Quando tutto è già successo
[tentativo pseudo-filosofico di spiegare qualcosa che succede a tutti, almeno una volta nella vita, e forse anche più d'una, come accade per il famoso dejà-vu...]
Il tempo è un enigma, lo sanno anche i bambini (o forse no, loro non lo sanno e per questo non si pongono tanti problemi, tutto passa, un minuto dura un'eternità, chiudo subito parentesi, non vorrei dilungarmi troppo, passo e chiudo). Ultimamente, per me, è diventata un'ossessione. Ho letto fin troppi saggi sul tempo; ho anche scritto qualcosa; ho parlato del tempo con più d'una persona amica (e perciò, paziente: tra queste, Alyssa, forse la più paziente...).
Il punto è questo: l'altro giorno ho vissuto un'esperienza proustiana (o bergsoniana? o freudiana?) a metà tra il "dejà-vu" e l'allucinazione visiva. Scendevo dal treno Pisa-Firenze quando incrocio solo per un secondo lo sguardo di Ilaria. Ilaria, era lei, non ho dubbi. Circa 7 anni fa Ilaria era una mia vicina di casa, viveva a Roma, nell'appartamento continguo al nostro (mio, di mio fratello e di altri due studenti fuori-sede e, a volte, anche fuori-luogo). L'ultima volta che la vidi fu una mattina d'inverno, di nascosto, insieme alla mia ex, Carmen, spagnola di Cantabria... Erano le 5 del mattino, tornavamo (piuttosto ubriachi e sfatti di canne) da una festa in maschera... Aprimmo la porta con certo strepito e poi andammo al bagno, uno per volta, da bravi bambini. E poco prima di andare a dormire, tornammo in cucina per bere un po' d'acqua. Quando all'improvviso sento dei gemiti dalla sala (l'appartamento della mia ex aveva perfino la sala, sì, non come il mio, che a stento aveva i letti per dormire...). Carmen s'incuriosisce, entrando non ci avevamo fatto caso, sembrava non ci fosse nessuno. Socchiudiamo la porta e io la vedo... Vedo Ilaria, i capelli sciolti che le coprono il viso, l'espressione beata di chi gode, un ragazzo tra le sue gambe aperte che, evidentemente, le sta praticando ciò che un sessuologo chiamerebbe (con orrido latinismo) un cunnilingus (spero d'aver azzeccato la grafia...), insomma, gli sta leccando placidamente e con tutta la passione del caso la farfalla (per dirlo con un eufemismo che avrebbe fatto adirare Vladimir Nakobov, espertissimo cacciatore di farfalle).
Carmen si mise a ridere e io la tirai indietro. Chiudemmo la porta e andammo a letto, era brutto spiare qualcuno in simili frangenti, no?
Ebbene, sono trascorsi 7 anni e l'altro giorno la rivedo, è Ilaria, coincide tutto (capelli lunghi ricci castani, occhi neri, sguardo, quello no, non era così "godereccio", anzi, sembrava contrariata - il treno già stracolmo di passeggeri, forse in ritardo, direzione Livorno: coincide tutto, Ilaria era, anzi, è, di Livorno, qualche amica in comune mi disse anni fa che si era stufata di Roma e tornava lì dove era nata, Livorno). Lascio immaginare al lettore l'imbarazzo, il senso di vertigine temporale, l'annullamento istantaneo degli anni (dei mesi, delle ore e dei minuti) che ho provato quando il mio sguardo ha incrociato per una minima frazione di attimi il suo (ma non mi ha riconosciuto, altrimenti, voglio sperare, qualcosa avrebbe detto o fatto, e allora sì, mi sarei sentito un po' in imbarazzo, dato che l'ultima volta che l'avevo vista era in quella posizione e in un frangente tanto intimo... la passione che coglie alle ore più impensate, la voglia che cresce, sudore e umori e saliva mescolati insieme, l'alba alle porte, un divano così morbido e comodo... chi non ne avrebbe approfittato?).
Ci ho messo un po' a tornare a vivere il mio presente.
E poi c'è il futuro.
Lavoro con una fauna variegata d'esseri umani (da quelli più coglioni a quelli più stronzi, dagli "accettabili" agli onesti, la gamma è variopinta, ma non vasta). Tonino, napoletano d.o.c., sessantenne quasi in pensione, per gli amici Tony, mi spiega la sua teoria sul tempo, in un momento di pausa e sigarette e caffè, quando i clienti non rompono e l'aria torna a farsi respirabile. Mi spiega che lui evita di piangere, e di mantenere sempre i nervi saldi. Mi dice che ci riesce perchè "anticipa" le disgrazie; basta che senta l'odore di qualcosa che deve (o sta per) andare storto e lui s'immagina quello che è successo come se già fosse successo e lui stesse già vivendo un momento posteriore, quindi, ormai appartenente al futuro. Mi porge un'esempio (che mi ricorda un film, ma, al momento, mentre Tony me ne parla, non mi viene in mente che film è, non ricordo il titolo, cosa che farò dopo, sul treno Pisa-Firenze). Un giorno, a mezzogiorno, lo chiamano sul cellulare. E' sua figlia, di trentaquattro anni. Gli dice che la mamma (sua moglie) ha avuto un incidente. Tony scappa con la macchina e quando arriva l'autombulanza sta caricando il corpo ferito della donna. Non piange, non urla, non si spaventa. Con la mente si vede già vedovo. Immagina già cosa succederà se lei muore. Corrono in ospedale, lui monta in macchina e va a 40 all'ora. Non serve correre, sa già cosa succede. Passano due ore e i medici gli dicono che si salverà. Trauma cranico, ma passerà. La colonna vertebrale è integra. Solo qualche frattura al braccio sinistro. Tony mi sorride: "Sapevo già tutto".
Il film a cui pensavo (e che solo dopo avrei ricordato) è uno dei più belli tra quelli girati fino a oggi da Nanni Moretti: ne La stanza del figlio, il padre non sa che il figlio è morto, nemmeno la madre sa niente. Eppure... Due inquadrature accelerate e montate in parallelo si susseguono e ci preparano all'evento tragico: Giovanni (il padre protagonista del film) viene avvisato e corre con la macchina, la strada è piena di curve e qualche camion gli sfiora pericolosomante la fiancata; Laura Morante (la mamma) è al mercato e viene urtata da uno che sembra un ladro scippatore, ma forse è solo uno che va di fretta a lavoro; ora che ricordo meglio c'è anche l'inquadratura della sorella del ragazzo, che è in giro a fare la scema col motorino, insieme ai suoi amici, e anche in questo caso, noi, spettatori, non lo sappiamo, ma pre-vediamo che qualcosa di orribile è già accaduto. La morte del ragazzo, appunto. Tony avrebbe sorriso. O forse no. Il tempo (sia quello ricordato che quello anticipato, a volte, direi, "superstiziosamente anticipato") continua ad essere un mistero...
martes, mayo 29, 2007
domingo, mayo 27, 2007
Quando ringraziare è segno di buona educazione
Padova. Si è dato il caso che per motivi di lavoro (ovvero: di studio) abbia trascorso due giorni a Padova. La cosa non sarebbe accaduta (meglio: non avrebbe affatto avuto luogo) senza l'appoggio morale e l'aiuto pratico di alcune persone. In un mondo (e in un'epoca) in cui ringraziare è diventato fatto quasi "raro", voglio cogliere l'occasione per incidere sul marmo virtuale della rete (e sulle pagine eteree di questo blog) i nomi di due persone che, in particolare, mi hanno dato la loro mano. Aurelia, per gli amici "Auri", si è sobbarcata l'onere di sostituirmi a lavoro, beccandosi uno dei turni peggiori (grazie Auri, sai che il favore sarà ricambiato, basta chiedere e ti verrà dato, fosse anche il giorno di maggiore afflusso di barbari); mentre Gabriele mi ha accolto nel suo appartamento padovano con un'ospitalità generosissima, senza risparmiarsi nemmeno nelle ore più notturne, quando l'attenzione scende e la fame è tanta, quando l'orologio segna un'ora che il cervello non riesce più a percepire, tanto è sfasato il resto del corpo (grazie, Gabriele, sai che non appena metterai piede a Pisa avrai un compagno di sbronze col quale lenire il tuo stress da professore "a contratto" - o col quale gioire per la tua serenità relativa da "assegnista di ricerca").
Padova, dicevo. Padova assomiglia a Bologna perchè il centro storico è attraversato da una bella schiera di portici (sono utilissimi d'estate, perchè ti proteggono dal sole cocente; immagino lo siano anche d'inverno, quando piove e non occorre andare in giro con l'ombrello); al contempo, Padova ricorda molto la non molto distante Venezia (20 km, col treno ci si impiega al massimo dieci o quindici minuti). Come nellà città lagunare, così a Padova esiste una Piazza delle Erbe e una Piazza dei Signori (o almeno, così credo, se non ricordo male). Come là anche qua si possono incrociare ponti e ponticelli, agli angoli delle strade maestre, con un ruscelletto (o fiumiciattolo) che scorre placido e va a sfociare chissà dove (sono ignorante in geografia). A Padova la vita universitaria la si respira da subito: annunci di posti letto affitasi da Lettere a Scienze Politiche. Il Rettorato conserva ancora la sua maestosa seriosità. Le studentesse si riuniscono spesso a prendere l'aperitivo nei locali più "trendy". Qualcuna prende il sole, beatamente distesa sui prati del Prato della Valle, dai padovani considerata una delle piazze più grandi d'Europa (se non la più grande). A pochi passi dal Prato spicca la monumentale Basilica di Sant'Antonio; il turista che soffre il caldo afoso di questi giorni può trovare refrigerio se, in punta di piedi e con tutto il rispetto dovuto ai luoghi sacri, si addentra lungo la navata centrale e si prepara a perlustrare quelle laterali sotto la guida del caso (alle pareti, dipinti di scene sacre, lumini accesi, candele, pulpiti, reliquari vari, confessionali, crocefissi e quant'altro). Corso Garibaldi e Corso del Popolo, invece, sono i luoghi pagani del centro città: tanti negozi (gli stessi che trovi a Fiesole o a Milano o a New York - ah, la globalizzazione!), tante belle fanciulle a spasso col loro cagnolino, groppuscoli di studenti delle medie in gita e gruppetti di trentenni in cerca di materia prima. Si fa presto ad arrivare alla Stazione centrale. Leggo l'ora (13,43) e la temperatura (33 gradi). Raccolgo le ultime energie, regalo due briciole del panino a due piccioni che mi seguono fino al binario 2 (razza di scorta), assaporo per l'ultima volta il profumo dei gelsomini che popolano l'entrata e l'uscita della stazione, bevo il caffè e fumo una Camel Lights. Poi salgo sul treno e rivedo accelerate Bologna, Prato e Firenze.
