
lunes, octubre 08, 2007

domingo, octubre 07, 2007
Suona come il titolo di un libro per "single" o per "aspiranti Casanova". Non è nè l'uno nè l'altro: voglio dire, questo post non tratta dei problemi di chi è solo (e cerca una compagna) o di chi è solo e cerca molte avventure. Si tratta molto più semplicemente di un mio tentativo per cercare di scandagliare una parte della mia vita avvolta nel mistero...
Io ho avuto poche donne; di sicuro ne ho avute meno di quelle che desidererei ancora oggi. Ancora ora, ne vedo passare un monte e molte me le porterei a letto (nel senso che ci farei l'amore e che poi proverei a parlarci, per stabile un contatto che non si riduca al solo sesso o al semplice atto animale). In realtà, ne vedo tante, ma su tutte applico il famoso detto "guardare ma non toccare", anche perchè, tra le altre cose: 1- sono findanzato; 2- sono fedele; 3- sono troppo impegnato (nel corpo e nella mente) a pensare alla mia vita potenziale futura in compagnia di Alyssa per pensare alle altre (o per immaginarmi accanto ad un'altra).
Eppure... Passano gli anni e mi accorgo di avere un particolare feeling con le persone dell'altro sesso: mi bastano pochissimi minuti per entrare in confidenza con una ragazza a me sconosciuta pochi minuti prima. Uno scambio di battute, le dovute presentazioni, e mi ritrovo subito immerso in un dialogo accanito su vita passata, vita presente, gusti e hobby, cosa fai tu domani sera, perchè non ci vediamo per andare a vedere un film o a mangiare una pizza, etc. etc....
Non so da cosa dipenda (se c'entrano qualcosa i geni), eppure mi riesce davvero facile stringere amicizia con le rappresentanti dell'altro sesso. Non è perciò un caso che abbia molte più amiche donne che amici maschi. Eppure...
Passano gli anni, più invecchio e più noto che anche le donne, in un qualche modo a me sconosciuto, percepiscono che di me si possono, ripeto: in qualche modo, fidare. Si avvicinano, mi fanno gli occhi dolci, oppure, più semplicemente, mostrano un certo interesse e cominciano a parlarmi del più e del meno e mentre parlano io mi rendo conto del fatto che, modestia a parte, potrebbero manifestare nei miei confronti interessi che vanno al di là dell'amicizia o della pura conoscenza superficiale, per inoltrarsi nell'ambito molto più spinoso dei sentimenti e della passione, mi è capitato più volte, in passato (e che Alyssa mi perdoni per quello che sto per dire), che una ragazza o una donna (anche d'una certa età - diciamo una quarantina d'anni) m'abbia manifestato un interesse che sorvolava gli interessi più comuni (e che più ci accomunano in quanto esseri umani pensanti) per coinvolgere gli "istinti di base" (con tutta la carica di elettricità e di caos che questi implicano). Insomma, mi è capitato più volte (in un bar, al bancone di una discoteca, lungomare, all'uscita di un cinema o dopo una cena a casa mia, sulla via del ritorno) di assistere a dimostrazioni d'interesse puramente sessuale...
E tutte le volte che è capitato, io mi sono limitato a fare lo sciocco: a buttarla sul ridere, a fare battute immani, a girarci intorno, senza approfittare mai (o quasi mai) della situazione favorevole (le labbra socchiuse, lo sguardo dolce, gli occhi luminosi, le labbra carnose e invitanti, la voce più lenta e persuasiva, le cosce messe in bella mostra, i tacchi alti o le scarpe coi tacchi allacciate proprio nel momento in cui pronuncio le battute più stupide - e lei ride, mi mostra i suoi denti bianchissimi e la lingua e mi invita a baciarla, o ad abbracciarla, a toccarla, in qualche modo, a stabilire un contatto fisico con lei e con il suo corpo invitante - la scollature generosa, le gambe tornite - quante armi hanno a loro disposizione le donne!).
Ripeto: tutte le volte che mi è capitato, io ho cercato di sviare il discorso; o con l'ironia o con l'autoironia (e ancora non mi è capitato di conoscere una donna che non sorrida dell'autoironia di un uomo - sarà perchè loro, le donne, sono scarsamente o raramente auto-ironiche).
