca. Shakespeare si presenta come un fantasma che parla alla sua creatura; Shakespeare è il fantasma che mette in moto la mente e il corpo di Amleto junior, è colui che finge di tornare dal mondo dei morti per dare vita a un’astrazione come quella di Amleto, suo figlio, figlio del suo intelletto, pieno di dubbi e di ripensamenti (e di trame). Ogni dramma di Shakespeare è un dramma autobiografico e mai come in Amleto si capisce quanta base autobiografica vi sia nel teatro shakespeariano. “Nove vite vengono tolte per quell’unica di suo padre”, osserva Stephen, sottilizzando, davanti ai suoi colleghi (intenti ad ascoltarlo, a prenderlo in giro e a confutarne le teorie). Ma Shakespeare è anche Amleto junior, quello che dubita, che ha paura, che non sa se vendicare il padre contro sua madre Gertrude uccidendo suo zio Claudio…
A un certo punto uno dei colleghi di Stephen, con tono canzonatorio, arriva a paragonare il Bardo a Dio: “Egli è il fantasma ed il principe. E’ tutto in tutto”. Stephen gli da ragione. E intanto… mentre la conversazione va avanti, il lettore inizia a pensare: chi era davvero Amleto senior? E perché se Amleto junior ci presenta l’al di là, il mondo dei morti, come una “oscura regione da cui mai nessun viaggiatore ritorna”, Amleto senior torna e riesce perfino a parlare, a intavolare un dialogo con suo figlio? Chi è veramente William Shakespeare?
Cosa si nasconde dietro a un nome?, si chiede ancora qualcuno all’interno della Biblioteca…
Il nome è l’unica cosa che ci rimane attaccata (in modo costante e inviolabile) fino alla morte; ma quando i nostri genitori ci dicono che è quello il nostro nome facciamo fatica a capirlo e ad abituarci (è per questo che i genitori fanno scrivere più volte il nome al figlio, sul primo quaderno di scuola, prima ancora di andare a scuola).
Shakespeare ci viene presentato come una sorta di Dio perché ha saputo cambiare nome e anima e visione del mondo all’interno di ognuno dei suoi personaggi (né uomo né donna, il Bardo viene presentato da Stephen come una sorta di “androgino” – e forse ogni scrittore che si rispetti sfrutta entrambe le sfere in nome dell’androginia). Shakespeare è un fantasma che si è re-incarnato in Amleto (junior e senior), ma anche nel povero Otello e nel malefico, diabolico Yago; in Macbeth, ma pure in Lady Macbeth, la moglie machiavellica che lo induce ad uccidere il Re Duncan.
Stephen sugella la sua teoria (mescolando abilmente la letteratura col misticismo, citazioni da diverse opere letterarie e filosofiche a citazioni da San Tommaso d’Aquino e Sant’Agostino, passando per la Bibbia) con questa affermazione (dai toni, evidentemente, shakespeariani):
“Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi”.
Ecco: qui uno si ferma e capisce. Tutta la teoria di Stephen sull’Amleto e l’autobiografismo shakespeariano, in realtà, serve a dimostrare una cosa: che Ulisse è anch’essa un’opera letteraria autobiografica, che Joyce imita Shakespeare, in questa sua tendenza al nascondimento e che noi – in parte – siamo proprio come quei personaggi che vediamo muoversi sia all’interno del teatro del Bardo sia all’interno del romanzo joyceano. Finché dura la lettura (o la visione dello spettacolo), siamo loro, siamo fratelli adulterini, e mogli, e vedove, siamo Ulisse e siamo Penelope in attesa di suo marito, siamo Circe la maga e il povero e vecchio Anchise, siamo Desdemona la vittima e Otello il carnefice, mentre incontriamo sempre noi stessi… Noi camminiamo attraverso noi stessi… E Ulisse invita al cammino come pochi romanzi sanno fare.

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Questa teoria (o estetica) del fantasma è implicitamente accolta da Leopold Bloom (e dal narratore esterno che ne esplicita i pensieri più intimi) sin dal cap. 6, quello, appunto, che riguarda la personale “discesa agli Inferi” di Bloom. Ne parlerò più estesamente in un altro post (Joyce, come David Foster Wallace, induce alla logorrea e alla digressione). Certo è che se il romanzo nasce come ri-scrittura moderna (e modernista) dell’Odissea, è pur vero che senza Shakespeare e il costante “agone” con il modello shakespeariano probabilmente Ulysses non sarebbe il romanzo (anti-romanzo) che è. Come spiega bene Harold Bloom, la cosiddetta “angoscia dell’influenza” (o “the anxiety of influnce”) può essere estremamente produttiva: Joyce ha studiato l’intero canone occidentale; si è confrontato con Omero e Dante e Goethe e Sterne; ma è solo con Shakespeare che si ferma a riflettere in modo così esplicito; lo rilegge, lo emula, lo ammira, ne resta forse schiacciato, e il fantasma del Bardo non lo abbandonerà più, fino a Finnegans Wake.


P.S.: il fatto che il Bardo faccia la sua apparizione più estesa e diretta all’interno di una biblioteca non può essere ovviamente un fatto puramente casuale. Stephen e i suoi compagni sono circondati dai libri della biblioteca, dalle riviste specializzate, dai giornali e dalla carta stampata del momento; ma l’argomento di discussione che richiama e accende e mantiene viva l’attenzione degli astanti è sempre e solo lui… (anche se appaiono velate allusioni o citazioni dal Don Giovanni di Mozart & Da Ponte, dal Wilhelm Meister di Goethe, dalla Bibbia et alii... et cetera et cetera...)

Certe scoperte



Che poi certe volte bisogna staccare e avere il coraggio di smetterla di lavorare tanto, il lavoro nobilita quello per cui sgobbi dalla mattina alla sera (e se sei uno di quelli che lavora in proprio, beh, allora non nobilita nessuno, abbrutisce e imbastardisce come poche cose in questa vita).

E allora uno prende coraggio e chiama il suo miglior amico, Roby si chiama (come tutti i migliori amici), e andiamo in piscina (a Palombara Sabina - nemmeno sapevo esistesse un posto simile, nel Lazio), è Martedì e, quindi, in teoria, c'è poca gente e lo spazio è ricco di vegetazione, ci sono interi prati a nostra completa disposizione, e alberi sotto cui ripararsi dal solleone, e godersi anche un poco di ombra, che cribbio!

Troppo sole fa male. E così, io e Roby ci mettiamo a parlare del più e del meno, della vita e della morte, delle rispettive compagne per la vita (lui la sua l'ha sposata ben 9 anni fa, io la mia la frequento da quasi 1 anno e già si parla di matrimonio, senza imbarazzi, senza paure, senza angoscia, una cosa strana, fantastica, quasi inverosimile, e invece, per me, stavolta è così, non ho paura) e della Roma e della Lazio e della nazionale che perde ai rigori contro la Spagna (ingiustamente, aggiungiamo in coro, entrambi) e degli ospedali e degli infarti che possono colpire chiunque si trovi a camminare sotto il sole, e delle fanciulle che ci stanno a fianco, due belle ragazze romane de Roma che quando parlano sembrano sempre scazzate, arrabbiate col mondo, avranno sì e no 19 anni, ma sembrano donne vissute, che hanno già visto tutto, già sperimentato tutto, già bevuto di tutto, già fumato, anche, di tutto...

Ma noi siamo troppo vecchi per loro; Roby ha i capelli brizzolati, io tra poco avrò la gobba, insomma, meglio starcene per i fatti nostri, molto meglio stare fermi, non agire, non smuovere le acque, ti va di fare un tuffo? Ho detto: "Non smuovere le acque", e vabbè, tanto poi alla fine l'istinto è quello, siamo cacciatori, in cerca di prede...

