jueves, julio 30, 2026

 Limbo temporale

A me piacciono i momenti di mezzo, quei periodi dell'anno in cui non si è ancora in vacanza, ma se ne respira già l'aria; quelli in cui si continua a lavorare, ma con la mente già predisposta a spegnere il computer e a non riaccenderlo fino a settembre. Mi piace il "limbo temporale" che si è venuto a creare in quest'ultima settimana del mese di luglio, quando molti colleghi vengono all'Università già abbronzati perché si spostano dalla loro seconda casa sul mare e, mentre la mattina sgobbano, il pomeriggio lo passano in famiglia in riva al mare. Mi piace la città che si svuota o inizia a svuotarsi, i primi cartelli di "chiuso per ferie", i primi parcheggi semivuoti o le strade del centro percorse solo da turisti che vengono da fuori (e che mal sopportano i 40 gradi di queste latitudini ispaniche del Sud del Sud del mondo). Mi piace questa sorta di "limbo" perché il cervello - ormai stanchissimo e fuso - può pensare l'impensato, dare vita a idee nuove che nascono proprio dallo stress della fine dell'anno accademico e dalla gioia delle vacanze imminenti (finalmente potrò leggere questo libro, questo fumetto, questo saggio, finalmente potrò andare al cinema a vedere questo film, finalmente potrò finire di scrivere questo libro o quest'articolo che sono mesi che giace sulla scrivania tra mille appunti...).

Insomma, mi piace lo stare nel mezzo: tra il dovere e il piacere; tra il rispetto degli orari lavorativi "standard" e il pregustare l'anarchia di quelli legati all'ozio (vedere tutto Dario Argento in maratone cinefile che durano fino all'alba, tanto per fare un esempio), stare tra la Spagna e l'Italia, la valigia ancora non pronta, i vestiti eleganti relegati al passato per lasciare spazio ai costumi da bagno e le magliette e i calzoncini corti del futuro...

"Limbi temporali": potrebbe essere il titolo di un saggio di Carlo Rovelli. O del prossimo film di Chistopher Nolan.

domingo, julio 19, 2026

 Luis Goytisolo



Questa settimana che finisce oggi, 19 luglio, giorno della finalissima tra Spagna e Argentina, è iniziata nel peggiore dei modi possibili. Lunedì 13 luglio ricevo una chiamata da un numero sconosciuto, ma, non so bene perché, decido di rispondere. Dalla voce capisco subito di chi si tratta: è la moglie di Luis Goytisolo, uno degli scrittori più originali della letteratura spagnola del XX secolo, uno scrittore che ho avuto il privilegio di conoscere nel 2006 e con cui, negli ultimi 3 o 4 anni, ho stabilito una sorta di amicizia a distanza che si concretizzava nelle lunghe telefonate che ci facevamo quando era lui a chiamarmi, i venerdì pomeriggio, attorno alle 19 o alle 19:30 del pomeriggio.

Parlavamo di un po' di tutto in queste telefonate, a volte per ore, senza censure né freni inibitori. Una volta mi raccontò di una visita all'obitorio, un prof di criminologia voleva che i suoi studenti assistessero ad una autopsia, una compagna di studi svenne, Luis l'aiutò a rialzarsi, il cadavere ormai azzurro era quello di una donna incinta (o morta durnate il parto).

A volte mi sono chiesto perché Luis si confidava con me, mi raccontava questi episodi abbastanza particolari, a volte si finiva a parlare anche dei suoi fratelli, della guerra civile spagnola, della fame che patirono un po' tutti (ma loro di meno, perché avevano le galline e i conigli e terre ben provviste di frutta e  verdura).

A volte avevo la sensazione di essere una sorta di cassa di risonanza dei suoi ricordi e anche dei suoi successi, lui che non ha mai trovato il plauso o l'appoggio del grande pubblico, solo della critica (e non sempre in Spagna, spesso fuori dal suo stesso paese, soprattutto in Francia e, ultimamente, negli Stati Uniti, dopo che Brendan Riley ha avuto l'enorme coraggio e il grande merito di tradurre il suo capolavoro, che è, resta e sarà sempre Antagonía, tradotto con il titolo in inglese Antagony, una tetralogia che anticipa le tendenze metaletterarie di certo postmodernismo e le supera nel corso degli anni in cui vide la luce: Recuento, del 1973; Los verdes de mayo hasta el mar, del 1976, quando Franco è ormai morto e la censura permette di ristampare anche Recuentom uscito in Messico la prima volta proprio per i problemi con i censori franchisti; La cólera de Aquiles, del 1979; e, infine, Teoría del conocimiento, del 1981...che impresa, per il traduttore americano, rendere in inglese le 1200 pagine di questo monumento letterario, un romanzo sul romanzo, un romanzo sull'atto della lettura e quello della scrittura che permette di costruire mondi fittizi e ponti costanti tra letteratura e filosofia...che fatica, che impresa, che azzardo!).

La moglie ha voluto ribadire che Luis mi ammirava, come studioso, e che mi rispettava, come persona. Solo dopo, una volta riattaccato, ho iniziato ad assimilare la notizia e ho pianto e sono andato fuori, in bicicletta, per prendere un po' d'aria e contemplare il tramonto.

Un'amica mi scrive da Pisa: "Non essere triste, custodisci e diffondi, è tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare". Le dico che sì, che questo è uno dei nostri doveri in quanto filologi: custodire e diffondere le opere letterarie che hanno qualcosa da dirci su noi stessi, sull'umanità che ci rende tali. Poi la mia amica aggiunge: "La vita è destinata alla fine, ma dobbiamo lasciare qualcosa che continui".

E l'opera di Luis Goytisolo continua...è vero che abbiamo perso l'autore, ma non abbiamo perso i suoi testi, i suoi saggi, i suoi romanzi sempre complessi e affascinanti. Sarà strano, da ora in poi, non poter più leggere il suo nome sullo schermo del telefonino, quando mi chiamava e ci si faceva anche un po' di risate, quando lui criticava alcuni colleghi e io cercavo di sapere come fuziona da dentro la RAE (Real Academia de la Lengua Española) di cui era membro da anni...

Ho scritto di Luis anche in questo diario di bordo. Non avrei mai pensato di tornare a scriverne proprio ora che non c'è più.

sábado, julio 11, 2026

Piccolo Museo del Diario

Il caldo afoso uccide ogni voglia di fare; perfino leggere un buon libro diventa un'impresa, con il ventilatore sparato in faccia e sul corpo disteso sul divano... In lontananza, si sente il grido dei gabbiani e qualche passerotto o rondine che disegna percorsi impensabili in cielo (dove vanno gli uccelli quando fa così caldo? Dove trovano riposo e ombra? Le domande dei bambini).


Acquisto i biglietti per il Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo) per il 9 agosto alle ore 16:30 (l'ultimo ingresso). La mia compagna di viaggi sta scrivendo un libro sui diari e questo "piccolo museo" fa al caso suo, non ci sono dubbi. Mi domando chi mai abbia avuto l'idea di fondarlo, un museo con queste caratteristiche, e se oggi, nel XXI secolo, ci sono ancora persone che scrivano un diario (voglio dire: uno vero, su carta, con la penna, non come questo che sto scrivendo io, con le dita delle mani che ballano sulla tastiera di un computer davanti allo schermo). Chi potrebbe? Chi avrebbe il tempo? Per parlare di cosa, poi? A chi interessano i fatti (minuscoli) della nostra vita quotidiana? (queste domande vanno bene se le applichiamo anche a questo "Diario di bordo" di uno che non osa fare il suo nome e preferisce stare nell'anonimato o usare il nickname per chissà quale strana forma di pudore...). Che cosa spinge qualcuno a dettagliare i fatti della sua vita quotidiana? Che cosa spinse gli autori dei vari diari raccolti e custoditi nel Piccolo Museo del Diario?



Questa capatina in provincia d'Arezzo avverrà dopo aver attraversato mezza Italia: da Genova al Lago di Como, poi chissà, verso le Dolomiti, poi giù, scenderemo verso la Toscana e poi Roma e poi il paesino del Centro d'Italia da cui provengo, in cui sono nato, e in cui è sempre un lusso, un piacere vero, una goduria, tornare...


C'è anche modo di visitare il Museo in modo virtuale; guardo qualche foto, copertine di diari appese al muro, luce soffusa, lampadine che illuminano misteriosamente le parole di chissà chi, di persone comuni, di gente ormai morta, di scrittori in erba o che non hanno mai pubblicato nulla, ma che hanno scritto - negli anni - il proprio "diario di bordo"...

viernes, julio 10, 2026

 Premio Strega e assilli quotidiani


Dunque, ha vinto Michele Mari, scrittore di cui non avevo letto nulla fino a quando la mia cara C. non mi segnalò e consigliò a suo tempo Locus Desperatus (Torino, Einaudi, 2024). Lo lessi d'un fiato, senza capirci quasi nulla. Mi piacciono i libri che sembrano scritti in una lingua che non conosco o non controllo appieno (o "a pieno"?). Ricordo che parlava di un tema a me molto caro, dal punto di vista della teoria letteraria, e cioè degli "oggetti" o delle "cose", di quegli oggetti e quelle cose che facciamo entrare in casa e che custodiamo come fossero amuleti o pezzi della nostra identità (nel mio caso, più che di "oggetti", parlerei di "libri": come farei senza i miei libri? Dove starei ora senza di loro? Come potrei andare avanti senza la mia biblioteca?).

