domingo, enero 24, 2021
miércoles, enero 20, 2021
Un incubo assurdo (tanto per cambiare)
Nel sogno io non capivo: gli chiedevo come fosse successo. E allora il mio amico scoppia a piangere, disperato, mi abbraccia e mi spiega, tra le lacrime, che la moglie è morta mentre lo tradiva con un altro, un collega di lavoro, che a forza di giocare con uno dei suoi seni glielo ha strappato con le mani fino a farla dissanguare.
martes, enero 19, 2021
Rosemary's Baby (1968) di Roman Polanksi e l'Abruzzo
È ovvio che solo ad una seconda (o ad una terza) visione, lo spettatore (cinefilo) si accorge delle sottigliezze, dei piccoli dettagli, dei messaggi cifrati o nascoti (o nemmeno poi tanto nascosti) del film. È ciò che accade quando si ha a che fare con i "classici" e - diciamolo subito - Rosemary's Baby di Roman Polanski lo è.
domingo, enero 17, 2021
Gli esami col virus
martes, enero 05, 2021
Basilisco, di Jon Bilbao
jueves, diciembre 31, 2020
Propositi per il 31 di Dicembre
L'idea era questa: staccare da tutto e da tutti e guardare i seguenti film:
1 - Nymph(o)maniac (2013), di Lars von Trier;
2 - Mi chiamo Francesco Totti (2020), di Alex Infascelli;
3 - The Hateful Eight (2015), di Quentin Tarantino;
4 - Nessuno siamo perfetti (2015), di Giancarlo Soldi;
5 - Le avventure del Barone di Munchausen (1989), di Terry Gilliam.
E l'idea era anche leggere tutti i libri di John Berger, oltre a Basilisco (2020) di Jon Bilbao e le poesie di Ida Vitale (Premio Cervantes del 2018)...
Purtroppo, gli impegni familiari e quelli professionali, per ora, ad oggi, mi hanno concesso di vedere solo il film di e su Totti (c'è solo un capitano...). Ho pianto e mi sono emozionato come un bambino. Un film bello e fatto bene. Un film che commuove anche chi non ne sa nulla di calcio o non è tifoso della Roma.
Speriamo di rimediare subito. John Berger, intanto, l'ho letto a spizzichi e bocconi e mi ha già conquistato.
E che davvero l'anno nuovo possa regalarci un minimo di tranquillità e di tregua.
jueves, diciembre 24, 2020
Vigilia di Natale del 2020
È
il 24 di Dicembre, stasera si festeggia la Vigilia di Natale, ma non è come
sempre: si resta in Spagna; lontani dall’Italia per colpa di un virus che ha
fatto (e continua a fare) strage. Ci siamo già videochiamati alle 9 del
mattino; e torneremo a farlo a breve, prima del cenone (il Governo qui ha
stabilito che si possono riunire fino a 10 persone appartenenti a 3 diversi
nuclei familiari, rispettando sempre la distanza e con l’obbligo della
mascherina; in Italia, mi pare che il numero massimo consentito siano 6 e tutti
dello stesso nucleo familiare, o sbaglio? Chi mi avvisa? Chi mi aggiorna?).
Stanotte
ho sognato l’Apocalisse: non è la prima volta che mi capita, anzi, in Italia mi
succedeva spesso, come se si trattasse di un sogno ricorrente. Mi trovavo all’interno
di un ospedale e crollava tutto; io ero un medico o un infermiere e provavo a scappare
verso l’uscita saltando sopra corpi di cadaveri, bambini urlanti, donne incinte
con la flebo al braccio e anziani dallo sguardo impietrito dal terrore del
terremoto.
L’ho
raccontato subito alla mia compagna di avventure: “Come nei film che tanto ti
piacciono”, risponde sorniona e pensado subito a preparare la colazione alla
prole.
