viernes, marzo 26, 2021

 Diario di un disperato (1944) di Friedrich Reck o dell'Apocalisse del Nazismo



In questi giorni di primavera, di sole e di caldo quasi già estivo, leggo uno dei libri più sconvolgenti che abbia mai letto in vita mia. Si tratta del diario di Friedrich Reck (il cognome completo è quasi impronunciabile: Reck-Malleczewen), un aristocratico d'origine ebraica, ma convertitosi al cattolicesimo, che ha vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti del Nazismo e di ciò che egli stesso definisce nelle pagine del suo diario "hitlerismo".

È un'opera scritta di getto; si capisce che chi scrive lo fa per lasciare una testimonianza che possa spiegare l'inspiegabile, che possa offrire ai lettori futuri (e del futuro) una serie di dati obiettivi, anche se inevitabilmente filtrati dalla soggettività di un cattolico e benestante che arriva ad usare la parola "odio" nei confronti di Hitler.

Si tratta di un'opera che fa male, che disturba, che angoscia, che provoca (o può provocare) il pianto, il ribrezzo o la rabbia, soprattutto (mi azzardo ad ipotizzare) per un lettore del XXI secolo, uno che viene dopo i disastri e le tragedie legate alla Seconda Guerra Mondiale e ai campi di concentramento in cui i nazisti pianificavano la distruzione massiva degli ebrei e di chi non sposasse la loro causa assurda...

Il diario comincia nel maggio del 1936. All'altezza di agosto ecco cosa scrive Reck:

"Sono ormai cinque anni che vivo in questa fossa. Da più di quarantadue mesi vivo con odio, vado a letto con l'odio nel cuore, sogno con odio e mi risveglio con odio. Soffoco all'idea di essere prigioniero di un'orda di malvagi babbuini e mi logoro su questo enigma: come è possibile che lo stesso popolo che ancora qualche anno fa vigilava così gelosamente sui propri diritti sia caduto da un giorno all'altro in questo stato di apatia, nel quale non soltanto tollera la sottomissione da parte di uno sconosciuto, ma, al colmo del disonore, non è nemmeno più in grado di percepire la propria ignomia come tale?..." (pp. 16-17 dell'edizione italiana di Castelvecchi Editore - enorme il lavoro del traduttore, che cito: Matteo Chiarini).

Ed è una domanda del tutto logica e razionale: com'è possibile che nessuno abbia visto, nessuno abbia previsto, nessuno abbia frenato la corsa al potere di uno come Hitler?

Segue la descrizione del Nemico: 

"Di recente ho visto Hitler [...]: un viso rotondo stralunato, insulso, flaccido, in cui due occhi vitrei e malinconici spiccano come grani di uva secca. Così triste, così incredibilmente insignificante e rozzo che appena trent'anni fa, nel periodo più oscuro dell'età guglielmina, sarebbe stato impossibile trovare un ufficiale con quel viso, non fosse altro che per ragioni estetiche" (p. 17).

E fanno impressione certi ragionamenti: Friedrich Reck non è un nostalgico dell'antico regime, o non solo; riflette sul volto del mostro e si sorprende del fatto che solo trent'anni prima uno con una faccia simile non avrebbe mai fatto carriera nell'ambito militare. 

E poi c'è il racconto del suo secondo incontro, in diretta, dal vivo, con chi sarà causa della sua disperazione: nel 1932, all'interno di un'osteria, Friedrich Reck sta mangiando quando Hitler entra con le guardie del corpo e pretende di essere servito e riverito. Reck porta una pistola nascosta nella tasca della giacca. E scrive, con tono amareggiato, col senno del poi:

"Se allora avessi saputo quale ruolo avrebbe assunto quell'infame, e gli anni di sofferenza che ci ha fatto patire, lo avrei certamente fatto. Ma allora lo consideravo ancora un personaggio comico, e non sparai" (p. 21).

Un aristocratico d'origine ebraica. Uno che si converte alla religione cattolica. Un conservatore. Un uomo della classe agiata, ma dedito allo studio e alla letteratura. Uno che esercita come medico e che possiede una casa e una terra e che scrive romanzi e saggi di Storia. Non solo arriva ad odiare Hitler, ma si rammarica di non averlo ammazzato quando avrebbe potuto farlo, di non aver avuto il coraggio di premere il grilletto quando ancora lo considerava un pagliaccio...

Il lettore che continua a leggere rimarrà per sempre legato a questa scena: perché il diario non è altro che la "discesa agli Inferi", la narrazione spietata di tutto ciò che Hitler ha fatto all'autore del diario, alla Germania e al mondo intero a partire da quel giorno del 1932 in cui Friedrich Reck lo risparmiò dalla sua rabbia.

Non citerò le moltissime scene scioccanti in cui l'autore ci parla dei morti, delle impiccagioni, dell'uso smodato della ghigliottina, dei processi farsa, dei tradimenti e delle delazioni fatte solo per odio verso il vicino, né dell'atmosfera da incubo che assume la Germania stessa man mano che passano gli anni. Lascio al lettore che voglia scoprire questo testo il piacere disturbante di una lettura che inquieta, che fa tremare, che fa riflettere e che sorprende quasi ad ogni riga.

Sì citerò, invece, una delle ultime domande retoriche che l'autore si pone e ci pone verso la fine del testo. È il 9 ottobre del 1944 (l'autore sarebbe stato arrestato e deportato nel campo di concentramento di Dachau di lì a poco: viene ucciso il 16 febbraio del 1945). E questo è ciò che si domanda Friedrich Reck, un uomo devoto di Dio e che crede nella resurrezione delle anime e dei corpi:

"È il colmo di una situazione tragica e di una vergogna inconcepibile che proprio i migliori tedeschi sopravvissuti, prigionieri da dodici anni di un'orda di babbei, debbano per sua colpa sperare e implorare la sconfitta della loro patria?" (p. 170).

È il colmo, sì. E noi che veniamo dopo di lui e dopo l'Olocausto, dovremmo tenere a mente e fare tesoro di queste parole, scritte in un diario che l'autore tenne nascosto seppellendolo nella terra del giardino della propria casa, prima che qualcuno lo scoprisse e lo rendesse (per fortuna) pubblico. Una lettura che toglie il respiro. Uno dei libri più incredibili che abbia mai letto...

martes, marzo 23, 2021

Sogni (et cetera) 


Dunque, è successo di nuovo: ancora una volta, ho sognato la mia ex, quella con cui vivevo a Firenze anni e anni fa, ormai (quasi una vita fa). Il bello è che, questa volta, ho mescolato e mixato amici e colleghi di qui, di questo paese nel Sud del Sud della Spagna in cui vivo e lavoro (insieme alla mia compagna d'avventure e alla prole) e amici e colleghi di lì, dell'Università di Pisa e Firenze, ma anche qualcuno di Siena...

Il sogno è il seguente (devo scrivere per non dimenticarlo e per raccontarlo a lei, Alyssa, domani mattina appena sarò sveglio e accenderò il cellulare e le manderò il tutto sotto forma di messaggino tramite Whatsapp): sono insieme ad alcuni dei miei più cari amici nonché colleghi dell'Università di qui quando, ad un tratto, qualcuno propone una gita in macchina. Ecco il primo mutamento improvviso: dalla Spagna ci ritroviamo in Italia, a Pisa, dove ritrovo una mia cara, carissima amica e collega dell'Università che mi guarda fissamente, mi riconsoce e mi snobba subito: "Non posso starti dietro, ma ti vedo bene, sei belloccio, gli anni ti donano, stai bene", dice con un sorriso mentre è in attesa di ascoltare un esercito di laureandi, tutti disposti in fila indiana, tutti distanziati di almeno un paio di metri l'uno dall'altro (nel sogno penso: "Anche a Pisa si applicano le procedure anti-covid 19 che esistono in Spagna" - e, nel mentre, mi accorgo pure che nessuno degli studenti in fila indossa la mascherina). Poi ci si sposta in un museo: C., con la quale c'è anche una certa attrazione fisica e un'intesa non solo intellettuale, mi fa notare la bellezza di alcuni quadri di Raffaello (o Michelangelo o Giotto o Leonardo). Le faccio cenno di sì con la testa, ma (sempre nel sogno, mentre sogno) non so se, in effetti, ci troviamo all'interno di un museo (gli Uffizi?) o dentro il corridoio della Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa. 

E così, mentre ancora dubito su dove ci troviamo, qualcuno, J., amico e tenore, amante di Pavarotti, propone a tutti di andare a noleggiare una macchina, per fare un giro anche a Siena o a Poggibonsi o a Montespertoli (o forse Empoli?). Io faccio di nuovo cenno di sì e mi ritrovo catapultato in un viaggio senza fine apparente, pieno di risate, di vino (Chianti?), di gozzoviglie, di felicità e di spensieratezza assoluta.

