martes, noviembre 19, 2013

Un filosofo al cinema: Eugenio Trías, De cine: aventuras y extravíos (Barcelona, Galaxia Gutenberg/Círculo de Lectores, 2013)

Quando un filosofo si predispone a parlare di cinema, in genere, il rischio è quello di sovra-interpretare i testi filmici presi in esame, ovvero, quello di vedere nelle immagini in movimento schemi mentali o ragionamenti logici che il regista nemmena sospettava, al momento di girare o montare quelle stesse immagini.

Eugenio Trías, il filosofo "del limite", evita questo errore parlandoci in modo appassionato dei suoi registi (e dei suoi film) preferiti, con tatto, con ironia, con intelligenza. Personalmente, sono rimasto impressionato dalla quasi totale coincidenza di gusti. Trías studia e analizza, racconta con trasporto e ricorda le scene più belle di alcuni dei film dei registi che più ho amato anch'io nel corso degli anni (anche se ammetto che ultimamente sto perdendo colpi, non sono più così "cinefilo" come una volta... Mancanza di tempo? Scarsità di film memorabili o che ti restano impressi nella memoria? Biglietti del cinema troppo cari?).

Ecco, dunque, che il primo capitolo si apre con una riflessione sulle città (reali o immaginarie) nei film di Fritz Lang, il geniale autore di Metropolis (1927) e di M, il mostro di Düsserdolf (1931) (due film estremi sul Male, due esempi classici di cinema "espressionista" in cui la distorsione o la manipolazione dell'immagine è finalizzata a creare un universo in cui tutto è incerto e instabile e in cui l'essere umano diventa una specie di "burattino" o "pupazzo" nelle mani del Potere - o del Caso o del Destino).


Il capitolo 2 si concentra, invece, su Alfred Hitchcock, il "re del terrore" (o il "maestro della suspense"). A lui l'autore ha dedicato un intero saggio, dal titolo Vértigo y pasión (del 1998, se non erro) sul film omonimo (in italiano noto come La donna che visse due volte, del 1958). Qui Trías ripercorre le tappe della filmografia del regista americano mostrandoci come spesso e volentieri le sue siano storie d'amore, più che di paura (o del terrore). Si pensi a Rebecca, la prima moglie (1940) - film che anticipa diversi temi e aspetti iconografici di Vertigo - o a Marnie (1964): due opere che mettono in scena in modo drammatico due forme "malate" di amare. O si pensi ancora a quello che - a mio modesto giudizio - è il film migliore del Nostro (o dovrei dire: del "Mostro"?): mi riferisco a Rear window (o La finestra sul cortile), del 1954, con l'affascinante e splendida e splendente Grace Kelly e il simpatico, riflessivo e impaurito James Stewart, implicati in una specie di guerra interna tra gatti e topo in cui l'amore trionferà solo alla fine, dopo peripezie e scivoloni che rischiano di condurre alla morte.


Il capitolo 3 ripercorre, invece, i successi planetari di un altro genio come Stanley Kubrick (uno che di sicuro ammirava Hitchcock, o almeno credo). Dell'autore di 2001: A Space Odissey Trías analizza, in particolare, e con grande brio, Shining (1980), film dell'orrore filosofico, e Eyes Wide Shut (1999), film sull'adulterio e sull'eterna lotta tra sogno e realtà, tra Eros e Thanatos (sotto il segno di Freud).


Trías ci spiega come Kubrick sia sempre stato affascinato da una cosa e cioè: da come l'essere umano razionale possa fare un buono o un cattivo uso della stessa "ragione", uno degli strumenti più raffinati (ma anche tra i più pericolosi) che abbiamo. Perché si salva il piccolo Dany-Teseo nel labirinto dell'Overlook Hotel? Perché sa tornare sui suoi passi e cancellare le orme che suo padre (Jack Torrance-Minosse) insegue come un disperato fino a che non trova la morte per congelamento all'interno di una delle tante trappole del labirinto stesso. E perché Tom Cruise si salva dalle grinfie dei ricchi della mega-orgia in villa? Perché smette di cercare la verità (quella cruda verità che sua moglie, Nicole Kidman, gli ha fatto intravedere in una nottata a base di sesso e cannabis).

Col cap. 4 passiamo a un altro genio mostruoso, ossia, a Orson Welles. Dell'autore di Citizen Kane (o Quarto Potere, del 1941) Eugenio Trías studia, in particolare, The Magnificent Ambersons (L'orgoglio degli Amberson), del 1942, un'opera in cui l'invenzione precedente del "piano-sequenza" trova la sua migliore esplicitazione. 


Non mancano ottime analisi di quell'altro capolavoro wellesiano che è Touch of Evil (1958), da noi noto come L'infernale Quinlan, con una malinconica Marlene Dietrich nei panni di una zingara che legge le carte. Con questo film si capisce come l'analisi etica dei personaggi sia un tema caro a Welles e che lo ha assorbito fino ai film tratti da William Shakespeare e all'incompiuto Don Quixote.

Il cap. 5 studia il tema del tempo nel cinema di Andrej Tarkowskij, il regista di opere raffinate, complesse, affascinanti, perturbanti come L'infanzia di Ivan (1962), Solaris (1972) e Stalker (1979). Trías ci fa notare come l'uso del "piano-sequenza" sia finalizzato a quello che lo stesso autore russo chiama "scolpire il tempo": non interessa tanto narrare (o raccontare) cosa succede all'interno dell'inquadratura, quanto far vivere (in differita) allo spettatore quanto sta succedendo (in diretta) all'interno della stessa. Ogni oggetto, ogni foglia che cade, ogni specchio su cui si riflette l'immagine diventano elementi fondamentali per "sospendere" il movimento e "scolpire" il tempo, in modo drammaticamente incisivo (e lirico, come accade nel finale di Stalker).


Siamo arrivati al cap. 6 e c'imbattiamo in Ingmar Bergman, un autore che Trías non sa bene come catalogare perché - cito non a memoria - "i suoi temi non sono sintetizzabili in un'unica formula". Se al filosofo piacciano soprattutto film come Il settimo sigillo (1957) e Persona (1966), in cui i conflitti interni sono rappresentati per immagini attraverso "invenzioni" rimaste nell'immaginario collettivo come la partita a scacchi tra Antonius Blok e la Morte o come il doppio volto mostruoso tra le due protagoniste del secondo film citato, io preferisco Il posto delle fragole (1957) e, soprattutto, Sussurri e grida (1973), vero e proprio film horror sul senso della vita e sui limiti del corpo umano (mai visto così da vicino il volto di una persona che si appresta a morire dopo una lunga malattia incurabile).


E con il capitolo 7 arriviamo alla conclusione del libro, dedicata all'unico regista ancora vivo (e speriamo che ci resti ancora per molto): David Lynch, l'inventore di Twin Peaks ("Chi ha ucciso Laura Palmer?"), l'autore di opere magistrali come Blue Velvet (1986) o Una storia vera (1999). 


Di Lynch Trías studia soprattutto Mulholland Drive (2001) e Inland Empire (2006), spiegandoci come all'autore americano piaccia inventare mondi immaginari in cui il principio della verosimiglianza e quello di non contraddizione saltino non tanto (e non solo) perché nella "finzione" tutto è permesso, quanto (e soprattutto) perché i film di Lynch sono mondi immaginari che (si) aprono verso altri mondi in cui il mistero, l'inconscio, l'onirico sono tutti ingredienti (o elementi) onnipresenti e posti al servizio della "messa in scena" del conflitto (tra realtà e sogno, tra bello e brutto, tra razionale e irrazionale, tra bene e male, tra giusto e ingiusto). A Lynch, di fatto, interessa più l'aspetto conflittuale che quello pacificatore. I suoi film sono continui attentati contro il buon senso, il decoro, il bello, affinché lo spettatore sia in grado di porsi dall'altro lato del "limite" (concetto caro a Trías che, non a caso, viene chiamato anche "filosofo del limite").

