miércoles, abril 28, 2021

Le paure, le ansie, il tempo che scorre 


Dunque, mercoledì scorso, il 21 di aprile, la dottoressa (medico di famiglia) mi prescrive un antinfiammatorio per la gola e - come da prassi, visti i tempi - un tampone per appurare se ho il virus.

Alle 12:30 mi presento puntuale nella postazione organizzata ad hoc dalla mia ASL (o "Centro de Salud", che è come si dice ASL in spagnolo).

L'infemiera che mi fa sedere sull'apposita sedia è tutta intabarrata; da dietro la mascherina e la visiera riesco a intuire un sorriso falso. Il tono di voce è davvero freddo e poco empatico: "Siediti qui". Io tremo; lei rincara la dose: "È un po' antipatico, un po' sgradevole, ma passa subito". Bene. Penso fra me. Ma proprio a me doveva capitare un'infermiera antipatica?

Ed in effetti il bastoncino spinto fino al cervelletto fa male. Quando torno a casa e mi soffio il naso esce un po' di sangue, oltre al muco d'ordinanza. La dottoressa mi ha avvisato: entro le prossime 24 ore ti daremo il risultato. 

Bene.

In questo mondo pazzo odierno "negativo" è "positivo" e viceversa. Attendo fiducioso. Intanto, rimando una lezione il giorno dopo perché non ho quasi più voce. Passa tutto giovedì. Niente. Cellulare muto. Passa tutto venerdì. Niente. Nessuno che si faccia sentire. Allora, sabato mattino sono io che chiamo la ASL e dò il mio nome e il numero della carta d'identità. L'infermiera mi dice che a breve mi richiamerà la dottoressa, che ci deve essere stato un disguido. Ed in effetti la dottoressa mi chiama di lì a poco, è sabato mattina, sono ancora nel limbo, insomma, me lo vuole dire il risultato?

"È negativo, stia tranquillo. E le chiedo scusa, c'è stato uno spiacevole errore meccanico. Non mi hanno mandato il suo risultato nel mio computer. Non so come sia potuto succedere".

La gioia di ascoltare quella parolina: "negativo", fa sfumare la rabbia. Mi accascio a terra. La mia compagna di sventure apre la porta della camera e mi si avvinghia al collo e mi da un bel bacio sulla bocca. Non sono ancora morto. Sono anzi salvo. Sono vivo. Sono...

La notte, preda di una strana insonnia, guardo un video del 2015 in cui Remo Bodei, con la sua consueta eleganza ed erudizione umanista, parla dell'enigma del tempo. Cita Samuel Butler, di cui non ho mai letto nulla, e mi viene subito voglia di leggere Erewhon, una sorta di romanzo distopico che è anche una satire della società vittoriana. Letto al contrario, il titolo segnala un "non luogo" (Nowhere) che mi evoca subito i 3 giorni passati ad attendere la chiamata della dottoressa per sapere il risultato del test al coronavirus. 

Cerco su internet le varie edizioni del libro di Butler, sia in spagnolo che in italiano. Se ne trovano di recenti, ma anche di vecchie, risalenti agli anni 40 o 50 o 60. Sono tentato di comprare un'edizione del 1944 (traduzione a cura di Aldo Solari, la casa editrice - romana - si chiama, di fatto, "Editoriale Romana").

Poi ripenso a come è stato bello, lunedì 26 aprile, tornare a lavoro e guardare faccia a faccia amici e colleghi dell'Università. A come è bello respirare, malgrado la pandemia e le mascherine. A quanto mi piace il mio lavoro, quando la voce torna ad essere quella di sempre. A come è bello ricordare la commemorazione del 25 aprile, la domenica, la festa della liberazione dal nazi-fascismo. È bello sapere che in Italia certe date sono ancora importanti. E si festeggiano.

lunes, abril 19, 2021

 Senza voce

Ecco che la voce scompare, si affiovolisce, flatus vocis dopo una raucedine divenuta faringite (ma posso fidarmi del verdetto di una collega di Glottodidattica? Da quand'è scoppiata la pandemia, siamo diventati tutti esperti, oramai).

È iniziato tutto sabato 17, di pomeriggio: proprio mentre ascoltavo la lettura (o "recital") del libro di microracconti di un grande scrittore spagnolo che ammiro e che mi sono azzardato a tradurre e a proporre ad un editore italiano.

Ho mandato il link su "zoom" anche al suddetto editore e lui...che strano, vero?, non si è degnato nemmeno di una risposta.

Bellissimo l'evento online: al piano, un musicista di fama internazionale; al microfono, lo scrittore che ammiro; al fondo, con interventi brevi e programmati, la figlia dello scrittore, M., che legge i microracconti da me tradotti in italiano (ha fatto l'Erasmus a Bologna e l'esperienza le è servita, a quanto vedo e sento, anche se per lei è quasi impossibile mascherare il suo accento spagnolo, ma anch'esso contribuisce al successo della  performance, aggiunge un tocco esotico che non stona affatto).

Poi la situazione si aggrava e oggi pomeriggio, invece di fare lezione io da solo, davanti al pc, ho ceduto la parola a Nuccio Ordine, che, in un video reperibile su YouTube, ci ha spiegato l'importanza dei classici, la fondamentale "utilità" dell'intuile, la bellezza della letteratura, la potenza delle parole, la centralità della cultura nel mondo in cui siamo finiti (sommersi).

Ed ecco che l'editore ha forse visto il "recital" e mi fa scrivere da due colleghi: una tale S. che si occupa di "editing"; e un tale F. che mi chiede il testo originale in spagnolo per confrontarlo con la mia versione italiana... Mi mettono fretta (o vogliono darsi una mossa), quando è da circa 3 mesi che si parlava di "gioco fatto", e che basta scegliere solo la copertina, il libro è pronto per la stampa, ma ne siamo sicuri? No. Non si può mai essere sicuri quando si ha a che fare con un editore. E chissà come si concluderà questa storia.

Di certo, domani mi toccherà inventarmi qualcos'altro per supplire al mutismo. Solo chi si dedica all'insegnamento può capire quanto sia centrale, basilare, fondamentale, imprescindibile la voce di cui disponiamo. È il nostro strumento chirurgico principale. L'unico mezzo che abbiamo per trasmettere il nostro sapere, anche in un contesto assurdamente virtuale come quello in cui ci troviamo in questi mesi di pandemia e di schermi, di contagi e di stress, di voglia di normalità e di paletti imposti per legge, di paura e di speranza, di videoconferenze e congressi tutti "online" e di distanza "reale" dai nostri affetti più cari.

Fino a quando potremo ancora resistere?

jueves, abril 08, 2021

 Billy Wilder e la Vita privata di Sherlock Holmes (1970) o della voglia di restare in vacanza per sempre



La flanella del pigiama è come un utero materno: mi avvolge in un'atmosfera calda che sa di buono e di antico. Siamo passati dai 30 gradi dell'estate di ieri (giorno festivo, nella città del Sud del Sud della Spagna in cui mi trovo e vivo e lavoro) ai 15 dell'inverno di oggi (ma mia madre mi tiene aggiornato: nel paesino sui monti d'Abruzzo in cui sono nato sta nevicando: il 7 di aprile e nevica, incredibile, nevvero? La mattina dopo si sono svegliati a -5 gradi).

Anche la coperta sotto cui guardo il film disteso sul sofà è di flanella: io e la mia compagna di avventure siamo dei veri feticisti, quando si parla di artefatti prodotti con e di e grazie alla flanella. 

Il film in questione è uno dei capolavori tardivi di quel genio di Billy Wilder, ovvero, The Private Life of Sherlock Holmes, un film del 1970, ovvero, di 7 anni anteriore alla mia venuta su questa Terra.

È un film strano, strambo, dal ritmo cangiante: se nella prima parte veniamo a sapere di una diva russa, una ballerina di altissima alcurnia, che vorrebbe prolungare la specie facendosi ingravidare dallo stesso Sherlock Holmes, nella seconda il famoso protagonista dei romanzi di Arthur Conan Doyle deve vedersela con una spia tedesca che, sotto le mentite spoglie di una ricca belga, finisce in casa sua una notte di pioggia per poi coinvolgerlo in un viaggio fino a Inverness, in Scozia, il paese del mostro di Loch Ness.

Il sesso è onnipresente, da molteplici e variopinti punti di vista: se nella prima parte è lo stesso Holmes a inventarsi un'omessualità che vede nell'amico e fidato Watson il suo lato più intimo e perverso (con buona pace del povero Dottore, che gay non lo è né è interessato a esserlo né a sembrarlo), nella seconda parte è sempre Holmes a dare sfoggio di un rapporto diciamo conflittuale con il gentil sesso. I dialoghi con la spia tedesca finta ricca belga sono pieni di ciò che oggi il codice del cosiddetto "politicamente corretto" definirebbe "machismo". All'epoca, forse, si sarebbe parlato soltanto di misoginia. Fatto sta che quando si tratta di portarsi a letto una donna (o di giacervi), il nostro amato investigatore privato o si finge omo o evita il contatto. Perché?