Il sogno sta per finire. Si torna indietro (a Firenze?) e nei pressi della stazione ferroviaria, vicino a Santa Maria Novella, ritrovo la mia ex, Alyssa, con una bella gonna corta e i tacchi a spillo, un'eleganza e una sfrontatezza che non ha mai avuto, un sorriso che mi strega subito, sono subito suo schiavo, sbavo dietro di lei e sia C. che J. che il resto del gruppo se ne accorge. Alyssa si siede su una panchina e, in perfetto stile Basic Instinct, scavalla e accavalla le gambe per farmi vedere che non indossa le mutandine. J. mi dà di gomito, C. arrossisce, io resto a bocca aperta e avrei voglia di baciarla subito (anche se, sempre nel sogno, rifletto e penso che, dal vivo, non era mai stata così pallida; per il resto, la forma, il taglio, la depilazione è tutto come lo ricordo dai tempi in cui stavamo insieme).

All'improvviso, Alyssa svanisce nel nulla. Io resto solo ai piedi della scalinata della stazione e il sogno finisce.

Non c'è spiegazione di sorta, per ora. Certo è che è strano che torni a fare sogni "bagnati" su di lei. 

Intanto, ho appena finito di leggere Boezio: De consolatione Philosophiae non è un libro normale. È un atto d'accusa, una richiesta d'aiuto verso Dio, è un canto alla vita terrena e a quella ultraterrena; è un trattato di filosofia e una confessione metaletteraria; è una raccolta di riflessioni che ti aprono la mente e una raccolta di frasi dall'afflato poetico incredibile. Mentre lo leggevo ritrovavo alcuni versi di Dante, frammenti di Chaucer, pezzi di Boccaccio, strofe di Petrarca e qualche metafora di Shakespeare... Dentro c'è tutto. Anche se Boezio non può (né potrà mai) risolvere i miei dubbi circa l'ultimo sogno "bagnato" sulla mia ex.

lunes, marzo 08, 2021

 Congressi online



E così, dopo l'ultimo congresso dal vivo cui partecipai esattamente il 20 e 21 febbraio del 2020, in Italia, il 25 e il 26 febbraio del 2021 sono tornato a parlare in un congresso internazionale, ma stavolta - ahinoi - online e a distanza.

All'inizio eravamo collegati in 12; poi, poco a poco, la sala virtuale (disponibile solo per quelli che avevano debitamente pagato la quota d'iscrizione) si è andata riempiendo e mi sono visto intento a parlare de La ricotta (1963) e de Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini davanti (si fa per dire) a poco più di 40 colleghi collegati da ogni parte della Spagna e del mondo (c'era anche qualcuno che veniva dall'Università di Buffalo e uno da quella di Miami; diversi partecipanti parlavano dall'Argentina e dal Brasile).

Ecco, ci vuole un certo impegno e una certa concentrazione se si vuole provare a trasmettere un concetto, un'idea, un'interpretazione stando da soli seduti (ognuno) nella propria casa con il viso in primo piano spiattellato su uno schermo di un computer...Non sai mai chi è che ti sta davvero ascoltando e l'assenza dei volti reali degli ascoltatori (o degli spettatori) ti priva del feed-back comunque utile e necessario per capire se ciò che dici ha un senso, se merita di essere preso in considerazione o se, invece, è del tutto vano o uno sproloquio indigesto o un monologo triste...

Poi, una volta terminato l'intervento in queste condizioni avverse, una collega da Madrid chiede di poter attivare il microfono. È una poetessa, oltre che una ricercatrice, che ha la passione per gli studi visuali (o visual studies, che dir si voglia) e che adora Pasolini. Si mette a ricordare il suo rapporto difficile con il padre; la morte del fratello durante la Resistenza; il suo rapporto edipico con la madre che, non a caso, interpreta Maria nella bellissima scena finale della Crocifissione sul Golgota (Pasolini fu profeta anche in questo: sembrava predire la sua "messa a morte", oltre che "messa al bando" con l'identificazione con Cristo). E la collega parla e parla e non riesco a mettere a fuoco dove vuole andare a parare. Poi, d'improvviso, cita un paio dei versi che ho citato da Poesia in forma di rosa (una raccolta che Pasolini scrisse proprio mentre girava i due film succitati, mescolando, spesso, il linguaggio cinematografico a quello lirico) e dice che questi versi l'hanno commossa e le hanno reso Pasolini ancora più umano...E lo dice con la voce strozzata dall'emozione. E allora uno capisce che sì, che è fortemente limitante parlare in un congresso stando connessi da casa a un pc, ma che, malgrado tutto e malgrado la distanza, in quanto esseri umani, riusciamo ancora, per fortuna, a trasmetterci emozioni e parole anche da uno schermo piatto fatto di milioni di pixel e che riproduce la nostra immagine e la nostra voce per milioni di altri utenti connessi da chissà dove...

(Mi auguro, comunque, come tutti o quasi tutti, che si torni presto ai congressi dal vivo; possibilmente, senza mascherine).

jueves, marzo 04, 2021

Racconto nuovo in progress 


Dunque, dopo anni, mi è tornata di nuovo l'ispirazione e, dopo aver letto una novella di un'amica e cara collega, ho sentito l'impulso di mettere la parola FINE a un racconto iniziato circa 2 anni fa. 

La trama è la seguente: una coppia di professionisti (lei critica d'arte, lui psichiatra) va in crisi; lei approfitta dell'inaugurazione di una mostra di un giovane artista presso il MOMA di New York per tradire lui; lui è solito tradire lei ogni volta che viaggia per partecipare a svariati congressi e conferenze internazionali.

In questo triangolo, fin troppo banale, s'inserisce la storia di un paziente dello psichiatra, un aspirante suicida che non la smette di importunare il suo medico con telefonate e appuntamenti in ore impreviste ed imprevedibili.

La cosa più assurda è che tutta questra trama (che ancora non so come risolvere) nasce da un'immagine: lei che torna dal viaggio transatlantico e che dice a lui che è arrivata una strana lettera e lui che la apre e vi trova un proiettile. 

Se qualcuno mi chiedesse da dove mi è venuta in mente questa scena, non saprei rispondere. Certo, c'è una leggere allusione a David Lynch e all'inizio di Lost Highway (1997); certo, c'è il solito groviglio della coppia che si tradisce perché stanca della routine o di certi rituali quotidiani che portano allo sfinimento e alla rottura del legame passionale, visto e stravisto in mille altri film e letto e riletto in mille altri romanzi; certo, c'è perfino il tono sornione di Tony Soprano nelle parole che lui, lo psichiatra, rivolge a lei, l'esperta di arte contemporanea.

Ma se dovessi dire davvero da dove ho pescato quest'immagine del proiettile, non saprei proprio cosa rispondere.

Come finisce la storia? Ecco un'altra domanda importante. 

La trama, per quanto scontata o poco originale, è totalmente frammentata; fatta a pezzi; con salti costanti tra passato e presente e viaggi continui tra Fiesole, Madrid, Atlanta e New York. A Madrid ci vivono, i due protagonisti; a Fiesole ci vanno per staccare la spina e allontanarsi dallo stress dei rispettivi lavori; ad Atlanta lei conosce lui, il giovane artista di cui dovrà presentare l'opera al MOMA; a New York ci viaggiamo insieme perché è lì che si trova il MOMA, tra Quinta e la Sesta...

Ci sarebbe anche una breve scena a Senoia che, a dispetto del nome italianeggiante, è un paesino più o meno vicino ad Atlanta e set in cui sono state girate diverse puntate di The Walking Dead, la serie di zombies ambientata proprio ad Atlanta, Georgia, Sud degli Stati Uniti d'America...

E poi frammenti di foto di carcasse di animali morti; una breve citazione da Un chien andalou di Luis Buñuel; diverse riflessioni sulla morte e sul suicidio; la guerra civile ormai scoppiata tra gli indipendentisti catalani e il resto della Spagna...

E il finale? Ecco. Non c'è ancora un finale. E non so se applicherò il detto di Strindberg (o forse era di qualcun altro) secondo cui: "Se a p. 1 appare una pistola, alla fine della trama quella pistola dovrà esplodere un colpo" o "da quella pistola dovrà uscire una pallottola".

Il bello (o il brutto) della questione è che, proprio perché ancora in progress, si aprono mille alternative e possibilità; il mio sogno: fare in modo che il finale sia inevitabile ed inequivocabile, ovvero: "non può non finire così".

E vediamo che fine farà la pallottola arrivata per posta a Fiesole e spedita da chissà chi e per quale motivo...

lunes, febrero 15, 2021

Un San Valentino di merda 




È il 14 febbraio. Nessuno dei due crede a San Valentino, ma ci piace comunque regalarci qualcosa il giorno prima (o quello dopo). Anche quando si poteva andare a cena fuori, nell'era pre-virus, ci piaceva evitare le masse degli innamorati o i prezzi lievitati di bar e ristoranti e andare a mangiare in qualche bel ristorantino nascosto il 13 o il 15 sera.

