domingo, septiembre 14, 2008


I libri che ho comprato (e devo ancora leggere) da quando sono andato a convivere

Dunque, vediamo, perchè c'è qualcosa che non torna (o che m'incuriosisce nelle mie ultime scelte d'acquisto): da quando sono andato a convivere con Alyssa (e Silvia, una delle due o tre lettrici di questo blog ha scoperto anche - finalmente - chi si cela dietro questo nick-name o nomignolo finto inventato ad hoc per motivi che è meglio tralasciare in questa sede), ho comprato:

1-L'uomo senza qualità, di Robert Musil (Torino, Einaudi, 1996, due volumoni che superano le 1700 pagine);

2-Cantare del Cid, di autore anonimo (Milano, Garzanti, 2003, a cura di Andrea Baldissera, è il primo poema epico della letteratura spagnola);

3-La natura, di Lucrezio (Milano, Garzanti, 1994, a cura di Francesco Giancotti, è forse uno dei "classici" più universali della tradizione greco-latina);

4-L'era del porco, di Gianluca Morozzi (Milano, TEA, 2008, forse non un "classico" della contemporaneità, ma certamente scorrevole e divertente - di fatto, finora, è l'unico libro che abbia comprato e letto);

5-Fotografia come letteratura, di Giuseppe Marcenaro (Milano, Bruno Mondadori, 2008, saggio su una mia antica passione - parallela a quella sui rapporti ormai antichi tra cinema e letteratura).

Dunque, escludendo il libro n. 4 (un piacevole passatempo) e il n.5 (un saggio agile e interessante), i libri dall'1 al 3 sono dei "classici" indiscussi. Sono libri complessi e complicati; che implicano una lettura attenta e meditata. Sono anche libri che durano nel tempo (perchè sono arrivati fino a noi, nonostante le mode dei secoli e del momento). Sono libri, diciamolo, "seri". Sono diventato più serio, da quando vivo con Alyssa sotto lo stesso tetto? Non direi (Morozzi viene in mio soccorso e smentisce la serietà da "topo da biblioteca" della succitata lista - evviva Morozzi!); sono diventato improvvisamente lettore di "classici"? Non è proprio così: quel saggio al n. 5 sulla fotografia sta lì a testimoniarlo. E alllora? Che succede?

Succede che a 31 anni (compiuti l'8 Settembre; chi non ha fatto gli auguri è scusato e perdonato in anticipo; io scordo perfino il giorno del compleanno di mia madre!) uno decide di leggere solo quello che pensa valga la pena di leggere. Mi spiego meglio: col passare degli anni (e dopo aver letto diversi libri; non migliaia, ma "diversi"...), uno si rende conto che in fondo non sono poi moltissimi i libri che valga la pena leggere. Sì, ci sono quelli che tutti leggono in quel dato periodo (i famosi e famigerati best-sellers), ma poi ti rendi subito conto che ci sono libri che non puoi non aver letto prima di morire. Più si accorcia il tempo che ci resta da vivere e più si affina l'olfatto per i libri che meritano davvero tutta la nostra piena attenzione e la nostra più pura curiosità. Di Lucrezio e del suo trattato De rerum natura sento parlare sin da quando frequentavo le medie; del Cid Campeador sono venuto a conoscenza il primo giorno di lezione di Letteratura Spagnola (da allora mi è rimasta impressa una scena che non vedo l'ora di scovare nell'originale dell'antico castigliano in cui l'opera è scritta e si è tramandata nel corso dei secoli); di Robert Musil e del suo capolavoro incompiuto ho sempre sentito parlare all'Università (per le sue digressioni, per la sua struttura "aperta", per i suoi personaggi; ho cominciato da poco a leggere il I volume e posso dire di essermi già invaghito di Clarisse e di essere già "compagno di sventure esistenziali" di Ulrich). E così per l'Eneide, di Virgilio, e le Storie di Ammiano Marcellino... e così pure per The adventures of Huckleberry Finn di Mark Twain o Moby Dick di Herman Melville... e un lungo, lunghissimo eccetera (per cui uno pensa che ci vorrebbe più d'una vita per leggere davvero tutti i libri che valga davvero la pena di leggere prima di morire...).

Avrò il tempo per sì ardua impresa?

domingo, septiembre 07, 2008

Comunista io???

E' la terza volta che mi accusa di una simile colpa... Stiamo prendendo un cappuccino in un bar. Il cameriere ci osserva, divertito. Chissà quante coppie ha visto litigare in questo bar, davanti a questo stesso bancone...
"Ma come sarebbe? Che vuol dire che sono proprio comunista?".
Alyssa sorbisce la panna con il cacao sopra. E' deliziata. Sempre stata golosa di cappuccino e cornetti alla nutella.
"Sì, sei il manifesto del perfetto comunista. E certe volte sei pure anarchico, se proprio vuoi saperlo".
"Addirittura! Cioè ora secondo te io sarei il perfetto anarco-comunista? E cosa contraddistingue un anarco-comunista dagli altri?".
Alyssa non risponde. Io mi domando cosa vuol dire essere comunisti oggi. E se esistono ancora i "veri" comunisti. E gli anarchici. Addirittura.
"Guarda anche come ti vesti. Si vede lontano un miglio che non voti Berlusconi".
I dubbi si spostano sul vestuario. Indosso semplici jeans blu, scoloriti, e una giacca blu (di seta, vera) su una t-shirt nera (comprata al mercato a 3,90 euro).
"E poi come ti comporti in casa. Non hai visto che casino?".
Penso a Castro e a Cuba. Al fatto che alcuni opinionisti politici affermano che alla morte del dittatore finirà l'embargo con gli USA e gli anti-castristri potranno tornare in libertà (o tornare a respirare). Penso alla caduta del muro di Berlino. Al successo dei film di Nanni Moretti negli anni 80 e al suo fantastico (in tutti i sensi) Palombella rossa (sulla crisi del vecchio e scomparso P.C.I. italiano). Penso alla vecchia URSS e alla possibile seconda Guerra Fredda dopo i fatti della Georgia. Penso a tante cose insieme, ma non riesco a capire cosa voglia dire essere un "comunista" (oggi).
"Mi passi lo zucchero?", chiede Alyssa. L'accontento. Mangio il mio cornetto. Le carezzo una guancia. Spero non mi consideri una specie in via d'estinzione. Anche se non mi riconosco nella categoria. O forse sì... anche se resto confuso. Il cameriere ride. E mi guarda dall'alto in basso. Che tipo!

martes, agosto 26, 2008

Facchini (e viaggiatori nel tempo)



Robert Musil ha provato a far entrare l'universo dentro un romanzo (un po' la stessa operazione o tentativo o sogno o incubo diurno di Joyce con il suo Ulysses): questo romanzo s'intitola Der Mann ohne Eigenschaften e in italiano è stato tradotto (in modo non proprio corretto sencondo alcuni) con L'uomo senza qualità. Tra le moltissime citazioni che si potrebbero trarre da questa "opera-mondo" (l'ed. che maneggio in questi giorni è quella del 1996 - della Einaudi, a cura di Adolf Frisé, con introduzione di Bianca Cetti Marinoni e traduzione di Anita Rho, Gabriella Benedetti e Laura Castoldi, tre diversi traduttori per tradurre la stessa opera e già questo rende l'idea dell'impresa; non solo: tre traduttrici donne; e anche questo, a mio modesto parere, non è segnale da poco - è composta da due volumoni che superano di gran lunga le mille pagine), ce n'è una sul tempo che mi ha colpito per la plasticità del suo contenuto; ecco la citazione:



"Il treno del tempo è un treno che spinge davanti a sè le sue rotaie. Il fiume del tempo è un fiume che porta con sè le sue rive. Chi viaggia si muove tra pareti solide su un pavimento solido; ma pavimento e pareti son messi insensibilmente in moto rapidissimo dai moti dei viaggiatori".



Ecco, quest'immagine del tempo come treno e come fiume solo apparentemente solidi e invece costantemente in moto anche per il "moto" dei viaggiatori mi fa pensare a quegli individui coi quali sto trascorrendo il mio tempo in questi ultimi mesi... Sono viaggiatori anche loro e sono immersi nel treno e nel fiume del tempo anche loro, sicchè anch'io, ai loro occhi, potrei ricoprire il ruolo del viaggiatore che movimenta il "loro" tempo... Oddio, ho paura di non essermi spiegato. Troppo filosofico. Troppo "musiliano". Passo a descrivere questi benedetti compagni di viaggio...

Uno si chiama Alì ed è uno dei facchini più bravi del nostro albergo. Alì è giordano; nel senso che è nato in Giordania. Non ci sono mai stato. A dirla tutta, non ricordavo neppure l'esistenza della Giordania e se qualcuno oggi mi chiedesse d'indicargliela col dito su un atlante geografico credo proprio che farei una figuraccia (con chi confina la Giordania? E' vicina all'Iraq? O all'Iran? E' vicina alla Libia? Boh!). Insomma, Alì viene da lì (che rima stupida, comunque, andiamo avanti); Alì assomiglia in modo impressionante ad Adriano Celentano. Diciamo pure che se Adriano Celentano fosse nato in Giordania avrebbe avuto la pelle mulatta come Alì e lo stesso identico sorriso di Alì quando ride alle mie battute stupide. Solo che chissà se anche Celentano sarebbe stato un musulmano credente e ortodosso come Alì. Sì, perchè Alì crede in Allah, ed è molto religioso. Certe volte fa dei discorsi strani. Io faccio finta di trovarmi d'accordo con lui, anche quando le spara grosse. L'altra sera, ad esempio: è uscito fuori l'argomento "donne". E' passata una turista tedesca dalle forme da modella e gliel'ho indicata, come a dire: "guarda com'è bona". E lui mi ha detto che non apprezza le donne troppo discinte. Ha anche usato una metafora (o una similitudine? Non ricordo la differenza) per illustrarmi il suo punto di vista da arabo mussulmano credente e ortodosso:

"La donna coperta coi veli è più bella della donna a viso scoperto. Non hai visto gli alberi? Gli alberi senza foglie sono spogli e tristi, sono più belli quelli coperti di foglie. Non sei d'accordo?".

Faccio cenno di sì con la testa, ma non mi ha convinto. Anche perchè ripassa la tedesca e stavolta Alì lancia lo sguardo verso il fondoschiena di lei. Si vede che le piace. Ma tace. Tanto per non smentire la sua fama di arabo mussulmano religioso e ortodosso. Poi mi racconta che sua madre ha visto suo padre il giorno dei funerali di lui.

"Te lo giuro: mia madre l'ha visto".

"E cosa faceva?".

"L'ha rassicurata, le ha detto che ora che era con Allah stava bene, che era tranquillo e che anche lei doveva smettere di piangere, che andava tutto bene".

Questa storia mi affascina e mi commuove. Diciamo pure che, così come te la racconta Alì, fa anche un po' paura. Sembra una storia di fantasmi. E forse lo è (non sai mai qual è il confine tra finzione e realtà con uno come Alì Celentano).

L'altra sera l'ha sostituito Antonio, un facchino che viene solo saltuariamente a darci una mano, uno che viene da un altro albergo del centro. E' molto più anziano di Alì (che ha 32 anni; Antonio ce ne avrà una cinquantina, si lamenta che gli fa male la schiena, ogni tanto, con tante valigie da prendere e portare in camera) e legge moltissimo. Peccato che quello che legga sia, diciamolo così, con un eufemismo, "un po' commerciale".