Mi faccio domande cui non voglio trovare risposte. Lo faccio apposta. Evito anche di digitare il titolo del film su Wikipedia. Rimembro il finale geniale di A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot) del 1959, con la splendida Marilyn Monroe e mi rammento, all'improvviso, che entro questo mese o a maggio mi toccherà presentare Apocalypse Now al cinema (quando? in che giorno esattamente? non coinciderà mica con qualche lezione online?).

Il sesso e l'omosessualità erano onnipresenti anche in quel capolavoro: in modo più solare e divertente, oserei dire, non con i tratti a volte cupi o da romanzo gotico di questa ennesima prova di regista che non si accontenta di chiosare ma che reinventa, per certi versi, il personaggio romanzesco di Conan Doyle (uno che s'intendeva anche di mostri e di dinosauri: l'essere mostruoso che attraversa le acque del Loch Ness potrebbe avere una lontana parentela con i mostri di The Lost World, ovvero, Un mondo perduto, che è del 1912, e da cui Steven Spielberg trarrà uno dei suoi tanti successi di botteghino nel 1993: di Jurassic Park ricordo perfino un flipper nel bar della periferia del mio paesello d'origine, quando ero adolescente e non sapevo nulla di Conan Doyle).

E forse, sia il sesso che la guerra tra i sessi sono presenti anche negli altri film di Wilder: pensiamo al delizioso Quando la moglie è in vacanza, del 1955, o al mitico L'appartamento, del 1960, con uno strepitoso Jack Lemmon e una indimenticabile Shirley MacLaine...

Il sesso. Un'ossessione. Un'idea fissa. L'ultimo dei miei pensieri quando vado a dormire, il primo dei miei pensieri al risveglio, disse Groucho Marx in qualche suo film da operetta o in qualche albo di Dylan Dog.

Il giorno dopo, lasciamo la flanella e ci concediamo due ore di percorso "benessere": SPA, sauna azteca, russa e non ricordo più di quale altra nazionalità; piscina con i limoni e l'idromassaggio; piscina con acqua di mare (salata); piscina con acqua bollente; piscina con aqua freddissima; l'igloo a -10 gradi sotto lo zero; e poi un massaggio con creme all'essenza di non ricordo più cosa...Siamo a 20 minuti dal centro, ma sembra di essere all'altro capo del Mondo; per un po' dimentichiamo i dolori del vivere quotidiano; lo stress; la rabbia; le incomprensioni; la prole; le tasse; la pandemia; tutto dimenticato...usciamo dal balneario come nuovi. Mancano solo 4 giorni al ritorno all'Università e alla routine, ma io vorrei vivere tutta la vita in vacanza. Magari a guardare tutti i film di Billy Wilder o a leggere tutte le avventure che il Dottor Watson scrisse in memoria dell'amico (e non amante) Sherlock Holmes.


jueves, abril 01, 2021

 Aria di Pasqua

Dunque, l'aria di Pasqua si respira anche qui: nonostante il virus, masse di persone desiderose di vivere un po' di libertà e di ogni età si preparano a riunirsi attorno ad un paio di birre o di bicchieri di vino per provare a distrarsi un po'... Ovviamente, c'è già chi parla di quarta ondata di covid-19 (e proprio come in Italia, anche in Spagna si fanno i conti con l'ansia e lo stress del momento, con infermieri e medici allo stremo e feste proibite organizzate in appartamenti privati da gente senza cervello: molti i giovani senza mascherine e che fumano allegramente insieme a 10-20-30 coetanei, ignari del pericolo delle loro sbronze; molti anche qui i ritardi nella vaccinazione, non solo dei più anziani e dei più deboli).

È dell'altro giorno la notizia di orde di francesi che si trasferiscono a Madrid proprio perché città "aperta" agli stranieri: il corrispondente dalla Spagna per RaiNews24 si sorprende pure lui a contemplare una tale fauna; baristi e gestori di ristoranti sorridono (per il momento) e ringraziano (devon pur vivere del loro lavoro e non posso non comprenderli).

Nel mentre, provo a leggere un saggio di Victor Stoichita che so già che mi appassionerà, obbligandomi a stare sveglio fino a notte fonda: in Effetto Sherlock (2015), il famoso storico e critico d'arte studia e analizza quei quadri e quei film che, da Monet a Hitchcock, pongono in primo piano la problematizzazione dell'atto del guardare. Ho letto solo il primo capitolo, "Ostacoli", che contiene l'analisi di alcuni dei quadri famosi degli impressionisti più noti in cui lo sguardo si scontra con vari tipi di ostacoli, come, ad esempio, le inferriate, e mi sono già innamorato di questo libro. Ho conosciuto Stoichita in spagnolo, qualche mese fa, grazie al suo saggio La invención del cuadro (del 1998) e questa nuova esplorazione critica attorno alla domanda: "cosa vediamo quando guardiamo qualcosa?" non fa che ribadire (dal mio punto di vista) la qualità, la tensione narrativa, la sapienza, l'erudizione mai superba, l'umiltà di chi fa ricerca per passione e per vero amore di sapere di Victor Stoichita.

Nei prossimi giorni, proprio perché non si potrà viaggiare, proverò a godermi un po' di mare e di bici e proverò a guardare un film che fa rima con il diario di Friedrich Reck: Duello mortale (titolo originale: Man Hunt) del geniale Fritz Lang. Si tratta di un film del 1941 che - quindi - in piena Seconda Guerra Mondiale narra di un americano che si reca in Germania per uccidere Hitler. Verrà catturato dalla Gestapo e dovrà sudare parecchio prima di riuscire a sfuggire alle grinfie dei nazisti. Dicevo supra che fa rima con il Diario di un uomo disperato perché anche lì l'aristocratico cattolico che scrive ha sognato di uccidere Hitler. Anzi, avrebbe potuto ucciderlo, all'interno dell'osteria in cui si è imbattuto nell'incarnazione del Male. Ma non ha premuto il grilletto. E Hitler si è salvato. Unica differenza tra Friedrick Reck e il protagonista del film di Lang è che il primo è morto davvero, a Dachau, per mano nazista, mentre il secondo ha potuto immaginare l'assassinio del Nemico attraverso i sogni ad occhi aperti che ha potuto costruire grazie al cinema e al linguaggio cinematografico (dopo suo trasferimento in America forse proprio a causa dell'avvento dei nazisti).

E chissà come si sarà divertito Quentin Tarantino quando, nel finale di Inglorious Basterds (2009), ha immaginato e girato la scena dell'esplosione in cui Hitler, Goebbles e Himmler muoiono urlanti in pasto alle fiamme di un film che non avrebbero mai voluto vedere proiettato su un grande schermo...

La finzione, a volte, ci salva o ci permette di ri-scrivere la Storia in accordo ai nostri sogni e alle nostre aspirazioni più nobili. Cosa sarebbe stata la Storia del XX secolo se Friedrich Reck si fosse lasciato andare e avesse premuto il grilletto della sua pistola?

Buon Pasqua a tutti.


viernes, marzo 26, 2021

 Diario di un disperato (1944) di Friedrich Reck o dell'Apocalisse del Nazismo



In questi giorni di primavera, di sole e di caldo quasi già estivo, leggo uno dei libri più sconvolgenti che abbia mai letto in vita mia. Si tratta del diario di Friedrich Reck (il cognome completo è quasi impronunciabile: Reck-Malleczewen), un aristocratico d'origine ebraica, ma convertitosi al cattolicesimo, che ha vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti del Nazismo e di ciò che egli stesso definisce nelle pagine del suo diario "hitlerismo".

È un'opera scritta di getto; si capisce che chi scrive lo fa per lasciare una testimonianza che possa spiegare l'inspiegabile, che possa offrire ai lettori futuri (e del futuro) una serie di dati obiettivi, anche se inevitabilmente filtrati dalla soggettività di un cattolico e benestante che arriva ad usare la parola "odio" nei confronti di Hitler.

Si tratta di un'opera che fa male, che disturba, che angoscia, che provoca (o può provocare) il pianto, il ribrezzo o la rabbia, soprattutto (mi azzardo ad ipotizzare) per un lettore del XXI secolo, uno che viene dopo i disastri e le tragedie legate alla Seconda Guerra Mondiale e ai campi di concentramento in cui i nazisti pianificavano la distruzione massiva degli ebrei e di chi non sposasse la loro causa assurda...