Tutto ciò, anche grazie a loro: Auri e Gabriele.
Padova. Si è dato il caso che per motivi di lavoro (ovvero: di studio) abbia trascorso due giorni a Padova. La cosa non sarebbe accaduta (meglio: non avrebbe affatto avuto luogo) senza l'appoggio morale e l'aiuto pratico di alcune persone. In un mondo (e in un'epoca) in cui ringraziare è diventato fatto quasi "raro", voglio cogliere l'occasione per incidere sul marmo virtuale della rete (e sulle pagine eteree di questo blog) i nomi di due persone che, in particolare, mi hanno dato la loro mano. Aurelia, per gli amici "Auri", si è sobbarcata l'onere di sostituirmi a lavoro, beccandosi uno dei turni peggiori (grazie Auri, sai che il favore sarà ricambiato, basta chiedere e ti verrà dato, fosse anche il giorno di maggiore afflusso di barbari); mentre Gabriele mi ha accolto nel suo appartamento padovano con un'ospitalità generosissima, senza risparmiarsi nemmeno nelle ore più notturne, quando l'attenzione scende e la fame è tanta, quando l'orologio segna un'ora che il cervello non riesce più a percepire, tanto è sfasato il resto del corpo (grazie, Gabriele, sai che non appena metterai piede a Pisa avrai un compagno di sbronze col quale lenire il tuo stress da professore "a contratto" - o col quale gioire per la tua serenità relativa da "assegnista di ricerca").
Padova, dicevo. Padova assomiglia a Bologna perchè il centro storico è attraversato da una bella schiera di portici (sono utilissimi d'estate, perchè ti proteggono dal sole cocente; immagino lo siano anche d'inverno, quando piove e non occorre andare in giro con l'ombrello); al contempo, Padova ricorda molto la non molto distante Venezia (20 km, col treno ci si impiega al massimo dieci o quindici minuti). Come nellà città lagunare, così a Padova esiste una Piazza delle Erbe e una Piazza dei Signori (o almeno, così credo, se non ricordo male). Come là anche qua si possono incrociare ponti e ponticelli, agli angoli delle strade maestre, con un ruscelletto (o fiumiciattolo) che scorre placido e va a sfociare chissà dove (sono ignorante in geografia). A Padova la vita universitaria la si respira da subito: annunci di posti letto affitasi da Lettere a Scienze Politiche. Il Rettorato conserva ancora la sua maestosa seriosità. Le studentesse si riuniscono spesso a prendere l'aperitivo nei locali più "trendy". Qualcuna prende il sole, beatamente distesa sui prati del Prato della Valle, dai padovani considerata una delle piazze più grandi d'Europa (se non la più grande). A pochi passi dal Prato spicca la monumentale Basilica di Sant'Antonio; il turista che soffre il caldo afoso di questi giorni può trovare refrigerio se, in punta di piedi e con tutto il rispetto dovuto ai luoghi sacri, si addentra lungo la navata centrale e si prepara a perlustrare quelle laterali sotto la guida del caso (alle pareti, dipinti di scene sacre, lumini accesi, candele, pulpiti, reliquari vari, confessionali, crocefissi e quant'altro). Corso Garibaldi e Corso del Popolo, invece, sono i luoghi pagani del centro città: tanti negozi (gli stessi che trovi a Fiesole o a Milano o a New York - ah, la globalizzazione!), tante belle fanciulle a spasso col loro cagnolino, groppuscoli di studenti delle medie in gita e gruppetti di trentenni in cerca di materia prima. Si fa presto ad arrivare alla Stazione centrale. Leggo l'ora (13,43) e la temperatura (33 gradi). Raccolgo le ultime energie, regalo due briciole del panino a due piccioni che mi seguono fino al binario 2 (razza di scorta), assaporo per l'ultima volta il profumo dei gelsomini che popolano l'entrata e l'uscita della stazione, bevo il caffè e fumo una Camel Lights. Poi salgo sul treno e rivedo accelerate Bologna, Prato e Firenze.
Tutto ciò, anche grazie a loro: Auri e Gabriele.
miércoles, mayo 23, 2007
Ascoltando "Roma capoccia"
Il Milan ha vinto (per me poteva anche perdere) e soffia un venticello leggero che accarezza la fronte e asciuga il sudore della corsa in bici Lungarno. Ascolto la famosa canzone di Venditti e mi viene in mente er Cupolone, sua santità, con Via della Conciliazione illuminata a festa (non scorderò mai i cornetti al cioccolato di quel bar in via Barletta... alle tre di notte, di corsa, con il motorino scassato di mio fratello); Via Veneto, agghindata per i ricchi turisti che ci passeggiano lentamente con gli occhi proiettati verso la felliniana dolcevita; Trastevere, con le sue osterie (meglio: ostarie) dove ti servono ancora in dialetto romanesco puro 100% e i piatti strabordano di spaghetti all'amatriciana (da Amatrice, se non erro)... e poi Piazza di Spagna, con la scalinata di Trinità de' Monti a quest'ora sicuramente addobbata con i grossi vasi di fiori di ogni specie, con i colori che si riflettono sull'acqua della cosiddetta Barcaccia, di Bernini (padre e figlio: Pietro e Gian Lorenzo), la targa del poeta Keats in bella vista, sotto qualche cartellone pubblicitario di Versace o Valentino... e poi Piazza Vittorio, con le sue palme enormi e i cinesi che fanno il solitario al computer coi negozi aperti fino a tardi e i pakistani e gli altri arabi che fumano e smerciano chissà cosa dietro i bidoni della spazzatura e agli angoli delle strade, con i romani che si lamentano sempre perchè lì ormai sembra Chinatown e non c'è più un italiano (quando non è vero e il mix dà vita all'armonia, anche musicale, come è stato per l'Orchestra di Piazza Vittorio, sì)... e poi Via Leopardi, dove vive mio fratello, che a quest'ora starà fumando sul balcone l'ennesima sigaretta e pensa a risolvere un caso davvero ostico... e poi la stazione Termini, la mia seconda casa, quando si trattava di smaltire una sbronza, o una storia d'amore andata a finire male, o quando dovevo aspettare il notturno, o il treno, o riaccompagnare qualche amica a casa, verso viale Reggina Margherita, vicino all'Università La Sapienza, con la sua statua di bronzo, la Minerva (circolava la leggenda che se la guardavi prima di sostenere un esame allora ti bocciavano e andava male)... e il quartiere del Tufello, con le sue agenzie di viaggio e i suoi giovani sbandati, le coppiette e la gente che porta a spasso il cane a ore improbabili, come quando io e Roberto facemmo colazione alle 5 del mattino e c'era un cacciatore (con tanto di carabina) che aveva fatto spesa (latte, biscotti, una bottiglia di whiskey e tre bomboloni da portar via)... e la stazione Tiburtina, ben più anarchica e sporca di Termini, mi basta pensare all'ingresso e chiudere gli occhi per vedere quella zingara con due figli piccoli che chiede l'elemosina e ti fa tenerezza perchè chiede con garbo, non è insistente come le altre, che ti vogliono leggere la mano o ti vendono fazzoletti di carta e intanto ti maledicono... il Verano, coi suoi lumini sempre, eternamente, accesi, come a ricordati: vai piano, non correre, i tuoi ti aspettano... anche se poi quella sarà la tua casa, la fissa dimora... e il Gianicolo, da dove si contempla da lontano il labirinto delle strade della capitale, Roma capoccia, der monno infame, con il suo smog e il traffico e i rumori e i romani e i turisiti e gli stranieri e i musei e i panorami più emozionanti, soprattutto nelle ore del primo mattino, all'alba, quando il sole sta per spuntare sulle guglie delle chiese valdesi e i camion della spazzatura tornano alla discarica e i tassisti sonnecchiano nei loro taxi e l'ultima coppietta si saluta all'ingresso del palazzo, lei ha sonno, lui la bacia, si promettono amore eterno, domani è un altro giorno, accelero perchè anch'io ho un sonno che muoio e mi sento anche piuttosto alticcio, accelero e supero via del Castro Pretorio, via del Muro Torto, Piazza Fiume, poi sono finalmente a Piazzale dell'Indipendenza, Termini per me ormai è un faro di salvezza, con le sue luci eternamente accese, come quelle delle tombe del Verano, grazie Roma, cantava lo stesso di Roma capoccia...
sábado, mayo 19, 2007
L'Irlanda
In uno dei momenti più difficili e duri e angoscianti della mia vita, in una fase di passaggio e di precarietà assoluta, in una settimana durante la quale ho sofferto e fatto soffrire la persona che credo di amare fino alle lacrime, piangendo al telefono fino alle 3 del mattino, lottando coi sensi di colpa e coi fantasmi del passato, straziati entrambi dall'ansia di perderci per sempre di vista e per strada, mi sono capitate comunque due cose di cui sorridere o rallegrarmi. La prima: sono riuscito a riunire ad un tavolo un nutrito gruppo di amici per mangiare una buonissima pizza "alla napoletana" in allegria (l'amicizia è qualcosa di sacro, quando è vera, quando ci si dà e ci si ascolta senza compromessi e senza pregiudizi; come l'amore, anche se, a differenza dell'amicizia, quest'ultimo tenda sempre a "impossessarsi" dell'altro...); la seconda: ho lasciato una bella impressione a una turista irlandese che mi è capitato d'incontrare nel mio nuovo lavoro (il destino, o la sfortuna, o la fortuna - o è solo tutto frutto del caso - ha voluto che io intraprendessid da poco una brillante carriera da "auto-noleggiatore" all'aeroporto di Pisa). Mi sono limitato a fare il mio lavoro, senza esagerare. E la prima volta che ci siamo visti mi ha chiesto il nome: "Antonio, wonderful, you speak english very well". Le ho spiegato che l'avevo studiato all'Università e che mi sarebbe comunque piaciuto "improve" il mio livello di conoscenza magari con un bel viaggetto a Londra. Lei, irlandese, mi ha consigliato Dublino. "You shoud go in Dublin, there we speak the original English", mi spiega, orgogliosa e sorridente. Oggi è tornata dal viaggio, ha restituito le chiavi e mi ha subito riconosciuto. "Hi, Antonio, how are you?". Sotto il sole che squaglia la testa e ottenebra anche le menti più lucide le rispondo, ipocritamente, che sto benissimo. Lei scende dall'auto e, davanti al marito impassibile, mi regala due litri di acqua fresca, un mazzo di giornali irlandesi, una rivista letteraria e una scatola di tè "original English" della marca Twinings. "For you, Antonio", e non posso non accettare. Poi mi saluta, per sempre. Si chiama Muirín, un antico nome irlandese che vuol dire: "born of the sea", nata dal mare. Non la dimenticherò mai, Muirín, che tanto gentile e tanto onesta pare...