"Ciao Anto', cosa leggi di così bello? Sembri immerso nella lettura".

"Ah, sì, questo è un romanzo di quelli che mi garbano, è un romanzo sentimentale".

"E come s'intitola? Chi è l'autore?".

"L'autore non me lo ricordo: s'intitola Il ventre del perdono". Caspita. Addirittura. E di cosa parlerà mai un libro con un titolo simile?

"Parla di uno, un tipo, che dopo tanti anni decide di sposare la donna che lo ama da quando era bambina. Solo che lui c'ha paura. Sì, cioè, voglio dire, non ha paura della donna della su vita, c'ha paura del matrimonio. E sta di fatto che un po' se l'è tirata da solo, perchè si sposa e comincia come una specie di crisi spirituale per cui questo qui, sto tipo che ti dicevo, se ne va di casa, lascia la su donna pe andà con un'altra, una tipa strana, che ha conosciuto a una festa di vini...".

"Scusa un momento, Antonio, come una festa di vini?".

"Sì, una festa, un party, una specie di festa dove si ritrovano tutti i più grandi sommelier del mondo, quelli che testano i vini, hai capito?". Annuisco con la testa. Lui prosegue il suo riassunto:

"E insomma, sta di fatto che questo qui se ne scappa con quest'altra e allora la su donna, quella che ha sposato, vuole chiedere consiglio a un avvocato perchè vuole divorzia, ma poi lui si pente, e vuole che lei lo perdoni, lui capisce che con quella dei vini, con l'amante cioè, è stata solo una sbandata, una ragazzata, via, e lei invece rimane inamovibile, cioè lei non lo perdona e lui, poveretto s'arrovella e s'arrovella su sta questione, che alla fine un ne viene a capo. Ecco perchè si chiama Il ventre del perdono; lei e un lo perdona e lui capisce quant'è importante il perdono nella vita di tutti, capisci?".

Poi gli chiedo se legge anche altri tipi di libri:

"Ma no sai, a me mi garbano i romanzi. Io ne potrei leggere a quintali, ti giuro. Un altro genere che mi garba parecchio è quello storico".

"Vuoi dire: il romanzo storico?".

"Sì, quelli che parlano dei romani, del tempo passato, del Cinquecento, del Seicento, roba così. Guarda cos'ho finito ieri, l'ho divorato, l'ho letto in 15 giorni soltanto".

Antonio si alza dalla sedia e afferra una busta bianca, di quelle per fare la spesa. Ne estrae un tomo dalla copertina giallo shocking. Titolo del romanzo: "Il soldato di Cortés e il tesoro messicano". Autore: Andrea Massimi. Mai sentito. E' un tomo di un 500 pagine circa.

"Questo qua è spettacolare. Cioè è noioso all'inizio, per le prime 40 pagine, perchè ti racconta la morte del protagonista, no, e allora tu ti senti anche un po' bischero, che tu leggi, che tu racconti, se lui, il protagonista, l'è già bellemmorto. Poi però riprende a racconta della su vita passata, di quand'era vivo. Di quando era un soldato famosissimo dell'esercito guidato da Cortés, quello che ha conquistato il Messico dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Colombo. Ah, Cortés era micidiale, sapessi quanti ne ha ammazzati di povera gente, era crudele proprio, mentre il su soldato, questo qui che è il protagonista del romanzo, l'è una brava persona, uno che combatte per la patria, ma anche uno bravo a trattà coi messicani, con gli indigeni, capito?".

Resto estasiato dal mondo in cui Antonio mi parla dei suoi romanzi preferiti. E se penso anche ad Alì e alle sue idee religiose penso che entrambi sono certamente dei viaggiatori di quel treno e di quel fiume nei quali viaggio, senza sapere fino a quando (il treno si fermerà; il fiume si seccherà o sfocerà nel nulla)...

domingo, agosto 24, 2008


Autoritratto in seppia


Estate 2008. Metà Agosto. Ritorno a casa, tra i monti d'Abruzzo. In centro, in Piazza Risorgimento, hanno organizzato i Sentieri del gusto, una specie di notte bianca a tema. Si degusta vino di qualità a ogni angolo di strada. Si cena a base di prodotti locali. Si ride e si balla al ritmo di tango, macarena, salsa, hip-hop, valzer. Una fiumana di gente che si rivede dopo anni, o che si frequenta tutti i santi giorni. Io rientro nel primo caso.

"Madonna! Ma non sei cambiato per niente!".

"Troppo buona, sto spelando, non lo vedi? E mi mancano molti più gradi, non vedi che lenti spesse?".

"Ma collezioni ancora Dylan Dog?"

"Eccome".

"E sei ancora così fissato da odiare chi ti ci fa un'orecchia o una piega?".

"No, sono migliorato parecchio".

"Ma ti ricordi di quando ti chiedevo di prestarmelo in anticipo, tu me lo davi, perchè eri sempre gentile e non sapevi dire di no, e poi io facevo finta di svelarti il finale?".

"Eccome se non me lo ricordo, mi facevi incazzare come una belva".

"Ah ah! E ora che fai? Studi ancora?".

"No, Maura, ora insegno, ma è peggio: sono così precario che alla fine sono stato costretto a trovarmi un'altra occupazione per cui, da vero sdoppiato psicologicamente, faccio il prof. all'università, di mattina, e il portiere d'albergo, di sera".

"Che ci vuoi fare... anch'io sono precaria: fisioterapista, ma precaria. E in più pendolare. Mi tocca prendere il treno per Roma e fare su e giù tutti i giorni della settimana, tranne il Sabato e la Domenica, unici giorni di riposo".

"Un inferno, non t'invidio per niente. Anche perchè quel treno è un residuato storico, va a vapore, non l'hai notato?".

"Ah, veramente io credevo andasse a carbone".

"Ah ah! Sei sempre uguale, non sei cambiata molto nemmeno te".

"E ti sei poi sbloccato con le donne?".

"Oddio, sbloccato, perchè, da adolescente avevo bisogno di sbloccarmi?".

"Ma non te lo ricordi? Eri un iper-timido, se mi ti avvicinavo e sentivi un minimo di contatto con le tette urlavi!".

"Oddio, considerando le tue tette, Maura, chiunque al mio posto avrebbe fatto lo stesso! Ah ah!".

"Che esagerato! E comunque sì, è vero, eri proprio un ragazzo educato e timido, e per l'approccio eri negato... mi ricordo ancora di quando mi venivi a raccontare di Fernanda".

"Il mio primo amore, quello che non si scorda mai, dicono... anche se io di questa Fernanda non ricordo più nulla, nemmeno il viso... com'era?"

"Tranquillo, era il tuo tipo..."

"Nel senso che aveva le tette grandi, come le tue?".

"Sei proprio scemo... Ma effettivamente, sembri meno impaurito, riguardo l'universo donna".

"Sono fidanzato da quasi 8 anni, ormai, sempre con la stessa..."

"Cos'è, ti sei stufato?".

"No, che dici, anzi... da qualche mese io e Alyssa conviviamo in un bell'appartamento della zona residenziale di Firenze, ho un balcone con vista sul Duomo, lo sai?".

"Hai capito, il nostro caro fan dylandoghiano! Non mi diventerai mica uno snob, vero? E non ti manca Roma? O casa tua? Non vedi qui come si vive bene, a un ritmo più umano?".

"Tocchi una nota dolente... Io ci tornerei al volo a Roma, se avessi un lavoro sicuro; qui non lo so, perchè mi sembrerebbe troppo strano tornare a stare vicino ai miei".

"Allora restatene a Firenze, tanto un posto fisso a Roma non lo trovi... a meno che tu un abbia un culo infinito".

"Ma ti ricordi di quando parlavamo di sesso durante il tragitto dal liceo a casa?".

"Tu parlavi, io ti ascoltavo estasiata. Anche se... devo dirti la verità: quando poi venne fuori che sapevi tutte quelle cose perchè avevi letto l'intera enciclopedia che i tuoi avevano nascosta in camera... ci sono rimasta un po' male, eh. Cioè, non era farina del tuo sacco, suvvia, e grazie che sapevi disquisire di tutti quei particolari lì, se ti rovinavi gli occhi su interi volumi di roba...".

E mentre la mia cara Maura parla io mi sento triste, perchè, anche se siamo in mezzo a tanta gente ed è un giorno di festa, e si sente la musica e tutti ridono e scherzano, questa conversazione amichevole mi riporta a tanti anni fa, a un "io" che non sono più (anche se quell' "io" mantiene ancora qualche labile somiglianza con il mio "io" di adesso) e mi prende una malinconia infinita perchè capisco e so, coscientemente, che non potrò più tornare indietro, che non sarò più tanto timido con le donne e che non parlerò forse mai più di sesso (enciclopedico) con Maura...

