viernes, mayo 08, 2009

Io e mio fratello

Io e mio fratello ci somigliano parecchio, anche se - come diciamo sempre ogni qualvolta qualcuno ci fa notare che ci somigliano parecchio - "io sono meglio", oppure: "io però sono più bello", o infine: "io però sono quello venuto meglio".

Io e mio fratello siamo nati a un anno e mezzo esatto di distanza e per questo, fin dall'infanzia, abbiamo avuto gli stessi amici, le stesse conscenze (in termini di giochi e tv e cartoni animati) e la stessa comitiva (anche se tra i due sono io quello più grande e, quindi, più vecchio). Ricordo che da piccoli lui le buscava e io le davo. Non so per quale oscura ragione, ogni tanto, mi prendeva l'ispirazione, e dopo aver afferrato un bel masso, lo scagliavo contro la testa di mio fratello che era sempre lì, fermo e immobile, pronto, per così dire, a ricevere la sassata in testa e a versare ettolitri di sangue imberbe (con grande disperazione da parte di nostra madre, che, evitando di svenirci sotto gli occhi, riusciva non si sa come a mantenere il sufficiente sangue freddo per prendere la macchina e guidarla sana e salva fino al pronto soccorso - tra urla d'ira funesta e imprecazioni varie, una volta messi i punti sulla capoccia della vittima innocente e una volta che il dottore diceva che andava bene, che non era grave, che tra venti giorni potevamo tornare per togliere i punti).

Crescendo, mio fratello si è dimostrato sempre piuttosto reticente riguardo gli innumerevoli incidenti a base di sassi che io scatenavo per non si sa quale strana ragione, e non me ne ha mai voluto. E' uno che perdona, mio fratello: e infatti, tra noi due, sono io quello più vendicativo, o che se viene offeso a morte medita vendetta con calma e calcolo implacabili....

Anche con le donne io e mio fratello dimostriamo di avere due caratteri diversi. Lui è molto più romantico di me; o almeno, le volte che l'ho visto insieme ad una ragazza "fissa", ho potuto constatare che lui è sempre stato un gran romanticone, uno che è capace di regalare i cioccolatini per San Valentino o di fare cene a sorpresa nei giorni meno impensati (come Lunedì sera) e di infondere nel gesto tutta la sua sincera passione. Cosa che io, ahimè, non sono mai riuscito a fare, nemmeno con Alyssa... per sua grande disperazione...

Certo è che risultiamo entrambi simpatici al gentil sesso. Voglio dire: entrambi abbiamo coltivato (e continuiamo a coltivare) amicizie femminili (quando esiste una bella percentuale di maschi che sostiene che l'amicizia uomo-donna sia solo chimera, una finzione, una cosa impossibile, perché di mezzo ci sono pur sempre ormoni e testoteroni e, a meno che uno non sia gay, è davvero difficile non provare velleità sessuali o istinti di base nei confronti di un'amica magari bella e affascinante sia dentro che fuori; insomma, io e mio fratello facciamo parte di quella minoranza che ritiene che l'amicizia uomo-donna non solo sia fattibile, ma è anche un tipo di amicizia molto stimolante e appagante). 

Entrambi facciamo i comici: nel senso che, quando si tratta di intrattenere l'amica di turno, ci piace sparare sciocchezuole, battute, barzellette, per stimolare la risata dell'ascoltatrice o spettatrice che ci sopporta in quel particolare momento. E su questo, devo dire la verità: mio fratello è più bravo di me, le mie battute a volte sono davvero pietose e più d'una volta m'è capitato di sentire ridere la mia spettatrice/ascoltatrice di turno solo per compassione e/o educazione (una delle ultime battute di mio fratello, sentita al volo da un video casalingo in una finta intervista a due stile Le iene: "Lei è geloso?", e lui, secco: "No grazie"- la battuta si riferiva a una relazione che sta mantenendo da un po' di settimane con un'amica che non è proprio e solo un'amica, visto che è fidanzata e che il legittimo compagno non sa che lei gli mette le corna con mio fratello - ma questa è un'altra storia... Che comunque ci permette di capire che forse ha ragione quella maggioranza che sostiene che uomo e donna corrono sempre il rischio di finirci, a letto, anche se si dicono "amici").

Mio fratello è generoso con gli amici. Diciamo pure che per lui l'amicizia è tutto, mentre io sono sempre stato un tipo più timido, chiuso, solitario. Sin da ragazzini, lui usciva tutti i giorni per andare a giocare a calcio con la squadra del quartiere, mentre io ci rinunciavo per starmene chiuso in cameretta a leggermi tutto Edgar Allan Poe... Idem i sabato sera: quando lui, novello maggiorenne, usciva per andare a imbroccare in discoteca, io preferivo starmene seduto sul divano a guardarmi in vhs un film di Abbas Kiarostami (per fare un es. a caso).

Mio fratello è così legato ai suoi amici che morirebbe senza di loro; questo spiega anche perché, a differenza mia, lui sia così fissato con i social networks, tipo Facebook, uno strumento che io non utilizzo e non ho alcuna intenzione di utilizzare in futuro proprio perché non mi piace starmene lì a vedere chi mi ha scritto cosa e chi mi ha invitato a cosa e dove e quando. 

Mio fratello, di fatto, è uno che passa gran parte del suo tempo a contatto con le persone: fa l'avvocato, e un'avvocato senza contatti (e senza parlantina) è un'avvocato spacciato. Sin da piccolo, mio fratello era un gran retore: chiacchierava con tutti, adulti e bambini, e se non lo stavi a sentire o ti distraevi per un minuto dalla sua ciarla (o dai suoi ragionamenti strampalati), si incazzava come una scimmia e ricominciava daccapo.

Lui aspira ad aprirsi uno studio tutto suo; io aspiro ad una cattedra. Un prof. e un avvocato, in famiglia, sarebbero utili. Diciamo pure che sarebbe come vincere al lotto. Per ora, ancora non è così; comunque, stiamo lavorando per voi...

Non è allora un caso se io scrivo un blog e mio fratello sia associato a Facebook. La prefenza per l'uno o per l'altro mezzo della rete ribadisce le nostre differenze di carattere e a me personalmente mi fa stare tranquillo: perché io non so con chi andrà a cena stasera, e lui non leggerà mai questo post in cui io parlo di lui in termini tanto positivi (e forse anche troppo elogiativi).

Quando sto male o cado in depressione o ho voglia di farmi due risate, so in anticipo che posso contare su di lui; mio fratello mi vuole bene, anche se non me lo dice mai, e sa pure che io lo ricambio (anche se nemmeno io faccio mai menzione di questo affetto). Se lo chiamo, si sgancia da Facebook, stacca la spina dai clienti che non pagano e ascolta le mie litanie. 

Inutile aggiungere che, le rare volte che è lui a chiamarmi, io faccio lo stesso: smetto di scrivere il blog, stacco dall'Università, e mi accingo a sentirlo lamentarsi di tutto (Roma e i romani, i clienti che non pagano, gli "impicci" vari dei suoi amici, le tresche delle amiche)...

Io e mio fratello siamo fatti così, o almeno credo. Ed è sempre bello rivedersi a Roma, dopo mesi di distacco forzato, dopo giorni passati dietro ai mille guai quotidiani, ed è bello poterceli raccontare a vicenda, magari seduti in cucina, davanti a un qualche programma demenziale, sorseggiando del buon Montepulciano d'Abruzzo (ecco, in questo sì, i nostri gusti sono identici: entrambi preferiamo il vino rosso, e se è doc e delle nostre parti, ancora meglio).

martes, mayo 05, 2009


1 Maggio

 

E’ il 1 Maggio e io, per festeggiare, lavoro, ovvio. Mi sono riperso (per la terza volta nel giro degli ultimi tre anni) il concerto di Piazza San Giovanni a Roma, evento dell’anno, sorta di San Remo al contrario, popolato da tanti cantanti trendy o alternative e “impegnati” (sempre che il termine abbia ancora senso, oggidì). Mi ricordo quella sera, con Gabriele, quando vincemmo una gara a base di sangría con un gruppo di spagnole di Marbella. Il giorno dopo mi alzai alle 8 per andare a lezione di Letteratura Italiana Contemporanea (la lezione si teneva nella storica Aula I di Lettere, iniziava alle 9; dirigeva il maestro Walter Pedullà; io vedevo draghi e pinguini al posto di lavagna e banchi). Quanti bei ricordi, legati a quel giorno passato indefessamente sotto il sole più cocente e la pioggia più battente (caldo o freddo, non importava, l’importante era stare tutti insieme a sentire Elisa che cantava Redemption Song di Bob Marley o gli Afterhours che ci insegnavano che “non è per sempre”, anche le crisi, prima o poi, passano, anche se lasciano il segno – quanta importanza assumono certe canzoni quando si è ancora adolescenti o sulla soglia della giovinezza). E i gabbiani che solcavano il cielo di Roma ci facevano venire in mente foto mai scattate (con quelle nuvole striate all’orizzonte e gli elicotteri che ci passavano sopra la testa per le riprese dall’alto che poi, in prima serata, il Tg3 avrebbe mandato in onda – con la solita discrepanza di dati tra organizzatori e polizia di Stato: 800mila per i sindacati – leggo con gioia su internet – 80mila secondo la questura di Roma, che ridere, ragazzi). Mi sono perso tutto, sia Sergio Castellitto che Vasco Rossi (anche se lui non mi fa impazzire, ma è davvero bravo a coinvolgere il pubblico e, nonostante gli anni e gli acciacchi, che voce possente, che grinta da vendere, come direbbe la pubblicità, accidenti – un cliente entra e vuole la chiave: gliela do? Ma non vede che c’è il Blasco, cristosanto!).