Se
ripenso a questo mese di Dicembre che sta per concludersi sorrido: nell’arco di
2 giorni sono finito sui giornali di Spagna e d’Italia per due diversi motivi;
nel primo caso, per il “diario.es”, il mio nome è apparso per un’intervista che
feci a uno scrittore spagnolo abbastanza noto che avrebbe dovuto venire nella
città del Sud del Sud in cui vivo per presentare il suo ultimo romanzo; è un’intervista
a distanza, fatta tramite email, e risale al 12 marzo: il giorno dopo, il
Presidente Pedro Sánchez decide di attivare la zona rossa su tutto il
territorio nazionale e il lock-down generale, come da noi. A rileggerla, quest’intervista
sembra appartenere a un’altra epoca: il tenore delle mie domande, e quello
delle risposte dell’intervistato, fa sorridere, fa quasi tenerezza, se uno
pensa che di lì a poco sarebbe scoppiata una pandemia globale che avrebbe
mietuto milioni di vittime in tutto il Mondo.
Nel
secondo quotidiano, La Nazione, il mio nome è apparso nella pagina della
cronaca locale di Siena perché un gruppo di colleghe di Lingua e Letteratura
Spagnola si è ingegnata nel promuovere i contatti anche senza Erasmus e senza
gite: sono stato uno dei Professori invitati a parlare in un ciclo di lezioni a
distanza e in videoconferenza con gli alunni delle terze e quarte classi di un
Liceo Linguistico della zona. Ho parlato loro del Quijote al cinema e, in particolare, della versione di Orson Welles
del capolavoro di Cervantes. È stata davvero una bella esperienza; è stato
davvero bello tornare a parlare di Letteratura Spagnola (e in spagnolo) agli
studenti toscani, quando erano passati anni, ormai, dalle mie ultime lezioni
tenute tra Pisa e Firenze, tra Empoli e San Gimignano, tra Roma e Monterotondo…
E
così, penso che non dovrei né posso lamentarmi per come mi ha trattato questo
2020; e che questo Dicembre è stato ricco di esperienze positive. Nonostante il
covid. Nonostante tutto. Nonostante questa tremenda nostaglia della mia terra e
dei miei amici e dei miei familiari, nostaglia che quella lezione ha attenuato,
anche se non cancellato.
Auguri.
domingo, diciembre 06, 2020
Ieri notte, per esempio
sábado, diciembre 05, 2020
Into the night (1985) di John Landis e After Hour (1985) di Martin Scorsese: due film allo specchio (e speculari)
Diciamo che parla di un uomo qualunque (Griffin Dunn, in foto) che, dopo una giornata di faticaccia a lavorare in ufficio, decide di andare a bere qualcosa in un pub di Soho e che, dopo aver scambiato quattro chiacchiere con una bella fanciulla (Rosanna Arquette), non riuscirà più a tornare a casa. La ragazza lo invoglierà ad andarla a trovare in casa di un'amica scultrice e da lì in poi il film narrerà la sarabanda assurda e grottesca d'intoppi e di incidenti cui dovrà andare incontro questo novello Ulisse prima di tornare nella sua Itaca (sotto forma di scultura imballata e spedita direttamente nel suo ufficio il mattino dopo).
È ovvio che Scorsese prosegue quel discorso sulla violenza, sui rapporti umani, su New York e sull'America in generale che aveva già intrapreso con Taxi Driver (1976); è ovvio pure che con questo film, a bassissimo budget e girato in poche settimane, Scorsese vuole tentare la strada dell'insolito, della sperimentazione, del discorso d'autore sulla società contemporanea. Ma se c'è qualcosa che, secondo me, spicca all'intero del tutto è il modo in cui questo povero Cristo si vede costretto a fare i conti con il sesso (e con l'altro sesso). Non c'è donna che gli si avvicini che non sarà destinata a turbarne la mente, a scombussolare i suoi piani, a sconvorgergli il desiderio di tornare a casa. Questo fotogramma la dice lunga sul "perturbante" freudiano che Scorsese va dipanando all'interno del film:
Se all'attore Griffin Dunn sostituite la faccia di Robert De Niro o di Tom Cruise, ecco, otterremmo lo stesso risultato: un uomo spaesato che teme la castrazione o che, guardandosi allo specchio, finisce con il contemplare un disegnino osceno che sembra parlare proprio di lui e della sua difficoltà a comunicare con le donne (sia a livello verbale che sul piano corporale). Ecco, ci sono dei momenti, nel corso della lunga nottata (o nottataccia) di questo povero Cristo che mi hanno evocato alcune scene di Eyes Wide Shut, dove, appunto, Tom Cruise, il dottore protagonista che Stanley Kubrick resuscita dal Doppio Sogno di Schnitlzer, si vede costretto a cozzare e a scontrarsi con varie donne che incarnano il suo Desiderio di Trasgressione e, al contempo, la sua Condanna alla Castrazione (gioco con le maiuscole, ovviamente, ma i richiami sono tanti: anche il protagonista di After Hour, esattamente come quello di Eyes Wide Shut, viene minacciato di morte; entrambi vivono la realtà come fosse un incubo - o come se la realtà si svolgesse su un piano onirico - i finali dei due film fanno anch'essi rima tra di loro).