In conclusione: la domanda che potremmo porci a lettura finita del libro è: "Ma che cos'hanno in comune questi 7 registi?". E la risposta che (mi) do è la seguente: "Tutti e 7 sono stati in grado di re-inventare il mondo reale in cui vive - e vegeta - lo spettatore allo scopo di trasportarci in mondi "altri" in cui il dubbio, l'interrogazione costante sul senso del nostro esistere, la riflessione su chi siamo sono elementi portanti di "messe in scena" che restano impresse (per sempre?) nella mente di chi guarda (o ha il coraggio di guardare) sempre oltre..."

martes, noviembre 12, 2013

Le mucche del Principato delle Asturie

Mai partecipato alla premiazione di un racconto breve nell'ambito di un concorso per "scrittori emergenti". E quest'anno, invece, ne ho avuto l'opportunità (preziosa) grazie alla mia compagnia d'avventure (sempre iperattiva e molto generosa nei miei confronti - non sopporta che stia con le mani in mano, s'innervosisce se mi vede spaparanzato per troppe ore sul divano, mentre mi dedico al "dolce far niente").

Ha vinto Edna López, una scrittrice di Tenerife, con un racconto che s'intitola Las reglas de la guerra (ovvero, "Le regole della guerra"), un buon racconto, un racconto che - come vuole la tradizione - capovolge il senso e il punto di vista di ciò che si legge proprio poco prima della fine, all'ultima pagina, quando meno te l'aspetti (e il finale ti obbliga a rileggere tutto dall'inizio, per apprezzare le sfumature che si sono perse ad una prima lettura).

È stato bello conoscere l'autrice (e consigliarle en passant di leggere Robbe-Grillet e poi dirle che l'autore de La jalousie una volta, nel corso di un congresso, disse pubblicamente e a chiare lettere che uno dei romanzi più belli della Letteratura del Novecento era La coscienza di Zeno, del nostro Italo Svevo) ed entrare in contatto con altre persone interessanti (e interessate alla letteratura). Ed è stato strano conoscere l'Associazione di Gijón (nel Nord della Spagna, per l'esattezza, nel Principato delle Asturie) che ha indetto il Premio Letterario per gli scrittori emergenti di cui non sapevo proprio nulla prima che la mia compagna d'avventure me ne parlasse (e mi coinvolgesse nell'avventura).

Ho dovuto leggermi ben 50 racconti (su 1600) ed è stato curioso anche questo: constatare come i temi si ripetessero da un autore all'altro, come - pur senza esserne a conoscenza - alcuni riprendevano o ripetevano i temi degli altri (un fil rouge che accomunava molti di questi racconti, ovviamente, il problema della "crisi" - mai letto tanti racconti in cui il denaro divenisse parte fondante e fondamentale della trama; sì, il denaro o, al contrario, la disperata mancanza di... come se, all'improvviso, le trame d'un Zola o quelle d'un Balzac fossero tornate prepotentemente di moda).

E così, dopo tante ore e ore di lettura a volte forzata, io e la mia compagna d'avventure ci siamo spostati in aereo (sia noi della giuria sia Edna che era la vincitrice) dal Sud del paese al Nord più estremo; pioggia, vento e freddo erano lì pronti a darci il benvenuto e ad offrirci la sensazione d'essere davvero in autunno (perché nel Sud in cui viviamo noi le temperature sono ancora estive, a mezzogiorno si sfiorano i 24 gradi centrigradi, a dispetto del freddo polare che sta attanagliando l'Italia in questi momenti).

Oh, che bellezza fare colazione davanti a un vasto prato in collina e vedere le mucche che pascolano placide sotto la pioggerellina delle Asturie... Che sensazione di morbidezza, di calore, di domesticità familiare, assaggiare i fantastici formaggi delle Asturie a pochi passi da quegli animali che ci offrono la materia prima per fare quegli stessi fantastici e strepitosi formaggi...

Ovvio che poi, di notte, dopo la lauta cena del gran galà, me ne tornassi a letto spossato e stanco e con la pancia stracolma (mai mangiato tanto e così bene nel ristorante di un hotel).

Ovvio pure che poi sognassi le mucche delle Asturie (con la mia compagna d'avventure che veniva incontro a uno dei miei desideri più caldi e proibiti del momento: fare l'amore dentro il bagno turco, immergendosi dentro i vapori e l'oscurità del luogo fino allo svenimento).

La mucca stava lì che mi guardava e mi parlava di Svevo con la voce di Edna, la vincitrice del Premio. Io le raccontavo che Svevo era stato il professore di lezioni private d'italiano di un altro scrittore famoso e importante, James Joyce. La mucca non capiva nulla di letteratura e voleva avvicinarmisi al viso per darmi una bella leccata con la sua saliva abbondante. Io la schivavo e passavo a descriverle le nuove ed originalissimi tecniche narrative che si era inventato Alain Robbe-Grillet per il suo nouveau-roman. Ma la mucca niente, non capiva un'acca e s'interstardiva, voleva aspergermi con la sua saliva. A questo punto ho cominciato a gridare ed è stata lei, la mia compagna d'avventure, a svegliarmi e a darmi le sue informazioni meteo:
"Anche oggi piove. E se ce ne restassimo tutto il santo giorni chiusi in camera a fare l'amore sotto le coperte calde di questo lettone gigante?".
Le ho chiesto: "E che facciamo con Edna, la vincitrice? Non avevamo detto che andavamo insieme a fare una piccola escursione alla spiaggia di Gijón?".
E allora lei ha risposto: "Con questa pioggia chi vuoi che vada a fare piccole - o anche grandi - escursioni sulla spiaggia di Gijón?".
E allora le ho detto: "Hai ragione, vieni qua, stringimi forte, che ho avuto un incubo, ho sognato di parlare di letteratura con una mucca asturiana che voleva lavarmi la faccia con la sua lingua piena di saliva".
E infine la mia compagna di avventure ha risposto: "Si vede che ieri sera hai proprio esagerato col vino".
E io: "Ho esagerato con tutto".

Nel primo pomeriggio siamo andati al bar della hall per farci due caffè forti (all'italiana, espresso, per favore).

Edna era già lì, col suo fidanzato, tutta raggiante e sorridente. Quando la mia compagna d'avventure le ha chiesto perché fosse così contenta, se era ancora per il fatto del premio, o perché le si prospettava un lungo fine settimana di escursioni nel Principato delle Asturie, Edna ha risposto che era per le mucche.

"Ma avete visto quante mucche ci sono qui attorno? È davvero bellissimo, ho già scattato mille foto alle mucche!".

Non riuscivo a crederci. Edna aveva scattato delle foto anche alla mucca che avevo sognato dopo la sua premiazione.

Lo dissi alla mia compagna d'avventure, ma non mi diede retta, mi disse che avevo bevuto troppo e che dovevo smetterla di fare l'alcolizzato, che, se continuavo in quel modo, non mi avrebbe fatto partecipare mai più ad alcun concorso letterario spagnolo che esistesse sulla faccia della Penisola.