In uno dei momenti più difficili e duri e angoscianti della mia vita, in una fase di passaggio e di precarietà assoluta, in una settimana durante la quale ho sofferto e fatto soffrire la persona che credo di amare fino alle lacrime, piangendo al telefono fino alle 3 del mattino, lottando coi sensi di colpa e coi fantasmi del passato, straziati entrambi dall'ansia di perderci per sempre di vista e per strada, mi sono capitate comunque due cose di cui sorridere o rallegrarmi. La prima: sono riuscito a riunire ad un tavolo un nutrito gruppo di amici per mangiare una buonissima pizza "alla napoletana" in allegria (l'amicizia è qualcosa di sacro, quando è vera, quando ci si dà e ci si ascolta senza compromessi e senza pregiudizi; come l'amore, anche se, a differenza dell'amicizia, quest'ultimo tenda sempre a "impossessarsi" dell'altro...); la seconda: ho lasciato una bella impressione a una turista irlandese che mi è capitato d'incontrare nel mio nuovo lavoro (il destino, o la sfortuna, o la fortuna - o è solo tutto frutto del caso - ha voluto che io intraprendessid da poco una brillante carriera da "auto-noleggiatore" all'aeroporto di Pisa). Mi sono limitato a fare il mio lavoro, senza esagerare. E la prima volta che ci siamo visti mi ha chiesto il nome: "Antonio, wonderful, you speak english very well". Le ho spiegato che l'avevo studiato all'Università e che mi sarebbe comunque piaciuto "improve" il mio livello di conoscenza magari con un bel viaggetto a Londra. Lei, irlandese, mi ha consigliato Dublino. "You shoud go in Dublin, there we speak the original English", mi spiega, orgogliosa e sorridente. Oggi è tornata dal viaggio, ha restituito le chiavi e mi ha subito riconosciuto. "Hi, Antonio, how are you?". Sotto il sole che squaglia la testa e ottenebra anche le menti più lucide le rispondo, ipocritamente, che sto benissimo. Lei scende dall'auto e, davanti al marito impassibile, mi regala due litri di acqua fresca, un mazzo di giornali irlandesi, una rivista letteraria e una scatola di tè "original English" della marca Twinings. "For you, Antonio", e non posso non accettare. Poi mi saluta, per sempre. Si chiama Muirín, un antico nome irlandese che vuol dire: "born of the sea", nata dal mare. Non la dimenticherò mai, Muirín, che tanto gentile e tanto onesta pare...
viernes, mayo 18, 2007
Ci sono dei momenti nella vita in cui bisogna scegliere. Sono quelli i momenti che t'indirizzano da una parte o dall'altra e che, in parte, determineranno il resto della tua vita (professionale, sentimentale, familiare, etc.). L'eroe tragico mette in mostra tutte le sue qualità (o mancanza di qualità) nei momenti decisivi della scelta: Amleto si arrovella se seguire il dettato del fantasma del padre e uccidere lo zio, marito precoce, troppo lesto, della madre vedova; Edipo risolve l'enigma della Sfinge, ma sbaglia nell'ambito dei propri affetti familiari, finendo al letto con la madre e uccidendo il padre; due eroi non tragici sono i due matti che aspettano Godot in Waiting for Godot di Beckett: non tragici perchè non si arrovellano, non agiscono, aspettano, anche quando non c'è assolutamente niente da aspettare (in questo caso gli effetti sono tragicomici).
Io non so cosa scegliere e il dubbio diventa crisi e la crisi diventa paralisi. Con un piede qui e uno là - ma non si può vivere stando per sempre a metà tra due sponde. A volte chiediamo consigli ai nostri amici, o parenti o conoscenti, solo per sentirsi dire quello che già sappiamo, ciò che vogliamo e che abbiamo già scelto, interiormente, ancor prima di porci domande, ancor prima di proferire una frase completa di senso compiuto. Ne ho avuto conferma: la mia cara lettrice (una delle poche di questo blog) ieri notte mi ha detto: "Se parli così, e ragioni in questi termini, allora vuol dire che hai già deciso". Poi, mi ha regalato una bottiglia di Nebbiolo del 2004 (grazie, Si, mi hai davvero fatto una bella sorpresa).
Non so che scegliere e sembra che abbia già scelto. E non so se faccio parte di una tragedia, una commedia o (sarebbe meglio) una tragicommedia...
Io non so cosa scegliere e il dubbio diventa crisi e la crisi diventa paralisi. Con un piede qui e uno là - ma non si può vivere stando per sempre a metà tra due sponde. A volte chiediamo consigli ai nostri amici, o parenti o conoscenti, solo per sentirsi dire quello che già sappiamo, ciò che vogliamo e che abbiamo già scelto, interiormente, ancor prima di porci domande, ancor prima di proferire una frase completa di senso compiuto. Ne ho avuto conferma: la mia cara lettrice (una delle poche di questo blog) ieri notte mi ha detto: "Se parli così, e ragioni in questi termini, allora vuol dire che hai già deciso". Poi, mi ha regalato una bottiglia di Nebbiolo del 2004 (grazie, Si, mi hai davvero fatto una bella sorpresa).
Non so che scegliere e sembra che abbia già scelto. E non so se faccio parte di una tragedia, una commedia o (sarebbe meglio) una tragicommedia...
viernes, mayo 11, 2007
A cena coi famosi
"Con chi andresti a cena dei personaggi famosi che ci sono oggi in Italia?". Soffia il vento, ma fa caldo. Il sole bolle l'asfalto dell'aeroporto. Gabriel è in procinto di ripartire per Praga (da Pisa) e se ne esce con una domanda che non ha nè capo nè coda, visto il momento e l'ora (15,50 p.m.). Abbiamo da poco chiuso l'argomento "donne", dopo aver parlato di "letteratura", "politica italiana" e "corruzione universitaria". Provo a rispondergli, reggendogli il computer portatile (Gabriel si fa carico degli altri bagagli: un valigione enorme, una chitarra, una busta con un panino e la coca-cola):
"Beh, tra i famosi... direi: Nanni Moretti. Sì. Con lui ci andrei a mangiare una pizza; anche se nella realtà non credo sia così simpatico e ironico come appare nei suoi film - eccezion fatta per La stanza del figlio, e l'ultimo Caimano, troppo didascalico, a mio modesto parere, anche se ricco di spunti, quando fa il ritratto della vita sentimentale di Silvio Orlando".
"E poi: gli altri due?".
"Non mi avevi detto che avrei dovuto sceglierne tre!".
Passa una hostess, culo all'in sù, sguardo accattivante d'ordinanza, ma a me sembra eccessiva, ha esagerato con il rimmel e il rossetto (Alba Parietti: con lei non ci prenderei nemmeno un cappuccino con il cornetto).
"Dai, sono tre, tutti e tre devono essere italiani; scegli".
Un gruppetto di ragazzi si mette in fila per il check-in, come in processione, tutti vestiti allo stesso modo, con il lettore mp3 alle orecchie, e il bello è che chiacchierano allegramente fra di loro, ma come fanno, se hanno le cuffiette?
"Beh, allora, direi... Sandro Veronesi. E' uno scrittore elegante, gli chiederei un monte di cose, i trucchi del mestiere, come fa a far apparire quasi sempre un piatto di pasta nei suoi romanzi, un po' come faceva Salvatores nei suoi primi film. E poi, vediamo: Enrico Ghezzi, sì, lui non mi dispiacerebbe, sarebbe un commensale interessante, ci parlerei di cinema tutta notte, lui che si è inventato una roba come Fuori orario, tu te lo immagini quanti film avrà visto quell'uomo?".
Fisso Gabriel che fissa la hostess che è passata di nuovo, sguardo ammiccante, si reca in bagno, sculetta vistostamente. Gabriel torna in sè:
"Chi, quello che parla fuori-sincrono? A me farebbe da sonnifero, sinceramente, non si capisce una mazza di quello che dice, anche se suona sempre molto profondo".
Aspettiamo che torni la hostess sculettante. Niente. E' ora del check-in. Si sentono i rombi degli aerei in fase di decollo. Gabriel si prepara. Mi abbraccia. Mi viene in mente un altro personaggio più o meno famoso con cui andrei a cena fuori, magari un giovedì sera, magari a Roma, in una qualche trattoria di Trastevere: Tiziano Sclavi [quello che, insieme a Veronesi, ho già citato sotto], l'inventore di Dylan Dog, l'indagatore dell'incubo, per scambiarci quattro risate e parlare di quanto sia difficile mimare il linguaggio parlato attraverso la parola scritta... Verba volant, e tra poco volerà anche quella là, e Gabriel e quei chiacchieroni con le cuffiette.
"Con chi andresti a cena dei personaggi famosi che ci sono oggi in Italia?". Soffia il vento, ma fa caldo. Il sole bolle l'asfalto dell'aeroporto. Gabriel è in procinto di ripartire per Praga (da Pisa) e se ne esce con una domanda che non ha nè capo nè coda, visto il momento e l'ora (15,50 p.m.). Abbiamo da poco chiuso l'argomento "donne", dopo aver parlato di "letteratura", "politica italiana" e "corruzione universitaria". Provo a rispondergli, reggendogli il computer portatile (Gabriel si fa carico degli altri bagagli: un valigione enorme, una chitarra, una busta con un panino e la coca-cola):
"Beh, tra i famosi... direi: Nanni Moretti. Sì. Con lui ci andrei a mangiare una pizza; anche se nella realtà non credo sia così simpatico e ironico come appare nei suoi film - eccezion fatta per La stanza del figlio, e l'ultimo Caimano, troppo didascalico, a mio modesto parere, anche se ricco di spunti, quando fa il ritratto della vita sentimentale di Silvio Orlando".