Roby si tuffa, io mangio un panino col prosciutto cotto. Una delle due fanciulle parla con la mamma: "Sì, a ma, t'ho detto che tornamo presto, nun te preoccupà! Nun me scoccià!".

E poi uno decide di farsi un caffè a casa, con la schiena scottata dal troppo sole (mica ci hai una crema?) e decide anche di restare a cena, daglie, nun te fa pregà, aspettamo Mery e poi se magnamo quarcosa e poi te ne vai affanculo!

Roby è un romano de Roma di quelli della vecchia guardia: ti offre pure la casa, se vuoi, ma poi ... "vedi d'annattene affanterculo!"...

E così gli chiedo se posso guardare le email (impossibile per certe persone staccare dal lavoro, maledetto lavoro) e a Roby si illuminano gli occhi, non poi sape che ho sgamato su un sito porno, ce stanno le chat, apri la chat!

Acconsento, cos'altro posso fare? Roby è il mio migliore amico e non gli si può certo dire di no. Entriamo in un altro mondo, un universo fatto di coppie esibizioniste che amano farsi vedere mentre fanno l'amore (amore?) e di donne sole mentre si toccano (si toccano?) e di uomini soli intenti a guardare coppie che fanno l'amore (amore?) e donne che si toccano (toccano?). Non avevo mai frequentato una chat di questo tipo, ma ne sono contento, non mi scandalizzano certe cose, non sono un puritano né un falso puritano - come tanti italiani - e così guardo e osservo e interagisco...

C'è Lucia che si sta spogliando e ride e chiede nel gruppo (nel gruppo?) se c'è qualcuno che fa il dottore, avrebbe bisogno di qualche consiglio per la pelle, ha la schiena tutta rossa, oggi ha preso troppo sole...

C'è Stellina81, che sembra davvero giovane, ma il trucco l'invecchia. Sorride a cani e porci, giocando con un orsacchiotto di peluche che fa una tristezza che nemmeno Giobbe quando fu punito da Dio ingiustamente, o meglio, solo per metterne alla prova il carattere e temprarlo lungo il cammino della fede (Dio mio, mio Dio, perché?).

C'è Monika con la "k" che scrive solo in inglese e c'è Sara che dice di essere italiana ma poi, se le diciamo "che bella, complimenti", risponde: "English only" (e Roby dice che si auto-definiscono "italiane" solo per attirare più spettatori o clienti, si vede che dire "italiana" eccita le menti degli utenti - menti? Utenti? Menti degli utenti?).

E poi c'è una tipa molto atletica e dai capelli corti rossi rossi, quasi rasati... Un seno piccolino, ma ben fatto, una pancina pronunciata, ma piacevole, un sorriso accattivante, ma davvero molto, che scrive agli utenti titillando la loro fantasia (le loro menti?) e intanto balla, si muove al ritmo di una canzone che - lì per lì - mi pare di avere già ascoltato, è una canzone bellissima, dal ritmo quasi ipnotico, e allora Roby si accorge che mi sono imbambolato, aho, daglie, diglie quarcosa, daglie, prima che torna mi moje, sinnò poi che glie dimo a Mery? 

E mi viene spontaneo chiederle: "Nice song, whose song is this?", e lei - Nina78 - mi risponde, dopo aver risposto ad altri 100 utenti arrapati: "Maybe you are" del cantante ebreo Asaf Avidan, e io vado subito su Youtube per mettere quella stessa canzone che lei sta ballando in quello stesso momento per uso e consumo dei suoi molti clienti (clienti?) o utenti (utenti?) e le due colonne sonore a un certo punto si mescolano, lei balla, io e Roby ascoltiamo la canzone di Asaf Avidan, apprezzando la bravura di Nina78 nel portare il tempo della canzone stessa...

Che razza di scoperte si fanno su internet, ai giorni d'oggi... Roby mi dice di cambiare canale, daglie, Nina78 ha quasi rotto, balla solamente, daglie, cambia, metti Stellina81, e io non gli do retta, scrivo: "Thank you, Nina78, you have a very good musical taste" (ormai il mio inglese è penoso, altro che "basic") e lei mi manda un emoticon, un sorriso enorme, per un po' ha anche smesso di ballare, e sorride, sorride in primo piano e anche a me viene un po' da sorridere, per la situazione in sé, per Roby e Mery che sta per tornare da lavoro, per le centinaia di utenti che sono collegati con Nina78 per vederle le tette o godersela mentre si masturba, ignari del fatto che quella splendida canzone che ne accompagna le movenze s'intitola "Maybe you are" ed è una canzone di Asaf Avidan...

Che razza di mondo, che vita di merda, che scoperte assurde si fanno in questa terra abitata da gente così strana, c'è chi si scotta la schiena per troppo sole preso al mare (o in piscina), chi gode facendosi vedere in web-cam da perfetti sconosciuti e chi - come me - approfitta di un consiglio di un amico per rubare una canzone di Asaf Avidan a una spogliarellista (cam-girl?) che risponde al fantomatico nick-name di Nina78...

martes, junio 25, 2013

La morte in faccia


Mentre io mi dilettavo di ricerche su James Joyce (e rileggevo a pezzi la monumentale “biografia” di Richard Ellman), mia nonna aveva un infarto senza nemmeno rendersene conto. Quando sono andata a prelevarla da casa sua per catapultarla al Pronto Soccorso mi ha solo detto che sì, che sentiva un leggero pizzicore all’altezza del cuore e che aveva come un capogiro.

Mio nonno ha mantenuto i nervi saldi e quando poi l’infermiere che ci ha accolti è uscito dalla sala dei medici e ci ha chiesto: “Da quando è in queste condizioni?”, ecco, solo allora ho capito la gravità di quello che era successo; in macchina no, perché in macchina mia nonna parlava e io le chiedevo se voleva bere dalla bottiglietta, se voleva che abbassassi il finestrino, se le dava fastidio la musica, se voleva che guidassi più piano…

Col senno di poi è normale (forse quasi “automatico”) tornare a quei secondi, a quei minuti, a quelle ore che hanno preceduto l’incidente che poteva risultare fatale. Uno si ferma e si domanda: cosa sarebbe successo se fossi arrivato con 10 minuti di ritardo? Cosa, se al Pronto Soccorso non avessero capito subito che si trattava di vita o di morte e hanno deciso immediatamente di trasferire mia nonna in elicottero in un ospedale il cui reparto di cardiologia è all’avanguardia, tra quelli esistenti nel Centro Italia…

E poi uno si ferma a riflettere anche su quelle domande, poste per gentilezza, e sugli oggetti o i fenomeni cui quelle domande si riferiscono: vuoi bere un po’ d’acqua? Vuoi un po’ più di aria dal finestrino? Ti da fastidio la musica? Che musica stavo ascoltando mentre mia nonna aveva appena avuto un infarto – senza nemmeno rendersene bene conto – e io correvo all’ospedale? Avrebbe potuto essere l’ultima cosa che mia nonna ascoltava in vita, se i medici non fossero stati bravi a capire che si trattava di un infarto e che poteva risuccedere di lì a poco (arterie ostruite: uno non ci pensa e cammina per strada, come se niente fosse, ma basta avere una sola arteria ostruita per rischiare di morire, il sangue che non arriva più al cuore, la pompa che fa marciare l’intera macchina umana, il cuore… i cui battiti ci accompagnano sin dall’istante in cui nasciamo e che notiamo solo quando ci poggiamo una mano sul petto, o quando appoggiamo la testa sul petto di un’altra persona, magari la persona amata, quella di cui siamo follemente innamorati e lei ci chiede, candida: “Senti come batte forte?”).