Alla fine, sono riuscito anche a fare un salto alla spiaggia di Gijón: il cielo s'era schiarito e non pioveva più. Ed è stato bellissimo passeggiare da solo coi piedi nudi sulla spiaggia fredda di quest'autunno così anomalo, con la brezza sul viso e il rumore del mare di fondo.


lunes, octubre 21, 2013

Laura


Laura? Ma chi è Laura? Laura chi? A domanda (ipotetica) rispondo (a metà tra finzione e realtà): Laura è una delle tre o quattro lettrici di questo blog, una persona speciale, per me, un’amica e una confidente, una che ho conosciuto per caso all’Università quando avevo ancora tutta l’energia di chi aveva appena finito un dottorato e s’apprestava a scrivere il suo primo libro di critica letteraria…

“Andiamo a mangiare insieme a mensa?”, chiesi, timido, vedendola pensierosa dentro la famosa Sala dottorandi, davanti al suo Apple, all’interno di una stanzetta al terzo piano della Facoltà, uno studiolo piccolo ma pieno di luce, dotato di pc risalenti agli anni 90, di una fotocopiatrice guasta e di aria condizionata funzionante (una mano santa d’estate, quando si sudava da fermi).

E Laura – incredibilmente - mi disse di sì, che veniva a mangiare con me a mensa, anche se non aveva troppa fame (e già all’epoca mi sembrava un po’ magrolina, è vero che io ho sempre preferito le donne tonde, e non è che lei non fosse in linea, no, anzi, era in una linea perfetta, praticamente una modella, ma forse qualche chiletto in più le avrebbe giovato e poi, di fatti, ne parlammo di questi chiletti in più, ah, quante volte ne abbiamo parlato, tra risate e prese in giro, sorrisi gioviali e simpatiche ricriminazioni tra amici – “Ma tu stai fuori! Mi vuoi tutta ciccia e brufoli?”, facendo il verso al famoso sketch pubblicitario).

E così imparai a conoscere Laura, ad apprezzare la sua onestà intellettuale, la sua sincerità, la sua apertura mentale, la sua capacità di ascoltare il prossimo, di condividere gioie e dolori, impressioni e riflessioni, dubbi e paure… E a mensa, lo ricordo ancora oggi, come se fosse ieri, io intento a ingurgitare un piattone di pasta al sugo e un petto di pollo con tanto di patatine a fare da contorno e lei intenta a parlarmi di una relazione sentimentale molto lunga che era appena finita, Laura triste, Laura pensierosa, mentre io facevo cadere le molliche per terra e lei spilluzzicava con gesto armonioso un po’ di verdure cotte al vapore (fagiolini e carote, con pochissimo olio e un pochettino di sale – “Ma fai la dieta? Ma tu non ne hai bisogno, dai?!”) e io la guardavo e mi domandavo: “Ma quant’è bella questa ragazza?” e lei iniziava a sciogliersi, a spiegare, a raccontare, perché, come, quando si erano lasciati, cos’era che la faceva sentire “svuotata” e se potevo capire come si sentisse (e sì, io potevo, anch’io ero reduce da un rapporto durato molti, molti anni) e lei che parlava e parlava e mi sembrava totalmente a suo agio, com’è che certe volte tra persone si stabiliscono certi vincoli, com’è che troviamo la persona giusta al momento giusto per il segreto giusto, e io ascoltavo e ascoltavo e poi me l’hai pure detto – una volta, a Salerno, dopo aver mangiato un gelato gigante lungomare –: “Mi piaci perché sai ascoltare”, che gran complimento mi facesti quel giorno, e sì, insomma, Laura, tu parlavi di te e di lui e del vostro rapporto spezzato e io trangugiavo e pensavo: “Ma com’è strana la vita, uno viene all’Università per studiare e lavorare sodo e si vede coinvolto nel bel mezzo di un segreto intimo, di una confessione senza censure e a cuore aperto”, e quando arrivò il momento del caffè offrii io, ovviamente, e poi andammo a passeggiare nel giardino antistante la Facoltà di Giurisprudenza e lì, continuando a parlarmi di te, intravidi delle lacrime che erano sul punto di scendere e di rigarti il volto, e di fatto piangesti, o sbaglio?, e io non sapevo cosa diavolo fare, come fare?, non sapevo se abbracciarti e consolarti o lasciarti da sola, a piangere e a sfogarti per conto tuo, e mesi dopo mi confessasti che avevo fatto bene a non offrirti la mia spalla, perché altrimenti avresti pianto ancora di più, che meladrommatiche voi donne, a volte!

Dopo quel famoso pranzo, ci furono feste, cene, passeggiate, gelati, confessioni anche più intime, gite in barca a Capri (la “Grotta azzurra”, che esperienza!), e canzoni, tanta buona musica, tante “pippe mentali” su amore e sesso, sui rapporti uomo-donna, sulla validità e la fattibilità dell’amicizia uomo-donna, sugli uomini sposati che tradiscono le mogli e sulle donne sposate che tradiscono i mariti, su questo e quell’altro, sulla letteratura americana e su quella chiquana, su Madrid e su New York, sui colleghi e sui prof. più antipatici che ci rendevano la vita impossibile e su quelli più umani che ci regalavano i loro libri, sui libri letti e quelli ancora da leggere, insomma, su tutte quelle belle cose che rendono un’amicizia degna d’essere vissuta fino in fondo e al cento per cento…

Ora Laura è lontana, ha lasciato la Campania per l’America, è tornata a New York, una delle sue città preferite, e ogni mattina le mando un messaggio da Whatsapp per svegliarla; è diventato una specie di rituale: lo so che da lei ci sono 6 ore in meno, ma a me piace scriverle alle 8 e, quindi, darle il “buongiorno” quando nella Grande Mela è notte fonda e lei sta per andare a dormire… o è già a letto (le 2 di notte) e soffre d’insonnia e non riesce a prender sonno (l’insonnia: ecco un’altra cosa che ci accomuna, a me e a Laura).

Se non ci fosse Skype, non avremmo modo di vederci (soprattutto ora, che io sono in Spagna e lei laggiù – e poi di nuovo in Italia), e ogni volta che riusciamo a trovarci online è una festa: “Ma come stai? Ma da quant’è che non ci parliamo?” e ogni volta che parliamo è come se non ci vedessimo dall’altro ieri, le battute sono quelle (“dicidici”), il tono è sempre lo stesso (gioviale), l’attenzione è sempre alta (non ci sfugge niente), la voglia di ridere sempre notevole (“sei proprio matto!”).

Laura, una delle amiche più care che ho, una delle persone più generose, simpatiche, intelligenti e in gamba che conosca… (una che a quest’ora starà dormendo, perché qui da noi sono le 8 del mattino - vediamo se si sveglia, da lei sono le 2, mandiamole un messaggio: "Good morning! And good luck! Mon collègue, mon amie!).

jueves, octubre 10, 2013

La resurrezione di Lazzaro




Da quanto ne so il Vangelo di Giovanni è uno dei più intriganti e misteriosi dei 4 che ci sono giunti (almeno, secondo la versione ufficiale del Testo Sacro per eccellenza della religione cristiana). Tanto per intenderci: Giovanni è l’unico evangelista che narra il Giorno del Giudizio o Apocalisse, ovvero, quel giorno che segnerà la fine del tempo terreno (e del suo computo umano) e l’inizio dell’eternità. Quel giorno esatto non solo Dio si metterà a giudicare tutti i morti di tutti i tempi (quando tutti i vivi saranno ormai morti), ma disporrà e deciderà anche la morte della Morte (la cui funzione sarà ormai nulla quando non ci sarà più nessuno da eliminare dalla faccia della Terra).

Giovanni è anche colui che narra la storia di Lazzaro e della sua miracolosa resurrezione (se ricordo bene e non erro – ma non sono un esperto di Bibbia, né uno studioso attento della stessa, vado a orecchio e leggiucchio a tentoni, come un bambino alle prime armi e alle prime letture). Si tratta di uno dei tanti miracoli che compie Gesù e che – lasciando il pubblico a bocca aperta – spingono tanti ad avere fede e a dargli credito, ovvero, a credere che Egli sia davvero il Figlio di Dio, venuto sulla Terra per lavare i peccati del Mondo, per riscattarci tutti dal peccato mortale che commisero i nostri progenitori Adamo ed Eva.