Insomma: non me ne sono mai approfittato (a differenza di qualche mio amico che ha concluso la notte a letto, tra gridolini di piacere e sigarette fumate subito dopo l'orgasmo).
Non mi ritengo un bel ragazzo; non sono affascinante, nè interessante. Forse, a prima vista, posso risultare simpatico. E auto-ironico. Ma oltre a questo, ci sono poche qualità che possano attrarre le persone di sesso femminile. Eppure capita: e passano gli anni, e continuo a stare con Alyssa, e continuo a sperimentare lo stesso atteggiamento da parte loro; loro mi guardano, io le guardo, penso: "come sarebbe bello poterti baciare o leccarti la fica", e nel mentre sto fermo, sorrido, faccio battute, loro ridono alle mie battute e poi tutto si spegne, in una grossa risata o, al massimo, in una serie di risatine buffe che lasciano trapelare il dispiacere, o il disgusto, o più semplicemente il disappunto: "avrei voluto scoparti, ma si capisce che non mi vuoi, forse non ti vado bene così come sono, forse non sono il tuo tipo, però mi piaci lo stesso, chissà che non cadrai la prossima volta, chissà che non riesca a portarmiti a letto". E io ribatto: "mi piacerebbe scoparti, ma non è il caso; sono fedele e poi ho paura: e se invece non ti interesso? E se ridi alle mie battute solo per educazione o per falsa riconoscenza? E se mi trovi brutto? E poi, scusa, ma non mi hai appena detto che sei sposata - o fidanzata - o comunque impegnata?".
Pippe mentali. La fortuna vuole che continui ad avere più amiche donne che amici maschi; e che riesca a sopportare la mia vita anche grazie a loro, le donne...
miércoles, octubre 03, 2007

viernes, septiembre 28, 2007
Finalmente, dopo tanti anni, ho conosciuto anch'io Teodoro W. Adorno. E' il gatto di Julio Cortázar, l'autore di racconti straordinariamente fantastici (nel senso letterale del termine: ma, ora che ci penso, "fantastico" ha davvero un suo senso letterale? Da dove deriva e cosa significa letteralmente il termine phantasticus?).
Questo Adorno fece impazzire più d'una traduttrice dei racconti dell'autore de Las babas del diablo: nell'Aprile del 2005, un altro scrittore ispanoamericano, Luis Sepúlveda, quello de La gabbianella e il gatto (da cui Enzo D'Alò trasse un film molto educativo e ben fatto, anche se, a parer mio, meno bello de La freccia azzurra - vero capolavoro del cinema d'animazione) raccontò un aneddoto legato a questo problema. La traduttrice di Cortázar si era imbattuta in un Adorno che non c'entrava niente in quel contesto; all'inizio credette che doveva trattarsi di una citazione nascosta dal filosofo tedesco; poi d'un ghigno d'autore; ma alla fine dei conti era davvero surreale che Adorno, in quel brano del racconto in questione, scondinzolasse tra le gambe del protagonista. Solo dopo due telefonate a Parigi, riuscì a capire che Cortázar si stava riferendo al suo gatto. Nero, simpatico, scattante, come tutti i gatti che si rispettino (in una foto si vede Cortázar seduto davanti a una finestra; dall'altra parte Adorno che prova a graffiarlo affettuosamente, ritto sulle due zampe; non si capisce chi, tra i due - essere umano e essere animale - si diverta di più).
Ed ecco così finalmente Adorno in primo piano (anche se di spalle): l'ho trovato a p. 14 del libro-collage (specie di zibaldone o contenitore di "racconti in potentia") La vuelta al día en ochenta mundos (Madrid, Debate, 1993). La foto è ambigua, come tutte le foto che si rispettino: in realtà, non è facile stabilire se Adorno ci dia le spalle, mostrando olimpicamente il suo totale distacco dagli affanni terreni; oppure se, invece e al contrario, posa proprio in primo piano, ma il viso (e il resto del corpo) è in ombra, stagliato sullo sfondo bianco di una persiana al cui lato sinistro campeggia un mazzo di fiori costretti in vaso poggiato sul davanzale.
Cortázar deve essersi divertito molto a giocare con il suo Adorno; ed è forse per questo che gli dedica foto e diversi brani del libro (il cui titolo, è evidente, è anche un omaggio a Philieas Fogg, il protagonista del romanzo di Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni.