Quest'anno, con la prole inevitabilmente (e allegramente) tra le scatole, decidiamo di comprare dell'ottimo pesce fresco e un paio di bottiglie di vino bianco da servire freddo e con cui sbronzarci stando nel salotto di casa. L'intimità del focolare. La dolce ebbrezza dell'essere liberi senza dover rendere conto a nessuno al di fuori di queste quattro bellissime mura...

Sembra scorrere tutto liscio, fino a quando, andando in bagno, lei si accorge che lo sciacquone non va, è lento, fa un rumore strano.

"Tira di nuovo la catena", le dico urlando dal mio, di cesso. E lei esegue gli ordini e io osservo come l'acqua fuorisce non dal water, bensì dal tappo di ferro circolare posizionato proprio al centro del bagno. 

"Porca troia!". È la parolaccia che uso di più; quella che mi vien fuori con più spontaneità e naturalezza.

Passano i minuti e dal piatto-doccia inizia a fuoriuscire anche merda. Così pure nella vasca del suo, di bagno. La prole urla e l'acqua si propaga per tutta la casa ad una velocità assurda. Il vicino ci suona il campanello: "Abbiamo delle perdite d'acqua! Fuoriescono gli escrementi dalla vasca!".

Ma il vicino ha già notato le mie scarpe bagnate, i pantaloni ripiegati sopra il ginocchio, il secchio pieno e il mocho-vileda marrone. E la puzza. Cristo, come puzza tutta la casa! L'olezzo sembra penetrarti fin nei pori della pelle. Chiamiamo il presidente del condominio, l'assicurazione, io chiamerei anche i pompieri, la polizia, chiunque possa accorrere a frenare questo disastro...svelti, subito, forza, andiamo...

Intanto, proviamo a mettere la prole in salvo: la vicina del piano di sopra ci fa entrare in casa sua e ci offre ospitalità temporanea. Arriva il presidente del condominio che chiama l'amministratore anche se è San Valentino, anche se è domenica sera, anche se sono le 21,30, che per la Spagna, e in generale, è l'ora di cena. Niente, non risponde nessuno. La prole urla e piange: non riconosce la casa dei genitori. Quella è la casa di un'altra, una signora in pensione che prima faceva la maestra alle elementari. La mia compagna di sventure prova a trasmettere calma, ha i pigiami belli asciutti e già pronti. Io resto sul fronte a spalare merda e acqua, piscio e acqua, pezzi di carta igienica e acqua.

Dopo un'ora arrivano due idraulici sui trent'anni con un macchinario mai visto prima. 

"È una sonda", ci spiegano. "Proviamo a ficcarla dalla sua tubatura e se l'intoppo è lì, in mezz'ora è fatta".

Bestemmio in turco. Spengo il pc rimasto sintonizzato su Rai 1 (una serie, un film per la tv, una storia di qualcuna che lotta per farcela anche se è donna e anche se è sola, non ci capisco nulla).

La puzza si espande su tutto il pianerottolo. L'intoppo non si sblocca. I due idraulici provano a far passare le sonde dal cesso del vicino, la vasca è ormai un florilegio di escrementi di ogni ordine e grado (la moglie del vicino un Ecce Homo sgomento e sul bordo delle lacrime).

Si avvicina la mezzanotte e il rumore del macchinario è terribile e snervante, come un trapano che ti si conficca nelle orecchie. Poi, finalmente, a mezzanotte e mezza, i due eroi ci dicono che sì, che ce l'hanno fatta, che siamo salvi, che i nostri cessi dovrebbero tornare normali.

Chiamo per telefono la mia compagna di avventure che scende e porta a letto la prole già addormentata. Di notte ho gli incubi. Sogno fiumi d'acqua marrone che inondano anche il garage. E la terrazza. La macchina è piena di merda. I libri! Mio Dio! I libri! Come faccio a salvarli da una simile onta?

Il primo messaggio che trovo sul cellulare è quello di Alyssa, la mia ex, che non se la sta passando granché bene, diciamo pure che sta attraversando un periodo di merda (metaforica, non reale, come quella che ho spalato io per quasi 2 ore di seguito).

"Ho sognato te e tua moglie. Lei ci provava con me. In una festa in maschera. Siamo messi bene, vero?".

Le rispondo senza fare il minimo cenno al San Valentino di merda appena vissuto sulla mia pelle: "Beh, come trio mi alletterebbe parecchio". Poi aggiungo che è solo uno scherzo e che prima o poi le racconterò come ho trascorso il 14 febbraio.

Intanto, penso alla dolcezza del suo sorriso e come la sua voce continua ad avere un certo fascino sulla mia pische e sulle mie parti basse. E penso alle coppie intente a raggiungere orgasmi. Alle centinaia di giovani aggrovigliati tra lenzuola che saltano per aria e materassi che scivolano a terra per l'eccesso d'impeto. Alle reti a molle sottoposte a un su e giù che non da tregua ("un po' di dolce su e giù", lo chiamavano quando si stava insieme). Penso ai milioni di baci che si sono scambiati milioni di amanti nel Mondo nonostante la pandemia. Penso a quelli che, ignari del pericolo, si sono baciati o hanno fatto sesso nonostante il rischio del contagio. Mentre io e l'amministratore eravamo intenti a pregare gli altri condomini di non usare il bagno, per favore, di evitare di tirare la catena per evitare l'effetto a rimbalzo dell'acqua fecale che dalle fogne del palazzo risaliva nei miei due bagni e in quello, attiguo, del vicino. Come diavolo si fa a convincere una decina di famiglie, con i rispettivi membri, a non cacare o a non pisciare, a non fare uso del water, quando la merda di quello che vive nel piano di sotto non la vedi né la senti? Come si fa a mettere un freno agli intestini degli altri?

E la mia ex che mi sogna in atteggiamenti ambigui, con la mia compagna di avventure in versione lesbica. E le palle che girano e i nervi a fior di pelle che continuano a non farmi dormire nemmeno quella misera mezz'oretta sacrosanta della siesta. E poi la dottoranda che non la smette di tempestarmi d'email facendomi domande interessantissime, ma cui non riesco a trovare una risposta logica. E, infine, Clint Eastwood che da La7 dice una frase storica memorabile: "Vale sempre la pena rischiare se vuoi davvero qualcosa", o una roba del genere, mentre s'ingegna a scappare dalla prigione di massima sicurezza in cui è rinchiuso per non so quale orrendo reato (Fuga da Alcatraz, s'intitola il film: del 1979, per la regia di Don Siegel; mai visto e sembra molto bello).

Quante cose diamo per scontate! Come l'efficace e regolare funzionamento di un water! E quanto abbiamo ancora da imparare, nonostante il virus e il lock-down, circa i nostri bisogni primari...

Certo è che un San Valentino di merda di questa portata non lo dimenticheremo mai.

sábado, enero 30, 2021

 30/1/2021


Questa sera ero indeciso se finire di leggere un capitolo dal bel saggio Antropologia delle immagini (2002) di Hans Belting o se continuare a perlustrare la mente "maniaca" e alquanto "nabokovkiana" del narratore in prima persona de La storia di mia moglie (1957) di Milán Füst (regalo graditissimo di un caro collega di Budapest, un ispanista ungherese che traduce anche Camilleri e ha un dominio assoluto dell'italiano, del francese, dell'inglese e del tedesco - non ricordo se sapeva anche il russo e se aveva iniziato a studiare anche l'arabo -).

Belting mi stava facendo ragionare sul corpo come luogo della memoria e luogo che, oltre a conservarle, le immagini le produce (quelle che nascono dai sogni, ad esempio; o quelle che ricaviamo dal passato attraverso la memoria e il ricordo - cita Proust, ovviamente, come non citarlo se si parla della triade immagini-memoria-ricordo?).

Füst, invece, mi spingeva a riflettere su come è assurdo l'amore e su quanto può essere distruttiva la gelosia: "Perché l'indifferenza ci mantiene intatti, la passione invece ci umilia" (cit., p. 201 dell'ed. Adelphi - un lavorone quello della traduttrice, Marinella D'Alessandro, che non conosco affatto ma che ammiro da subito per come riesce a rendere, in italiano, il fraseggio simpaticamente folle e assurdamente attorcigliato di questo marito preda della bestia dagli occhi verdi che Yago scatena nella mente di Othello).

Poi, di colpo, la realtà è entrata prepotentemente di scivolata e mi ha fatto lo sgambetto, e steso al tappeto: mia madre mi confessa che mio padre non sta tanto bene; una mia cara amica di gioventù mi avvisa che ieri è morta la madre di un nostro comune amico, quasi un fratello, per me, uno che è finito col diventare direttore in una banca di Liverpool...

L'ultima volta che ci siamo visti fummo felici: suo fratello ci aveva invitati a cena in uno dei ristoranti più belli e lussosi del centro della città (lavora nell'ambito alberghiero; conosce un sacco di gente importante; ha fatto affari coi vips); io avevo un mucchio di cose da raccontare loro sul mio lavoro all'Università; lo chef non la finiva di illustrarci le innovazioni dei suoi piatti, accompagnati da vini mai bevuti prima in vita mia (molti argentini, qualcuno americano).