E’ il 1 Maggio e qui da noi è nuvoloso, mentre a Roma regna il bel tempo. Quante volte, da studente, sono rincasato tardi e mi sono fatto la barba alle 4 del mattino, prima di prendere cornetti e cappuccino (fa pure rima) e andare a buttarmi sulla brandina per un paio d’ore in attesa di scendere le scale, prendere la metro e assistere all’ennesima lezione (questa volta di Storia del Cinema – ma non ho mai avuto fortuna, in questa materia, ho sempre trovato prof. poco interessanti, poco stimolanti, poco curiosi – chi sul cinema di Peter Greenaway, chi su quello impegnato di Abel Posse, chi sul western di Sergio Leone, ma nessuno che mi abbia mai  illustrato, pongo alcuni esempi: il finale di Tempi moderni di Chaplin, o l’incipit di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, o il bel mezzo di Apocalypse Now di Coppola, come invece ho sentito fare da parte di Sandro Bernardi qui a Firenze… questione di sfiga, i professori, si sa, sono come i genitori: ti becchi quelli che ti toccano in sorte, non puoi scegliere – o forse no, i prof. li puoi scegliere, basta non presentarsi a lezione o cambiare materia e modificare il famoso e famigerato “piano degli studi” – mia cugina è un mito, prima della tesi di laurea, lo avrà cambiato un cinque sei volte, che indecisa, santoddio!).

Mi sono perso il 1 Maggio e anche se so (per certo) che potrò rivedermelo in tv (perché si da il caso che lo abbia registrato su VHS con il mio nuovo fiammante videoregistratore con lettore dvd integrato – domanda al genio che l’ha montato: perché cazzo è possibile registrare un dvd su vhs e non è fattibile l’operazione inversa? Risposta: non si sa proprio, non immagino chi possa essere quel folle che si compra una vhs vuota per riversarvi dentro il contenuto di un dvd originale o magari piratato), dicevo, anche se lo so che me lo potrò rivedere in tv, seduto comodamente sul sofà, so già anche che non sarà mai la stessa cosa (lo dice anche Jean Baudrillard in un articolo interessante apparso ieri su Repubblica in cui lo scrittore-teorico francese discetta della natura od ontologia o natura ontologica della fotografia: ciò che vedi non è l’oggetto che vedi ma lo sguardo del soggetto che si è posato temporaneamente su quel dato oggetto), e, quindi, non sarà come quando di quel concerto io facevo “parte” (insieme a centinaia, o forse, migliaia – secondo i sindacati – di altri studenti, giovani, fuoricorso o fuorisede o tutte e due le cose insieme, esultanti, “accannati”, sbronzi e festosi – come lo ero io e mio fratello e tanti altri).

E allora, per non pensarci, per non pensare che io lì non c’ero, mi guardo un’altra cosa, m’imbatto in quella brava e bella presentatrice giovane, comesichiama, Lucilla e qualcosa, o Ludmilla, quella che è venuta fuori grazie ai programmi musicali di All Music, ora non mi sovviene il nome per esteso, e mi piace, è bionda, un po’ troppo magra, magari, per i miei gusti, ma parla bene, ha un’ottima dizione, e sembra interessante, non mi dà l’aria di una velina o di una sciocchina o di una berlusconiana (di una che magari chiama Papi il premier che passa), sì, insomma, sembra dotata di ragione e cervello, e mi piace ancora di più quando afferma che le piace la pornografia, che male c’è, non ci vedo nulla di male neppure io, anche se, come insegna Pasolini, la pornografia non potrà mai aspirare a essere arte, è “altro dall’arte”, per definizione, per la sua natura ontologica, non ci riuscirà mai, indipendentemente dalle scelte dell’artista (e il pensiero corre a Cannes: lì Lars von Trier presenterà Antichrist, un film i cui primi 6 minuti vedono i due attori protagonisti gioiosamente impegnati in un amplesso esplicito, fino a quando il figlio non si getterà giù da un balcone rompendo l’incantesimo e forse il vicino orgasmo in sincrono…).

E’ il 1 Maggio e io ho lavorato come un mulo, e mi sarebbe piaciuto esser-ci (là, invece di qua), ma tant’è (esser-ci). 

martes, abril 28, 2009


Dopo Babele, di George Steiner (Milano, Garzanti, 1996), ovvero della “futurabilità” come la condizione sine qua non per un’esistenza sana (non solo linguistica) su questa Terra

 

Perché parliamo? Perché sulla Terra esistono così tante lingue diverse, tali da rendere ogni atto traduttivo una sfida? Come facciamo ad assimilare le regole della grammatica di una lingua quando nasciamo in una famiglia bilingue? Come si salta dalla grammatica dell’una a quella dell’altra? Perché mentiamo? Queste sono solo alcune delle domande che si pone il grande George Steiner nel saggio “cult” After Babel (saggio imprescindibile per chiunque voglia addentrarsi nei meandri e negli enigmi che circondano il fenomeno della traduzione – un’impresa quasi impossibile, eppure quotidiana, senza la quale non potremmo capirci nemmeno tra parlanti della stessa lingua; sì, perché - e questo è un primo asserto teorico da cui parte la riflessione di Steiner - noi traduciamo, in continuazione, i messaggi che ci provengono dall’esterno. Anche guardare un film o contemplare un quadro, o seguire un programma alla tv, implica una sorta di traduzione verbale e non di quanto sentiamo/vediamo/ascoltiamo).

Ebbene, una delle risposte più affascinanti che offre l’autore alle questioni scottanti succitate consiste nel difendere la tesi che “Il linguaggio è lo strumento principale del rifiuto dell’uomo di accettare il mondo com’è”. In pratica, l’uomo ha usato il linguaggio non solo per comunicare qualcosa di vero (il “mondo così com’è”), ma anche per inventare una realtà diversa da quella oggettiva che gli si presentava (ogni volta) sotto gli occhi. In tal senso, risultano particolarmente chiarificatrici (oltre che brillanti) le pagine che si soffermano sulla cosiddetta “alternità” del linguaggio (pp. 256-286). La lingua serve a mentire, oltre che a comunicare. Ci offre la possibilità di inventare una realtà “alterna” o “altra” da quella che vediamo e sperimentiamo. La lingua ci consente di dire “ciò che non è”. O di sperare “ciò che ancora non è presente” in un piano futuribile (o di “futurità” o “futurabilità”, secondo la terminologia di Steiner). E’ forse qui il nodo della questione: sin dal cristianesimo e dall’ebraismo, si è data un’accezione negativa alla “falsità” e alla “menzogna”. Cosa che non accadeva ai tempi di Omero (Ulisse è elogiato perché “il più furbo” tra i menzogneri) e che, quindi, sembra non tangere la cultura e la filosofia greca. E se il mito della Torre di Babele potesse essere letto al contrario? Se non fosse una storia apocalittica, ma, al contrario, dimostrasse un exemplum positivo? Questa è l’ipotesi di Steiner: ci sono tante lingue, perché il linguaggio è creativo. L’uomo si distingue dagli altri mammiferi perché può usare il linguaggio, ricreare il mondo con le parole, contrapporre alla realtà obiettiva una realtà ipotetica (quella che costruisco grazie agli ottativi, ai tempi condizionali, alle ipotetiche e ai tempi del futuro). Sono nate tante lingue, perché ogni parlante (primitivo) deve aver visto la lingua come rifugio contro gli altri: ogni clan si è inventato un linguaggio diverso per non farsi “scoprire” dal prossimo. Per non condividere con gli altri (estranei) una verità “personale”. Steiner avalla l’ipotesi citando alcune auctoritates antiche e moderne:

 

“Secondo Ernst Bloch, l’essenza dell’uomo sta nel suo “sognare in avanti”, nella sua capacità impellente di analizzare “ciò che è adesso” come “ciò che non è ancora”. La consapevolezza umana riconosce nella realtà esistente un margine costante di incompletezza, di potenzialità sospesa, che sfida la piena realizzazione. La coscienza che l’uomo ha di un ‘divenire’, la sua capacità di immaginare una storia del futuro, lo distingue da tutte le altre specie viventi. Questo istinto utopico è la molla principale della sua politica. La grande arte contiene i lineamenti di un’esistenza non realizzata. E’, secondo la formula di Marleaux, un ‘anti-destino’. Facciamo delle ipotesi e proiettiamo pensiero e fantasia nel ‘regno del se’, nelle libere ipotesi circa l’ignoto. Tale proiezione […] è il nervo principale dell’agire umano. Le proposizioni controfattuali e condizionali, sostiene Bloch, costituiscono una grammatica di rinnovamento costante. Ci costringono a ricominciare da capo al mattino, a lasciarci alle spalle la storia fallita. Altrimenti il nostro atteggiamento sarebbe statico e soffocheremmo in sogni delusi”.

Il linguaggio come “regno del sé”. Mi vengono in mente certi romanzi dello spagnolo Javier Marías (autore assai interessante, soprattutto per ciò che concerne l’uso dei tempi verbali del sé, quali, appunto, i vari tipi di futuro, i congiuntivi, i condizionali e compagnia bella). I tempi verbali del regno del sé come gli unici strumenti che abbiamo a disposizione per ri-creare o creare ex-novo una realtà che non capiamo, che non riusciamo (sempre) a comprendere, che speriamo sopraggiunga o che speriamo sparisca il prima possibile. Il linguaggio ipotetico come mezzo per lasciarsi alle spalle una storia fallita (o finita male). Mi tornano in mente le immagini del terremoto dell’Aquila e quanto andavo scrivendo nel post di qualche settimana fa (intorno alla ginnastica mentale dell’immaginarsi come saremo tra cento, mille, milioni di anni…). Poi leggo la nota n. 171 (p. 273), dove Steiner riporta uno stralcio da un articolo di Karl Popper in cui il filosofo tedesco riflette sulla nascita stessa del linguaggio umano. Cito verbatim:

 

[…] ritengo che il momento in cui il linguaggio divenne umano sia collegato assai strettamente al momento in cui un uomo inventò una storia, un mito per scusare un errore da lui compiuto, forse dando un segnale di pericolo quando non ce n’era motivo; e ritengo che l’evoluzione di un linguaggio specificamente umano, con i suoi caratteristici mezzi di esprimere la negazione – cioè dire che qualcosa che è stato segnalato non è vero – derivi in misura assai larga dalla scoperta di mezzi sistematici per negare una falsa notizia, ad esempio un falso allarme, e dalla scoperta strettamente collegata di storie false – menzogne – usate o come scuse o come scherzi.