Ogni attimo, in realtà, potrebbe essere l’ultimo, quello che segna il passaggio dalla vita alla morte.

Ne ho parlato – con tatto, con calma, con ironia anche – con mia nonna, che ora, per fortuna, sta bene… E lei mi ha guardato seria e mi ha detto che comunque se lo sentiva che c’era qualcosa che non andava e che si è spaventata moltissimo. Mia nonna sapeva, anche se non era cosciente di sapere, che era stata vicina alla morte.

“Ha visto la morte in faccia”, si dice, in italiano, per indicare lo scampato pericolo. E mentre mia nonna parla, io ripenso alla musica, all’aria, all’acqua, a tutte quelle cose che ci circondano e a cui non diamo importanza più di tanto, perché ci sono, perché sono lì, sempre a nostra completa disposizione, e penso che mia nonna – mentre io correvo per portarla in ospedale – non si sarà soffermata su nessuna di quelle cose e, anche se non ne ho la certezza e questo ancora non gliel’ho mai chiesto, credo che in quel momento mia nonna fosse concentrata solo sulla vita, e sul fatto di non morire; aveva visto la morte in faccia, ma evidentemente ha avuto una gran voglia di scacciarla dalla sua vista; ha voluto vivere e continuare a respirare, malgrado le ostruzioni delle arterie. E penso anche che ha avuto un gran coraggio e una grandissima fermezza d’animo a non soccombere a quella paura, mentre io parlavo e domandavo e parlavo quasi per esorcizzare la paura che non ce la facesse.


“Ha visto la morte in faccia”. E non deve essere – per nessuno – un bello spettacolo.

sábado, junio 08, 2013

Roma vista dall’alto, ovvero: La grande bellezza, di Paolo Sorrentino



Come più volte ho scritto su questo blog o diario di bordo (di un “borderline”), Roma non è solo una città, è soprattutto uno “stato d’animo”. Ma se ci pensiamo bene, lo stesso può dirsi di Londra o di Berlino o di Madrid o di qualsiasi altra grande metropoli che ha secoli di storia alle spalle (o nel sottosuolo).

Non ricordo più se era Julio Cortázar a dire che “Parigi, in fondo, è una gran metafora”. E così, pure, Ginevra, o Mosca, o Napoli…

Nel suo ultimo film, Paolo Sorrentino trasforma Roma in una “grande metafora” e ci parla della “grande bellezza” che essa emana e continua ad emanare nonostante i mille problemi che la straziano giorno dopo giorno da tanti, troppi anni ormai (e non sono io né il primo né l’ultimo né l’unico a dire che Roma, ahinoi, è molto peggiorata da com’era dieci anni fa – o anche meno – e non solo per la delinquenza e la violenza di strada sempre più evidenti, ma anche per quanto riguarda l’immondizia, la sporcizia e le cartacce che la invadono ovunque, anche nel centro storico – per non parlare dei mezzi pubblici, che la fanno sembrare un paese del Terzo Mondo).

Di che parla La grande bellezza? Di Roma come metafora dell’Italia, certo; ma anche di Roma in quanto città vista dall’alto. Il protagonista del film, Geppi, uno scrittore che ha avuto la fama grazie al suo primo e, al momento, unico romanzo, abita in una casa di lusso posta all’altezza – nientedimeno che – del Colosseo. E molte scene del film ritraggono Roma dall’alto. E non solo: il film ci fa vedere come vivono e come trascorrono il tempo (come si divertono e cosa si raccontano) quelli “dell’alto”, ovvero, tutti coloro che appartengono alle sfere sociali più elevate e ricche e benestanti.

Geppi frequenta i salotti buoni della capitale, quelli dove si organizzano feste privatissime e, all’apparenza, molto trasgressive (ma è appunto tutta apparenza) e dove si decide cosa è “in” e cosa “out” in quanto a mode, gusti e stili del momento.
Lo spettatore, dunque, compie un viaggio dentro le ville più lussuose, i palazzi più grandi e nobiliari, le discoteche più alla moda della Roma dei giorni nostri. Inevitabile pensare a La dolce vita, ma di una cosa sono certo: Sorrentino avrà pure rivisto il capolavoro di Fellini, ma poi se ne è dimenticato e ha tentato di fare un’operazione diversa.

La grande bellezza, come qualcuno ha scritto sui giornali, è un film proustiano, in un certo modo, perché, oltre al fatto che Geppi e compagni non fanno altro che citare Proust, il regista ci ritrae i suoi personaggi nobili e imbellettati come fa Marcel coi suoi amici dell’alta società.

Faccio il primo esempio che mi viene in mente ripensando all’incipit (molto bello) del film: la telecamera ci fa ballare in una discoteca su una terrazza che si trova dalle parte di Piazza Barberini (sempre le terrazze, luoghi "alti" per eccellenza) e a un certo punto si ferma su Geppi, un ralenty ce lo mostra intento ad accendersi una sigaretta, mentre gli altri, tutti sudati, tutti suoi fedeli amici, si danno da fare a ballare e sbraitare al ritmo assordante della musica… e a questo punto la voce in off di Geppi inizia a fare le sue riflessioni su vita e morte, su amicizia e ricordi, sul tempo che passa…

Mi ha colpito molto l’età media dei personaggi: tutti oltre i 40 e molti vicini ai 70. E’ come se Sorrentino avesse voluto parlarci della bellezza di una città fuori dal tempo (perché vista come eterna) e della bruttezza di uomini e donne che sudano ballando e che si dilaniano a furia di cattiverie e pettegolezzi su terrazze di un lusso esagerato, oltre che a furia di botulino e rittocchi sulla pelle dal chirurgo estetico.

Ovviamente, Geppi non è né aspira ad essere Proust; si accontenta di quello che ha, dei soldi che gli permettono la bella vita e le belle donne, della fama che gli ha regalato il suo primo romanzo fortunato e tira a campare senza troppe illusioni per il futuro.

Dovrà essere l’intervento inatteso di una suora che tutti presentano come imminente santa per spingerlo a rispondere alla domanda scottante: “Perché non scrive più?”. Geppi risponde – davanti a uno stuolo di cicogne o pellicani, non ricordo più bene – con onestà: “Perché non sono mai riuscito a cogliere la grande bellezza”.

Risposta molto proustiana, ma anche molto furba. E’ un alibi e una scusa per continuare a fare una vita agiata, lontano dai problemi, anche da quelli che implica l’ispirazione letteraria. E’ facile fare lo spettatore neutro (o a tratti anche cinico) della vita degli altri quando si è guadagnato tanto e si gode di una casa con vista sul Colosseo. Sarà solo dopo una tarda presa di coscienza dei suoi limiti che Geppi tornerà a raccontare la realtà attraverso la scrittura.

E le immagini? Ecco: è qui che, a mio giudizio, Sorrentino pecca di “virtuosismo”. Le immagini de La grande bellezza sono così belle, a tratti, così cariche di simboli e così ben trovate che, a volte, sembrano artificiose. Perfino la gita in barca – leggera – sul Tevere, mentre scorrono i titoli di coda e i vari ponti che attraversano Roma sembra artefatta e fin troppo costruita. E questo è certamente uno dei limiti di un film ambizioso e che resterà certamente nella mente dello spettatore quando le luci si riaccenderanno e la musica si spegnerà (la colonna sonora è sempre ottima, come sempre nei film del Nostro).

P.S.1: Pasolini scrisse in qualche appunto che aveva in mente di girare un film su Roma a partire dai 21 ponti che la attraversano; Sorrentino gira un film dall’alto per farci vedere come vivono quelli dell’alto rispetto a quelli del basso. E attraverso la figura di Geppi ci fa riflettere sul fatto che spesso, ahinoi, la vita è quella cosa che succede mentre siamo intenti a guardare altro. E al di là del barocchismo di certi trucchi, diciamo che il regista riesce nel suo intento. Aiutato – questo sì – da un sempre notevole e trasformista Tony Servillo.