Poi un messaggio su Facebook, scritto in inglese da un parente, finisce di stendermi a terra: il mio amico non mi aveva mai detto che, prima di sua madre, ha perso anche un cugino, per colpa del virus, e uno zio, causa infarto fulminante.

E allora, il 30 di gennaio del 2021, la sera, mentre la prole dorme o sembra che stia dormendo, uno si domanda che senso abbia tutto questo fare ricerca, tutto questo leggere, tutta questa letteratura...che senso ha Nabokov con le sue farfalle e la sua insonnia, o Moresco col suo Chisciotte redivivo e affatto folle o Belting con le sue analisi superbe delle maschere mortuarie...Che senso ha il romanzo di Milán Füst quando fa dire al suo narratore pazzoide frasi come questa?

"D'altra parte, se questo mondo non è fatto per l'uomo, allora per chi lo è? E perché dovrei prendermela se uno spirito superiore si diverte e gode nel vedere le inutili lotte della mia vita?" (id., p. 141).

Se il mondo non è fatto per noi, se la nostra anima è (sempre e da sempre) condannata a smarrirvisi, che senso ha lo stare su questa Terra?

Poi penso che l'ultima volta che io e il mio amico ci siamo salutati, davanti al mio hotel, nella periferia di Liverpool, vicino a un McDrive, ci siamo ripromessi di vederci in Spagna e che gli avrei fatto assaggiare le prelibatezze della cucina spagnola e che l'avrei invitato in uno dei posti più tipici del centro della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e che suo fratello era anche lui invitato, claro que sí...

E chissà che tutto questo non accada. Prima o poi. Anche se il mondo non sembra un luogo ideale per l'essere umano. Anche se la nostra anima sembra sempre smarrita...

viernes, enero 29, 2021

 Il Chiosciotte di Antonio Moresco


Uno che conosce Antonio Moresco da anni, un lettore che lo segue dai suoi esordi, uno che ha amato la sua trilogia composta proprio da Gli esordi, Canti del caos e Gli increati, uno che ha ammirato anche l'onestà intellettuale e la critica spietata che del mondo letterario ed editoriale e culturale italiano offrono le bellissime Lettere a nessuno, sa già che prima o poi sarebbe finito con il ri-scrivere o con il re-incarnare il mitico personaggio cervantino. Antonio Moresco è Don Chiosciotte fin nei tratti somatici, come si evince chiaramente dall'immagine di copertina, in cui appare con un assurdo cappello pieno di piume colorate e in camicia da notte.

E così, era (quasi) inevitabile che Antonio Moresco pubblicasse questo nuovo Chisciotte (Milano, SEM, 2020), un libro stranamente breve, se guardiamo i romanzi pubblicati anteriormente, e stranamente a metà tra la scrittura narrativa più immaginifica e creativa e scoppiettante dell'autore (quella scrittura che il lettore affezionato considera, ormai, come un marchio di fabbrica, la cifra stilistica che lo rende uno scrittore unico) e la scrittura apparentemente veloce e neutra di una sceneggiatura.

E il punto è proprio questo: e cioè che quello che ci ritroviamo a leggere non è né un romanzo in senso stretto, né tantomeno una sceneggiatura nuda e cruda, bensì un mix originale tra i due generi (ma sappiamo anche che Moresco ama scardinare i generi e andare oltre le etichette di comodo - o che rendono più facile la classificazione - le succitate Lettere a nessuno sono anche il diario "dal sottosuolo" di uno scrittore che non riesce a pubblicare? Sono satira? Sono anche un ritratto della società e della cultura italiana del XX secolo? Che sono le Lettere a nessuno?).

Ciononostante, Chisciotte si legge tutto d'un fiato, anche perché leggendolo lo si vede, lo si visualizza in modo pregnante e a tratti davvero cinematografico: il lettore viene catapultato in modo così violento e veloce nel mondo "altro" del protagonista da non avere problemi a visualizzare tutti e tutto, i personaggi secondari e gli spazi descritti all'interno di un manicomonio (di una grande città forse italiana di cui non ci verrà mai detto il nome) che si chiama proprio "Miguel de Cervantes Saavedra"...

Ed ecco dunque la girandola dei personaggi, ognuno assurdo a suo modo e ognuno "poetico" a suo modo; c'è il primario, che Moresco vede bene nei panni di Walter Siti, che non fa che dondolarsi su un'altalena che pende dal soffitto; c'è Emily Bronte seduta perennemente sul water perché ha la colite; c'è un nano che fa i pesi (Giacomo Leopardi) e un individuo dalle orecchie enorme attaccate alla testa da due mollette (Franz Kafka); e poi c'è Dulcinea, che è tutta ingessata, tranne che all'altezza della vagina (e qui c'è uno dei grandi meriti della scrittura spericolata di Moresco: proporre una riflessione - anche se solo "en passant" - sulla sessualità (forse repressa) di Don Chisciotte e sulla rappresentazione fin troppo finta e idealizzata di Dulcinea del Toboso); e poi c'è Pinocchio, che dal romanzo di Collodi finisce in questa storia del XXI secolo; e la Piccola Fiammiferaia (che non si chiama proprio così, ma che è evidentemente la personificazione moderna della protagonista della famosa fiaba di Andersen); e poi c'è lui, ovviamente, Chisciotte, che non fa che contemplare gli altri, passeggiare nelle stanze del manicomio, spiare i personaggi ammirati e quelli temuti, spiare, soprattutto, la monaca che fa le abluzioni a Dulcinea (e lui confonde la "gnocca" con la "bocca" - il dialogo in cui spiega a Sancio la sua scoperta scioccante è davvero comico - erano anni che non ridevo a crepapelle leggendo un libro). E ad accompagnare Chisciotte nelle sue scorribande notturne c'è ovviamente anche Sancio, un infermiere giovane pieno di piercing e di tatuaggi tamarri, uno che pensa solo a dormire e a mangiare o a masturbarsi al pensiero di Dulcinea quando Chisciotte entra nei dettagli e gliela descrive nell'atto di sussurrare parole che non riesce a pronunciare (di nuovo, la vulva come la metonimia della bocca).

Non svelerò i punti nodali della trama, proprio perché in questa occasione Moresco costruisce una storia stringente, veloce, più "classica", se vogliamo, rispetto ai suoi romanzi "di sempre".

Sì, invece, mi azzardo a riportare uno dei primi dialoghi tra il primario e Chisciotte:

"Lei ha perso la ragione inseguendo queste chimere!", prorompe. "Come gli altri poveri folli che hanno scritto quei libri che le hanno divorato il cervello facendole scambiare per realtà l'immaginazione. Queste cose non esistono, non hanno più posto nel mondo, se mai l'hanno avuto. Si metta il cuore in pace. Anche gli scrittori di questa epoca l'hanno finalmente capito, sono diventati realistici, ragionevoli, si sono fatti furbi, intrattengono i lettori nel tempo che precede la loro e la nostra morte, stringono alleanze utili, si posizionano nelle istituzioni culturali, nei media, cercano di ricavare più che possono da questa cosa sorpassata a cui non crede più nessuno, pensano alle loro carriere, a come scalare posizioni, a come rimpinguare le loro carte di credito... Nessuno si aspetta più niente, a nessuno interessa più niente di questa sua pazzia. Lei è rimasto solo. Si guardi attorno: nel nostro tempo contano solo le quantità, i numeri, l'economia, la finanza,  gli spostamenti fulminei di capitali, i cavi oceanici, i missili, i droni, l'informazione drogata, le rapide comunicazioni in rete che si cancellano le une con le altre e colonizzano il tempo umano... cellulari, smatphone, messaggini, apriporte a distanza, chat, pastiglie erettive, vibratori..." (id., p. 20).

Si tratta di un "quadro della situazione" che Moresco ha già denunciato e descritto più volte in passato; si tratta di una posizione materialista, realista, e anche alquanto nichilista-disincantata contro cui occorre lottare e chi meglio di Chisciotte per cercare di remare contro, di usare la letteratura e l'immaginazione come armi che ci permetteranno di "sfondare" la rappresentazione mimetica della realtà per cercare di smontarne gli ingranaggi nascosti, le pecche più volgari, gli aspetti più ingiusti? Chi meglio dell'anti-eroe cervantino per usare la finzione per parlare della realtà da punti di vista innovativi, più originali, più inaspettati?

Non il miglior libro di Moresco, ma un libro che saprà trasportare il lettore verso un mondo "alla rovescia" in cui gente come Dante, Milton, Dostoievskij, Melville e i citati Kafka, Leopardi e compagnia bella diventano altrettanti Chisciotte o cavalieri erranti pronti a riportare un po' di bellezza e di coraggio in un mondo che ne ha tremendamente bisogno (oggi più che mai, potremmo dire con Moresco).