Quanti mondi c'entrano in un giorno? O, al contrario, e ribaltando la domanda: quanti giorni c'entrano in un mondo? Cortázar ci dice che la letteratura è ovunque; e che la finzione può scaturire anche da un gatto seduto davanti ad una finestra (o su un balcone intento a fissare un altro gatto appostato anch'esso sul davanzale della finestra della casa di fronte).
A p. 10 c'è la foto di Jules Verne: sembra Babbo Natale, con una barba bianca folta e rigogliosa e quegli occhi spiritati da esploratore instancabile di mondi "altri". In realtà, in questa immagine, Verne ricorda inevitabilmente un altro genio. Einstein, ripreso in primo piano, mentre sorride con i capelli tutti arruffati. E tra Eistein e Verne, il passo è breve. Anche se sono vissuti in due epoche diverse. Anche se probabilmente l'uno ha sempre continuato ad ignorare l'esistenza dell'altro. E di Adorno. Che siede ancora sul davanzale, e forse è ancora vivo, e scondinzola tra le gambe di Cortázar...
lunes, septiembre 24, 2007
Cara Alyssa,
lo so che tu non mi leggi (o che si contano sulle dita di una mano le volte che leggi i miei pensieri su questo blog - qualche sforzino in più, è vero, lo fai, quando si tratta dei racconti) e quindi so che, almeno per ora, sto scrivendo a un fantasma (a un'altra "te" che non mi sente e non mi vede, e che chissà se dorme di già a Firenze o è qui a Pisa, vicina al mio letto, intenta a scrutarmi mentre le scrivo e non mi accorgo che sì, è proprio qui a fianco a me e mi prende in giro perchè vede che io credo di stare scrivendo ad un fantasma quando invece...). E quindi so pure che quanto ti scrivo potrebbe fare la fine del messaggio lasciato nella bottiglia gettata in mezzo al mare: ovvero, non arrivare mai a destinazione (e allora perchè, mi domando, perchè continuiamo a lanciare messaggi nelle bottiglie? Romanticismo imperituro? Ostinazione tutta umana a voler sfidare la sorte?). Eppure ci provo: proverò a spiegarti perchè è il caso che si rifletta insieme sulla mia presunta "mania libresca", su questa sorta di malattia della mente che mi obbligherebbe a leggere sempre e solo come se il libro che ho tra le mani fosse di fondamentale importanza per la mia formazione di uomo, come se stessi sempre studiando, matita alla mano, evidenziatore pronto, orecchiette alle pagine più belle già pronte a rovinare la carta del testo in questione...
Non è vero che leggo sempre studiando; non è vero affatto che non mi abbandoni a un tipo di lettura "rilassante" e pacata; è contro ogni evidenza dire che sono così concentrato quando leggo da dimenticarmi della tua presenza se mi sei accanto o con la testa sul petto e in attesa di coccole.
Ci saranno pure state nottate in cui ho perso il senno dietro a pensieri stampati e inventati da una mente contorta; ci saranno state un paio di volte in cui ti ho lasciata a letto per andare di là in cucina a leggere la fine di un capitolo particolarmente avvincente. Ma ti giuro che questa non è la prassi, che non è mia abitudine abusare della tua pazienza o ignorarti completamente per ore filate.
E' vero pure che c'è chi, dopo aver fatto l'amore, si addormenta di botto o si fuma una sigaretta: io preferisco leggere, rituffarmi a capofitto nella trama di un giallo o negli interstizi di un saggio di filosofia. Si sa, son gusti. Ma riconosco pure i miei limiti: conosco il senso del rispetto; o almeno credo e lo spero. E ti assicuro che non permetterei mai alla mia cosidetta "mania libresca" (pensiamo a Don Chisciotte) di impossessarsi di me fino al punto da portarmi lontano da te e dal tuo corpo desideroso di carezze e baci sottili. Non lascerò che l'una passione soppianti l'altra. Anche perchè sono due passioni diverse e che coinvolgono in modi diversi. Non avere paura, perchè non ti farò addormentare tutte le notti da sola. Non di solo libri vive l'uomo, così come non di solo pane ci nutriamo (e poi sarebbe davvero assurdo, da matti, portarsi sempre a letto dei libri; anche se coi libri, quando valgono, bisogna anche andarci a letto e farci la notte in bianco).