Il capitolo che narra i fatti è l’11 e i versetti sono più o meno quelli compresi tra il 32 e il 46. Poche righe per raccontare l’incredibile, l’inspiegabile, il mistero della resurrezione della carne…

Gesù torna davanti a Marta e Maria, chiede dove hanno sepolto Lazzaro, fratello di Marta, e quando gli Giudei gli rispondono “Gesù pianse”. Nel pubblico qualcuno – con spirito alquanto cinico – avanza una domanda retorica che puzza di zolfo (l’avvocato del diavolo): “Se piange per la morte dell’amico, perché non gli ha evitato la morte?”. Ma Gesù non dà troppa importanza a queste parole, ordina immediatamente di aprire il sepolcro, di spostare la pietra che mantiene chiusa la tomba di Lazzaro. E qui potremmo anche chiederci: di che morte è morto Lazzaro? Non si sa, né mai si saprà (forse è un dettaglio trascurabile, ma insomma…)

Subito dopo interviene Gesù, con tono deciso: “Togliete la pietra!”. È un Gesù che agisce quello che si percepisce in questa scena; non perde tempo, ordina e vuole che gli si risponda, che i suoi ordini vengano esauditi.

 La sorella di Lazzaro interviene, invece, con tono umanissimo: “Signore, egli puzza già perché siamo al quarto giorno”. E un lettore un minimo attento drizza le orecchie, perché qua i conti non tornano, non come speravamo: Gesù risorge al terzo giorno; per erronea associazione d’immagini (e di numeri), eravamo fermamente convinti che anche Lazzaro resuscitasse al terzo giorno e invece no, signori miei, qui Marta ci dice che no, che siamo già al quarto giorno, e perciò il cadavere “già puzza” (non so come traducono le altre versioni, io leggo dalla Bibbia Nuova Riveduta che offre un sito che si chiama “laparola.net” – e all’interno ci sono almeno altre 3 differenti versioni e ognuna cambia – per un verbo, un aggettivo, un avverbio, complicando ulteriormente le cose; fatto sta che questo verbo “puzzare” dà bene l’idea della morte, della putrefazione della carne; la versione della C.E.I. traduce “manda cattivo odore”, ma siamo là, l’idea angosciosa del morto che si sta decomponendo c’è già, è tutta presente e viva – o vivace – sotto i nostri occhi di lettori di gente come Edgar Allan Poe o Charles Baudelaire…). Gesù le risponde con tono deciso (riprendendo quasi alla lettera una frase che Marta aveva già pronunciato prima, pochi versetti prima, non appena lo vede): “Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Marta crede in Gesù e si aspetta ogni cosa da lui, è pronta a credere nei suoi miracoli. E qui Gesù glielo sta ricordando e sta ribandendo di fronte agli altri la sua natura divina. Cosa succede dopo?

“Tolsero dunque la pietra”. Gli spettatori che si suppone siano accorsi ad assistere alla scena eseguono (in quanti?) gli ordini di Gesù e spostano effettivamente la pietra che chiude la grotta dentro cui giace Lazzaro. “Tolsero dunque la pietra”. Una frase così semplice – composta da 4 parole – crea la suspense che precede l’apparizione (o ri-apparizione) del morto… Solo che qui i conti – ancora una volta – non tornano, perché subito dopo leggiamo: “Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito”. Come? Ancora prima di vedere il miracolo, ancora prima di constatare la resurrezione del morto, Gesù ringrazia Dio per averlo ascoltato? È come se qui il protagonista anticipasse l’evento e fosse dotato del dono dell’onniscienza: con la forza di volontà e della mente, Gesù sa già che Dio lo ha ascoltato e ha esaudito il suo volere… Anzi: subito dopo aggiunge che ha pronunciato questi ringraziamenti a voce alta per far sapere a tutti i presenti che lui è davvero stato mandato da Dio sulla Terra per salvare chi  crede…

“Detto questo gridò ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Ecco, l’uso del punto esclamativo dà l’idea dell’imperiosità di questo Gesù che sa già come va a finire, che imparte ordini, che pretende che gli altri – presenti sul luogo del miracolo – gli diano retta… E che pretende che un morto “venga fuori”, al solo suono della sua voce…

E qui il lettore si sorprende per colpa di un altro falso ricordo: ma come, ma la frase non era “Lazzaro, alzati e cammina!”?


Misteri della memoria (a largo raggio). Quella che sembra essere diventata una frase dell’immaginario collettivo è frutto di una cattiva interpretazione (o lettura) del testo biblico. “Vieni fuori!” e non “Alzati e cammina!”… Ma che strano!

“Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario”.

Qui la suspense raggiunge l’apice perché, dopo tanto parlarne, noi vediamo insieme ai “protagonisti” o “testimoni” del miracolo il morto che risorge. E l’immagine è paurosa (o almeno, molto inquietante): Lazzaro è come un neonato, con i piedi e le mani avvolti in fasce (si suppone di colore bianco) e ha il volto coperto da un sudario. Una specie di morto vivente, uno zombi, o una mummia, che torna a camminare. Gesù, a questo punto, dà il suo ultimo ordine:
“Scioglietelo e lasciatelo andare” e a partire esattamente da questo punto noi lettori non sapremo più che fine farà Lazzaro, dove esattamente andrà e cosa farà nella sua nuova vita di “non morto”…

Non ci sono dubbi: ci troviamo di fronte a un racconto potente, a un brano di una carica narritva enorme, che apre molte domande e infonde nell’animo del lettore una serie di dubbi esistenziali irrisolvibili.
Lazzaro è un personaggio dentro cui si rispecchiano – riflesse in senso letterario – molte questioni che toccano uno dei misteri più grandi e paurosi dell’essere umano, quello della morte. Il lettore partecipa all’evento, assiste al sorgere della suspense, ma quando “vede” il cadavere non sa come reagire e cosa pensare.
Se davvero Lazzaro è tornato dal mondo che Amleto definisce come “The undiscovered country from whose bourn no traveler returns”, ci domandiamo come sarà stato quel viaggio, cosa avrà provato nel ritornare alla vita e se davvero avrà avuto voglia di seguire il comando (duro, compatto, spietato) di Gesù: “Vieni fuori!”.
E se fosse tornato contra la propria volontà? E soprattutto, una volta tornato, dove andrà? Cosa farà a partire da ora? Come reagiranno Marta e Maria a vedere di nuovo Lazzaro in vita?

La pittura e la poesia (l'arte in generale) hanno riscritto mille volte questo “mito”; Lazzaro è diventato nel corso dei secoli un personaggio passibile di “ri-scrittura” proprio per questo motivo: ognuno può vedervi rispecchiati i propri dilemmi più inquietanti.

Quello che la Bibbia sottolinea è che:
     1  La resurrezione è possibile (se si crede in Dio);
     2  La resurrezione è fenomeno che riguarda la carne e non solo l’anima.

È per questo che – come ricorda Marta con linguaggio diretto e molto realistico – il morto “puzza” (sono già passati 4 giorni). La resurrezione cui assistiamo qui, in questo brano e in diretta (per dirla con termini cinematografici), è una resurrezione che colpisce la carne, prima ancora che lo spirito (quella avverrà il Giorno del Giudizio, quando ognuno di noi – stando alle parole di Giovanni – finirà per sempre all’Inferno, a patire le pene eterne per i propri peccati o gioirà per sempre in Paradiso, a godere della felicità eterna che concede il Sommo Giudice ai giusti, ai buoi e ai pentiti).