P.S.2: Una curiosità che commentavo con una mia amica: nel film si sentono spesso i gabbiani. Questa è una di quelle magie di Roma che non sono mai riuscito a spiegarmi. A Roma ci sono moltissimi gabbiani che solcano il cielo di giorno e di notte. E se si sta lontani dai rumori del traffico, il verso dei gabbiani si sente nitido e costante. Sorrentino ci trasmette questi suoni naturali che troppo spesso, a causa della fretta, dimentichiamo o non notiamo come si deve. E uno si domanda: ma quanto dista il mare da Piazza Venezia (una delle piazze romane col maggior numero di gabbiani in volo).

lunes, mayo 27, 2013

John Cheever e la solitudine



Prima di acquistare Una specie di solitudine (la versione integrale ed italiana dei suoi Diari), non sapevo nulla di John Cheever; o meglio: il solito Enrique Vila-Matas vi faceva cenno in non ricordo più quale suo romanzo anti-romanzesco (o meta-letterario) e mi ero sottolineato alcune frasi che si riferivano proprio a questi diari…

Ora che lo frequento da più di 6 mesi (leggo a spizzichi e bocconi centellinando il piacere che mi provocano i diari stessi), posso dire che John Cheever si è trasformato in un mio amico (anche se obbligatoriamente postumo, perché è morto nel 1982, quando io avevo appena 5 anni) e in una di quelle che George Steiner chiamerebbe “vere presenze”.

John Cheever è uno scrittore americano contemporaneo di Philip Roth e Saul Bellow, di J. D. Salinger e di Vladimir Nabokov; uno che ha pubblicato dei racconti meravigliosi (a detta della critica specializzata) e dei romanzi dai titoli strani come Bullet Park e Falconer; uno che non conosco affatto nelle vesti del narratore ma che, al contempo, in questi suoi diari mostra una capacità affabulativa notevole e una capacità di osservazione e di auto-analisi che lasciano col fiato sospeso.

Sposato a una donna che l’ha reso felice e depresso in pari misura, padre di due figli che adora, scrittore di successo che non ha mai certezze sul proprio lavoro e che pure lotta per avere il riconoscimento pubblico dei colleghi e dei critici, omosessuale in segreto che soffre perché cattolico e perché marito e padre di famiglia, alcolizzato che lotta per smettere e che non riesce a togliersi il vizio perché in parte schiavo dei suoi vizi, filosofo che dubita di tutto e che in questo mare d’incertezze impara per lo meno a stare a galla, John Cheever è queste e molte altre cose ancora.

Ma prima fra tutte, è uno scrittore che sa raccontare la sua vita come fosse un romanzo e che, in certo modo, prevede e profetizza la lettura di queste pagine intime da parte di un lettore che arriverà solo dopo, soltanto quando lui sarà già morto e sepolto.

E così, sebbene siano assenti ammiccamenti o riferimenti espliciti al lettore, il lettore di questi diari (nell’ed. Feltrinelli del 2012 – tr. it. di Adelaide Cione – ammontano a quasi 500 pagine) si sente chiamato in causa, partecipa del dolore del loro autore, si commuove e si emoziona con lui, condividendone sfortune, amarezze, tristezze e piccole gioie quotidiane.

Come quando parla di sesso: “C’è sempre, da qualche parte, questo accenno di aberrante carnalità” (id., p. 17) (e a uno vengono in mente le mille volte in cui, passeggiando per strada, l’occhio va a poggiarsi in automatico sulla scollatura della bella signora matura che ci sfiora lungo le scale mobili della metropolitana o dentro gli autobus stipati di pendolari all’ora di punta); o come quando parla di ipocrisia: “[…] e penso alle immani energie che sprechiamo a fingere” (id., p. 179) (già: quanta energia buttiamo via per fingere con gli altri? E con noi stessi?); o come quando parla del Paradiso: “Forse il paradiso non è altro che l’insieme dei teneri ricordi dei nostri amici e amanti; qualche riapparizione spettrale che facciamo, restaurando il coraggio e il senso dell’umorismo” (id., p. 133).

E uno si domanda: è davvero questo il Paradiso? L’insieme dei ricordi legati ai nostri amici e alle amanti, alle persone che abbiamo amato e a quelle che abbiamo abbandonato (o che ci hanno lasciati)? Il Paradiso è questo tornare ad incontrare se stessi in questi ricordi cari? Potrebbe essere il luogo in cui riappariranno queste persone a noi così care? E che vuol dire che questo ci permette di “restaurare il coraggio e il senso dell’umorismo”?

Miguel de Cervantes, pochi giorni prima di morire, scrisse un bellissimo prologo a quello che sarebbe stato il suo ultimo (e postumo) romanzo, Los trabajos de Persiles y Sigismunda: a un certo punto, si commiata dai suoi amici e dalle persone care e inizia a dire una serie di “addii”… Addio, divertimenti, addio, gioie! Addio, amici cari, spero di potervi ritrovare presto nell’al di là (cito non verbatim e inventando qualcosa, quindi).

Cervantes e Cheever: due cattolici che devono per forza di cose credere nell’al di là, se si reputano fedeli. Due che immaginano il Paradiso come il luogo del reincontro e della restaurazione dei divertimenti, delle risate, del buonumore, dell’umorismo terreni…

Sono passati 6 mesi e ancora non so com’è il John Cheever autore di romanzi e racconti; so per certo che questo John Cheever (intimista e intimo) mi accompagna ogni giorno con discrezione e sottile ironia, con malinconia e leggera tristezza, in quella che tutti noi possiamo definire (come la vita stessa) “una specie di solitudine”.

sábado, mayo 25, 2013


Essere iper-critici



Ultimamente mi sta capitando una cosa strana: sento un irresistibile impulso a dire ciò che penso e nel linguaggio che mi pare più consono, al di là o al di sopra delle normali regole della mia lingua madre e, soprattutto, al di là e a prescindere da ciò che pensa la maggioranza della società in cui vivo.

Mi capita davvero spesso di non frenarmi, di non fermarmi un momento a riflettere per censurarmi o auto-censurarmi, per tagliare quelle frasi che già so che potrebbero suscitare l’ira o stuzzicare la permalosità di certe persone. Mi capita, insomma, di dire come la penso e cosa ne penso nel modo più diretto e crudo possibile.

E questo, è ovvio, crea le critiche (a volte sincere e spassionate, altre volte subdole e ipocrite) di chi mi sta vicino (e mi conosce) e di chi non mi sta poi tanto vicino (e non mi conosce, per tanto) e si sente in diritto / dovere d’avvisarmi e di sottolinearmi (preventivamente) che sì, se continuo così, potrei farmi molti nemici… Potrei risultare antipatico a molti… Potrei toccare i nervi scoperti di qualcuno (o di qualche categoria sociale o di gruppo o di lavoratori o di credenti, etc. etc.).

Eppure, io non riesco (in quest’ultimo periodo) a non dire le cose che penso in un modo così crudo e, a volte, anche crudele. Non ho proprio nessuna intenzione di auto-censurarmi o di usare un linguaggio un po’ più diplomatico. Forse ha ragione quella mia amica che, una volta, di notte, passeggiando sotto una leggera pioggerellina lungo la scalinata della Stazione di Santa Maria Novella a Firenze mi disse: “Tu non sei comunista; mi sa che tu sei proprio anarchico”.