Poi da Martin Scorsese sono passato a John Landis. Sì, perché guarda tu il caso, anche lui gira un film su un uomo qualunque costretto a vivere una notte d'incubo a causa dell'incontro fortuito con una bella ragazza: mi riferisco, ovviamente, a Into the Night (tradotto in italiano con Tutto in una notte), che è anch'esso del 1985 (si sono messi d'accordo? Non credo; né so in che rapporti siano Scorsese e Landis; di sicuro la casualità è abbastanza sorprendente).
Diciamo che Into the Night parla di un uomo qualunque (un ingegnere aerospaziale, interpretato da Jeff Goldblum) che soffre d'insonnia e la cui moglie lo tradisce con un altro. L'ingegnere decide di seguire il consiglio di un amico: quando non riesci proprio a chiuedere occhio, vai in macchina all'aeroporto, prendi il primo volo per Los Angeles e vatti a divertire ai casinò (lì ci sono le donnine disposte a tutto, purché paghi). Il povero Cristo accetta il consiglio e, a partire dall'incontro fortuito con una bella ragazza che scappa da un gruppo di terroristi islamici (o presunti tali), sarà costretto a vivere un vero e proprio incubo ad occhi aperti. La bella ragazza fa rima con la Rosanna Arquette del film di Scorsese: mi riferisco, ovviamente, alla stupenda (e qui giovanissima) Michelle Pfeiffer:
Inutile dire che quest'incontro metterà in crisi il povero Cristo che, attratto dalla ragazza, proverà a farsi valere contro i nemici che la perseguitano e la rincorrono (tra cui David Bowie, uno dei tanti vip che appaiono in diversi cammei all'interno del film), e proverà a dimostrare il proprio coraggio da "macho", nonostante i suoi limiti e il proprio codice morale (la ragazza fugge dagli arabi perché ha sottratto loro - tramite un socio - sei smeraldi dal valore inestimabile).
Di nuovo, la notte (e il buio) saranno un elemento fondamentale del paesaggio sia fisico che mentale del film; di nuovo, i complessi di un uomo in crisi nei confronti del sesso e delle figure femminili diventerà parte importante della trama, come si può evincere da questo bel fotogramma intriso di desiderio e di voyeurismo:
After Hour finisce, come accennato sopra, nello stesso ufficio da cui parte tutto, da cui il nostro povero uomo qualunque esce per andarsi a fare una birra in santa pace; solo che questo stesso povero Cristo ora ci appare sotto forma di scultura umana (e invito tutti a guardare il film per capire come diavolo ci finisce a vivere in un corpo da statua surrealista); Into the Night finisce con un tipico happy ending all'americana: lui salva lei, lei ama lui, lui e lei partono in viaggio con il malloppo con il primo volo disponibile.