"E poi: gli altri due?".
"Non mi avevi detto che avrei dovuto sceglierne tre!".
Passa una hostess, culo all'in sù, sguardo accattivante d'ordinanza, ma a me sembra eccessiva, ha esagerato con il rimmel e il rossetto (Alba Parietti: con lei non ci prenderei nemmeno un cappuccino con il cornetto).
"Dai, sono tre, tutti e tre devono essere italiani; scegli".
Un gruppetto di ragazzi si mette in fila per il check-in, come in processione, tutti vestiti allo stesso modo, con il lettore mp3 alle orecchie, e il bello è che chiacchierano allegramente fra di loro, ma come fanno, se hanno le cuffiette?
"Beh, allora, direi... Sandro Veronesi. E' uno scrittore elegante, gli chiederei un monte di cose, i trucchi del mestiere, come fa a far apparire quasi sempre un piatto di pasta nei suoi romanzi, un po' come faceva Salvatores nei suoi primi film. E poi, vediamo: Enrico Ghezzi, sì, lui non mi dispiacerebbe, sarebbe un commensale interessante, ci parlerei di cinema tutta notte, lui che si è inventato una roba come Fuori orario, tu te lo immagini quanti film avrà visto quell'uomo?".
Fisso Gabriel che fissa la hostess che è passata di nuovo, sguardo ammiccante, si reca in bagno, sculetta vistostamente. Gabriel torna in sè:
"Chi, quello che parla fuori-sincrono? A me farebbe da sonnifero, sinceramente, non si capisce una mazza di quello che dice, anche se suona sempre molto profondo".
Aspettiamo che torni la hostess sculettante. Niente. E' ora del check-in. Si sentono i rombi degli aerei in fase di decollo. Gabriel si prepara. Mi abbraccia. Mi viene in mente un altro personaggio più o meno famoso con cui andrei a cena fuori, magari un giovedì sera, magari a Roma, in una qualche trattoria di Trastevere: Tiziano Sclavi [quello che, insieme a Veronesi, ho già citato sotto], l'inventore di Dylan Dog, l'indagatore dell'incubo, per scambiarci quattro risate e parlare di quanto sia difficile mimare il linguaggio parlato attraverso la parola scritta... Verba volant, e tra poco volerà anche quella là, e Gabriel e quei chiacchieroni con le cuffiette.
miércoles, mayo 09, 2007
Padre
Alyssa, con tono tranquillo e pacato: "Sai, oggi sono andata a fare l'ecografia".
Sorpreso, sudo freddo, sono gelato dalla sorpresa:
"Ma... mi devi avvertire prima se divento padre!".
Alyssa, ridendo:
"Ma non è per quello, è per l'anemia".
Sollevato, respirando a pieni polmoni:
"Va bene, mamma. Ci sentiamo dopo, allora".
"A dopo. Ciao, papà!".
Risate dall'uno e l'altro capo del telefono.
[Questo dialogo si è svolto il 9 Maggio del 2007 alle ore 14,12, mentre Alyssa usciva dall'ospedale Careggi di Firenze e io mi trovavo all'altezza di Orbetello sul treno diretto Roma-Pisa]
martes, mayo 08, 2007
Roma, una giornata estiva dopo un temporale d'inferno. Dopo un colloquio molto proficuo con un maestro - un critico letterario che camuffa i suoi molteplici saperi e la sua curiosità famelica dietro un sorriso sornione - esco dall'ufficio e mi reco in libreria, la Feltrinelli di Piazza della Repubblica. Compro e, poi, comincio a leggere Gli sfiorati, di Sandro Veronesi. E' degli anni '90, e si sente, in alcuni brani (sparse citazioni di orologi Swatch, oggi quasi scomparsi; alcuni modelli di scarpe da tennis che non si usano più, etc.). Muoio dalle risate perchè quello che dice di alcuni fenomeni architettonico-urbanistici della capitale è vero (i palazzi sformati dal trascorrere del tempo; abbombati; affastellati l'uno sull'altro; la libreria Feltrinelli del centro, che a volte sembra più vicina a Piazza di Spagna e altre volte - dipende da dove prendiamo il via - a Piazza del Popolo (con tanto di disegnino esplicativo, ovvero: come usare la tipografia a fini ludici, come c'insegnò già la buon'anima di Lawrence Sterne nel suo capolavoro shandiano). Muoio dalle risate e penso: Sandro Veronesi è uno dei pochi romanzieri che valga la pena leggere oggi in Italia; Caos calmo, uscito per Bompiani un paio di anni fa, ha sbancato (tra premi e critiche, encomiastiche e distruttive a parità di quantità; ha molte pagini "in sovrappiù", ma la voce che narra è talmente calma, paziente e autoironica, che non ci dispiace leggere le pagine in più).
La forza del passato, invece, è del 2000, se non erro. Parla di un tema vecchio come l'uomo: la difficoltà che ci contraddistingue nell'interpretare correttamente i comportamenti di chi ci sta accanto; la possibilità di carpirne la vera natura. Un figlio scopre che il padre in realtà non era quell'ufficiale dell'esercito affiliato alla DC che sembrava, ma una spia, una "cellula dormiente", al servizio del KGB, il servizio segreto della Russia stalinista. Da quel momento, la sua vita sarà oscurata dalle ombre del passato e dal timore di nuove inquietanti scoperte (chi non dubita della propria moglie, o della fidanzata, chissà quando sarà il mio turno, quando scoprirò che era tutto vero, che mi ha tradito, mentre io ero all'oscuro di tutto). Veronesi è fissato con i personaggi che incarnano il ruolo del "padre". Anche ne Gli sfiorati il protagonista, Mète, ha qualche problema a rapportarsi al padre, più intraprendente e giovane e irresponsabile di lui, a quanto pare. Così nel primo romanzo, se non erro: Per dove parte questo treno allegro, un altro bel quadretto dell'Italia di metà anni '80. Un padre irresponsabile: come, in parte, Pietro Paladini, il protagonista-narratore di Caos calmo, un padre che, dopo il trauma per la morte improvvisa della moglie, una volta divenuto vedovo, cerca di proteggere la figlia di dieci anni quando, poi, in realtà, sarà proprio lei a permettergli di andare avanti, di elaborare il lutto, come dicono i freudiani e di capire che "la gente pensa a noi infinitamente meno di quanto possiamo immaginare", come recita, sempre se non mi sbaglio, la quarta di copertina.
Sandro Veronesi non è l'unico. In Italia esiste uno scrittore che, negli anni '80, ha sfornato gioielli narrativi dotati di vera "suspense" e di sincero "humor nero". Parlo di Tiziano Sclavi, più famoso per la sua creazione fumettistica, Dylan Dog, "l'indagatore dell'incubo", che per i suoi libri. Chi non ha mai letto Le etichette delle camicie (Milano, Giunti, 1996) non sa cosa vuol dire "godere degli effetti della comicità in letteratura" (insomma, si è perso un sacco di risate); altrettanto umoristico è il surreale Non è successo niente (Milano, Mondadori, 1998), romanzo metaletterario, incrocio di più generi, nato, pare, da un fatto vero (Sclavi è stato raggirato dal commercialista, riuscendo a farsi rubare non ricordo più quanti miliardi). Anche se il mio preferito resta La circolazione del sangue (Milano, Mondadori, 1995), a metà tra Poe, Conan Doyle, lo splatter, i fratelli Marx e Proust (m'immagino il sogghigno dell'autore: "Proust, addirittura!").
E poi c'è Domenico Starnone, che non è male, anche se non mi convince del tutto (ho finito da poco Labilità, devo prendere ancora Via Gemito), anche se, quando narra della scuola italiana è davvero un maestro e coglie il segno.
E poi ci sarebbe Alessandro Baricco, Umberto Eco, Susanna Tamaro, ma questi lasciamoli perdere, ora non ho voglia, domani, forse, chissà....
La forza del passato, invece, è del 2000, se non erro. Parla di un tema vecchio come l'uomo: la difficoltà che ci contraddistingue nell'interpretare correttamente i comportamenti di chi ci sta accanto; la possibilità di carpirne la vera natura. Un figlio scopre che il padre in realtà non era quell'ufficiale dell'esercito affiliato alla DC che sembrava, ma una spia, una "cellula dormiente", al servizio del KGB, il servizio segreto della Russia stalinista. Da quel momento, la sua vita sarà oscurata dalle ombre del passato e dal timore di nuove inquietanti scoperte (chi non dubita della propria moglie, o della fidanzata, chissà quando sarà il mio turno, quando scoprirò che era tutto vero, che mi ha tradito, mentre io ero all'oscuro di tutto). Veronesi è fissato con i personaggi che incarnano il ruolo del "padre". Anche ne Gli sfiorati il protagonista, Mète, ha qualche problema a rapportarsi al padre, più intraprendente e giovane e irresponsabile di lui, a quanto pare. Così nel primo romanzo, se non erro: Per dove parte questo treno allegro, un altro bel quadretto dell'Italia di metà anni '80. Un padre irresponsabile: come, in parte, Pietro Paladini, il protagonista-narratore di Caos calmo, un padre che, dopo il trauma per la morte improvvisa della moglie, una volta divenuto vedovo, cerca di proteggere la figlia di dieci anni quando, poi, in realtà, sarà proprio lei a permettergli di andare avanti, di elaborare il lutto, come dicono i freudiani e di capire che "la gente pensa a noi infinitamente meno di quanto possiamo immaginare", come recita, sempre se non mi sbaglio, la quarta di copertina.
Sandro Veronesi non è l'unico. In Italia esiste uno scrittore che, negli anni '80, ha sfornato gioielli narrativi dotati di vera "suspense" e di sincero "humor nero". Parlo di Tiziano Sclavi, più famoso per la sua creazione fumettistica, Dylan Dog, "l'indagatore dell'incubo", che per i suoi libri. Chi non ha mai letto Le etichette delle camicie (Milano, Giunti, 1996) non sa cosa vuol dire "godere degli effetti della comicità in letteratura" (insomma, si è perso un sacco di risate); altrettanto umoristico è il surreale Non è successo niente (Milano, Mondadori, 1998), romanzo metaletterario, incrocio di più generi, nato, pare, da un fatto vero (Sclavi è stato raggirato dal commercialista, riuscendo a farsi rubare non ricordo più quanti miliardi). Anche se il mio preferito resta La circolazione del sangue (Milano, Mondadori, 1995), a metà tra Poe, Conan Doyle, lo splatter, i fratelli Marx e Proust (m'immagino il sogghigno dell'autore: "Proust, addirittura!").
