viernes, febrero 29, 2008

Diario di bordo del viaggio verso il Sud del Mondo

[sezione avventurosa di questo diario di borderlines, per chi abbia voglia di leggere di disgrazie varie occorsemi o inventate da me di sana pianta negli spostamenti plurimi verso Eboli, Sala Consilina e il Sud del Sud d'Italia; ovvero: "come imparare a sopravvivere tra treni, pullman notturni, navi, taxi e autostop"]

Notte in bianco. Il pullman è semi-vuoto; una polacca racconta a una vecchina di Vicopisano che si è inventata una nuova tinta, un nuovo colore per i capelli: osservo i capelli della polacca, e sono d'un celeste spaziale. Mi ricorda qualche protagonista femminile di qualche cartone animato giapponese. Però è carina: molto carina. E parla un'italiano ottimo.
Dall'altro lato, sulla destra, un materano sta spiegando a un fiorentino la convenienza di fare un mutuo a tasso fisso. Lui è da 11 anni che lo paga. E visti i tempi che corrono e quanto è successo, meglio così, cazzo, meglio il tasso fisso che quello variabile, no? Il fiorentino, mezzo assonnato, fa cenno di sì con la testa.

Arrivo all'alba. Sono nella rupestre Lucania. Ho un appuntamento importante con la segretaria della Presidenza alle 8,30. E alle 9 dovrei cominciare a fare lezione. Temporeggio osservando dei cani randagi che pascolano liberamente in stazione. Poi, finalmente, dopo un caffè di rito, entro nell'ufficio della segretaria. Che è molto carina. E molto simpatica e disponibile. Mi dà anche le chiavi dello studio. Ringrazio e volo in classe.

Mi ricordo che alle 17, dopo la fine delle lezioni, ho ricevimento con una ragazza della SISS (famosa e famigerata). Sono le 15,30 e dopo 3 ore di lezione sento le gambe tremare. Le forze scemano. Iniziano i sudori freddi. Sono le 17,05 e la ragazza non si vede. Chiudo rapidamente la porta dell'ufficio e mi trasporto con movimenti lenti e scoordinati verso l'uscita. La ragazza è lì che, tutta affannata, esclama: "Professore, è lei!". Dico sì e lei: "Per fortuna che l'ho trovata! Mi ero persa dentro questo labirinto". Sorrido. Ma sono a pezzi. E qui comincia la parte onirica del racconto.

Intravedo due occhi verdi molto luminosi. Labbra carnose. Mi parla di supplenze d'inglese e di spagnolo. Ora vorrebbe avere anche l'abilitazione in tedesco. Mi chiede il programma. Mi ritrovo non so come tra le mani il "mio" programma. Con tutta la lista dei libri d'esame. "Posso fotocopiarla?". Le dico che può farne ciò che vuole. Mi accascio su una panchina. "Vada pure lei, io l'aspetto qui". La vedo scomparire dietro la porta a vetro di una copisteria che si chiama "Flash-copy". Vedo il commesso che fa un'espressione strana e mi indica, come fossi un barbone buttato là per caso. Rivedo i due occhi verdi e luminosi. "Fatto, professore". Fatto? Sono fatto? Poi due mani al volante. "La prego, non svenga, perchè tra le altre cose l'ospedale è lontano da qua, eh?". Apro un finestrino di una macchina nera. E' l'auto di questa studentessa. Fatto? Ospedale? Sono io che parlo o è un altro? Siamo qui o a Pisa? O questa è Firenze? E chi guida l'auto? "Ecco, vede, deve scendere lungo viale Garibaldi, se vuole arrivare alla stazione a quell'ora di notte, come mi ha detto lei. Non prenda viale dell'Università, è troppo lungo e poi con le valigie è scomodissimo". Mi s'incrociano i nomi delle strade. Siamo davanti a un hotel. "La ringrazio, è stata davvero gentile. Mi ha fatto da guida, è stata un'ottima cicerone". Le stringo la mano. Siamo davanti a una caserma. No, è un collegio di frati. No, mi dice lei: "E' questo il suo hotel". E penso: "Io a questa la dovrò interrogare. E come farò, quel giorno, a dimenticarmi del fatto che mi ha dato una mano pratica così spassionatamente? Se non era per lei a quest'ora ero ancora in giro. O forse, ero svenuto e mi trovavo già all'ospedale". Poi l'auto riparte. E io vomito anche l'anima, all'ingresso dell'hotel.

"Professore si sente male?". Una monaca di clausura, con il viso mezzo coperto dal velo, s'interessa del mio stato di salute.
"Non si preoccupi, sorella", le rispondo, come fossimo in un film e vado verso la reception, a riconquistare la chiave della stanza, e un po' di tranquillità, e un po' di sonno ristoratore...

lunes, febrero 18, 2008



Alain Robbe-Grillet est mort




L'ho saputo il 18 Febbraio, di pomeriggio, dopo un pranzo fin troppo lauto. Ho letto un solo suo romanzo, quello che s'intitola La gelosia (pubblicato nel 1957), e ne ho un ricordo vago, mi risultò ostico, un romanzo che non era un vero romanzo, con un personaggio che osserva un triangolo amoroso, se non erro e non ricordo male, e passa tutto il giorno a cercare di svelare un mistero che non si capisce bene cosa sia, il tutto scritto con una prosa secca, asciutta, ma proprio per questo ancora più complessa, difficile da seguire. Poi lo incontrai in Spagna, per una delle casualità di cui è fatta la vita. Ascoltai con interesse il suo intervento (qualcuno, prima di lui, qualche critico spagnolo, citò dei brani dalla sua raccolta di saggi Pour un Nouveau Roman, e allora ricollegai la figura, così simpatica e barbuta, al teorico del famoso "Nuoveau Roman", che tanta influenza dovette avere sugli scrittori degli anni 60 e 70 e mi ricordai anche del fatto che Robbe-Grillet collaborò alla sceneggiatura di quel capolavoro che è L'année dernière à Marienbad di Alain Resnais, uno dei maestri della Nouvelle Vague, insieme a Godard, e Truffaut e, il mio preferito, Eric Rohmer). E così presi coraggio e gli domandai non ricordo più cosa circa il romanzo novecentesco e Joyce e lui mi rispose in francese, e poi in inglese (mi confessò che sapeva poco l'italiano) e mi consigliò di rileggermi uno che aveva anticipato anche Joyce, e cioè Italo Svevo, con il geniale La coscienza di Zeno. Poi ci fu un pranzo, e io finii davanti a lui e a sua moglie, una di quelle donne francesi che non riescono a smettere di pronunciare la "erre" con quel tipico accento francese anche quando parlano in inglese, o si sforzano di parlarlo davanti a ospiti non francesi. Una tipa simpatica anche lei, come il marito, che ora è morto, non c'è più, se n'è andato a 85 anni e non potrà più scrivere romanzi nè teorizzarci sopra, nè potrà più consigliare agli italiani amanti della letteratura di rileggersi Svevo... Poi passò a citare la fenomenologia di Husserl e lì persi il senso del discorso, attaccai il secondo, Robbe-Grillet rideva e non si stancava di rispondere a critici e professori che lo disturbavano con le loro domande oziose anche a pranzo, mentre lui mangiava la zuppa di pesce e la moglie sorrideva anche lei, con la "erre" moscia e una chioma bianca sbarazzina e un'eleganza innata davvero sorprendente...

domingo, febrero 17, 2008

Di quante cose abbiamo veramente bisogno per vivere?



La domanda me la sono fatta l'altra mattina, quando sono andato a dare una mano ad Alyssa e le ho fatto i vetri (mi ha detto che mi pagherà per questa mano che le ho dato... le ho risposto che non se ne parla nemmeno, che è vero, per ora non ho molte entrate, ma ancora non sono sul lastrico e poi mi fa piacere darle una mano, una mano pratica, intendo, ogni tanto). E così, mentre io m'improvvisavo lavavetri e m'impegnavo a pulire a lustro una delle vetrate dell'ingresso dell'agenzia mi si è avvicinato un barbabone, uno che il lavavetri lo fa di mestiere, lo fa sul serio, insomma, tutti i giorni. Sorrideva, mentre chiedeva qualche spicciolo agli automobilisti che erano costretti a fermarsi (semaforo rosso) e che puntualmente lo guardavano incazzati prima di sgommare e partire (semaforo verde).
Il barbone mi si è avvicinato e ha riso: "Buono!", mi fa. E indica lo spruzzino che ho in mano.
"Buono profumo! Ottimo!", mi spiega. E ride. Immagino che si stia riferendo al profumo di lavanda che emana il prodotto che fuoriesce dallo spruzzino. E penso: caspita, è vero, non ci avevo fatto caso.
"E' una bomba, questo qua, contro lo sporco", gli dico, tanto per avviare il dialogo (e nel mentre mi do del cretino, ho appena detto una frase da spot pubblicitario di quelli proprio dementi).
"Si fa bene con quella carta", mi fa, indicando il rotolo che ho poggiato su una delle scrivanie. Ha il giubbotto sporco e strappato, un paio di Nike nere consumatissime e una barba sfatta di mesi. Non puzza. Non dà l'impressione di essere pericoloso. Alyssa lo avvista e mi fa cenno di smettere di stare lì a dargli confidenza, potrebbe tornare quando io non ci sarò a farle compagnia, e lei ha paura ("e se poi, presa confidenza, entra in agenzia?"). La capisco.
Ma in quel momento il barbone torna a farsi sotto: sorridendo mi fa: "Alza, alza musica, amico!". Sto facendo i vetri e intanto ho acceso una radio scassata dell'agenzia su RDS. Il barbone accenna anche qualche passo di ballo. In questo momento stanno cantando I gemelli diversi. Rido anch'io per un po' e penso: è la seconda cosa cui non dò importanza e che questo poveraccio nota e dallo sguardo quasi mi invidia. Oltre al profumo del prodotto che uso (faccio le pulizie e ho l'olfatto titillato dal sapore della lavanda), il barbone mi fa capire quanto sia piacevole il fatto che lavori con la musica in sottofondo (lui che l'unica musica che sente è quella che magari, a sprazzi, proviene dalle auto dei potenziali clienti cui chiede qualche spicciolo). Continua a chiedere l'elemosina. Io finisco, Alyssa chiude a chiave l'agenzia. E ce ne andiamo. Torno in macchina, il barbone probabilmente se la sogna, un'automobile. Salgo le scale e prendo l'ascensore: quando sarà stata l'ultima volta che il barbone è salito su un ascensore? Entro in camera e accendo il pc e mi metto a scrivere di lui e penso: il barbone non ha un computer. Forse non l'ha mai avuto e non sa nemmeno a cosa serve, nè come si accende. E penso: di quante cose abbiamo veramente bisogno, oggi, per vivere? Di quante se ne può fare a meno? Quante ne abbiamo, ogni giorno, sotto gli occhi, e non sappiamo che farcene, non ce ne accorgiamo nemmeno che sono lì, sotto i nostri occhi, o non le usiamo o non le apprezziamo per quello che sono?

viernes, febrero 15, 2008



I difetti di Caos calmo (il film)