Ricordo anche una battuta sciocca che sottolineai a matita all'interno del libro: "non tutti i lutti vengono per nuocere" e poi una riflessione sul famoso quadro di van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini, un quadro misteriosissimo del 1434 (nientedimeno) in cui uno specchio riflette sul fondo la scena che non vediamo in primo piano, con un gioco di "dentro" e "fuori" dell'immagine che poi riprenderanno in tanti, Velázquez incluso, con le sue Meninas... Mari o il narratore di Locus Desperatus metteva in risalto (a p. 126) come quel quadro finisse col diventare "oggetto apotropaico per eccellenza: supponendosi che un demone, o una strega, o comunque uno spirito maligno, entrando in una casa e vedendosi racchiuso e deformato da quella specchiante convessità, se ne fuggisse immantinente, sdegnato del ludibrio cui la sua immagine vi era stata sottoposta e insieme paventando di rimanerne prigioniero" (cit.).




Ecco: come non evocare Carlo Emilio Gadda, come non pensare a Tiziano Sclavi (sì,  l'inventore di Dylan Dog), come non evocare Alberto Arbasino dinanzi a cotali descrizioni? (ah, che bella la "specchiante convessità" degli specchi e dei quadri!). Ora che ci penso: Specchiante convessità potrebbe essere un titolo perfetto per un racconto o un romanzo...o un saggio sulla mise en abyme (tra arte e letteratura).

Ma torniamo a bomba: Mari ha vinto l'80esimo Premio Strega, con I convitati di pietra, che non ho letto e che non credo che leggerò nel prossimo futuro. Non perché non ne abbia un minimo di curiosità, ma perché non mi piace leggere i libri premiati che poi diventano "moda" (così come non mi interessa la polemica sulle esternazioni di Mari contro Murgia, di cui non so quasi nulla, perché non mi sono informato e non ne ho proprio voglia - quando si vive all'estero, uno sente il privilegio di potersi risparmiare certe polemiche tipiche italiane, sente il sollievo di non dover partecipare nella diatriba giornaliera, e che sollievo e che libertà).

Nel mentre, mi accorgo solo stamane che devo finire un articolo da mandare a Torino, un capitolo di libro da mandare in Messico e una recensione da mandare ad Alicante. Dovremmo tutti pensare alle vacanze, al relax, al mare e al sole cocente sulla spiaggia e, invece, mi rintano con l'agenda appuntando gli appuntamenti improrogabili, lottando contro il tempo (così come il protagonista di Locus Desperatus lotta contra la Morte e l'Oblio che vogliono mangiargli gli oggetti e i ricordi più cari) e cercando di non cadere preda dell'ansia. 

Nel mentre, scopro la scrittura di Jorge Semprún, uno scrittore che è finito nei campi di concentramento di Buchenwald, che poi ne è miracolsamente uscito, che poi ha lottato al fianco del Partido Comunista Español (PCE) per cercare di contrastare il Franchismo, che poi è arrivato perfino a fare il Ministro per il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e che, infine, ha dato vita a un'opera piena di memoria storica e collettiva, piena di riflessioni su chi siamo e da dove veniamo (compreso un saggio sull'idea di Europa, un libro del 2006 che non vedo l'ora di leggere proprio per vedere come è cambiata quest'idea di Europa, oggi che siamo tutti nel bel mezzo del caos e della messa in crisi del concetto stesso di Europa...).

Dovrei scrivere anche su Semprún: me l'ha chiesto una collega tedesca che dovrei vedere sul Lago di Como ad ottobre, un congresso internazionale accanto alla villa di George Clooney, che cose strane succedono grazie ai contatti che uno stabilisce con i colleghi dell'Università... E poi...lavoro, riunioni, zoom, aggiornamenti, formazione, corsi di...

No, mi dico, basta, siamo al 10 luglio, stasera gioca la Spagna contro il Belgio, non debbo farmi prendere dall'ansia, dallo stress, dalla montagna di cose da fare (scrivere) e da portare a termine, siamo in procinto di andare in vacanza, a che pro tanta fatica? E allora sì, lo faccio, smetto di pensare al lavoro ed apro al volo, a caso, Pensar en Europa di Jorge Semprún (Barcelona, Tusquets, 2006, p. 184), e lo leggo per puro piacere, non per fini accademici, non perché debba scriverne con linguaggio neutro o professorale, e m'imbatto in questa riflessione che sembra inquadrare ciò di cui parliamo oggi, nel pieno del XXI secolo, circondati dalle guerre:

"Il concetto di totalitarismo permette, quindi, in un solo movimento teorico-pratico, di esplorare l'identità storica del nazismo e del comunismo e di delimitare l'alterità radicale di entrambi i movimenti in rapporto alla democrazia parlamentaria. 
Ciò vuol dire che non solo è utilizzabile per poter approfondire la conoscenza del passato, ma anche per prevedere il futuro; per indagare, almeno, le condizioni e le configurazioni concrete di un futuro probabile".

A volte si scoprono le cose per effetto del caso. Viva il caso. 

lunes, julio 06, 2026

 e. e. cummings

Ci sono dei giorni nella vita in cui c'è (sempre) bisogno di e. e. cummings, questo signore qui (un tipo pazzesco e un po' "palazzesco" - nel senso di simile ad Aldo Palazzeschi - a cui piace giocare con la punteggiatura e che amava scrivere il nome e cognome tutto in minuscolo):




e. e. cummings visse tra il 1894 e il 1962: si fece le due guerre mondiali, finì in carcere quando si mise alla guida di un'ambulanza e i francesi lo accusarono di spionaggio (da quelll'esperienza traumatica trarrà ispirazione per il suo The Enormous Room, del 1922, l'anno cui uscì anche Ulysses di Joyce - ne posseggo l'edizione in traduzione italiana a cura di Patrizia Collesi per Baldini &  Castoldi, comprato nel 2023 e colpevolmente non ancora letto), scrisse una marea di poesie e ne pubblicò molte in diverse raccolte. Mi piace e. e. cummings perché sembra un poeta facile, un poeta bambino che gioca con il linguaggio e le strofe, con gli spazi bianchi tra i versi, con le parentesi e l'assenza pressocchè completa di punti, virgole e punti e virgole. E scrive poesie d'una tenerezza struggente come questa, che trascrivo in italiano da Poesie (Torino, Einaudi, 1998, la traduzione è di Mary de Rachewiltz):

92

ti amo tanto (mio bel tesoro)

più di chiunque sulla terra e
mi piaci più d'ogni cosa nel cielo

- sole e canti ti fanno festa se vieni

anche se l'inverno è ovunque
con tanto silenzio e tanto buio
niuno riesce a indovinare

(solo la mia vita) la vera stagione - 

e se ciò che si chiama mondo avesse
la fortuna di udire quei canti (o di scorgere
quel sole che s'alza altissimo nel cuore
di qualcuno più che lieto ogni volta

che sei più vicino) tutti certo crederebbero
(tesoro mio bello) soltanto nell'amore

Che, nella sua versione originale, suona così:

i love you much (most beautiful darling)

more than anyone on the earth and i
like you better than everything in the sky

- sunlight and singing welcome your coming

although winter may be everywhere
with such a silence and such a darkness
noone can quite begin to guess

(except my life) the true time of year - 

and if what calls itself a world should have
the luck to hear such singing (or glimpse such
sunlight as will leap higther than high
through gayer than gayest someone's heart at you each

nearerness) everyone certainly would (my
most beautiful darling) believe in nothing but love



viernes, julio 03, 2026

 Suicidio


La chiamata arriva mentre siamo in spiaggia con amici e familiari venuti dall'Italia: "Scusami il disturbo, so che è sabato pomeriggio, ma devo chiederti una cosa. Conosci per caso M. C.? Gli hai fatto lezione?". Il nome non mi dice nulla. Il gruppo è quello a cui ho fatto lezione di Lingua Spagnola. "Si è suicidato". Resto a bocca aperta e poi mi vien fuori uno spontaneo: "Cazzo", in spagnolo. La collega mi spiega che è successo la mattina stessa e che la Decana le ha chiesto di avvertire tutti i professori che l'hanno avuto in classe come alunno. Un alunno normale, voti normale, non bravissimo, molte sufficienze, qualche discreto. Si è lanciato dal terrazzo della casa di amici, stavano guardando una partita dei Mondiali, forse una crisi improvvisa, chi può dirlo? 

Non sapremo mai i motivi che spingono un giovane a togliersi la vita. Aveva 20 anni. Come dire: aveva tutta la vita davanti. E, invece, ha detto basta. E si è lanciato nel vuoto. Impossibile scoprire o ricostruire il movente. Mi viene in mente un libro che, anni fa, regalai a una persona molto importante per me, una con cui avevo condiviso passioni e letture. S'intitolava Notas de suicidio (di Marc Caellas, Segovia, La Uña Rota Ediciones, 2022) e raccoglieva gli ultimi messaggi di suicidi famosi, da Walter Benjamin a Cesare Pavese, da Virginia Woolf a Ernst Hemingway... Era un libro strano, che lessi con una certa morbosità e anche senso di colpa: chi mi dava il diritto di spiare gli ultimi pensieri scritti da queste persone? Si tratta di scrittori, filosofi, ma anche cantanti, attori, gente che ha avuto il successo, denaro, riconoscimento pubblico, eppure...ha deciso di dire basta e di annientarsi.