 

Chissà come si sarà sentito, dopo quella prima menzogna, quel primo inventore di storie, quel nostro lontanissimo parente… E come avranno reagito i suoi primi ascoltatori, i primi spettatori gabbati da un messaggio falso (o falsato ad hoc), i primi potenziali lettori della prima storia mai raccontata sulla Terra, se avranno reagito male, magari prendendo a calci l’autore del messaggio depistante, o se, al contrario, dopo aver capito il gioco, si saranno fatti un sacco di risate, consci del pericolo scampato, del mammut schivato, del dinosauro evitato per un pelo, del rinvio dell’ennesimo e probabile incontro con la Morte…

martes, abril 21, 2009

Calmo caos

Giornata strana, quella di oggi. Mi sono ritrovato a fare lezione davanti a due alunne. Non era mai capitato, prima. Io ero imbarazzato; loro non davano l’impressione di essere sorprese. Forse è già successo altre volte. Forse a loro è già capitato di fare lezione con un docente in due. Per me non è proprio un buon segno. Tutto questo vuol dire solo due cose: a) che ho perso la voglia di fare lezione; b) che gli studenti lo intuiscono quando il prof. non ha voglia e se non ha voglia lui figuriamoci loro! Che tristezza!

Poi passo davanti a un ristorante. E’ sera fonda e i lampioni sono accesi; dall’interno del ristorante si sentono persone che cantano “happy birthday to you, happy birthday to you!” e mi domando se sono inglesi o italiani quelli che fanno gli auguri in inglese.

Nel treno ho letto un articolo di un collega dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che parlava di un romanziere contemporaneo le cui opere erano intrise di nichilismo. Non ci ho capito molto, ma c’erano troppi riferimenti a Nietzsche, ad Heidegger e a Gadamer. Devo proprio dirla tutta? L’articolo non mi è piaciuto, era “esatto”, ma l’ “esattezza”, alle volte, è sgradevole, sembrava un compitino svolto su comando e ben fatto. Non c’erano sbavature. Ma a volte mi piacciono le sbavature, le cose che non tornano, i buchi o i vuoti che si aprono all’improvviso durante la lettura e tocca a te, lettore, riempirli…

Mi viene in mente una scena da Caos calmo di Sandro Veronesi. E’ quella in cui Pietro Paladini viene invitato a pranzo da un signore che vive nei pressi della panchina in cui lui, Pietro, novello vedovo, passa le giornate in apprensione per la figlia decenne. Ricordo vagamente la descrizione della casa dell’anziano. Sta traslocando. Ci viene detto che è di Roma, e che presto lascerà Milano. Capiamo che l’anziano signore ha perso la moglie e che, dopo quel lutto, si è sentito troppo solo per stare fermo. Passava le giornate a spazzare  la casa. Ma non ricordo se è davvero quello il motivo del trasloco. Ricordo solo che gli spaghetti al sugo al basilico che prepara per Pietro sono buonissimi.

Poi mi chiama mio fratello: a Roma è nuvoloso, è appena rientrato dopo una giornata di merda e voleva sentire che combinavo. Evito di parlargli della mia disavventura universitaria e gli dico che non vedo l’ora di tornare nella capitale. Voglio informarmi sul prezzo dei biglietti dello spettacolo di Fiorello a Piazzale Clodio.

 “Accendi la tv, metti su Rai2”.

Lo faccio subito; puntata speciale di “La storia siamo noi” di Minoli su Fiorello.

“Ci sentiamo in settimana, fratè”.

Riaggancio e mi godo le battute di Fiorello. Per un po’ la depressione svanisce.

Poi vado in studio e mi prendo la copia di Caos calmo per scoprire com’è che finisce la storia del vedovo che invita Pietro Paladini a mangiare due spaghi.

Niente, l’episodio occupa le pp. 238-248. Ma il narratore non ci dice perché l’anziano lascia Milano per Roma (dopo 36 anni passati là con la moglie). Forse non ce la fa più a sopportare la solitudine. Forse, senza la moglie, quella casa non è più accogliente.

“Si mette a riempire i piatti: prima il mio, una porzione enorme, poi il suo, una porzione enorme. So di cosa si tratta: è il culto tutto romano dell’abbondanza, la quantità che diventa qualità. A Milano non la praticano, pensano che sia volgare”.

jueves, abril 16, 2009

Convivenze

“Nada que al final creo que llego un poquito tarde para decirte que no lo hagas, que cuando decides compartir tu vida con otra persona no sabes que lo que decides en realidad es perder lo poco que te convertía en ti mismo para pasar a ser una persona totalmente sujeta a los deseos y sentimientos del otro y a estar en guerra continua intentando mantener vivo eso que eras y que ahora se contrapone constantemente con lo que quiere el otro que seas”.

Cito verbatim questa frase da un’email che mi ha inviato tempo fa (dopo più di un anno di ritardo) Veronica, una della mie migliori amiche madrilene (anche se lei non è spagnola, bensì argentina doc). Potremmo tradurla così (más o menos):

“Beh, alla fine, credo di essere arrivata un po’ in ritardo per dirti di non farlo, che quando decidi di condividere la tua vita con un’altra persona non sai che in realtà ciò che decidi è di perdere quel poco che ti rendeva te stesso per passare a essere una persona totalmente soggetta ai desideri e ai sentimenti dell’altro e a essere continuamente sul piede di guerra per provare a mantenere vivo quello che eri e che adesso si contrappone costantemente a ciò che l’altro vuole che tu sia”.

Veronica, con le sue parole, mi fa pensare. Fino a che punto sono disposto a combattere (quotidianamente) questa guerra (per certi versi assurda, come le guerre in generale)? E’ poi vero che quando si convive (si condivide con un’altra persona la propria esistenza) smettiamo di essere quello che siamo veramente per cominciare a essere quello che l’altro vuole che noi siamo? Mi fermo a rifletterci su ancora un po’ (intanto apro la finestra; qua dentro fa caldo, è tornata la primavera, ma sembra già estate; certi giorni a Firenze l’asfalto scotta). E se anche noi, scettici della convivenza, stessimo obbligando costantemente l’altro ad adeguarsi ai nostri ritmi, al nostro scetticismo, alle nostre ansie, paure, depressioni anti-convivenza? Quante domande. E com’è difficile rispondere. Penso che sia vitale mantenere i propri spazi (sennò buonanotte ai suonatori e addio forever). E che sia doveroso cercare un equilibrio (seppure precario, ma cercarlo). Come? Innanzitutto, devo avere rispetto dell’altro (non posso mica imporre le mie manie o prevaricare, pena la prevaricazione dell’altro su di me – o l’annientamento dell’ “io” dell’altro). E poi? Chi mi dice che l’altro resterà sempre “sé stesso”? Non cambiamo per caso a ogni scorrere di minuto? (mi torna in mente Montaigne, quando dice, negli Essais, che “Il mio io di adesso e il mio io di fra poco siamo certo due”). E come cambiare accordandoci al cambiamento costante dell’altro (senza nuocere alla sua identità - o ipseità – come direbbe Paul Ricoeur)?

Convivere vuol dire anche questo: condividere gli stessi spazi e, spesso, gli stessi tempi, essendo costantemente “io” e “altro da me” (due che convivono sono come due altalene che si muovono a volte fuori sincrono e a volte in sintonia perfetta)…

Mi accendo una sigaretta e provo a tradurre quest’ultima frase per Veronica (che, ne sono certo, mi risponderà nel 2010 – lei non è molto amante della tecnologia).

Poi provo a immaginarmi questi spazi miei e questi tempi del mio presente senza Alyssa…

E’ un esercizio “spirituale” che fa bene alla salute.

Poi mi viene in mente di fare un esercizio simile: immaginiamo come saremo noi tutti (l’umanità intera) fra mille anni… e come siamo stati mille, diecimila, centomila anni fa…

Propositi per il tempo a venire (o avvenire): ricordarsi di praticare questa ginnastica mentale ogni volta che si è in crisi o alquanto depressi… Fa bene anche alla convivenza…forse.