Il diario comincia nel maggio del 1936. All'altezza di agosto ecco cosa scrive Reck:

"Sono ormai cinque anni che vivo in questa fossa. Da più di quarantadue mesi vivo con odio, vado a letto con l'odio nel cuore, sogno con odio e mi risveglio con odio. Soffoco all'idea di essere prigioniero di un'orda di malvagi babbuini e mi logoro su questo enigma: come è possibile che lo stesso popolo che ancora qualche anno fa vigilava così gelosamente sui propri diritti sia caduto da un giorno all'altro in questo stato di apatia, nel quale non soltanto tollera la sottomissione da parte di uno sconosciuto, ma, al colmo del disonore, non è nemmeno più in grado di percepire la propria ignomia come tale?..." (pp. 16-17 dell'edizione italiana di Castelvecchi Editore - enorme il lavoro del traduttore, che cito: Matteo Chiarini).

Ed è una domanda del tutto logica e razionale: com'è possibile che nessuno abbia visto, nessuno abbia previsto, nessuno abbia frenato la corsa al potere di uno come Hitler?

Segue la descrizione del Nemico: 

"Di recente ho visto Hitler [...]: un viso rotondo stralunato, insulso, flaccido, in cui due occhi vitrei e malinconici spiccano come grani di uva secca. Così triste, così incredibilmente insignificante e rozzo che appena trent'anni fa, nel periodo più oscuro dell'età guglielmina, sarebbe stato impossibile trovare un ufficiale con quel viso, non fosse altro che per ragioni estetiche" (p. 17).

E fanno impressione certi ragionamenti: Friedrich Reck non è un nostalgico dell'antico regime, o non solo; riflette sul volto del mostro e si sorprende del fatto che solo trent'anni prima uno con una faccia simile non avrebbe mai fatto carriera nell'ambito militare. 

E poi c'è il racconto del suo secondo incontro, in diretta, dal vivo, con chi sarà causa della sua disperazione: nel 1932, all'interno di un'osteria, Friedrich Reck sta mangiando quando Hitler entra con le guardie del corpo e pretende di essere servito e riverito. Reck porta una pistola nascosta nella tasca della giacca. E scrive, con tono amareggiato, col senno del poi:

"Se allora avessi saputo quale ruolo avrebbe assunto quell'infame, e gli anni di sofferenza che ci ha fatto patire, lo avrei certamente fatto. Ma allora lo consideravo ancora un personaggio comico, e non sparai" (p. 21).

Un aristocratico d'origine ebraica. Uno che si converte alla religione cattolica. Un conservatore. Un uomo della classe agiata, ma dedito allo studio e alla letteratura. Uno che esercita come medico e che possiede una casa e una terra e che scrive romanzi e saggi di Storia. Non solo arriva ad odiare Hitler, ma si rammarica di non averlo ammazzato quando avrebbe potuto farlo, di non aver avuto il coraggio di premere il grilletto quando ancora lo considerava un pagliaccio...

Il lettore che continua a leggere rimarrà per sempre legato a questa scena: perché il diario non è altro che la "discesa agli Inferi", la narrazione spietata di tutto ciò che Hitler ha fatto all'autore del diario, alla Germania e al mondo intero a partire da quel giorno del 1932 in cui Friedrich Reck lo risparmiò dalla sua rabbia.

Non citerò le moltissime scene scioccanti in cui l'autore ci parla dei morti, delle impiccagioni, dell'uso smodato della ghigliottina, dei processi farsa, dei tradimenti e delle delazioni fatte solo per odio verso il vicino, né dell'atmosfera da incubo che assume la Germania stessa man mano che passano gli anni. Lascio al lettore che voglia scoprire questo testo il piacere disturbante di una lettura che inquieta, che fa tremare, che fa riflettere e che sorprende quasi ad ogni riga.

Sì citerò, invece, una delle ultime domande retoriche che l'autore si pone e ci pone verso la fine del testo. È il 9 ottobre del 1944 (l'autore sarebbe stato arrestato e deportato nel campo di concentramento di Dachau di lì a poco: viene ucciso il 16 febbraio del 1945). E questo è ciò che si domanda Friedrich Reck, un uomo devoto di Dio e che crede nella resurrezione delle anime e dei corpi:

"È il colmo di una situazione tragica e di una vergogna inconcepibile che proprio i migliori tedeschi sopravvissuti, prigionieri da dodici anni di un'orda di babbei, debbano per sua colpa sperare e implorare la sconfitta della loro patria?" (p. 170).

È il colmo, sì. E noi che veniamo dopo di lui e dopo l'Olocausto, dovremmo tenere a mente e fare tesoro di queste parole, scritte in un diario che l'autore tenne nascosto seppellendolo nella terra del giardino della propria casa, prima che qualcuno lo scoprisse e lo rendesse (per fortuna) pubblico. Una lettura che toglie il respiro. Uno dei libri più incredibili che abbia mai letto...

martes, marzo 23, 2021

Sogni (et cetera) 


Dunque, è successo di nuovo: ancora una volta, ho sognato la mia ex, quella con cui vivevo a Firenze anni e anni fa, ormai (quasi una vita fa). Il bello è che, questa volta, ho mescolato e mixato amici e colleghi di qui, di questo paese nel Sud del Sud della Spagna in cui vivo e lavoro (insieme alla mia compagna d'avventure e alla prole) e amici e colleghi di lì, dell'Università di Pisa e Firenze, ma anche qualcuno di Siena...

Il sogno è il seguente (devo scrivere per non dimenticarlo e per raccontarlo a lei, Alyssa, domani mattina appena sarò sveglio e accenderò il cellulare e le manderò il tutto sotto forma di messaggino tramite Whatsapp): sono insieme ad alcuni dei miei più cari amici nonché colleghi dell'Università di qui quando, ad un tratto, qualcuno propone una gita in macchina. Ecco il primo mutamento improvviso: dalla Spagna ci ritroviamo in Italia, a Pisa, dove ritrovo una mia cara, carissima amica e collega dell'Università che mi guarda fissamente, mi riconsoce e mi snobba subito: "Non posso starti dietro, ma ti vedo bene, sei belloccio, gli anni ti donano, stai bene", dice con un sorriso mentre è in attesa di ascoltare un esercito di laureandi, tutti disposti in fila indiana, tutti distanziati di almeno un paio di metri l'uno dall'altro (nel sogno penso: "Anche a Pisa si applicano le procedure anti-covid 19 che esistono in Spagna" - e, nel mentre, mi accorgo pure che nessuno degli studenti in fila indossa la mascherina). Poi ci si sposta in un museo: C., con la quale c'è anche una certa attrazione fisica e un'intesa non solo intellettuale, mi fa notare la bellezza di alcuni quadri di Raffaello (o Michelangelo o Giotto o Leonardo). Le faccio cenno di sì con la testa, ma (sempre nel sogno, mentre sogno) non so se, in effetti, ci troviamo all'interno di un museo (gli Uffizi?) o dentro il corridoio della Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa. 

E così, mentre ancora dubito su dove ci troviamo, qualcuno, J., amico e tenore, amante di Pavarotti, propone a tutti di andare a noleggiare una macchina, per fare un giro anche a Siena o a Poggibonsi o a Montespertoli (o forse Empoli?). Io faccio di nuovo cenno di sì e mi ritrovo catapultato in un viaggio senza fine apparente, pieno di risate, di vino (Chianti?), di gozzoviglie, di felicità e di spensieratezza assoluta.

Il sogno sta per finire. Si torna indietro (a Firenze?) e nei pressi della stazione ferroviaria, vicino a Santa Maria Novella, ritrovo la mia ex, Alyssa, con una bella gonna corta e i tacchi a spillo, un'eleganza e una sfrontatezza che non ha mai avuto, un sorriso che mi strega subito, sono subito suo schiavo, sbavo dietro di lei e sia C. che J. che il resto del gruppo se ne accorge. Alyssa si siede su una panchina e, in perfetto stile Basic Instinct, scavalla e accavalla le gambe per farmi vedere che non indossa le mutandine. J. mi dà di gomito, C. arrossisce, io resto a bocca aperta e avrei voglia di baciarla subito (anche se, sempre nel sogno, rifletto e penso che, dal vivo, non era mai stata così pallida; per il resto, la forma, il taglio, la depilazione è tutto come lo ricordo dai tempi in cui stavamo insieme).

All'improvviso, Alyssa svanisce nel nulla. Io resto solo ai piedi della scalinata della stazione e il sogno finisce.

Non c'è spiegazione di sorta, per ora. Certo è che è strano che torni a fare sogni "bagnati" su di lei. 