L'annosa questione se sia meglio il libro o il film ha fatto spargere fiumi d'inchiostro, come suolsi dire, da quando è nato il cinema e quest'ultimo (da arte giovane qual è) s'è nutrito per le sue storie delle storie raccontateci dalla letteratura (come sarebbe stato il film che aveva in mente García Lorca, non l'avessero ucciso i fascisti allo scoppio della Guerra Civile? Ci si ricorda mai del fatto che Pirandello collaborò alla stesura delle sceneggiature tratte dai suoi romanzi?- non vorrei dire una cazzata, ma mi sembra di ricordare proprio questo particolare dalla Storia del cinema di Rondolino e co. S'insisterà mai abbastanza sul fatto che il montaggio, ben prima di Ejzenstejn e di Griffith, venne "inventato" dai romanzieri come Charles Dickens e co.?). Un punto fermo intorno alla riflessione sui rapporti cinema-letteratura c'è, lo si è conquistato, non ci sono più dubbi in merito: ogni opera letteraria che venga trasposta al cinema subisce un'inevitabile processo metamorfico per cui, puntuale, il lettore del romanzo resta deluso dai risultati ed esclama tra sè, magari indignato: "Era meglio il libro!". E' che leggendo ci "facciamo il nostro film", che evidentemente non coincide mai con quello girato da quel determinato regista. Quanti capolavori letterari sono stati rovinati al cinema? (ma vale anche la domanda retorica al contrario: quanto libretti o libercoli sono diventati magnifiche opere cinematografiche? Pensiamo a tutti quei romanzetti di genere cui s'è ispirato Hitchcock per i suoi film... Pensiamo a cosa è diventato lo Shining di Stephen King nelle mani di Kubrick). E' che i libri sono fatti di parole; e le parole si contraddistinguono per una connaturata "polisemia" che nei film si perde. Ed è che i film sono fatti di immagini e per "polisemiche" che queste vogliano essere sono comunque sempre più precise delle parole (delle metafore, poi, non ne parliamo). Se in un libro trovo scritto: "si sedette sulla panchina davanti alla scuola della figlia", in un film devo vedere com'è fatta quella panchina, e capire che tipo di scuola è quella, il colore, la distanza, ecc. Nel libro sono libero di immaginare (su suggerimento del narratore); nel caso del film, vedo qualcosa che ha già visto per me il regista, e non sono più così libero di "divagare" con la fantasia. Quando poi il libro è letteralmente "pieno" dei pensieri di un protagonista che parla in prima persona, beh, allora, nel caso del film io i pensieri posso solo "indovinarli" a partire dai gesti, la parola al cinema deve essere "utilitaristica", deve essere merce d'uso comune, non può trasmettere i pensieri, e se lo fa, con la voce in off, lo deve fare con moderazione (immaginatevi un film con voce fuori-campo che interviene costantemente a commentare, a dire, a spiegare: sarebbe una noia mortale!).

Caos calmo è tratto da un libro il cui fascino si basa molto sull'appeal di un personaggio che pensa cosa sarà (cosa diventa) la sua vita dopo la morte della moglie con una figlia di dieci anni da crescere e accudire. E bastano purtroppo le prime immagini per capire che quell'appeal si perde anche se a recitare la parte è uno come Nanni Moretti. La regia di Antonello Grimaldi è pulita, direi quasi troppo "scolastica"; l'attore è bravo, ma tende a prevalere sugli altri personaggi di contorno (tutti molto simpatici, nel romanzo, anche quando svolgono il ruolo dei cattivi). Nel romanzo si percepisce l'angoscia di chi subisce un trauma simile; nel film, Nanni Moretti è a volte così bravo a fare la parte di chi, nonostante il lutto, non lo elabora e non piange che ci scordiamo della moglie Lara. Nel romanzo di Veronesi l'osservazione della realtà attraverso il filtro di questo personaggio così comune che comunque vive una situazione così anomala tende a farsi spesso poesia; nel film la poesia scompare a favore della prosa; e l'unica momento lirico che mi fa commuovere è quando Nanni Moretti studia i comportamenti dei suoi simili, vede arrivare i vigili e poi capisce che di lì a poco i genitori prenderanno pacificamente d'assalto la scuola in cui si re-impossesseranno dei propri figli (la musica qui aiuta molto; la scena è molto teatrla, oltre che corale). Un po' poco, direi. Anche nel finale, si perde gran parte del pathos del romanzo. Se il libro finisce con il protagonista che, in una sorta di megatelefonata astratta, immagina di mettersi in contatto con tutti quelli che sono andati a "confortarlo" sulla sua benedetta panchina e, infine, chiede di poter parlare finalmente con Lara, nel film Moretti accusa il colpo della figlia ("non stare più qua, papà, i compagni di classe mi prendono in giro") e poi parte, ma senza dire nulla e senza pensare nulla (nè di sè, nè della figlia, nè tantomeno della moglie). Il regista deve aver ragionato "per sottrazione", rispetto a un romanzo tanto vasto e sotterraneamente passionale; però ha "sottratto" troppo, tanto da togliere gran parte della poesia insita in una storia come quella di Veronesi. Non solo non si è liberi di "divagare" con la fantasia; in questo caso, ci viene tolta anche la possibilità di commuoverci (tutto il contrario, per fare un'esempio morettiano, de La stanza del figlio, dove la musica, il montaggio, l'uso delle inquadrature servono proprio a farci "partecipare" del pathos del protagonsita).

lunes, febrero 11, 2008




Don Quijote e Sancho Panza e le frustate per amor di Dulcinea






Questa mattina mi sono svegliato male: ho avuto gli incubi, e poi sono convalescente, dopo due giorni di febbre alta e influenza virale fastidiosissima. E allora ho fatto un esperimento: ho preso una copia del Don Quijote e ho aperto una pagina a caso. L'esperimento è riuscito: Cervantes fa morire dal ridere. E' inutile, non si può, e non si deve mai smettere di notarlo e sottolinearlo e di ringraziarlo per questo . L'autore che scrisse uno dei classici più vivi della letteratura mondiale (un facchino conosciuto qui a Firenze mi ha detto, sinteticamente, ma azzeccandoci parecchio: "Sembra cosa da nulla, e invece dentro c'è tutto") dovette divertirsi moltissimo nello scrivere di simili dialoghi (riporto in originale quanto trovato a caso: DQ, II, 60):

"-¿Qué es esto? ¿Quién me toca y desencinta?
-Yo soy - respondió don Quijote -, que vengo a suplir tus faltas y a remediar mis trabajos: véngote a azotar, Sancho, y a descargar, en parte, la deuda a que te obligaste. Dulcinea perece; tú vives en descuido; yo muero deseando; y así, desatácate por tu voluntad; que la mía es de darte en esta soledad, por lo menos, dos mil azotes.
-Eso no – dijo Sancho; vuesa merced se esté quedo; si no, por Dios verdadero que nos han de oír los sordos. Los azotes a que yo me obligué han de ser voluntarios, y no por fuerza, y ahora no tengo gana de azotarme; basta que doy a vuesa merced mi palabra de vapularme y mosquearme cuando en volutad me viniere.
-No hay dejarlo a tu cortesía, Sancho – dijo don Quijote -, porque eres duro de corazón, y aunque villano, blando de carnes”.

Compassione, comicità e sottile malinconia: tutto insieme, in poche righe, nel cuore di un pazzo che crede a quanto gli racconta lo scudiero, vittima anche lui delle burle degli adulti, Sancho poveraccio che deve sculacciarsi a suon di frustate, tremila frustate sulle chiappe e passa la paura e Dulcinea verrà finalmente "disincantata": cioè vale a dir, riapparirà sotto le vere spoglie (e non quelle "reali" e brutte di Aldonza Lorenzo). Poesia è forse parola esatta... Poesia che nasce dai dolori tutti umani di personaggi che sembran più veri delle persone reali...