P.S.: Il post di cui sopra l’avevo scritto prima del 6 Aprile, ovvero: prima di venire a sapere del terremoto de L’Aquila. Al di là della rabbia che mi produce guardare la tv-sciacalla che parla con i toni del melodramma di quel che resta e di coloro che sono scampati alla morte e al di là dell’incomparabilità di quanto nel post succitato andavo dicendo con quanto effettivamente accaduto dalle mie parti, continua a sembrarmi valido il ragionamento intorno al sollievo che l’elasticità mentale ci può offrire attraverso l’immaginazione (di quello che siamo stati tanti anni fa e, al contrario, di quello che potremo essere fra molto, molto tempo). E mi pare anche che gli abruzzesi coinvolti dal terremoto lo stiano dimostrando al massimo grado. Non vogliono rifare la loro città in un altro posto; e non accettano gli aiuti tutti insieme e indistintamente. Oggi c’è bisogno di mutande. Domani di sapone. Dopodomani, quando ci saranno i soldi a sufficienza, decideranno loro dove e come ricostruire l’Aquila. In base a ciò che è stato; sognando ciò che potrà essere.

viernes, abril 10, 2009

Un solo rudere, di Pier Paolo Pasolini (da Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti, 1964)

"Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine su Roma,
sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più"

domingo, abril 05, 2009


Un’epica dei nostri giorni: Los detectives salvajes di Roberto Bolaño (Barcelona, Anagrama, 1998)


Partiamo dall’epigrafe (che traduco, malamente, dall’originale spagnolo): “- Vuole la salvezza del Messico? Vuole che Cristo sia il nostro Re? – No”. Questo secco e (fuori contesto) misterioso scambio di botta e risposta viene da un’opera di Malcom Lowry. La pigrizia mentale di questi primi giorni primaverili mi ha impedito di andarmi a spulciare la citazione nelle opere principali dell’autore di Under the Volcano; possiamo anche ipotizzare che la citazione provenga proprio dal capolavoro (disperato) di Malcom Lowry (di Sotto il vulcano esiste anche una trasposizione cinematografica – che non ho ancora visto; la regia è di John Huston; ebbene, se Huston fa con il romanzo di Lowry ciò che è riuscito a fare sia con il racconto “The dead” dai Dubliners di James Joyce che con Moby Dick di Melville, allora possiamo sperare bene – e stare tranquilli). Comunque: qui si parla di Messico e di Cristo e di salvezza. E quando il lettore arriva alla pagina conclusiva (dopo una serie numerosissima di ricordi di diverse voci narranti e di racconti intercalati e tra loro variamente intrecciati nell’arco delle 600 pagine del romanzo) capisce subito che quell’epigrafe contiene in nuce parte del contenuto de Los detectives salvajes: il libro, di fatto, parla di Messico e di messicani; di salvezza e del suo opposto, la perdizione; di persone che vanno in cerca di altre persone, ma, soprattutto, di se stesse. Manca Cristo, ma forse il suo spirito “martoriato” e poi “resuscitato” aleggia su molti dei protagonisti del romanzo. Soprattutto intorno ai due protagonisti: Arturo Belano e Ulises Lima.


Chi sono costoro? Una prima risposta (semplice) potrebbe essere questa: Belano e Lima sono amici, due giovani poeti che credono nella rivoluzione e nella capacità della poesia e della letteratura di poter cambiare il mondo; una seconda risposta (più complessa) potrebbe essere quest’altra: sono i fondatori di un movimento letterario che disprezza i “poeti classici messicani” in generale, che odia Octavio Paz in particolare, e che promuove una poesia definita da loro stessi “real visceralista”; una terza (ultima?) risposta (decisamente complessa) potrebbe essere quest’altra ancora: sono due morti viventi che vanno alla ricerca di Cesárea Tinajero, un’altra poetessa messicana, un’altra “morta in vita”, le cui tracce si perdono nella geografia più disastrata ed emarginata del Messico degli anni 50 e la cui unica opera pubblicata (su una rivista che non ha avuto grande fortuna editoriale) sembra essere un disegnino dai significati enigmatici e bizzarri.


Il libro è diviso in 3 parti: la prima (intitolata “Mexicanos perdidos en México (1975)” consiste nelle (o si dice: “delle”?) pagine del diario di Juan García Madero, un altro poeta “real visceralista” che però studia Giurisprudenza e che spera, in futuro, di diventare un bravo avvocato. Questo diario inizia il 2 novembre del 1975 e conclude (o almeno, sembra concludere) il 31 dicembre dello stesso anno. La seconda parte s’intitola come il romanzo stesso, con in più una notazione di tipo cronologico, e cioè: “Los detectives salvajes (1976-1996)”. Questa seconda parte consta di una serie di pseudo-interviste a persone che (nell’arco dei 20 anni citati tra parentesi) hanno conosciuto o avuto contatti con i succitati Arturo Belano e Ulises Lima. Perché pseudo-interviste? Perché chi parla (chi dice “io” prendendo la parola) viene introdotto da un titoletto in grassetto in cui appaiono nome, cognome, luogo in cui si trova il parlante, oltre che mese e anno in cui “rilascia” la sua personale testimonianza intorno ai due principali “real visceralistas”. L’altra domanda da porsi (a questo punto) sarebbe: ma a chi si rivolgono? Con chi parlano? Chi è il vero destinatario empirico delle loro (a volte) lunghe, sconclusionate e affascinanti confessioni personali? (Mi accorgo solo ora che rispondere a questa domanda risolverebbe parte del mistero – e del fascino – che emana questo libro; ora che ci penso, mi da i brividi e mi piace ipotizzare che tutti questi “io” stiano rispondendo alle domande giornalistiche dell’autore stesso, Roberto Bolaño, nelle vesti del cronista che intervista i co-protagonisti del suo romanzo). La terza parte, invece, si intitola “Los desiertos de Sonora (1976)”. In realtà, questa parte consiste di un unico salto all’indietro nel tempo (dal 1996 al 1976), salto grazie al quale viene riannodata la narrazione che Juan García Madero aveva avviato nel suo diario lasciandola interrotta al 31 dicembre del 1975. E’ in questa sezione che il lettore scopre finalmente in che modo i due poeti-detectives riescono a scoprire dove vive Cesárea Tinajero e che cosa si cela dietro il silenzio che ha imprigionato (forse volutamente) la sua opera letteraria (mai resa pubblica). E’ qui che Arturo Belano e Ulises Lima ci vengono presentati come due eroi epici che si scontrano contro il Male. E Male è parola-chiave per capire l’intero romanzo.


Il libro ci parla di giovani idealisti che credono nella forza delle parole e della poesia nel modificare i dati della realtà. Ma ci parla anche della disperazione, della follia, della solitudine che implica un atteggiamento troppo idealista nei confronti del reale. Belano e Lima sono due poeti che rischiano di morire di fame, o di finire in galera, o di venire uccisi da malviventi senza scrupoli, perché credono fermamente nel loro “sogno personale” e non intendono cedere davanti a nessun ostacolo materiale che il mondo esterno voglia loro frapporre (a tratti possono ricordarci l’altra coppia “maledetta” della poesia moderna: Rimbaud e Verlaine). Si nutrono di letteratura, ed è per questo che sopportano di stare a stomaco vuoto. Girano l’Europa (Parigi, Roma, Barcelona, et similia) e l’America Latina (Messico, Argentina, Cile, oltre che parte degli USA) con un unico scopo: portare avanti la loro personalissima “protesta” contro i poeti dell’establishment e recuperare il Verbo di Césarea Tinajera. Entrambi le missioni assumono l’aura della quest epica proprio perché a parlare dei due protagonisti non sono tanto loro stessi, quanto gli altri, quelli che sono stati testimoni delle loro gesta. Ed è per questo che parlo di un’epica moderna il cui orizzonte di senso prende spessore sullo sfondo di certe operazioni metanarrative alla Julio Cortázar e alla Jorge Luis Borges (citati, tra l’altro, da alcuni dei “testimoni”).


Solo che Bolaño non è “autore postmodernista” o non lo è in pieno (sempre che ci s’intenda sul significato da attribuire all’aggettivo “postmodernista”, diventato ormai un vero e proprio concetto-ombrello buono per tutte le stagioni e per etichettare i più svariati esiti letterari o artistici). Bolaño è autore che gioca un gioco serio con la letteratura. Anche quando sembra più ironico, anche quando sembra suggerire che “La vida hay que vivirla” e che “La literatura no vale nada” (p. 301 dell’ed. che maneggio), in realtà ci obbliga a riflettere e a ragionare seriamente sulle relazioni a volte promiscue altre volte più aleatorie (o plastiche) tra vita e letteratura (sembra spingerci a godere di entrambe, insieme).


Un esempio (dai risvolti, questa volta sì, decisamente umoristici): la scena del duello tra il poeta Arturo Belano e il critico letterario Iñaqui Echavarne (pp. 474-483) (il lettore “ducho” sa che dietro le due maschere si nascondono: a) lo stesso autore, Roberto Bolaño (l’assonanza fonetica tra personaggio letterario e autore in carne ed ossa è voluta, ovviamente); b) il critico letterario Ignacio Echevarría (che ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere in Andalucía un paio d’anni fa), critico che oggi è diventato il maggiore esperto nell’opera di Bolaño oltre che legatario degli scritti che l’autore cileno (naturalizzato spagnolo) ha lasciato incompiuti per la morte improvvisa che l’ha colto - a 50 anni - nel 2003).
Ebbene, in questo brano Bolaño riesce davvero a ri-creare l’ambiente, l’atmosfera, il sapore dei duelli tipici dei libri di cavalleria o delle chansons de geste coinvolgendo il lettore in una riflessione di tipo lirico intorno ai confini labili che a volte si stabiliscono tra chi scrive e chi, di mestiere, è tenuto a valutare quanto viene pubblicato. Belano teme Echavarne perché sa che è uno dei critici più “cattivi” del panorama ispanico contemporaneo. Al contempo, lo sfida, anticipando la sua ipotetica decisione di pubblicare una qualsivoglia recensione negativa, perché così spera di dimostrargli che lui non ha paura, che è un poeta in grado di difendersi da solo, capace di scendere in singolar tenzone pur di mantenere intatta davanti al pubblico e alla critica la sua coscienza di autore indipendente e di qualità. Le ragioni dell’autore (che si mette in gioco e rischia a ogni nuovo libro pubblicato) si scontrano (questa volta, anche fisicamente) con le pretese del critico (che si mette in gioco ogni volta che cerca di separare il grano dalla paglia, spiegando ai lettori cosa è degno di essere letto e cosa è solo prodotto commerciale destinato a finire nella sepoltura dell’oblio).