Anche solo osservando attentamente questi due finali si può intuire perché Scorsese è un regista che ha usato la macchina da presa per scoprire qualcosa di nuovo (su di sè, sul suo mondo, sull'essere umano, in generale) e perché, al contrario, John Landis l'ha usata per farsi un giretto notturno per le strade di Hollywood (tra cattivi che non fanno mai paura e donzelle che solo dopo tanti ostacoli riconoscono che quello che hanno accanto è un cavaliere che merita la loro attenzione e il loro amore).
miércoles, diciembre 02, 2020
2 Dicembre 2020 (quasi 3)
domingo, noviembre 22, 2020
Spade
Ci risiamo. Il problema è sempre quello: il tempo. Quando trovare il tempo (ma aggiungerei anche: lo spazio) per portare a termine 2 articoli che mi hanno chiesto da più di 3 mesi; l'uno su Luis Cernuda (uno dei miei poeti preferiti di sempre, insieme a T. S. Eliot e P. P. Pasolini), l'altro su un argomento a piacere (e, ovviamente, quando ti lasciano spazio per poter scrivere su ciò che più t'appassiona, ecco che arriva il blocco, lo stallo della scrittura: l'idea sarebbe quella d'illuminare almeno un po' l'annosa questione dei rapporti tra "parole e immagini" a partire dalla narrativa spagnola più recente; per dire: tentare di rispondere alla domanda: "Che ci fanno le immagini nei romanzi?" - per "immagini" non intendo soltanto le fotografie, ma anche i ritagli di giornale, documenti d'epoca, cartine, mappe, etc.; ma anche riferimenti ad opere d'arte vere e/o inventate; a quadri, a sculture, etc.).
E così, mentre più d'un collega finisce in quarantena preventiva e domiciliare (troppi i nostri studenti che se ne fregano del virus e della distanza sociale; troppi quelli che, appena fuori dall'aula, si abbassano la mascherina), cerco di fare il punto della situazione, mentre la prole mette a soqquadro la casa e c'è chi suona il piano e chi sbatte le pentole sul pavimento (poveracci quelli che ci abitano sotto!).
Non ricordo più se fu Enrique Vila-Matas o un altro a dire che lo scrittore deve (sempre) essere figlio, non può (non dovrebbe) mai essere padre, perché i figli rubano il tempo alla scrittura; poi penso a Sandro Veronesi (padre di 5 figli, se non ricordo male) e capisco che non è un'equazione matematica, anzi: lui scrive anche quando è circondato da figli che fanno rumore (così - mi par di ricordare - disse o scrisse da qualche parte).
Figli o non figli, io non sono uno scrittore (anche se, ovviamente, per il lavoro che svolgo, pubblico da anni e ho tradotto libri di altri; questo blog non conta, è puro "divertissement") e, però, capisco bene quei genitori che dicono d'impazzire quando i figli ti assorbono troppo; è davvero inenarrabile il modo in cui i figli, soprattutto quando sono ancora bambini, ci portano via il tempo, lo spazio e l'energia (un lavoro faticosissimo che sì, è vero, è ovvio, è certo, apporta anche tante enormi e bellissime soddisfazioni, ma, ragazzi, quanto sudore anche, quanta fatica!).
Poi penso ad un altro approccio: le scene con la spada. Mi viene in mente la famosa interruzione tra il cap. 8 e il cap. 9 della Iª Parte del Quijote, quando, appunto, Don Quijote è sul punto di scagliare la sua spada sul bilbaino e cosa succede? S'interrompe la storia, perché - afferma il narratore esterno - il manoscritto finisce proprio lì, sul più bello (Nabokov parla di uno "splendido fermo immagine"). Bisognerà leggere l'incipit del 9 capitolo per capire cosa è davvero successo a quel manoscritto e scoprire come, grazie a un enorme colpo di fortuna e a uno scherzo del destino, Cervantes (che non è il "padre", bensì il "padrastro" o il "padrino" dell'opera) s'imbatterà proprio nel manoscritto interretto all'altezza del famoso duello, e potrà così continuare a leggere come finisce la scontro, dove vanno a finire quelle due spade levate in aria con violenza...previa traduzione di un ragazzo arabo che lo stesso Cervantes paga e fa accomodare in casa sua affinché traduca, perché il manoscritto (del famoso storico Cide Hamete Benengeli) è scritto in lingua araba...