jueves, agosto 07, 2008

Aspiranti scrittori cercansi

Leggo sui quotidiani nazionali che sono nati siti nuovi di zecca la cui principale caratteristica è permettere all'utente registrato di stamparsi il proprio libro (romanzo, saggio o raccolta poetica che sia) con una spesa minima e la spedizione a casa. Non solo: è da anni ormai che esistono concorsi per aspiranti poeti o romanzieri in erba nei quali viene promessa ai vincitori la pubblicazione del futuro capolavoro contemporaneo. E non ho ancora osato fare una piccola ricerca su Google alla voce: “scuole di scrittura creativa” o “concorsi letterari”.
Sembra che l'Italia – tra i Paesi Europei con la più bassa percentuale di lettori – sia il regno degli autori inediti.
Ognuno ha nel proprio cassetto l'opera prima destinata a venire alla luce e a godere degli splendori della Fama. Come se scrivere significasse davvero “essere scrittore”; e come se “essere scrittore” fosse sinonimo di “diventare famoso” (quanti autentici scrittori hanno fatto la fame prima di essere scoperti e vedere pubblicate le loro opere? Quanti classici di ieri hanno subito l'ostracismo di editori ciechi o incopetenti? Due esempi su tutti: la stroncatura che subì alla sua prima edizione Moby Dick di Herman Melville; le difficoltà iniziali che dovette affrontare Giuseppe Tommasi di Lampedusa per il suo Il Gattopardo prima di venire accolto dal favore di pubblico e critica; ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi, appunto, all'infinito); come se la scrittura fosse una faccenda facile facile, alla portata di tutti...
Ora, io non mi considero né uno scrittore né un conservatore; non guardo con pessimismo gli sviluppi della tecnologia (insieme alle notizie sul “libro fatto in casa” ho letto di una sorta di “bancomat” dei libri rari o fuori stampa che permetterebbe al lettore curioso e interessato di stamparsi da solo e in forma rilegata il suo tesoro nascosto e cercato nelle biblioteche di mezzo mondo; un'ottima notizia, soprattutto per quei titoli che, appunto, sono finiti fuori catalogo; costo dell'operazione, ancora troppo elevato per le tasche dei comuni mortali; comunque, è un'ottima invenzione); tantomeno considero con tono apocalittico le sventure che, di questo passo, ci attendono dietro l'angolo in un futuro prossimo che è già quasi presente, ma a me sinceramente pare un segnale preoccupante questa “democraticizzazione” (si dice? Sembra un termine giornalistico; o politichese?) dell'atto della scrittura, come se davvero fosse un'attività cui tutti possono dedicarsi, ottenendo addirittura il plauso del grande pubblico.
A me sembra che dietro questa campagna pubblicitaria ci sia dietro il fiuto per gli affari di qualche imprenditore molto poco umanista e molto poco lettore che sfrutta le illusioni o le manie di grandezza di coloro che scrivono credendosi scrittori di alta qualità quando invece non lo sono; a me sembra che chi è allettato dall'idea di spendere pochi euro per stamparsi il suo romanzo d'esordio o il suo saggio erudito passi dalla teoria alla pratica solo per poter offrire a parenti e amici il frutto del proprio sudore artistico o intellettuale, in modo tale da soddisfare il proprio ego narcisista o poco incline alla solitudine (scrivere è un'attività che si fa in genere da soli, nel pieno, anzi, della propria solitudine o isolamento dal mondo).
Insomma: a monte, la fame di denaro facile di rampanti uomini d'affari (chi c'è dietro “ilmiolibro.it”? E chi c'è davvero dietro le pagine culturali de La Repubblica o L'Espresso? Chi dietro a quelle del Corriere della Sera? Chi decide ogni settimana cosa è degno di essere letto – e quindi acquistato in libreria – e cosa no? I critici letterari di ciascuna redazione, verrebbe da rispondersi; ma i critici letterari che scrivono sulla stampa sono davvero tali? E sono davvero liberi di segnalare libri validi non solo e non tanto dal punto di vista del commercio e del guadagno?); a valle, la fame di fama e il narcisismo esibizionista di chi magari si crede Proust (o Joyce) senza sapere nemmeno chi sono Proust e Joyce (o senza aver mai letto nemmeno la metà dei libri letti da Proust e Joyce; per diventare grandi scrittori occorre essere stati prima dei grandi lettori – non è un caso se Jorge Luis Borges desiderasse essere prima di tutto un grande lettore, anzi, il più grande lettore del mondo) o crede che essere scrittore significa immediatamente “convertirsi in personaggio pubblico”, una sorta di vip che concede interviste o che finisce subito nella lista dei “best-sellers”.
Scrivere è un atto intimo, che ha bisogno (per avere un senso) dell'incontro (e a volte dello scontro) con l'altro per esistere. Anche chi scrive un diario (o afferma di scrivere solo per sé – anche io, che scrivo questo blog, anche se so che non lo legge quasi nessuno, tranne quelle due o tre lettrici fedeli che ancora non si sono stufate dei miei “post”) ambisce a essere letto (e di conseguenza giudicato) dagli altri. Ma scrivere per pubblicare ottenendo subito il riconoscimento degli altri (il loro applauso, il loro consenso) è un pensiero sciocco, di chi, narcisista nell'animo, crede che tutto quanto esca dalla sua penna (o dal suo pc) sia degno d'interesse (letterario) e degno di essere “letto” e “acquistato” dagli altri.
Per non parlare poi di Gina Lollobrigida, Francesco Totti, Max Pezzali o le varie veline, calciatori e attorucoli dello spettacolo vario (e avariato) del panorama attuale (italico e non)... Questo è un altro discorso e ci porterebbe verso altre riflessione o tematiche (legate comunque alla stessa “società dello spettacolo” in cui tutti siamo immersi e in cui tanti vogliono solo “apparire”, desiderio questo legato a sua volta e a doppio nodo alla crisi che ha colpito l'uomo occidentale agli albori di questo ancora incipiente secolo XXI...).

sábado, julio 26, 2008

Rinchiuso

Sto scrivendo un racconto lungo che s'intitola (o dovrebbe intitolarsi) Rinchiuso. Parla di un uomo, di un professore universitario di una quarantina d'anni, che rimane chiuso dentro la facoltà perchè perde tempo a chattare con una ragazza che ha la metà dei suoi anni e che, per quanto ne sa, potrebbe essere anche una delle sue alunne.
Non c'è nessuna base autobiografica, per un racconto simile. E perciò mi risulta difficile inventare, ovvero, trovare la forma giusta per dare credibilità e ritmo narrativo a una storia in cui, in pratica, non succede proprio niente. “Uno che si distrare al computer chattando non può avere alcuna attrattiva narrativa”, ho pensato quando ho immaginato questo tizio dentro l'Università deserta. E invece mi sbagliavo. Mi sono dovuto ricredere. E mi sono accorto che più vado avanti e più spunti si possono trovare per dare vivacità e spessore alla storia. Scrivendo le prime dieci pagine, mi sono accorto che Rinchiuso potrebbe diventare un romanzo, con le sue digressioni e i suoi capitoli brevi, alternati a quelli più lunghi e prolissi. Potrebbe. L'uso del condizionale non è puramente casuale. Perchè dico “potrebbe” e non “potrà” o “può”? Mi pongo domande a cui cerco risposte che già conosco (perchè fanno parte della mia interiorità più intima e che credo più nascosta, anche se non lo è). Io ho paura a scrivere un romanzo. Ho paura a inventare un'altra realtà. Non riesco proprio a staccarmi da questa realtà qui che vedo e tocco e annuso tutti i giorni, per penetrare e permanre in pianta stabile in quell'altra realtà “finta” o “della finzione” o “del possbile e probabile”. Ho paura che una volta fatta immersione nel mondo che (si) crea il romanzo possa poi perdere la direzione o la presa sul mondo “reale” in cui mi tocca vivere quotidianamente (volente o nolente). Sono distratto di natura; basta che mi concentri in Andrea Massimi (così si chiama il prof. protagonista del racconto) per dimenticarmi di fare la spesa o di accendere il forno all'ora giusta o di pagare le bollette già scadute... Il potere dell'immaginazione. Sì, ho paura che questo potere possa farmi allontanare da quello che sento e tocco dal vivo. Sono un segno di terra, non è un caso. Eppure... eppure so che se solo mi lasciassi andare, se continuassi a dare vita ad Andrea Massimi, se mi facessi completamente coinvolgere dal suo stato d'animo e dai suoi pensieri (o “flusso di coscienza”, per dirla con il linguaggio della critica letteraria), beh, penso che potrei scoprire cose di me (e di Andrea Massimi) che prima non sospettavo; penso che potrei scovare risvolti della realtà reale e della realtà fittizia che non conosco ancora; penso che potrei divertirmi molto, scaricando l'ansia e lo stress che mi produce la vita di tutti i giorni.
Andare avanti o smettere? Proseguire un racconto che sta diventando qualcosa di più di un racconto lungo o troncare tutto a metà e lasciare questo professore un po' sbadato e un po' imbranato nel limbo del suo studio (uno studio di un'Università che non esiste né mai esisterà in futuro se non nelle pagine che butterò giù)? Andrea Massimi. Mi fa pensare ai “massimi sistemi”. Oltre che ad un amico d'infanzia che, col tempo, si è rovinato, dedicandosi allo spaccio e al consumo di droghe pesanti. Chissà poi perchè proprio questo nome (e questo cognome)... chissà poi se riuscirà davvero ad accettare l'invito al buio che gli ha già proposto Alyssa, la ragazza con la quale ha chattato fino a perdere la cognizione del tempo (dello scorrere delle ore) e a restare chiuso dentro come un topo da laboratorio nella sua gabbia per gli esperimenti scientifici.
Ogni racconto che scrivo è in realtà un esperimento (che non ha nulla di scientifico, ovviamente): è un tentativo di sondare quell'altra realtà, cercando di non perdere mai di vista questa realtà “reale” di qua... il giorno in cui non avrò più paura di staccarmi da terra e di volare davvero con la fantasia di là diventerò un vero scrittore... E Andrea Massimi potrà affrontare Alyssa, conscio dei pericoli legati al caso (e se poi scoprirà che è una sua alunna, tanto peggio: Alyssa gli spiegherà quanto lui sospetta già da molto e ha perso tempo a spiegare a lezione durante il suo corso sul romanzo contemporaneo: e cioè che la realtà, a volte, supera la fantasia)...

miércoles, julio 16, 2008

Viaggiare, perdere paesi...

Viaggiare, perdere paesi, riconoscere nuove fisionomie, perdere per strada vecchi amici, lasciarsi alle spalle un passato pesante che continua a pesare, entrare in contatto con nuove stanze, nuovi rumori (other rooms, other souls), riperimetrare il proprio orizzonte di vita, le prospettive future... Traslocare, da una casa all'altra, anche se sempre all'interno della stessa città... Provare l'emozione di aprire la porta di un nuovo appartamento, frequentato da chissà quanti spiriti, quante anime morte (qui a fianco c'è una lapide, no, voglio dire: non è una lapide, è una epigrafe, una stele, non mi viene il nome, come si dice in italiano quella pietra che indica – scolpiti su marmo – il nome, le opere e la circostanza dell'artista famoso o dello scrittore Premio Nobel che abitò quella particolare casa? Comunque, dicevo: qui a fianco è vissuto Alphonse de Lamartine, e poco più in là, l'autore di The Scarlett Letter, Nathaniel Hawthorne, un francese e un americano, quanti stranieri a Firenze, anche Virginia Woolf ci venne a fare il Grand Tour e rimase colpita dall'Arno e dal Parco delle Cascine, ma prima ancora di lei Mary Shelley, l'inventrice di Frankenstein, scritto di getto - e se non ricordo male - per sfidare Bram Stoker - l'inventore di Dracula - sullo stesso campo (del fantastico-horror di fine Ottocento)... Quanti inquilini deve aver visto passare questo appartamento enorme, a due passi da Porta Romana e a due minuti da Palazzo Pitti, a due passi in linea d'aria dal Giardino di Boboli...

Alyssa dorme di là. E' un po' preoccupata. E' un'esperienza nuova anche per lei. Bisogna riaddattare il sistema nervoso; accordarsi per non sbagliare troppo; accelerare o rallentare per non cozzare contro i desideri dell'altro. Oggi mi ha fatto fumare in balcone. Un evento. L'ho abbracciata e stretta forte a me. Poi ha aggiunto: “Il posacenere te lo pulisci da solo. E guarda che ti puzzano le mani di nicotina”. E' intransigente con i fumatori. Io lo sono contro chi è troppo ordinato. Il pc è sul piano cottura; due calzini pendono da una sedia; un romanzo e due saggi giacciono in bagno.