P.S.: sulla stampa si mette in risalto che per il ruolo di Dulcinea Moresco avrebbe già pensato a Valentina Nappi, la famosa pornoattrice. E io m'immagino come potrà essere il film, se davvero riusciranno a trovare un produttore pronto ad accettare la sfida di convertire in film il libro...Walter Siti come primario è perfetto; Carla Benedetti come la Madonna (la statua semovente della stessa) è perfetta; Sancio chissà chi potrebbe essere; Chisciotte, l'abbiamo già detto sopra, è lui...Antonio Moresco, in carne ed ossa, con la mente sempre allerta e l'immaginazione più sfrenata sempre pronta a ribaltare i rapporti tra verità e menzogna.

domingo, enero 24, 2021

 I Lacci di Starnone e la versione di Daniele Luchetti





E insomma, la vita è davvero strana: una collega m'invita a partecipare ad un ciclo su "Cinema & Romanzo" e mi "assegna" Caos calmo di Antonello Grimaldi tratto dal famoso romanzo del mio caro Sandro Veronesi e con il mio sempre ammirato Nanni Moretti, io accetto, la Cineteca pure e poi...il virus ci obbliga a posticipare e, infine, a convertire l'evento da "presenziale" a "online": dovrei registrare una mini-introduzione di 15 minuti, al posto della presentazione in Sala A, quella più grande (50 i posti a sedere con l'obbligo di mascherina e il distanziamento sociale prima che i contagi toccassero quote preoccupanti anche qui, nella città del Sud del Sud della Spagna in cui scrivo).

Poi, un'altra collega, una collega della mia collega italianista, mi dice che Caos calmo non è disponibile "in chiaro" e "online" e mi chiede di pensare ad un altro film. 

La mente mi corre subito a PPP (Pier Paolo Pasolini): uno dei pochi registi coraggiosi che ha trasposto il Decameron di Boccaccio al cinema; e se, invece, proponessi qualcosa di più contemporaneo? Un'amica mi suggerisce Gomorra, da Saviano, certo; un'altra mi fa l'esempio di Romanzo criminale, ma io non ho mai letto De Cataldo (anche se il film non mi dispiacque). E se puntassi sui classici? Di nuovo, dopo Pasolini, la mente viaggia verso Luchino Visconti, ma Senso, no, quello non posso sceglierlo io perché l'ha già scelto qualcun'altro e Il Gattopardo, miodio, cosa dire di un film così spettacolare in relazione a un romanzo così importante e innovativo? Non me la sento (e scarto La terra trema, perché se non è "in chiaro" Caos calmo, figuriamoci La terra trema - una delle versioni più liriche e potenti che si possa immaginare in rapporto al testo di partenza, I Malavoglia di Verga...).

Poi, per caso, mia sorella mi suggerisce Una questione privata, da Beppe Fenoglio: non ricordavo affatto che i fratelli Taviani avessero portato sul grande schermo uno dei capolavori della letteratura italiana di tutti i tempi, ma leggo le critiche e non sono molto positive. 

Poi, facendo zapping su internet, m'imbatto in Lacci, di Daniele Luchetti, tratto dall'omonimo romanzo del 2014 di Domenico Starnone.

Io e la mia compagna di avventure decidiamo di vederlo, ben consci del fatto che verremo interrotti dalla prole. Ho letto il romanzo nel marzo del 2016. Ma non ne ricordavo la trama. E subito sorgono i dubbi: perché Lacci mi fa stare male? Perché la Vanda invecchiata interpretata da Laura Morante mi ricorda qualcuno che ho conosciuto in passato? Perché tremo all'idea di diventare come il protagonista (interpretato da giovane da Luigi Lo Cascio e da anziano dal sempre bravo Silvio Orlando)? Perché, alla fine del film, mi resta un vago sapore d'amarognolo?

Sulla prima pagina del romanzo ho segnalato questa frase: "[...] si sono nascosti l'uno all'altra, ma non senza lasciarsi la mincaccia di scoprirsi in ogni momento" (p. 132). È una frase terribile, spaventosa, che ora non ricordo perché mi colpisse tanto, ma che riletta a distanza di anni e dopo aver visto la trasposizione di Luchetti nel 2020 (poco prima che scoppiasse la pandemia), ebbene, questa frase, composta da queste parole, assume tratti ancora più minacciosi, mi sembra ancora più apocalittica...

Non penso di optare per Lacci, se alla fine parlerò nel ciclo "Cinema & Romanzo"; il film non mi ha appassionato, non mi ha emozionato, è solo riuscito a farmi venire l'ansia di fronte a un futuro che potrebbe vedermi nei panni di uno che lascia moglie e figli per poi tornare a casa e convivere per 30 anni con una donna che chissà se ama davvero (e come sarebbe stata la sua vita se, invece, fosse rimasto con l'amante? Quanti se e quanti ma ci facciamo quando decidiamo d'intraprendere una strada e di abbandonarne inevitabilmente un'altra).

A letto, lei lo nota che sono in ansia e mi dice di calmarmi e che c'è tempo , c'è ancora tempo, non serve che ora mi metta a cercare su internet o sul dizionaro del cinema (il Mereghetti è sui monti abruzzesi, qui ho solo il Morandini). 

E a volte penso a quanto è bella e affascinante. E a quanto sono fortunato a condividere il mio tempo con lei...

E altre volte penso a quanto è labile il confine tra la felicità e la disperazione, tra la salute e la malattia, tra la vita e la morte...

miércoles, enero 20, 2021

 Un incubo assurdo (tanto per cambiare)





Stanotte ho avuto un incubo assurdo (tanto per cambiare); ho sognato che un caro amico d'infanzia del paesino sui monti abruzzesi in cui sono nato partiva in vacanza in nave diretto in Sardegna. Lo faceva per distrarsi dopo un lutto terribile: la scomparsa di sua moglie, una bella donna che gli aveva dato due bellissime figlie (lo sono davvero, nel piano della realtà, sia la moglie che le figlie). 

Nel sogno io non capivo: gli chiedevo come fosse successo. E allora il mio amico scoppia a piangere, disperato, mi abbraccia e mi spiega, tra le lacrime, che la moglie è morta mentre lo tradiva con un altro, un collega di lavoro, che a forza di giocare con uno dei suoi seni glielo ha strappato con le mani fino a farla dissanguare.

Provo a ragionare: sono ancora all'interno del sogno e provo a capire: seno; mano; sangue; collega; tradimento; amico d'infanzia. Che c'entra? Com'è possibile morire per un seno strappato? Sono angosciato. Disperato. Abbraccio ancora più forte il mio amico che, appena entrano in scena le due figlie, smette e si asciuga il volto con un fazzoletto. Poi parte, alla volta della Sardegna. 

Mi sveglio con la schiena che mi fa male. Sono a pezzi. Sconvolto e distrutto dalla notizia, tanto che vorrei scrivere un messaggio all'amico d'infanzia in questione, ma poi mi fermo. Non avrebbe senso e, probabilmente, non farei altro che spaventarlo (a nessuno piace sentir parlare degli incubi degli altri e se poi questi ruotano attorno alla morte e al tradimento della propria moglie, beh, allora ancora meno...).

Che significa? Perché un incubo del genere?

Intanto, dall'Italia, mi arriva il pacco coi libri che mi sono autoregalato: Chisciotte di Antonio Moresco e Le giovani parole di Mariangela Gualtieri. Prima d'andare all'Università leggo al volo qualche poesia di quest'autrice scoperta grazie a Jovanotti: "Preghiera a sua madre perché muoia" mi sconvolge ancora di più dell'incubo. Vi si leggono versi come questi:

"Muori ma', / muori stanotte dolcemente, / fra un respiro, fra i sogni, / e non restare nella carne / non intrattenerti ora, non distrarti / da questo andare imminente / tu sorridente mia, tu dolce, / tu signora allegra che non scendi più le scale".

Perché quest'incubo? E quant'è brava Mariangela Gualtieri? Quanto smuove la sua poesia?

martes, enero 19, 2021

 Rosemary's Baby (1968) di Roman Polanksi e l'Abruzzo



È ovvio che solo ad una seconda (o ad una terza) visione, lo spettatore (cinefilo) si accorge delle sottigliezze, dei piccoli dettagli, dei messaggi cifrati o nascoti (o nemmeno poi tanto nascosti) del film. È ciò che accade quando si ha a che fare con i "classici" e - diciamolo subito - Rosemary's Baby di Roman Polanski lo è.

Un esempio banale: quando Mia Farrow (o Rosemary) si ritrova dal ginecologo, sfoglia una rivista, un numero del Time e qual è il titolo? Quello che vedete in foto... Siamo già in una fase avanzata del film; la povera donna incinta sospetta già del marito e dei vicini di casa, forse membri di una setta satanica o forse indemionati e stregoni essi stessi ed è ovvio che sul Time non può non parlarsi della "morte di Dio", no?