Il fatto che Giovanni sottolinei la “fisicità” del cadavere di Lazzaro mi fa pensare che dietro ci sia: 
a)  Una finalità ideologica (o teologica): vi racconto questo, riportando i fatti e le parole di Gesù, affinché anche voi crediate (fine comune a tutti e 4 i Vangeli); 
b) Una finalità più nascosta e sottile: vi racconto questo per mostrarvi com’è un morto che torna alla vita, che faccia ha, come si muove, cosa fa, una volta risorto.

Se ci atteniamo al punto b), la resurrezione del povero Lazzaro assume i tratti di un evento che potremmo definire come “traumatico” più che come “miracoloso”. Detto in soldoni: Lazzaro non sembra tanto felice; ripresentarsi davanti ai vivi sotto forma di “mummia”, con la faccia avvolta nel sudario e mani e piedi “imbavagliati” da fasce, appare come evento scandaloso, non voluto e non desiderato. Egli segue la voce che gli ordina di “venire fuori” dal sepolcro ma lo spettacolo che offre di sè ci muove a compassione. Nessuno di noi – credo – si lascerebbe guardare in quelle condizioni.

Ovvio che – agli occhi della Chiesa – la finalità a) debba prevalere su quella b). Ma se ci fermiamo a leggere la Bibbia come se si trattasse di un romanzo (o di un testo narrativo) – cosa lecita, perché la Bibbia per me è anche questo e non lo dico solo io, lo dice pure uno come Northrop Frye – è piuttosto evidente che questo tipo di resurrezione muove alla compassione e alla pietà, più che alla gioia e alla serenità (tutt’altro discorso quello che si potrebbe fare comparando questa scena a quella della resurrezione di Gesù – l’evento clou del Cristianesimo).


Sintetizzando: lo scandalo ontologico del fenomeno della resurrezione della carne ci pone di fronte al mistero più grande e spaventoso, quello della Morte; la scena in cui Lazzaro torna alla vita, invece, ci mostra come la “realizzabilità” di questo miracolo assuma tratti piuttosto cupi e quasi tristi. Così come è cupo e triste il fatto che non sapremo che fine farà Lazzaro il giorno in cui tornerà a morire per la seconda volta, quella definitiva. Di Lazzaro non sapremo più nulla, a partire dalle ultime parole che gli rivolge Gesù: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. 

E forse non lo sapremmo nemmeno noi, dove andare, se davvero potessimo tornare da quella regione che Amleto (in un altro testo e in un altro contesto linguistico) ci presenta come una “terra ignota” o “undiscovered country” da cui nessun viaggiatore fa mai ritorno…

viernes, octubre 04, 2013

Cambiamento di prospettiva



L’ultimo post risale al 15 settembre del 2013 e se rileggo questa frase: “L’Italia è ferma e Berlusconi – come da sempre, negli ultimi 20 anni – ci tiene stretti per i coglioni (mi si perdoni la rima, è inevitabile, con certi cognomi)” e la rapporto ai fatti odierni (in data 4 ottobre 2013) mi sembra che non sia cambiato molto (anzi, forse la farsa è arrivata a livelli insospettabili, perfino per chi pensava si fosse giunti a un “punto di non ritorno” - e questi punti non ritornano mai, vedi quello che sta succedendo a Lampedusa...).

Intanto, la mia vita ha subito un cambiamento a 360 gradi e quello che pensavo fosse un trasloco da una casa ad un’altra all’interno di due diversi quartieri di Roma si è rivelato un trasloco dall’Italia alla Spagna.

A volte è così: per ottenere quello che sogni, devi non solo lottare, combattere, sudare e scontrarti contro mille ostacoli, ma devi pure rischiare, metterti in gioco, lanciarti senza il paracadute.

E così, all’improvviso, dall’oggi al domani, mi ritrovo a stare in cattedra davanti un pubblico di studenti spagnoli (qui sono io lo straniero, o quello strano, che cita Cervantes e parla di Shakespeare, che illustra i disegnini surrealisti di Sir Laurence Sterne e spiega Omero – o prova a spiegare l’incredibile modernità dell’Odissea, davanti agli studenti della Facultad de Letras).

E mentre tento d’adattarmi e di capire di quale collega posso fidarmi e da chi devo tenermi a debita distanza, di quante ore di lezione dovrò fare e di quali spazi mi competono, mentre sottopongo il cervello a uno sforzo notevole di pratica giornaliera della lingua straniera (sono pur sempre un italiano), ecco che apro l’email e mi arriva una pubblicità di un libro dal titolo curioso: L’allattamento ai tempi della Grecia antica… e uno si domanda: ma chi può interessarsi a un argomento del genere? Come allattavano le donne nella Grecia antica? E perché dovrebbe interessare proprio me, un argomento del genere? Chi ha fornito il mio indirizzo email alla casa editrice che distribuisce il libro L’allattamento ai tempi della Grecia antica?

Certo che, a pensarci bene, se uno cambia prospettiva può giudicare le cose in modo nuovo: io qui sono l’elemento "esotico"; sono quello “straniero”; c’è chi penserà che sono un mafioso o che mangio solo pasta e c’è chi mi giudicherà per il modo di vestire; magari ci sarà pure qualche collega greca, o una qualche greca che è venuta in Spagna a lavorare (sperando che la crisi sia un po’ meno dura che nel suo paese d’origine) e che sa spiegarmi come allattavano le donne greche nella Grecia antica. La prospettiva è importante. Non dimentichiamolo mai…

Nel frattempo: avevo intenzione di scrivere una cosetta su La storia di Elsa Morante e – guarda tu la casualità – mia sorella mi scrive in un messaggio privato su Facebook che dovrà sostenere un esame di Letteratura Italiana Contemporanea proprio su Elsa Morante.

“Ce li hai Menzogna e sortilegio e La storia e L’isola di Arturo?”

È il caso che vuole che io mi sia portato dietro gli ultimi due titoli (e su La storia – come già detto – avevo pure cominciato a scrivere una cosa). Tra tanti libri, proprio quelli che servono a mia sorella, incredibile, no?

“Guarda che L’isola di Arturo me lo sono comprato proprio poco prima di prendere l’aereo per Madrid! E avevo chiesto a tuo fratello di comprarmi Aracoeli come regalo di compleanno, ma lui, ovviamente, se n’è scordato! Che faccio? Ti mando La storia e L’isola via posta tradizionale?”.

Una collega mi guarda e mi sorride.

“Ma Menzogna e sortilegio sta qua?”

Un’altra mi dice il suo nome, ma io lo dimentico all’istante (siamo troppi, in questo dipartimento).

“Guarda nella prima libreria sulla sinistra, appena entri, primo scaffale in fondo a partire dal pavimento”.

Un altro mi dice di chiamarsi Juan José.

“Ok, mo' guardo!”.

Un’altra mi offre una sigaretta.

“E buona lettura: sono tutti dei tomi giganti!”.

E allora sento, percepisco l’ansia di mia sorella, che non ama leggere, come non amano leggere gli studenti che mi ritrovo davanti ogni giorno.

A volte, anche cambiando la prospettiva, l’oggetto dell’osservazione non cambia: come in Italia, così in Spagna, i ragazzi girano per l’Università senza libri in mano, nessuno legge più, nemmeno il giornale, sono tutti fissi con gli occhi sul cellulare…


Vado a scrivere a mio fratello; ho deciso: invece di Aracoeli, vorrei tanto che mi regalasse L’allattamento ai tempi della Grecia antica… chissà se lo trova, in libreria...

domingo, septiembre 15, 2013

Un esperimento (o sulla "Decadenza d'Italia")



Dunque, l'esperimento consisteva nel non guardare mai - nel corso dei 2 mesi di permanenza in Spagna - nemmeno un frammento dei tg italiani che si possono ricevere nei canali satellitari, nel non leggere nemmeno una riga dei giornali nostrani disponibili online (niente, né La Repubblica, né Il Corriere della Sera, né tantomeno Il Fatto Quotidiano) e nel non parlare di politica o dei guai dell'Italia con nessuno degli amici o dei parenti (vicini o lontani) rimasti a casa, nemmeno un accenno e qualora qualcuno (fratello, cugina o amica) iniziasse a lamentarsi della situazione politica attuale, tapparsi le orecchie per non sentirlo, evitare ogni contatto - seppur minimo - con quanto riguardasse il Bel Paese...