I due si sfidano in un duello con le spade su una spiaggia deserta nei pressi di Barcelona. L’esito è incerto, anche se Arturo Belano sembra avere la meglio. Un mese dopo questa scena (nel luglio del 1994), Ignacio Echavarne viene intervistato e rilascia la sua testimonianza in questi termini (l’uso delle maiuscole per alcuni termini-chiave è ironico – o così mi sembra):


“Fino a un certo punto la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnarla. Il viaggio può essere lungo o breve. Poi i Lettori muoiono uno alla volta e l’Opera continua da sola, anche se la Critica e altri Lettori poco a poco iniziano a muoversi allo stessa andatura. Poi la Critica muore un’altra volta e i Lettori muoiono di nuovo e su tale percorso lastricato di ossa l’Opera prosegue il suo viaggio verso la solitudine. Avvicinarsi a essa, navigare sulla sua scia, è segno inequivocabile di morte certa, anche se altra Critica e altri Lettori le si avvicinano instancabili e implacabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine, l’Opera viaggia irrimediabilmente da sola nell’Immensità. E un bel giorno l’Opera muore, come muoiono tutte le cose, come si estinguerà il Sole e la Terra, il Sistema Solare e la Galassia e la più recondita memoria degli uomini. Tutto ciò che inizia come commedia finisce in tragedia”.


Quest’ultima affermazione è un lemma che potremmo adottare per altri racconti e romanzi di Roberto Bolaño (penso soprattutto all’altra opera labirintica e “totale”, quel 2666 pubblicato postumo e che tanto successo sta riscuotendo negli USA dopo le prime traduzioni in inglese).


Ecco, possiamo dire che Los detectives salvajes è un finto romanzo giallo che inizia come commedia e finisce come tragedia. Un’epica percorsa da personaggi bizzarri e da eroi “maledetti” come Belano e Lima (o come Bolaño e il critico “cattivo” Ignacio Echevarría) in cui il lettore viene coinvolto “visceralmente” nella sua trama frastagliata e, apparentemente, infinita…

viernes, marzo 27, 2009

Le "virgolette" (un errore che ho commesso anch'io - a volte, inconsapevolmente) secondo il filosofo Giorgio Agamben:

"Che significa, infatti, mettere una parola fra virgolette? Con le virgolette, chi scrive prende le distanze dal linguaggio; esse indicano che un certo termine non è preso nell'accezione che gli competerebbe, che il suo uso è stato stornato (citato, chiamato fuori) da quello abituale, ma non completamente reciso dalla sua tradizione semantica. Non si vuole o non si può più usare semplicemente il vecchio termine, ma nemmeno si può o si vuole trovarne uno nuovo. Il termine virgolettato è tenuto in sospeso nella sua storia, è pesato - quindi, almeno embrionalmente, pensato.
Di recente è stata elaborata una teoria generale della citazione ad uso delle università. Alla consueta irresponsabilità accademica, che chiede di poter maneggiare, estrapolandola dall'opera di un filosofo, questa pratica vischiosa, occorre ricordare che la parola chiusa fra virgolette aspetta solo il momento di vendicarsi. E nessuna vendetta è più sottile e ironica della sua. Chi ha messo una parola fra virgolette non può più liberarsene: sospesa a mezz'aria nel suo slancio significante, essa gli diventa insostituibile - o, piuttosto, è ora, per lui, assolutamente incongedabile [...]. Nel cerchio che le virgolette stringono intorno al vocabolo è rimasto chiuso il parlante".

Giorgio Agamben, Un'idea della prosa, Macerata, Quodlibet, 2002, pp. 89-90.

sábado, marzo 14, 2009


Elogio dei libri: il Philobiblon di Riccardo da Bury

Libro strano e curioso quello che ho trovato quasi per caso l’altro giorno alla Feltrinelli di via de’ Cerretani… Mi ha attratto subito il risvolto di copertina, lì dove Petrarca afferma che “nessuno aveva più libri di lui”. E chi era mai questo Riccardo da Bury da indurre il “poeta laureato” ad un’affermazione del genere? Era niente meno che il vescovo di Durham, amico e fedele alleato del Re britannico Edoardo III e custode, oltre che promotore, della biblioteca della (già allora) famosa Università di Oxford (tra le prime Università fondate nel Medioevo, insieme a quelle di Parigi, Bologna e Salamanca). Il trattatello è una vera e propria lode scritta in onore dei libri e una sorta di giustificazione a posteriori da parte dell’autore per spiegare le ragioni profonde della sua mania per i libri e per la conservazione e collezionismo degli stessi. In pratica, Riccardo da Bury scrisse sia per spiegare l’altissimo valore morale e spirituale che tutti possiamo riconoscere nella pratica della lettura sia per difendersi dagli attacchi delle malelingue che, all’epoca, si erano propagate in relazione alla sua biblioteca immensa e alle sue spese per acquistare libri da ogni parte del mondo conosciuto. L’autore chiude l’opera confessandoci che terminò di scriverla il 24 Gennaio del 1344. Di lì a poco sarebbe morto, lasciando per sempre questa valle di lacrime e affidando ai posteri la sua collezione privata nata per il bene comune e l’edificazione spirituale dei suoi studenti e di tutti coloro che si fossero avvicinati ai libri con amore e rispetto.



Il cap. I riserva subito una grata sorpresa: l’idea che la letteratura sia un modo per continuare a far vivere il passato e, dunque, in certo qual modo, che essa permetta il dialogo coi morti (vedi W.G. Sebald et similia), è espressa nel modo più chiaro e limpido possibile (il lettore essendo spinto a riflettere anche sullo stretto legame che c’è tra “lettura” come “lotta contro l’oblio” e “scrittura” come “strumento atto sia a riflettere sul passato che a ipotizzare il futuro”):

Nei libri ritrovo vivi i morti, nei libri prevedo il futuro, nei libri trovo le geometrie dell’arte bellica e dai libri escono le leggi della pace. Nel tempo tutto si consuma e marcisce e Saturno non si stanca di divorare i suoi figli: l’oblio seppellirebbe ogni gloria terrena se Dio non vi avesse posto rimedio inventando i libri (p. 37, dell’ed. Rizzoli, Milano, 1998, a cura di Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri).

Una seconda immagine icastica del potere dei libri segue poche righe dopo, quando Riccardo da Bury ci illustra in che modo i libri siano “liberali” e rendano “liberi”:

Riflettiamo […] su come nei libri il sapere sia a portata di mano, quanto sia semplice e misterioso insieme; con quanta tranquillità, senza falsi pudori ci spogliamo davanti a loro della nostra ignoranza. I libri sono maestri che ci educano senza bacchetta né verga, senza strepiti né rabbia e non voglion favori né soldi! Se ti avvicini loro, non dormono e non sfuggono se li interroghi per sapere! Non ti riprendono se sbagli e non ti ridono in faccia per la tua ignoranza! O libri! Soli liberali e liberi, voi che date a chiunque chiede e che rendete liberi tutti quelli che vi hanno serviti con serietà e onore (id., p. 41).

Non deve allora sorprendere se, a partire dal cap. IV, sono i libri stessi a prendere la parola, personificati, e a lamentarsi in prima persona (del plurale) contro i “chierici degeneri”, ossia, contro tutti quegli uomini di Chiesa che salgono in cattedra, ricoprendo le più alte cariche ecclesiastiche, senza aver prima “digerito” le varie letture e, soprattutto, dimenticandosi che se sono arrivati in alto lo devono solo ed esclusivamente ai libri. La polemica ritorna nel cap. IX (“Come non si devono condannare gli studi dei moderni (anche se si amano di più i libri degli antichi)”), lì dove depreca tutti quei chierici che sfruttano la conoscenza per sete di potere e ambizioni di stampo prettamente materialista (e dietro certe frasi, quanti professori universitari si possono scorgere oggigiorno, quanta attualità in simili esternazioni!):

Questi chierici ancora con il latte sulle labbra, senza alcuna decenza ottengono immeritata la docenza di più facoltà, e salgono in cattedra non con la dovuta cautela di un passo misurato, ma saltellando come le capre! [ricordate la Gelmini, natia di Brescia, che prese la residenza temporanea a Reggio Calabria, ben conscia del fatto che laggiù è molto più facile passare l’esame di stato da avvocato? E cosa fa ora la Gelmini? Non l’avvocato, no, né il giudice né il notaio… è la nostra brava Ministro dell’Istruzione!]. Non hanno ancora assaggiato il grande fiume [del sapere], intingendovi appena le labbra, che credono di averlo giù gustato in fondo; e poiché non hanno voluto sprecar tempo a imparare le cose elementari, costruiscono pericolanti edifici destinati a crollare quanto prima. Ormai cresciuti, è una vergogna che debbano mettersi da adulti a imparare quello che avrebbero dovuto conoscere prima, e così sono costretti a scontare per sempre la loro carriera precoce sì, ma immeritata (p. 131) [e quanti ne ho conosciuti di ricercatori – in ambito umanistico – che disconoscono l’uso del congiuntivo! O che fingono di aver letto Aristotele e Platone quando non sanno nemmeno cosa significhi “peripatetico” o “parmenideo”!].