Viaggiare, perdere paesi, conoscere nuovi confini, portarsi al di là della propria idea di spazio. Abitare nuovi spazi e assorbire una nuova atmosfera. Sentirsi diversi. Ed essere sempre gli stessi. Cercare a tentoni l'interruttore e non riuscere ad accendere la luce perchè gli oggetti, le cose, noi stessi siamo cambiati e abbiamo assunto una nuova posizione nel tempo e nello spazio. Lo spazio e il tempo. Dentro cui siamo. E dentro i quali ci muoviamo. O almeno, ci proviamo...

martes, julio 01, 2008

Il divo, di Paolo Sorrentino e Gomorra, di Matteo Garrone

Questi due film hanno molto in comune; entrambi girati da due "giovani" e talentuosi registi italiani; entrambi usciti nel 2008; entrambi in gara all'ultimo festival di Cannes; entrambi usciti - in parte - vincitori da quello stesso festival. I giornali ne hanno approfittato come al solito per tessere le lodi del cinema nostrano e qualcuno si è spinto oltre, fino a parlare di una sorta di "rinascita" (o addirittura "rinascimento") del cinema italiano (c'è anche chi ha parlato addirittura di "neo-neorealismo", con riferimento diretto a quel movimento cinematografico e letterario post-II Guerra Mondiale e post-Resistenza che ha fatto la Storia del Cinema Mondiale). Non credo che sia così. Nè che questi siano gli unici capolavori che ci abbia regalato l'Italia negli ultimi mesi. Certo è che entrambi dimostrano come si può fare del buon cinema a partire dalla realtà; ovvero, che si può girare un'opera di finzione - come lo è sempre un film - prendendo lo spunto da fatti di cronaca o da fatti storicamente accaduti. L'immaginazione può funzionare anche se chi la mette in moto prende l'avvio da un articolo di cronaca nera o da un saggio sulla malavita nostrana. Una volta che l'immaginazione è "al potere", spetta al regista incanalarla in immagini, in sequenze, in scene che abbiano non solo un senso compiuto, ma anche un senso estetico, che possa colpire cioè a sua volta l'immaginazione dello spettatore e il suo sguardo sul mondo. Entrambi i film ci riescono appieno: perchè entrambi ci prensentano (e costruiscono per noi spettatori) mondi possibili (o possibilmente già esistenti - o esistiti) in cui gli spazi, i luoghi, i personaggi, i temi (della Storia e delle storie nostrane) sono ricreati con originalità e fortissimo senso del ritmo visivo e di quello narrativo.

Il divo si apre con un Giulio Andreotti (maginificamente interpretato dal solito, bravissimo Toni Servillo) che tenta di adottare l'agopuntura come ultimo rimedio o rimedio estremo contro le forti emicranie che ne scandiscono la vita di tutti i giorni. E già questa immagine basta a rivelarci uno dei sensi profondi dell'intero film: chi è veramente costui? Chi è stato - per noi italiani, e per la storia dell'Italia intera - l'onorevole Giulio Andreotti? Un paladino della giustizia che per mantenere l'ordine si è forse sporcato le mani entrando a compromessi con i poteri occulti che (da sempre) operano contro lo Stato e la democrazia (come la mafia), oppure un corrotto uomo politico che, assetato di potere, non ha fatto altro che godere della sua posizione di "despota" per manovrare e manipolare gli altri (i più diretti collaboratori, gli amici, i nemici, gli oppositori e i fautori della sua politica democristiana)?

La prima inquadratura (con il primo piano di quel volto invecchiato, forse stanco, comunque inquietante, e riempito di aghi) non fa che sottolineare questa duplice natura del senatore a vita Andreotti. Uno lo guarda e non può fare a meno di domandarsi cosa nasconda dietro la facciata e la maschera che da tanti (troppi?) anni si porta dietro e mostra in pubblico anche quando viene accusato di associazione mafiosa o legami con la P2.

In questo film Sorrentino riassume anche per i giovani nati durante (o dopo) gli anni 90 quello che è stato il potere politico della destra in Italia a partire dagli anni 50 fino a oggi. In tal senso, Il divo assolve a un duplice compito: quello di intrattenere coinvolgendo con le immagini (e la musica - la colonna sonora è ossimoricamente utilizzata per fare da contraltare ironico-sarcastico ad alcune scene di omicidi o stragi particolarmente crude) e, al contempo, di raccontare il passato storico recente (quel passato da cui deriviamo e che, in parte, ci spiega perchè, dopo Prodi e i fallimenti del governo di centro-sinistra, è tornato al potere, incontrastato e beato, Berlusquoni e co.). A tale scopo, il regista non si risparmia nell'uso delle didascalie, che servono per dire anche allo spettatore giovane o "non informato sui fatti" chi erano Cirino Pomicino, La Malfa, Cossiga, Totò Riina, Buscetta e compagnia bella. Ma non solo: Sorrentino ci narra i misteri d'Italia (le tanti stragi impunite, la morte di Aldo Moro, i tanti processi ancora in corso sulla mafia) legandoli al mistero dell'identità andreottiana divertendosi e divertendoci. Il film è "contrappuntato" da scenette umoristiche, o esplicitamente surreali e grottesche, che spingono alla risata. In tal senso possiamo davvero applaudire Carlo Buccirosso, interprete di Paolo Cirino Pomicino, epitome dell'italiano medio arraffone, sbruffone, ignorante e intrigante, che usa la politica per farsi i suoi porci comodi. E' in questo l'incanto e il fascino discreto del film: raccontare due misteri (d'una nazione e d'un uomo politico) facendoci sorridere o, addirittura, ridere.


Diverso è il discorso per Gomorra: Matteo Garrone parte dal best-seller di Saviano (che non ho letto, e che mi riprometto di non leggere a breve scandenza, e almeno non prima che siano trascorsi un paio d'anni - odio leggere i best-seller del "momento" e a la page) per raccontare senza eccessi visivi e grotteschi, senza le scene a volte surreali e oniriche di Sorrentino, una realtà ben delimitata e circoscritta. Napoli e i suoi quartieri più famosi per la presenza attiva della camorra e della malavita organizzata in generale. In tal senso, per Garrone si può parlare di "iperrealismo". Il regista non ci risparmia niente: ci porge fette di vita quotidiana delle borgate napoletane dello spaccio d'armi e di droga, ci fa vedere pezzi di guerra civile "ordinaria" di Scampia e dintorni, mantenendo un attaccamento quasi feticista verso la cruda realtà. Non è un caso se il film è interamente girato in dialetto napoletano "doc". Un dialetto talmente stretto che anche alcuni miei amici di Napoli hanno fatto fatica a seguire il film senza l'ausilio delle didascalie.


Lo spettatore osserva dal buco della serratura di una telecamera che si spinge decisamente "oltre" le barriere della legalità e ci illustra i corpi di cinesi che cuciono vestiti che poi finiranno nelle sfilate dell'alta moda italica; i corpi di ragazzini che la camorra addestra a non avere paura dei proiettili di fucile; i corpi e le mani di usurai che racimolano soldi per la camorra e di camorristi che spacciano cocaina come fosse pane tra i poveri.


Una prima reazione "civica" è l'indignazione; la seconda, più razionale, si può tradurre a parole con questa frase (spesso riportata dai giornalisti che hanno scritto del film e del suo successo a Cannes): "Ma Napoli non è solo Scampia; Napoli è fatta anche di brave persone, che lavorano e che rispettano le leggi". E' vero, Napoli non è solo criminalità e disordine; non è solo immondizia e rifiuti riciclati in terreni gestiti dalla camorra. Ma è anche questo e ignorarlo non sarebbe un atteggiamento corretto, nè costruttivo (per nessuno, napoletano e non).


Ciò che unisce Gomorra a Il divo, quindi, non è solo la fonte primaria dell'ispirazione (la Storia nostrana), ma anche e soprattutto la volontà di "scrivere la realtà" per immagini utilizzando un linguaggio nuovo, orginale e personale.


Io adotto questo metro per misurare la bellezza di un film: se dopo averlo visto, e quando le luci in sala si riaccendono, non riesco a ri-posizionare il mio corpo nello spazio; ovvero, faccio fatica a ri-guardare la realtà esterna e oggettiva con occhio razionale e freddo, per cui avverto all'inizio come una sorta di senso di vertigine e spaesamento, beh, allora vuol dire che il film è davvero bello ed è girato con linguaggio cinematografico d'altissima qualità.


Non è un fenomeno frequente. Mi è successo con Pulp Fiction; prima ancora, anni fa, con Apocalypse Now e La finestra sul cortile. Più di recente con Eyes Wide Shut. Sono ben contento, quindi, che mi sia ricapitato con questi due film italiani. Che meritano tutta la nostra attenzione e che faranno parlare di sè anche in futuro...


"Il tornado di valle Scuropasso", di Tiziano Sclavi






Chi conosce Dyland Dog e ha già letto qualche altro romanzo di Tiziano (Sclavi) non farà fatica a riconoscere lo stile tutto "peculiare" di questo autore fin troppo noto per la succitata creatura a fumetti e fin troppo ignorato per l'ormai ventennale carriera di romanziere. Dentro Il tornado di valle Scuropasso (Milano, Mondadori, 2006), sua ultima fatica (e speriamo non sia l'ultima, come aveva affermato laconicamente nel 1998, dopo il flop del geniale Non è successo niente), il lettore ritrova molte delle atmosfere oniriche e surreali che si possono apprezzare nei tanti albi a fumetti dell' "investigatore dell'incubo": un uomo apparentemente tranquillo vive isolato in una casa di campagna immersa nel bosco a pochi chilometri da Buffalora, un paesino di provincia già scenario dell'indimenticabile Dellamorte Dellamore. A un certo punto, però, scopriamo che l'io narrante non è poi così tranquillo: assume farmaci antidepressivi; soffre per le ferite ancora aperte dell'alcolismo; ha manie suicide e autolesioniste; e tanto per complicare un po' le cose, a un certo punto comincia a percepire la presenza di strani ominidi che assomigliano agli extraterrestri cui Spielberg ci ha abituato dai tempi di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Una delle scene più riuscite del romanzo (perchè quando si parla di romanzo si può parlare di "scene", adottando il gergo tipico del cinema; ma quando si parla di un romanzo "sclaviano" l'uso del gergo cinematografico è d'obbligo, perchè Sclavi è uno dei pochi scrittori contemporanei che cerca di fare cinema con le parole, la disposizione tipografica delle stesse, l'uso delle onomatopee, delle virgole e dei punti, dei punti di sospensione, e di un largo eccetera...) è quella in cui il protagonista scende in cantina e si avvicina a una cisterna contenente acqua stagnante. E' qui che il lettore comincia letteralmente a tremare: un corpo in miniatura, forse un feto di alieno, emerge lentamente dalle acque, spingendo l'uomo all'urlo disperato.

Ma Sclavi non fa solo paura: fa anche tenerezza. Nel bel mezzo degli incubi che il narratore ci racconta con uno stile scabro, ripetitivo, ossessivo, anche per l'attenzione maniacale con cui tenta di riprodurre a parole suoni e rumori che sembrano provenire da un altro mondo, l'autore riesce a infilare anche qualche canzone delle sue (Tiziano Sclavi ha scritto molte canzoni, oltre a una serie indefinita di poesie): come quella intitolata Occhi (pp. 68-69), vero e proprio esercizio di mise en abyme sull'atto stesso del guardare (l'occhio rotondo di un pesce diventa lo specchio in cui si riflette - e si perde vertiginosamente - l'occhio sbarrato di un uomo); così come non mancano dialoghi al fulmicotone in perfetto stile "grouchesco" (Groucho Marx è la spalla di Dylan Dog, è il personaggio secondario le cui battute servono a "smorzare" l'effetto violento o fin troppo realistico di certe scene particolarmente drammatiche - e una volta Sclavi confessò che perdeva molto più tempo nel cercare una battuta alla Groucho che nello scrivere la trama di un intero albo). Un esempio eloquente all'inizio del romanzo:

"Avevo conosciuto una brasiliana.


"Milano mi piace tanto" mi aveva detto, "è così piccola!"


Su un pianeta delle Plediadi esiste una città in confronto a cui Rio è un villaggio".

E' un esempio calzante dell'altro tema caro a Sclavi: il relativismo assoluto che confonde le acque, che ci impedisce di distinguere confini tra reale e finzione, di capire ora in che punto ci troviamo, di individuare in quale universo parallelo stiamo vivendo la nostra vita, mentre l'Altro, di là, si diverte a fare l'opposto (ma quanti Altri ci sono nei vari universi paralleli?