Nella seconda fase dell'esperimento, appena atterrato a Fiumicino, ci si sarebbe subito collegati a internet per leggere le prime pagine di tutti i giornali nazionali e - una volta giunti a casa - ci si sarebbe immediatamente posizionati davanti al televisore per ascoltare le notizie di tutti (tutti!) i telegiornali nazionali...

Risultato dell'esperimento: come volevasi dimostrare, nell'arco di 2 mesi, non è cambiato nulla, anzi, forse qualcosa è peggiorato.

In Italia si parla di "decadenza" - simpatico neologismo inventato da giornalisti col senso dell'umorismo - e si adotta il termine per collegarlo direttamente a Berlusconi. Non c'entra il lavoro, non ci si sofferma sulle riforme, si allude alla crisi, ma come "rumore di fondo". Ciò che c'inchioda (e inchioda il Paese intero) è Berlusconi e l'ipotesi che la sua incandidabilità determinerà la fine del Governo (provvisorio?) di Enrico Letta. 

Consiglio dell'ex-senatrice Cicciolina (alias, Ilona Staller) all'ex-Premier: "Silvio accetti la condanna e faccia sesso a go-go" (e uno si domanda: è per caso un invito implicito? E poi: ma come farà, alla sua età? Quanto Viagra potrà ancora assumere, prima di morire d'infarto? Certo, sarebbe una morte dolcissima...).

Intanto, Matteo Renzi continua a tenere sulle spine l'intero PD: si presenta come "paladino della giustizia" e della "politica buona", quella che non si dimentica della "morale", quella che spera nel "futuro" (yes, we can) e mi basta guardarlo in faccia per scartarlo come politico di sinistra nel quale riconoscermi (a me sembra piuttosto lo studentello modello che vuol apparire sempre e comunque come il "primo della classe").

L'Italia è ferma e Berlusconi - come da sempre, negli ultimi 20 anni - ci tiene stretti per i coglioni (mi si perdoni la rima, è inevitabile, con certi cognomi); eppure, qualcosa si muove: stanno per risollevare la "Concordia", la nave naufragata nell'Isola del Giglio (chissà come sarà emozionato il Capitano Schettino a guardare in diretta gli sforzi di coloro che cercheranno di smuovere il cadavere della nave da cui lui è stato così lesto a scendere al volo, mentre alcuni passeggeri morivano affogati) e il Papa Francesco scrive lettere aperte a Eugenio Scalfari (o a Ezio Mauro? Comunque, il dialogo tra credenti e atei o laici è sempre possibile, se siamo uomini dotati di buona volontà) e Salvo Sottile e Rita Dalla Chiesa faranno qualche programma nuovo su La7 e i grillini dormono in Parlamento e chissà chi saranno le veline della nuova stagione di "Striscia la notizia" e...

Potremmo essere tra i primi e siamo tra gli ultimi. Non credo nelle statistiche, né nei sondaggi, né nelle interviste a campione, ma, a quanto pare, l'Italia è al 45esimo posto nella classifica mondiale dei "Paesi più felici"; ci supera la Spagna (che è comunque al posto n. 38 e non se la passa bene), ma anche Messico e Colombia...

Potremmo tornare ad essere davvero il Bel Paese, con tutta l'arte e la cultura che abbiamo e che respiriamo (anche senza rendercene conto) e, invece, siamo tutti in attesa di vedere se davvero Berlusconi uscirà di scena (come dicono i giornalisti) e se, andandosene, farà crollare Letta e ci riporterà alle urne.

L'esperimento è riuscito. Come volevasi dimostrare. E il termine "decadenza" potremmo anche adottarlo in senso onnicomprensivo.

lunes, septiembre 09, 2013

L'8 Settembre ("the same things come back")

Eccoci di nuovo all'8 Settembre, il giorno del mio compleanno. Per la seconda volta lo festeggio in Spagna, la mia seconda patria, in compagnia della mia compagna di avventure e delle sue amiche simpaticissime (una più matta dell'altra, impossibile annoiarsi con loro, sono delle frezze).

36 anni d'età e – come dico sempre a chi non mi conosce a fondo – me li sento tutti sul groppo, per i molti e svariati lavori che ho fatto, per le molte e variegate città in cui ho vissuto, per i moltissimi accidenti che mi sono capitati e cui ho saputo (finora) tenere testa...

Se mi volto indietro (basta anche andare indietro di qualche anno nei post pubblicati in questo blog, basta andare al 2009 o al 2007, per fare un esempio tra i tanti), mi sembra di non esser cambiato di una virgola. E invece... il tempo passa e oggi sono 36 e fra un anno saranno 37 e nel 2020 saranno...43, incredibile a dirsi e anche a pensarsi.

E uno pensa: "avrei potuto fare di più e meglio". Oppure: "avrei potuto approfittare di quell'occasione che mi si offriva e invece non l'ho fatto, il treno è passato e non torna più indietro". Oppure, ancora: "a quest'ora avrei potuto già essere sposato e magari padre di un bambino – o di più di uno, dipende –, avrei potuto avere una casa mia e non stare sempre in affitto, in casa di altri, di gente che a volte non conosco neppure di viso..."

E poi penso anche a quello che, invece, sì ho fatto e con una certa professionalità (almeno credo e spero) come, per porre qualche esempio, le centinaia di ore di lezione, impartite con serietà e con tutta la passione che ho potuto; i due libri che ho tradotto (con tutte le difficoltà del tradurre libri scritti in un'altra lingua e, per di più, in una lingua di 4 secoli fa, che nessuno più parla o conosce a fondo); il saggio di critica letteraria che ho pubblicato (su un tema tanto affascinante quanto angosciante e inquietante come è quello del tempo, che non finisce mai e che turba la mente di qualsiasi essere umano perché vi siamo immersi, anche quando non ce ne accorgiamo...); i vari articoli che ho scritto su varie opere letterarie di varie epoche e di autori a volte diversissimi tra loro; i viaggi per studio e per lavoro, che ho affrontato sempre con spirito ulissiaco ("fatti non foste per viver come bruti"); i sorrisi che sono riuscito a strappare alle persone amiche e cui voglio bene e che mi vogliono bene (o mi hanno dimostrato – nel tempo – di volermene), con quanta costanza e passione mi sono impegnato, a volte, a far stare bene e serena e contenta la persona che avevo di fronte, spesso donne, perché ho più amiche donne che amici maschi e adoro le donne e credo nell'amicizia uomo-donna e ho un debole per loro e loro lo sanno e a volte se ne approfittano, mi chiamano per sfogarsi o per confrontarsi o per chiedere consiglio: "Ma tu al posto mio cosa faresti? Ma non ti sembra che è strano che non mi richiami? E se lo richiamo io, pensa che sono una facile? Ma come ti sembro con questa gonna? Ma perché non andiamo a ballare in discoteca insieme, io e te, uno di questi fine settimana?".

Insomma, di cose ne ho fatte, così tante che mi sembra di aver vissuto già almeno 2 o 3 vite diverse. E invece il calendario è implacabile e dice che ne ho vissuta una soltanto, questa qui, che oggi arriva a totalizzare 36 anni... Pochi o molti, sono comunque 36, non c'è niente da aggiungere o da nascondere, anzi, io da oggi comincerò a dire che ne ho 37, di anni...