martes, enero 29, 2008

A terrible mistake

“Senti questa”, gli fa Roberto, quell’amico che tutti, per nostra fortuna, almeno una volta incontriamo nella vita, colui al quale confessi che l’amata t’ha tradito, col quale sfoghi la rabbia che accumuli sul posto di lavoro, al quale racconti le cose più belle o curiose che ti sono capitate durante la giornata (o gli ultimi mesi, se non hai il modo di poterlo frequentare abitualmente) e aggiunge: “c’è un tizio, uno studente, che arriva a Firenze per studiare Belle Arti, ce ne sono un sacco che vengono nella città di Dante per questo motivo…comunque…sono due giorni soltanto che sta in città, per il momento vive in un ostello del centro, dove gli fregano trenta euro a notte e non gli passano nemmeno da mangiare (il bagno, che te lo dico a fare, è in comune con gli altri). Ebbene, si da il caso che questo studente, chiamiamolo John, sia un tipo intraprendente e pieno d’iniziativa e vuole sfruttare il primo Sabato che gli si presenta per darsi un’occhiata in giro, per tastare il territorio, diciamo (in America, il suo paese d’origine, gli hanno sempre parlato bene dell’Italia e delle italiane, oh, le italiane hanno la fama di tipe bellissime e passionali, le tipiche mediterranee che al letto, dio sa se ci sanno fare…comunque…ecco, diciamo, John si da alla pazza gioia, comincia a bere da solo, in un bar del centro, ma per quel che gli fanno pagare capisce che è meglio cambiare aria, e si avvicina con passi timorati a un pub in cui un cartello avverte che ai giovani studenti viene fatto lo sconto sul prezzo di listino, entra e che gli succede? L’incontro insperato, proprio non ci pensava e non ci avrebbe mai scommesso nemmeno un centesimo dei suoi vecchi dollari…incontra un gruppo di studentesse americane del suo stesso stato, la Georgia, diciamo, e tra queste, nientemeno che Marie, sì, accidenti, si tratta proprio di lei, la sua ex compagna di banco ai tempi del college (lì lo chiamano così, da noi dovrebbe trattarsi del “liceo”, ma non me ne intendo di queste etichette e denominazioni, ammetto la mia ignoranza in materia, comunque…), che bello, che sorpresa, che meraviglia, ragazzi, avrà pensato di sicuro il nostro Johnny…piglia e si siede nei pressi della lunga e affollata tavolata dei suoi connazionali, con Marie che fa le presentazioni del caso, ragazzi! Questo è il mio amico Johnny, my friend dai tempi del liceo (o “college”), che combinazione, non credete? E si stringono le mani, tutti allegri e sorridenti, anche perché molti hanno già bevuto, e anche parecchio, non neghiamocelo, questi studenti stranieri quando vengono in Italia si danno alla pazza gioia, ricordiamoci che in America, quei puritani, vietano l’alcol ai minori di 21 anni, una cazzata, diciamocelo, anche perché così tu li fomenti, li spingi proprio all’esatto contrario e a esagerare anche solo se ti trovi di fronte a un semplice boccale di birra, comunque…”
Arriva il cameriere con i due caffè (senza zucchero per Roberto, macchiato per lui) e deposita lo scontrino sul tavolo. Roberto nemmeno lo degna di uno sguardo e continua a raccontare, come se fosse seduto anche lui a quel tavolo, con Marie e Johnny, chiamiamolo così…
“…comunque…l’allegra compagnia è già a buon punto, Johnny non può che aggregarsi a loro, ordina roba forte, whiskey e coca, rum e pera, che fanno il loro bell’effetto sul cervello, non neghiamolo…Marie, nel frattempo, gli sussurra, anche lei leggermente fuori di testa, che gli piaceva, ma dai!, esclama il ragazzo, e aggiunge, non me n’ero mai accorto, ma veramente? I can’t believe it, sì, fa Marie, sempre più rosse le guance, effetto dell’alcol o della timidezza? Non lo sapremo mai, dio quanto sono puritani questi Americani, quando ad un tratto la ragazza si sente male, le gira la testa, non ce la fa più, ride e poi scappa in bagno a vomitare anche l’anima, con John che l’assiste dall’esterno e le domanda in continuazione se si sente bene, mai sentita così male, esclama sorridente e bavosa Marie, devi prendere aria, ragazza, le propone John e così, tra le risate degli amici, la conduce fuori dal pub. Ecco, sono all’aria aperta, il clima è mite a Firenze, in questa stagione, le strade sono affollate di turisti americani come loro, studenti di Belle Arti (ma John non ricorda che Marie è in Italia grazie a una borsa di studio che ha vinto presso il Dipartimento di Letteratura Italiana, è iscritta a Lettere, ma tanto basta…), che ne dici di appartarci un po’?, chiede tra il serio e il faceto. John non sa che fare, fino a ieri dormiva da solo in uno schifoso ostello di via dei Guelfi, vicino a Piazza della Repubblica, adesso è in compagnia di una conterranea e ha appena scoperto che a lei piaceva fisicamente, anche se lui non se n’era mai accorto…insomma, cosa fare? Accettare per dare vita a una relazione dopo anni d’incomprensione? Oppure elegantemente rifiutare? Ma se invece Marie avesse voluto intendere tutt’altra cosa? E così è…Ma che hai capito? Volevo proporti di andare al Giardino delle Rose! E’ quel giardino che si vede da qui, non lo vedi? E indica il Piazzale Michelangelo, John non c’è mai stato. Dai, let’s go, e John accetta, soprattutto perché con la camminata spera che l’amica possa riprendersi, e poi dicono che da lì si goda davvero una delle viste più belle della città. Salgono lungo Viale Poggi, tra abeti e querce, ma non sanno che il Giardino delle Rose non è sempre aperto, in questa stagione è proprietà privata, solo d’estate l’ingresso è ammesso ai turisti, ora ci vivono un rigattiere-antiquario che lavora in centro con la figlia, segretaria presso uno degli avvocati più potenti della città. Ed è proprio lei che vedono arrivare in macchina, il cancello del giardino si apre, loro s’intrufolano, dai, let’s go, ripete Marie, completamente ubriaca, nonostante la vomitata nel pub, e John la segue, anche lui è su di giri, ma la ragazza, la figlia del proprietario, li ha visti e ha paura, crede che siano albanesi, una coppia di ladri, citofona al padre, sono le tre e mezzo del mattino, a quell’ora sta dormendo, ma si alza, vengo subito, rassicura la figlia, e prende al volo il coltello a serramanico col quale cura il suo giardino e rammenda i suoi vecchi mobili d’antiquariato…comunque, ecco che spunta sul giardino, urla, questa è proprietà privata, andate via!, li minaccia soltanto, per ora, ma Marie gli risponde per le rime, loro sono turisti, lei là dentro c’è già stata, vogliamo solo guardare il panorama che si gode da quassù, come on, non faccia l’ingrato, ma l’uomo, anziano e svegliato nel cuore della notte, non capisce un’acca d’inglese, e crede che siano proprio due albanesi, si avvicina e avverte l’odore forte dell’alcol, stringe Marie per un braccio, siete pure ubriachi, maledetti ladri, la ragazza urla e si allontana, John a quel punto non ci vede più, credendo che l’uomo voglia molestare la sua ritrovata amica, gli getta contro la sua giacca estiva, l’uomo non ci vede più, sono cieco, aiuto!, mentre la figlia scende a vedere cosa succede in giardino, che fate?, e l’uomo sferra all’impazzata fendenti contro l’aria col suo coltello a serramanico, fino a quando non colpisce John, un colpo alla giugulare, il ragazzo urla, Marie scappa spaventata, la figlia dell’uomo si frappone e riceve involontariamente una coltellata sul ginocchio, ma si ferisce soltanto, nulla di grave, papà!, urla disperata, e solo dopo che si toglie la giacca sul volto capisce che quella è sua figlia e non Marie, e si rende conto della gravità della situazione, con John che perde sangue a litri dal collo e Marie che non sa più che ne è dell’amico appena ritrovato, solo due giorni che sta a Firenze, chiama il 331, dal suo cellulare, ma non risponde nessuno, una piccola distrazione, pensa all’America, dove non esiste quella strana combinazione, 113, sbaglia numero, mentre l’amico perde coscienza e sangue e muore…”.
A quel punto Roberto sorseggia il suo caffè. Il cameriere vaga tra i tavoli e galleggia nella nebbia del fumo delle sigarette dei vari clienti pomeridiani del locale. Fa uno sguardo amaro. Come di chi avrebbe voluto salvarci, ma non ha fatto in tempo per uno stupido, sciocco ritardo.
“Marie è stata ritrovata il mattino dopo ai piedi della statua del Perseo che innalza trionfalmente la testa della Medusa. John è stato trasportato al pronto soccorso e poi all’obitorio per gli accertamenti legali, ma il caso era risolto in partenza. Si è trattato di un errore d’interpretazione. Let’s go, gli hanno detto i poliziotti che hanno ritrovato la ragazza. A terrible mistake, le ha continuato a ripetere la psicologa della questura, un terribile errore d’interpretazione. Se quell’uomo avesse saputo l’inglese, o se solo avesse avuto nervi più saldi…ma Marie continua a ripetere che è stata tutta colpa sua, che l’ha portato lei John lassù, che erano tutti e due ubriachi e che non sapevano che era vietato l’ingresso al Giardino delle Rose in quel periodo dell’anno.”
A quel punto Roberto smette di raccontare. Anche gli amici come lui si stancano, a volte. Gli propone di andare a fare una passeggiata. Lui accetta, ma non smette di pensare alla fine assurda dello studente americano venuto a Firenze da appena due giorni per studiare Belle Arti, mentre guarda dal basso il Giardino delle Rose. Chissà che vista si gode da lassù.

Questo racconto è ispirato ai cosiddetti "fatti realmente accaduti". Solo che i nomi sono inventati. I fatti invece risalgono al 2004 (se non erro); il racconto è stato scritto l'estate del 2005 (se ricordo bene).

sábado, enero 26, 2008

Scusami, ma leggi Moccia!

Mentre il governo Prodi cade e c'è chi beve champagne e festeggia e chi si dispera e finge di strapparsi i capelli (finge: sotto sotto anche questo qualcuno continua a prendere il suo bello stipendio e poi ci sono le pensioni vitalizie, non è poi una catastrofe così grave, suvvia!), io torno a casa e scopro una tragedia domestica, ma non per questo meno catastrofica. Mia sorella, che ha 16 anni, è seduta sul divano e legge con attenzione Scusami ma ti chiamo amore di Federico Moccia... Non posso credere a quanto vedono i miei occhi, afferro al volo il tomo, leggo la scheda riassuntiva e la nota biografica, ma è vero, purtroppo è tutto vero, questo qui che ho tra le mani è proprio un romanzo di successo del mitico Moccia...(mitico per i giovani ragazzi e ragazzini contemporanei). Apro il libro a metà e leggo un dialogo tra madre e figlia. La figlia ha preso il caffè, la madre la sgrida. La figlia vuole uscire col motorino, la mamma gli ricorda di non correre e d'indossare il casco. Ora, non vorrei assumere il tono o l'atteggiamento di superiorità di coloro che dicono che Moccia è solo un "fenomeno editoriale" destinato a essere dimenticato nel giro di un paio di film e di un paio d'anni; nè voglio assumere il ruolo (che non mi compete) di giudice delle Lettere e stabilire chi è un classico e chi no, cosa bisogna leggere e cosa va assolutamente tenuto a distanza o peggio osteggiato con snobistica indifferenza (e poi è difficile, quasi impossibile, giudicare qualcosa o qualcuno solo dalla lettura di poche righe, eppure... Dio è nei particolari, come diceva Flaubert). Certo è che subodorare una certa furbizia in questo autore di best-sellers è quasi inevitabile, leggendo un pezzo di dialogo come quello sopra riportato. Io dipingo i giovani d'oggi, le loro storie d'amore, i loro problemi adolescenziali così come loro pretendono di poterli vedere rappresentati in un romanzo o in un film e il gioco (dell'immedesimazione) è fatto. Il vero artista è colui che riesce a convincermi della verosimiglianza di una storia in cui chi narra, da essere umano più o meno normale, si è trasformato in insetto gigante e ci descrive la sua nuova, dolorosa vita, nella nuova, incredibile veste animale. Il vero romanziere è chi riesce a sconvolgere il rapporto che io dò per scontato tra me e il mondo e mi porge di questo mondo una versione straniante, ma possibile, un lato che io non avevo mai visto o avevo soltanto intravisto di sfuggita senza soffermarmici. Il vero creatore è chi, usando le parole che tutti usiamo nella vita quotidiana, riesce a dare loro una sfumatura, dei colori, che non possiedono nella vita quotidiana, e in tal modo mi fa entrare in un mondo "altro" in cui è possibile vedere le cose alla rovescia, attraversare uno specchio o volare nello spazio. Guardare in modo nuovo e più a fondo quanto ci circonda: questo è quello che i veri romanzieri riescono ad ottenere con le loro finzioni. Non certo duplicare il mondo "reale" in cui mangio e mi muovo e dormo, ma duplicare una versione potenziale, verosimile e più interessante dello stesso.

martes, enero 22, 2008



Andar per congressi (ovvero "della tautologia" e "dell'autoreferenzialità")






"Ma secondo te", pausa: "il tiramisù viene meglio con i savoiardi o coi pavesini?", punto interrogativo.


La domanda coglie alla sprovvista Auri e aleggia in mezzo ai fumi dell'alcol e della cannabis. La mia amica carezza una gatta dal pelo persiano, una gatta che m'incute un certo timore perchè ha gli occhi gialli (sì, proprio così: gialli) e mi fissa come fossi l'intruso del momento.


"Secondo me viene meglio con i pavesini, sono più delicati". Il mattino dopo ho un impegno accademico. Siamo in Aula Magna, e dentro queste quattro mura storiche si svolgerà un convegno dal titolo "testo e contesto" (o era "testo e commento"? No, forse è: "contesto e commento"). In fondo all'aula, la cattedra intorno a cui i docenti e gli addetti ai lavori si scambiano i saluti di rito (sorrisi falsi e denti aguzzi, anche lo spettatore più benevolo non può non notare la quantità di bile e di ipocrisia che riempie le espressioni facciali di quei supposti colleghi, fratelli d'una stessa casta, ma fratelli cainiti, pronti ad accoltellarsi alle spalle o a sparlare l'uno dell'altro non appena l'uno - o l'altro - volta l'angolo e se ne torna a casa). Un nugolo di dottorandi prende posto sulle poltroncine morbide e imbottite (d'un rosso fuoco che stona alquanto con l'arancione smorto delle pareti). Un lampadario stile Luigi XVI sovrasta le capoccie di ricercatori e assegnisti, di professori a contratto e manovalanza intellettuale varia (varia e avariata, a volte, dato lo stress intellettuale costante cui sono sottoposti certi cervelli fini).