Il finale spiega l'enigma in un paio di pagine: e come al solito, come accade sempre con Sclavi, quelle due pagine ci obbligano a rileggere il tutto da un nuovo punto di vista. Tutto si tiene; tutto torna. Anche il caos e la paura che creano strani oggetti volanti nei dintorni della casa nel bosco posta nelle vicinanze di un paese che si chiama Buffalora (che letto in un certo ordine potrebbe suonare anche come "buffa l'ora"; l'ora buffa dei sogni e degli incubi che ci fanno più paura, anche quando non c'era nulla di cui temere).

jueves, junio 26, 2008

Lavorare (stanca)



Come il protagonista di Caos calmo provo a fare anch'io un'elenco (o lista veridica); penso a quello dei lavori che ho fatto in 30 anni di vita vissuta (a volte davvero pericolosamente). Dunque, vediamo, escludendo i vari e onerosi "impegni accademici", ho fatto il:



1-necroforo (o aiutante becchino) nel 1996 (per pagarmi la prima retta al primo anno di Università; gran bella esperienza; non potevo chiedere di meglio, visto che all'epoca - appena 19enne - mi consideravo un "dylandoghiano doc"; certo, faceva un po' effetto mangiare il panino della pausa pranzo in mezzo a lapidi e lumini accesi, comunque... esperienza formativa: vero il detto che "è dai vivi che bisogna guardarsi, non dai morti");



2-coordinatore tecnico durante le estati degli anni 1997-2000 (aiutavo a promuovere e publicizzare un famoso "Film Festival" in un paesino a una ventina di km dalla mia cittadina d'origine; lì ho potuto conoscere Mario Don Chisciotte, un tipo intraprendente che crede ancora nella rivoluzione e si batte contro l'ignoranza dilagante dei "tempi moderni"; capelli lunghi e pizzetto arricciolato e incolto, gestisce anche una locanda detta - per ovvi motivi di somiglianza fisica col padrone - "del Brigante"; Mario, oltre a saper montare i film, a proiettare, a scucire denaro dallo Stato e dai vari assessori alla cultura della zona, sa fare degli ottimi crostoni; devo ringraziare lui se ho potuto godermi lo spettacolo di tanti film persi durante l'anno e rivisti sotto il cielo stellato dell'estate abbruzzese);



3-guida turistica per gruppi di spagnoli a Roma caput mundi durante l'estate del 2001 (ottima scusa per conoscere meglio il centro storico e gironzolare nelle sale delle gallerie vaticane; unica nota negativa: le file interminabili dei fedeli al pascolo in Vaticano e il caldo afoso, sopportato insieme a schiere di turisti orrendamente sfigurati dal sudore e da un vestuario degno dei peggiori guiris);



4-facchino e mini-bar service presso l'Hotel Excelsior - sempre di Roma - durante la stagione 2003-04 (qui ho conosciuto il mio miglior amico, Roberto detto Robby, o anche "er Polipo", un professore che mi ha insegnato molte cose sulla vita e l'arte di arrangiarsi - in questa vitaccia - oltre al dialetto romanesco doc; ho anche avuto modo di studiare quella speciale razza che va sotto l'anglicismo di "vip"; Fernanda Lessa la più sciocchina; Martina Stella, in compagnia di Lapo Elkan, una vera adolescente dal cuore romantico e trafitto; Alba Parietti, in accappattoio, e alle prime ore del mattino, decisamente uno spettaccolo da evitare; Marta Marzotto, sempre piena di piume; Andreotti, intravisto lungo il corridio di un'ala particolarmente artistica dell'albergo, in mezzo a una decina di uomini della scorta - o erano carabinieri? - comunque, un ricordo che, a posteriori, mi fa apprezzare ancora di più il capolavoro di Sorrentino, Il divo, di cui scriverò anche qui, se non espiro prima l'ultimo respiro);



5-customer service presso la Hertz italiana s.p.a. - a Pisa, nell'aeroporto Galileo Galilei - in compagnia di una banda di sbandati e laureati (alcuni anche dottorati) per l'intera stagione 2005-06 (durante questa occasione ho avuto modo di tornare a scrivere due poesie: una sugli aerei; l'altra sull'asfalto infuocato degli aeroporti);



6-receptionist presso l'Hotel Miralibi, nei pressi del Piazzale Michalangelo, a Firenze - cominciato da un mese, ma lavoro pulito e ben pagato (non posso ancora emettere un giudizio sul capo; i colleghi, invece, sono tutti "brave persone"; i clienti, si sa, sono nati per rompere le palle, ma fa parte del gioco; l'altra sera ho chiamato un ristorante con cui abbiamo una convenzione; ho sbagliato numero, io sono partito a razzo, volevo prenotare per due persone, siete ancora aperti alle 22,30? Risposta - impaurita - dell'interlocutrice: "E' uno scherzo, vero?"; ma anche le figure di merda fanno parte del gioco - o almeno, lo spero).



In sintesi: lavorare stanca. Decisamente.

domingo, junio 22, 2008

Diario di bordo del viaggio verso il Sud del mondo (V)


Il caldo afoso è arrivato anche qui. Molto sbracciate e con scollature generose, le studentesse si chinano sui libri e sugli appunti per un ultimo ripasso prima che io mi sieda e faccia l'appello. La tensione si taglia a fette nell'aria viziata dell'aula; negli sguardi di queste "fanciulle in fiore" si leggono l'ansia e l'angoscia per un voto cattivo o, addirittura, la bocciatura.


"Scusi, professore, posso andare in bagno?". Permesso accordato. La prima recita bene la sua parte. Non per sadismo nè per civetteria, ma al solo scopo di tastarne la tempra, le faccio una di quelle domande cui è impossibile rispondere se non hai studiato a fondo, se non si è approfondito l'argomento di propria spontanea iniziativa. La ragazza alza gli occhi al cielo e tira un sospiro di sollievo. Trenta. Mi ringrazia ma la fermo subito, sono io che ringrazio lei perchè vuol dire che le mie parole non si sono perse nel vuoto, che quanto ho tentato di spiegare è arrivato all'orecchio dell'ascoltatore, che un minimo della mia passione per i libri sono riuscito a trasmetterla a chi prendeva nota e provava a seguire il ragionamento.



Si siede la seconda della lista, una di quelle che mi aveva scelto come suo correlatore. Le tremano la voce e le mani. "Mi parli di un argomento a piacere", dico, tanto per sgonfiare la tensione. Lei parte spedita in uno spagnolo a volte troppo maccheronico, altre decisamente italianizzato, ma abbozzo e la lascio proseguire. Alla terza risposta giusta la interrompo, chiedendole il perchè del suo atteggiamento quando, mesi prima, senza avvisarmi di persona, ha deciso di seguire il consiglio della sua relatrice, ha scelto un altro correlatore, io sono stato informato all'ultimo dalla collega - una tipa losca, che non gode certo di buona reputazione, una con cui non berrei nemmeno il caffè alla macchinetta del corridoio - perchè, le chiedo, perchè non ti sei fatta viva di persona? La studentessa arrossisce; si sente in colpa, evidentemente, e alla fine scoppia a piangere.



Non ho mai fatto piangere nessuno fino a oggi a un esame orale. Forse sono stato troppo severo; forse ha capito l'errore e le spiego che l'esame è andato bene, le metto trenta, perchè è brava e ha studiato tanto e se lo merita, ma l'Università dovrebbe insegnare anche come comportarsi nella vita, dovrebbe insegnare anche la correttezza e non il gioco di prestigio o la gara a chi è più furbo...



Ma com'è difficile, essere imparziali. E com'è complicato fare i giudici. E' tutto così relativo e soggettivo; è difficile per un tipo timido sbloccarsi e superare le proprie paure parlando a voce alta in sede d'esame. Chi sono io per giudicare? Chi mi dà il diritto di far piangere questa studentessa così ligia al dovere e forse così influenzabile da un parere contrario, così piccola e indifesa davanti alla mia scrivania e alla mia domanda intorno alla sua presunta paura di venirmi a dire in faccia come stavano le cose?



Basta così poco per ridurre una persona al silenzio o spingerla sull'orlo del baratro (o spingerla a piangere senza censure davanti a un'intera aula).



Doppo quattro ore si siede l'ultima della sessione pomeridiana. Sono esausto. E mentre lei parla dell'asino di Sancho io guardo fuori della finestra, vedo un campanile che batte le ore, le mezze ore e i quarti d'ora. E' il campanile di una chiesetta che si trova a pochi metri dalla Facoltà. Il tempo scorre lentamente sotto un sole accecante e in questo stesso istante si sentono le grida d'euforia di chi ce l'ha fatta e ha passato l'ennesimo test; e al contempo si sentono le critiche amare di chi non l'ha passato e accusa il professore, hai visto che stronzo, che pezzo di merda, che razza di domande, che antipatico, come mi ha trattata?



E' tutto così relativo e così complicato, chi siamo noi per giudicare gli altri, classificarli attraverso un voto o un numero, un'etichetta o un aggettivo, un "approvato" o un "respinto", un sì e un no...

domingo, junio 15, 2008









Apocalittico
La musica evoca sentimenti e idee con un'immediatezza impossibile alla letteratura (forse solo la pittura le si avvicina, in questo caso). E' vero però che ci sono scrittori che fanno musica con le parole. Come J.D. Salinger in questa frase (che mi fa morire dal ridere, soprattutto se penso alla scena in cui è inserita - da Il giovane Holden): "Non puoi fermare un professore quando vuol fare una cosa. La fa, e basta".