Non so e non oso immaginare cosa staranno vivendo ora i sopravvissuti, ovvero, il padre e la madre del ventennte. Non si può immaginare un dolore del genere. 

Guardo il mare, la spiaggia piena di bagnanti allegri, di vecchie che ridono con le amiche, di vecchi che mangiano pollo e patatine o panini imbottiti e si concedono una birra in lattina. Loro non sanno nulla di M.C., la vita va avanti ed è giusto che vada avanti, anche perché altrimenti ci fermeremmo tutti e chissà cosa ne sarebbe dell'Universo, se tutti i viventi decidessero di farla finita o decidessero di fermarsi per sempre...

domingo, junio 28, 2026

Diario di Colonia (e Wuppertal e Dusserdolf)

20 giugno 2026

Si riparte: solo zainetti, niente valigie (le compagnie aeree fanno pagare cari i chili in più; d'altronde, fino a quando avremo cherosene per volare? Quando finirà la guerra? Quando le guerre sparse sul Pianeta?). Destinazione: Colonia, poi Wuppertal, poi Dusserdolf. Il congresso verte (tanto per cambiare) sulla guerra, sui traumi della guerra civile spagnola negli esiliati, sulla scrittura femminile autobiografica delle esuli spagnole. 

Si parte da Alicante e subito ho i brividi, nonostante i 30 gradi all'ombra: mi accorgo solo ora di aver dimenticato a casa il caricabatterie scassato del mio scassatissimo cellulare (quasi 6 anni di vita, un record). Provo a comprarne uno nuovo, ma so già che nessun cavetto di nessun caricabatterie originale andrà bene per il catorcio. Sorge subito la questione centrale: quanta parte della nostra vita dipende direttamente dal litio? Quanta porzione della nostra memoria (i contatti telefonici; tutti i numeri della carta di credito; l'indirizzo degli hotel e dei B&B in cui andremo a stare; quello dell'Università, insomma, quanto tutto ciò e la nostra libertà di movimento dipende dal fatto di possedere un cellulare che funzioni e che si ricarichi senza intoppi? Il litio. I microchip. Le terre rare. Le connessioni supersoniche a noi invisibili ad occhio nudo...

La mia compagna di sventure e di viaggi mi guarda storto. Poi ha pietà di me: va bene, mi presterà il suo cellulare per fare le foto e per le chiamate più urgenti (avvisare mamma quando atterriamo a Colonia, almeno quello). In più, viaggiamo con una tablet che sarà fondamentale quando si tratterà di rispondere alle email più urgenti dei colleghi o a quelle più antipatiche degli alunni più petulanti.

Risulta davvero strano ed inverosimile quanto uno possa arrivare a sentirsi orfano o monco se si appresta a viaggiare senza telefonino. E come facevano prima? E come facevano gli antichi? Cristoforo Colombo è arrivato a scoprire il Nuovo Mondo senza GPS e solo con cartine sbagliate e una bussola che indicava il Nord.

Nuovi brividi e sensazione angosciante d'incertezza: il volo non è per nulla tranquillo, l'aeronave inizia a tremare e sobbalzare nel momento in cui si infiliamo dentro una nuvola nera che sembra non finire mai. La prole ride e scherza: è come sulle montagne russe!!! Noi ci si guarda negli occhi con espressione preoccupata. Uno steward passa lungo il corridoio con delle bustine di carta per il vomito.

Solo quando tocchiamo terra, torno a respirare con calma. E ci accorgiamo subito come non sia affatto facile prendere un treno in Germania o fare il biglietto giusto per viaggiarci. Alla fine, stremati dal caldo (anche qui 33 gradi!), optiamo per un taxi. La signora (bionda e simpatica) ci accoglie nella sua Mercedes anni 90 e ci fissa il prezzo a 50 euro. Iniziamo a chiacchierare un po' in inglese: in Germania non sono affatto preparati per questo caldo torrido. La mia compagna di viaggi dice che è terribile anche a Parigi, ha appena parlato con una collega della capitale francese, stesso problema di temperature folli, per fine giugno. L'aria condizionata non ce la fa a creare un minimo di freddo e così la prole ci chiede di poter spalancare tutti i finistreni. Ci impieghiamo scarsi 20 minuti per arrivare in centro, intravediamo l'enorme cattedrale di Colonia, scendiamo con gli zaini in spalla e, dopo diversi tentativi, riusciamo ad azzeccare la combinazione numerica per poter sbloccare la porta ed entrare in un appartamento un po' vintage a due passi dalla cattedrale e con il bagno e la doccia all'esterno, sul pianerottolo, ad uso esclusivo nostro. Per cena ci arrangiamo con dei panini (con speck e formaggi tedeschi), poi passeggiata lungo l'imponente fiume Rin (quello cantato da Wagner), poi sotto e all'interno della cattedrale più alta di tutta la Germania (113 metri, come ci spiegherà il giorno dopo la guida messicana contrattata all'uopo).

La doccia e il wc non hanno un bell'aspetto: chissà quanti turisti son passati da qui. Obbligo la prole ad indossare le mie infradito per farsi la doccia. Si dorme con la finestra aperta: entra il rumore del traffico, ma almeno si respira un po'.


21 giugno 2026

Comprati i biglietti del treno Colonia-Wuppertal, lasciamo i bagagli in stazione. Alle 10:30 inzia il cosiddetto free-tour con la guida messicana che ci racconta fatti importanti e piccole curiosità legate alla città. Nel 1945 Colonia fu rasa al suolo dagli Alleati che risparmiarono solo la cattedrale. Motivi religiosi? Non solo, la cattedrale - così alta- serviva anche come punto di riferimento per i piloti che dovevano sganciare le bombe e ridurre la città in poltiglia. Dopo il disastro e le migliaia di morti (disastro e morti narrati anche da W. G. Sebald nei suoi romanzi), furono le donne a rimettere in piedi Colonia, ripulendo le strade dalle macerie e selezionando le pietre ancora utilizzabili da quelle da buttare nella polvere.

Ci fermiamo in una delle birrerie più famose e antiche di Colonia: qui si beve solo birra Kolch, una bionda leggera servita in bicchierini da 20 cl. La mia compagna di viaggio evita tutto ciò che sia carne o wrustel e chiede una buona insalatona con una salsa strana; io una zuppa di patate, con carote e zucchine, davvero ottima. 


Alle 15:30 comincia il circo o il videogioco: "prendi il treno a volo, se ci riesci". Moltissimi vengono cancellati senza preavviso; altri portano un'ora di ritardo; saliamo su una sorta di Frecciarossa che dovrebbe impiegarci 25 minuti per andare da Colonia a Wuppertal e, invece, il controllore ci dice che dobbiamo scendere tutti,c che il treno si ferma e non riparterà più. Miracolosamente riusciamo a prendere una specie di treno regionale: dopo un'ora e mezza e mille fermate in mezzo al nulla, raggiungiamo Dusserdolf alle 18 e da lì ci gettiamo al volo sul binario dell'altro treno che va a Wuppertal. Alle 19 siamo in hotel, quello che ci ha prenotato la collega tedesca. La prole gioisce perché capisce subito che si tratta di un hotel 5 stelle, niente a che vedere con l'appartamentino di Colonia, sanno che dormireno in un luogo molto più comodo, pulito e bello dell'altro.

Doccia rinfrescante e poi cena con colleghe di Madrid, Barcellona, Valencia e altre tedesche che vengono da altre zone della Germania. Alcune sono ancora a Dusserdolf, in attesa di un treno che parta e che non venga cancellato.

Stanotte si dorme presto. Domani sarà una giornata lunga. I congressi stressano, lo sappiamo bene da anni, ormai...


22 giugno 2026

Il congresso si svolge in modo impeccabile: ogni "esperto" ha davanti a sé una bottiglietta d'acqua congelata, una manciata di mandorle e un po' di uva. Ci sono anche colleghi che parlano in videoconferenza e dottorandi interessati all'evento. Modero una tavola rotonda interessante e piena di stimoli. Faccio la gratissima conoscenza di Lena, una neo-dottorata di Munich che fa un intervento bellissimo sulle intellettuali e scrittrici tedesche che appoggiano e aiutano gli esuli spagnoli e i soldati delle "Brigadas Internacionales". La storia si unisce alla letteratura; la filologia alla ricerca negli archivi non più segreti di Berlino. Le suggerisco di leggere il recentemente scomparso Carlo Ginzburg. Conosce il nome, ma non lo ha mai letto. Finiamo a parlare di microstoria anche a cena, presso un ristorante libanese la cui proprietaria ci alletta con piatti tipici del suo paese che sono uno spettacolo. Sua figlia festeggia il compleanno: ne fa 27 e ci offre pezzi delle 3 o 4 torte che adornano il suo tavolino insieme alle amiche (tutte bellissime). Erano anni che non assaggiavo il libanese: agnello cotto a puntino, yogurt acidulo che non stona, insieme a riso basmati e salse (alcune piccantissime). Beviamo e ridiamo e parliamo di lavoro, non c'è verso di staccare, nemmeno a cena, nemmeno in un posto come questo. 