E smetto di guardarmi indietro. Penso al presente e lo affronto con lo stesso entusiasmo di prima. "Solo le persone noiose si annoiano", dicono qui in Spagna, e io a questo detto ci credo, e credo proprio che – nemmeno a 36 anni – arriverò ad annoiarmi, tante le cose ancora da scoprire, tante quelle ancora da vivere...

domingo, septiembre 01, 2013

Da più di un mese (che non aggiorno questo blog)




Ebbene sì, facendo due conti, si capisce subito che è da più di un mese che non aggiorno più questo blog (o diario di bordo).

E quante cose mi sono capitate da quel 17 Luglio (data dell'ultimo post)?

Ma quante?

Provo a farne un elenco:

a) per la prima volta, sono stato a Madrid soltanto una settimana (per studiare in Biblioteca Nacional e rivedere i miei cari amici e colleghi spagnoli);

b) per la prima volta, ho abitato per una settimana a Madrid in una mansarda o attico che dà direttamente su Calle Mayor (per chi è stato in vacanza a Madrid, dire "Calle Mayor" è come dire il centro storico della città, a due passi dalla Catedral de la Almudena e a due dalla Plaza Mayor – e a uno dall'Istituto Italiano di Cultura). Che casa! Che mansarda! Che attico! Con vista spettacolare sulle chiese (ma quante chiese ci sono in quella zona della capitale?) che con i loro campanili che mi hanno svegliato delicatamente ogni matttina intorno alle 8 e poi alle 9 e infine alle 10 (quando, “sacando de tripas corazón”, fuoriuscivo dal letto per andare a lavorare);

  1. per la prima volta ho trascorso il resto delle mie vacanze in una zona costiera di mare: ah, la costa murciana! Ah, che paesaggi naturali, che spettacolari tramonti ho goduto nel Sud del Sud della Spagna, in compagnia della mia compagna d'avventure (siamo anche andati alla ricerca della spiaggia nudista, ma alla fine abbiamo sbagliato direzione e ci siamo ritrovati in una spiaggia piena zeppa di famigliole con bambini neonati, sarà per la prossima volta, peccato...);

d) per la prima sono salito su una barca per una gita in barca: che emozione, la brezza sul volto, vedere le onde e la loro scia dietro di noi, provare a distinguere poppa da prua e prua da poppa... che bello e, a tratti, che nausea, ci sono stati momenti in cui ho pensato: “Ora vomito anche i polmoni”, il capitano mi aveva avvisato: “Guarda che se non sei abituato qui potresti avere la nausea”. E io che mi rintano in cuccetta e lui, sorridente: “Guarda che là dentro la nausea aumenta! Esci fuori, prendi aria!”.

e) per la prima volta sono finito in un ospedale: che esperienza allucinante! Febbre a 39 e vomiti, ho pensato: “Adesso muoio”, e invece, grazie anche alla prontezza d'animo della mia compagna di sventure, mi sono salvato, mi hanno portato al Pronto Soccorso il Sabato all'una di notte e sono rimasto in ospedale per ben... 10 giorni, incredibile a dirsi, ho trascorso 10 giorni dei miei quasi 2 mesi di vacanze in un ospedale, nel pigiama del paziente, mangiando ciò che si mangia normalmente in un ospedale pubblico spagnolo e, quindi, tanto e tutto buono e di buona qualità, mai mangiato tanto pesce fresco, mai tanta varietà di verdure (mancava quasi sempre l'olio e il sale, quello sì, ma che bontà, rispetto ai cibi che ho visto portare a mia nonna quando è rimasta una settimana in un ospedale abruzzese!).

E insomma, sono successe tante di quelle cose che non ho avuto il tempo per descrivermele o metterle per iscritto (un diario serve anche a questo: a fare ordine e chiarezza nei fatti della vita, lì dove regna quasi sempre il disordine e il caos).

E insomma, alla fine mi ritrovo qua, ad aggiornare questo blog, più vecchio di un mese e qualche giorno rispetto all'ultima volta che vi ho lasciato scritto qualcosa, più esperto della vita, forse, e più voglioso di lottare (per la vita), consapevole del fatto che mi sono tanto divertito, ho visto posti tanto belli e me la sono vista davvero brutta (ma ora sono salvo, cazzo, sono sano e salvo, e con in più accanto una persona che mi ha fatto capire che mi ama tantissimo e che io contraccambio perché, è inevitabile, mi basta guardarla e mi vien subito voglia di baciarla, di abbracciarla e di ridere (il mio "personaggio preferito", come le dico, a volte, per prenderla in giro)...


P.S.: lettura del mese, La Storia di Elsa Morante, un capolavoro. Se ne riparlerà più a fondo nel prossimo post. Spero.

miércoles, julio 17, 2013

Traslochi (d'inizio stagione)



Mi piace quando un'amica (come Nadia, ad es.) mi chiama al telefono e mi chiede: "Oggi in quale parte di mondo ti trovi?". Mi piace perché mi fa sentire davvero "cittadino del mondo", che è come si sentivano (o almeno, dichiaravano di sentirsi) persone come Karl Marx e Federico García Lorca... (e mi domando se scorresse buon sangue tra i due, o meglio, se il poeta granadino avesse mai letto Il Capitale, se il suo volersi sempre schierare dalla parte dei più deboli, degli emarginati, dei poveri, delle vittime del sistema capitalista - che ebbe modo di contemplare dal vivo a New York l'anno in cui ci fu la disfatta economica - derivi, in parte, anche dalla frequentazione del pensiero marxista).

Mi piace e mi fa anche un po' sorridere, perché quella domanda mi fa capire chiaramente che sono uno che: a) ancora non ha una fissa dimora; b) ancora non sa se l'avrà mai; c) è nomade nell'animo, è viaggiatore "dentro".

E a volte mi domando: ma da chi diavolo l'ho presa la tendenza al "nomadismo", quando i miei due genitori, mamma e papà, sono tra le persone più "stanziali" che conosca? (per mio padre anche solo prendere la macchina per andare a Roma Nord è un viaggio come dall'Abruzzo al Nebraska a cavallo).

E così, non dovrebbe stupirmi o angosciarmi o spingermi all'ansia il fatto di dover abbandonare l'ennesima casa, l'ennesimo appartamento preso in affitto, a due passi dalla Stazione Termini, a uno da Piazza Vittorio, a uno e mezzo da Santa Maria Maggiore...

E invece, stranamente, l'idea di dover affrontare quest'ennesimo trasloco un po' mi turba: mi sposto in un'altra casa, in un palazzo a circa 500 metri da qui, eppure, mi sento strambo, mi fa un po' effetto, dover ripartire di nuovo da zero (e che scocciatura caricarsi sulle spalle i pochi vestiti e i tanti, troppi libri, dove li metterò?).

E mi vengono in mente le tante (troppe?) case che ho abitato, da solo, o più spesso in compagnia di altri, coinquilini o donne che - a suo tempo - avevo amato a tal punto da considerarle come compagne di una vita (quanti sogni sfumati, quante incomprensioni, quanti litigi inutili, quanto dolore, ogni volta che si è trattato di chiudersi una porta alle spalle, lasciandovi dietro la persona amata e non più amata o amata e ora abbandonata e piangente e disperata...).

E mi viene in mente Pisa, Firenze, Salerno, ma anche Madrid e, ovviamente, Roma (che conosco ancora poco, ma che ho vissuto e contemplato dai punti di vista più disparati - per dire: da San Basilio ai Parioli; da Colle Oppio a Largo Preneste - e chi ha la fortuna/digrazia di vivere nella capitale mi capirà).

Uno passa la vita a fare traslochi; si diventa "traslocatori specialisti"; ci si prepara psicologicamente e, invece, mi sa che è sempre come la prima volta. Ti senti insicuro, incerto, non sai se ti troverai bene come in questa casa qua, non sai se andrai d'accordo con i nuovi compagni di sventura, non sai fino a quando resterai là, fermo, in attesa di un nuovo, ennesimo, trasloco.