Un altro molto attento al ritmo è Proust:
"A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: "Mi addormento". E, mezz'ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po' particolare; mi sembrava d'essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V" (al di là delle anafore e ripetizioni interne sul verbo "addormentarsi" - o sul suo quasi-omonimo "dormire" - e sul sostantivo "sonno" e "sogno" a esso parallelo, è assolutamente ritmica quella enumerazione nel finale di periodo con lista caotica di oggetti e luogi e persone perse o confuse nel vortice del tempo che passa - è appena passato - sappiamo che sta (già) passando).
Gli esempi potrebbero essere molteplici (e moltiplicabili a piacere). Mi fermo qui. E allora torno a quelle canzoni che (mi) evocano una qualche idea o un qualche sentimento. E curiosamente, penso, ce ne sono due, due soltanto, che riescono a farmi tremare trasmettendomi uno scenario, un'idea, un sentimento e un luogo e un tempo futuri: l'Apocalisse.
Quella fase (temporale) in cui il tempo smetterà di esistere; in cui perfino la Morte avrà finito di mietere le vite degli umani. E in cui Dio, in qualità di Sommo Giudice, leggerà nel libro della vita e ci destinerà nel luogo che la nostra anima si è meritata. Quando tutto è già successo e non serve a nulla arrabbiarsi o protestare. E non serve a niente gridare o piangere. Quando ritroveremo davvero tutti quelli che abbiamo conosciuto in vita (anche quel tizio intravisto sul treno alla stazione, e non ce n'eravamo accorti, lì per lì, sul momento, ma era un tipo interessante che avrebbe potuto allievare il nostro viaggio e le nostre sofferenze del momento, raccontandoci delle sue, ben più tragiche e tristi). Quando riabbracceremo la mamma e il papà, la nostra compagna attuale e la nostra ex e il nostro ex-capo, e ci guarderemo in faccia senza vergogna e senza remore e ci diremo: "Ma perchè? Perchè tanta rabbia e tanto rancore? Come cavolo abbiamo fatto a non capire, a non capirci quella volta? Perchè quel bacio (o quell'assenza di un bacio)? Perchè quel tradimento? Perchè quel licenziamento inaspettato? Perchè tanto sangue e sudore e lacrime amare?".
M'immagino l'Apocalisse e mi vedo a girare in bici in una strada di una città deserta. Io e mio fratello siamo gli unici a percorrerla in quel momento; gli alberi sradicati, il sole basso all'orizzonte, nell'ora del tramonto, sappiamo di essere in ritardo, sappiamo che il Sommo Giudice ci attende, ma anche a rischio di farci sgridare andiamo piano, pedaliamo lentamente, ci fermiamo a guardare i resti di quella che un tempo dovette essere una discoteca (sassi e poltroncine gettate per terra in disordine sparso). E nelle nostre orecchie echeggiano le note e le parole di queste due canzoni (ripeto: le uniche due melodie che riescono a trasmettermi in modo nitido e diretto il senso - il sentimento? l'idea? - dell'Apocalisse, dell'ultimo giorno di tutti i giorni della Terra su cui viviamo): Who Drove The Red Sportscar? del sempre cavalleresco Van Morrison e Nothing Man dei Pearl Jam...

domingo, junio 08, 2008

Mountain-bike

Con questa bici ho percorso la bellezza di 8852 km in 8 anni; la comprai nel 2000, quindi, ormai, è veterana, una Bianchi quasi da rottamare, se non fosse che ci sono terribilmente affezionato. Per intere giornate, sotto il sole estivo, è stata l'amante, la fidanzata, la moglie, l'amica fidata delle mie scorribande in mezzo alle montagne abruzzesi. Per ore intere è stato lo strumento che mi ha permesso di isolarmi dal resto del mondo e di concentrarmi sui miei pensieri. E' quando scendi a tutta velocità da una strada sterrata fatta solo di rocce e sassi che ti accorgi di quanto sei piccolo, rispetto a quelle rocce, quei sassi, quell'erba, la natura insomma. Ed è quando scendi che corri il rischio di cadere. L'adrenalina viaggia nelle vene. I muscoli delle braccia e delle gambe si tendono in uno sforzo congiunto per non perdere mai l'equilibrio. Il sudore scende a fiotti sulla maglia e dietro la schiena, sulla fronte e sopra le braccia. E per un po' ti senti come un uccello che plana al di sopra delle nuvole o come un gatto che scappa riuscendo illeso da sotto le ruote di un tir. Mi manca, la mia bici, in questo momento di stress e di su e giù lungo la penisola. Mi mancano quei chilometri di asfalto o quelle rocce dietro cui si nasconde il pericolo. E chissà fino a quando dovrò starne lontano e farne a meno...

viernes, mayo 30, 2008

Mario Monicelli e l'arte di essere coerenti

L'altra notte, intorno all'1,30, mi sono messo a guardare la tv (che in genere lascio spenta, onde evitare rincretinimento temporaneo) e mi sono imbattutto in una lunga intervista dedicata da un programma di Rai2 a Mario Monicelli.

Il giornalista parlava senza microfono, attorniato dai suoi aiutanti (cameraman, fotografi, attrezzisti vari) dentro la casa del Maestro. E già questo è un dettaglio che colpiva: non è mica facile oggi entrare in casa dei Maestri. Si trattava di una casa normale, diremmo quasi “comune”, anche se si notava il tocco dell'artista. Libri sparsi un po' ovunque, mobili antichi, molte foto e molti premi del regista de La grande guerra, I soliti ignoti, Amici miei, L'armata Brancaleone e tanti altri capolavori che sono giustamente entrati a far parte della Storia del Cinema Mondiale.

Ma la cosa che colpiva di più era l'atteggiamento dello stesso Monicelli: 93enne, pieno di rughe, con la barba bianca sfatta che ha da sempre caratterizzato la sua “maschera”, Monicelli parlava senza censure e senza curare troppo la forma, senza un linguaggio forbito, ma dicendo sempre la verità (la “sua” verità, ovviamente, non quella che il giornalista si sarebbe aspettato o quella che il pubblico potrebbe indovinare sulla base dei fatti noti intorno a questo autore).
Monicelli sembrava infastidito dal “chiacchiericcio” del giornalista, anche se guardava con amore gli spezzoni dei film che questi sottoponeva alla sua attenzione. Poi, a un certo punto, si è messo a spiegare quello che è successo all'Italia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: la Resistenza e l'anti-fascismo avevano fatto la Repubblica, l'Italia aveva tutte le carte in regola per diventare un paese civile e progredito, e invece, cosa è successo? E' successo che dagli anni 50 in poi, dietro alle false illusioni del Progresso, si è persa la ragione e abbiamo gettato nel dimenticatoio quello che eravamo e quello che avremmo potuto essere in futuro:“Oggi regna la raccomandazione; in Italia non esiste una vera meritocrazia; chi è bravo stenta e chi è asino e raccomandato va avanti e arriva al potere, anche a quello politico. Non si salva nessuno: anche tra loro, tra le maestranze, c'è sicuramente qualcuno che è entrato grazie alla raccomandazione di qualcun altro. E così, all'Università il professore promuove solo il figlio o il nipote del collega; all'ospedale, il Primario fa entrare i familiari o i conoscenti più stretti; in un qualsivoglia tipo di lavoro, si va avanti grazie alla raccomandazione, è uno schifo, è una catastrofe immane, guarda, io te lo dico con tutta onestà, spero che prima o poi arrivi il collasso, perché un sistema che funziona in questo modo è destinato a collassare, non ci sono altre soluzioni...”.

Uno ascolta queste parole e ci resta di sasso: è così, è proprio così, ti viene da dirti. E allora la domanda che nasce spontanea è: “ma perché queste cose le dice Mario Monicelli e non gli altri? Perché i media, i politici, i medici, gli studenti non vi fanno quasi mai cenno, o almeno, non in questi termini così chiari e cristallini?”.

Il giornalista gli chiede se crede in Dio: e Mario Monicelli risponde di no, non crede in un solo e unico Dio cattivo e temibile che ci punisce e ci fa vivere nel terrore del peccato, crede in Venere, in Marte, nei tanti dei pagani della tradizione. “Che male gli ho fatto io a Dio, se è stato lui a mettermi al mondo? Io non devo perdonargli nulla, fatti suoi se mi ha messo qui dove sto... sempre che sia stato lui ed esista davvero”.

Forse solo quando si è molto piccoli o, al contrario, quando si è molto grandi; forse solo chi è bambino o chi è giunto alla vecchiaia più piena, può permettersi il lusso di dire le cose che pensa con tanta onestà e chiarezza; senza girarci attorno; senza usare maschere ipocrite. Ecco anche perché si dice che i vecchi sono come i bambini: dicono la verità, e non importa loro un bel nulla che qualcuno non sia d'accordo o possa sgridarli. Quando ci si avvina alla morte diventa tutto più chiaro: e anche il parlare si fa più limpido e onesto. Di quanti Monicelli avremmo bisogno di questi tempi bui affinché le cose cambino o migliorino almeno un po'?

lunes, mayo 26, 2008





Vergogna, di J. D. Coetzee e L'elenco telefonico di Atlantide, di Tullio Avoledo



Approfitto della pausa semi-estiva prevista per legge dalle lezioni universitarie per riempire le ore libere che mi lasciano i miei alunni con due attività per me fondamentali: le corse in mountain-bike e la lettura.

Il primo libro che ho “divorato” in questi giorni s'intitola Vergogna (Torino, Einaudi, 2000; tit. originale: “Disgrace”, 234 pp.) ed è del Premio Nobel del 2003 J. D. Coetzee. Non conoscevo questo scrittore afroamericano e Vergogna è il primo romanzo che mi capita di leggere, tra quelli che ha pubblicato fino a oggi.

David Lurie è un docente che insegna Letteratura Inglese all'Università. Sogna di scrivere un'opera lirica che racconti con l'aiuto della musica l'ultima fase della vita avventurosa di Lord Byron, quando questi si trova a Ravenna e accende di passione irrefrenabile la bella Teresa Guiccioli, moglie del suo amico italiano. Potremmo considerare David Lurie una sorta di “versione parodica” del famoso poeta romantico: nei primi capitoli ci viene narrata la sua placida vita di cinquantenne che, con due matrimoni falliti alle spalle e per soddisfare le voglie sessuali, ricorre a una prostituta piacevole e simpatica che si fa chiamare Soraya. Nei capitoli seguenti, invece, ci viene presentato quando scoppia improvvisa la passione per una sua studentessa, di circa trent'anni più giovane di lui., e la sua vita subisce una specie di scossa sismica.
Come reagisce il mondo a una simile relazione? Con lo scandalo e l'indignazione. L'Università caccia il vecchio lascivo; anzi, lo obbliga a partecipare a una sorta di processo in cui David dovrebbe ammettere le proprie colpe e pentirsi pubblicamente. E' questo il nodo tematico del romanzo: Vergogna ci parla di che cos'è diventata oggi la “morale”; di come è impossibile distinguere il bene dal male se il metro di giudizio è stabilito a priori da una corte di individui che si considerano migliori degli altri; di che cosa voglia dire realmente pentirsi (o provare vergogna). Vergogna ci parla della difficoltà di scegliersi una vita al di là della morale e dei valori che la società (troppo spesso surrettiziamente) ci impone (inutile rimarcare la radice dostoevskiana di un simile romanzo).

Per sbarcare il lunario e dopo essere caduto in disgrazia, David fa un viaggio a ritroso nel tempo: va a visitare sua figlia Lucy in quella che dovrebbe essere la sua fattoria personale. Lucy ha rifiutato le norme sociali: lesbica e convivente con una donna più grande di lei, accetta che Petrus, un africano suo vicino di casa, si impossessi della sua terra in cambio di protezione contro gli sbandati e i razziatori della zona. Lucy non capisce più il padre, non solo per il distacco generazionale, ma anche e soprattutto perché lui la considera ancora una bambina, e un personaggio secondario in quel romanzo “centrale” e “importante” che è la sua vita (Lucy gli risponderà che “siamo tutti personaggi centrali e importanti nelle nostre vite” - come darle torto).

David prova a capire quali meccanismi guidino il comportamento di Lucy e a un certo punto si mette al servizio di Bev Shaw, una sorta di veterinaria che aiuta i cani malati a morire, iniettando loro del veleno con una siringa. Le pagine dedicate alle descrizioni delle varie malattie degli animali sono terribili, nella loro scarna efficacia e nel loro duro realismo. Vergogna è anche questo: una rappresentazione icastica del mondo contemporaneo come apocalisse. I primi a morire sono loro, gli animali, soprattutto i cani, che ci amano incondizionatamente, senza volere nulla in cambio. L'inceneritore brucia le loro ossa e le riduce in cenere. Cosa possiamo fare per contrastare questa catastrofe quotidiana? Come fermare l'apocalisse? Sono queste alcune delle domande (anch'esse di stampo morale) che ci invita a porci l'autore con questo libro scritto con una prosa semplicemente perfetta nella sua apparente (e falsa) semplicità.