E poi c'è Domenico Starnone, che non è male, anche se non mi convince del tutto (ho finito da poco Labilità, devo prendere ancora Via Gemito), anche se, quando narra della scuola italiana è davvero un maestro e coglie il segno.
E poi ci sarebbe Alessandro Baricco, Umberto Eco, Susanna Tamaro, ma questi lasciamoli perdere, ora non ho voglia, domani, forse, chissà....
sábado, mayo 05, 2007
Venezia. Dal telefono si sentono le campane. La voce, amica, lo rassicura: è in terazza, stava studiando. Chiede scusa, non voleva disturbare. Chiamava solo per alcuni dubbi rimasti tali dopo un lieto evento (celebratosi dopo tre anni di attente indagini). L'ispettore ha l'aria rispettosa; la donna, all'altro capo del telefono, sorride e ride, a volte, quando l'ispettore fa domande che avrebbe potuto risparmiarsi (tanto sono ovvie e scontate). Volo di gabbiani. L'ispettore ha un cordless, parla dalla cucina, dove un sole accecante riscalda l'ambiente (per fortuna è finito il temporale). La dama veneziana infonde coraggio. L'ispettore si accorge che la sta tirando per le lunghe. Sa che ora la telefonata volge al termine. La dama sorride di nuovo. Gli fa capire che è molto, molto indaffarata. L'ispettore capisce. Anche lui, d'altronde, deve tornare alle sue scartoffie (squadra omicidi, non sono bruscolini, come suolsi dire). Allora si salutano. Lui pensa al viaggio che lo aspetta (da Pisa a Roma); lei pensa al viaggio che farà tra poco (da Venezia a Oxford). Intanto, il tempo passa. A lui viene in mente un racconto di Calvino che s'intitola "Prima che tu dica pronto". A lei viene in mente un racconto di Edgar Allan Poe che s'intitola "La lettera rubata" (o qualcosa di simile "occultata", "nascosta"...). Poi tornano le nuvole, presaghe di pioggia. Entrambi, sia la dama veneziana che l'ispettore, sono stati sorpresi dal repentino cambio di stagione.
domingo, abril 22, 2007

La somiglianza con Frank Zappa: non ci avevo mai pensato. Ma secondo altri assomiglio molto anche all'attore protagonista del simpatico Jalla Jalla!, che in arabo e se non erro dovrebbe significare: Forza, forza! O corri, corri!
Certe volte passiamo l'intera giornata a cercare di scoprire un motivo uno valido per poter andare avanti. Spesso, capita che quel motivo l'abbiamo già trovato e perdiamo tempo dalla mattina alla sera, girando in tondo, intorno alla verità. Poi, basta un sorriso, una passeggiata in centro, una foto scattata in riva all'Arno, quel bacio dato davanti al gelataio, dopo il gelato allo yogurt ai frutti di bosco e fiordilatte, oppure quell'abbraccio forte in Piazza dei Cavalieri, per tornare bambini e fare domande stupide. Con un motivo per andare avanti affianco...
La ruota della Fortuna: gli inglesi, contemporanei e più anziani di Shakespeare, la chiamano "the Wheel of Fortune". I medievali credevano fosse la divinità che apporta la buona o la cattiva sorte; che, nel corso del tempo, distrugge le vite dei re, obbligandoli alla schiavitù, o porta un mendicante ad indossare la corona del sovrano. Su questa ruota ci siamo sopra tutti. Essa gira. Noi con lei. Ignari. E bastano quelle piccole cose che fanno la differenza per fare la differenza. Il giorno in cui la ruota smette di girare non avremo più di preoccuparci. Niente più sorprese. Niente Arno, nè Piazza dei Cavalieri. Forse la pace. Dei sensi e della mente.
Non avrei mai detto di assomigliare tanto a Zappa...
miércoles, abril 18, 2007
Ho incontrato
Gabriel García Márquez questa mattina, al supermercato. Faceva la spesa, esattamente come me, e si attardava (proprio come me e un altro signore anziano e distinto) nel banco dei vini. Io ho scelto un Roccaventosa, Montepulciano d'Abruzzo. Gabo ha scelto un Morellino di Scansano. Ovviamente non si trattava dello scrittore colombiano, quello vero, che ha da poco festeggiato i primi quarant'anni del suo capolavoro (chi non ha letto Cien años de soledad non saprà mai cosa si intende davvero con la parola "romanzo"). No, era piuttosto un suo sosia. Identico, cazzo. Stessi baffi bianchi; stessa pelle abbronzata dal sole dei Caraibi; stessa espressione simpatica, da vecchietto che ne ha viste di tutti i colori.
Poi torno a casa e ascolto musica. Ultimamente mi viene da piangere ascoltando Elisa: "E se c'è un segreto è fare tutto come se vedessi solo il sole". Sto diventando romantico? Alyssa sei avvisata. Stai attenta. Potrei sorprenderti con effetti speciali.
Poi decido che è ora di andare a fare jogging; ultimamente fumo troppo e ingrasso. Perché non dedicarci a un po' di sano esercizio fisico all'aria aperta (ora che a Pisa - sto scrivendo da Pisa, sì, la città più "noiosa" del mondo) per smuovere questa pancia e prendere qualche boccata a contatto con la natura? E non faccio in tempo a scendere le scale che trovo nella buca delle lettere un pacchetto. Proviene da Madrid (la mia seconda casa); è un libro; me lo spedisce "con un cordial saludo" uno dei miei scrittori preferiti (col quale ho avuto la fortuna di avere in passato un simpatico scambio epistolare). Ho capito che il regalo più bello è quello meno aspettato (proprio perché non te lo aspetti). Questa sera è festa: stapperò il Morellino di Scansano (no, no: il Roccaventosa abruzzese, come me) e brinderò a quel genio che si è preso la briga di regalarmi il suo ultimo lavoro. Se ci fosse anche Gabo saremmo al completo.
Gabriel García Márquez questa mattina, al supermercato. Faceva la spesa, esattamente come me, e si attardava (proprio come me e un altro signore anziano e distinto) nel banco dei vini. Io ho scelto un Roccaventosa, Montepulciano d'Abruzzo. Gabo ha scelto un Morellino di Scansano. Ovviamente non si trattava dello scrittore colombiano, quello vero, che ha da poco festeggiato i primi quarant'anni del suo capolavoro (chi non ha letto Cien años de soledad non saprà mai cosa si intende davvero con la parola "romanzo"). No, era piuttosto un suo sosia. Identico, cazzo. Stessi baffi bianchi; stessa pelle abbronzata dal sole dei Caraibi; stessa espressione simpatica, da vecchietto che ne ha viste di tutti i colori.
Poi torno a casa e ascolto musica. Ultimamente mi viene da piangere ascoltando Elisa: "E se c'è un segreto è fare tutto come se vedessi solo il sole". Sto diventando romantico? Alyssa sei avvisata. Stai attenta. Potrei sorprenderti con effetti speciali.
Poi decido che è ora di andare a fare jogging; ultimamente fumo troppo e ingrasso. Perché non dedicarci a un po' di sano esercizio fisico all'aria aperta (ora che a Pisa - sto scrivendo da Pisa, sì, la città più "noiosa" del mondo) per smuovere questa pancia e prendere qualche boccata a contatto con la natura? E non faccio in tempo a scendere le scale che trovo nella buca delle lettere un pacchetto. Proviene da Madrid (la mia seconda casa); è un libro; me lo spedisce "con un cordial saludo" uno dei miei scrittori preferiti (col quale ho avuto la fortuna di avere in passato un simpatico scambio epistolare). Ho capito che il regalo più bello è quello meno aspettato (proprio perché non te lo aspetti). Questa sera è festa: stapperò il Morellino di Scansano (no, no: il Roccaventosa abruzzese, come me) e brinderò a quel genio che si è preso la briga di regalarmi il suo ultimo lavoro. Se ci fosse anche Gabo saremmo al completo.
miércoles, abril 04, 2007
Riuscire a portare a termine un'impresa. Riuscirci nel migliore dei modi (c'è una dama veneziana che mi ha perfino concesso il "bacio accademico" - con conseguente scatto di gelosia di Alyssa, paziente come sempre, come sempre attenta affinchè tutto procedesse per il meglio e nel rispetto degli orari). E poi avere davanti il vuoto. Non sapere più se e dove si passerà il resto dei propri giorni (tra Madrid e Roma c'è il Mediterraneo di mezzo, certo, ma quanto sono vicine, a volte, e quanto mi mancano...). Realizzare un piccolo capolavoro (mi viene in mente, che ne so, Piccolo uomo, di Mia Martini, o Grazie, di Gianna Nannini, o La circolazione del sangue, di quel matto geniale di uno Sclavi, Tiziano). E poi non conoscere la strada (se e quando finirà... Ma finirà? Certo, certo: tutto finisce, e tutto ricomincia. Ancora non ho capito se Eraclito aveva ragione - o torto). Come quando, in classe, in funzione di supplente, sono riuscito a tenere desta l'attenzione dei miei alunni - casinari e primitivi, come è giusto che sia alla loro età - parlando loro dell'ambiguità del linguaggio di Shakespeare...
Prendete questo verso: "The dark backward and abyss of time". Perchè c'è "abyss", l'abisso, tra "backward" e "time"? Che significa in questo contesto "backward"? Dietro, indietro, la parte posteriore? La schiena? Che vuol dire: "La nera schiena e l'abisso del tempo"? A cosa voleva riferirsi il Bardo?