E poi c'è la battuta dei due coniugi, gli allegri e vispi vecchietti che diventano amici della coppia protagonista del film e che si prendono una piccola vacanza: lasceranno l'America per andare in Europa e...tra tutte le città europee qual è quella che cita proprio il marito? Insieme a Dubrovnik e a Mallorca, appare Pescara...Pescara?! Sì, Pescara, la città abruzzese sulla costa adriatica in cui - da bambino e da adolescente - ero solito andare in vacanza insieme ai miei e agli amici... Ma perché proprio Pescara? Quali connotati demoniaci o esoterici ha intravisto un polacco emigrante negli USA come Polanski quando gira quello che è il suo primo film americano? (dopo averne girati altri in Inghilterra e dopo che ne girerà altri ancora in Francia?).

Ecco, io questo riferimento alla terra abruzzese proprio non me lo so spiegare...



E poi c'è l'autocitazionismo: come non pensare a Il coltello nell'acqua (1962) guardando questo fotogramma? E quando Mia Farrow cammina nei corridoi di una casa che si sta trasformando in carcere, come non ricordare la Catherine Deneuve di quell'altro capovoloro che è Repulsion (1965)? L'acqua come elemento simbolico in cui la protagonista (o i coprotagonisti) corrono il rischio di affogare; le pareti della proria casa come cornici di un delirio o confini labili tra realtà e finzione (e a proposito di case inquietanti, come non riandare con la mente e la memoria a L'inquilino del terzo piano, del 1976, dove sarà lo stesso Roman Polanski a gettarsi dalla finestra perché vittima degli scherzi e delle microviolenze dei vicini?).

E poi c'è il finale: quando Mia Farrow scopre la verità e si avvicina alla culla del bambino (ricoperta da addobbi a lutto) che le è stato sottrato e...scopre l'orrenda verità (che non vediamo - un'ellisse perfetta, sconcertante e che trasmette ancora più angoscia allo spettatore in ansia di vederlo, codesto neonato figlio di Satana...)


Film sconsigliatissimo alle donne incinte o a chi soffre di cuore, alla terza visione dimostra di essere ancora un'opera che sconvolge e perturba lo spettatore, che lo spinge a riflettere e ad avere una paura tremenda del Demonio. Film che dimostra ancora una volta come Polanski sia tra i pochi registi al mondo a saper giocare tra "horror" e "grottesco" senza mai scadere nel kitch. 

Film che vidi per la prima volta a Roma e di cui non capii nulla perché per la quasi interezza dello stesso m'intrattenni in sollazzi di tutt'altra natura con Alyssa, quando s'era giovani e si sudava allegramente insieme...

domingo, enero 17, 2021

Gli esami col virus


È la prima volta, in vita mia, che mi capita di fare gli esami nel bel mezzo d'una pandemia mondiale. Il virus lo si nota da subito, sin dall'appello: studenti in fila indiana, distanziati di un metro l'uno dall'altro, stranamente seri, dietro le mascherine che cancellano i nostri sorrisi o le nostre espressioni a metà tra la preoccupazione e la disperazione.

Un'alunna mi avvisa: appena finisco, devo consegnare e andare subito via perché sono in trattamento. Chemioterapia. Le faccio l'in bocca al lupo (sia per l'esame sia per la sua condizione di salute). Sorride. O meglio: intuisco che mi sorride, in quei pochi secondi che ci separano tra la consegna del testo e l'elaborazione dell'esame scritto.

Un'altra studentessa mi chiede se, una volta abbondonata l'aula, dovrà disinfettare la sua sedia e la postazione in cui si è accomodata. C'è un flacone e un rotolone di carta assorbente: non so cosa dirle né ricordo se quel tipo di operazioni le svolge la donna delle pulizie. Nel dubbio, le dico di sì, certo, ogni alunno, una volta consegnato l'esame, dovrà ripulire con il liquido disinfettante la porzione di banco occupata per fare l'esame.

Due colleghi sottolineano il successo dell'operazione: esami in presenza, per ora è andata bene. Qualcuno fa notare che lunedì dovrà fare comunque un paio di esami orali e "online" a due studenti col virus. Anch'io ne ho una, aggiungo. Domani l'esaminerò tramite videoconferenza. Ma in che mondo viviamo? Come siamo finiti qui? Perché ci siamo ridotti così?

Le più giovani indossano jeans stretti e scarpe da ginnastica, come se fare l'esame fosse un mero tramite, un'operazione di routine, come fare la spesa o pagare una bolletta alle Poste. Una più matura, madre di famiglia, non ho dubbi, mi sorride con gli occhi luminosi e mi ringrazia. Di cosa? Non lo so. Il collega dell'aula di fronte alla mia mi fa notare che donna elegante che è, che portamento, che signorilità. 

Poi andiamo tutti via. C'è un vigilantes che ci controlla la temperatura anche all'uscita. Ma perché? C'è una mamma che fa cenno alla figlia: è venuta a prenderla in auto, non si fida dei mezzi di trasporto pubblici. Un tram languisce all'ultima fermata, che è proprio quella che si trova di fronte all'Università. Il conducente mi guarda e, forse, mi sorride anche lui. Due piccioni si disputano poche molliche di una pizza rancida nei pressi del bidone della spazzatura. Uno stormo d'uccelli attraversa il cielo limpido invernale a velocità ridotta, come se viaggiassero al rallentatore. È venerdì mattina, il calendario indica il 15 di gennaio 2021 e noi siamo ancora alle prese con un virus che non si sa quand'è che riusciremo davvero a debellare. Né se - nel corso di questo nuovo anno - ci darà un minimo di tregua. Intanto, i morti aumentano, i contagiati pure. Speriamo aumenti anche il numero dei vaccinati e che il rimedio sia davvero il vaccino.

martes, enero 05, 2021

 Basilisco, di Jon Bilbao




Uno ci prova a farsi scivolare addosso il mal di testa e l'angoscia esistenziale che associa alle feste comandate; prova anche a non pensare al virus che ci impedisce di viaggiare e di tornare in Italia a rivedere (e, soprattutto, a riabbracciare) i parenti e gli amici; uno ci prova a essere positivo e ottimista, ma poi quando ci s'imbatte in Jon Bilbao, ecco che tutti gli sforzi sono vani, il mondo è davvero un labirinto da cui è impossibile fuggire, un carcere che prevede sempre la massima pena, un enigma irrisolvibile in cui la parola "fine" è solo l'inizio di qualcosa di peggio o di più doloroso...

E di che parla Basilisco (Madrid, Impedimenta, 2020), l'ultimo libro di Jon Bilbao (un autore  spagnolo relativamente giovane che ho scoperto relativamente da poco - ancora ricordo con i brividi sulla schiena la sua raccolta di novelle El silencio y los crujidos, del 2018)? È difficile rispondere a una domanda del genere quando si ha a che vedere con Jon Bilbao: si tratta di uno scrittore che si sente a suo agio sia sulle distanze corte (racconti e novelle) sia su quelle lunghe (romanzi e/o racconti lunghi: qual è la differenza tra una novella e un racconto lungo? Ai posteri l'ardua sentenza). Dunque, uno scrittore che quando scrive lo fa a prescindere dai generi letterari così come si è soliti concepirli; uno scrittore puro e di razza che quando scrive rischia tutto e si butta a capofitto in quello che sente l'urgenza di narrare (sì, perché si avverte questa urgenza quando uno legge Jon Bilbao).

Basilisco inizia come un romanzo ambientato nella nostra contemporaneità (la storia è quella di un ingegnere che vorrebbe fare lo scrittore e che è in aperta crisi matrimoniale con sua moglie e soffre a causa dello stress di crescere due figli ancora molto piccoli) e prosegue come un romanzo western o ambientato ai tempi della conquista dell'oro e della terra da parte dei cowboy americani così come li abbiamo conosciuti (e sappiamo riconoscerli) attraverso il cinema e il Mito americano della Frontiera.

Come si fa a riesumare il western in pieno XXI secolo? Ecco, uno dei meriti di questo romanzo è proprio questo: Jon Bilbao ci riesce, senza scadere mai nella parodia, né, tantomeno, nell'omaggio nostalgico o postmoderno. Qui uno legge e respira davvero la polvere e la fame di uomini che non sanno letteralmente dove li porterà la loro ansia di conquista, la loro brama di potere (ripeto: e dell'oro e della terra: le due cose vanno di pari passo).

Al centro della trama: una grotta, una sorta di enorme e apparentemente infinito buco nero scavato nella terra e che sembra condurre proprio al centro del pianeta. Un luogo sinistro e angosciante in cui è facile perdere i sensi e perdere il senno. Un luogo di cui, soltanto verso la fine del romanzo, il lettore attento potrà apprezzare tutto il valore simbolico e i significati nascosti. 

E non manca la poesia, in un testo pieno di violenza (qualcuno potrebbe pensare a Quentin Tarantino, che pure è tornato a rivitalizzare quel genere al cinema; ma no, qui si tratta di una violenza più sottile, meno esplicita e non per questo meno dura e scioccante). Non mancano, dicevo, brani in cui si apprezza lo sforzo dello scrittore di trascendere la consequenzialità degli eventi narrati per fermarsi a riflettere sulla bellezza di certi paesaggi e di certe frasi, di certi dialoghi e di certi panorami, il tutto attraverso un linguaggio altamente lirico e pregnante.