Dormi pure sonni tranquilla, mia cara Alyssa. E credimi: il saggio sa che tutta la sua sapienza non serve a nulla se non è d'aiuto al prossimo. E che nessun libro potrà permettergli d'avanzare lungo il cammino della verità senza l'osservazione acuta e attenta, cosciente e irrazionale a un tempo, dello spettacolo che la Natura gli porge sotto gli occhi. E tu sai come mi hai catturato attraverso i tuoi occhi dolcissimi. E che da essi ho intravisto quella luce che ancora m'illumina.
Tuo
Rendl (o Anto)
viernes, septiembre 21, 2007

E' così che s'intitola la foto qui affianco, di Ralph Gibson, fotografo di cui ignoravo perfino l'esistenza prima di leggere il bellissimo, suadente e romantico saggio di Philippe Dubois su L'atto fotografico (Urbino, Quattroventi, 1996 - l'originale francese è del 1983; all'epoca avevo appena 6 anni, ma ero già affascinato dalle immagini fotografiche, anche se odiavo farmi fotografare, mia madre mi diceva che "uscivo sempre con gli occhi chiusi", deve essere inversamente proporzionale, la mia sensibilità alla luce - solare - con la mia voglia di guardare, catalogare il mondo per immagini, osservare quante più immagini possibili si può, riempirmi la retina di foto...).
Questa foto colpisce per tutti i buoni motivi che elenca Dubois (ricordo che l'analizza in uno dei capitoli finali del libro, quando parla dell'importanza del fuori campo o off dell'immagine fotografica: quanto sia importante ai fini della comprensione, fruizione e interpretazione di una foto sia quello che appare dentro il quadro, che quanto resta per forza di cose fuori dello stesso). Qui, in particolare, il fuori campo parla, è eloquente: perchè non solo la mano che sta per aprire del tutto la porta appare da un "fuori campo" deducibile (la parte a sinistra della porta, dal punto di vista di chi guarda), ma anche perchè quella stessa mano, sotto forma di ombra (pulvis et umbra, sempre), si proietta sullo schermo della parete, aprendo per così dire lo spazio destro della foto stessa, riempiendo di senso (perturbante?) anche il lato destro dell'immagine.
Sinistra (una mano), destra (l'ombra di una mano), centro: una porta socchiusa, dietro della quale s'intuisce la presenza di una stanza; in primo piano, il pavimento di quel corridoio che conduce proprio alla porta che si (sta) per aprire (che qualcuno - ma chi? Un fantasma, un essere umano, uno zombie, un bambino, un uomo o una donna? Un vecchio? - fa il gesto di "aprire"), impedendoci, negandoci, sottraendoci proprio quella porzione di spazio verso cui tenderebbe naturalmente l'occhio (voyeurista) dello spettatore. La porta: fermiamoci su questo elemento tipico; basilare di ogni architettura domestica (non esistono case senza porte; se sì si chiamano bunker; ma in quel caso vi si penetra attraverso una botola, un passaggio segreto, un buco nella terra; la porta è proprio il punto di passaggio per eccellenza verso la "domesticità": solo se c'è una porta ci sarà pure una casa; si entra nel regno del familiare, anche quando chi vi abita ci risulta sconosciuto; comunque quello sconosciuto considererà sempre la porta d'ingresso come "la chiave che apre le porte del regno domestico"). Dicevo: la porta. E' di forma (ovviamente) rettangolare; ebbene: immettere dentro il quadro di un'immagine fotografica (rettangolare) un oggetto, o una seconda immagine, dalla forma rettangolare non è operazione innocente; al cinema (ma credo anche in fotografia) quest'operazione assume i tratti della figura retorica e si chiama (in francese, guarda un po') recradrage. E' come quando inquadro una televisione in un film: l'effetto è da mise en abyme (guarda un po', anche questo secondo termine tecnico è in francese; che il francese sia fissato su certi fenomeni tipici dell'arte "modernista" o "avanguardista"?). E' come quando un regista in-quadra un quadro famoso; o, ancora meglio, quando mi fa vedere un attore che è posto davanti a un quadro e contempla il quadro con la testa ravvicinata al soggetto del quadro e io assisto a un osservatore che osserva senza sapere di venire osservato da altri da dietro le spalle... Ecco una prima conclusione cui si giunge guardando questa foto: il mistero nasce anche dal fatto che essa si costruisce come recadrage: mette al centro del quadro (in-quadra) un quadro (qui, in realtà, un rettangolo), aprendo la strada (dell'interpretazione) verso uno sfondo, un altro quadro (la stanza) che non si vede. Ciò che intra-vedo da dietro la porta è solo, oltre alla mano "misteriosa" che fa atto d'aprire, una striscia bianca orizzontale lungo la parete spoglia; parte del pavimento in parquet (prosecuzione logica del parquet che si vede in primo piano). E nientre altro (nemmeno un'ombra; anzi: nemmeno l'ombra di un oggetto, una persona, un paesaggio, un quadro, una finestra, nulla). Una porta che apre sul nulla? Un gioco di specchi di cui non capisco il fine e le cause?