Ed in effetti, se ci penso, se torno a riflettere su queste parole, mi pare di scorgervi un fondo di verità: provo timore di fronte a ogni rappresentante della legge; tremo di fronte a un vigile urbano, agli uomini della Finanza (o “fiamme gialle” che dir si vogliano); mi fanno paura i controllori sui treni; tentenno e balbetto se mi fermano i carabinieri in macchina e mi chiedono patente e libretto; ho il terrore di sbagliare un giorno la compilazione del modello 730 e che i rappresentanti della Legge vengano a prendermi direttamente a casa per sbattermi in galera; tremolo tutto all’idea di subire un interrogatorio… anche se non ho mai – e sottolineo: MAI – infranto la legge, e ho sempre pagato le tasse e le multe e non ho mai risposto male a un gendarme, mai nella mia vita… (e mai lo farei, credo: mi rivedo molto in K., il personaggio de Il processo di Kafka: quello sì che sarebbe un incubo terribile).

Tempo fa ho scritto una recensione su un saggio di critica letteraria; nella recensione criticavo alcune posizioni da cui partiva il critico per costruirsi la sua teoria personale (da applicare a un autore contemporaneo molto noto). Ne ho scritto anche su questo blog: dopo aver mostrato quella recensione di due paginette a diversi colleghi, 4 su 5 mi hanno suggerito di “modificare il tono” o di “adottare un tono più pacato” per non offendere il critico.

Su un forum sulla legalità e sulla deontologia professionale a scuola, ho scritto il mio pensiero (riallacciandomi a fatti di cronaca su cui tutti possono documentarsi) e sono stato additato come una sorta di “agitatore sociale”.

Volevo mandare una lettera al MIUR, ma prima di farlo ho consultato mio fratello, che è avvocato, e questo è il suo messaggio, arrivato poco fa: “Va bene, è scritta bene, ma forse… hai criticato un po’ troppo”.

Chiarito il fatto che non ci sono gli estremi per una denuncia, avverto l’irresistibile voglia di mandare la lettera e vedere che fine fa (inevitabile pensare d’anticipo che, ovviamente, verrà cestinata, e se qualcuno mai la leggerà, non arriverà di certo a chi di dovere).

Insomma, più passano gli anni e più divento “intollerante” verso certe storture (o verso cose che mi sembrano e reputo “storte”). E più passa il tempo e più aumenta la voglia di dire come la penso (soprattutto su cose che reputo note o che mi sembra di conoscere bene perché studiate, indagate ed esperimentate in prima persona da tanto tempo, ormai).

La diplomazia non è (più) il mio forte (mi sa).

miércoles, mayo 15, 2013


L’arte del racconto “according to” Julio Cortázar



Tra i vari generi letterari “canonici” e “canonizzati”, il racconto è uno tra quelli che più si avvicinano alla poesia. Come un sonetto, così un racconto – quando è ben scritto, quando centra il bersaglio, quando riesce a ricreare un mondo e a dirci tutto in poche pagine limpide e dirompenti – non solo ci cattura col suo ritmo e le sue rime interne, ma riesce anche a trasportarci in una dimensione diversa da quella in cui viviamo, una dimensione in cui le categorie di spazio, tempo, intelletto, immaginazione, sintassi e linguaggio vengono messe in crisi (o in stand-by, potremmo dire con un anglicismo noto).

Scrivo queste riflessioni generali (e, forse, anche un po’ generiche) e mi vengono subito in mente i racconti di Jorge Luis Borges, o quelli di Henry James, così pieni di spazi vuoti o di misteri irrisolvibili; quelli di Horacio Quiroga, o quelli di Alice Munro; quelli di Juan Ramón Ribeyro, o quelli di Italo Calvino; quelli di Tommaso Landolfi o quelli di Edgar Allan Poe (letti quando avevo appena quindici anni – ecco i risultati, un’adolescenza piena di traumi e di incubi ad occhi aperti, con annessa un’insana passione per il genere splatter e gore…).

Se torniamo a guardare con attenzione la lista appena stilata, i nomi di autori appartenenti all’area della cosiddetta America del Sud (o Latino America) sembrano essere la maggioranza; credo che in quella parte di mondo gli scrittori siano più propensi a raccontare e ad inventare storie; chissà se il clima incide, in qualche modo, nel genere del “racconto” (nell’arte del “raccontare”)…

E comunque… tra gli scrittori latinoamericani più bravi possiamo citare senza tema di smentite Julio Cortázar che, nell’arte del racconto, è uno dei geni assoluti, un vero mago, un incantatore, una specie di cantastorie che uno starebbe intere giornate ad ascoltare, rapito.

In questi giorni mi è capitato di rileggere due dei suoi racconti più famosi ed emblematici: “Las babas del diablo” (da cui Michelangelo Antonioni ha tratto l’ormai classico Blow Up, del 1966) e “El perseguidor”, entrambi apparsi nella raccolta Las armas secretas, del 1959.
Mi concentro sul secondo, perché il primo è più noto (e anche – forse – più studiato).

“El perseguidor”, ovvero, “Il perseguitore”, racconta in maniera “romanzesca” scampoli di vita privata di tale Johnny Carter, un suonatore di tromba, un musicista jazz dotato del tocco del genio… Come molti non si sono stancati di mettere in rilievo, dietro Johnny Carter si celerebbe niente popò di meno che il famoso Charlie Parker, tra i jazzisti più bravi e noti al mondo. Come lui, così pure il protagonista del racconto di Cortázar vive una vita al massimo, creando con la sua tromba acrobazie musicali mai ascoltate prima e vivendo il successo come fanno molti artisti noti, e cioè, abbandonandosi agli eccessi della droga, dell’alcol e del sesso sfrenato…

Chi narra i fatti legati a Johnny Carter è Bruno, un tale che sembra abbia appena scritto e pubblicato una biografia (dobbiamo supporre “autorizzata”) sullo stesso jazzista; Bruno è una sorta di angelo custode di Johnny; va a trovarlo in hotel quando perde sulla metropolitana il suo strumento più pregiato; gli offre soldi e assistenza psicologica quando Johnny non ha voglia di provare e vuole solo che l’orecchio attento e comprensivo di un amico sappia scagionarlo dai suoi vizi e dai suoi eccessi.

“L’ho suonato domani”, dice a un certo punto delle sue riflessioni rocambolesche il giovane e sfortunato musicista. Johnny, di fatto, ha un rapporto anomalo non solo con la musica (che gli da la fama e il denaro), ma anche con il tempo: dice che quando suona è come quando si trova a viaggiare in metro: il tempo gli sfugge, si sottrare, gli sembra di galleggiare in una dimensione temporale che non ha nulla a che fare con la realtà. La musica per Johnny è rapimento estatico, trasporto automatico in un’altra realtà (e questo è uno dei temi cari a Cortázar, come sanno i lettori delle altre sue opere).

Bruno prova a riportare l’amico con i piedi per terra; ma il tentativo fallisce; Johnny non si presenta alle prove previste per la registrazione di un nuovo disco, un disco che dovrà consacrarlo definitivamente nell’olimpo dei migliori jazzisti del mondo… Johnny sembra essersi rifugiato tra le braccia di una ricca signora, una specie di mecenate che ama fare sesso con i suoi protetti e che tratta Johnny come fosse un bambino.

Intanto, man mano che la narrazione va avanti, noi lettori curiosi ci accorgiamo che qualcosa non quadra, che il rapporto tra Bruno e Johnny non è poi così tutto rose e fiori come ce lo vuole presentare il primo; Bruno è il biografo e Johnny è l’oggetto della sua biografia. Cosa succederebbe se Johnny negasse quanto Bruno è andato sviscerando nella sua opera?