Mi tengo a distanza e osservo (pronto a prendere appunti, intorno alle tante cose interessanti su cui discetteranno i qui presenti luminari delle scienze umane e del settore umanistico...). Osservo il primo prof. che ci parlerà delle immagini ovidiane nel canto XVI dell'Inferno dantesco (un periodare incerto fa da pandant a un eloquio altrettanto sghembo: il prof. parte, poi si ferma, emette una sfilza di "hum... mmm...", poi riprende la frase principale, prova ad attaccarci una subordinata di senso compiuto, ma non ce la fa, eccolo che ci riprova, niente, accidenti, ha perso il filo, ad ascoltare lui si rimpiange davvero tanto Roberto Benigni e le sue lezioni in piazza ora ritrasmesse in Rai in seconda serata).


Allora attacca il secondo docente: ci parla di "corpi ignudi e corpi vestiti" nelle immagini dei manoscritti quattrocenteschi del Decameron boccaccesco. C'è anche la presentazione col proiettore. Le immagini che porta ad esempio sono molto suggestive, ma anche qui, l'analisi non mi convince, non riesco a credere alla deliberatezza con cui questi famosi amanuensi debbano aver cesellato - in base alle ipotesi interpretative di questo docente - i versi e le narrazioni a volte spassosissime di Boccaccio.


Prima della pausa caffè, c'è tempo per ascoltare interventi sui Tristia ovidiani e la "topica" dell'esilio; sul concetto di ermeneutica in Schiller e Schelling; e, infine, sugli influssi di Rilke nell'opera di non ricordo più quale poeta spagnolo.


Ora, io sono d'accordo, posso concepire lo studio serio della letteratura. E posso credere come credo che la critica letteraria non sia affatto disciplina da trascurare o addirittura branca ancellare della letteratura (senza i critici, senza qualcuno che insegni a leggere, la letteratura morirebbe o finirebbe in un ghetto di pochissimi esperti aficionados). Però... come si può avviciniare alle "humanae litterae" un pubblico di non specialisti se ci si specializza fino ad estremi che sfiorano la ridicolaggine? Come si può rispondere alle domande che la Letteratura ci pone ancora oggi se si concepisce il mestiere del critico come uno scandagliare sempre più erudito e sempre più arido nel testo letterario? Che fine fa il piacere della lettura? E' possibile fare critica letteraria rispettando il testo, il lettore ed eventualmente l'autore che quel testo l'ha scritto e l'ha prodotto in base alla sua preparazione, sensibilità, cultura?


Mi pongo di queste profonde questioni, quando una dottoranda che sembra la sosia della Parietti mi si avvicina con fare puttanesco (ha una scollatura generosa e una gonna con lo spacco semi-inguinale) e mi chiede se conosco il prof. Tanzio Tazzi, vorrebbe parlarci, ma non l'ha mai visto e non vorrebbe fare figuracce. Non conosco Tazzi, tantomeno individui che rispondono al nome di Tanzio, però m'intrattengo con la dottoranda e commetto l'errore di chiederle qual è l'argomento della sua tesi (mai chiedere a un dottorando di cosa si occupa: si rischiano ore d'interminabili litanie o auto-elegie): "Sto scrivendo una tesi sui racconti di streghe del XVI secolo in aerea anglofona. E' una campo quasi vergine, sai?" (tutto l'opposto di ciò che sembra lei) "ancora poco studiato eppure ricco di risvolti sul piano non solo letterario ma anche prettamente sociologico. Sai, la sociologia della letteratura è una delle mie passioni nascoste. Mi piacerebbe potermi occupare anche della filosofia strutturale che sta alla base dei lavori di Pierre Bourdieu, conosci Pierre Bourdieu?" (lo ignoro e confesso la mia igoranza, e lei, imperterrita, continua la sua lagna): "Perchè, sai, io mi sono occupata anche di stampa, sì, cioè proprio dell'invenzione della stampa da parte del buon vecchio Gutenberg, ho scritto un articolo sui primi incunaboli della versione tedesca della Bibbia, quella realizzata da Lutero nel..." (e continua, continua, senz'accorgersi minimamente delle scudisciate con le quali i miei occhi avidi di carne le tagliano il vestito, la gonna, penetrandone scollature, angoli nascosti e scuciti, lati nascosti...).


Gli interventi della seconda parte sono decisamente più umani e mi ricredo sulla funzione della critica oggi (e sul senso dello studio della letteratura all'Università). Prendo in prestito un libro da Italianistica e leggo una descrizione "realistica" di quello che è appena successo (mi riferisco agli interventi della "giornata di studi", non allo sproloquio della dottoranda - chè questo rientra in un altro genere):


"E in effetti, cosa c'è di più noioso dell'assistere alle evoluzioni di un trapezista, che volteggia ripetutamente sotto i nostri occhi, magari con grande maestria, ma sempre con una stupefatta ammirazione per la propria bravura?" (Mario Lavagetto, Eutanasia della critica, Torino, Einaudi, 2005, p. 40). Tautologia ed autoreferenzialità: i due peccati capitali di cui si macchia tanta critica cosiddetta "letteraria"...

jueves, enero 17, 2008

Tra poco

Tra poco comincerà una nuova fase nella mia vita. E siccome si tratta di qualcosa che posso solo "indovinare" ma non "sapere a scienza certa" mi piace ricamarci sopra. M'immagino come sarà, quale pubblico mi troverò davanti, mi chiedo se sarò abbastanza preparato e bravo da catturare per un'ora di filato la loro (di chi?) attenzione... perchè se è vero che è difficile parlare in pubblico, ancor più complicato è parlare in modo tale da coinvolgere lo stesso (rispettabile, a volte nemmeno tanto, oltre a quelli che si distraggono ci sono pure quelli che magari ti fischiano e non vedono l'ora di alzare il culo e sparire dalla tua visuale).

Intanto, mi sto facendo una cultura sulla letteratura italiana. Consiglierei a tutti gli aspiranti critici un saggio di Andrea Neri dedicato a Tiziano Sclavi e che s'intitola, appunto, La lingua di Tiziano Sclavi ai confini fra fumetto e narrativa, Torino, L'Harmattan, 2004. L'autore - allora laureando - vi studia quella sorta di osmosi tra parlato, visivo e scritto o tendenza a oltrepassare i limiti della lingua scritta che caratterizza in effetti lo stile sclaviano (possibile che nessuno si sia accorto, tra i tanti critici italiani, che esiste ormai l'aggettivo "sclaviano"? Forse due eccezioni ci sono: Umberto Eco, che con Sclavi condivide lo stesso gusto citazionista, e Remo Ceserani, che nel suo Raccontare il postmoderno dedica alcune righe proprio alla lingua usata dall'inventore di Dylan Dog). Non solo: Andrea Neri ci dimostra anche come bisognerebbe scrivere i saggi di critica: lungi dall'esporre un'erudizione soddisfatta di sè, onnicomprensiva, cannibalica, lo studioso si avvicina all'oggetto della sua analisi con una passione che non viene mai nascosta, ma che serpeggia in ogni capitolo. Dietro si capisce che c'è una persona che ha studiato quei libri, li ha letti portandoseli a letto, li ha riletti e ha letto tanta critica, per poi prescinderne e dire, finalmente, la sua...

Intanto, il Papa viene messo alla porta da alcuni professori e studenti dell'Università di Roma "La Sapienza". Quante volte ho percorso quel tratto di strada che da Piazzale Aldo Moro conduce alla statua della Minerva... Quante volte mi sono seduto sulla scalinata del Rettorato chiacchierando con amiche e colleghi del più e del meno... E mi fa un certo effetto rivedere alcuni scorci (pezzi d'angolo, lastre di marmo di alcune facoltà con il nome scritto a caratteri cubitali) davanti ai quali la mia vista si posava prima di sostenere magari uno dei tanti esami previsti dal piano di studio...

Io non so chi abbia più ragione o se il torto sia di entrambi le parti in lotta. Di certo, in Italia i tg dedicano troppi minuti (ore, in capo all'anno) al Papa, a quello che dice la Domenica, a quello che ne pensa su aborto, eutanasia e fecondazione assistita. In nessun altro paese d'Europa che abbia visitato si da tanto spazio a quello che dice, pensa o afferma il Papa. E questo, è già un dato su cui si deve riflettere. Perchè se ciò potrebbe non interessare a me, che sono italiano, nato in una famiglia comunque cattolica, e battezzato e cresimato con i riti di turno, figuriamoci quanto possa interessare a un protestante, un induista, un musulmano, un agnostico o un ateo...

domingo, enero 13, 2008

Dagli errori s'apprende (ovvero: "Teticado a Danni")



"Siamo a Il signor Mimmo, un ristorantino niente male nei pressi di Piazza Dante", così doveva cominciare un racconto che era anche un post che era anche un omaggio a una delle mie più care amiche che abbia mai avuto la fortuna d'incontrare almeno fino a oggi... E invece. Quanto possono essere pericolose le parole se usate in modo sbagliato? Quanto influenzano le nostre vite le parole che tutti i giorni usiamo senza nemmeno rendercene conto? E perchè è così difficile trattenersi dal raccontare un segreto al nostro migliore amico? E come mai succede, a volte, che proprio mentre sta accadendo una cosa di cui siamo i diretti protagonisti - o i passivi spettatori, dipende dai casi - proprio allora, nel momento in cui quella cosa sta succedendo, ci diciamo, a mente, tra noi: "Questo glielo devo proprio raccontare a Mario, o a Luca, o Giovanna, o Roberta..."? Perchè ci sono cose che si raccontano solo a quella ristretta cerchia di persone senza la cui presenza (senza il cui conforto quotidiano, anche se a volte non diretto, ma a distanza, via internet, via sms, via conversazione telefonica) la nostra vita non avrebbe quel minimo di senso che sembra avere quando pensiamo proprio a loro, i nostri amici, la nostra ristretta cerchia di adepti e happy few?