E allora mi viene in mente l'altra scena di una spada levata in aria: quella che si svolge all'interno di un bagno per disabili di una discoteca di Londra nella IIª parte di Tu rostro mañana ("Il tuo volto domani") di Javier Marías: anche lì c'è suspense, anche lì una tensione enorme: Bertram Tupra ucciderà o no il povero malcapitato che sta intralciando il suo lavoro di spia? (consiglio ai lettori italiani: comprate "Il tuo volto domani" e leggetene tutto).
E allora mi viene in mente la scena del duello sulla spiaggia tra uno dei personaggi di 2666 di Roberto Bolaño e un critico letterario (alter ego di Ignacio Echeverría, amico e curatore delle opere postume del grande scrittore cileno). Anche lì c'è di mezzo una spada, o forse due, ci si sfida a duello come se si vivesse ancora nel Medioevo... Ecco: dovrei andarmi a ricercare quella scena e dovrei rileggermela, per capire se c'è anche qui un velato omaggio o riferimento a Cervantes...E poi fare il salto all'indietro, la capriola ermeneutica decisiva per scoprire che, prima del Manco di Lepanto, c'è stato Ludovico Ariosto (che Cervantes amava e leggeva tra i suoi autori preferiti di sempre), il quale, nell'Orlando Furioso, chissà quante volte utilizza il trucchetto delle spade levate in aria e sul punto di scontrarsi tra di loro, di fare letteralmente le scintille, per poi interrompere tutto, perché finisce il canto e bisognerà andare subito a leggersi il capitolo successivo per vedere come narrazione prosegue...nella prossima puntata.
Riuscirò a trovare il tempo (e lo spazio) giusto per questi scandagli? Ai posteri l'ardua sententia.
viernes, noviembre 06, 2020
Carlo Rovelli e Antonio
Moresco (con Italo Calvino sullo sfondo)
Nel Sud del Sud della Spagna in cui vivo da ormai quasi 10 anni c’è un
amico fisico che si occupa di Metamatematica con cui mi diletto a discettare
dei Massimi Sistemi. L’ultima volta che ci siamo visti, dopo il lockdown
generale (e totale) che ha messo in ginocchio il Pianeta, siamo andati a farci
una pizza nella nostra pizzeria preferita (gestita da italiani – da Napoli a
Torino, passando per Roma: tutti bravissimi e gentilissimi – un vero lusso per
chi sente la nostaglia della cucina nostrana) e ci siamo messi a chiacchierare
delle due sonde spaziali “Voyager 1” e “Voyager 2” mandate oltre i confini del Sistema
Solare dai tipi della NASA il 5 settembre del 1977, ovvero, 3 giorni prima che
io venissi al mondo e vedessi la luce.
Ovviamente, il mio amico fisico ne sapeva più di me: mi ha spiegato a che
velocità viaggiano queste due sonde spaziali; come funziona il concetto di
velocità (e di anni luce) quando si sfonda il tetto del Sistema Solare e si
entra nello Spazio Interstellare; e – soprattutto – mi ha raccontato del disco
d’oro che è stato “caricato” sulle sonde e su cui gli ingegneri aerospaziali della
NASA hanno registrato immagini (fotografie e disegni), musica e suoni (naturali
e artificiali) per lanciare un messaggio di pace agli eventuali alieni che
dovessero imbattersi in queste due navicelle intergalattiche…
Ecco: questa storia del “messaggio lanciato in una bottiglia”, ovvero, del
disco d’oro costruito ad uso e consumo di eventuali altri esseri viventi (oltrechè intelligenti) sparsi
per le Galassie (di cui nemmeno conosciamo l’esistenza o di cui non possiamo
nemmeno sospettare la natura e l’origine, la configurazione fisica e le
caratteristiche materiali) mi ha colpito davvero molto, mi ha lasciato a bocca
aperta e mi ha spinto (inevitabilmente) a fare ricerche in materia (io che sono
di Lettere).
Poi, all’improvviso, m’imbatto in un altro fisico, evidentemente più famoso
del mio amico esperto di linguaggio metamatematico: accade una sera, dopo il Tg, quando Carlo Rovelli
presenta da Fabio Fazio il suo ultimo saggio, Helgoland (Milano, Adelphi, 2020) che, pur non vertendo affatto
sulla “Voyager 1” né sulla “Voyager 2”, m'intriga al punto da ordinarlo su internet
e farmelo recapitare a casa.