Prendete quest'altro: "Put out the light, and then put out the light". Siamo al V atto dell'Othello, il Moro di Venezia sta per soffocare con il cuscino la moglie Desdemona (Otello impazzisce di gelosia anche per colpa di Jago, una sorta di Demonio che gli fa credere che sua moglie sia una "whore" che se la fa con uno dei suoi sottotenenti): che vuol dire "Spegni la luce, e poi spegni la luce"? A che luce allude Shakespeare? Calcolate che la scena si svolge di notte: c'è chi ha pensato alla luce emanata dalle stelle, luminose in quella notte oscura e piena di oscuri presagi. C'è anche quest'altra ipotesi: più banale. Forse accanto al letto in cui Otello compirà di lì a poco l'uxoricidio c'è una candela, che emana la sua luce fioca. Oppure? La luce può indicare metonimicamente la luce emanata dagli occhi di Desdemona. Oppure? Forza, usateli sti cervelli, metteteli in azione, daglie!
jueves, marzo 29, 2007
jueves, marzo 15, 2007
Si può andare avanti a forza di colpi di scena? A un certo punto, pensa il lettore di romanzi d’avventure – anche il meno esigente, anche il più “illuso” – dobbiamo pur arrivarci, a un punto finale (e decisamente conclusivo). Invece no, nella vita reale, quella “vera” (ma esiste davvero la “vita vera”? Non è tutto frutto di un sogno, come disse Shakespeare facendo pronunciare a Macbeth la famosa citazione da Pindaro? O era un altro?) non c’è punto finale risolutore (o meglio: c’è ed è davvero definitivo: la morte, argomento insopportabile per i vivi, quant’altri mai, e perciò la si nasconde, non ci si pensa, la teniamo a distanza e a bada, anche quando muore qualcuno che ci sta affianco o ci è particolarmente caro, andiamo al funerale, mentre siamo lì piangiamo e soffriamo, ma poi allontaniamo il pensiero macabro e oscuro, come fosse una minaccia che, poi, e in fin dei conti, può coglierci tutti, in ogni momento, ogni giorno è quello buono per entrare nel “regno da cui nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno”). La vita vera è costellata (bella questa: "costellata") d’incidenti, che, etimologicamente, vogliono dire proprio questo: accidenti, cose che capitano, che accadono, che ci cadono addosso quando meno ce l’aspettiamo… E così, può anche capitare che uno se ne sta tranquillo, seduto e composto, a leggere in sala di lettura generale un libro di Giuseppe Baretti (irascibile e genialoide viaggiatore, linguista e saggista settecentesco) presso la Biblioteca Nazionale di Firenze che ti arriva una chiamata da una scuola superiore e ti propone (voce rauca, voce di cornacchia) una supplenza di 18 ore per 2 settimane. Liceo Pedagogico, San Miniato Alto. E così, all’improvviso, dopo un viaggetto di una quarantina di minuti, uno si ritrova a fare supplenza di inglese davanti a un’aula popolata di ragazzine scalmanate, che non appena entri in aula, ti chiedono quanti anni hai e se per caso ne hai 33. “Ma nemmeno siamo entrati in confidenza e già mi fate domande così intime?”. E lì, dal fondo, la ribelle del gruppo (ha una mano fasciata): “E’ che abbiamo fatto una scommessa, professore!”. Dico: non è possibile. Poi provo a fare mente locale, faccio l’appello (avere in mano il registro di classe conferisce inevitabilmente una certa aura), mi metto a rispiegare il present perfect, e loro cosa fanno? Ridono, ridacchiano e chiacchierano senza pausa. “Oh, ma facciamo un po’ di silenzio?” (la domanda retorica, ma d'obbligo, di ogni docente che si rispetti); una del gruppo: “E’ che apprezzavamo il suo look”. E un’altra: “Look è inglese, vero?”. Dico sì. Look è inglese. E noi siamo in Italia. Sono le 9,45, ho fatto l’appello con un ritardo di un’ora e passa e a San Miniato è già sbocciata la primavera. Il sole è cocente. Una delle alunne mi chiede se può traslocare nei pressi della cattedra perché fa troppo caldo. Glielo concedo e mi ritrovo con quattro banchi attorno alla cattedra. “Fa proprio caldo, prof!”. Sì, è vero. Si scoppia. E si continua a leggere. Senza fretta. In mezzo alle risatine e agli schiamazzi.
sábado, marzo 10, 2007
Una casa
Mi si è rotta una sedia, l'altra notte, mentre cercavo i dossier sui serial-killers più pericolosi e mefistofelici degli ultimi trent'anni. Sono caduto col culo per terra come un salame (il mouse aggrappato al polso come l'ultima ancora di salvezza - d'altronde, la rete è piena di metafore nautiche, si naviga in internet, noi tutti siamo internauti, il cursore sullo schermo è il nostro timone, nel mar dell'incertezza e nei labirinti virtuali). Così, ho cambiato sedia. Questa è più alta, di legno, marrone, di quelle vecchio stampo. Ti obbliga a una postura più seria e composta; ti tiene dritta la schiena, ed è dura come il marmo, e per uno come me non è proprio l'ideale. Mi viene il mal di schiena e spero non mi spunti la gobba.
Una casa è fatta di tante cose, oggetti, angoli (e persone, soprattutto).
Qui vicino ce n'è una piccola e modesta che mi ha sempre incuriosito (sulla strada verso il supermercato, quello sfigato, sorta di hangar dove vanno gli studenti a rifornirsi a miglior prezzo dei generi di prima necessità - pane, zucchero e caffè, acqua e carta igienica). La prima particolarità è che la cucina e il frigo sono sul balcone. Mi sono sempre chiesto come facciano i proprietari a cucinare la sera o a fare colazione la mattina. Il gas è di quelli antichi, quattro fornelli per scaldare l'acqua e poco più (il forno di certo non funziona); il frigo è di quelli ultramoderni, un colore azzurro accesso, metallizzato, alto 2 metri (c'entrerebbe un cadavere in piedi, e non ci starebbe stretto). Una tendina stinta separa l'interno dall'esterno. Dietro la tendina si indovina una porta, che, evidentemente, gli abitanti lasceranno ben chiusa a meno che non si trovino costretti ad andare in balcone per fare le loro cose. Ma come si può cucinare un piatto di pasta facendo avanti e indietro tra l'interno e il balcone? Come non congelarsi, in inverno? Come fare quando fuori è buio e piove (ma di notte - mi sono accorto qualche tempo dopo - hanno un grosso neon che illumina il tutto, impossibile non vedere quel che c'è dentro il frigo gigante). Se uno si ferma a osservare meglio si accorge che fuori c'è anche un lavabo, di quelli che usavano le nonne per sciacquare le lenzuola col marsiglia (prima di lasciarle stese al sole, mosse dal vento in terrazza). Possibile non abbiano nemmeno la lavatrice (o una lavastoviglie)? Siamo alle soglie del 2008 e questa casa è un enigma.
Ecco i suoi abitanti: lui vecchio, coi capelli lisci bianchi; lei più giovane, si direbbe sulla cinquantina, con i capelli voluminosi biondo platino e il rimmel agli occhi, una donna gioviale, dal sorriso aperto e sincero, con un paio di jeans stretti e un maglione giallo slargato. Lui fuma il sigaro e fa la guardia alla pentola con l’acqua per la pasta; lei mescola un po’ gli ingredienti nella pentolina più piccola, aglio olio e peperoncino (o forse è un sugo al ragù, da quaggiù né si vede né si sente niente). Poi il vecchietto bacia la donna sulle labbra (ha scostato il sigaro, da vero galante) e scompare da dietro la tendina. Il movimento dall’esterno del balcone all’interno della casa è quindi costante, ogni volta che decidono di prepararsi da mangiare. Lei apre il frigo e afferra una busta marrone (non so cosa contenga, forse è la frutta, forse affettati). Lui torna indietro. Lei entra in casa. Poi lui si appresta ad aprire il pacchetto degli spaghetti; mi viene l’acquolina in bocca e non esiterei ad autoinvitarmi a pranzo, se non fosse che l’uomo mi scopre, mi guarda e capisce che li sto guardando, distolgo lo sguardo e me ne vado verso il supermercato-hangar. Mi domando ancora di quanti metri quadrati sia quella casa e il motivo della presenza di una cucina e un lavabo in balcone. Non sembra così minuscola. La casa resta un mistero.
Mi si è rotta una sedia, l'altra notte, mentre cercavo i dossier sui serial-killers più pericolosi e mefistofelici degli ultimi trent'anni. Sono caduto col culo per terra come un salame (il mouse aggrappato al polso come l'ultima ancora di salvezza - d'altronde, la rete è piena di metafore nautiche, si naviga in internet, noi tutti siamo internauti, il cursore sullo schermo è il nostro timone, nel mar dell'incertezza e nei labirinti virtuali). Così, ho cambiato sedia. Questa è più alta, di legno, marrone, di quelle vecchio stampo. Ti obbliga a una postura più seria e composta; ti tiene dritta la schiena, ed è dura come il marmo, e per uno come me non è proprio l'ideale. Mi viene il mal di schiena e spero non mi spunti la gobba.
Una casa è fatta di tante cose, oggetti, angoli (e persone, soprattutto).
Qui vicino ce n'è una piccola e modesta che mi ha sempre incuriosito (sulla strada verso il supermercato, quello sfigato, sorta di hangar dove vanno gli studenti a rifornirsi a miglior prezzo dei generi di prima necessità - pane, zucchero e caffè, acqua e carta igienica). La prima particolarità è che la cucina e il frigo sono sul balcone. Mi sono sempre chiesto come facciano i proprietari a cucinare la sera o a fare colazione la mattina. Il gas è di quelli antichi, quattro fornelli per scaldare l'acqua e poco più (il forno di certo non funziona); il frigo è di quelli ultramoderni, un colore azzurro accesso, metallizzato, alto 2 metri (c'entrerebbe un cadavere in piedi, e non ci starebbe stretto). Una tendina stinta separa l'interno dall'esterno. Dietro la tendina si indovina una porta, che, evidentemente, gli abitanti lasceranno ben chiusa a meno che non si trovino costretti ad andare in balcone per fare le loro cose. Ma come si può cucinare un piatto di pasta facendo avanti e indietro tra l'interno e il balcone? Come non congelarsi, in inverno? Come fare quando fuori è buio e piove (ma di notte - mi sono accorto qualche tempo dopo - hanno un grosso neon che illumina il tutto, impossibile non vedere quel che c'è dentro il frigo gigante). Se uno si ferma a osservare meglio si accorge che fuori c'è anche un lavabo, di quelli che usavano le nonne per sciacquare le lenzuola col marsiglia (prima di lasciarle stese al sole, mosse dal vento in terrazza). Possibile non abbiano nemmeno la lavatrice (o una lavastoviglie)? Siamo alle soglie del 2008 e questa casa è un enigma.