E il peggio non tarda ad arrivare: dopo l’ennesima sbronza, Johnny confessa a Bruno di aver letto il suo libro, “bello”, gli fa, “ben scritto, ben fatto”, sottolinea il biografato… “Ma mancano dati, non hai detto tutto”, dice Johnny, gettando Bruno nello sconforto più cupo…

Piano piano, il lettore si rende conto del fatto che Bruno, più che l’angelo custode di Johnny, è una sorta di parassita che gli sta addosso per poter rimpolpare e migliorare la sua opera letteraria (si dice che la biografia sta vendendo un mucchio di copie, e anche Johnny ne è sinceramente felice).

Eppure… Bruno non riesce a bloccare i comportamenti di Johnny e, soprattutto, non riesce a capire che se Johnny è l’artista geniale, e sopra le righe, lui non è nient’altro che un fallito, un critico, uno che prova a disporre i fatti in bell’ordine, ignorando il mistero che si cela dietro l’arte del jazzista.

Con stile musicale simile a un pezzo di jazz, Cortázar è abilissimo nel condurci alla scoperta dell’amara verità: “le biografie raccontano la vita di un uomo, ma nessuna di esse può aspirare alla completezza”; come dice Johnny, mancano dati, e non può essere diversamente.

Il libro continua a vendere, Johnny continua ad autodistruggersi e Bruno diventa sempre più cinico; il lettore, a questo punto, non sposerà più il punto di vista del biografo, ma quello dell’artista falsamente compreso.

Come in brano jazz, e ricordandosi dei famosi racconti di Henry James sul tema del critico letterario ossessionato da un determinato autore o da una certa opera (si pensi, primo fra tutti, a The Aspern Papers), Cortázar costruisce un racconto perfetto in cui ogni virgola, ogni aggettivo, ogni sbandamento di frase serve ad accrescere il senso perfetto del ritmo dell’intera trama, fino alla conclusione non risolutiva…

“L’ho suonato domani”: è questa l’arte del racconto “according to” Julio Cortázar; il lettore arriva a capirlo quando ormai è troppo tardi. L’incantesimo si è avverato; il racconto è finito; i dubbi che esso suscita continueranno a risuonare nella nostra memoria chissà fino a quando…

miércoles, abril 24, 2013


Recensiti e recensori


Roma, ah, la capitale, che città anomala! Che anomalia cittadina e quotidiana! Che quotidiana lotta per la sopravvivenza urbana!

Roma, tu sei peggio del “ventre di Parigi”, sei un agglomerato mastodontico di vite vissute ai limiti dell’esaurimento nervoso… Sei spietata e nobile, sei assurda e romantica, sei tutto e il contrario di tutto, sei tu, sola nell’Universo, a farci sentì tutti un po’ più boni!
Ed è per questo con grande curiosità che aspetto il momento in cui mia sorella tornerà a chiedermi: “Andiamo al Verano?” (il cimitero più famoso e più grande della capitale; l’unico cimitero che io conosca in cui ci sono dei bus-navette che ti permettono di spostarti da un’ala all’altra del camposanto; il Verano, specchio fedele dell’enormità di Roma, della sua estensione per eccesso).
Ma dov’è sepolto Gramsci? Sorella, ricordamelo: dov’è che possiamo andare a contemplare le spoglie mortali di Antonio Gramsci? Il cimitero inglese? E dove si trova? Dov’è il posto?

Si da il caso che mia sorella stia per completare la sua tesi della laurea triennale su Pier Paolo Pasolini, o meglio, su “L’immagine di Roma in alcune opere di Pier Paolo Pasolini”. Tra queste mia sorella ha scelto di scrivere sulla famosa raccolta poetica Le ceneri di Gramsci. E visto che in questo periodo siamo tutti e due residenti a Roma, ha pensato bene d’invitarmi e di accompagnarla in questa scorribanda melancolica, in questa passeggiata o tuffo nel passato recente della storia politica (e lirica) d’Italia…

Le domande che sorgono spontanee sono tante: ad esempio, perché Pasolini amava tanto Gramsci? O meglio: cosa amava della sua figura? E perché, in una delle mie poesie preferite della famosa raccolta, quella che s’intitola “Il pianto della scavatrice”, dice quei versi che fanno… “Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / non l’aver conosciuto”?

Sono queste alcune delle domande che mi pongo mentre faccio a botte con i miei prossimi sulla metro; la linea B è un disastro, si ferma a ogni pie’ sospinto… E mi domando anche perché, nel mio lavoro, quando uno si azzarda a scrivere una recensione debba assumere un tono bonario o non troppo negativo nei confronti del recensito… Ma perché?

Si tratta di un saggio di critica letteraria; uno di quei libri che leggeranno solo gli specialisti. A chi diavolo può interessare la mia recensione se non a un pubblico molto, molto ristretto di specialisti? A chi diamine importa che io tratti male (si fa per dire) l’autrice di quel saggio? Quattro su cinque colleghi dicono che la recensione è ben scritta; tre su cinque dicono che sono troppo duro, spietato, saccente, spocchioso o, peggio, lezioso, quando mi metto ad elencare (nella pars destruens della stessa) uno ad uno tutti i difetti che riscontro nell’impianto del saggio…

Pasolini ha mai scritto recensioni? Credo proprio di sì. E le avrà mai lette le recensioni ai suoi primi romanzi importanti, ai suoi film, alle sue raccolte poetiche? Credo di nuovo proprio di sì. E poi, diciamocela tutta, cosa spinge il recensore a recensire il recensito? Qual è quella molla che scatta e che ti fa dire: “Ora gliene dico quattro, a questo qua, ora vediamo se la gente capisce che razza di spazzatura si pubblica oggigiorno!”. Oppure: “Ma no, ma non capisce nulla, questo qua, so io qual è la verità, qual è il nocciolo della questione!”.

Siamo tutti mortali, per fortuna. E se penso che, in futuro, sia io che la recensita non ci saremo più, se penso che anche noi, come Gramsci, come Pasolini, diventeremo “cenere”, beh, allora mi rassereno un po’, e smetto di farmi tante domande, e mi godo il Lungotevere, fuori dalla calca di metro e autobus, a contatto con la natura (piena di smog) e con la visione del fiume (pieno di cartacce), il povero e possente Tevere che scorre senza mai posa, senza mai fermarsi…

A proposito, sorella: quand’è che andiamo al cimitero?

miércoles, abril 17, 2013


Elena Ferrante ci afferra e ci trascina giù,
ne I giorni dell’abbandono



E’ difficile parlare di un romanzo quando questo romanzo ti colpisce, ti fa restare a bocca aperta, t’impedisce di vivere tranquillamente, ti obbliga a leggere fino a tarda ora nella notte, t’intrattiene nel senso meno piacevole del termine “intrattenimento” (nel senso, cioè, che ti trattiene a sé, come se si trattasse d’una strana calamita) come riesce a fare I giorni dell’abbandono, di Elena Ferrante (Roma, e/o, 2002).

E’ difficile e complicato parlare di un romanzo scritto in un italiano perfetto pur essendo questo italiano il frutto di un’attenta, precisa operazione “a incastro” tra l’idioletto personale dell’autrice (d’origini napoletane) e l’italiano apparentemente standard che possiamo captare dalla televisione e da un comune dialogo tra cittadini che s’incontrano per strada e si confessano i propri acciacchi comuni e quotidiani.

Qui l’acciacco è dei più tremendi e tristi e sconvolgenti (seppure si tratti di un fenomeno quotidiano e comune, che capita a tutti e che capita ogni minuto): Olga, moglie trentottenne e felice di Mario, ingegnere affermato e professore universitario, viene abbandonata da questi per un’altra (Carla, la figlia appena ventenne d’una loro comune amica).