Esorto Lena a non mollare, a continuare a cercare borse di studio per le sue ricerche. Non ci scambiamo né il telefono né l'email. Mi dice che di Sebald ha letto sia Austerlitz che Gli anelli di Saturno e che le sono piaciuti entrambi. Poi aggiunge: "È strano, Sebald sembra che lo leggessero più all'estero che in Germania". Le dico che anche Javier Marías subì un simile destino. Era molto più letto in Germania, o in Francia, o in Italia, che in Spagna. Le racconto che Sebald e Marías erano pen-friends. Non lo sapeva e sorride. Poi ci si separa per andare a dormire in hotel.


23 giugno 2026

È davvero un'impresa raggiungere Dusserdolf da Wuppertal. Alle 9 (dopo aver fatto una bella colazione a buffet) i treni sono già tutti cancellati. Bisogna prendere un bus sostitutivo. All'ufficio informazioni la gentilezza è un optional. Un italiano mi sente sbraitare e mi si avvicina per aiutarci e orientarci. Dopo un chilometro, siamo alla fermata giusta. Il buso arriva dopo una buona mezz'ora d'attesa e viene preso d'assalto. Soprattutto immigrati: africani, greci, turchi, arabi. Noi bianchi siamo minoranza assoluta. I tedeschi hanno un aspetto un po' preoccupante. Ironia del destino: Hitler sognava la purezza ariana, ma il XXI secolo lo smentisce, prevale (e meno male) il meticciato. Resto in piedi l'ora e mezza che dura il viaggio, mentre la prole giace per terra tra gli zaini ricolmi di libri e vestiti. Il bus fa fermate anche in mezzo al bosco, presso paesini di campagna che sembrano il set ideale per film dell'orrore anni 70 e 80. Tipico paesaggio teutonico fatto di natura selvaggia e nebbia. Arriviamo alla stazione di Dusserdolf e un messaggio in tedesco tradotto anche in inglese avvisa i passanti: idratatevi, bevate molta acqua e state attenti all'ondata di calore. Lungo il vialone che unisce la stazione al centro storico appare una quantità esagerata di ristoranti cinesi e giapponesi. Poi i palazzi delle aziede che muovono l'economia della città (e, forse, dell'intera Germania). Poi i musei e i palazzi antichi del centro storico. Poi bisogna prendere il taxi che ci porta in aeroporto. Il taxista è del Kurdistan e ci racconta che non ama molto questo paese: "I tedeschi sono pazzi. E poi qui è tutto molto caro. Meglio la Polonia". Mi domando perché non sia in Polonia, se la pensa davvero così...

Alle 14 in punto siamo in procinto di salire sull'aereo della EuroWings. Anche questo tremerà e ballerà nell'attraversare un po' di nuvole e nell'atterrare nel Sud del Sud della Spagna. Mal di testa e caldo ancora più afoso. Di Wuppertal ricorderò soprattutto i suoi boschi verdi e immensi e la gentilezza dei colleghi dell'Università omonima. 

 

sábado, junio 20, 2026

 La morte e la piscina

C'è una piscina nel percorso che faccio quasi tutti i giorni da casa all'Università in bici. Una piscina in un paesino in mezzo al nulla e accanto a un vecchio mulino ad acqua che ancora funziona e fa ancora il suo effetto in mezzo alla Natura selvaggia del luogo.

Ogni anno la piscina viene rimessa a nuovo, pulita e predisposta per l'alta stagione, quando - si suppone - i vicini la sfrutteranno per farsi il bagno e cercare di contrastare il caldo afoso di queste latitudini. Anche quest'anno ho visto uomini all'opera, chi intento a ripulirla dai rami secchi e le foglie finite sul fondo, chi intento a ridipingerlo, quel fondo così azzurro e così bianco. L'altra mattina avevo intravisto anche un signore di una certa età, vestito come quasi tutti i pensionati che si dedicano all'agricoltura e all'orticello: camicia bianca, jeans strappati e scarpacce da coltivatore diretto piene di fango. 

Stamattina, passando davanti al solito posto, m'imbatto in una quantità anormale di abitanti della zona, la "Guardia Civil" e due macchine della polizia, con, in più, un'autombulanza parcheggiata all'interno dello spiazzo in cui si trova la piscina. Dalla stessa fuoriesce una scala di metallo molto lunga e da lì s'inerpica uno degli infermieri o dei poliziotti. So che non dovrei continuare a guardare, continuo a pedalare, certo, ma - ahimè - gli occhi mi vanno verso la barella, sotto la barella un corpo, quello dell'anziano intravisto ieri o l'altroieri, il contadino ora cadavere o quello sembra a questa distanza, come corpo morto cade. A terra. Solo. In attesa di essere caricato sulla barella. Un altro infermiere o dottore sta distendendo il lenzuolo bianco per coprirlo. 

È una visione che dura pochi secondi e però mi lascia a bocca aperta e con un senso di nausea e di angoscia che non mi abbandonerà nel corso dell'intera mattinata di lavoro. Appena arrivo, cercherò se c'è già la notizia sul giornale. Appena arrivo, accendo il computer e cerco il morto. Ma perché mai - mi domando subito dopo - dovrebbe fare "notizia" l'infarto di un anziano che lavora a una piscina o mentre sta facendo migliorie a una piscina pubblica? Quanti anziani muoiono in questi giorni affogati a mare o in piscina, quanti per un infarto o un ictus, quanti per l'ondata di calore?

Eppure: l'ho visto, io ho visto quel corpo senza vita, disteso sul bordo della piscina, di quella piscina in cui anche quest'estate andranno a farsi il bagno bambini, giovani e mamme del paese. Molti di loro non sospetterà nemmeno lontanamente che in quella stessa piscina è morto un uomo. Sulla settantina o forse sull'ottantina. Non so come si chiama né forse lo saprò mai (a meno che non venga fuori la notizia sui giornali e spesso i giornalisti omettono il nome della vittima, lasciando solo le iniziali). Quell'uomo è morto, mentre all'Università si continua a lavorare, tutti fanno il loro dovere, la vita va avanti, perfino per quel cavallo che pascola in un recinto accanto alla mia Facoltà e che sono solito salutare dalla bici "Buongiorno, cavallo!" e lui mi guarda, a volte, e chissà che penserà di me, di quest'umano che va a lavoro su due ruote e pedala e pedala e suda sotto il sole cocente.

viernes, junio 19, 2026

 The Wheels of Chance (1896): un H. G. Wells che non ti aspetti


Ecco un romanzo che non ti aspetti. Ricevuto in regalo il giorno del mio onomastico, da parte della mia compagna di viaggi che non sbaglia mai, The Wheels of Chance cattura l'attenzione del lettore sin dalle prime righe. Herbert George Wells, l'autore dei best-seller fantascientifici The War of the Worlds (1887) e The Time Machine (1895), lo pubblica nel 1896, quando ancora non ha raggiunto il successo internazionale che lo trasformerà in un classico della letteratura mondiale. A detta di Wikipedia, è il suo terzo romanzo e fa impressione constatare come l'autore sia in grado di dominare così bene l'arte del raccontare storie. 

Un narratore esterno che parla in prima persona e guida le reazioni del lettore, adottando spesso e volentieri l'ironia, l'umorismo, il sarcasmo e anche l'ellissi (nel sottacere o nel censurare al lettore dettagli che potrebbero svelare più del dovuto o che vanno svelati solo al momento giusto), ci prende per mano e ci racconta la storia di un giovane dipendente di un negozio di tessuti e cappelli di Londra che scopre nella bicicletta (un'invenzione recente) non solo un mezzo di trasporto, ma anche (e soprattutto) un modo per godere di un po' di libertà dalla schiavitù legata al lavoro e alla classe sociale d'appartenenza. Hoopdriver (questo è il nome del protagonista) è simpatico e un po' sognatore. Le automobili non si sono ancora imposte come il mezzo di trasporto preferito dalla classe media e dall'aristocrazia. Le bici sono una novità assoluta, soprattutto quando si iniziano a commerciare i primi modelli economici, accessibili anche a chi ricco non è. Immaginiamo lo scalpore che avrebbe potuto fare all'epoca un dipendente di un negozio di tessuti che se ne va in giro da solo a fare una sorta di gran tour nel Sud dell'isola. E immaginiamoci lo scandalo se a fare questo stesso giro fosse una ragazza di 17 anni, non sposata, che cerca di sfuggire alle grinfie di una matrigna che la maltratta e di un aristocratico molto più vecchio di lei che vuole provare ad invaghirla e sposarsela. Ecco: la trama ruota attorno all'incontro inaspettato ed improvviso tra Hoopdriver e Jessie Milton, accompagnata (contro il suo volere) dall'amante, Mr. Bechamel (antipatico e spocchioso quando si accorge che Hoopdriver potrebbe rubarle la ragazza).