Intanto, ho appena finito di leggere Boezio: De consolatione Philosophiae non è un libro normale. È un atto d'accusa, una richiesta d'aiuto verso Dio, è un canto alla vita terrena e a quella ultraterrena; è un trattato di filosofia e una confessione metaletteraria; è una raccolta di riflessioni che ti aprono la mente e una raccolta di frasi dall'afflato poetico incredibile. Mentre lo leggevo ritrovavo alcuni versi di Dante, frammenti di Chaucer, pezzi di Boccaccio, strofe di Petrarca e qualche metafora di Shakespeare... Dentro c'è tutto. Anche se Boezio non può (né potrà mai) risolvere i miei dubbi circa l'ultimo sogno "bagnato" sulla mia ex.

lunes, marzo 08, 2021

 Congressi online



E così, dopo l'ultimo congresso dal vivo cui partecipai esattamente il 20 e 21 febbraio del 2020, in Italia, il 25 e il 26 febbraio del 2021 sono tornato a parlare in un congresso internazionale, ma stavolta - ahinoi - online e a distanza.

All'inizio eravamo collegati in 12; poi, poco a poco, la sala virtuale (disponibile solo per quelli che avevano debitamente pagato la quota d'iscrizione) si è andata riempiendo e mi sono visto intento a parlare de La ricotta (1963) e de Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini davanti (si fa per dire) a poco più di 40 colleghi collegati da ogni parte della Spagna e del mondo (c'era anche qualcuno che veniva dall'Università di Buffalo e uno da quella di Miami; diversi partecipanti parlavano dall'Argentina e dal Brasile).

Ecco, ci vuole un certo impegno e una certa concentrazione se si vuole provare a trasmettere un concetto, un'idea, un'interpretazione stando da soli seduti (ognuno) nella propria casa con il viso in primo piano spiattellato su uno schermo di un computer...Non sai mai chi è che ti sta davvero ascoltando e l'assenza dei volti reali degli ascoltatori (o degli spettatori) ti priva del feed-back comunque utile e necessario per capire se ciò che dici ha un senso, se merita di essere preso in considerazione o se, invece, è del tutto vano o uno sproloquio indigesto o un monologo triste...

Poi, una volta terminato l'intervento in queste condizioni avverse, una collega da Madrid chiede di poter attivare il microfono. È una poetessa, oltre che una ricercatrice, che ha la passione per gli studi visuali (o visual studies, che dir si voglia) e che adora Pasolini. Si mette a ricordare il suo rapporto difficile con il padre; la morte del fratello durante la Resistenza; il suo rapporto edipico con la madre che, non a caso, interpreta Maria nella bellissima scena finale della Crocifissione sul Golgota (Pasolini fu profeta anche in questo: sembrava predire la sua "messa a morte", oltre che "messa al bando" con l'identificazione con Cristo). E la collega parla e parla e non riesco a mettere a fuoco dove vuole andare a parare. Poi, d'improvviso, cita un paio dei versi che ho citato da Poesia in forma di rosa (una raccolta che Pasolini scrisse proprio mentre girava i due film succitati, mescolando, spesso, il linguaggio cinematografico a quello lirico) e dice che questi versi l'hanno commossa e le hanno reso Pasolini ancora più umano...E lo dice con la voce strozzata dall'emozione. E allora uno capisce che sì, che è fortemente limitante parlare in un congresso stando connessi da casa a un pc, ma che, malgrado tutto e malgrado la distanza, in quanto esseri umani, riusciamo ancora, per fortuna, a trasmetterci emozioni e parole anche da uno schermo piatto fatto di milioni di pixel e che riproduce la nostra immagine e la nostra voce per milioni di altri utenti connessi da chissà dove...

(Mi auguro, comunque, come tutti o quasi tutti, che si torni presto ai congressi dal vivo; possibilmente, senza mascherine).

jueves, marzo 04, 2021

Racconto nuovo in progress 


Dunque, dopo anni, mi è tornata di nuovo l'ispirazione e, dopo aver letto una novella di un'amica e cara collega, ho sentito l'impulso di mettere la parola FINE a un racconto iniziato circa 2 anni fa. 

La trama è la seguente: una coppia di professionisti (lei critica d'arte, lui psichiatra) va in crisi; lei approfitta dell'inaugurazione di una mostra di un giovane artista presso il MOMA di New York per tradire lui; lui è solito tradire lei ogni volta che viaggia per partecipare a svariati congressi e conferenze internazionali.

In questo triangolo, fin troppo banale, s'inserisce la storia di un paziente dello psichiatra, un aspirante suicida che non la smette di importunare il suo medico con telefonate e appuntamenti in ore impreviste ed imprevedibili.

La cosa più assurda è che tutta questra trama (che ancora non so come risolvere) nasce da un'immagine: lei che torna dal viaggio transatlantico e che dice a lui che è arrivata una strana lettera e lui che la apre e vi trova un proiettile. 

Se qualcuno mi chiedesse da dove mi è venuta in mente questa scena, non saprei rispondere. Certo, c'è una leggere allusione a David Lynch e all'inizio di Lost Highway (1997); certo, c'è il solito groviglio della coppia che si tradisce perché stanca della routine o di certi rituali quotidiani che portano allo sfinimento e alla rottura del legame passionale, visto e stravisto in mille altri film e letto e riletto in mille altri romanzi; certo, c'è perfino il tono sornione di Tony Soprano nelle parole che lui, lo psichiatra, rivolge a lei, l'esperta di arte contemporanea.

Ma se dovessi dire davvero da dove ho pescato quest'immagine del proiettile, non saprei proprio cosa rispondere.

Come finisce la storia? Ecco un'altra domanda importante. 

La trama, per quanto scontata o poco originale, è totalmente frammentata; fatta a pezzi; con salti costanti tra passato e presente e viaggi continui tra Fiesole, Madrid, Atlanta e New York. A Madrid ci vivono, i due protagonisti; a Fiesole ci vanno per staccare la spina e allontanarsi dallo stress dei rispettivi lavori; ad Atlanta lei conosce lui, il giovane artista di cui dovrà presentare l'opera al MOMA; a New York ci viaggiamo insieme perché è lì che si trova il MOMA, tra Quinta e la Sesta...

Ci sarebbe anche una breve scena a Senoia che, a dispetto del nome italianeggiante, è un paesino più o meno vicino ad Atlanta e set in cui sono state girate diverse puntate di The Walking Dead, la serie di zombies ambientata proprio ad Atlanta, Georgia, Sud degli Stati Uniti d'America...

E poi frammenti di foto di carcasse di animali morti; una breve citazione da Un chien andalou di Luis Buñuel; diverse riflessioni sulla morte e sul suicidio; la guerra civile ormai scoppiata tra gli indipendentisti catalani e il resto della Spagna...

E il finale? Ecco. Non c'è ancora un finale. E non so se applicherò il detto di Strindberg (o forse era di qualcun altro) secondo cui: "Se a p. 1 appare una pistola, alla fine della trama quella pistola dovrà esplodere un colpo" o "da quella pistola dovrà uscire una pallottola".

Il bello (o il brutto) della questione è che, proprio perché ancora in progress, si aprono mille alternative e possibilità; il mio sogno: fare in modo che il finale sia inevitabile ed inequivocabile, ovvero: "non può non finire così".

E vediamo che fine farà la pallottola arrivata per posta a Fiesole e spedita da chissà chi e per quale motivo...

lunes, febrero 15, 2021

Un San Valentino di merda 




È il 14 febbraio. Nessuno dei due crede a San Valentino, ma ci piace comunque regalarci qualcosa il giorno prima (o quello dopo). Anche quando si poteva andare a cena fuori, nell'era pre-virus, ci piaceva evitare le masse degli innamorati o i prezzi lievitati di bar e ristoranti e andare a mangiare in qualche bel ristorantino nascosto il 13 o il 15 sera.

Quest'anno, con la prole inevitabilmente (e allegramente) tra le scatole, decidiamo di comprare dell'ottimo pesce fresco e un paio di bottiglie di vino bianco da servire freddo e con cui sbronzarci stando nel salotto di casa. L'intimità del focolare. La dolce ebbrezza dell'essere liberi senza dover rendere conto a nessuno al di fuori di queste quattro bellissime mura...

Sembra scorrere tutto liscio, fino a quando, andando in bagno, lei si accorge che lo sciacquone non va, è lento, fa un rumore strano.

"Tira di nuovo la catena", le dico urlando dal mio, di cesso. E lei esegue gli ordini e io osservo come l'acqua fuorisce non dal water, bensì dal tappo di ferro circolare posizionato proprio al centro del bagno. 

"Porca troia!". È la parolaccia che uso di più; quella che mi vien fuori con più spontaneità e naturalezza.

Passano i minuti e dal piatto-doccia inizia a fuoriuscire anche merda. Così pure nella vasca del suo, di bagno. La prole urla e l'acqua si propaga per tutta la casa ad una velocità assurda. Il vicino ci suona il campanello: "Abbiamo delle perdite d'acqua! Fuoriescono gli escrementi dalla vasca!".