Ben diverso è il discorso su L'elenco telefonico di Atlantide, di Tullio Avoledo (Torino, Einaudi, 2003, 500 pp.). Qui i problemi morali ci sono, ma restano sullo sfondo. Ciò che conta è la trama, sviluppata con piglio energico e con grande senso dell'avventura (e del colpo di scena ottocentesco). Non è una caso se lo stesso autore confessa (in un'intervista reperibile su internet) che Salgari è stato uno degli autori che più lo hanno influenzato nella sua esperienza di lettore (prima) e di scrittore (poi).

Al centro della serie degli eventi a volte assurdi, altre grotteschi che formano il plot c'è Giulio Rovedo (inutile dire che foneticamente il nome del protagonista riprende quello dell'autore in carne ed ossa), un giovane che lavora in banca come responsabile legale. La vita quotidiana del dipendente bancario sembra l'anticamera dell'inferno per gli atteggiamenti che minano i rapporti umani tra dipendenti e superiori, oltre che tra dipendenti e familiari. Ovunque regna l'ipocrisia e la corruzione; l'arrivismo e l'egoismo sono l'unica vera moneta di scambio. In un quadro così triste, una cena dal cinese in compagnia dei vecchi amici sembra un evento eccezionale. E' in corrispondenza di questo capitolo (l'VIII), che Giulio scherza e ride coi vecchi compagni di liceo giocando a quello che loro definiscono “il Bartezzaghi”. In sintesi: si sceglie una definizione arbitraria per permettere all'avversario d'indovinare il termine esatto cui ci si sta riferendo con giochi di parole a volte davvero divertenti (in genere, il titolo di un film o di un romanzo famoso). Esempio: “scena muta all'esame di geometria: I solidi ignoti”; oppure: “speculazione edilizia: Rasa Howard”. Uno degli amici si lamenta del cibo: e l'altro, come fosse Groucho Marx: “i pignoli finiscono negli involtini”.

A un certo punto, Giulio finisce immischiato nella mega-fusione che porta la sua piccola banca a ridimensionamenti drastici e a licenziamenti in tronco; Bancalleanza, che è il gruppo che comanda su tutte le piccole filiali, lo vuole spedire a Milano. Un incontro sul treno, però, cambia le carte in tavola. Non sto qui a raccontare in quale modo strampalato Bancalleanza diventa una specie di consorteria massonica che va in cerca dell'Arca dell'Alleanza di origine biblica. Né posso qui spiegare come nel Nobile (il condominio in cui vive temporaneamente Giulio, dopo una crisi con sua moglie e un tradimento a sorpresa con la responsabile delle risorse umane), si scopre una fonte sacra la cui acqua sembra fare letteralmente i miracoli. Il punto è che la narrazione scorre velocemente verso un finale quasi-apocalittico ma molto più artificiale e artificioso di quello evocato da J. D. Coetzee nel romanzo succitato. Una volta lessi un saggio di Carla Benedetti dal titolo: Pasolini contro Calvino; lì si prefigurava la contrapposizione tra due stili che sono anche (inevitabilmente) due modi diversi di intendere la letteratura e la vita (oltre che il ruolo dello scrittore nei confronti della vita). Se Pasolini è lo scrittore “impegnato”, allora Calvino è lo scrittore “giocoso” o "ludico", che tratta l'intera Storia della Letteratura come “enciclopedia aperta” e sempre ricomponibile a piacere e ad libitum. La scrittura pasoliniana si sporca degli elementi del reale, quando quella calviniana tenta di offrirci eleganti arabeschi postmoderni del mondo (appunto) postmoderno in cui siamo sommersi e di cui formiamo parte.
Se dovessimo allora catalogare Avoledo in una di queste due “scritture”, non avrei dubbi: rientra in quella più sopra allusa come “calviniana”. Ciò non toglie che L'elenco telefonico di Atlantide intrattenga offrendo spunti di riflessione e squarci lucidi sullo “sporco” che caratterizza certi paesaggi.

Venezia, Milano, e una non ben definita e futuristica “Pista Prima” (o era "Prima Pista"?) sono gli scenari in cui si muove questo povero cristo alle prese con una banca vampira che succhia il denaro dei suoi clienti e prova a dominare le menti dei più; alla fine, nella “Coda” finale, scopriamo che tutto è già successo: ovvero, che c'è già stata una terza guerra mondiale; che Milano (insieme al Sud Italia) è stato percorso da tumulti razziali terribili nel 2027 (come non avvertire il tono profetico di questo brano leggendo i giornali di oggi? Il romanzo è stato pubblicato nel 2003 – Alemanno non era ancora sindaco di Roma, i rom non erano stati attaccati a Napoli da gente forse stufa delle loro baracche, forse spinta a gesti estremi su consiglio o sotto l'influenza della Camorra); le grosse multinazionali sono riuscite a catturare le immagini della nostra mente e i nostri ricordi vitali grazie a dei programmi che, racchiudendo tutto in microchip minuscoli, permettono al giocatore di “rivedere” e “rivivere” l'avventura della persona deceduta. Non sorprende allora scoprire come nella finalissima pagina dei ringraziamenti Avoledo ringrazi proprio Sir Arthur C. Clarke (l'inventore del romanzo 2001: A Space Odissey, da cui Kubrick trasse il famoso film). Anzi, dall'intervista che ho citato sopra da internet si capisce che Avoledo condivide con Rovedo una passione tutta letteraria: anche lui, come il suo protagonista romanzesco, intrattiene una corrispondenza fitta con i suoi autori preferiti. Tra questi, il famoso autore di opere di fantascienza.

Se questo è quanto ci aspetta nel futuro, allora non possiamo non dirci “stressati”. Uno crede che la morte sia la fine di tutto o l'ingresso in un mondo altro, in un mondo eterno in cui potrà gioire dei piacere paradisiaci di cui ci racconta anche Dante (tra gli altri) e invece scopre che la nostra anima potrà finire incapsulata in un microchip che verrà utilizzato come “sceneggiatura primaria” per rimontare il film della nostra vita a uso e consumo di spettatori futuri... Un quadro apocalittico anche questo, ma a mio parere un po' meno “angoscioso” e meno “profondo” di quello disegnato da Coetzee in Vergogna. Se lì uno degli "ipotesti" centrali è Dostoevski, qui è Martin Mystère, accompagnato da tanto cinema e da tanta letteratura "distopica" e "di genere"...

domingo, mayo 25, 2008



Le fasi dell'amore?

Ci sono delle fasi regolari che scandiscono un rapporto amoroso senza che noi ce ne accorgiamo. L'amore è prevedibile, al contrario di quanto si possa pensare. C'è il momento (fantastico, nel senso etimologico del termine) dell'infatuazione; c'è il momento (pieno di illusioni e di speranze per il futuro) dell'innamoramento vero e proprio (quando si conosce la persona che ci ha colpito, che ha colpito i nostri sensi e titillato la nostra immaginazione); c'è la fase dell'amore stabilizzato, quello fatto di tanti piccoli, a volte minuscoli, gesti quotidiani, che scandiscono una vita di coppia ormai collaudata per cui l'altro capisce le vere intenzioni dell'altra (o i suoi desideri più nascosti) con un semplice sguardo o gesto d'intesa; e c'è la fase della crisi, dell'allontanamento, dell'abbandono, della separazione (sono i momenti peggiori, quelli durante i quali ci si domanda perché: perché è finita; perché proprio a me; perché questa persona che avevo affianco mi ha mostrato un lato del suo carattere che io disconoscevo; perché questa reazione così violenta - o così fredda e indifferente – in amore i valori sono eternamente e inevitabilmente relativi: ciò che oggi amiamo possiamo domani arrivare ad odiarlo; un luogo familiare, un letto in cui abbiamo fatto l'amore innumerevoli volte, una casa in cui abbiamo pranzato a nostro completo agio possono diventare rispettivamente un luogo terribile, un letto di spine e una casa in cui ormai saremo accettati sempre e solo come ospiti - momentanei, ospiti che non sono destinati a durare, lì sono di passaggio, purtroppo).
E poi c'è la fase del re-incontro insperato: è quella in cui i due si rivedono dopo magari un mese (o una settimana, o un anno: anche il tempo, in amore, assume valori altamente relativi e malleabili) e si scrutano l'un l'altra per vedere se la persona che ora non è più al nostro fianco ha già trovato un sostituto, ci ha già rimpiazzati con un'altra o un altro; e basta accorgersi del fatto che lui (o lei) è solo (o sola) per farsi coraggio e continuare a guardare e ad avvicinarsi, quasi a fiutarsi, come fanno tra loro i cani (indipendentemente dal sesso), e ci si osserva in cagnesco (appunto), lui guarda lei come fosse ancora “lei”, una sua metà, la sua dolce metà, e una “cosa sua”, che faceva parte poco prima della propria intimità, e lei ricambia lo sguardo e guarda lui come fosse ancora “lui”, la persona sulla quale faceva tanto affidamento, colui che avrebbe potuta portarla all'altare, ma non l'ha fatto per una strana forma di codardia o di paura atavica, colui che la rassicurava poco tempo prima durante la notte e le carezzava i capelli se aveva fatto un brutto sogno...
Lei e lui si guardano di sottecchi ed entrambi pensano la stessa cosa: “Quello sguardo mi ha contemplato in estasi per tante notti, poco prima che io mi addormentassi; quel corpo è stato dentro di me – oppure: io sono stato dentro quel corpo – così tante volte che è quasi impossibile distinguerle l'una dell'altra, quella bocca l'ho baciata così spesso e con variabile passione che mi sembra assurdo non poterla baciare ancora oggi, che non stiamo più insieme, che non formiamo più una “coppia”, che non viviamo più nello stesso spazio, non abitiamo più la stessa casa, non parliamo più con la stessa sincerità e spontaneità del passato”.
E allora succede che dopo i saluti di rito ci si allontani l'uno dell'altra senza avere il coraggio di riannodare il filo interrotto della storia passata e vissuta in un passato magari ancora recente e ci si ritrova da soli, nella propria camera da letto, a guardarsi allo specchio e a chiedersi se siamo cambiati davvero poi così tanto perché “lei” (o “lui”) non abbiano sentito il desiderio (o il bisogno) di abbracciarci e di stringerci forte, di toccarci i capelli o di baciarci con la lingua come in passato, quando questi gesti (abbracciare, stringere forte, toccare i capelli e baciare con la lingua) non erano l'eccezione, ma la regola, la semplice e pura e cristallina normalità.
E allora è quando ci si sente soli e abbandonati dall'altro (o dall'altra) e si prova un terrore infingardo: quello di restare per sempre orfani di quella persona quando giustamente quella è una delle poche persone che non perderemo mai (perché è entrata a far parte di noi e della nostra personalità e perché non ci abbandonerà mai anche se dovessimo finire la nostra vita tra le braccia di un altro amante, quello che ancora non conosciamo perché non lo abbiamo ancora incontrato, quello che ci sta aspettando chissà dove e da chissà quanto tempo e che chissà se un giorno riusciremo finalmente a raggiungere...).

domingo, mayo 18, 2008

Roma e lo scudetto in potentia



Van Morrison mi culla con la sua splendida Brown eyed girl mentre il cielo si schiarisce e le nuvole vanno via, lasciando il centro del palcoscenico a un sole quasi estivo. Qui a Roma fanno "solo" ventitrè gradi e si sta bene anche in camicia a maniche corte e pantaloncini. Le strade sono stranamente vuote. Poche macchine, poco traffico, perchè è da poco cominciata la partita che potrebbe portare la Roma a vincere lo scudetto (idem per l'Inter, che teme e trema). Io non sono tifoso. E perciò non seguo le partite in tv. Però simpatizzo per i romanisti. Non ho dubbi. Ho pronte macchina fotografica e telecamera nel caso in cui vincesse (il che vuol dire che stanotte non si dorme e che per mesi e mesi i romanisti tartasseranno i laziali e gli interisti con i loro sfottò e le loro battute d'orgoglio di squadra capitolina - i figli della lupa, come amano chiamarsi tra di loro i tifosi di vecchio stampo e di vecchia data).