Libro d'avventura, scritto benissimo, alterna momenti di indagine psicologica del trio ad altri di descrizione lirica dei paesaggi che i tre attraversano in bicicletta in un'epoca in cui l'unico modo per orientarsi erano le cartine geografiche cartacee. 

Fa impressione vedere quanto contemporaneo sia Wells quando disquisice sui rapporti tra l'uomo e la natura o l'uomo e l'economia del capitale. Fa sorridere (e a volte anche ridere) il modo in cui Hoopdriver prova a presentarsi come un moderno cavaliere errante che va sperso tra i boschi alla ricerca dell'amata perduta contro i giganti e i mostri incarnati da chi detiene il potere economico e, dunque, la possibilità che lo stesso Hoopdriver ha di prendersi le vacanze e spendere i pochi soldi dello stipendio in un viaggio così "anomalo".

È un libro ideale per gli amanti della bici e del cosiddetto "cicloturismo" e un romanzo che fa venire voglia di leggere tutto Wells. Scrittore dotato di un sottilissimo senso dell'umorismo e di una voce narrante davvero convincente ed accattivante (e scusate la rima interna).

P.S.: scopro che esiste anche una versione cinematografica di Harold M. Shaw con titolo omonimo. È un film muto del 1922. Mai visto. Lo cercherò fino a trovarlo, costi quel che costi. Hoopdriver è interpretato da George K. Arthur (che a guardare dalle foto, mi sembra perfetto per questo ruolo) e Jessie Milton da Olwen Rose (anche lei perfetta per la parte, dato lo sguardo sognante di molte sue foto, i ricci sbarazzini e il sorriso luminoso). 





Mr. Bechamel lo interpreta, invece, Gordon Harker. E lui mi sembra semplicemente perfetto...



martes, junio 16, 2026

 Annunci dalla penombra

"Avrei solo voglia di starmene da sola e di piangere. È un brutto periodo. Anche se provo ad andare avanti e a fare le mie cose".

Il messaggio vocale arriva dal Sud del Sud dell'Italia, da una città di provicina circondata dalle montagne. Il tono della voce di C. (cara amica, confidente fidata, collega in pensione da anni, mia interlocutrice necessaria) è lugubre, di una tristezza sincera e perciò senza scampo. Quando uno riceve un messaggio del genere non sa mai cosa dire, come rapportarsi all'altro, che parole di consolazione o di appoggio morale lanciare a distanza di 2 mila chilometri...

C. ha più di 80 anni, ma ancora legge molto e scrive, pubblica recensioni dei romanzi che legge e dei film che va a vedere al cinema da sola. L'ultimo è stato Il prigioniero (ovvero, El cautivo), di Alejandro Amenábar, sul mio adorato Miguel de Cervantes Saavedra. Perché quel tono? Da dove nascono quelle lacrime e quel desiderio di isolamento e solitudine totali? 

C. è rimasta vedova da qualche mese. Penso al marito (che ho avuto la fortuna di conoscere), al suo sorriso sempre presente, alla sua grande generosità e disponibilità, era anche un ottimo cuoco, una volta mi preparò la carbonara, quando si cenava in terrazza e ci si godeva il tramonto da lassù. Poi un tumore l'ha portato via in meno di un anno. Sarà per il ricordo del marito che non c'è più? Sarà per la coscienza dell'approssimarsi della morte anche per lei? Sarà perché solo ora realizza e capisce quanto è sola?

Pochi minuti dopo il messaggio scritto di una collega di Napoli: "È morta la madre di A., so che siete molto legati, volevo solo avvisarti".

Ci resto di sasso. Non ricordo di aver mai conosciuto dal vivo la mamma di A. E sì che siamo molto amici, abbiamo condiviso moltissimo, abbiamo condiviso forse una delle cose più preziose che due esseri umani possono scambiarsi: l'intimità.

Le scrivo col cellulare che mi trema tra le mani. Cosa dirle? Cosa scriverle? Come dare le condoglianze a distanza via cellulare? A. è più giovane di me di 8 anni ed è diventata madre da pochi mesi. So per certo che sua mamma ha potuto godersi almeno un po' la nascita di questa nipotina. Le scrivo la verità: "Sono senza parole. Ti abbraccio forte forte". E poi basta.

Sono tristi e angoscianti gli annunci di morte o del suo implacabile approssimarsi. Annunci dalla penombra...

 Diario di Oporto

Sabato 6 Giugno

Atterriamo alle 15 in Portogallo, quando, in Spagna, sono le 16. Un'ora indietro, come alle Canarie. E che strano è percepire la relatività del tempo nello scendere da un aereo che ha attraversato (letteralmente) il fuso orario tra l'uno e l'altro paese (due paesi vicini e gemelli della Penisola Iberica: due paesi che si rispettano e non so se s'invidiano o temono, dato che il Portogallo ha dovuto combattere per ottenere l'indipendenza dalla Spagna, quando la Spagna comandava perfino sul Nuovo Mondo, con la "scoperta" di Colombo - solo ora scopro che l'Indipendenza i portoghesi l'ottennero nel1668).

Siamo ad Oporto, l'unica città portoghese che né io né la mia compagna di viaggio abbiamo mai visto prima. Ciò che colpisce immediatamente il viaggiatore è la luce del sole: la luminosità abbagliante perfino mentre si viaggia in metro (dall'aeroporto alla fermata di Trinidade ci si impiega una mezz'ora o forse 40 minuti).

Leggo i nomi delle fermate: alcuni suonano surreali, come Senhora da Hora (La Signora dell'Ora? Una metafora per dire "La Morte"?) o Esposade... altri suonano bene, come Casa da Mùsica. Verde e parchi ovunque. Oporto è il porto più grande, forse, o più famoso del Portogallo, ma è anche natura selvaggia e una montagna di gabbiani che sorvolano sulla testa dei turisti ad ogni ora del giorno e della notte.

L'appartamento è in Rua da Picaria, una strada piena zeppa di bar e ristoranti (quello italiano ha un nome che in Italia stonerebbe parecchio o non avrebbe molto successo: Bellano - Cucina Italiana). Siamo vicini anche alla libreria più famosa di tutto il Portogallo e considerata una delle più belle al mondo, la Livraria Lello: a piedi ci vogliono 10 minuti, da lì poi è facile arrivare al centro storico e poi, ancora più giù, verso il mare, al porto di Oporto (che sembra un'alitterazione infantile).

Compriamo latte, caffè e biscotti in un Auchan Express e poi ci organizziamo per la cena, qualcosa di tipico portoghese, come il bacalhau com natas, ovvero, il baccalà con la besciamella (che non mi fa impazzire) o la "francesinha" (che mi lascia a bocca aperto: un toast con dentro wrustel, carne varia, sopra un uovo, il tutto imbevuto da - o sommerso da - una salsa rossa un po' piccante).

Quando riusciamo ad entrare in casa, la cosa più bella da vedere è il balcone, che diventirà la mia vedetta favorita da cui contemplare sia i vicini del palazzo di fronte, sia i frammenti di mare che si vedono perfino da qui. Della mansarda di fronte si vedono le tende della camera da letto del vicino che gironzola mezzo nudo tra un tavolinetto basso e un frigorifero anni 70. E uno si domanda: che ci fa un elettrodomestico del genere in camera da letto? Quanto sarà piccola quella mansarda?

Domenica 7 Giugno

Andiamo fino al porto, lì dove il turismo di massa rovina tutta la bellezza naturale e la magia della città. Gente ovunque, molti francesi, molti inglesi, molti americani, qualche italiano, qualche spagnolo, i ristoranti sono pieni ad ogni ora del giorno e della notte, i camerieri non hanno tempo nemmeno per respirare, un drink costa il triplo che in un qualsiasi altro bar lontano dalla massa, è orribile dover sopportare tutta questa gente sudata, un po' trasandata, zombi che si spostano in grosse comitive o che seguono la guida con in mano l'ombrellino giallo aperto, gente che si diverte a farsi i selfie ogni tre per due, odio questo tipo di turista, questo gregge, questa macchia orribile di piedi e mani che seguono tutti lo stesso percorso. Litighiamo perché propongo di allontanarci dal caos. Le bimbe vogliono vedere il salto mortale di un mulatto giovane e prestante che si getta davvero da una delle transenne del famoso ponte di "Luís I": splash! E tutti ad applaudire, l'acqua del Douro deve essere gelata, anche se fa relativamente caldo qui, 23 gradi, non male per essere Giugno, dove sarà finito il ragazzo? E se non torna a galla? Avrà dato una panciata? Si sarà fatto male? Litighiamo e alla fine riesco a convincere tutta la truppa a tornare al supermercato e comprare un pacchetto di pasta e un barattolo di pelati. Stasera si cena italiano, altro che cazzi! 

Di notte scendo a riempire una bottiglia d'acqua alla fontanella sotto casa, mi accorgo dell'esistenza di una cabina telefonica, una di quelle rosse, come a Londra, con il telefono nero ancora funzionante: chiedo a una delle bimbe di farmi una foto. Faccio finta di chiamare Fernando Pessoa. Lui l'ho rivisto a Lisboa, seduto sotto forma di statua in non ricordo più quale "rua" del centro della capitale, piena di tram gialli degli anni 50 e 60. Prima di dormire, accendo la lucetta dell'abat jour per iniziare a leggere un saggio di una collega ispanista italiana che studia i rapporti tra letteratura spagnola e religione cristiana. Un tema adatto a Oporto. E forse anche a me (ultimamente sono tornato sulla poesia meditativa o filosofica di Luis Cernuda, ah, Cernuda, che grandissimo poeta!).