Ed ecco la sorpresa nel leggere il saggio (sulla “meccanica quantistica”,
ovvero, su quella parte della fisica che si occupa di studiare l’infinitamente
piccolo, i neutrini e i buchi neri): Carlo Rovelli mi ricorda Antonio Moresco
nei suoi momenti più algidi e geniali, quando lascia galoppare la propria
immaginazione al di là dei concetti (e delle categorie kantiane) dello “spazio”
e del “tempo”. Incredibile! (esclamo da solo). Un fisico che si esprime come un
romanziere! Ma com’è possibile?
Vediamo un primo esempio:
“Pensiamo il mondo in termini di oggetti, cose, entità […]: un fotone, un
gatto, un sasso, un orologio, un albero, un ragazzo, un paese, un arcobaleno,
un pianeta, un ammasso di galassie… Questi oggetti non stanno ciascuno in
sdegnosa solitudine. Al contrario, non fanno che agire uno sull’altro. È a
queste interazioni che dobbiamo guardare per comprendere la natura, non gli
oggetti isolati. Un gatto ascolta il ticchettio dell’orologio; un ragazzo
lancia un sasso; il sasso sposta l’aria dove vola, colpisce un altro sasso e lo
muove, preme sul terreno dove si posa; un albero assorbe energia dai raggi del
sole, produce l’ossigeno che respirano gli abitanti del paese mentre osservano
le stelle e le stelle corrono nella galassia trascinate dalla gravità di altre
stelle… Il mondo che osserviamo è un continuo interagire. È una fitta rete di interazioni” (id., p. 84).
Non sembra, oltre che Antonio Moresco, l’Italo Calvino delle famosissime Lezioni americane? Non è un bellissimo
esempio di prosa poetica in cui la “leggerezza”si unisce all’ “esattezza” e
alla “molteplicità” (come tutti ricorderanno, si tratta di 3 delle 6 “proposte
per il prossimo millennio” che Calvino elaborò in quelle famose lezioni americane
che poi divennero un libro).
Ma andiamo avanti: a p. 161 si legge la seguente riflessione (a metà tra la
metafisica e la letteratura):
“La convinzione su cui questo libro si appoggia [e Carlo Rovelli ci tiene a
spiegare che senza una “convinzione” forte non si può fare fisica, né
matematica, né alcuna scoperta scientifica degna di questo nome] è che noi
creature umane siamo parte della natura. Siamo un caso particolare fra tanti
fenomeni naturali, nessuno dei quali sfugge alle grandi leggi naturali che
conosciamo. Ma chi non si è mai chiesto: “Se il mondo è fatto di semplice materia,
particelle in moto nello spazio, come è possibile che esistano i miei pensieri,
le mie percezioni, la mia soggettività, il valore, la bellezza, il significato?”.
Come fa la “semplice materia” a produrre colori, emozioni, la sensazione viva e
bruciante che ho di esistere? Come fa a conoscere e imparare, commuoversi,
meravigliarsi, leggere un libro, e arrivare a chiedersi come funziona la
materia stessa?”.
Ecco: qui riecheggia, di nuovo, la prosa iperbolica e lirica, commossa e commovente, di Antonio Moresco. E io non lo so (né lo posso sapere né, probabilmente, arriverò mai a saperlo) se Carlo Rovelli abbia letto i romanzi di Moresco, ma – per Bacco! – è evidente, è chiarissimo che qui chi si pone questo tipo di domande somiglia in modo strabiliante ai vari narratori che (ci) raccontano (stupiti e dantescamente impossibilitati a dire tutto) i vari Canti del caos (o Gli Esordi, o gli ineffabili Gli increati – che poi, come sanno benissimo i fan di Moresco, costituiscono la famosa trilogia che l’autore stesso ha ribattezzato L’increato, termine che, diciamolo pure, sembra piuttosto vicino al campo semantico delle teorie quantistiche e alle ipotesi che la “meccanica quantistica” continua a porre sul tavolo della ricerca scientifica più estrema ed avanzata).