Ultimamente Alyssa si lamenta del fatto che lavora troppo e che, di conseguenza, trova pochissimo tempo da dedicare agli amici (fa turni di 7 ore in un hotel del centro e lavora soprattutto durante il fine settimana, quando gli altri, in teoria, sono più liberi). Le ho detto che, a parer mio, l'amicizia, quand'è vera, resta, anche se l'amico di fiducia cui confidiamo i nostri segreti più intimi non lo vediamo da anni o si trova a vivere all'estero. Alyssa mi ha guardato con sguardo rattristato. E' pessimista. E sogna d'avere un giorno una casa in cui poterli invitare a cena, gli amici più cari. Io sono più ottimista. Anche se anch'io (come tutti, credo) ho perso per strada persone cui tenevo molto; a volte è capitato senza che le due controparti se ne accorgessero o ne fossero razionalmente coscienti. E' capitato con Luisa, che si è trasferita a Milano e sono anni che non ci scambiamo più nemmeno le email per gli auguri di buon anno; ed è capitato con Andrea, che mi ha invitato al matrimonio ma ha avuto la malaugurata idea di sposarsi l'8 Settembre (che è il giorno del mio compleanno) di due anni fa, quando io ero ancora a Madrid e non trovai la forza (e fors nemmeno la voglia) di anticipare la data del ritorno... E' capitato con Alessia, che era la mia compagna di banco, e la ragazza con cui passavo interi pomeriggi a vedere cinema d'autore (quante volte avremmo visto insieme e commentato Citizen Kane o Fanny e Alexander, convinti che quello fosse il cinema che valesse la pena di vedere e non quelle cazzate americane come Spiderman e Batman - per fortuna che poi si cresce e anche i gusti cambiano e cambiamo noi e cominciano a guardare anche l'altra faccia della medaglia, come suolsi dire). E non è che sia stato meno "tragico" o doloroso, perdere per strada un amico o un'amica senza un motivo reale o apparente, senza un perchè. Perchè così è la vita, viene da dire, e basta un niente per far scattare la scintilla e metter su famiglia, e basta una virgola per fare in modo che due persone che prima nemmeno si cacavano poi si conoscano e si diano appuntamento e scoprano di amare lo stesso tipo di cinema e di condividere una simile passione per la letteratura spagnola e di vivere temporaneamente nella stessa città (Pisa) e di ridere insieme alle stesse battute e di esclamare con tono divertito e livornese lo stesso "boiadeh!" perchè l'amicizia, quella vera, nasca, e allora si decide di vedersi per prendere un caffè o un tè (al bergamotto) e di coltivarla, questa benedetta amicizia, e di condividere per un po' questo frammento caotico di fatti che è la vita di tutti...

jueves, enero 03, 2008

Come mi è venuto in mente?

Me lo ripeto da un paio di giorni (è da poco cominciato il 2008 e io l'inizio col pormi domande cui non riesco a trovare risposte valide)... come mi è venuto in mente di mandare quell'abstract alla "University of Salford" (in Inghilterra) sul tema NEW AUTHORS/AUTEURS: INTO THE NEW MILLENNIUM: Italian Cinema/Narrative (queste le questioni che verranno toccate nel convegno: "At the turn of the millennium, what factors (or irritants) are compelling authors to write, and who are they writing for? Is there, in a climate in which market forces strive increasingly to prevail, a tendency to 'play safe' with tried-and-tested formulas or to follow fashionable trends? Or can writers disregard the 'market', experiment and stretch creativity to new limits, and simply write the novel that is 'within'?". Sono questioni importanti: per chi scrive chi scrive? Lo sanno gli scrittori per quale tipo di lettore scrivono ciò che scrivono? Quanto il mercato influenza la creatività degli stessi autori? Chi me lo ha fatto fare a prendermi un impegno simile? Non so nemmeno dove si trovi esattamente Salford (mi sembra di aver capito che è vicino Manchester, ma non ne sono sicuro). E non sono più sicuro dell'autore cui vorrei dedicare il mio possibile intervento, cioè Sandro Veronesi, di cui, in questi giorni, ho riletto il primo romanzo (ottima prova) Per dove parte questo treno allegro (del 1988) e il terzo (meno omogeneo, più digressivo, non per questo meno interessante, ma forse troppo "pirotecnico"), ossia Venite venite B-52 (1995; geniale la descrizione del rapporto padre-figlia, Viola è una ragazzina impertinente e inteligentissima che ogni padre sognerebbe di avere almeno una volta nella vita, più acuta degli adulti, più pessimista degli stessi genitori distratti e un po' sfigati).
Mi accorgo solo ora che tre dei suoi sei romanzi si aprono con questa epigrafe da Samuel Beckett: "Non posso continuare. Continuerò". E' un messaggio di speranza, in fin dei conti, e che ben s'attaglia a quell'atmosfera da "paesaggio dopo la tempesta" o "apocalisse divertente" che si respira in molte delle sue prove narrative, oltre che in molti dei suoi articoli giornalistici.
Sono tante le idee, ma poca la forza (la coerenza interna) per svilupparle e metterle per iscritto, nero su bianco. Perchè mi piace quest'autore? Perchè ammiro i finti-romanzi di Sclavi? Perchè ieri ho accettato con gioia la proposta di Alyssa d'andare a vedere La promessa dell'assassino di David Cronenberg (rimanendone deluso, forse perchè mi convince poco e mi appassiona di più il Cronenberg vecchio stile, quello splatter o fantascientifico di Scanners o de La mosca)?
Troppe domande. Così si apre La forza del passato:
"Lei - pausa - è un uomo triste?".
Ottimo inizio, per un romanzo. Pessimo, per un inizio d'anno che è appena iniziato...

lunes, diciembre 24, 2007



Blow up: chi guarda chi (con Coppola "al fondo")


Sono trascorsi circa 10 anni dall'ultima volta che ho visto Blow up (1966) di Michelangelo Antonioni. Ne avevo un riccordo diffuso e sfocato. Ricordo che all'epoca non capii molto del film, ma che quando arrivai al finale rimasi di sasso, come davanti a una rivelazione (una sorta di epifania - nel senso "joyciano" e affatto cattolico del termine). In 10 anni si cambia. Non siamo più gli stessi; abbiamo letto più libri, ci siamo fatti una cultura (come dicono alcuni), anche il cinema non è più lo stesso (di quello di prima; quando, ad esempio e per restare solo in Italia, giravano registi come Fellini, Pasolini, Rossellini, Vittorio De Sica e Dino Risi). Anche il pubblico è cambiato: oggi esistono cellulari che ti permettono di vedere un film su un micro-schermo a cristalli liquidi (nutro dei dubbi sull'efficacia di una simile visione miniaturizzata, comunque, è un fatto, qualcuno li ha inventati e messi in commercio, quindi, penso, ci sarà sicuramente qualcuno che acquisterà il cellulare col mini-schermo incorporato per vedere film in micro-formato quando e dove vuole). Le telecamere sono a ogni angolo della strada e ci osservano (non per forza di cose si tratta di spionaggio) mentre facciamo la spesa, paghiamo le bollette, ritiriamo soldi dal bancomat o facciamo l'amore con l'amante di turno nell'hotel vicino alla stazione. Nel '66 il fenomeno "grande fratello" doveva essere ancora ai suoi primordi (quanto fu profetico George Orwell con 1986 lo scopriamo solo oggi). E comunque questo film mi fa venire in mente un altro capolavoro della storia del cinema, The conversation (1974) di Francis F. Coppola. Se Blow up è un film sul cinema e sul vedere (quindi sulla fotografia, sull'immagine, sull'immagine catturata da un obiettivo, per dirla in soldoni), il film del regista de Il padrino è un'opera che ci fa riflettere sul cinema e sull'ascoltare (quindi sull'atto di captare suoni, attraverso un microfono, una microspia, un buco della serratura o una parete di casa nostra). Antonioni prende spunto da un famosissimo e ormai classico racconto di Julio Cortázar che s'intitola Las babas del diablo e ci conduce per mano lungo la discesa agli inferi di un fotografo di moda che scopre per caso un omicidio fotografando una coppia di amanti in un parco. Coppola prende spunto non so se da un romanzo o dalla cronaca nera del suo paese per mostrarci la progressiva discesa verso la follia di un agente della C.I.A. (o dell'F.B.I.?) che capta e registra quasi per caso in una piazza trafficatissima la conversazione di due amanti che decidono di ammazzare il marito di lei alla tale ora nel tale luogo. Ripeto: sono due film sul cinema, perchè entrambi (anche se ognuno a modo suo) non smettono di presentarsi come metafore esplicite sull'atto del guardare e dell'ascoltare (anche se il primo spinge l'acceleratore sul pedale dell'apparato visivo e il secondo su quello dell'apparato sonoro).
Dal momento in cui David Hammings sviluppa i negativi delle foto scattate al parco non sappiamo più se quello che vediamo è reale. E se quello che abbiamo visto attraverso il punto di vista del fotografo sia davvero successo (dubitiamo con lui, insieme al protagonista). Un problema diverso è quello che deve risolvere Gene Hackman nel film di Coppola: se Hammings scopre un cadavere ingrandendo la foto ("blow up" vuol dire questo: "ingradire"), Hackman teme di rinvenire il cadavere dell'ignaro marito cornuto in un bagno di una stanza d'albergo. Ciò che ci colpisce è che entrambi si trovano costretti a fare i conti con la realtà e con la versione della realtà di cui essi sono stati gli unici testimoni. Di qui il bisogno per entrambi di "certificare" che quanto visto (e sentito) è davvero accaduto; che non è stato solo un sogno (o un incubo) e che non si sono inventati nulla. Hammings chiede a un amico di accompagnarlo sul luogo del delitto; Hackman fa tutto da solo ed entra nel bagno incriminato. Risultato: il primo non trova più il cadavere (che la notte prima aveva rinvenuto seguendo proprio le coordinate spaziali evidenziate dall'ingrandimento) mentre il secondo finisce preda delle allucinazioni (e immagina di vedere sangue che fuorisce tempestosamente dal water del bagno). Chi ha visto cosa? Chi ha sentito che?
Blow up si chiude in modo enigmatico. Hammings assiste insieme a un gruppo di artisti da strada a una partita immaginaria che due mimi "giocano" per il pubblico. Hackman torna a casa e scopre di essere spiato (lo "spione" spiato, o il gatto che si morde la coda) e finisce col mettere a soqquadro la casa pur di scovare la cimice nascosta dai suoi colleghi (dai nemici? Dal Governo? Chi si è reso colpevole dell'uccisione di quell'uomo? I due amanti o lo Stato stesso che sapeva e ha taciuto?). La responsabilità del vedere e quella dell'ascoltare. In una parola sola: la responsabilità di sapere. O di venire a sapere.
Prima di ogni azione volontaria (prima del suo scatto al parco; prima della registrazione furtiva di quella conversazione privata), nessuno dei due protagonisti sospetta nulla di nessuno. Basta soffermarsi un momento sulla realtà; basta voler andare a fondo nell'analisi di quanto vediamo e sentiamo; basta saper ingrandire (o riascoltare attentamete) perchè quella stessa realtà (all'apparenza banale e priva di sorprese) si trasformi in un mistero da svelare. E' questa stessa tematica a spingermi ad accostare due film così simili eppure così diversi. E a farmi riflettere su un fatto: chi si avvicina troppo a una porzione della realtà e prova a indagarla a fondo rischia di perdere la percezione stessa del reale e di finire in un vortice senza fine. Il punto è che vorremmo sapere tutto e risolvere ogni enigma. Aspirazione ancestrale che se da un lato ci ha permesso di evolverci dall'altro ci ha portato alla morte. E' questo il caso dell'Ulisse dantesco del XXVI canto dell'Inferno (chi troppo vuole nulla stringe); è questo il caso di Don Quijote, che dopo aver inscenato una vita da romanzo, finisce col tornare a casa sua e morire da cristiano (con buona pace del lettore che si era ormai affezionato ai suoi discorsi assurdi). La giusta distanza (da cui guardare) e capire chi guarda chi e chi ascolta cosa. Questa è la cosa più difficile da conquistare in questa vita.

jueves, diciembre 20, 2007


Jovanotti giova


Grazie Dadda (hermano) per avermi fatto ascoltare in anteprima Fango:


"ora la città è un film straniero senza sottotitoli
le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli
il ghiaccio sulle cose
la tele dice che le strade son pericolose
ma l'unico pericolo che sento veramente
è quello di non riuscire più a sentire niente
il profumo dei fiori l'odore della città
il suono dei motorini il sapore della pizza
le lacrime di una mamma le idee di uno studente
gli incroci possibili in una piazza
di stare con le antenne alzate verso il cielo
io lo so che non sono solo"

martes, diciembre 11, 2007

All'Accademia di Danimarca

A Roma esiste una via che si chiama Via Omero. Non conduce ad Itaca (sorriso spento; ironia laconica), bensì all'Accademia di Danimarca. A questa si affiancano altre accademie; tutte ruotanti intorno al Museo di Arte Moderna e alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia. C'è quella egiziana; quella belga; quella rumena; quella olandese; quella svedese. E, appunto, quella danese.