Ma il vicino ha già notato le mie scarpe bagnate, i pantaloni ripiegati sopra il ginocchio, il secchio pieno e il mocho-vileda marrone. E la puzza. Cristo, come puzza tutta la casa! L'olezzo sembra penetrarti fin nei pori della pelle. Chiamiamo il presidente del condominio, l'assicurazione, io chiamerei anche i pompieri, la polizia, chiunque possa accorrere a frenare questo disastro...svelti, subito, forza, andiamo...

Intanto, proviamo a mettere la prole in salvo: la vicina del piano di sopra ci fa entrare in casa sua e ci offre ospitalità temporanea. Arriva il presidente del condominio che chiama l'amministratore anche se è San Valentino, anche se è domenica sera, anche se sono le 21,30, che per la Spagna, e in generale, è l'ora di cena. Niente, non risponde nessuno. La prole urla e piange: non riconosce la casa dei genitori. Quella è la casa di un'altra, una signora in pensione che prima faceva la maestra alle elementari. La mia compagna di sventure prova a trasmettere calma, ha i pigiami belli asciutti e già pronti. Io resto sul fronte a spalare merda e acqua, piscio e acqua, pezzi di carta igienica e acqua.

Dopo un'ora arrivano due idraulici sui trent'anni con un macchinario mai visto prima. 

"È una sonda", ci spiegano. "Proviamo a ficcarla dalla sua tubatura e se l'intoppo è lì, in mezz'ora è fatta".

Bestemmio in turco. Spengo il pc rimasto sintonizzato su Rai 1 (una serie, un film per la tv, una storia di qualcuna che lotta per farcela anche se è donna e anche se è sola, non ci capisco nulla).

La puzza si espande su tutto il pianerottolo. L'intoppo non si sblocca. I due idraulici provano a far passare le sonde dal cesso del vicino, la vasca è ormai un florilegio di escrementi di ogni ordine e grado (la moglie del vicino un Ecce Homo sgomento e sul bordo delle lacrime).

Si avvicina la mezzanotte e il rumore del macchinario è terribile e snervante, come un trapano che ti si conficca nelle orecchie. Poi, finalmente, a mezzanotte e mezza, i due eroi ci dicono che sì, che ce l'hanno fatta, che siamo salvi, che i nostri cessi dovrebbero tornare normali.

Chiamo per telefono la mia compagna di avventure che scende e porta a letto la prole già addormentata. Di notte ho gli incubi. Sogno fiumi d'acqua marrone che inondano anche il garage. E la terrazza. La macchina è piena di merda. I libri! Mio Dio! I libri! Come faccio a salvarli da una simile onta?

Il primo messaggio che trovo sul cellulare è quello di Alyssa, la mia ex, che non se la sta passando granché bene, diciamo pure che sta attraversando un periodo di merda (metaforica, non reale, come quella che ho spalato io per quasi 2 ore di seguito).

"Ho sognato te e tua moglie. Lei ci provava con me. In una festa in maschera. Siamo messi bene, vero?".

Le rispondo senza fare il minimo cenno al San Valentino di merda appena vissuto sulla mia pelle: "Beh, come trio mi alletterebbe parecchio". Poi aggiungo che è solo uno scherzo e che prima o poi le racconterò come ho trascorso il 14 febbraio.

Intanto, penso alla dolcezza del suo sorriso e come la sua voce continua ad avere un certo fascino sulla mia pische e sulle mie parti basse. E penso alle coppie intente a raggiungere orgasmi. Alle centinaia di giovani aggrovigliati tra lenzuola che saltano per aria e materassi che scivolano a terra per l'eccesso d'impeto. Alle reti a molle sottoposte a un su e giù che non da tregua ("un po' di dolce su e giù", lo chiamavano quando si stava insieme). Penso ai milioni di baci che si sono scambiati milioni di amanti nel Mondo nonostante la pandemia. Penso a quelli che, ignari del pericolo, si sono baciati o hanno fatto sesso nonostante il rischio del contagio. Mentre io e l'amministratore eravamo intenti a pregare gli altri condomini di non usare il bagno, per favore, di evitare di tirare la catena per evitare l'effetto a rimbalzo dell'acqua fecale che dalle fogne del palazzo risaliva nei miei due bagni e in quello, attiguo, del vicino. Come diavolo si fa a convincere una decina di famiglie, con i rispettivi membri, a non cacare o a non pisciare, a non fare uso del water, quando la merda di quello che vive nel piano di sotto non la vedi né la senti? Come si fa a mettere un freno agli intestini degli altri?

E la mia ex che mi sogna in atteggiamenti ambigui, con la mia compagna di avventure in versione lesbica. E le palle che girano e i nervi a fior di pelle che continuano a non farmi dormire nemmeno quella misera mezz'oretta sacrosanta della siesta. E poi la dottoranda che non la smette di tempestarmi d'email facendomi domande interessantissime, ma cui non riesco a trovare una risposta logica. E, infine, Clint Eastwood che da La7 dice una frase storica memorabile: "Vale sempre la pena rischiare se vuoi davvero qualcosa", o una roba del genere, mentre s'ingegna a scappare dalla prigione di massima sicurezza in cui è rinchiuso per non so quale orrendo reato (Fuga da Alcatraz, s'intitola il film: del 1979, per la regia di Don Siegel; mai visto e sembra molto bello).

Quante cose diamo per scontate! Come l'efficace e regolare funzionamento di un water! E quanto abbiamo ancora da imparare, nonostante il virus e il lock-down, circa i nostri bisogni primari...

Certo è che un San Valentino di merda di questa portata non lo dimenticheremo mai.

sábado, enero 30, 2021

 30/1/2021


Questa sera ero indeciso se finire di leggere un capitolo dal bel saggio Antropologia delle immagini (2002) di Hans Belting o se continuare a perlustrare la mente "maniaca" e alquanto "nabokovkiana" del narratore in prima persona de La storia di mia moglie (1957) di Milán Füst (regalo graditissimo di un caro collega di Budapest, un ispanista ungherese che traduce anche Camilleri e ha un dominio assoluto dell'italiano, del francese, dell'inglese e del tedesco - non ricordo se sapeva anche il russo e se aveva iniziato a studiare anche l'arabo -).

Belting mi stava facendo ragionare sul corpo come luogo della memoria e luogo che, oltre a conservarle, le immagini le produce (quelle che nascono dai sogni, ad esempio; o quelle che ricaviamo dal passato attraverso la memoria e il ricordo - cita Proust, ovviamente, come non citarlo se si parla della triade immagini-memoria-ricordo?).

Füst, invece, mi spingeva a riflettere su come è assurdo l'amore e su quanto può essere distruttiva la gelosia: "Perché l'indifferenza ci mantiene intatti, la passione invece ci umilia" (cit., p. 201 dell'ed. Adelphi - un lavorone quello della traduttrice, Marinella D'Alessandro, che non conosco affatto ma che ammiro da subito per come riesce a rendere, in italiano, il fraseggio simpaticamente folle e assurdamente attorcigliato di questo marito preda della bestia dagli occhi verdi che Yago scatena nella mente di Othello).

Poi, di colpo, la realtà è entrata prepotentemente di scivolata e mi ha fatto lo sgambetto, e steso al tappeto: mia madre mi confessa che mio padre non sta tanto bene; una mia cara amica di gioventù mi avvisa che ieri è morta la madre di un nostro comune amico, quasi un fratello, per me, uno che è finito col diventare direttore in una banca di Liverpool...

L'ultima volta che ci siamo visti fummo felici: suo fratello ci aveva invitati a cena in uno dei ristoranti più belli e lussosi del centro della città (lavora nell'ambito alberghiero; conosce un sacco di gente importante; ha fatto affari coi vips); io avevo un mucchio di cose da raccontare loro sul mio lavoro all'Università; lo chef non la finiva di illustrarci le innovazioni dei suoi piatti, accompagnati da vini mai bevuti prima in vita mia (molti argentini, qualcuno americano).

Poi un messaggio su Facebook, scritto in inglese da un parente, finisce di stendermi a terra: il mio amico non mi aveva mai detto che, prima di sua madre, ha perso anche un cugino, per colpa del virus, e uno zio, causa infarto fulminante.

E allora, il 30 di gennaio del 2021, la sera, mentre la prole dorme o sembra che stia dormendo, uno si domanda che senso abbia tutto questo fare ricerca, tutto questo leggere, tutta questa letteratura...che senso ha Nabokov con le sue farfalle e la sua insonnia, o Moresco col suo Chisciotte redivivo e affatto folle o Belting con le sue analisi superbe delle maschere mortuarie...Che senso ha il romanzo di Milán Füst quando fa dire al suo narratore pazzoide frasi come questa?

"D'altra parte, se questo mondo non è fatto per l'uomo, allora per chi lo è? E perché dovrei prendermela se uno spirito superiore si diverte e gode nel vedere le inutili lotte della mia vita?" (id., p. 141).