Ecco i suoi abitanti: lui vecchio, coi capelli lisci bianchi; lei più giovane, si direbbe sulla cinquantina, con i capelli voluminosi biondo platino e il rimmel agli occhi, una donna gioviale, dal sorriso aperto e sincero, con un paio di jeans stretti e un maglione giallo slargato. Lui fuma il sigaro e fa la guardia alla pentola con l’acqua per la pasta; lei mescola un po’ gli ingredienti nella pentolina più piccola, aglio olio e peperoncino (o forse è un sugo al ragù, da quaggiù né si vede né si sente niente). Poi il vecchietto bacia la donna sulle labbra (ha scostato il sigaro, da vero galante) e scompare da dietro la tendina. Il movimento dall’esterno del balcone all’interno della casa è quindi costante, ogni volta che decidono di prepararsi da mangiare. Lei apre il frigo e afferra una busta marrone (non so cosa contenga, forse è la frutta, forse affettati). Lui torna indietro. Lei entra in casa. Poi lui si appresta ad aprire il pacchetto degli spaghetti; mi viene l’acquolina in bocca e non esiterei ad autoinvitarmi a pranzo, se non fosse che l’uomo mi scopre, mi guarda e capisce che li sto guardando, distolgo lo sguardo e me ne vado verso il supermercato-hangar. Mi domando ancora di quanti metri quadrati sia quella casa e il motivo della presenza di una cucina e un lavabo in balcone. Non sembra così minuscola. La casa resta un mistero.
lunes, marzo 05, 2007
Incontri in libreria per caso

In partenza per Perugia, per un fine settimana all’insegna del relax (a uno vengono subito in mente immagini bucoliche, di contatto diretto con la natura, passeggiate tra i monti, cascate, gli uccellini che cantano la primavera imminente in un cielo terso, limpido e puro), quando all’improvviso m’imbatto in un libro di un mio vecchio maestro, modello inimitabile di Lettore Errante e di Critico Inquieto: Piero Boitani, docente di Aglistica prima, di Comparatistica, poi, alla Sapienza di Roma, una di quelle persone che ti lasciano il segno, uno di quegli esempi di critico letterario che sa fare il suo mestiere: leggere e insegnare a leggere i libri, con una passione che non rifugge dalla vita, anzi, con una passione in cui la letteratura è vita e la vita acquista un senso maggiore grazie alle immagini che ci offre la letteratura. Piero Boitani ha gli occhi di chi tanto ha viaggiato (azzurri e limpidi, come quelli del Vecchio Marinaio di coleridgiana memoria); la barba venerabile di Omero; la franchezza e l’ironia di un uomo che ne ha davvero viste di tutti i colori; un Ulisse redivivo, insomma, tra la terra dei Giganti, sempre pronti a farci arrosto, e quella dei Feaci (pochissimi, ormai, i nobili di spirito pronti ad ascoltare l’ospite che narri loro una storia che intrattenga – il pathos e la suspense: due cose che mancano alla letteratura odierna, o che questa s’impegna a sfruttare a fini secondari e biechi, ahimè, ahinoi, anche se questa, giustamente, è un’altra storia).
Non mi serve aprire il libro (e leggerlo dalla prima all’ultima riga, trattenendo il fiato, come faccio di solito quando leggo un saggio di Boitani), per capire di che si tratta. Nella sua ultima opera (Prima lezione di letteratura, Roma-Bari, Laterza, 2007) si parla fondamentalmente di due cose: l’ho già detto e lo ripeto: vita e letteratura; il saggio è in forma di viaggio (alla scoperta del bello e del vero; alla scoperta di ciò che ci meraviglia, perché lo sanno tutti, da Aristotele in poi: l’uomo è “animale razionale” mosso da “curiosità” e “fame di sapere”, proprio come lo sarà Ulisse inseguendo la rotta al di là delle Colonne d’Ercole e provando a scorgere la terra “di retro al sol” (ovvero: no man’s land), con ciò sfidando l’ira di Dio): si parte da un’introduzione dedicata (non so ancora in che modi e con quali articolazioni) alle Muse (ispiratrici, par excellence); si continua con un primo cap. dedicato al “Morire” (perché si muore un po’ per poter vivere); si procede con il II e III capitolo, dedicati rispettivamente (e simmetricamente, mi verrebbe da dire) allo “Stupire: essere e creare” e al “Compatire”; si conclude con il IV, che parla di “Rinascere” (“e quindi uscimmo a riveder le stelle”).
Piero Boitani mi scrisse una dedica a un suo saggio sul tema del volo in poesia e letteratura da Omero all’11 Settembre con queste parole: “Ad A.C., lettore di lungo corso, che prosegua la rotta in volo”. E da allora io non l’ho più dimenticato.
L’altro giorno ero a Roma, nel piazzale in cui si erge la statua di Minerva: Boitani era a chiacchiera con alcuni colleghi. Avrei potuto risalutarlo, dopo tanto. Ma non ne ebbi il coraggio e poi mi sembrava di importunarlo. Mi accontenterò di ascoltarne la voce attraverso le parole di questa sua Prima lezione di Letteratura. E’ una voce amica, che sa commuovere e sa tenere con il fiato sospeso. Pathos e suspense. Curiosità e fame di conoscenza. Un modello inimitabile, insomma.
Non mi serve aprire il libro (e leggerlo dalla prima all’ultima riga, trattenendo il fiato, come faccio di solito quando leggo un saggio di Boitani), per capire di che si tratta. Nella sua ultima opera (Prima lezione di letteratura, Roma-Bari, Laterza, 2007) si parla fondamentalmente di due cose: l’ho già detto e lo ripeto: vita e letteratura; il saggio è in forma di viaggio (alla scoperta del bello e del vero; alla scoperta di ciò che ci meraviglia, perché lo sanno tutti, da Aristotele in poi: l’uomo è “animale razionale” mosso da “curiosità” e “fame di sapere”, proprio come lo sarà Ulisse inseguendo la rotta al di là delle Colonne d’Ercole e provando a scorgere la terra “di retro al sol” (ovvero: no man’s land), con ciò sfidando l’ira di Dio): si parte da un’introduzione dedicata (non so ancora in che modi e con quali articolazioni) alle Muse (ispiratrici, par excellence); si continua con un primo cap. dedicato al “Morire” (perché si muore un po’ per poter vivere); si procede con il II e III capitolo, dedicati rispettivamente (e simmetricamente, mi verrebbe da dire) allo “Stupire: essere e creare” e al “Compatire”; si conclude con il IV, che parla di “Rinascere” (“e quindi uscimmo a riveder le stelle”).
Piero Boitani mi scrisse una dedica a un suo saggio sul tema del volo in poesia e letteratura da Omero all’11 Settembre con queste parole: “Ad A.C., lettore di lungo corso, che prosegua la rotta in volo”. E da allora io non l’ho più dimenticato.
L’altro giorno ero a Roma, nel piazzale in cui si erge la statua di Minerva: Boitani era a chiacchiera con alcuni colleghi. Avrei potuto risalutarlo, dopo tanto. Ma non ne ebbi il coraggio e poi mi sembrava di importunarlo. Mi accontenterò di ascoltarne la voce attraverso le parole di questa sua Prima lezione di Letteratura. E’ una voce amica, che sa commuovere e sa tenere con il fiato sospeso. Pathos e suspense. Curiosità e fame di conoscenza. Un modello inimitabile, insomma.
miércoles, febrero 28, 2007
Dialogo di due marziani che s'incontrano per caso sulla Luna

"Toh! Chi si rivede?"
Guardandone la generosa scollatura, ma con nonchalance, per non farsi sgamare:
"Oddio, che sorpresa! Ma che fine hai fatto? Come stai? E' una vita che non ci vediamo".
"Eh, sono anni. Sempre in giro, come sempre, coi piccoli e il lavoro, non immagini che stress, per fortuna che mio marito mi da una mano, altrimenti a quest'ora ero morta".
Lui, sguardo stralunato (è normale sulla Luna), a metà tra lo shock e l'imbarazzo:
"I tuoi piccoli? Tuo marito? Ma allora ti sei sposata?".
Lei lo fissa dritto e ne apprezza gli occhi (verdi, sia i suoi che quelli di lui):
"No, sposata, nossignore: io sono una coppia di fatto; o meglio, io e il mio lui siamo una coppia di fatto".
Lui, sguardo rattristato e melancolico:
"E come si chiama il tuo lui?"
"Marco. Sono già 4 anni che stiamo insieme, mio dio, mi sembra un secolo. E tu? Come te la spassi? Ce l'hai una morosa?"
"Cooosa?"
"Sì, una ragazza, una fidanzata, come la chiami tu? Una compagna..."
"Ah, sì, ce l'ho, non è che sono single, abbiamo pensato anche di sposarci, ma sai com'è, la vita è cara, i prezzi sono alle stelle anche su Marte, con tutti quei cinesi poi, c'è stata l'invasione...".
"E il lavoro?"
"Nzomma, si tira a campare, come si suol dire. Ma ti trovo bene, sei davvero carina, sai? Mi sembri una donna d'altri tempi, una degli anni 50, per dire, quando si stava ancora sulla Terra".
Lei sorride (alle donne fa sempre piacere ricevere complimenti sotto la Via Lattea, in mezzo a milioni di stelle e meteoriti):
"Grazie, troppo buono. Ma anche tu non stai mica male, sei molto elegante con questo cappotto, il nero ti dona e ti sfila. E hai gli occhi sempre belli, un verde luminoso".
Lui sorride (anche agli uomini piace ricevere apprezzamenti sul proprio aspetto esteriore):
"Grazie a te, ora non esagerare sennò arrossisco".
"Ma prima dicevi anni 50: non mi trovi mica invecchiata, vero?".
Ridono entrambi, in coro (ed un momento raro e una gioia quando succede: sono di quelle volte in cui si registrano le immagini nella memoria del cervello per poi masterizzarsele e rivedersele a piacere ogni volta che si ha voglia di ritrovare un po' di calma e di bellezza, o serenità):
"Ma no, affatto, sei sempre tu. Solo che mi ricordi quell'ambiente lì, quando abitavamo sulla Terra".
"Ah, allora grazie, non devo preoccuparmi, no? Ora scusami, ma devo scappare, se perdo l'ultimo shuttle sono cavoli amari, devo scappare a fare la spesa, il frigo è deserto".
"Figurati, vai pure. Stammi bene, allora".
"Anche tu, e mi raccomando, teniamoci in contatto, eh?"
"E' stato un piacere, sai?"
"Anche per me, davvero. Ora vado. Ciao! E alla prossima!"
"Ciao!"
Lui si morde le mani. Non appena lei è scomparsa dalla sua visuale si è ricordato di essersi dimenticato di chiederle quanti figli ha e come si chiamano i suoi piccoli.