E sogno il giorno in cui, finalmente, riuscirò a fermarmi, a stabilrmi in una fissa dimora (magari con lei, la mia amata attuale) e a farmi una famiglia, a organizzarmi intorno a un nucleo centrale, con dei figli (due o tre, almeno) e una biblioteca non più ambulante, una biblioteca fatta di tutte le librerie che ho costruito in questi anni nei posti più disparati, una in cui far convivere tutti i libri che ho tenuti sparsi tra la cittadina sui monti abruzzesi in cui vivono i miei e Roma, Pisa, Firenze, Salerno, Madrid, etc. etc.

E poi penso che se pure arriverà quel giorno in cui diventerò "stanziale", sono quasi certo che, dopo un po', prenderei la valigia e me ne andrei lontano. Non sopporto l'idea di stare fisso e fermo sempre in uno stesso luogo. Viaggerei per necessità, come fosse un bisogno fisiologico. Viaggiatore nato. Come Ulisse. Come chi ha ancora tanta voglia di scoperta. E che prova ancora curiosità per questo immenso, assurdo e complicato mondo. Oltre le Colonne d'Ercole. Verso l'infinito. E oltre (come recita l'ultimo capitolo di 2001: A Space Odissey).

jueves, julio 11, 2013

Giorgio Scerbanenco, scrittore filosofo






Come per Philip K. Dick, così per Giorgio Scerbanenco: la critica t’insegna che sono scrittori “di genere” (fantascienza l’uno, giallo l’altro) e tu – povero lettore innocente e costante, che cerchi di non seguire la corrente e che te ne freghi alquanto delle “mode del momento” – scopri che non è affatto così, che le cose non stanno nel modo in cui le presenta la “vulgata”, che due così sono scrittori “puros y duros”, di razza, di qualità, di spessore…



L’ho capito leggendo le prime pagine di Venere privata (Milano, Garzanti, 1998), lì dove si descrive fin nei minimi dettagli (ma anche con uso abbondante di “ellissi”) la scena di un incontro a quattro tra il protagonista, l’investigatore malgré lui Duca Lamberti (medico radiato dall’albo per aver applicato la “dolce morte” a una paziente avanti negli anni), il suo “protetto” (o necessitato di “protezione” – soprattutto di tipo psicologico) Davide Auseri e due fanciulle che non disdegnano la compagnia maschile, il buon wiskey e il sesso senza impegni:




“ ‘È più bello qui, ma spegni la radio’ [è una delle fanciulle a parlare, rivolgendosi a Duca Lamberti e questi continua, permettendoci d’intendere i suoi pensieri più intimi] C’era stato un gerarca fascista che durante la guerra di Spagna faceva l’amore lasciando suonare il disco del Bolero di Ravel: lui non voleva arrivare a questo punto” (id., p. 33).




Il lettore curioso a questo punto si ferma e inizia a domandarsi: come suona il Bolero di Ravel? E poi: cosa ne sapeva Scerbanenco della guerra civile spagnola? (Venere privata lo scrisse nel ‘66 e lo pubblicò l’anno dopo; Franco era ancora al potere, dal 1939, per l’esattezza, da quando, cioè, il bando nazionalista aveva vinto la guerra contro il Fronte Popolare, e lo sarebbe stato fino alla sua morte naturale, avvenuta nel 1975). E a quale gerarca fascista sta qui alludendo lo scrittore, attraverso la maschera del suo Duca? Uno legge un giallo (apparentemente buono per la spiaggia, tutto da gustare sotto l’ombrellone) e s’imbatte in questa notazione storica tanto ambigua quanto misteriosa…




E poi ci si imbatte in descrizioni come questa:




“In quel tratto di viale che dall’Arco del Sempione mira al Castello Sforzesco, anche appena passate le dieci del mattino, vi sono sul bordo dello stradone accattivanti figure femminili, d’estate sommariamente ma aderentissimamente vestite che sanno di operare in una grande metropoli dove non vi sono provinciali limiti di orario o conformistiche divisioni tra notte e giorno e che a qualunque ora, dalle 0,00 alle 24,00, un cittadino può rallentare con la sua auto, e fermarsi a chiedere la loro cooperazione” (id., p. 58).




Osservate, cari lettori (o meglio: lettrici, quelle 3 o 4 che ancora mi sopportano), osservate attentamente l’uso degli avverbi: “sommariamente”, ma soprattutto “aderentissimamente”; notate l’uso degli aggettivi: “provinciali” riferito ai “limiti di orario”; “conformistiche” riferito alle “divisioni” tra notte e giorno; guardate l’uso (pieno d’ironia) di quel sostantivo: “cittadino”, applicato al passante (automunito) che chiede la “cooperazione” di quelle donne appostate ai bordi della strada…




Chi vi ricorda? Che stile risuona in questo breve brano descrittivo carico di un tono a metà tra la malinconia e la satira sociale, tra l’ironia amara e l’uso umoristico del linguaggio? Ma Gadda, è ovvio, non ci sono dubbi…




Prendete l’ispettore Ingravallo; mettetelo a passeggiare in questo particolare quartiere di Milano (mai stato a Milano, ma Scerbanenco è geniale nella rappresentazione romanzesca della città; a tratti sembra di essere nella città “perduta” di Blade Runner – Philip K. Dick docet: è una Milano triste, cupa, dove piove sempre o dove fa sempre troppo caldo e la gente passeggia in bici in zone periferiche ancora dedite all’agricoltura; dove le auto sono già troppe e il traffico dà alla testa; dove i taxi non si trovano mai e i tram fanno il loro tipico rumore a ogni curva); attribuitegli la descrizione paesaggistica di cui sopra (spostando il set alla Stazione Termini o a Tiburtina) e essa funzionerebbe ancora, alla perfezione.




E poi la descrizione dei personaggi, primo fra tutti del protagonista, il Duca, un anti-eroe malinconico e stralunato che si ritrova a indagare nonostante il parere contrario dei suoi amici sbirri e che si ritrova a fare da psichiatra per il figlio di un ricco imprenditore che si sente in colpa per la morte di una prostituta con la quale ha avuto una relazione tanto breve quanto platonica… O quella, piena di tenerezza e di acuta empatia, di Livia Ussaro (l’aiutante), colei che collaborerà a risolvere le indagini e a scoprire il colpevole rimettendoci la faccia (nel senso letterale del termine).




Ecco come ce la presenta il narratore esterno, Livia Ussaro, ragazza intraprendente e indipendente, una che vorrebbe praticare la prostituzione solo per dimostrare la verità di una sua particolare “teoria sociologica”:




“Era un po’ troppo kantiana, dietro le sue parole c’erano degli imperativi categorici e dei prolegomeni a qualunque metafisica futura voglia presentarsi come scienza” (id., p. 115).




E prosegue, nella narrazione del coraggio, della voglia di andare fino in fondo, del desiderio di giustizia di Liva Ussaro (una che ti domandi se esiste, nell’Italia del 2013, una che sa vivere anche da sola, che non ha bisogno di un uomo accanto che la protegga, una che gli uomini li squadra e li codifica a partire da gesti, viso, movimenti).




Poi scopro che, prima di vivere della sua scrittura, Giorgio Scerbanenco – una volta morta sua madre, quando lui era ancora un adolescente – ha dovuto fare mille lavori e lavoretti vari, in una Milano in cui i coetanei gli chiedevano sempre: “Sei russo?”. Insomma, il successo di romanzi come Venere privata è arrivato tardi, quando ormai i soldi non avrebbe potuto goderseli e quando ormai la fama sarebbe divenuta postuma…

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...