Se il mondo non è fatto per noi, se la nostra anima è (sempre e da sempre) condannata a smarrirvisi, che senso ha lo stare su questa Terra?

Poi penso che l'ultima volta che io e il mio amico ci siamo salutati, davanti al mio hotel, nella periferia di Liverpool, vicino a un McDrive, ci siamo ripromessi di vederci in Spagna e che gli avrei fatto assaggiare le prelibatezze della cucina spagnola e che l'avrei invitato in uno dei posti più tipici del centro della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e che suo fratello era anche lui invitato, claro que sí...

E chissà che tutto questo non accada. Prima o poi. Anche se il mondo non sembra un luogo ideale per l'essere umano. Anche se la nostra anima sembra sempre smarrita...

viernes, enero 29, 2021

 Il Chiosciotte di Antonio Moresco


Uno che conosce Antonio Moresco da anni, un lettore che lo segue dai suoi esordi, uno che ha amato la sua trilogia composta proprio da Gli esordi, Canti del caos e Gli increati, uno che ha ammirato anche l'onestà intellettuale e la critica spietata che del mondo letterario ed editoriale e culturale italiano offrono le bellissime Lettere a nessuno, sa già che prima o poi sarebbe finito con il ri-scrivere o con il re-incarnare il mitico personaggio cervantino. Antonio Moresco è Don Chiosciotte fin nei tratti somatici, come si evince chiaramente dall'immagine di copertina, in cui appare con un assurdo cappello pieno di piume colorate e in camicia da notte.

E così, era (quasi) inevitabile che Antonio Moresco pubblicasse questo nuovo Chisciotte (Milano, SEM, 2020), un libro stranamente breve, se guardiamo i romanzi pubblicati anteriormente, e stranamente a metà tra la scrittura narrativa più immaginifica e creativa e scoppiettante dell'autore (quella scrittura che il lettore affezionato considera, ormai, come un marchio di fabbrica, la cifra stilistica che lo rende uno scrittore unico) e la scrittura apparentemente veloce e neutra di una sceneggiatura.

E il punto è proprio questo: e cioè che quello che ci ritroviamo a leggere non è né un romanzo in senso stretto, né tantomeno una sceneggiatura nuda e cruda, bensì un mix originale tra i due generi (ma sappiamo anche che Moresco ama scardinare i generi e andare oltre le etichette di comodo - o che rendono più facile la classificazione - le succitate Lettere a nessuno sono anche il diario "dal sottosuolo" di uno scrittore che non riesce a pubblicare? Sono satira? Sono anche un ritratto della società e della cultura italiana del XX secolo? Che sono le Lettere a nessuno?).

Ciononostante, Chisciotte si legge tutto d'un fiato, anche perché leggendolo lo si vede, lo si visualizza in modo pregnante e a tratti davvero cinematografico: il lettore viene catapultato in modo così violento e veloce nel mondo "altro" del protagonista da non avere problemi a visualizzare tutti e tutto, i personaggi secondari e gli spazi descritti all'interno di un manicomonio (di una grande città forse italiana di cui non ci verrà mai detto il nome) che si chiama proprio "Miguel de Cervantes Saavedra"...

Ed ecco dunque la girandola dei personaggi, ognuno assurdo a suo modo e ognuno "poetico" a suo modo; c'è il primario, che Moresco vede bene nei panni di Walter Siti, che non fa che dondolarsi su un'altalena che pende dal soffitto; c'è Emily Bronte seduta perennemente sul water perché ha la colite; c'è un nano che fa i pesi (Giacomo Leopardi) e un individuo dalle orecchie enorme attaccate alla testa da due mollette (Franz Kafka); e poi c'è Dulcinea, che è tutta ingessata, tranne che all'altezza della vagina (e qui c'è uno dei grandi meriti della scrittura spericolata di Moresco: proporre una riflessione - anche se solo "en passant" - sulla sessualità (forse repressa) di Don Chisciotte e sulla rappresentazione fin troppo finta e idealizzata di Dulcinea del Toboso); e poi c'è Pinocchio, che dal romanzo di Collodi finisce in questa storia del XXI secolo; e la Piccola Fiammiferaia (che non si chiama proprio così, ma che è evidentemente la personificazione moderna della protagonista della famosa fiaba di Andersen); e poi c'è lui, ovviamente, Chisciotte, che non fa che contemplare gli altri, passeggiare nelle stanze del manicomio, spiare i personaggi ammirati e quelli temuti, spiare, soprattutto, la monaca che fa le abluzioni a Dulcinea (e lui confonde la "gnocca" con la "bocca" - il dialogo in cui spiega a Sancio la sua scoperta scioccante è davvero comico - erano anni che non ridevo a crepapelle leggendo un libro). E ad accompagnare Chisciotte nelle sue scorribande notturne c'è ovviamente anche Sancio, un infermiere giovane pieno di piercing e di tatuaggi tamarri, uno che pensa solo a dormire e a mangiare o a masturbarsi al pensiero di Dulcinea quando Chisciotte entra nei dettagli e gliela descrive nell'atto di sussurrare parole che non riesce a pronunciare (di nuovo, la vulva come la metonimia della bocca).

Non svelerò i punti nodali della trama, proprio perché in questa occasione Moresco costruisce una storia stringente, veloce, più "classica", se vogliamo, rispetto ai suoi romanzi "di sempre".

Sì, invece, mi azzardo a riportare uno dei primi dialoghi tra il primario e Chisciotte:

"Lei ha perso la ragione inseguendo queste chimere!", prorompe. "Come gli altri poveri folli che hanno scritto quei libri che le hanno divorato il cervello facendole scambiare per realtà l'immaginazione. Queste cose non esistono, non hanno più posto nel mondo, se mai l'hanno avuto. Si metta il cuore in pace. Anche gli scrittori di questa epoca l'hanno finalmente capito, sono diventati realistici, ragionevoli, si sono fatti furbi, intrattengono i lettori nel tempo che precede la loro e la nostra morte, stringono alleanze utili, si posizionano nelle istituzioni culturali, nei media, cercano di ricavare più che possono da questa cosa sorpassata a cui non crede più nessuno, pensano alle loro carriere, a come scalare posizioni, a come rimpinguare le loro carte di credito... Nessuno si aspetta più niente, a nessuno interessa più niente di questa sua pazzia. Lei è rimasto solo. Si guardi attorno: nel nostro tempo contano solo le quantità, i numeri, l'economia, la finanza,  gli spostamenti fulminei di capitali, i cavi oceanici, i missili, i droni, l'informazione drogata, le rapide comunicazioni in rete che si cancellano le une con le altre e colonizzano il tempo umano... cellulari, smatphone, messaggini, apriporte a distanza, chat, pastiglie erettive, vibratori..." (id., p. 20).

Si tratta di un "quadro della situazione" che Moresco ha già denunciato e descritto più volte in passato; si tratta di una posizione materialista, realista, e anche alquanto nichilista-disincantata contro cui occorre lottare e chi meglio di Chisciotte per cercare di remare contro, di usare la letteratura e l'immaginazione come armi che ci permetteranno di "sfondare" la rappresentazione mimetica della realtà per cercare di smontarne gli ingranaggi nascosti, le pecche più volgari, gli aspetti più ingiusti? Chi meglio dell'anti-eroe cervantino per usare la finzione per parlare della realtà da punti di vista innovativi, più originali, più inaspettati?

Non il miglior libro di Moresco, ma un libro che saprà trasportare il lettore verso un mondo "alla rovescia" in cui gente come Dante, Milton, Dostoievskij, Melville e i citati Kafka, Leopardi e compagnia bella diventano altrettanti Chisciotte o cavalieri erranti pronti a riportare un po' di bellezza e di coraggio in un mondo che ne ha tremendamente bisogno (oggi più che mai, potremmo dire con Moresco).

P.S.: sulla stampa si mette in risalto che per il ruolo di Dulcinea Moresco avrebbe già pensato a Valentina Nappi, la famosa pornoattrice. E io m'immagino come potrà essere il film, se davvero riusciranno a trovare un produttore pronto ad accettare la sfida di convertire in film il libro...Walter Siti come primario è perfetto; Carla Benedetti come la Madonna (la statua semovente della stessa) è perfetta; Sancio chissà chi potrebbe essere; Chisciotte, l'abbiamo già detto sopra, è lui...Antonio Moresco, in carne ed ossa, con la mente sempre allerta e l'immaginazione più sfrenata sempre pronta a ribaltare i rapporti tra verità e menzogna.

domingo, enero 24, 2021

 I Lacci di Starnone e la versione di Daniele Luchetti





E insomma, la vita è davvero strana: una collega m'invita a partecipare ad un ciclo su "Cinema & Romanzo" e mi "assegna" Caos calmo di Antonello Grimaldi tratto dal famoso romanzo del mio caro Sandro Veronesi e con il mio sempre ammirato Nanni Moretti, io accetto, la Cineteca pure e poi...il virus ci obbliga a posticipare e, infine, a convertire l'evento da "presenziale" a "online": dovrei registrare una mini-introduzione di 15 minuti, al posto della presentazione in Sala A, quella più grande (50 i posti a sedere con l'obbligo di mascherina e il distanziamento sociale prima che i contagi toccassero quote preoccupanti anche qui, nella città del Sud del Sud della Spagna in cui scrivo).