E' qui che pernotta Jens, uno dei miei migliori amici dai tempi dell'Università di Pisa. L'aria che si respira all'interno dell'Accademia è alquanto sinistra (da fuori, di fatto, sembra una specie di obitorio: linee rette orizzontali e verticali che s'incrociano in modo geometrico, sembra il luogo ideale in cui girare un film horror, o alla Dario Argento), ma Jens, col suo umorismo, ti mette subito a tuo agio. Le luci dei lunghi corridoi sono fioche, quasi impercettibili. Tanto che fanno molta più luce (e aiutano lo sprovveduto visitatore a non inciampare per le scale) i lampadari enormi che pendono dal soffitto delle stanze dell'Accademia più vicina (quella svedese). Io lo seguo: Jens è un filosofo, esperto di Kierkegaard e dell'esistenzialismo. E' uno dei primi traduttori dall'italiano delle opere di Gianni Vattimo seebbene non sia sempre d'accordo con Vattimo (e col suo pensiero debole). Anzi: ha da poco pubblicato la versione danese de Il futuro della religione e in un appendice di 40 pagine critica molto la posizione che sia Vattimo che Richard Rorty espongono riguardo alla religione e alla laicità e al rapporto tra le due sfere. Mi mostra un mucchio di ritagli di giornale: mi spiega che sono le recensioni che ha ricevuto il libro e tutte concordano nell'elogiare le critiche del curatore e nel criticare le posizioni dei due protagonisti (Jens sorride; è orgoglioso e fa bene, io farei lo stesso, ricevessi di simili complimenti).


Poi decide che è ora di andare a cena. Siamo sempre immersi nel buio e per spostarci dal secondo al primo piano, ci lasciamo guidare io dalla sorte, lui dall'olfatto e dall'abitudine. Dice che ama passeggiare in Accademia di notte, anche nelle ore più tarde, quando non riesce a dormire e fa prendere degli spaventi o piccoli infarti agli altri ospiti o borsisti suoi conterranei. La cucina è in perfetto stile Ikea (l'hanno inventata loro, d'altronde: non poteva essere diversamente) e c'è già qualcuno che mangia. Jens mi presenta due fanciulle (bionde, com'è ovvio) che rispondono ai nomi di Lette e Gilde. Qui sono tutti artisti: Lette è violinista, Gilde ha da poco pubblicato un romanzo. Ma poi ci sono anche un cantante d'opera; una scultrice; uno studioso di storia romana; un fotografo, etc. Sembrano un'allegra famiglia allargata. Ridono e scherzano fra di loro e quando parlano tra di loro mi lascio cullare dai suoni di una lingua a me ignota. Potrebbero dirsi anche le cose più assurde, io non mi accorgerei di nulla.


Jens è di quelle persone che parlano di filosofia anche a cena, ma senza annoiarti mai. Una delle due ragazze chiede di cosa stiamo chiacchierando. Jens le risponde che si tratta di Luigi Pareyson (e della traiettoria che hanno preso Umberto Eco e Gianni Vattimo a partire dagli stessi saggi del loro maestro). La ragazza (non ricordo più se è Gilde o Lette) fa una smorfia che significa: "che noia!" o anche: "che palle!". Non la biasimo. Jens ride. Poi mi offre un bicchiere di un liquido caldo fatto di vino rosso, bacche, cannella e more. Dice che è un liquore tipico delle feste natalizie. Mi fido: sa di amarena. Potrebbe ricordare vagamente una sangria. Scende che è una bellezza e per me, tornare al secondo piano, diventa un'impresa. Jens vaga per i corridoi con la sua vista da pipistrello e io lo prego di aspettarmi. Jens ride. M'indica un'ombra. Dice che potrebbe essere un fantasma. La cosa non mi piace affatto. Poi ci infiliamo in camera sua. Mi lascia guardare la posta elettronica. E mentre mangia un arancio, parliamo del saggio di Massimo Cacciari che parla Dell'inizio. Ci ho provato a leggerlo, ma è troppo per le mie capacità. Jens mi spiega che è molto neoplatonico nello stile e nella strutturazione interna. Ci sono dialoghi che non sono dialoghi. C'è un tipo che insegue altri due tipi e non si sa se camminanoo all'indietro (o in avanti) verso comunque quello che tutti dicono essere "l'inizio". Ma è davvero tale?


Fuori fa freddo. Attraverso parte di Villa Borghese, tra alberi giganti e prati pieni di foglie morte. Jens è un filosofo che crede nell'amore. Mi ha confessato che le piacerebbe avere una conoscenza diciamo "biblica" con Lette (o è Gilde?). Peccato però che sia fidanzata e lui non è proprio il tipo da rompere coppie stabili o "entrare nel nido di un altro" (testuali parole; penso che l'espressione è molto efficace, oltre che molto metaforica).


Jens è il filosofo con cui mi confido quando cerco un senso a ciò che mi preoccupa o che non capisco. Anche se lui non dà mai risposte certe. Arrivo a Piazza del Popolo. Jens a quest'ora starà girando da solo come un pazzo per i corridoi dell'Accademia. Al buio, per spaventare gli altri connazionali e spiegare loro che un senso proprio non c'è. Anche se è ancora bello credere nell'amore. "Non ti sembra incredibile?". "E' incredibile, ma fai bene". "Anche se ormai sono vecchio per certe cose". "Ma no, che non sei vecchio. Anzi". "Ma secondo te le piaccio? Le interesso?". "Ho visto che ti guardava con occhio interessato, sì. Direi proprio di sì. Dai, fatti sotto".

viernes, diciembre 07, 2007

Il dibattito sui giovani



Causa un fastidiosissimo ascesso a un dente curato male, mi sono ritrovato bloccato a casa e ho avuto modo di inabissarmi nel vuoto televisivo. Che la televisione sia ridotta male in quanto a contenuti è cosa palese e risaputa; che in televisione si parlasse così tanto dei cosiddetti "giovani" mi ha colpito parecchio. Sembra che all'origine ci sia il delitto di Perugia (una studentessa inglese violentata e ammazzata da non si sa chi; studentessa, quindi giovane, quindi universitaria; come per Cogne, a Bruno Vespa non deve essergli parso vero avere la possibilità di farci sù tante puntate ricche di suspense e di interviste ai sospettati). Com'è possibile un delitto simile? Come mai a Perugia, città tranquilla e universitaria, e perciò piena di ragazzi? Da qui una sfilza di giornalisti (o pseudo-tali) pronti, col microfono in mano, a indagare nella vita privata degli universitari tra i 19 e i 26 anni.



Umberto Galimberti, il filosofo, l'ha detto almeno due volte: una sera, a notte tarda, da Bruno Vespa (ma va?); l'altra sera, a notte media, al Maurizio Costanzo Show. I giovani di oggi si ritrovano demotivati e incapaci a vivere in modo sano le emozioni perchè sono finiti in una società del benessere che sta per eliminare lo "stato sociale" (niente più pensioni, in futuro, se non apri un tuo fondo pensionistico a parte) e che non fa che spingere l'acceleratore sul pedale del consumismo e del capitalismo fini a sè stessi (per cui io sono non per quello che valgo - moralmente, soggettivamente - ma per quello che posseggo o posso comprarmi).



Posso essere d'accordo: la precarietà è davvero il male sociale di questi giorni. Vent'anni (o forse trent'anni) fa, a 18 anni, chi non aveva voglia di studiare si cercava un "posto fisso" e si costruiva una famiglia o una casa o tutte e due le cose insieme. Oggi bisogna: 1-laurearsi; 2-dottorarsi o fare un master; 3-trovarsi un lavoretto part-time di fortuna e poi, forse, chissà, a 30 o 35 anni ci si può davvero "independizar" (come dicono gli spagnoli) e vivere delle proprie forze (lontano dalla condizione di eterni figli; lontano dai propri genitori). Ma ci siamo chiesti davvero chi è il vero responsabile di una situazione simile? Ci siamo chiesti davvero perchè un dottorato deve finire con l'accettare anche un lavoro come cameriere a trent'anni o come dipendente call-center se non trova sbocco nell'ambito della ricerca? E perchè tanti ricercatori sono obbligati ad emigrare all'estero? E perchè tanti "masterizzati" sono costretti allo stage presso l'azienda prima che questa si decida a dargli un contratto vero (e non temporaneo e non part-time)?



Sembre Galimberti nota: "Una società che non sfrutta il potenziale dei giovani è una società destinata al declino". Non si può non sfruttare un ragazzo che, prima dei 30 anni e non dopo, è nella fase della sua maggiore forza creativa, sessuale, progettuale, fisica. E' come se in passato avessero dato il pallone a Pelè a 18 anni (e non prima). Verissimo. Ma ripeto: quali sono le cause che (mi) impediscono d'entrare davvero nel mondo del lavoro e di esprimermi al meglio (d'esprimere al massimo grado le mie potenzialità)?



Beppe Grillo propone da vario tempo di eleggere i politici con contratti co.co.co.: se lavorano bene, vanno avanti; se ci fanno schivo e ci accorgiamo che non rendono (che sono assenteisti; che fanno il proprio porco comodo), li mandiamo a casa (o a zappare la terra). Che c'entri la politica? Non c'è dubbio (in Spagna Zapatero vuol dare un aiuto economico di non mi ricordo più se 200 o 400 euro ha chi, essendo giovane, guadagna poco e vuol andare a vivere in affitto da solo). Che c'entri anche il fatto che in Italia gli avvocati, i notai, i professori, i medici che più guadagnano e che sono più rinomati sono persone che ormai rasentano la settantina? Perchè all'estero anche chi fa politica ha un'età media molto più bassa rispetto all'Italia (paese meraviglioso, non c'è che dire, ma anche paese anomolo, in cui un settantenne, un vecchietto, diciamo, come Berlusconi può sciogliere un vecchio partito, per fondarne uno nuovo di zecca - il Popolo delle Libertà, lui che parla di libertà, poi, davvero comico)? E perchè sempre all'estero, mettiamo in Germania, ci sono ingegneri che cambiano lavoro anche due volte l'anno senza mai perdere potere d'acquisto, offrendo le loro capacità all'azienda che paga meglio, mentre qui, da noi, a Roma, esistono ingegneri aerospaziali (come un mio amico) che hanno trovato il "posto" dopo uno stage e guadagnano 1200 euro (come se fare l'ingegnere aerospaziale fosse un lavoro simile all'impiegato statale)?