Ciò che colpisce di questo stesso capitolo è il fatto che la famosa questione des anciennes et des modèrnes fosse già attuale (e dibattuta) nel 1344… Già allora, loro, giustamente, si consideravano “moderni” rispetto a Ovidio e Omero o a Virgilio e Tacito. E già allora si domandavano su chi fosse più bravo… Riccardo da Bury non ha dubbi: sarà che gli antichi “studiavano di più”, sarà che “fossero dotati di sensi più acuti” fatto che sta lui, pur non condannando i “moderni”, apprezza di più (e si schiera dalla parte) degli “antichi” [una studentessa mi chiese via email perché nei programmi universitari attuali non comparissero mai o solo raramente corsi dedicati ad autori contemporanei; le risposi citandole Italo Calvino: “si studiano i classici perché sono libri che non hanno smesso di dire quel che avevano da dirci” e “non si studiano i contemporanei” perché, ahinoi, molti docenti soffrono di codardia o sono fin troppo incerti e insicuri nel momento in cui si tratta di usare l’intuito e l’azzardo – gli unici mezzi per poter fiutare il “classico del futuro” e poterci costruire sopra un discorso critico che aspiri alla scientificità; poi è ovvio che si può sbagliare, ma il “sale” della ricerca dovrebbe essere anche questo; intuito e azzardo; un po’ di immaginazione, accompagnata sempre dalle regole della filologia e del rispetto per la “littera” del testo, antico o moderno che esso sia].

Nel cap. XV, invece, trovo l’ennesimo elogio iperbolico, e mi viene in mente la parte finale di 2001: Odissea nello spazio (la scena in cui David Bowman finisce dentro il vortice di colori, “verso l’infinito, e oltre”):

Libri! Compagni divertenti delle giornate limpide, conforti insostituibili nei fortunali della sorte avversa. […] Quanta la loro forza, […] se solo si pensa che grazie a loro si possono scorgere i confini dello spazio e del tempo e possiamo riflettere sulle cose inesistenti non meno che su quelle che esistono, come in uno specchio dell’eternità! Scaliamo le vette, esploriamo le profondità degli abissi e nei codici vediamo specie di pesci che la nostra atmosfera non potrebbe neppure contenere; nei libri raccogliamo con ordine le caratteristiche dei fiumi e delle fonti proprie di ogni terra [...]. Con i libri possiamo far visita agli abitanti dei cieli […] su, fino a perderci nello spazio fino al firmamento ornato di segni, di gradi e di ogni varietà immaginabile di figure; eccoci con gli occhi aperti sulla Galassia e lo zodiaco dipinto di animali celesti. Via, arriviamo ora, portati dai libri, ancora più su fino alle sostanze separate, così che l’intelletto possa salutare le intelligenze sue simili e scorgere con l’occhio dell’infinito potere della mente la causa prima e immobile, e grazie all’amore si unisca a Lui per sempre. E giunti fin là con l’aiuto dei libri, visto che siamo ancora viandanti in questo mondo, assaggiamo la ricompensa della nostra beatitudine (pp. 169-71, corsivi miei).

Insieme a questi “voli ulissiaci”, il libro è pieno di consigli pratici: su come comprare a miglior prezzo; su come farsi aiutare nel riunire libri che si trovano in monasteri o chiese lontane; su come leggere e trattare i libri e come riporli negli scaffali una volta letti. In tal senso, il cap. XVII è il più “comico” e divertente. Riccardo da Bury elenca i peggiori vizi di certi suoi alunni; li depreca quanto lasciano cadere pezzi di cibo o resti di frutta dentro le pagine dei codici; o quando si mettono a leggere, senza soffiarsi il naso sgocciolante; li sgrida quando si accingono ad aprire le candide pagine con mani sudice o unghia sporche. Ha proprio ragione il vescovo di Durham: se i libri sono i custodi della sapienza, dobbiamo sfogliarli con riverenza e come se la lettura fosse un atto d’amore. Quindi ragazzi attenti la prossima volta che trattate male un libro, perché (p. 185) “I libri non sono scarpe, bisogna averne più cura, molta di più”.

Insomma, una lettura amena e che consiglierei a tutti quei docenti che si occupano di letteratura o di materie umanistiche. Oggi non si legge quasi più in classe; o almeno, si legge poca letteratura. E questo è un male che sconteremo in futuro tutti, se non vogliamo che l’ignoranza e la dittatura prevalgano. Ipse dixit. Amen.

martes, marzo 10, 2009


Magic moments (o moments of being)

E' inutile, mi ricapita sempre, ogni volta che torno a Roma mi viene voglia di restarci per sempre, è una città che ormai mi ha conquistato "de por vida" (vita natural durante), non ci posso fare niente, è così, l'accetto, è un dato di fatto che (lo) si può (solo) accettare... (Roma non è una città, ma uno stato d'animo)...

Ascoltavo un brano di Bob Dylan l'altra sera, un pezzo che fa parte della colonna sonora di The Big Leboswki (dei fratelli Coen e con il bravissimo Jeff Bridges nel ruolo più "freak" che ad attore sia mai capitato), una canzone che parla di "take a woman like you", sdolcinata e melodica, anche un po' triste, per quanto riuscissi a capirne, "what a wonderful feeling, just to know that you are here", insomma, roba così, che poi a me Bob Dylan nemmeno mi fa impazzire più di tanto, comunque, ero lì, che camminavo dalla Stazione Termini, saranno state le 23,30 quando, alla fine di via Gioberti, mi ri-imbatto nella facciata maestuosa di Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche di Roma (insieme a San Pietro, San Giovanni in Laterano e San Paolo Fuori le Mura) ed è sempre una sensazione di meraviglia quella che mi coglie, davanti a tante statue in marmo su in cima alla facciata, gli apostoli o i papi bloccati per l'eternità in atto di preghiera o con le mani stese a benedirti (anche se magari te non sei credente, perchè "Grazie a Dio sono ateo", come disse Luis Buñuel prima che la frase venisse sputtanata e stampata sulle magliette), con quelle teste piccole che sorreggono la mitra enorme, con quegli sguardi che, anche a distanza, non possono che apparire leggermente incazzati e fin troppo austeri... Ah, Santa Maria Maggiore...
...una volta, tanti anni fa, ci entrai per pregare, pregai un padre nostro o un'ave maria, ora non ricordo con esattezza, il punto è che ci entrai, mi feci il segno della croce per invocare l'aiuto divino, pregavo Dio affinché mi facesse passare il primo esame difficile, era il primo scritto d'inglese, sì, era lui, era difficilissimo superarlo, e me lo sentivo ed era per quello che, addirittura, arrivavo a scomodare gli Stati Maggiori, pur sapendo di essere un peccatore, volevo chiedere ipocritamente la grazia e, ovviamente, l'esame andò male, mi bocciarono e per lo sconforto volevo suicidarmi, sì, e Roma mi accompagnava, mi cullava con il suo traffico caotico e stressante, con le sue strade sporche, mentre io avevo già deciso tutto, scesi alla fermata del laghetto dell'EUR, cioè, mi volevo buttare nel lago e morire per affogamento, che pensieri romantici, che giovane di belle speranze che ero all'epoca (e ovviamente anche il tentativo di suicidio andò in vacca, mi fermai al McDondald che stava nei pressi del laghetto e mangiai un gelato da poche lire (all'epoca c'erano ancora, quanto costava? 500 o 1000 lire?)...


Attraverso Via Merulana, passando davanti alla lapide in cui è scritto che "qui Carlo Emilio Gadda ambientò il suo Quer pasticciaccio brutto dell'omonima e famosa), e decido di farmi a piedi tutta Via Cavour per andare a rivedere il Colosseo, ah, il Colosseo, la maestà der Colosseo, la santità der Cupolone, le pietre secolari che giacciono placide nei Fori Imperiali, le varie chiese e chiesette che spuntano in mezzo all'antichità e agli alberi e alle palme (non capisco ancora come, ma qui intorno è pieno di palme), e i gabbiani, ah, i gabbiani che volano sopra l'Altare della Patria (sarà pure un monumento mussoliniano, ma quanto mi piace la geometria dell'Altare della Patria, questa grossa macchina da scrivere "fascista" che ispirò quel film assurdo a quel matto di Peter Greenaway, oddio, come si chiamava quel film, ambientato proprio "dentro" o "sopra" l'Altare della Patria di Piazza Venezia?). E quanto coraggio ci vuole per attraversare Piazza Venezia? E' immensa, è sempre trafficata, come ogni strada de Roma, d'altronde...

...E mentre Bob Dylan mi culla (ormai ascolto la canzone a ripetizione), faccio un salto a Largo Argentina, già che ci siamo, e poi cammino per Corso Vittorio Emanuele II, fino all'incrocio con Via del Paradiso, ah, Via del Paradiso (solo Roma poteva contenere dentro le sue viscere, dentro di sè, nel suo reticolato di strade, una via che si chiama Via del Paradiso), un po' stretta, piena di baretti, puzza anche un po' di urina e spazzatura, ma mi ci infilo dentro, e la percorro col sorriso sulle labbra, mentre quello canta "take a woman like you", perché so dove finisce, so che sbocca su Campo de' Fiori, ah Campo de' Fiori, quante birre ci ho bevuto da giovane, di sera, da giovane studente universitario fuori sede e fuori orario, e quanti gelati ci ho mangiato, quante gelaterie artigianali e quanti pub e pizzerie e gente che passeggia beata e tranquilla, a ogni punta estrema della piazza del Campo ci sono due fontanelle dalle quali è possibile bere, ah, le fontanelle pubbliche di Roma, ah, l'acqua di Roma, che è l'acqua più bona che c'è!

Sono qua, e che nun gliela faccio un salto a Trastevere? Non ci vado a guardare l'isola Tiberina? (Quell'isola mi fa venire in mente una delle scene più toccanti girate da Nanni Moretti, quando, in Aprile, passeggia da solo in su e in giù, sulle grosse piattaforme di marmo, davanti al Bambin Gesù, in attesa che la moglie metta al mondo il loro bambino, il primo figlio, e lui cammina in su e in giù, con tutta l'ansia del momento e poi, quando nasce, prende la solita vespa e mentre l'Italia festeggia la vittoria di Romano Prodi alle elezioni, lui urla, tra le bandiere rosse: "Quattro kili e duecento grammiiiiii!!!!")...