Poi, un'altra collega, una collega della mia collega italianista, mi dice che Caos calmo non è disponibile "in chiaro" e "online" e mi chiede di pensare ad un altro film. 

La mente mi corre subito a PPP (Pier Paolo Pasolini): uno dei pochi registi coraggiosi che ha trasposto il Decameron di Boccaccio al cinema; e se, invece, proponessi qualcosa di più contemporaneo? Un'amica mi suggerisce Gomorra, da Saviano, certo; un'altra mi fa l'esempio di Romanzo criminale, ma io non ho mai letto De Cataldo (anche se il film non mi dispiacque). E se puntassi sui classici? Di nuovo, dopo Pasolini, la mente viaggia verso Luchino Visconti, ma Senso, no, quello non posso sceglierlo io perché l'ha già scelto qualcun'altro e Il Gattopardo, miodio, cosa dire di un film così spettacolare in relazione a un romanzo così importante e innovativo? Non me la sento (e scarto La terra trema, perché se non è "in chiaro" Caos calmo, figuriamoci La terra trema - una delle versioni più liriche e potenti che si possa immaginare in rapporto al testo di partenza, I Malavoglia di Verga...).

Poi, per caso, mia sorella mi suggerisce Una questione privata, da Beppe Fenoglio: non ricordavo affatto che i fratelli Taviani avessero portato sul grande schermo uno dei capolavori della letteratura italiana di tutti i tempi, ma leggo le critiche e non sono molto positive. 

Poi, facendo zapping su internet, m'imbatto in Lacci, di Daniele Luchetti, tratto dall'omonimo romanzo del 2014 di Domenico Starnone.

Io e la mia compagna di avventure decidiamo di vederlo, ben consci del fatto che verremo interrotti dalla prole. Ho letto il romanzo nel marzo del 2016. Ma non ne ricordavo la trama. E subito sorgono i dubbi: perché Lacci mi fa stare male? Perché la Vanda invecchiata interpretata da Laura Morante mi ricorda qualcuno che ho conosciuto in passato? Perché tremo all'idea di diventare come il protagonista (interpretato da giovane da Luigi Lo Cascio e da anziano dal sempre bravo Silvio Orlando)? Perché, alla fine del film, mi resta un vago sapore d'amarognolo?

Sulla prima pagina del romanzo ho segnalato questa frase: "[...] si sono nascosti l'uno all'altra, ma non senza lasciarsi la mincaccia di scoprirsi in ogni momento" (p. 132). È una frase terribile, spaventosa, che ora non ricordo perché mi colpisse tanto, ma che riletta a distanza di anni e dopo aver visto la trasposizione di Luchetti nel 2020 (poco prima che scoppiasse la pandemia), ebbene, questa frase, composta da queste parole, assume tratti ancora più minacciosi, mi sembra ancora più apocalittica...

Non penso di optare per Lacci, se alla fine parlerò nel ciclo "Cinema & Romanzo"; il film non mi ha appassionato, non mi ha emozionato, è solo riuscito a farmi venire l'ansia di fronte a un futuro che potrebbe vedermi nei panni di uno che lascia moglie e figli per poi tornare a casa e convivere per 30 anni con una donna che chissà se ama davvero (e come sarebbe stata la sua vita se, invece, fosse rimasto con l'amante? Quanti se e quanti ma ci facciamo quando decidiamo d'intraprendere una strada e di abbandonarne inevitabilmente un'altra).

A letto, lei lo nota che sono in ansia e mi dice di calmarmi e che c'è tempo , c'è ancora tempo, non serve che ora mi metta a cercare su internet o sul dizionaro del cinema (il Mereghetti è sui monti abruzzesi, qui ho solo il Morandini). 

E a volte penso a quanto è bella e affascinante. E a quanto sono fortunato a condividere il mio tempo con lei...

E altre volte penso a quanto è labile il confine tra la felicità e la disperazione, tra la salute e la malattia, tra la vita e la morte...

miércoles, enero 20, 2021

 Un incubo assurdo (tanto per cambiare)





Stanotte ho avuto un incubo assurdo (tanto per cambiare); ho sognato che un caro amico d'infanzia del paesino sui monti abruzzesi in cui sono nato partiva in vacanza in nave diretto in Sardegna. Lo faceva per distrarsi dopo un lutto terribile: la scomparsa di sua moglie, una bella donna che gli aveva dato due bellissime figlie (lo sono davvero, nel piano della realtà, sia la moglie che le figlie). 

Nel sogno io non capivo: gli chiedevo come fosse successo. E allora il mio amico scoppia a piangere, disperato, mi abbraccia e mi spiega, tra le lacrime, che la moglie è morta mentre lo tradiva con un altro, un collega di lavoro, che a forza di giocare con uno dei suoi seni glielo ha strappato con le mani fino a farla dissanguare.

Provo a ragionare: sono ancora all'interno del sogno e provo a capire: seno; mano; sangue; collega; tradimento; amico d'infanzia. Che c'entra? Com'è possibile morire per un seno strappato? Sono angosciato. Disperato. Abbraccio ancora più forte il mio amico che, appena entrano in scena le due figlie, smette e si asciuga il volto con un fazzoletto. Poi parte, alla volta della Sardegna. 

Mi sveglio con la schiena che mi fa male. Sono a pezzi. Sconvolto e distrutto dalla notizia, tanto che vorrei scrivere un messaggio all'amico d'infanzia in questione, ma poi mi fermo. Non avrebbe senso e, probabilmente, non farei altro che spaventarlo (a nessuno piace sentir parlare degli incubi degli altri e se poi questi ruotano attorno alla morte e al tradimento della propria moglie, beh, allora ancora meno...).

Che significa? Perché un incubo del genere?

Intanto, dall'Italia, mi arriva il pacco coi libri che mi sono autoregalato: Chisciotte di Antonio Moresco e Le giovani parole di Mariangela Gualtieri. Prima d'andare all'Università leggo al volo qualche poesia di quest'autrice scoperta grazie a Jovanotti: "Preghiera a sua madre perché muoia" mi sconvolge ancora di più dell'incubo. Vi si leggono versi come questi:

"Muori ma', / muori stanotte dolcemente, / fra un respiro, fra i sogni, / e non restare nella carne / non intrattenerti ora, non distrarti / da questo andare imminente / tu sorridente mia, tu dolce, / tu signora allegra che non scendi più le scale".

Perché quest'incubo? E quant'è brava Mariangela Gualtieri? Quanto smuove la sua poesia?

martes, enero 19, 2021

 Rosemary's Baby (1968) di Roman Polanksi e l'Abruzzo



È ovvio che solo ad una seconda (o ad una terza) visione, lo spettatore (cinefilo) si accorge delle sottigliezze, dei piccoli dettagli, dei messaggi cifrati o nascoti (o nemmeno poi tanto nascosti) del film. È ciò che accade quando si ha a che fare con i "classici" e - diciamolo subito - Rosemary's Baby di Roman Polanski lo è.

Un esempio banale: quando Mia Farrow (o Rosemary) si ritrova dal ginecologo, sfoglia una rivista, un numero del Time e qual è il titolo? Quello che vedete in foto... Siamo già in una fase avanzata del film; la povera donna incinta sospetta già del marito e dei vicini di casa, forse membri di una setta satanica o forse indemionati e stregoni essi stessi ed è ovvio che sul Time non può non parlarsi della "morte di Dio", no?

E poi c'è la battuta dei due coniugi, gli allegri e vispi vecchietti che diventano amici della coppia protagonista del film e che si prendono una piccola vacanza: lasceranno l'America per andare in Europa e...tra tutte le città europee qual è quella che cita proprio il marito? Insieme a Dubrovnik e a Mallorca, appare Pescara...Pescara?! Sì, Pescara, la città abruzzese sulla costa adriatica in cui - da bambino e da adolescente - ero solito andare in vacanza insieme ai miei e agli amici... Ma perché proprio Pescara? Quali connotati demoniaci o esoterici ha intravisto un polacco emigrante negli USA come Polanski quando gira quello che è il suo primo film americano? (dopo averne girati altri in Inghilterra e dopo che ne girerà altri ancora in Francia?).

Ecco, io questo riferimento alla terra abruzzese proprio non me lo so spiegare...