Lunedì 8 Giugno

Fila immensa e snervante prima di entrare nella famosa Livraria Lello: si paga un biglietto per entrare, 12 euro. Noi l'abbiamo comprato online dalla Spagna per tutta la famiglia. E la libreria li merita, perché è davvero un museo, una specie di resto archeologico di una libreria del Novecento che, però, negli anni, in questi ultimi anni si è trasformata in un bene di lusso, un luna park per (di nuovo) i turisti di massa, quelli che entrano solo per farsi un selfie. Sudore, code infinite, ciarle, gente che grida nei cellulari, la mia misantropia atavica torna all'attacco davanti a tante pecore, mi pento di aver ceduto, se lo avessi saputo, non sarei venuto. Poi la mia compagna di avventure mi spiega che ti rimborsano se compri un libro per almeno 12 euro. Quanti di questi turisti entra per comprarsi un libro o anche solo per sfogliarlo? Quanti, per avere solo il rimborso di quanto già pagato? E poi scopro il trucco: i libri (alcuni in edizioni davvero molto belle ed eleganti) costano tutti come minimo 16 euro. Ecco qua: si mercifica anche il libro, si fanno soldi sulla cultura, non c'è verso di uscire dal tunnel del capitalismo accelerato. Sfoglio 3 capolavori (questi costano anche 25 o 30 euro): Moby Dick, in edizione compattissima, da leggere con la lente d'ingrandimento; Lolita, in edizione facsimile; Tristram Shandy, in edizione rilegata e cartonata. Che ne sa questa gente di questi capolavori? Hanno mai letto Sterne, o Nabokov, o Melville? Poi lo sguardo mi va sulla versione francese dell'Ulisse. Sempre Joyce. Viva sempre James Joyce. Che il cielo ci coadiuvi!

Quando usciamo dalla bolgia infernale, andiamo a prendere una macchina a noleggio per fare un salto a Vigo. Si torna in Spagna, in Galizia: tremo all'idea di dover guidare una macchina con cambio automatico e restiamo entrambi a bocca aperta quando, traversata la frontiera, il confine, la linea divisoria tra Spagna e Portogallo l'ora del cellulare torna avanti: erano le 14, sono diventate le 15. Anche se anche qui, come ad Oporto, farà notte tardissimo. Il tramonto lo godiamo dal balcone dell'altro, nuovo appartamento, alle 22 della notte. In Italia sarà buio da un bel pezzo. La cucina spagnola non delude mai. E rispetto a quella portoghese, beh, trova il plauso unanime di tutti i membri della famiglia...

Martedì 9 Giugno

Dopo aver visitato Vigo e il centro che non c'è (è una città su più livelli e con grosse pendenze tra un quartiere e l'altro, si ha come l'impressione di scalare una montagna che ha molti lati per l'accesso), torniamo indietro verso Oporto, ma prima di prendere l'aereo facciamo una capatina a Braga. È una città piccola, piena di storia: la Cattedrale è una delle più antiche del Portogallo. Ha una facciata annerita e molto scura che fa pensare subito al Medioevo. Una signora ci vende dei foulard e dei canovacci con il gallo, simbolo del paese. In una zona di lavori in corso m'imbatto in un appartamento mezzo diroccato dalla cui finestra a piano terra si vede un bidet: viola o rossastro, pieno di sporcizia e polvere e calcinacci. Il tir ci fa passare; la ruspa fa casino e si sposta sulla destra; un tizio apre il suo negozio di Vespe, tutte rosse, bianche e verdi e così disposte all'ingresso (un omaggio all'Italia?). Facciamo spesa: panini e pizzette, frutta e succhi di frutta, una coca-cola per me perché devo guidare e ho dormito poco e dopo un'oretta siamo a Maia, l'aeroporto di Porto. Sono passati 3 giorni soltanto dall'arrivo ed è già arrivato il momento di ripartire. 

Ripenso a quei gabbiani che ci hanno fatto compagnia lungo tutta la passeggiata verso il Douro; ripenso a quel bidet stile "installazione di Duchamp"; ripenso a quell'uomo mezzo nudo che ha il frigo in camera e alle tende della sua mansarda che danzano spostate dalla brezza del mare. Ripenso ai piccoli dettagli che non sono riuscito (non riuscirò; non riesco) a mettere per iscritto in questa sorta di diario di bordo del viaggio lampo in Portogallo e a quante cose non ho scritto su Vigo e sulla scrittrice che abbiamo conosciuto finalmente di persona, ai libri che ci ha regalato e alle birre che abbiamo bevuto in sua compagnia. Ripenso a tutto questo e penso che finché c'è movimento c'è vita e finché c'è vita c'è davvero speranza... Speriamo. Nonostante tutto.

Alle 21 siamo già atterrati in terra spagnola. Ora bisogna riprendere la macchina e guidare un'altra oretta verso la città del Sud del Sud in cui viviamo e abitiamo. E in cui la prole cresce e si fa grande. Con gli occhi assonnati e una gran voglia di bere una bella tazza di latte coi biscotti "Galletas María".

lunes, mayo 25, 2026

 Lieto fine?


Dunque, per ora, è andata bene, anzi, benissimo. La visita dal dottore ha dato risultato positivo: c'è il rimedio al (piccolo) danno, verrò contattato telefonicamente, per ora possiamo tornare a respirare tranquilli...

E così, uno si ritrova a parlare di Memorie di Adriano con una dottoressa esperta di cure palliative (per quei malati cronici che sanno che stanno per morire); con un filosofo (che è esperto di stoicismo); con una giornalista femminista che ha fatto le domande giuste, anche se si notava che era alquanto imbarazzata (forse perché nessuno si conosceva? Forse perché non avevamo una scalettta da seguire? forse perché non è poi così abituata a coordinare il discorso di una tavola rotonda?).

Dopo l'evento e i molti applausi ricevuti, il giorno dopo, sono finito a parlare di Marguerite Yourcenar, dell'Impero Romano, di Tivoli e d'Italia in un programma della radio diretto da un gruppetto di quattro prof. ormai in pensione. Età media: 80 anni, ma tutti portati benissimo. La chiacchierata è stata davvero bella, entusiasmante, ricca di spunti. Uno degli intervistatori ci hanno fatto riflettere sull'influsso della letteratura e della cultura greca su Adriano e, quindi, sulla scrittura di Yourcenar; un altro ha citato L'opera al nero (1988), l'unico film tratto da un omonimo romanzo della scrittrice. Anche il film offre lo spunto per parlare d'Italia: Zenone, l'alchimista protagonista, lo interpreta l'immenso Gian Maria Volonté. Qualcuno mi fa i complimenti per la mia pronuncia dello spagnolo; qualcun'altro invidia il fatto che sia bilingue e che abbia davvero due patrie (la Spagna, accanto all'Italia); qualcun'altro manda una canzone che qualche cantautore francese ha dedicato a Yourcenar; la canzone s'intitola "Marguerite" e per un secondo mi sembra d'essere all'interno di un film della Nouvelle Vague.

Quella stessa sera ci ritroviamo tutti al teatro per vedere una nuova riscrittura delle Memorie di Adriano: l'opera è notevole, l'attore, Lluís Homar, eccelso, il pubblico si alza in piedi per applaudire... Tutti concordiamo nel dire che, per un bel po', dovremo disintossicarci, troppa Yourcenar in questi due giorni, con un'intensità di lettura e interpretazione fin troppo alta.

Sabato, ovvero, il giorno dopo, esce sul giornale un mio pezzo sull'ultimo libro di Valeria Luiselli, Principio, metà, fine (Feltrinelli, 2026). Ne parlerò più diffusamente in qualche post all'interno di questo diario di viaggio sgangherato... Nel frattempo, noto che l'articolo (o recensione) è piaciuto molto. Mi scrivono amici e gente conosciuta, ma anche persone mai viste né sentite prima in vita mia. Per ora siamo ancora vivi... Per ora è andata bene... Si va avanti in mezzo al mare dell'incertezza, ma intanto, si va...consci del fatto che il "lieto fine", in realtà, non c'è.

martes, mayo 19, 2026

 Memorie di Adriano e vita vissuta


Domani dovrò andare dal dottore per un'ecografia importante. Da quell'ecografia (l'appuntamento è alle 9:15, orario molto "spagnolo"), dipenderà forse il resto della mia vita. Nel frattempo, nel pomeriggio, sempre domani, 20 maggio del 2026, dovrò collegarmi con un'Università di Città del Messico per approntare una prima revisione di un libro monografico sulle "scritture dell'io" che uscirà entro questo autunno. E subito dopo, alle 18:00, dovrò essere già pronto per una tavola rotonda su Memorie di Adriano (1951), il capolavoro di Marguerite Yourcenar.