A chi non sarà capitato di assistere al dolore di colei che viene lasciata? (o anche di colui, perché – da che mondo è mondo – non sono solo gli uomini a lasciare, ma pure le donne, diciamocelo). A chi non sarà capitato di provare il dolore che Olga s’impegna a mettere nero su bianco nelle pagine di un diario che poi, chissà, forse non è altro che il libro che stiamo leggendo?

Tutti sappiamo quello che si prova in certi momenti: spaesamento, vertigini, senso d’inutilità totale e d’impotenza assoluta. Senso di abbandono, appunto, dovuto al radicale cambiamento che imprime colui che se ne è andato e ha lasciato un vuoto fisico (a partire dal lato del letto matrimoniale che nessuno rimpiazzerà, almeno per il momento).

Elena Ferrante è in grado di farci sprofondare nella disperazione e nell’angoscia più cupe della protagonista con una narrazione che assume i tratti del racconto del terrore (o del racconto surreale e onirico). Nei capitoli centrali, il lettore vive letteralmente dentro l’incubo che prima blocca e immobilizza e poi scuote e sballotta la povera donna, alle prese con chiavi di casa che non girano (o che si perdono), con Otto, un cane lupo che sta morendo per un insetticida (o forse una polpetta avvelenata), e con Gianni e Ilaria, i due figli piccoli, rimasti insieme alla madre, quando il padre è fuggito dall’amante.

Sono molti i temi scottanti che tocca l’autrice in questo romanzo che, a tratti, assume l’andamento del racconto poliziesco (ed è incredibile come l’uso abbondante dell’imperfetto nei verbi non rallenti, ma anzi, acceleri l’azione nei punti nevralgici della trama). Ne cito uno su tutti: quello della presenza dei morti nella mente dei vivi. Olga è affascinata e, al contempo, alquanto angosciata dai ricordi di una vecchia signora che, nella Napoli della sua infanzia, era stata abbandonata dal marito. I vicini la compativano, la donna abbandonata era vista come una sorta di “malata”, una che non sarebbe mai più riuscita a rifarsi una vita. Olga la ricorda e, in alcune scene del libro, sembra che questo spettro del passato sia tornato in vita; Olga sente quasi la tentazione di parlarci, sembra parlare con lei, ma poi si ferma e riflette: “Ci portiamo nella testa fino alla morte i vivi e i morti. L’essenziale è imporsi una misura, per esempio mai parlare alle proprie parole” (id., p. 136). Che i morti ci accompagnino è un dato di fatto; così pure colui o colei che ci ha abbandonati. L’importante è non cedere al ricatto dei ricordi, non credere che il fantasma di chi non c’è più (perché ha smesso di amarci o se ne è andato con un’altra o con un altro) possa ancora parlarci. Non si può parlare con le proprie parole (quelle che lanciamo al vento o che mettiamo una dietro l’altra nelle pagine di un diario). Il rischio che si corre è quello di diventare matti. Eppure, sono proprio le parole “nostre”, quelle che diciamo spesso solo a noi stessi, quelle che ci salvano e ci curano, quelle che ci aiutano ad esorcizzare il passato (e a tenere a bada il fantasma della persona amata che non è più disposta a vivere accanto a noi).

Elena Ferrante ha il coraggio di mettere quelle parole una dietro l’altra, nelle pagine del diario della protagonista, per mostrarci fino a che punto si può arrivare quando sembra che la vita non ha più senso e che l’amore fa solo male; Elena Ferrante – un po’ come Antonio Moresco – ha il coraggio di spingersi fino ai limiti del baratro e di piegare l’italiano a fargli dire cose che non sapevamo di sapere. E I giorni dell’abbandono è in grado di afferrare il lettore, di trascinarlo giù e di farlo tremare proprio sul bordo dei tanti baratri che ci portiamo dentro.

jueves, abril 11, 2013


Philip Dick e le sue Confessioni di un artista di merda, ovvero: come si può scoprire uno scrittore di razza per puro caso



Confesso di non avere mai letto prima nemmeno una riga dell’autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (romanzo da cui Ridley Scott ha tratto l’ormai classico Blade Runner). E confesso che, prima di leggerlo, ero titubante, anche perché, tra le altre cose, Dick viene spesso catalogato tra gli autori “di genere” e, di conseguenza, “minore” (come se l’appartenere ad un genere canonizzato – sia esso il giallo, il poliziesco, il rosa o il fantascientifico, come è il caso di Dick – fosse sinonimo di “autore di secondo livello” o “di categoria inferiore”; e vi basti pensare a Georges Simenon e ai suoi romanzi “di genere”, appunto, “poliziesco”). E confesso di avere scelto questo libro spronato più dal titolo che dal contenuto… E confesso pure che, a lettura finita, questo Confessioni di un artista di merda (Roma, Fanucci, 1998) mi è piaciuto, perché: a) mi ha scosso; b) mi ha fatto scoprire che Dick è un grande scrittore; c) mi ha riconfermato che non sempre “autore di genere” è sinonimo di “bassa o scarsa qualità”.

Philip Dick è un grande scrittore perché sa gestire la trama con maestria consumata; ogni capitolo è narrato in prima persona da uno dei quattro personaggi principali della storia; ogni capitolo è dunque l’incarnazione della verità così come essa è letta e interpretata dal singolo personaggio; inutile aggiungere che queste verità parziali s’incastrano con le altre cozzando su vari nodi centrali: chi ha ragione? Chi ha operato secondo il bene? E perché quell’altro ha operato facendo più male possibile agli altri tre? Ma chi ha ragione in fondo tra i quattro?

Philip Dick è uno scrittore di razza anche perché riesce a farci sentire il respiro di questi quattro personaggi: riesce a ricreare una determinata porzione dell’America degli anni 50 proprio a partire dalle vite singole di questi singoli individui, inquadrati da vicino, con primi piani di un realismo crudo che ti obbliga a prendere parte all’azione, a propendere per l’uno o per l’altro…

Charley Hume è l’imprenditore che si è fatto da solo e che, per amore di sua moglie, costruisce un’enorme casa in una tenuta in aperta campagna in un paesino sperduto dell’Illinois (o della California?). Sua moglie Fay è un’isterica che non riesce ad amare altri che se stessa; mamma apatica di due bambine, mal sopporta la convivenza forzata che si viene a creare nel momento in cui Charley accetta di accogliere in casa Jack, suo cognato, fratello alquanto pazzo di Fay (Jack raccoglie materiale scientifico sugli UFO e crede fermamente nell’imminente fine del mondo). Il trio viene ulteriormente messo alla prova dall’arrivo di una giovane coppia di freschi sposini, Nat e Gewn, due giovani di belle speranze che iniziano a frequentare la casa di Charley per poi sperimentare sulla propria pelle il tradimento, la disillusione e l’istinto suicida.

Philip Dick è bravissimo nel condurci all’interno della mente di Charley, Fay, Jack e, infine, Nat, fino alle scene catartiche finali, quelle scene che non ti aspetti e che ti fanno tremare e ti spingono a pensare, dopo aver chiuso il libro: “Ma che mostro è costui! Che mente è quella di uno scrittore che pensa queste cose!”.

La scena forse più crudele e apocalittica è quella della strage degli animali della fattoria di Charley: appena ripresosi da un infarto che lo ha obbligato a una pausa forzata in ospedale e subito dopo aver appreso da Jack che sua moglie lo ha tradito con Nat, l’imprenditore torna a casa e spara all’impazzata alle anatre, ai cavalli, ai maiali, ai cani e ai gatti che popolavano la sua tenuta. Per odio verso Fay. Per ripicca verso Nat, che crede di essere davvero innamorato di una donna molto più matura (e sadica) di lui…

Non è sempre proficuo accostare la vita dell’autore a quella che questi attribuisce ai suoi personaggi: però non può non essere un caso che Philip Dick cadde in depressione e passò molti guai per i vari matrimoni sbagliati contratti con varie mogli (si dice che qualcuna tra loro spinse Dick all’alcolismo e, poi, all’uso massiccio di droghe pesanti).