Tornando ai giovani: in una società in cui il potere è avidamente in mano agli adulti (ma da noi potremmo dire anche: ai vecchi), e in cui non c'è vero dialogo e scambio generazionale (per cui gli adulti guardano al mondo dei giovani come un mondo di alieni; e viceversa questi guardano ai loro padri come a degli avidi "poltronisti") si corre davvero il pericolo di non parlarsi più, di non scambiarsi più esperienze, di non crescere.

Mio nonno mi ha insegnato a riparare una camera d'aria di bicicletta; io potrei insegnare lo stesso (e anche di più) a mio figlio, avessi i soldi per mantenermi una famiglia e metterlo al mondo.

martes, noviembre 27, 2007


Traslochi - Mudanzas - Movings
Molto probabilmente questa è l’ultima notte che dormirò in questa casa (almeno come coinquilino – in futuro, chissà, potrei tornarci e rientrarci e pernottare, ma solo come ospite, di passaggio). L’idea di un futuro; l’idea della stessa stanza in un futuro abitata e “vissuta” da un’altra persona mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo. Qui ci ho trascorso quasi 4 anni della mia vita da giovane (non più, non tanto, ormai). Qui ho scritto e sudato per scrivere le mie carte travagliate. Qui ho amato e sono stato amato. E tra poco, non ci sarò più, mi ritroverò a respirare e a camminare in un’altra stanza, di un’altra casa, in un’altra città… accanto alla persona che amo. E’ faticoso traslocare. Smuovere le acque, prendere coscienza delle mille cose che riusciamo ad infilare in una decina di metri quadri. Togliere la polvere accumulata sui libri; ritrovare libri che non sospettavi d’avere; rimestare tra le cianfrusaglie di tempi passati (nemmeno troppo lontani; in questa foto, ad esempio, c’è Roby e Raffaele, insieme a Ilaria e Valeria, siamo in piedi, dentro un ristorante, in attesa che arrivino le pizze, sembriamo felici, all’epoca Ilaria sapeva già di essere incinta e per questo aveva già chiesto – ed ottenuto – la maternità; Valeria, invece, sembra più vecchia del normale, forse è stanca, le borse sotto gli occhi le conferiscono un’aria triste, chissà se aveva davvero voglia di partecipare a quella cena; Raffaele, il peggior nemico di Roby, tocca la spalla di Roby, gli si appoggia, da Giuda traditore, ma all’epoca nemmeno Roby sospettava che Raffaele l’avrebbe tradito, appoggiando la sua espulsione dall’hotel…). E ora che la stanza è vuota (o quasi) l’effetto dell’eco rimbalza sui muri spogli (niente più poster, né manifesti giganti; pochi ostacoli contro cui l’onda sonora finisce con lo sbattere e rimabalzare); e proprio l’effetto eco induce a movimenti più lenti (che gli altri non sentano; ma a quest’ora – le 1,54 della notte – dormono tutti, di là, i miei amici coinquilini che continueranno a vivere in questa casa e che forse, un giorno, si dimenticheranno perfino di com’era la mia faccia, quella stessa faccia che per quasi 4 anni ha visto l’alba sorgere e la luna calare da questa finestra al secondo piano…). Domani invece sarò di là e dovrò riabituarmi a una nuova situazione; è difficile prendere confidenza con i nuovi spazi; calibrare bene la distanza dal comodino o la scrivania; riconoscere anche al buio l’esatta posizione dell’interruttore per accendere (o spegnere) la luce di notte dal letto. E abituarsi anche al respiro lento (o sommesso o concitato, questo dipende) dell’altra persona che abbiamo accanto e che da oggi in poi vedremo in ogni momento (quando si alza, spettinata, al mattino; e quando esce di casa, vestita per il lavoro, truccata e pettinata, elegante nella sua semplicità, maliziosetta nella sua innocenza candida). E poi ci sono i gatti, io non ci convivo bene coi gatti, ma dovrò abituarmi anche a quelli (passo felpato, occhi scrutatori, certe volte Biscotto e Pallina mi fanno paura). E’ difficile accettare che da domani sarà un’altra la stanza che mi vedrà passare e ripassare, scrivere ed esultare, piangere o rabbuiarmi (magari con la persona che ho accanto e che proprio per la vicinanza mi spingerà all’isolamento o alla rabbia trattenuta, ai litigi nascosti, che sono i peggiori, quelli che si svolgono sotto banco e vengono azzittiti dalla coscienza sporca). Niente più casa “trasformabile” del palazzo di fronte; niente più coinquilini studenti quasi coetanei; niente più libri messi in bella mostra ad accompagnarmi nel lento trascorrere della giornata. Nuovi spazi e nuovi tempi per una vita nuova che non conosco ancora.

lunes, noviembre 26, 2007

Desde Barajas

(Madrid – 22 de Noviembre de 2007, horas: 14,32)

Quando vado a Madrid trovo appoggio costante e generoso da Ambra e Veronica. Sempre. Indefettibilmente. Non si risparmiano mai.
Ambra è nata a Firenze, ma ha i parenti a Soresina (un paese a 80 km da Milano), anche se ormai vive in Spagna da 15 anni. Quindi, si può dire che ormai è più spagnola che italiana (Ambra di anni ne ha 24, compiuti da poco).
Veronica, invece, è argentina. Viene da Buenos Aires, ma ha vissuto per due anni a Rio de Janeiro. Dopo l’esperienza brasiliana (compiuta tra i 18 e i 20 anni) si è trasferita nella capitale del Regno. Ha 28 anni, anche se non li dimostra, e i capelli neri e gli occhi scuri e la carnagione mulatta (ottime curve, su un corpo piccolino, ma si sa, la donna bassa riserva sorprese…). Ambra è alta e magrolina, ma ha una forza di volontà e un’energia spaventose, se rapportate al suo fisico. Fa la giornalista, lavora in un’agenzia stampa collegata all’Opus Dei (peccato) e si mantiene da sola da quando ha raggiunto la maggiore età. Veronica ha lavorato nel campo della ristorazione e del settore alberghiero: ha fatto la cameriera, la capo-sala, la recepcionist, e poi ancora: la commessa, la bar-man (esiste “bar-woman”?), la pierre in una discoteca del centro (discoteca in cui mi faceva sempre passare senza pagare, con drink costoso incluso nel prezzo).
Con Ambra ho imparato che niente è impossibile se lo si desidera veramente; grazie a Veronica ho imparato a nuotare (ma solo in piscina, ancora non mi sono mai azzardato in mare aperto). Ambra è di quelle persone che sanno ascoltare gli altri e soprattutto di quelle che non si scandalizzano davanti a nulla. Ambra ti ascolta e presta attenzione, dà consigli sensati e non si spaventa o non si sorprende davanti a nessun racconto (per surreale o pazzo possa essere quest’ultimo). Veronica è una “macchina”, una bomba a orologeria: non nel senso che potrebbe scoppiare da un momento all’altro, no. Nel senso che quando decide di darsi la carica riesce ad andare avanti per ore, senza dormire, lavorando, andando in giro e di festa in festa, di bar in bar, conosce tutti e tutti la lasciano passare col sorriso sulle labbra (le mie migliori sbronze, quelle più divertenti e quelle che si sono prolungate fino all’alba o alle 8 del mattino le devo a Veronica). Non so proprio come faccia, a tenere certi ritmi (non credo faccia uso di droghe pesanti, le canne sì, quelle le abbiamo fumate insieme in più di un’occasione). E non so da chi ha preso Ambra (due genitori splendidi, una madre attenta e simpatica, un padre vispo e dalla mentalità davvero aperta – una volta mi fumai una canna con Francesco, dopo cena, a casa sua, davanti a Federica, la moglie e madre di Ambra; quante risate quella sera, criticando certa politica italiana e rimembrando i primi tempi del trasferimento in Spagna; quante risate e quante acute osservazioni sulla nostra attuale, permamente, situazione di stallo e mancanza d’entusiasmo).
Veronica ha cominciato da poco a lavorare al Corte Inglés (per una marca famosa di moda argentina); Ambra scrive articoli per la sezione “Turismo”. E grazie a questo incarico, ogni tanto viaggia per il mondo. L’altra settimana era a Budapest; tra due settimane sarà in Cina (Singapore e Shangai) per una doppia conferenza stampa (ridendo m’ha chiesto se avrà il tempo di vedere almeno le hall dei due hotel in cui pernotterà).
Veronica e Ambra, due porti sicuri nel mare incerto della caotica Madrid. Ambra e Veronica, due donne intraprendenti e con la testa sulle spalle che ammiro e ammirerò sempre, anche se in futuro dovessero tradire la nostra amicizia o cambiare la loro opinione su di me. Due persone che danno la carica e di cui tanto si ha bisogno quando ci si sente soli e abbattuti, o più semplicemente nostalgici (ancora non metto piede a Pisa – scrivo dall’aeroporto di Barajas – e già sento la nostalgia della mia seconda casa).

martes, noviembre 20, 2007

In the dark and deep part of the night

"E' stato bello, anche se è durato poco". Quante volte pronunciamo questa frase (o ce la diciamo in silenzio tra di noi, a mente aperta e bocca chiusa)? In quante possibili e variabili circostanze?
Mi viene in mente l'atmosfera di distensione paradisiaca che si respira dopo l'amore: "E' stato bello, anche se è durato poco", in questo caso sì che potrebbe suonare ad offesa (l'orgoglio maschile sempre in agguato, ahinoi, maschi irascibili, anche quando non siamo frettolosi, anche quando riusciamo a regalare orgasmi degni di questo nome), se la frase è detta dall'amante o dalla compagna che abbiamo affianco (ma in linea di massima e in generale "l'orgasmo è bello perchè dura poco" - litigarello avrebbe fatto rima, ma quello è l'amore, è un'altra storia...). Oppure, mi viene in mente l'aria di abitudini riconquistate, dopo un viaggio. E allora si accende il computer e si guardano le fotografie scattate a Plaza Colón, o alla Gran Vía di notte (con le sue mille luci accese e scintillanti), o al Paseo del Prado, con la statua di Velázquez a fare la guardia alle stanze (mille e una) del mitico e omonimo museo nazionale... e si dice: "E' stato bello, ma è durato poco, magari potessi tornarci, avere più tempo per visitare anche gli altri posti che non abbiamo visto e che la guida ci raccomandava con tanta eloquenza"). Oppure, quando si rompe un rapporto e allora la frase assume connotati cinici, quasi fratricidi, mi verrebbe da dire: "E' stato bello - anche se è durato poco, o troppo, o tanto - e adesso ognuno per la sua strada, non voglio più che mi chiami, non telefonare più, basta vedersi la sera per andare a mangiare la pizza, ormai è fatta, ormai è finita" e ti prepari ad andare al cinema con un amico, sbiadito solo dopo mesi il ricordo di quando ci andavi con lei e le stringevi la mano o le carezzavi la gamba o le stampavi un bacio dietro l'orecchio e sul collo (due punti cruciali per eccitarla, da farle venire la pelle d'oca). "E' stato bello, peccato debba finire", penso, quando finisco di leggere un romanzo che mi coinvolge e avvince e la trama s'avvia alla conclusione (lo diceva giustamente anche Frank Kermode: "il bello dei romanzi è che devono giungere a un finale", anche quando questo venga ritardato - sorta di "orgasmo ritardato", in questo caso, o coitus interruptus ad infinitum). "E' stato bello", dico ad Antonio Escudero, vecchio saggio e amico della Biblioteca Nacional, incontrato per caso davanti alla macchinetta automatica che distribuisce caffè e cappuccini che ricordano solo vagamente ciò che in Italia definiremmo come un caffè e un cappuccino... Mi spiega che ultimamente la gente ha perso l'entusiasmo. Che in giro si respira un'aria cattiva, di disfattismo e di superficialità infinita. Dice che si sente meglio quando sta da solo; Antonio Escudero dice di coltivare la solitudine a Las Navas, e che gode della pace e della tranquillità delle piante del suo mitico giardino. "E' stato bello", anche se deve per forza di cose finire. Come il libro di Sebald che ho ripreso in spagnolo (e che ho già letto in inglese e che forse comprerò anche in italiano), Los anillos de Saturno, pieno di foto e di immagini che sembrano provenire da un altro pianeta. Saturno, di fatto, era il pianeta della Melancolia, presagio di cattiva sorte, o di malattie e morte. Un libro strano, che sembra ruotare attorno alle vestigia dei tempi passati, che s'impegna a ricordarci che cenere siamo e cenere ritorneremo. Un libro che si apre con una citazione che fa al caso nostro ("E' stato bello, anche se è finito presto"):