Van Morrison continua a cantare con la sua voce "desgarrada"; chissà se fuma. Ha il tono del fumatore. Il suono "graffiato" di chi beve e fuma insieme.

Entra mio fratello: "Collegati a simpsonizeme.com. E' un sito in cui ti modificano la foto tessera e ti rifanno i connotati secondo lo stile dei Simpson".

Come no. Ci colleghiamo subito e sottopongo le mie fattezze alle modifiche del programma: ora che sono abbronzato voglio vedere come vengo sotto le spoglie di Apu, il commerciante indiano.

Grandi risate. Poi entra Michela, una sua amica, a prendersi il caffè. Fa ancora più caldo di prima. Spalanchiamo le finestre e il balcone (l'unico che c'è in questa casa al quarto piano d'una palazzina in perfetto stile anni 70). Fumiamo tutti e tre, con calma e chiacchierando del più e del meno, senza fretta alcuna di arrivare ad una conclusione più o meno certa.

E il tempo scorre tranquillo, mentre in giro c'è solo qualche turista, ignaro di quanto potrà accadere da qui a un paio d'ore (i clacson delle auto, il centro intasato, le bandiere giallo-rosse ovunque e sventolanti, la gente impazzita, i tifosi in tripudio...).

Van Morrison è passato a T.B. Sheet, una filaromica taglia a fette l'aria della cameretta. La batteria fa il suo dovere. Il basso accompagna senza dare nell'occhio. La voce passeggia tra i tavoli e le sedie della cucina. Non potrei chiedere di più. Momento perfetto. Perfetta la calma, perfetto il ritmo, piacevole la compagnia, ideale la musica, in una domenica pomeriggio come questa...

jueves, mayo 15, 2008

L'Overlook Hotel




Freddo. Notte fonda. Solitudine che si taglia a fette. La nebbia m'impedisce di ritrovare la strada dell'albergo. Poi impreco e bestemmio a voce bassa e l'incantesimo si scioglie. Sono davanti al famoso Turista Hotel. Una struttura che è rimasta ancorata agli anni '80. Non solo per l'architettura e lo stile della tappezzeria e del mobilio, ma anche per la musica che fa da colonna sonora all'incauto ospite che si mette a fare colazione nel salone della hall. Non so come ha fatto, ma sembra proprio che il proprietario sia riuscito a scovare una frequenza che propone solo ed esclusivamente musica degli anni '80. Anna Oxa, i Ricchi e Poveri, gli Europe, i Duran Duran, gli Spandau Ballet, Loretta Goggi, come cazzo ha fatto questo tizio a trovare una stazione radio che emette solo questa roba? Come?

Lascio lo zainetto su una sedia. Mi accomodo in un tavolino della hall. Mi sento come Jack Nicholson nell'Overlook Hotel. Potrei iniziare anch'io a scrivere su questo block-notes frasi senza senso, del tipo: "Il mattino ha l'oro in bocca", oppure: "mi sento come Jack Nicholson... vieni qua, amore, non ti faccio niente, non avere paura, solo quella tesolina te la spacco... ". Leggo un libro (il mio zaino è sempre stracolmo di libri e per questo è sempre pesante - un macigno sulle spalle). E' di quel folle di Enrique Vila-Matas: s'intitola Bartleby e compagnia e parla di scrittori che hanno smesso di scrivere. Io non ho mai scritto. O meglio: è da quando ho 15 anni che scrivo racconti e poesiole sciocche e diari spuri, ma mai una riga destinata alla pubblicazione. Per vergogna. Perchè non ho mai (mai) creduto (nemmeno per un minuto) che le mie "scritture" potessero interessare qualcuno o avessero il benchè minimo valore "letterario". Se è per questo è molto più "letterario" questo Turista Hotel.

Ecco che entra in scena il portiere di notte. E' un vecchio sulla settantina. Non riesco a dormire quindi potrei approfittarne per scambiare due chiacchiere con lui, ma mi sembra un tipo molto burbero. Mi si avvicina con sguardo incuriosito e, al contempo, compassionevole. Si starà chiedendo che diavolo scrive questo cliente così strambo a quest'ora tarda della notte nella hall deserta.

"Se vuole, di là c'è un televisore. Se è stanco di scrivere. O di leggere".

Non sospettavo l'esistenza di una tv nella hall. E non pensavo che il portiere di notte potesse prendere l'iniziativa e spingersi fino a tanto (rivolgermi la parola e propormi di smetterla di scarabocchiare questo taccuino). Ho accettato. Sono nella stanza segreta. E' una specie di sala per le riunioni o i congressi. Tante sedie vuote, come scheletri in una sala di anatomia. Il televisore, enorme e al plasma, è al centro. Tutte le sedie sono libere. Mi sembra di essere al cinema. Accendo e capisco: c'è la parabolica, si possono vedere anche i canali satellitari. Finisco su canale 145, il programma s'intitola "I viaggi di Alessia" o "di Paola" o "di Romina", una roba del genere. Una voce fuori-campo (la voce della protagonista femminile del programma) accompagna lo spettatore in un viaggio nel mondo della "trasgressione". Alessia (o Paola o Romina) intervista una donna sulla cinquantina, bellissima e "padrona". E' la sadica che, vestita di pelle e tacchi a spillo pungenti e frustini vari, soddisfa i desideri dei suoi clienti masochisti. Dice che ha un passato turbolento. L'intervistatrice invade la sua privacy e ci mostra in soggettiva gli oggetti che si trovano sparpagliati sul suo letto (matrinomiale). "Ho avuto anche un figlio, dal mio ex". Una foto (appositamente oscurata) mostra il figlio quando era un neonato. La donna piange. Paola (o Alessia o Romina) la consola. O almeno, ci prova. Poi si sposta a Bologna, dove ha appuntamento con una "entreneuse" russa. Una prostituta d'alto borgo. E' simpatica e gioviale e offre un caffè all'inviata speciale nel mondo delle perversioni sessuali.

Mi verrebbe da piangere, se non fosse che sono troppo stanco anche per quello. Spengo la tv. Mi accendo una sigaretta, richiudendomi la porta d'ingresso alle spalle. Il portiere di notte sta giocando al solitario al computer. Potrei proporgli di fare una partita a due, con carte vere. Ho paura a tornare in camera. Questo posto è davvero inquietante. E la nebbia avvolge tutte le cose. Un latrato di cane in lontananza. Chissà ora chi starà intervistando Romina (o Alessia o Paola)...

jueves, mayo 08, 2008



L'asino di Sancho

Esiste una branca del "cervantismo" (disciplina interna all'ispanismo che si dedica a indagare il senso profondo e i significati presuntamente nascosti di tutte le opere di Miguel de Cervantes Saavedra, "regocijo de las Musas" in quanto autore del famoso - e qui già citato più volte - Don Quijote de la Mancha) che si occupa dei famosi "descuidos" presenti nel romanzo del folle idalgo. I "descuidos", ovverossia, quegli errori plateali, quell'insieme d'incongruenze presenti nel testo e che rompono la verosimiglianza (o interrompono improvvisamente la coerenza narrativa della trama) spingendo il lettore a comportarsi esattamente come lo spettatore che, al cinema, va a caccia di "bloopers", ovvero di quegli errori di cui il regista non si è accorto nel montaggio finale dell'opera (un microfono che appare all'improvviso dall'alto dell'inquadratura; un attore che nella scena successiva indossa una maglia d'un colore diverso da quella che aveva nella scena precedente, e così via).
Tra i vari "descuidos" (o "bloopers") ce n'è uno che è passato alla storia e di cui si accorse subito lo stesso Cervantes (fornendo spiegazioni alquanto raffazzonate nella "Segunda Parte" del Quijote: il furto dell'asinello su cui viaggia il buon Sancho Panza. Non sto qui a ricostruire la storia della spiegazione razionale (o più o meno logica) che diede l'autore dopo essersi accorto del fatto che, in un determinato capitolo della "Primera Parte" (il 23, se non erro), si narrava di come Sancho perdesse il proprio asino (per un furto compiuto da Ginés de Pasamonte, addirittura) e tornasse a cavalcarlo al fianco del fedele Rocinante di Don Quijote nei capitoli seguenti (sono stati scritti - e continueranno a pubblicarsi - un mucchio di saggi su simili questioni). Ciò che colpisce il lettore è lo stile e il tono in cui è scritto il lamento del povero scudiero:
"Oh, hijo de mis entrañas, nacido en mi misma casa, brinco de mis hijos, regalo de mi mujer, envidia de mis vecinos, alivio de mis cargas y, finalmente, sustentador de la mitad de mi persona, porque con veinte y seis maravedís que ganaba cada día mediaba yo mi despensa!"
In questo brevissimo brano scorgiamo la cosiddetta "ironia superiore" di Cervantes, un'attenzione tutta umana per i dolori terrestri e un'acuta capacità di alternare al tono grave il tono basso (Sancho calcola quanti soldi riesce a guadagnare grazie alla fatica tutta fisica dell'asino).
Sancho è disperato, d'ora in poi dovrà montare in groppa a Rocinante o andare a piedi o, peggio, rifarsi del maltolto rubando un altro cavallo o asinello a qualche viandante. Don Quijote, che è suo amico, prova a consolarlo. Poi gli promette di procacciargliene almeno tre, in ricompensa dei suoi servizi (stessa identica promessa farà nel cap. 25, quando redige la lettera a Dulcinea che lo stesso Sancho dovrà recapitarle).
Come finisce il brano in questione? Con queste parole, sintetiche ma efficaci:
"Consolose Sancho con esto y limpio sus lagrimas, templo sus sollozos y agradecio a don Quijote la merced que le hacia [...]".
La paura è passata; l'angoscia pure: i due sono di nuovo pronti ad affrontare le innumerevoli e assurde avventure che Don Quijote sogna nei suoi sogni di pazzo innamorato di letteratura. Non basta il furto dell'asino per fermarli; e poi sono amici, si danno una mano, come suolsi dire, l'un con l'altro. Nei capp. successivi Sancho ritroverà (o dirà di ritrovare) l'amato animale. Il figlio delle sue interiora, l'invidia dei suoi vicini, la gioia di sua moglie, il divertimento dei suoi figli... tutto è bene ciò che finisce bene... e il lettore sorride, nel leggere le spiegazioni più o meno valide che ci offre l'autore nella seconda parte di un romanzo talmente "in progress" che fa acqua da tutte le parti, si perdono i pezzi, si scordano gli asini, ci si dimentica di quante volte Don Quijote cena nella stessa locanda, e via di seguito...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...