Quello che viene fuori da questo libro è un duplice quadro realistico: quello dell’America di quel periodo (immediatamente anteriore alla Guerra Fredda); e quello dell’istituto del matrimonio, una vera gabbia, o un vero manicomio, per chi, come Charley, si trova a viverlo come condanna.

E ogni tanto capita pure d’imbattersi in frasi dall’accento shakespeariano, frasi come questa: “Siamo ombre che fluttuano nell’aria, dirette verso il nulla”. Tra Amleto e Macbeth, Dick si diverte a dipingere l’orrore e a farci sperimentare l’inferno sulla terra.

sábado, abril 06, 2013


CONFERENZIERI

Ho dato corsi monografici in diverse Università italiane (da Pisa a Roma, da Napoli a Trento, passando per Padova e Catania); ho partecipato a congressi e convegni sparsi per l’Europa (dalla Francia alla Spagna, dalla Germania al Portogallo); ho parlato davanti a migliaia di studenti, nel corso della mia piccola povera carriera accademica o pseudo-tale, eppure… ogni volta è come la prima volta, ogni volta un’emozione diversa, quando il prof. del posto ti presenta alla platea e tu ti schiarisci la voce e ti appresti ad avvicinarti al microfono per dare la tua lectio quasi mai magistralis… L’ansia da prestazione, sì, è di quello che si tratta (e di questo parlano alcuni capitoli strepitosi e pieni d’auto-ironia di quel folle di Enrique Vila-Matas – spesso i suoi romanzi iniziano come una lezione o una conferenza impartita da qualche scrittore in erba – o in pensione – o da qualche critico letterario in crisi – o editore sull’orlo del fallimento – e allora tu, lettore, ti accingi a seguire gli andirivieni, il zigzagare complicato della mente del conferenziere e, nel mentre, ti chiedi: “Ma dove vuole andare a parare questo tizio che mi parla della “crisi del romanzo nell’era contemporanea” – per dirne una, ma potrebbe anche trattarsi della “forma del diario nella letteratura del Novecento” – e, nel frattempo, la conferenza cambia e diventa confessione personale del conferenziere per cui, dopo un po’, ti rendi conto che quello che stai leggendo è l’autobiografia fittizia – o pseudo-autobiografia – del personaggio del conferenziere perché, te ne accorgerai immediatamente, basta leggere il secondo capitolo e capire che qualcosa sta per accadere, che il conferenziere parlava di letteratura quando, invece, è lui stesso il soggetto oggetto del romanzo e che sì, insomma, quello che stai leggendo è un romanzo, anzi, come è normale e ormai solito  che sia in Enrique Vila-Matas, è un romanzo al quadrato o romanzo metaletterario”…).

Chi parla ha davanti a sé una massa indistinta di persone e non sa (né può assolutamente prevedere) quale sarà l’effetto delle sue parole sul pubblico; chi parla lo fa senza poter calcolare né l’interesse reale né la formazione iniziale di tutti quegli studenti (o colleghi o addetti ai lavori o semplici aficionados) che stanno seduti lì proprio per ascoltarlo.

Chi parla sa già che seguirà più o meno una scaletta, ha previamente redatto una specie di sceneggiatura per quanto andrà sviluppando nel corso dell’oretta o oretta e mezza che durerà la sua lezione falsamente magistrale. E il fattore tempo è decisivo (lo sanno tutti quelli che fanno questo mestiere: se ti concedono 20 minuti, beh, allora, non c’è scampo, puoi “leggere” a volte alta o “ragione” in pubblico su un massimo di 7 pagine; 7 e mezza e già sei fuori tempo massimo).

Chi parla sa già che arriverà il momento cruciale in cui rischierà d’incartarsi e di andare fuori tema e sa già che dovrà sforzarsi di non aprire troppe parentesi che poi non chiuderà; di non fare troppi riferimenti alla situazione politica attuale; di non essere troppo ironico né di fare troppo il serioso perché allora sì che il pubblico potrebbe annoiarsi e abbandonarlo a se stesso e alle sue vane parole.

Chi parla sa che prima o poi arriverà quell’altro momento cruciale e decisivo e critico, quello in cui si sentirà la gola secca e la bocca asciutta, quello in cui la saliva, come per arte di magia, svanirà dalla sua bocca e sarà costretto a chiedere umilmente al collega che lo ha invitato di passargli la bottiglietta dell’acqua (e se non è aperta, il conferenziere sa bene che il solo atto di aprire la bottiglietta e di versarsi l’acqua nel bicchiere creerà una certa suspense nel pubblico, magari concentrato e pronto a seguire il filo del discorso, magari talmente interessato all’argomento da indovinare quale sarà la frase successiva che pronuncerà il conferenziere subito dopo aver bevuto il suo meritato e sacrosanto sorso d’acqua).

Chi parla sa tutte queste cose; sa pure che, tra il pubblico, ci sarà la studentessa affascinante e ritrosa (o chiaramente scontrosa) che non avrà nessunissima voglia di seguire il discorso del conferenziere e ne approfitterà – per così dire – per aggiornare il suo profilo su Facebook – o per spiare quello degli amici più stretti – attraverso il touchscreen del suo Iphone; chi parla sa bene che, tra tutte quelle teste pensanti, ci sarà pure colui che letteralmente “staccherà la spina” per pensare ai fatti suoi (o alla fidanzata che l’ha appena mollato, o al motorino che l’ha lasciato a piedi la mattina stessa, o all’affitto da pagare a un padrone di casa di cui non conosce ancora nemmeno il volto). E quindi chi parla lo farà con la coscienza di stare gettando metaforicamente una bottiglia in mare, un messaggio collocato all’interno di una bottiglia che non si sa se arriverà mai a toccare terra e a interessare l’attenzione di un eventuale futuro lettore o spettatore.

Chi parla sa della natura debole delle parole lanciate al vento (anche se oggi, grazie alla tecnologia, anche questo tipo di parole al vento “perme” intatto grazie ai registratori incorporati in qualsiasi smartphone che si rispetti e oggi d’uso presso le nuove generazioni). Eppure chi parla sa pure della natura forte delle parole; del fatto che possono servire a cambiare il mondo o, almeno, il modo di pensare e di ragionare delle persone che ha davanti e che – si suppone – sono sedute là davanti proprio per ascoltarlo.

Ed è con questa speranza (nell’illusione di dare un senso “forte” alle parole che pronuncia in pubblico) che chi parla, nel corso di una lezione o di una conferenza o di un congresso, parla al pubblico con tutto l’entusiasmo e la forza e la bravura che può. Il conferenziere sa che si sta giocando il tutto per tutto, per l’intero arco temporale in cui si svolgerà la sua performance. Ed infine, chi parla, quando poi torna a casa o, più in generale nell’hotel della città in cui è stato invitato a dare la sua performance, si rende conto che è proprio questo: il giocarsi il tutto per tutto, a dare quella strana e affascinante adrenalina che lo ha accompagnato dal momento in cui è suonata la sveglia e si è alzato dal letto al momento in cui, a fatti ormai compiuti e parole ormai pronunciate, a spettacolo concluso, se ne torna su quello stesso letto per riposarsi e staccare letteralmente la spina. Che lavoro il lavoro di chi, per campare, usa le parole e invita gli altri a riflettere sulle parole (quelle che gli altri ci hanno lasciato e quelle che noi possiamo lasciare agli altri).

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