Basilisco è la prima lettura del 2021 e, almeno da un punto di vista strettamente letterario, partiamo col piede giusto. Non c'è dubbio. Chissà se e quando verrà tradotto in italiano. Una cosa è certa: Jon Bilbao farà parlare di sè. E non solo in patria. 

jueves, diciembre 31, 2020

 Propositi per il 31 di Dicembre


L'idea era questa: staccare da tutto e da tutti e guardare i seguenti film:


1 - Nymph(o)maniac (2013), di Lars von Trier;

2 - Mi chiamo Francesco Totti (2020), di Alex Infascelli;

3 - The Hateful Eight (2015), di Quentin Tarantino;

4 - Nessuno siamo perfetti (2015), di Giancarlo Soldi;

5 - Le avventure del Barone di Munchausen (1989), di Terry Gilliam.


E l'idea era anche leggere tutti i libri di John Berger, oltre a Basilisco (2020) di Jon Bilbao e le poesie di Ida Vitale (Premio Cervantes del 2018)...


Purtroppo, gli impegni familiari e quelli professionali, per ora, ad oggi, mi hanno concesso di vedere solo il film di e su Totti (c'è solo un capitano...). Ho pianto e mi sono emozionato come un bambino. Un film bello e fatto bene. Un film che commuove anche chi non ne sa nulla di calcio o non è tifoso della Roma.


Speriamo di rimediare subito. John Berger, intanto, l'ho letto a spizzichi e bocconi e mi ha già conquistato.


E che davvero l'anno nuovo possa regalarci un minimo di tranquillità e di tregua.

jueves, diciembre 24, 2020

 

Vigilia di Natale del 2020


È il 24 di Dicembre, stasera si festeggia la Vigilia di Natale, ma non è come sempre: si resta in Spagna; lontani dall’Italia per colpa di un virus che ha fatto (e continua a fare) strage. Ci siamo già videochiamati alle 9 del mattino; e torneremo a farlo a breve, prima del cenone (il Governo qui ha stabilito che si possono riunire fino a 10 persone appartenenti a 3 diversi nuclei familiari, rispettando sempre la distanza e con l’obbligo della mascherina; in Italia, mi pare che il numero massimo consentito siano 6 e tutti dello stesso nucleo familiare, o sbaglio? Chi mi avvisa? Chi mi aggiorna?).

 

Stanotte ho sognato l’Apocalisse: non è la prima volta che mi capita, anzi, in Italia mi succedeva spesso, come se si trattasse di un sogno ricorrente. Mi trovavo all’interno di un ospedale e crollava tutto; io ero un medico o un infermiere e provavo a scappare verso l’uscita saltando sopra corpi di cadaveri, bambini urlanti, donne incinte con la flebo al braccio e anziani dallo sguardo impietrito dal terrore del terremoto.

 

L’ho raccontato subito alla mia compagna di avventure: “Come nei film che tanto ti piacciono”, risponde sorniona e pensado subito a preparare la colazione alla prole.

 

Se ripenso a questo mese di Dicembre che sta per concludersi sorrido: nell’arco di 2 giorni sono finito sui giornali di Spagna e d’Italia per due diversi motivi; nel primo caso, per il “diario.es”, il mio nome è apparso per un’intervista che feci a uno scrittore spagnolo abbastanza noto che avrebbe dovuto venire nella città del Sud del Sud in cui vivo per presentare il suo ultimo romanzo; è un’intervista a distanza, fatta tramite email, e risale al 12 marzo: il giorno dopo, il Presidente Pedro Sánchez decide di attivare la zona rossa su tutto il territorio nazionale e il lock-down generale, come da noi. A rileggerla, quest’intervista sembra appartenere a un’altra epoca: il tenore delle mie domande, e quello delle risposte dell’intervistato, fa sorridere, fa quasi tenerezza, se uno pensa che di lì a poco sarebbe scoppiata una pandemia globale che avrebbe mietuto milioni di vittime in tutto il Mondo.

Nel secondo quotidiano, La Nazione, il mio nome è apparso nella pagina della cronaca locale di Siena perché un gruppo di colleghe di Lingua e Letteratura Spagnola si è ingegnata nel promuovere i contatti anche senza Erasmus e senza gite: sono stato uno dei Professori invitati a parlare in un ciclo di lezioni a distanza e in videoconferenza con gli alunni delle terze e quarte classi di un Liceo Linguistico della zona. Ho parlato loro del Quijote al cinema e, in particolare, della versione di Orson Welles del capolavoro di Cervantes. È stata davvero una bella esperienza; è stato davvero bello tornare a parlare di Letteratura Spagnola (e in spagnolo) agli studenti toscani, quando erano passati anni, ormai, dalle mie ultime lezioni tenute tra Pisa e Firenze, tra Empoli e San Gimignano, tra Roma e Monterotondo…

 

E così, penso che non dovrei né posso lamentarmi per come mi ha trattato questo 2020; e che questo Dicembre è stato ricco di esperienze positive. Nonostante il covid. Nonostante tutto. Nonostante questa tremenda nostaglia della mia terra e dei miei amici e dei miei familiari, nostaglia che quella lezione ha attenuato, anche se non cancellato.

 

Auguri.

domingo, diciembre 06, 2020

 Ieri notte, per esempio


Ieri notte, per esempio, mi è capitato di salire in terrazza alle 23:32; un'ora inconsueta, ma dovevo salirci, per stendere i panni rimasti in lavatrice dalle 17:00 del pomeriggio. E così, approfittando del sonno della prole, sopraggiunto dopo ninne nanne varie, carezze e coccole a più non posso ed altri trucchi consimili che ogni padre e ogni madre conosce a memoria, sono andato su a finire il mio dovere di marito responsabile e mi sono messo a stendere i panni (i nostri e i loro, quelli minuscoli della prole, noiosissimi quando si tratta di stenderli, richiedono una quantità industriale di mollette, oltre che una biblica dose di pazienza) e mi sono messo a contemplare il paesaggio notturno circostante (novello Leopardi: oh, tu, luna in ciel, etc.).

La luna era piena e illuminava il tutto con una potenza da molti watt (si può applicare questa unità di misura alla luce che produce la luna quand'è al massimo del suo splendore? Ai posteri l'ardua sententia...).

Fatto sta che si vedeva bene tutto; anche il palazzo di fronte, dove, all'ultimo piano, l'ultimo appartamento mostrava un'accoppiata cromatica piuttosto curiosa: se da un lato (il sinistro) una stanza era illuminata con le luci bianche di un neon e lasciava intravedere dalle finestre la sagoma di una donna intenta a stirare (sì, a stirare: allora non solo l'unico a fare i lavori di casa nelle ore più improbabili ed improponibili), dall'altro (il destro) quella che deduco fosse la camera da letto presentava un'illuminazione diffusa di colore rosso acceso, come fosse la camera di un alberghetto a ore o un postribolo a luci rosse da quattro soldi. 

E la domanda è sorta spontanea: chi ci stava lì dentro? Il marito della donna intenta a stirare? O nessuno? E perché proprio quel colore così particolare? Perché quel rosso acceso dai vaghi connotati sessuali?

Certo è che il contrasto luce a neon (bianca) e luce rossa (accesa) era notevole e dava da pensare...

Quando sono tornato giù, mi sono chiesto cosa potrebbe mai avvistare della mia il vicino della casa di fronte (e subito torna in mente il mitico James Stewart della Finestra sul cortile di hitchcockiana memoria, costretto sulla sedia a rotelle, immobilizzato per un incidente alle gambe e alla schiena e, proprio per questo, vispo e attentissimo a sfruttare il binocolo che porta in grembo).

Poi il pianto di un membro della prole mi ha riporato tristemente con i piedi per terra e dall'elemento visivo la mia attenzione si è spostata su quello sonoro: quanto disturbo staremo arrecando ai nostri vicini, agli abitanti di questo palazzo, a causa delle strilla e dei pianti dei nostro pargoli? Quante bestemmie e maledizioni ci avranno già inviato?

La luna. Quand'è sveglia, quando è in procinto d'addormentarsi, la prole si diverte a spiare la luna in cielo. Si mettono tutte e due in piedi, dritte sul sofà e scostano la tenda per vedere la "nuna" (così la chiama una delle due, storpiandone il nome corretto). E mi fa un certo effetto vedere con quanta passione due creaturelle s'ingegnano e s'impegnano a cercare la palla bianca luminosa che gira attorno al nostro pianeta. E mi fa ben sperare. E mi fa pensare che quando saranno grandi non avranno dimenticato la lezione che insegnerà loro (credo e spero) la poetica ricerca della luna nel cielo notturno. E che sorrisi quando la scovano! Che allegria! Che contentezza! Sembra quasi che abbiano fatto la scoperta dell'America.

sábado, diciembre 05, 2020

 Into the night (1985) di John Landis e After Hour (1985) di Martin Scorsese: due film allo specchio (e speculari)


L'altra notte, in preda all'insonnia e per passare il tempo, mi sono messo a riguardare After Hour (noto in italiano col titolo alla Enrico Ghezzi Fuori orario), un vecchio film degli anni 80 di Martin Scorsese. Si tratta di uno di quei film che mi ha sempre colpito perché girato con una libertà creativa, un'inventiva, un ritmo accelerato davvero notevoli. Si nota immediatamente che quando il regista italoamericano si mise a lavorare su questo progetto aveva l'urgenza di dire qualcosa, di sfogarsi, di utilizzare il cinema per conoscersi meglio (cosa che aveva già fatto nel 1980 con Toro scatenato (Raging Bull, il titolo originale) e che ha rifatto, ultimamente, con quel capolavoro dissacrante e spettacolare che è The Wolf of Wall Street, del 2013, con un Leonardo Di Caprio da Oscar).