Se tutto andrà bene, domani parlerò di "potere", "amore" e "morte" con un filosofo di un'Università amica e una dottoressa esperta di "cure palliative", ovvero, di quel tipo di cure che si applicano a pazienti terminali, persone che hanno una malattia incurabile e irreversibile.

È davvero strano vedere come la letteratura si unisce alla vita, come la vita imita la letteratura, come letteratura e vita vanno a braccetto. Leggo le prime 15 pagine del romanzo della Yourcenar e penso a quante verità descrive in queste prime pagine meravigliose l'Imperatore Adriano, intento a fare un sunto della sua vita per uso e consumo di colui che sarà il suo erede, Marco Aurelio, l'autore delle Meditazioni.

C'è un brano che mi colpisce: Adriano parla del sonno e della sua malattia d'insonnia. Si domanda che strana legge divina faccia in modo che ci risulti impossibile portarci dietro segni, tracce delle cose che sogniamo nel pieno della realtà empirica. E sempre in questo brano Adriano dice che nei sogni ci è concesso di parlare con i morti, con coloro che conoscemmo in vita e che, ora, non ci sono più.

È successo anche a me: ho sognato di ritrovare mio nonno, morto di Alzheimer, e di parlare con due scrittori morti da anni, ormai, Juan Benet e Javier Marías (il primo deceduto il 5 gennaio del 1993 e il secondo l'11 settembre del 2022). E poi ci sono le riflessioni sul tempo, sulla memoria, sull'amore come Eros che ci travolge, sul sesso come massima espressione della nostra natura selvaggia, sul potere come condanna (ma Adriano lo sa bene: per il suo medico curante il suo è un corpo qualunque, un ammasso di tendini, nervi, pelle e organi come quelli di qualsiasi altro essere umano; la corona non fa la differenza, in certi frangenti).

E allora penso a quanto il risultato dell'ecografia influenzerà la mia giornata, a come saprò affrontarla se l'esito è negativo (o a come saprò goderne se l'esito è positivo).

Non ho mai parlato di letteratura con un filosofo e un'esperta in cure palliative; men che meno ho mai parlato prima di letteratura in un teatro (uno dei più belli e famosi della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo). Mi faccio l'inboccaalupo da solo e vado avanti, prendo appunti e provo a distrarmi, conscio - come Adriano - che la vita è davvero effimera e che non c'è modo di evitare il male e che la felicità è davvero un capolavoro che dura poco e che sorge dall'incrocio di fattori davvero aleatori e delicatissimi. Domani è un altro giorno...

lunes, mayo 11, 2026

 Sogni emblematico-letterari



 Dunque, l'altro giorno ho fatto una serie di incubi allucinanti. In uno di essi appariva anche Marta, una cara amica scrittrice. Eravamo a cena, in un ristorante di lusso, sul terrazzo di una torre medievale molto alta, a Roma, o a Firenze, o a Venezia. Tra di noi c'era anche una giornalista, una tipa che non faceva altro che domande su domande e io nel sogno avverto il desiderio di sopprimerla (anche con la violenza). Vorrei stare da solo in pace e a chiacchiera con Marta, ma lei è lì, onnipresente, non se ne va, anche quando si avvicina il cameriere e ci illustra il menù. 

L'ambiente di lusso inizia a muoversi quando una scossa di terremoto inizia a far tremolare la torre. Balla tutto e iniziano a crollare pezzi di intonaco, muro, mattonelle, piatti e bicchieri, calici di vino e persone che non se l'aspettano. Il tremore spinge Marta a gridarmi di scappare, dobbiamo scendere per le scale e trovare un'uscita d'emergenza.

Bene: racconto il sogno alla mia compagna di avventure e mi guarda come a dire: "tu sei tutto matto!". Lo racconto a Marta e scoppia a ridere. Lo racconto a una nostra amica in comune e mi fa notare che se il mio era o pretendeva di essere un incontro galante, orbene, il fatto che la torre crolli è molto significativo, sempre che la torri mantenga un significato fallico (Freud e Lacan a parte). Non ci avevo pensato: forse ero lì per abbordare Marta o con un secondo fine di tipo sessuale. E allora sì che la torre è fallica! Ma poi penso anche a Domani nella battaglia pensa a me, un bellissimo romanzo di Javier Marías che inizia proprio con la scena di un presunto approccio sessuale del narratore alla donna che ha appena conosciuto e che - guarda un po'! - si chiama Marta, la quale non fa in tempo nemmeno a spogliarsi del tutto quando ha un infarto e muore tra le braccia dell'amante che non ha fatto in tempo a consumare. Marta. Morta. Basta cambiare una vocale ed il gioco è fatto. Poi penso anche a Bomarzo: un romanzo di Marta è in parte ambientato nel Bosco Magico (o Stregato) di Bomarzo. Anzi, nel romanzo c'è tutta una scena in cui la protagonista entra all'interno di una casa inclinata, io ci sono stato, è davvero perturbante e inquietante, si ha come la sensazione di cadere, fa venire un po' di vertigini, quando se ne esce, si avverte un senso di spaesamento e angoscia.


E allora comunico subito a Marta queste nuove interpretazioni di stampo letterario. Marta ride e ride, non ce la fa proprio a trattenere le risate e mi dice che forse ho mangiato solo pesante. Intanto, torno con la mente a quella torre medievale del sogno e mi domando ancora: perché medievale? I sogni. Gli incubi. La vita. La letteratura. È tutto mescolato insieme. Bomarzo è anche il titolo di un famoso romanzo di Manuel Mujica Láinez (pubblicato nel 1962). Non l'ho mai letto. Ma credo che sia giunta l'ora di farlo...

sábado, abril 25, 2026

 La percezione del tempo



Traduco un brano da uno dei libri più strani e affascinanti di Luis Goytisolo, Diario de 360º (Barcelona, Seix Barrall, 2000); lo traduco dallo spagnolo all'italiano oggi 25 aprile del 2026, quando sono passati 26 anni dall'apparizione del libro e quando, in Italia, si festeggia il 25 aprile appunto, ovvero, la Liberazione dal Nazifascismo. E traduco perché mi sembra che la riflessione dell'autore (e narratore) del diario sia molto azzeccata:

"Venerdì, 24 dicembre. LA DURATA DEL TEMPO. Il trascorrere del tempo è qualcosa di elastico sia per il creatore che per gli amanti che si abbandonano all'esercizio amoroso; per lo scrittore, il pittore o il musicista, come anche per l'artigiano impegnato nell'esercizio di un lavoro preindustriale, il muratore anteriore all'architetto, ad esempio. Le ore si comprimono fino a trasformarsi in un dilatato istante e, al contempo, come nella favola, si può fare il giro del mondo senza che sia trascorso un secondo, da quando si fa ritorno. E né il passato né il futuro sfuggono a questa malleabilità, dato che, nello stesso modo in cui l'essere umano agisce permanentemente sul futuro, disegnandolo nelle sue linee maestre, limitando finché è possibile la funzione del caso, così occorre agire sul passato, riscattandolo, rettificandone il significato tramite il comportamento presente".

martes, abril 14, 2026

 Napoli dopo Pasqua 

Vedi Napoli e poi...muori. Il detto popolare non sbaglia mai: torno a Napoli dopo 2 anni, per fare una lezione sul Quijote agli studenti del secondo anno. Proprio per questo, la collega mi prega di farla in italiano e il mio cervello ci mette un po' prima di ingranare la marcia e permettermi di spiegare i concetti nella lingua materna. Ormai lo spagnolo mi è penetrato negli strati più profondi della memoria e della coscienza e mi risulta davvero difficile non fare errori, anche madornali ("finalmente" in spagnolo non ha lo stesso significato del "finalmente" italiano; l' "infine", italiano, non coincide affatto - o non sempre - con l' "en fin" spagnolo).

Napoli è calda, caotica e trafficata, dopo Pasqua, ma non si è svuotata, nemmeno dopo Pasquetta. Quantità enormi di mandrie di turisti, file ovunque, da Piazza Garibaldi la fiumana è davvero incredibile e ricorda Roma durante il Giubileo, il Corso Umberto I è stracolmo, così come i bar, le pizzerie, le gelaterie...nel mentre mi auguro che il turismo di massa non sfiguri il volto ancestrale di questa città, non la trasformi in un luna-park, non la obblighi a cambiare la sua essenza...

Prima di andare a pranzo e poi a lezione faccio in tempo a riabbracciare Carla: l'ultima volta, la mia "interlocutrice necessaria" mi è venuta a trovare in Spagna; oggi siamo nella città in cui è nata e da cui si è trasferita sin da subito, il padre medico di un certo successo si sposta in Irpinia quando Carla è ancora una bambina di 3 anni.

Parliamo di noi, della nostra passione per i libri, di come sta cambiando il mondo, delle nostre rispettive insonnie: io a seguire RaiNews24 per verificare che Trump non metta davvero in pratica il suo piano di distruzione totale dell'Iran; Carla a leggere l'epistolario tra Gabriel García Márquez, Mario Vargas Llosa, Julio Cortázar e Carlos Fuentes (titolo: Il boom latinoamericano. Lettere 1955-1975, Mondadori, 2026). Poi proviamo a definire Napoli e la napoletanità: è Sal da Vinci? È De Martino? È Maradona? È tutto questo turismo che segue i social e si accorge dei Quartieri Spagnoli grazie a instagram?