Mi piace pensare (ipotizzare anche) che quella mano non è nè frutto di un fotomontaggio nè frutto del caso (ma in una foto il caso e il destino - poteva essere così; deve essere così - si danno la mano), bensì sia proprio la mano di Ralph Gibson, l'artista-autore che ha ideato questa immagine alludendo a qualcosa che potrebbe essere proprio l'atto fotografico così come lo intende Dubois. Un atto misterioso che apre la strada a mondi "altri"; che raggela e congela nell'istante un attimo di tempo e una porzione esatta di spazio. Spazio e tempo mummificati e, al contempo, resi eterni dall'effetto della luce sulla pellicola impressionata (le foto fanno sempre impressione, anche quando hanno per oggetto contenuti domestici). Spazi-tempo che l'occhio può percorrere a piacimento ma che restano sempre muti; nessuno verrà a dirci cosa si nasconde dietro quella porta; nessuno sa davvero di chi sia quella mano; e forse non valeva nemmeno la pena porsi questioni simili; la foto è là, fissa, immobile, inquietante. E mi parla senza parole.
sábado, septiembre 15, 2007
Seneca osserva: "L'uomo è destinato a tornare alla vita, e perciò deve uscirne serenamente. Osserva il ciclo attraverso cui le cose ritornano tutte in se stesse: vedrai che nulla in questo mondo si estingue, ma con moto alterno tramonta e risorge. Se ne va l'estate, ma per tornare l'anno successivo. Passa l'inverno, ma riapparirà nella sua stagione. La notte nasconde il sole, ma subito dopo il giorno porta via la notte. Similmente le stelle, nella loro rotazione, non fanno che tornare dove sono già passate. Continuamente una parte del cielo sorge, e una parte sprofonda sotto l'orizzonte. E concluderò aggiungendo solo questo: neppure i bimbi e i dementi temono la morte. E' perciò cosa veramente vergognosa che la ragione non sia capace di darci quella serenità di spirito a cui porta la stoltezza". (dalle Lettere a Lucilio, Libro IV, lettera 36).
Queste parole non ci dicono soltanto che, molto probabilmente, come fecero Quevedo, Góngora, Gracián, Lope e compagnia bella, anche Cervantes lesse attentamente i classici e, tra questi, Seneca (il Seneca morale, mi verrebbe da dire), ma che lo assimilò alla propria lingua, re-inventadolo attraverso una nuova, originale riflessione sul tempo come freccia e come cerchio (tutte le cose, per Cervantes, girano "a la redonda" o "en redondo"; ricordiamoci pure del fatto che in realtà chi riflette nell'incipit di quel capitolo della II parte del Quijote non è il Monco di Lepanto, ma Cide Hamete Benengeli, quell'autore che, a detta del "primo autore", ha scritto il romanzo che narra delle avventure di Don Chisciotte e che un traduttore "arábigo" verte nello spagnolo dal testo originale).
Non inventiamo (mai?) nulla di nuovo; non solo la letteratura si nutre di altra letteratura e il presente si evolve grazie al passato, ma, a quanto pare, anche le nostre vite sono destinate ad avere un'eco nel futuro, ripetendosi nei gesti, nelle parole o nei ricordi di chi ci sopravviverà. O meglio: questo è quello che ci suggerisce Seneca, nella lettera succitata indirizzata a Lucilio. E fa una certa impressione sapere che ormai, tanto di Seneca quanto del suo discepolo Lucilio, non restano che le ossa (o forse neppure quelle: pulvis et umbra, come sempre)...