'Good and evil we know in the field of this world grow up together almost inseparably'

E così ora, mentre scrivo dalla Biblioteca e attorno a me ci sono persone che scrivono le loro tesi e leggono gli autori più disparati e realizzano le loro ricerche con passione e foga, mi viene da pensare che anche queste due frasi sono inseparabili: "E' stato bello, anche se è durato poco".

martes, noviembre 13, 2007

Viaggi (senza casa)

Ascolto At last, della bravissima Etta James, e danzo sul bordo… Tra poco meno di 24 ore sarò a Madrid. La seconda patria (o seconda casa). Non so se avrò la stessa impressione avuta nel 1999, quando ci andai per la prima volta. Anzi, probabilmente l’effetto sarà diverso. Così come m’è parsa un’altra città quando la visitai nel 2001. E quando ci passai tre mesi nel 2003; e quando ci tornai per un convegno nel 2005. E quando ci passai l’estate del 2006. Si può vivere a metà, tra due nazioni? Si può stare con un piede in Italia e l’altro in Spagna? Quando ci si pongono di simili domande ci si rende subito conto del fatto che se si nasce in un posto è solo frutto di casualità. Non stava scritto da nessuna parte che io nascessi in un paesino arroccato tra i monti abruzzesi. E non era previsto da nessuno che nascessi dai genitori che poi ho avuto (la fortuna di avere). Il caso fa il bello e cattivo tempo, a prescindere dalla nostra volontà. E c’è chi si ritrova a vivere un rapporto a distanza non volendolo. E chi, invece, magari, vive un rapporto con la vicina di casa e ha già una casa e gli sta bene così (o ne trova una nella stessa città e decide di comprarla: facciamo un mutuo, tra quarant’anni la casa sarà nostra, potremmo lasciarla in eredità ai nostri figli, che ne pensi?). C’è chi è nomade di spirito; e chi non vede l’ora di fermarsi in un posto e passarci tutta intera la vita. Io personalmente mi annoio dopo una settimana a stare nella stessa città. E per questo do da mangiare alle FS da ormai più di dieci anni. E mi muovo tra Firenze, Pisa, Roma, e il paesino abruzzese di cui sopra. La casa è lì dove sono i tuoi affetti. Devo avere gli affetti un po’ sparsi in mezza Italia, ultimamente. Toscana, Lazio e Abruzzo. Senza contare gli amici vicini e lontani (Silvia di Vercelli – dunque Piemonte; Rosa e Seby di Salerno – dunque Campania; Emanuela di Fiuggi – dunque ancora Lazio; Gabriele di Macerata – dunque Marche; e Gabriele l’altro di Padova – dunque Veneto; Aurelia di Oristano – dunque Sardegna). E poi Daniela e Giovanna, di Livorno, e Roby, e Mery, e Renzo, ecc. ecc.
C’è chi trema all’idea di fare un colloquio di lavoro a qualche kilometro di distanza da casa sua; io partirei al volo, anche senza valigie, anche se il colloquio fosse a New York (città che mi riprometto di visitare, prima di morire). E poi c’è Cuba e La Habana con le macchine d’epoca ancora funzionanti; e il Messico con la capitale (tra le città più pericolose del globo, a detta delle statistiche); e il Perù; e il Canada o l’Australia, che tanto piacciono ad Alyssa. Che è più sedentaria e domestica di me (quante discussioni al riguardo!). Ma esiste davvero poi una casa in cui poter stare tutta la vita? E poter dire, “finalmente”, “at last”, sono arrivato…

domingo, noviembre 11, 2007


Al cinema ci vuole suspense (e sopresa)




Alla fine ci sono andato: al cinema, a vedere La terza madre. Alla fine del film m’è venuta in mente questa riflessione: c’erano tutti i mezzi per dare vita a un film davvero bello e davvero pauroso e invece… La sceneggiatura non è così “imprevedibile”, anzi; l’attrice protragonista, cioè Asia, la figlia di Dario, è piuttosto inespressiva (recita con tono di voce monotono ed espressione falsamente ed ingenuamente “sconvolta”); gli effetti speciali, sì, d’accordo, ci sono e fanno paura, ma spesso e volentieri sono volti a sé stessi, fanno scattare dalla poltroncina, ma poi si ripetono e ti lasciano quasi indifferente. Certe scene, più che a Dario Argento, fanno pensare al collega e amico Lamberto Bava. Che faceva horror di serie B e ne era orgoglioso; ma da Dario, certi trucchi, dopo Suspiria e dopo Profondo Rosso proprio non ce li saremmo aspettati (come la scena finale in cui Asia si trascina in mezzo a liquame non ben identificato tra teste e tronchi mozzi, braccia e vomito e schifezze varie, per poi risalire in superficie e rivedere l’alba di un nuovo giorno).
Ora, il punto è questo: secondo me esistono due grandi sotto-categorie dei film cosiddetti “horror” o del terrore; a) quelli che fanno paura a partire da una situazione realistica e verosimile; b) quelli che creano il terrore a partire da situazioni date di per sé come irreali, fantastiche o sovrannaturali. Per i film del primo gruppo, possiamo citare Psycho di Hitchcock; per quelli del secondo, possiamo pensare agli stessi film di Dario Argento (penso a Phenomena o anche al succitato Suspiria). Poi ci sarebbero film a metà: o che, partendo da una situazione realistica, sfociano nel “fantasy” e nel soprannaturale più puro (vedi Rosemary’s baby o L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski; o anche La notte dei morti viventi di George Romero); oppure quelli che, al contrario, partendo da una situazione apparentemente soprannaturale e fantastica arrivano a una soluzione finale razionale e realistica (vedi… non mi viene in mente un esempio, forse perché è più difficile pensare a un film con tali caratteristiche; in genere, quando si parte dal reale per sconfinare nel fantastico il viaggio è di sola andata e non si torna indietro; certo molti “trhiller” - e non “horror” – approdano a una spiegazione razionl-materialistico-matematica, ma spesso resta l’ombra del soprannaturale; in tal senso è esemplare proprio Psycho: i dottori possono pure rassicurarci, la giustizia – rappresentata dalla polizia del paesino in cui vive Norman Bates – può pure aver catturato il pericoloso e psicopatico serial-killer, ma Bates continua a spaventarci con quel suo ghigno malefico e da pazzo furioso – vedi dissolvenza incrociata tra il volto di Bates e il teschio di un cadavere). Ecco, le mie principali difficoltà a seguire La terza madre derivano dallo statuto fin troppo “fantasy” della storia. Ripeto: non che in Suspiria o in Tenebre (la seconda parte della trilogia) ciò non succedesse, o non ci fossero apparizioni di streghe, o scontri tra streghe malefiche e streghe benevole (magia nera e bianca, come suolsi dire); o che non ci fossero esplicite scene di splatter puro, con conseguente rovesciamento intestinale di budella, cervella e litri e litri di sangue e materiale organico; no, queste sono cose che si vedono anche nei primi due capitoli della trilogia su “mater suspiriorum” e “mater tenebrorum” e “mater lacrimorum”. E’ che nell’ultima parte il “fantasy” prende il sopravvento, il soprannaturale viene chiaramente mostrato e la suspense va a farsi friggere a scapito di una inverosimile lotta tra le forze del male e quelle del bene. Come si fa a credere a Asia Argento quando, inseguita da una banda di streghe vestite come mignotte o punkabbestia strafatte, riesce a nascondersi perfino allo sguardo del polizziotto scomparendo con la sola forza del pensiero? Come si fa a provare paura davanti a una strega cattiva dai tratti orientali che sembra uscita da un manga giapponese e che si lascia fracassare il cranio sul treno Roma-Orte? Come ci si può fare sconvolgere dall’Apocalisse che sembra impossessarsi della capitale, con scene di violenza, stupri, mamme che gettano i bambini nel Tevere se dietro a tutto questo c’è già una spiegazione logica, anche se legata al soprannaturale – ovvero l’arrivo a Roma capoccia di una banda di streghe guidate dalla “terza madre” del titolo? Questo è l’errore di fondo che evidentemente impedisce al regista di sfruttare al meglio la sua vena visionaria. E di non ripetersi troppo, come invece ha fatto in questo film.
Scrivo queste impressioni da spettatore, ma so già che, la prossima volta che Dario Argento farà un film, io sarò lì, presente, in fila, a comprare il biglietto, per godermi lo spettacolo. Perché ci si affeziona a certi film, e a certi registi, proprio come si ha caro il prorpio autore preferito o l’attore dei propri sogni adolescenziali. Però che bello sarebbe poter vedere film in cui non cala mai la suspense; in cui il regista ci regala nuove paure; in cui si gioca a carte scoperte (o anche coperte) un gioco comunque nuovo, o mai ripetitivo.
Leggo le recensioni all’ultimo film di Coppola e temo che l’esperienza vissuta per Dario Argento possa ripetersi per il regista di uno dei miei film preferiti, Apocalyspe Now (Apocalisse Ora, ovvero “dentro il cuore di tenebra” di Conrad e dell’America). E così ho anche paura a noleggiare Inland Empire di David Lynch. E se fosse una fotocopia di Eraserhead? E se fosse una fotocopia fatta male, per giunta? Ho amato Mulholland Drive; ma ho adorato ancora di più The Straight Story ovvero Una storia vera, perché non sembrava Lynch… Che gli artisti s’ingegnino a soprenderci sennò finiremo per tradirli! O voltare loro le spalle (e mi vedo già in fila, in attesa, prima di entrare in sala, per vedermi l’ultimo di Nanni Moretti, o l’ultimo di Woody Allen, o l’ultimo di Martin Scorsese…).

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...