...e poi ci sarebbe Via della Conciliazione e le mura circolari di Castel Sant'Angelo, oddio, ma come si fa a riguardarla tutta, una città immensa come Roma? E piazzale Clodio (dove andavo a prendere i cornetti caldi per una matta con la fissa per i cornetti al cioccolato - ma caldi) e viale Mazzini, col cavallo della Rai, e dall'altra parte lo stadio Olimpico, e la salita della Via Gianicolense, ah, il Gianicolo, che vista che si gode da lassù, che aria, che cielo, che sole, che passeggiate nel verde dalla terrazza de Roma capoccia! E quanta, quanta nostalgia di questo locus...

martes, marzo 03, 2009


Ai confini della realtà

Tre anni or sono, un mio vecchio amico (ed ex-collega) mi regalò i primi 50 episodi in dvx di The Twilight Zone, serie di culto nell’America degli anni 50 e 60. La serie è apparsa anche sui teleschermi italiani, col titolo “Ai confini della realtà” (quando la traduzione letterale sarebbe stata meglio, essendo “La zona del crepuscolo” titolo ben più efficace e attinente all’originale – tra parentesi, “La zona del crepuscolo” è anche il titolo di uno degli albi “storici” di Dylan Dog, il n. 7). Il successo della serie continuò anche nel corso degli anni 70, fino ai primi anni 80, quando registi del calibro di Steven Spielberg e John Landis (insieme a Joe Dante e George Miller) le resero omaggio con l’omonimo film a episodi (uscito nel 1983). Sono molti gli episodi che mi colpiscono o che mi turbano, lasciandomi una sottile sensazione di angoscia esistenziale; uno dei miei preferiti resta quello che s’intitola “Tempo di leggere”. Vi si narra la storia di un impiegato di mezza età, infelicemente sposato, e con una smodata passione per la lettura. Legge tanto e di tutto, anche in banca, dove lavora e subisce le minacce quotidiane di licenziamento da parte del capo (il nostro eroe è troppo distratto con i clienti, troppo “sperduto” tra le sue letture, per prestare la dovuta attenzione al denaro e ai conti – che non tornano mai).

Il tono dell’intero episodio è cinico. Una riprova: la scena in cui il nostro povero impiegatuccio torna a casa e scopre che la moglie gli ha rovinato una copia di un libro (un saggio o un’antologia di poesie, ora non ricordo bene) scarabocchiandone tutte le pagine a penna. L’uomo si dispera e piange. E le domanda perché; perché tanto odio e tanta cattiveria? (e allo spettatore, anche a quello meno affezionato alla lettura, verrebbe davvero voglia di strangolarla, la faccia da schiaffi della moglie arpia).

Fin quando non succede l’impensabile: un’esplosione atomica distrugge e rade al suolo ogni cosa. Il nostro impiegatuccio diventa l’unico sopravvissuto, l’ultimo uomo sulla Terra (è anche il titolo del n. 77 di Dylan Dog). Che fare al posto suo? Come occupare il tempo, in mezzo a una desolazione universale? Oltre a nutrirsi e a dormire (e a passeggiare tra le macerie), il protagonista non sa con chi parlare, se non con se stesso (con il conseguente rischio di impazzire). Fino a quando non si trova a passare davanti alla Biblioteca Nazionale e lì, sulle scalinate, s’imbatte nella sua possibile salvezza: mucchi di libri e di scaffali ricolmi di carta stampata. L’omino urla di gioia, c’è di tutto, e ha tutto il tempo per leggere: l’opera omnia di Shakespeare, tutti i romanzi di Dickens, di Swift, di P.D. Woodhouse gli appaiono come l’ultima speranza, un modo per attendere la morte col sorriso sulle labbra (un modo per comunicare con i morti, con quelli che ci hanno preceduto ma che ancora continuano a parlarci, a distanza, attraverso la scrittura).

Ma il tono dell’episodio è cinico (l’ho già detto). E cosa accade a questo punto? Che mentre sta per aprire il primo tomo e sfogliare la prima pagina, l’omino fa cadere gli indispensabili occhiali da miope, vanificando ogni possibile tentativo di salvarsi attraverso la lettura. Il nostro omino non può che constatare la catastrofe. Scoppia a piangere e si chiede perché… perché tanta sfortuna… perché tanta disgrazia.

Accanto ai libri trovati per terra, l’omino trova un orologio che, ovviamente, non segna più le ore. Il tempo si è fermato. Forse per sempre. D’altronde, anche se quell’orologio continuasse a funzionare (e le sue lancette a girare), non servirebbe a nulla. Che senso ha lo scorrere del tempo quando il solo destinatario dello stesso scorrere è soltanto un singolo, povero omino? Che senso avrebbero gli orologi dell’intero pianeta, se sulla Terra fosse rimasto solo un uomo?

Ecco che i libri (ovvero la lettura: ovvero la letteratura) si presentano come un “tempo altro”, strumenti che misurano un altro tipo di tempo e che, soprattutto, ci permettono di evadere dal nostro (da quello segnato e indicato dagli orologi). Togli i libri, distruggi le biblioteche, elimina la carta stampata, e non ci resta altro che la nuda terra e il nudo scorrere di un tempo “senza direzione” e, quindi, “senza senso”. Non solo i libri “riempiono” di senso il nostro “esserci” (nel tempo), ma danno anche una direzione “nuova”, per così dire “aperta” (e imprevedibile; ancora meglio: “imprevedibile perché aperta”) al tempo che (ci) li contiene. Togli i libri, insieme al tempo, e all’ultimo uomo sulla Terra non resta che darsi la morte per evitare di impazzire nell’attesa che l’Oscura Signora se lo venga a prendere da sola. L’attesa è troppo lunga; e troppo snervante per poter trovare una soluzione “pacifica” al problema… o no? Come potrà vivere ancora il nostro amico lettore? Come passare tutto quel tempo? Non lo sapremo mai; o forse, lo sapremo solo quando anche noi finiremo “in una dimensione senza limiti, come lo spazio, e senza tempo, come l’infinito, la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere, una regione che potrebbe trovarsi… ai confini della realtà”. 

jueves, febrero 19, 2009

Una frase dal tono lirico lì dove meno ce la si aspetta (dentro un saggio di critica letteraria, per la precisione in Tabucchi: la specularità e il rimorso, di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni, 2006, p. 250):

 

“Attraversati dal tempo mentre attraversiamo il tempo, con soprassalti di durata, mentre a dominare è l’istante e in quello la fugacità e rapidità delle apparenze”.

Non riesco a capire razionalmente in che modo, ma io in questa "mi ci ritrovo"...

martes, febrero 10, 2009


Un allegato contro Morfeo (ovvero: Vladimir Nabokov l’insonne da Habla, Memoria, Barcelona, Anagrama, 1986, pp. 106-107 – trad. di Enrique Murillo; trad. dallo spagnolo all’italiano – infarcita sicuramente d’errori e orrori ortografico-grammaticali-sintattici – mia; titolo originale – in realtà ritradotto in inglese dalla prima versione in russo dall’autore e dal figlio Dimitri: Speak, Memory, New York, Putnam’s Sons, 1966).

“Durante tutta la mia vita mi è sempre costato “andare a letto”. Quei passeggeri dei treni che abbandonano da un lato il giornale, incrociano le loro stupide braccia e immediatamente, con attitudine di offensiva familiarità, iniziano a russare, mi lasciano perplesso come il tipo disinibito che defeca comodamente in presenza di qualsiasi chiacchierone che si trova nel bagno pubblico, o che partecipa a grandi manifestazioni, o che si iscrive a un sindacato con il desiderio di dissolversi in esso. Il sonno è la più idiota delle fraternità umane, quella che richiede più diritti e che esige i rituali più rozzi. E’ una tortura mentale che a me pare tra le più avvilenti. Le tensioni e gli sforzi della scrittura mi obbligano spesso, ahimè, a ingoiare una forte pillola che mi produce una o due ore di temibili incubi, o addirittura a dover accettare il comico sollievo di una pennichella, nello stesso modo in cui un libertino senile potrebbe andare trotterellando incontro all’eunuco più vicino; e perciò mi risultava semplicemente impossibile abituarmi a questo quotidiano tradimento notturno della ragione, dell’umanità, del talento. Per stanco che sia, il dolore che sento nel momento in cui mi congedo dalla coscienza mi sembra indicibilmente repulsivo. Aborro Somnus, questo boia dalla maschera nera che mi lega al patibolo; e se, ahimè, con il passare degli anni, man mano che si avvicina una disintegrazione ancor più completa e risibile che, lo confesso, ultimamente toglie gran parte dei suoi meriti ai terrori abitudinari del sonno, ho finito con l’abituarmi tanto alla mia ordalia notturna che avanzo quasi spavaldo verso di essa mentre l’ascia familiare esce dalla sua gran cassa di contrabbasso rivestita di velluto, all’inizio ero privo di questa consolazione o difesa: non avevo nulla, eccetto un indizio di luce nel potenzialmente luminoso candelabro della camera di Mademoiselle, la cui porta, su ordine del medico di famiglia (ti saluto, dottor Sokolov!), restava leggermente socchiusa. La sua debole striscia di soave luminosità verticale (che le lacrime di un bambino potevano trasformare in raggi di misericordia) era qualcosa a cui afferrarmi, dato che nell’oscurità completa la mia testa navigava e la mia mente si scioglieva in una travestita versione della lotta con la morte”.