E poi c'è l'autocitazionismo: come non pensare a Il coltello nell'acqua (1962) guardando questo fotogramma? E quando Mia Farrow cammina nei corridoi di una casa che si sta trasformando in carcere, come non ricordare la Catherine Deneuve di quell'altro capovoloro che è Repulsion (1965)? L'acqua come elemento simbolico in cui la protagonista (o i coprotagonisti) corrono il rischio di affogare; le pareti della proria casa come cornici di un delirio o confini labili tra realtà e finzione (e a proposito di case inquietanti, come non riandare con la mente e la memoria a L'inquilino del terzo piano, del 1976, dove sarà lo stesso Roman Polanski a gettarsi dalla finestra perché vittima degli scherzi e delle microviolenze dei vicini?).

E poi c'è il finale: quando Mia Farrow scopre la verità e si avvicina alla culla del bambino (ricoperta da addobbi a lutto) che le è stato sottrato e...scopre l'orrenda verità (che non vediamo - un'ellisse perfetta, sconcertante e che trasmette ancora più angoscia allo spettatore in ansia di vederlo, codesto neonato figlio di Satana...)


Film sconsigliatissimo alle donne incinte o a chi soffre di cuore, alla terza visione dimostra di essere ancora un'opera che sconvolge e perturba lo spettatore, che lo spinge a riflettere e ad avere una paura tremenda del Demonio. Film che dimostra ancora una volta come Polanski sia tra i pochi registi al mondo a saper giocare tra "horror" e "grottesco" senza mai scadere nel kitch

Film che vidi per la prima volta a Roma e di cui non capii nulla perché per la quasi interezza dello stesso m'intrattenni in sollazzi di tutt'altra natura con Alyssa, quando s'era giovani e si sudava allegramente insieme...

domingo, enero 17, 2021

Gli esami col virus


È la prima volta, in vita mia, che mi capita di fare gli esami nel bel mezzo d'una pandemia mondiale. Il virus lo si nota da subito, sin dall'appello: studenti in fila indiana, distanziati di un metro l'uno dall'altro, stranamente seri, dietro le mascherine che cancellano i nostri sorrisi o le nostre espressioni a metà tra la preoccupazione e la disperazione.

Un'alunna mi avvisa: appena finisco, devo consegnare e andare subito via perché sono in trattamento. Chemioterapia. Le faccio l'in bocca al lupo (sia per l'esame sia per la sua condizione di salute). Sorride. O meglio: intuisco che mi sorride, in quei pochi secondi che ci separano tra la consegna del testo e l'elaborazione dell'esame scritto.

Un'altra studentessa mi chiede se, una volta abbondonata l'aula, dovrà disinfettare la sua sedia e la postazione in cui si è accomodata. C'è un flacone e un rotolone di carta assorbente: non so cosa dirle né ricordo se quel tipo di operazioni le svolge la donna delle pulizie. Nel dubbio, le dico di sì, certo, ogni alunno, una volta consegnato l'esame, dovrà ripulire con il liquido disinfettante la porzione di banco occupata per fare l'esame.

Due colleghi sottolineano il successo dell'operazione: esami in presenza, per ora è andata bene. Qualcuno fa notare che lunedì dovrà fare comunque un paio di esami orali e "online" a due studenti col virus. Anch'io ne ho una, aggiungo. Domani l'esaminerò tramite videoconferenza. Ma in che mondo viviamo? Come siamo finiti qui? Perché ci siamo ridotti così?

Le più giovani indossano jeans stretti e scarpe da ginnastica, come se fare l'esame fosse un mero tramite, un'operazione di routine, come fare la spesa o pagare una bolletta alle Poste. Una più matura, madre di famiglia, non ho dubbi, mi sorride con gli occhi luminosi e mi ringrazia. Di cosa? Non lo so. Il collega dell'aula di fronte alla mia mi fa notare che donna elegante che è, che portamento, che signorilità. 

Poi andiamo tutti via. C'è un vigilantes che ci controlla la temperatura anche all'uscita. Ma perché? C'è una mamma che fa cenno alla figlia: è venuta a prenderla in auto, non si fida dei mezzi di trasporto pubblici. Un tram languisce all'ultima fermata, che è proprio quella che si trova di fronte all'Università. Il conducente mi guarda e, forse, mi sorride anche lui. Due piccioni si disputano poche molliche di una pizza rancida nei pressi del bidone della spazzatura. Uno stormo d'uccelli attraversa il cielo limpido invernale a velocità ridotta, come se viaggiassero al rallentatore. È venerdì mattina, il calendario indica il 15 di gennaio 2021 e noi siamo ancora alle prese con un virus che non si sa quand'è che riusciremo davvero a debellare. Né se - nel corso di questo nuovo anno - ci darà un minimo di tregua. Intanto, i morti aumentano, i contagiati pure. Speriamo aumenti anche il numero dei vaccinati e che il rimedio sia davvero il vaccino.

martes, enero 05, 2021

 Basilisco, di Jon Bilbao




Uno ci prova a farsi scivolare addosso il mal di testa e l'angoscia esistenziale che associa alle feste comandate; prova anche a non pensare al virus che ci impedisce di viaggiare e di tornare in Italia a rivedere (e, soprattutto, a riabbracciare) i parenti e gli amici; uno ci prova a essere positivo e ottimista, ma poi quando ci s'imbatte in Jon Bilbao, ecco che tutti gli sforzi sono vani, il mondo è davvero un labirinto da cui è impossibile fuggire, un carcere che prevede sempre la massima pena, un enigma irrisolvibile in cui la parola "fine" è solo l'inizio di qualcosa di peggio o di più doloroso...

E di che parla Basilisco (Madrid, Impedimenta, 2020), l'ultimo libro di Jon Bilbao (un autore  spagnolo relativamente giovane che ho scoperto relativamente da poco - ancora ricordo con i brividi sulla schiena la sua raccolta di novelle El silencio y los crujidos, del 2018)? È difficile rispondere a una domanda del genere quando si ha a che vedere con Jon Bilbao: si tratta di uno scrittore che si sente a suo agio sia sulle distanze corte (racconti e novelle) sia su quelle lunghe (romanzi e/o racconti lunghi: qual è la differenza tra una novella e un racconto lungo? Ai posteri l'ardua sentenza). Dunque, uno scrittore che quando scrive lo fa a prescindere dai generi letterari così come si è soliti concepirli; uno scrittore puro e di razza che quando scrive rischia tutto e si butta a capofitto in quello che sente l'urgenza di narrare (sì, perché si avverte questa urgenza quando uno legge Jon Bilbao).

Basilisco inizia come un romanzo ambientato nella nostra contemporaneità (la storia è quella di un ingegnere che vorrebbe fare lo scrittore e che è in aperta crisi matrimoniale con sua moglie e soffre a causa dello stress di crescere due figli ancora molto piccoli) e prosegue come un romanzo western o ambientato ai tempi della conquista dell'oro e della terra da parte dei cowboy americani così come li abbiamo conosciuti (e sappiamo riconoscerli) attraverso il cinema e il Mito americano della Frontiera.

Come si fa a riesumare il western in pieno XXI secolo? Ecco, uno dei meriti di questo romanzo è proprio questo: Jon Bilbao ci riesce, senza scadere mai nella parodia, né, tantomeno, nell'omaggio nostalgico o postmoderno. Qui uno legge e respira davvero la polvere e la fame di uomini che non sanno letteralmente dove li porterà la loro ansia di conquista, la loro brama di potere (ripeto: e dell'oro e della terra: le due cose vanno di pari passo).

Al centro della trama: una grotta, una sorta di enorme e apparentemente infinito buco nero scavato nella terra e che sembra condurre proprio al centro del pianeta. Un luogo sinistro e angosciante in cui è facile perdere i sensi e perdere il senno. Un luogo di cui, soltanto verso la fine del romanzo, il lettore attento potrà apprezzare tutto il valore simbolico e i significati nascosti. 

E non manca la poesia, in un testo pieno di violenza (qualcuno potrebbe pensare a Quentin Tarantino, che pure è tornato a rivitalizzare quel genere al cinema; ma no, qui si tratta di una violenza più sottile, meno esplicita e non per questo meno dura e scioccante). Non mancano, dicevo, brani in cui si apprezza lo sforzo dello scrittore di trascendere la consequenzialità degli eventi narrati per fermarsi a riflettere sulla bellezza di certi paesaggi e di certe frasi, di certi dialoghi e di certi panorami, il tutto attraverso un linguaggio altamente lirico e pregnante.

Basilisco è la prima lettura del 2021 e, almeno da un punto di vista strettamente letterario, partiamo col piede giusto. Non c'è dubbio. Chissà se e quando verrà tradotto in italiano. Una cosa è certa: Jon Bilbao farà parlare di sè. E non solo in patria. 

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...