Ma potremmo anche ribaltare il punto di vista: dopo aver letto
Helgoland, uno si rende conto che in queste opere Moresco assume, dunque, i
panni del fisico quantistico, di quello scienziato che s’interroga senza sosta
(e senza trovare ancora risposte plausibili) attorno agli enigmi che ci rendono
umani, quei misteri che, da sempre, rendono “filosofo” l’uomo (Aristotele ce lo
ricorda da sempre: è la “meraviglia” e la “curiosità” a provocare la spinta
dell’essere umano verso la “filosofia” – o la domanda “filosofica” – quella cioè
legata a doppio nodo all’amore verso il sapere).
Ed ecco, infine, un terzo brano che, oltre che a Italo Calvino e ad Antonio
Moresco, potrebbe far venire in mente Luigi Pirandello (e le sue teorie sull’ “umorismo”,
inteso in quanto atteggiamento perennemente relativistico dell’uomo sulla
realtà – e sulle apparenti verità – che lo circondano):
“Se guardo una foresta di lontano vedo un velluto verde scuro.
Avvicinandomi il velluto si sgrana in tronchi, rami e fronde. La corteccia
degli alberi, il muschio, gli insetti, brulicano di complessità. In ciascun
occhio di ogni coccinella c’è una struttura elaboratissima di cellule, connesse
a neuroni che la guidano a vivere. Ogni cellula è una città, ogni proteina un
castello di atomi; nel nucleo di ogni atomo si agita un inferno di dinamica
quantistica, vorticano quark e gluoni, eccitazioni di campi quantistici. E non
è che un piccolo bosco di un piccolo pianeta che ruota intorno a una stellina,
fra cento miliardi di stelle di una fra mille miliardi di galassie costellate di
eventi cosmici abbacinanti. In qualunque angolo dell’universo troviamo
vertiginosi pozzi di strati di realtà” (id., p. 182).
Verrebbe da dire, a lettura terminata, dopo un brano così visualmente
efficace e cinematografico (da una panoramica Rovelli si avvicina alla realtà
fenomenica con uno zoom attraverso il quale si entra dentro le cellule e poi
dentro gli atomi e poi dentro le particelle più piccole e poi…): “e il
naufragar m’è dolce in questo mare” (perché Rovelli è anche leopardiano, oltre
che pirandelliano, quando scrive così, quando ci mette sotto gli occhi – senza abusare
delle mefatore né visuali né d’altro tipo – le cose, gli oggetti e i fenomeni
che gli interessa che noi si torni ad osservare con più attenzione, con
rinnovato stupore, con aristotelica meraviglia…).
E allora lo faccio: chiamo il mio amico fisico esperto in linguaggio metamatematico e
gli declamo, per telefono, il brano appena citato. E lui mi risponde: “Ti dirò,
caro mio: alla fisica erotica preferisco quella teorica”. E sorride. E rido di
gusto. Mentre lui mi parla male del collega (troppo famoso, chissà quanti soldi
gli hanno dato per andare da Fazio o quanti ne prende per le lezioni che dà in
giro per il mondo) e io continuo a pensare a quanto potrebbe essere contento
Carlo Rovelli di scoprire la letteratura di Antonio Moresco e – specularmente –
a quanto potrebbe essere felice Antonio Moresco nello scoprire la fisica
quantistica così come la spiega (la narra, la canta) Carlo Rovelli nel suo Helgoland.
To be continued…
domingo, octubre 18, 2020
Rinomata enciclopedia di letture
viernes, octubre 09, 2020
Ci ridiamo; ci risiamo
Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...
-
Alla fermata del bus Alla fermata del bus capitano le cose più assurde e strambe e incomprensibili. Come l’altro giorno, quando un ...
-
Strange days Sono giorni strani, questi giorni miei... Di malinconia per i terremotati del Nord (con - nel ricordo - le immagini...
-
Novembre 2025: corse e ricorsi storici Dovremmo avere più tempo per noi stessi, per stare in silenzio, per auto-osservarci, per calmarci, p...

