jueves, febrero 05, 2009

LA FESTA E’ FINITA, ANDIAMO IN PACE

“Bene, ora mi spieghi la differenza tra parodia e satira”.
La studentessa alza gli occhi al cielo, poi li abbassa verso la sua copia del testo d’esame. Cervantes inizia a rivoltolarsi nella tomba…
“Non mi può parlare del Don Quijote senza dirmi la differenza tra parodia e satira”.
“Mah, ecco… la parodia è…, è, dunque, la satira è cattiva…”
“Sì, e la parodia è buona…”.
“Sì, ehm, ecco… così”.
Affondo maligno:
“Allora mi spieghi cos’è l’ironia. E’ per caso una tecnica? Un genere letterario? O una figura retorica?”.
E mentre la studentessa si arrabatta e le lacrime iniziano a fare capolino mi accorgo all’improvviso del fatto che Cervantes scrisse e pubblicò in un arco di tempo molto ravvicinato ad Ariosto e Shakespeare. Che trio! Ariosto, Cervantes e Shakespeare; potrebbero diventare i protagonisti di una di quelle barzellette tipo, allora c’è un italiano, uno spagnolo e un inglese (o un francese o un tedesco).
Qualcuna si alza e va al bagno (a piangere? Oppure a ripassare?); qualcuna mi viene vicino e mi dice che non è riuscita a fare l’iscrizione online all’esame perché c’è stato brutto tempo e le è saltata la connessione adsl. Non ho voglia di bocciare nessuno oggi. E’ il mio ultimo giorno in questa Università (“de cuyo nombre no quiero acordarme”).
Poi si presenta una signora, dice che è una madre di famiglia e che deve andare all’asilo a riprendersi i due figli, mi chiede se può passare davanti alle altre, e sostenere l’esame prima dell’una, che a quell’ora i bambini escono. Le dico, va bene, passi pure. Apro il libretto e vedo che è cubana, di nazionalità cubana, ma allora caspita, possiamo sostenere l’intero esame in lingua, no?
“No, ecco, vede, professo’, io so sposata a uno di qua, so diecianni che vivo qua con un italiano e ho perso un po’ la lingua”.
Cristo santo, ma come si fa a perdere la lingua madre, dico e domando…
“Sì, ecco, vede, per me sarebbe meglio in italiano”.
E vabbè, cominciamo con i tre romanzi previsti dalla bibliografia primaria.
“No, ecco, vede, professo’, io ne ho letto solo uno, credevo fosse uno a scelta tra i tre”.
“Ma scusi, scusi tanto, ma dove l’ha letto? Dove stava scritto?”.
“Ma no, ecco, vede, io immaginavo, e poi ho avuto dei dubbi, ma non gliel’ho chiesto”.
“Mi poteva anche solo scrivere un’email”.
La signora cubana alza gli occhi al cielo; poi li riabbassa sull’unico romanzo che ha preparato per l’esame (la copertina è consumata; il libro è pieno di postit e di fogli d’appunti che fanno capolino a ogni capitolo; beh, almeno questo è vero, questo qua se l’è studiato a fondo).
“Ecco, vede, io mi vergognavo a chiederglielo”.
Ma Cristo santo, a volte mandate le email più idiote, fate le domande più astruse, e non chiedete se i tre romanzi in programma d’esame vanni letti e studiati tutti e tre?!
La boccio. E’ inevitabile, in casi disperati come questi.
Lei capisce, si alza, mi stringe la mano, mi da l’arrivederci e se ne va (forse si sente un po’ in colpa; forse si vergogna perché realizza che la sua preparazione è insufficiente).
Poi c’è quella che, pur essendo timida, ha studiato e le metto trenta. E c’è quella che, furba, pur non avendo studiato, fa finta di sapere l’argomento, finge di dominarlo, di avere digerito certe letture, e allora scatta la domanda cattiva:
“Mi dice la differenza tra metafora e similitudine? E che s’intende per metonimia?”.
La studentessa resta interdetta. Poi si fa coraggio e reagisce:
“Ma scusi, professore, non c’era la metafora nel corso; non c’era da nessuna parte; e nemmeno la metonimia”. E immagino un dialogo impossibile: tra Cervantes, Shakespeare e Ariosto, che si accapigliano sul concetto di metafora e provano a spiegare cos’è una metonimia (ci avete mai fatto caso? Tutti e tre gli autori parlano, in certo qual modo, del tema della follia: Don Chischiotte è un pazzo che crede che quanto legge nei romanzi di cavalleria sia realtà pura; Amleto è uno che, all’inizio e per smascherare suo zio, si finge pazzo, poi impazzisce veramente – nel mentre, e tanto per gradire, fa impazzire pure l’amata Ofelia; Orlando è pazzo d’amore per quella povera di Angelica la bella; ci avete, dico, mai fatto caso, ripeto?).
E poi gli esami finiscono. E’ da stamane alle 5 che sono in piedi e in viaggio e ho voglia di fumarmi una bella sigaretta. Lo faccio all’ingresso principale. Quella che ha preso 30 mi saluta con un sorriso a 36 denti; l’amica che ha preso 24 mi sorride, ma con un sorriso falso. Possono i voti che dai a un esame orale modificare la purezza, la sincerità, diciamo pure l’ “ampiezza dentale” di un sorriso? Risposta secca: sì, certo che possono. Che mondo!
Fumo e ho la nausea, sempre così, quando fumo a stomaco vuoto. Mi fermo alla macchinetta e prendo un kinder bueno. Un ragazzo di cui non ricordo il volto mi si para davanti e tutto allegro e contento mi fa: “Professore! Ho trovato il titolo del film di cui le parlavo l’altra volta all’esame!”. Non mi ricordavo minimamente del suo esame. Né del film cui si riferisce: “E’ Vero come la finzione, di Marc Forster, con Dustin Hoffman ed Emma Thompson. Lo deve vedere, professo’, è proprio identico a Niebla”. Annuisco. Lo ringrazio molto del consiglio. E me ne torno con i registri e i libri su in ufficio.
Una specie di mini-sgabuzzino ad uso e consumo di noi precari. La campana delle 19 suona puntuale da una chiesa vicina. Accanto alla chiesa c’è una casa di riposo. E qualche metro più in là il cimitero vecchio. Un’allegria da far girare la testa.
Gli ultimi esami. Dopo un anno e mezzo di lavoro e di viaggi e di fatica sia fisica che mentale. Quanti ragazzi avranno seguito le mie lezioni? A quanti saranno piaciuti i miei corsi? Chi si ricorderà di me? E di quale studente mi ricorderò io in futuro?
La festa è finita, andate in pace.
Amen, risponde in corso l’intera classe.
E ho finito pure le sigarette. Cazzo.

05/02/09

martes, febrero 03, 2009

Il lungo addio

Chi è fan di vecchia data di Dylan Dog (come lo sono io), ricorderà senza dubbio che Il lungo addio è il titolo di una delle storie più belle mai scritte da Tiziano Sclavi per la serie bonelliana (si tratta, per l’esattezza, dell’albo n. 74). Risfogliandone alcune pagine (con sacrale attenzione; la rilegature è quasi andata, l’albo potrebbe sfaldarsi a ogni sospiro, l’ho davvero consumato), mi sono tornate in mente le tante volte durante le quali ho pianto, a leggere di questa romantica storia d’amore di un Dylan ancora giovane, ancora immaturo, e perciò pieno di quei dubbi che ci hanno travagliato l’anima quand’eravamo adolescenti pure noi. E a p. 45 mi sono di nuovo imbattuto in una poesia, una delle tante poesie che Sclavi scrive come se fossero canzoni (e, in effetti, oltre ad essere autore di sceneggiature per fumetti, oltre ad essere romanziere, e oltre ad essere folle – nel senso buono del termine -, è anche autore di canzoni): non resisto alla tentazione di trasporla per intero su questo blog (così come non resisto alla tentazione di spulciare la data di pubblicazione dell’albo: si era nel lontano Novembre del 1992, io avevo appena 15 anni, ed ero innamorato perso di una specie di Morticia che non sospettava nemmeno della mia esistenza; troppo timido per fare il primo passo, troppo stupido per capire che Morticia non sarebbe mai stata la donna della mia vita):

 

…E lunghe ore a ingannarci così

a dire lui e lei, sempre gli altri

e i palliativi sono sempre tanti

per non ammettere che siamo qui

e Charlie Brown e Mafalda e la scuola

storie un po’ vere a volte inventate

nei pomeriggi d’inverno e d’estate

di strani voli su una parola

 

Quando cantavo Plaisir d’amour

tu mi guardavi e ridevi più forte

non lo capivi e la furba eri tu

e mi hai sospeso su un filo di lana

e mi ci terrai ancora per molto

giovane amore, fiore non colto

o forse sì; ma da un’altra mano

 

E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene

a volte credo di esserne certo

a volte invece sembra tutto uno scherzo

fuggono gli occhi come falene

amica mia sorella speranza

quello che vuoi io non ti dirò

quello che voglio non sentirò

quello che c’è dietro l’indifferenza

 

E tutto è morto e tutto è ancor vivo

e solamente tutto è cambiato

quello che provo l’ho sempre provato

e credo ancora in ciò in cui credevo

e il fiocco nero è l’unica cosa

che mi è rimasta con la malinconia

ma insieme a questa stanca anarchia

vorrei anche te, amica mia

 

Ma dimmi tu non è meglio così?

Immaginare ed illudersi sempre

qui ad aspettare qualcosa o niente

qui ad aspettare un no o un sì

che in ogni caso sarebbero fine

di tutto questo che almeno è un ricordo

così studiato giorno per giorno

fatto di tanti cristalli di brina

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...