Ma di che parla, esattamente, After Hour? E perché mi piace così tanto?


Diciamo che parla di un uomo qualunque (Griffin Dunn, in foto) che, dopo una giornata di faticaccia a lavorare in ufficio, decide di andare a bere qualcosa in un pub di Soho e che, dopo aver scambiato quattro chiacchiere con una bella fanciulla (Rosanna Arquette), non riuscirà più a tornare a casa. La ragazza lo invoglierà ad andarla a trovare in casa di un'amica scultrice e da lì in poi il film narrerà la sarabanda assurda e grottesca d'intoppi e di incidenti cui dovrà andare incontro questo novello Ulisse prima di tornare nella sua Itaca (sotto forma di scultura imballata e spedita direttamente nel suo ufficio il mattino dopo).


È ovvio che Scorsese prosegue quel discorso sulla violenza, sui rapporti umani, su New York e sull'America in generale che aveva già intrapreso con Taxi Driver (1976); è ovvio pure che con questo film, a bassissimo budget e girato in poche settimane, Scorsese vuole tentare la strada dell'insolito, della sperimentazione, del discorso d'autore sulla società contemporanea. Ma se c'è qualcosa che, secondo me, spicca all'intero del tutto è il modo in cui questo povero Cristo si vede costretto a fare i conti con il sesso (e con l'altro sesso). Non c'è donna che gli si avvicini che non sarà destinata a turbarne la mente, a scombussolare i suoi piani, a sconvorgergli il desiderio di tornare a casa. Questo fotogramma la dice lunga sul "perturbante" freudiano che Scorsese va dipanando all'interno del film:



Se all'attore Griffin Dunn sostituite la faccia di Robert De Niro o di Tom Cruise, ecco, otterremmo lo stesso risultato: un uomo spaesato che teme la castrazione o che, guardandosi allo specchio, finisce con il contemplare un disegnino osceno che sembra parlare proprio di lui e della sua difficoltà a comunicare con le donne (sia a livello verbale che sul piano corporale). Ecco, ci sono dei momenti, nel corso della lunga nottata (o nottataccia) di questo povero Cristo che mi hanno evocato alcune scene di Eyes Wide Shut, dove, appunto, Tom Cruise, il dottore protagonista che Stanley Kubrick resuscita dal Doppio Sogno di Schnitlzer, si vede costretto a cozzare e a scontrarsi con varie donne che incarnano il suo Desiderio di Trasgressione e, al contempo, la sua Condanna alla Castrazione (gioco con le maiuscole, ovviamente, ma i richiami sono tanti: anche il protagonista di After Hour, esattamente come quello di Eyes Wide Shut, viene minacciato di morte; entrambi vivono la realtà come fosse un incubo - o come se la realtà si svolgesse su un piano onirico - i finali dei due film fanno anch'essi rima tra di loro).



Poi da Martin Scorsese sono passato a John Landis. Sì, perché guarda tu il caso, anche lui gira un film su un uomo qualunque costretto a vivere una notte d'incubo a causa dell'incontro fortuito con una bella ragazza: mi riferisco, ovviamente, a Into the Night (tradotto in italiano con Tutto in una notte), che è anch'esso del 1985 (si sono messi d'accordo? Non credo; né so in che rapporti siano Scorsese e Landis; di sicuro la casualità è abbastanza sorprendente).

E di che parla Into the Night? E, soprattutto, perché, in questa seconda visione (notturna, ovviamente) non mi è piaciuto tanto quanto la prima volta che lo vidi diciottenne (diciamo pure che non è piaciuto più)?



Diciamo che Into the Night parla di un uomo qualunque (un ingegnere aerospaziale, interpretato da Jeff Goldblum) che soffre d'insonnia e la cui moglie lo tradisce con un altro. L'ingegnere decide di seguire il consiglio di un amico: quando non riesci proprio a chiuedere occhio, vai in macchina all'aeroporto, prendi il primo volo per Los Angeles e vatti a divertire ai casinò (lì ci sono le donnine disposte a tutto, purché paghi). Il povero Cristo accetta il consiglio e, a partire dall'incontro fortuito con una bella ragazza che scappa da un gruppo di terroristi islamici (o presunti tali), sarà costretto a vivere un vero e proprio incubo ad occhi aperti. La bella ragazza fa rima con la Rosanna Arquette del film di Scorsese: mi riferisco, ovviamente, alla stupenda (e qui giovanissima) Michelle Pfeiffer:



Inutile dire che quest'incontro metterà in crisi il povero Cristo che, attratto dalla ragazza, proverà a farsi valere contro i nemici che la perseguitano e la rincorrono (tra cui David Bowie, uno dei tanti vip che appaiono in diversi cammei all'interno del film), e proverà a dimostrare il proprio coraggio da "macho", nonostante i suoi limiti e il proprio codice morale (la ragazza fugge dagli arabi perché ha sottratto loro - tramite un socio - sei smeraldi dal valore inestimabile).



Di nuovo, la notte (e il buio) saranno un elemento fondamentale del paesaggio sia fisico che mentale del film; di nuovo, i complessi di un uomo in crisi nei confronti del sesso e delle figure femminili diventerà parte importante della trama, come si può evincere da questo bel fotogramma intriso di desiderio e di voyeurismo:



Se nel caso di supra c'è un uomo che contempla preoccupato il disegnino sconcio di uno squalo coi denti aguzzi che sta per estirpare il pene di un omino stilizzato, qui abbiamo a che fare con il lato B della statuaria Michelle Pfeiffer mentre si spoglia in camera del fratello (un patito di Elvis Presley) prima di farsi una doccia: il "recadrage" non fa che amplificare il desiderio dello spettatore di poter sbirciare ancora meglio quel corpo femminile allettante e di poter entrare in camera da letto...ma non può, soprattutto perché il personaggio interpretato da Goldblum non se la sente o lo considera sbagliato (o scorretto dal punto di vista morale).

Ma perché, dunque, a mio modesto parere, questo film non ha la stessa carica di After Hour? Bene, procediamo per ordine e cominciano col dire che, forse, John Landis non avvertiva la stessa urgenza di "raccontare" di Scorsese quando girò questa commedia nera o pseudo-romantica. Non si nota, insomma, quella spinta creativa che c'è nel primo film. In secondo luogo, Into the Night pecca di lentezza: sembra quasi che John Landis giri in modo volutamente statico (o lento) rispetto ad altri suoi capolavori come, per citarne uno, The Blues Brothers (che è del 1980, ovvero, dello stesso anno di Toro Scatenato). Perfino i pochi inseguimenti in macchina che ci sono in questo film sembrano girati al rallenti, rispetto al film precedente. E quando si arriva alle scene più potenzialmente ricche di suspense, la suspense si sgonfia in un attimo (cfr. la scena in cui Goldblum entra nella camera d'albergo della ragazza e scopre i cadaveri sparsi sul pavimento).



After Hour finisce, come accennato sopra, nello stesso ufficio da cui parte tutto, da cui il nostro povero uomo qualunque esce per andarsi a fare una birra in santa pace; solo che questo stesso povero Cristo ora ci appare sotto forma di scultura umana (e invito tutti a guardare il film per capire come diavolo ci finisce a vivere in un corpo da statua surrealista); Into the Night finisce con un tipico happy ending all'americana: lui salva lei, lei ama lui, lui e lei partono in viaggio con il malloppo con il primo volo disponibile.

Anche solo osservando attentamente questi due finali si può intuire perché Scorsese è un regista che ha usato la macchina da presa per scoprire qualcosa di nuovo (su di sè, sul suo mondo, sull'essere umano, in generale) e perché, al contrario, John Landis l'ha usata per farsi un giretto notturno per le strade di Hollywood (tra cattivi che non fanno mai paura e donzelle che solo dopo tanti ostacoli riconoscono che quello che hanno accanto è un cavaliere che merita la loro attenzione e il loro amore).

Tratto in comune tra i due: la notte, intesa in quanto momento del giorno in cui i pericoli assumono connotazioni (anche) sessuali e non sono le protagoniste femminili ad avere paura del lupo, ma quelli maschili a vedere le donne come lupi pericolosi o che portano sulla cattiva strada.


The End*** Fine***Fin

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