Lei, non appena si allontana e se lo lascia alle spalle, arrossisce al pensiero che il suo Marco non le aveva mai detto che sembrava una donna degli anni 50.
La Terra è un puntino azzurrognolo all'orizzonte, continua a girare intorno al Sole (in via di spegnimento) e intorno al proprio asse, sempre più inclinato rispetto al baricentro.
La Luna è fredda. Marte è caldo. Come sempre.

"Toh! Chi si rivede?"
Guardandone la generosa scollatura, ma con nonchalance, per non farsi sgamare:
"Oddio, che sorpresa! Ma che fine hai fatto? Come stai? E' una vita che non ci vediamo".
"Eh, sono anni. Sempre in giro, come sempre, coi piccoli e il lavoro, non immagini che stress, per fortuna che mio marito mi da una mano, altrimenti a quest'ora ero morta".
Lui, sguardo stralunato (è normale sulla Luna), a metà tra lo shock e l'imbarazzo:
"I tuoi piccoli? Tuo marito? Ma allora ti sei sposata?".
Lei lo fissa dritto e ne apprezza gli occhi (verdi, sia i suoi che quelli di lui):
"No, sposata, nossignore: io sono una coppia di fatto; o meglio, io e il mio lui siamo una coppia di fatto".
Lui, sguardo rattristato e melancolico:
"E come si chiama il tuo lui?"
"Marco. Sono già 4 anni che stiamo insieme, mio dio, mi sembra un secolo. E tu? Come te la spassi? Ce l'hai una morosa?"
"Cooosa?"
"Sì, una ragazza, una fidanzata, come la chiami tu? Una compagna..."
"Ah, sì, ce l'ho, non è che sono single, abbiamo pensato anche di sposarci, ma sai com'è, la vita è cara, i prezzi sono alle stelle anche su Marte, con tutti quei cinesi poi, c'è stata l'invasione...".
"E il lavoro?"
"Nzomma, si tira a campare, come si suol dire. Ma ti trovo bene, sei davvero carina, sai? Mi sembri una donna d'altri tempi, una degli anni 50, per dire, quando si stava ancora sulla Terra".
Lei sorride (alle donne fa sempre piacere ricevere complimenti sotto la Via Lattea, in mezzo a milioni di stelle e meteoriti):
"Grazie, troppo buono. Ma anche tu non stai mica male, sei molto elegante con questo cappotto, il nero ti dona e ti sfila. E hai gli occhi sempre belli, un verde luminoso".
Lui sorride (anche agli uomini piace ricevere apprezzamenti sul proprio aspetto esteriore):
"Grazie a te, ora non esagerare sennò arrossisco".
"Ma prima dicevi anni 50: non mi trovi mica invecchiata, vero?".
Ridono entrambi, in coro (ed un momento raro e una gioia quando succede: sono di quelle volte in cui si registrano le immagini nella memoria del cervello per poi masterizzarsele e rivedersele a piacere ogni volta che si ha voglia di ritrovare un po' di calma e di bellezza, o serenità):
"Ma no, affatto, sei sempre tu. Solo che mi ricordi quell'ambiente lì, quando abitavamo sulla Terra".
"Ah, allora grazie, non devo preoccuparmi, no? Ora scusami, ma devo scappare, se perdo l'ultimo shuttle sono cavoli amari, devo scappare a fare la spesa, il frigo è deserto".
"Figurati, vai pure. Stammi bene, allora".
"Anche tu, e mi raccomando, teniamoci in contatto, eh?"
"E' stato un piacere, sai?"
"Anche per me, davvero. Ora vado. Ciao! E alla prossima!"
"Ciao!"
Lui si morde le mani. Non appena lei è scomparsa dalla sua visuale si è ricordato di essersi dimenticato di chiederle quanti figli ha e come si chiamano i suoi piccoli.
Lei, non appena si allontana e se lo lascia alle spalle, arrossisce al pensiero che il suo Marco non le aveva mai detto che sembrava una donna degli anni 50.
La Terra è un puntino azzurrognolo all'orizzonte, continua a girare intorno al Sole (in via di spegnimento) e intorno al proprio asse, sempre più inclinato rispetto al baricentro.
La Luna è fredda. Marte è caldo. Come sempre.
martes, febrero 27, 2007
Non so nemmeno...
...per quale diavolo di ragione mi hanno cambiato la versione di questo blog, non ricordo che tasti ho premuto, comunque non fa niente, si continua, finchè c'è vita...
Il bagno è occupato; una coppia si unisce mentre l'altra si lascia. Nico chiede un po' di consolazione, bisogna pur tirare avanti. Mentre Gianni si tuffa in vasca e liscia la schiena di...non mi ricordo più come si chiama, questa nuova fiamma. Intanto, c'è l'Anna che mente al marito, lui non se n'è accorto, come spesso succede in questi frangenti, lui sarà l'ultimo a sapere. Io ho mandato qualche curriculum a Firenze. Altri a Pisa. Finirò con il mandarne a Roma. E poi Parlemo. E infine un paio, tra Madrid e Barcellona.
Sul blog di un altro (quanti saranno i blogs in rete?) ho letto che uno dei momenti per rilassarsi e per poter riflettere serenamente è quando ti sposti e fai il pendolare. In treno, in autobus, in tram, trovi il tempo per chiederti che vita conduce quel vecchio con la busta della spesa, e quell'altro che sembra drogato e fissa le tette di quella professoressa con in braccio due bambini e tre saggi su Shakespeare. Trovi la giusta posizione per leggere il giornale di quello che hai seduto di fronte (lui legge il fronte tu il retro, una situazione che, in fondo, fa comodo a entrambi - a te di più, non hai pagato per il giornale). E la mente è finalmente libera di vagare dove vuole, dalla facciata di Santa Maria Novella alla cupola del Brunelleschi, mentre in via dei Calzaiuoli c'è il solito traffico cittadino (quelli con le biciclette non rispettano mai i segnali). E ti ricordi che devi fare la spesa, comprare quella cosa, chiamare a casa. Fa piano, torna presto, che a casa ti aspettano. Con il ritratto della Madonna che ti guarda con una faccia così triste, ma così triste, che hai quasi voglia di schiantarti contro il prossimo palo, o albero, o muro, cazzo... E poi sale il controllore (o la vecchietta con le stampelle, che non ce la fa o lo zingaro che vuole fregarti il portafoglio) e torni coi piedi per terra. Ma ricordati che devi comprare quella cosa. Che lei ti aspetta. Che a casa ti vogliono bene...
...per quale diavolo di ragione mi hanno cambiato la versione di questo blog, non ricordo che tasti ho premuto, comunque non fa niente, si continua, finchè c'è vita...
Il bagno è occupato; una coppia si unisce mentre l'altra si lascia. Nico chiede un po' di consolazione, bisogna pur tirare avanti. Mentre Gianni si tuffa in vasca e liscia la schiena di...non mi ricordo più come si chiama, questa nuova fiamma. Intanto, c'è l'Anna che mente al marito, lui non se n'è accorto, come spesso succede in questi frangenti, lui sarà l'ultimo a sapere. Io ho mandato qualche curriculum a Firenze. Altri a Pisa. Finirò con il mandarne a Roma. E poi Parlemo. E infine un paio, tra Madrid e Barcellona.
Sul blog di un altro (quanti saranno i blogs in rete?) ho letto che uno dei momenti per rilassarsi e per poter riflettere serenamente è quando ti sposti e fai il pendolare. In treno, in autobus, in tram, trovi il tempo per chiederti che vita conduce quel vecchio con la busta della spesa, e quell'altro che sembra drogato e fissa le tette di quella professoressa con in braccio due bambini e tre saggi su Shakespeare. Trovi la giusta posizione per leggere il giornale di quello che hai seduto di fronte (lui legge il fronte tu il retro, una situazione che, in fondo, fa comodo a entrambi - a te di più, non hai pagato per il giornale). E la mente è finalmente libera di vagare dove vuole, dalla facciata di Santa Maria Novella alla cupola del Brunelleschi, mentre in via dei Calzaiuoli c'è il solito traffico cittadino (quelli con le biciclette non rispettano mai i segnali). E ti ricordi che devi fare la spesa, comprare quella cosa, chiamare a casa. Fa piano, torna presto, che a casa ti aspettano. Con il ritratto della Madonna che ti guarda con una faccia così triste, ma così triste, che hai quasi voglia di schiantarti contro il prossimo palo, o albero, o muro, cazzo... E poi sale il controllore (o la vecchietta con le stampelle, che non ce la fa o lo zingaro che vuole fregarti il portafoglio) e torni coi piedi per terra. Ma ricordati che devi comprare quella cosa. Che lei ti aspetta. Che a casa ti vogliono bene...
martes, febrero 20, 2007

Mulini a vento
La finestra è chiusa e la stufetta accesa. Una delle signore delle pulizie spalanca la porta, straccio e scopa in mano, pronta a fare piazza pulita. Lo studente ricorda che sono le 18,04 e che se non si affretta quelli della portineria lo lasciano chiuso dentro... orrore. Restare dentro la biblioteca dell'Università mentre gli altri vanno a casa, tutti pronti davanti ai televisori, tutti intenti a consumare la cena, mentre tu sei solo, in mezzo a libri e a riviste di vecchio stampo, quanta carta stampata, quanti pericoli dietro l'angolo, non serve nemmeno aprire la finestra per fare entrare un po' d'aria, ormai è fatta, ramazza e spazza, pulisce e spolvera, addio, la signora delle pulizie è andata, via, lontano, mentre entra Sancho con un panino imbottito e ti chiede se hai per caso visto Don Chisciotte, è di nuovo fuggito dal libro di Cervantes, non si riesce a tenerlo fermo ultimamente, mentre fuori fa freddo e soffia il vento, sei solo, la signora delle pulizie una vaga allusione sbiadita ad un passato ormai remoto, e Sancho ti domanda che fine hai fatto, dov'è quell'altro matto, ma che siamo tutti impazziti, guarda che casino e quanti libri e che giganti, spuntano da sotto il tavolo gli appunti dell'anno accademico 1996-97, un nano, un nonno, una mano, un pezzo di bandiera di Spagna, tre trottole, una videocassetta con su il titolo di un film che non ricordi di avere mai visto: "Don Quixote", per la regia (folle) di quel pazzo di Orson (Welles), requiescat (in pace)...
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