E Anna Maria Ortese? E Pino Daniele? E Massimo Troisi? E Eduardo De Filippo? Non sono piuttosto loro i veri simboli della "napoletanità"?

Prima di pranzo, Carla decide di tornare a casa (ha 80 anni e cammina ancora con una certa velocità, ma preferisce mangiare a casa sua). Ritrovo Giusy, che mi fa da Virgilio nell'esplorare il centro storico, nei vicoli in cui è nata e cresciuta (qui al Cinema Astra ci venivo da ragazzina; lì, in quel palazzone, c'era la mia scuola media; lì il liceo); Alessandra e Francesca mi indirizzano verso uno dei migliori ristoranti di pesce a prezzo onesto; Germana mi spiega come sono i suoi alunni; Flavia mi fa entrare nel suo ufficio e mi permette di riabbracciare e rivedere anche Assunta, diventata madre da poco, con una bimba in braccio che ha le guancie enormi, le occupano tutto lo spazio della faccia; e poi Ida, che viene dalla Calabria, e Salvatore, e uno ha la sensazione di essere tra amici, in mezzo a vecchie conoscenze, come se il tempo non fosse mai passato (e invece il tempo passa, Flavia mi racconta del suo malessere, della voglia di lottare, mi fa emozionare fin quasi alle lacrime; bisogna sempre andare avanti...è vero...).

Il giorno dopo Giusy m'invita a cena: Davide è un cuoco provetto; mangiamo benissimo, la mozzarella di bufala è strepitosa, così come i carciofi, la pasta e fagioli, il vino Aglianico...e la Falanghina fresca. Il giorno dopo ancora è Laura a farmi scoprire le prelibatezze di Mimì alla ferrovia: anche tra di noi l'intesa è sempre la stessa, sembra che non ci vediamo da ieri e sono passati mesi, anche troppi! Mi aggiorna sulla sua crisi con l'ex, il tentativo di riprovarci con un nuovo fidanzato (ma non hanno ancora fatto il passo, non se la sentono ancora di andare a convivere, di stare nella stessa casa, di occupare lo stesso spazio), le confido anch'io alcune delle mie crisi, d'ispirazione, sentimentali, sul lavoro...

Il bus che mi riporta in Abruzzo è stracolmo: gli italiani sono silenziosi sui bus; ognuno pensa ai fatti suoi, pochi si mettono a guardare dal finestrino la bellezza decadente di Napoli. I suoi colori. Il Vesuvio. Il suo cielo che ha un colore speciale, le sue stradine piene di buche, i panni appesi, le signore con le buste della spesa, le statue e statuette di Maradona ad ogni angolo, i Padre Pio e i presepi in anticipo sul Natale, la Napoli sotterranea che visitai in un'altra vita, quando vivevo a Firenze con Alyssa. Chissà quando torneremo a Napulè...

martes, marzo 31, 2026

 Parigi (dopo 13 anni)



E come si fa a parlare di Parigi quando uno manca dalla capitale di Francia da 13 anni? Come sintetizzare 72 ore di permanenza nella città in cui è stato inventato il cinema? Come trasformare in parole le sensazioni che trasmette?

Non ci si riesce. O ci potrebbe riuscire solo Marcel Proust, il cui ritratto ad opera di Jacques-Emile Blanche è possibile contemplare nel bellissimo Museo d'Orsay (antica stazione dei treni riconvertita a pinacoteca solo nel 1980), uno dei miei preferiti, anche più del mitico Louvre.

Ciò che più colpisce il viaggiatore assente da più d'un decennio è la luce del cielo sopra Parigi. È una luce diversa da quella che si contempla a Madrid o a Roma. Qui non c'è angolo di città che non sia accompagnato da qualche albero, quercia, cespuglio, squarcio di verde perfino nelle zone più trafficate. Lungo l'Arco di Trionfo gli alberi segnalano il viale che porta all'imponente monumento in cui si commemora il 14 luglio (la presa della Bastiglia). Tra palazzi dell'alta moda (in primis, Louis Vuitton) e uffici di aziende multimilionarie, la natura continua a farla da padrona, non è stata espulsa o imprigionata, ma serve ad accompagnare anche gli esperimenti architettonici più spregiudicati (e penso anche alla Fondazione Louis Vuitton, progettata dall'arcifamoso architetto canadese Frank Gehry all'interno dell'enorme selva del Bois de Boulogne).

Un ombrello rotto viene schivato dal bus turistico che ci porta in giro negli "arrondissements" del centro: il Quartiere Latino, con le sue mille librerie (fa tenerezza vedere che a Parigi le librerie sono ancora luoghi di culto frequentati da persone appassionate, la "Shakespeare & Co.", la "Gibert Joseph", quelle dedicate ai manga, perché in Francia il fumetto è un'arte da venerare), Notre-Dame, ancora in riparazione dopo l'incendio, il Lungosenna spettacolare, gli occhi non sanno dove guardare per quanta bellezza sprizza da ogni angolo, l'Ópera, Montmartre, la Conciergerie, etc. etc.

Fa freddo, quasi 6 gradi, mentre il cielo diventa nuvoloso e minaccia pioggia e si avverte l'odore della città, quell'odore che Gennaro Serio mi dice che sta sparendo, perché con l'introduzione dei nuovi condotti dell'aria condizionata della metro, perfino quei profumi tipici di Parigi stanno cambiando la colonna sonora e olfattiva degli anni passati. Penso alla metro di Madrid: alla puzza tipica del cibo fritto, delle vampate dei vapori dal sottosuolo, dei giornali appena usciti in edicola, ed è vero, caspita, con le modifiche che apporta la tecnologia e i cambiamenti spaziali paralleli nemmeno gli odori o i suoni delle città sono più gli stessi.

Ripenso all'eleganza con cui l'autista del bus devia l'ombrello nero e rotto, dimenticato da chissà chi nel bel mezzo della corsia del Viale enorme dell'Arco del Trionfo. Poi ci fermiamo sotto la Tour Eiffel: altra riflessione a margine: a Parigi predomina il metallo, insieme al marmo e al vetro. La città delle luci è fatta di tantissime fonti luminose, di tantissimi specchi che le riflettono di notte, ma anche de molte tonnellate di metallo e ferro, come il simbolo della stessa città.

La mia compagna di viaggi decide di prendere l'ascensore per vedere Parigi dall'altro. Con questo vento e freddo polari ci rinuncio, preferisco camminare nel quartiere e scoprire le strade più piccole e strette, quelle meno frequentate dai turisti. Più passano gli anni e più evito le masse. Odio il turismo di massa. Per questo preferisco forse la bicicletta, che mi permette di perdermi, di non seguire la corrente, di avere un contatto più diretto con la natura o con i paesi che posso avere il lusso d'attraversare in bici.

Poi la Sorbonne, la statua di Montaigne, l'inventore del genere del "saggio", il caffè decente al Bar Ouacq, vicino alla Villlete, con Gennaro Serio, per parlare di letteratura, di Antonio Lobo Antunes morto da poco, del declino dell'Italia e della fuga di molti italiani dall'Italia, del suo ultimo romanzo, appena uscito, Il viaggiatore breve, pubblicato da L'Orma Editore e che, come gli prometto, leggerò non appena tornerò a Roma. 

"L'Italia non è un paese per giovani, ma, a quanto pare, nemmeno per adulti e per vecchi. Conosco professori di ruolo con figli a carico che vorrebbero trasferirsi qui".
"E io ho due dottorande che sono di ruolo e che mi hanno parlato della loro voglia di mollare tutto e ricominciare da capo a Madrid o a Barcellona".
"Ma perché? Potremmo essere una potenza mondiale, i primi in tutto, abbiamo arte e cultura da vendere".
"Non lo so perché, ma i fatti sono incontestabili: ho un fratello avvocato di successo che vive a Roma e che non ne può più dello stress quotidiano della capitale".
"Se non riesco più a permettermi l'affitto qui a Parigi ti vengo a trovare in Spagna, mi trasferisco anch'io".

Quando usciamo, ci facciamo una foto per immortalare il momento. Le fermate della metro per Paris-Orly sono una quindicina. Ma con 16 euro sei all'aeroporto, meglio che prendere il taxi, 45 euro fisse. Dammi retta, prendi la metro.

Ieri siamo stati invitati a cena da Aurèlie, una collega ispanista che lavora qui: abbiamo cenato a base di "fromages": di ogni sapore e colore, con accompagnamento d'obbligo di champagne. Aprendo un romanzo a caso (Aurèlie è una lettrice onnivora) m'imbatto in una citazione dalla Recherche (ovvio, Proust onnipresente): " 'Tranquillisez-vous, on se retrouve toujours', répondit Albertine". E non so se interpretare la frase del personaggio che ossessionerà tanto Marcel in un augurio o una maledizione, un desiderio o una condanna.

 Oggi si torna a Fiumicino, le papille gustative lo sanno, presagiscono il buon sapere della pizza e della pasta nostrana. Mi domando ancora se quell'ombrello malconcio verrà distrutto per sempre da qualche bus di linea o risparmiato e messo in un angolo dell'enorme vialone dell'Arco del Trionfo...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...