O forse no, qualcosa resta: il libro che raccoglie quelle stesse lettere, quel libro che Seneca scrisse secoli fa e che ancora oggi, il 14 Settembre del 2007, agli inizi del XXI secolo, qualcuno si prende la briga di leggere, convinto di non trovarvi cose interessanti. E invece, quante massime utili, quante frasi che lasciano a bocca aperta, come questa, in cui il maestro invita l'alunno a fare in fretta, a portare subito a compimento i suoi sogni, perchè, si sa, tempus ruit: "pensa che tu sei mortale ed io son vecchio". Da restare a bocca aperta...
sábado, septiembre 08, 2007

martes, septiembre 04, 2007

Tutto passa o tutto scorre e le situazioni già passate o già vissute tornano a ripetersi e riviviamo gli stessi gesti, anche con lievi, a volte leggerissime variazioni.
Mi era capitato già nel 1996, quando lavoravo con un gruppo di ragazzi eruditi amanti del cinema (dei cinefili) e organizzavamo rassegne estive, cinema all'aperto, film d'autore di qualità per tutti, e io approfittavo delle pochissime pause per rinserrarmi in macchina e mangiare una mela o una pera o una banana e scrivere le mie priogioni; è ricapitato nel 2003, quando facevo il facchino in un hotel di lusso del centro di Roma e usavo l'ufficio-ripostiglio del mini-bar service per scrivere racconti impossibili su amori improbabili tra le birre di Heineken e le bottiglie di acqua Fiuggi, mentre di là, fuori, in corridoio, le governanti ci cercavano, invano, e le cameriere rassettavano le stanze dei cosiddetti vips (Maurizio Costanzo più ciccione che in tv e Alba Parietti che una mattina mi aprì in accappatoio e l'unica cosa che si vedeva erano le labbra gonfie e i capelli arruffati, ma capita anche a loro, siamo tutti comuni mortali, anche se quelle labbra; il più umile e affabile di tutti, Roberto Benigni, che mi strinse la mano in ascensore e mi ringraziò per i complimenti che gli avevo fatto di cuore per la sua televisiva ed emozionante lectura dantis).
Succede anche oggi, nel 2007, mentre noleggio auto a turisti stranieri e uomini d'affari (generalmente loschi), seduto, o meglio, rannicchiato all'interno di un ufficio antistante il parcheggio, mentre i colleghi sudano a fare i contratti e io mi limito stoicamente a chiuderli e a dare la ricevuta al cliente ormai felice, rilassato dalla vacanza appena conclusasi, mentre mi culla in dolce sottofondo lo strepito trattenuto dei motori degli aerei che rollano in pista, l'aeroporto un luogo di passaggio, e di ripetizioni, un vero simbolo vivente di questi nostri tempi velocissimi, accelerati, schizofrenici (ma forse anche l'uomo del Medio Evo sentiva di appartenere e di vivere in un'epoca accelerata, rispetto a quella immediatamente precedente).
Se c'è un avviso, un consiglio, o un avvertimento che bisognerebbe dare a chi si accinge a entrare stabilmente (!?) nel mondo del lavoro è che se è vero che il lavoro nobilita l'uomo, è anche vero che il lavoro ti ruba il tempo: è una strana eppure costante sensazione d'angoscia quella che si prova (o almeno io provo, non generalizziamo) dopo aver timbrato il cartellino e aver osservato sul medesimo l'ora e i minuti (i secondi?) precisi, esatti, a partire dai quali sei entrato in servizio, che vuol dire: il momento a partire dal quale l'azienda, la fabbrica, l'impresa, l'associazione, l'agenzia, il tuo capo, chi comanda e ti fa arrivare a fine mese, puntuale, la busta paga, può disporre di te (della tua persona, fisicamente intesa, e del tuo cervello, ovvero delle tue capacità intellettuali e intellettive nello svolgere quella tua determinata mansione - sorvoliamo (io lo faccio spesso, ultimamente, da quando passo così tanto tempo in aeroporto) sul fatto che ci sono - e sempre ci saranno - lavori in cui e le capacità intellettuali e quelle intellettive si usano in una percentuale davvero irrisoria o minima; sorvoliamo pure (o soprassediamo anche) sul fatto che esistono ed esisteranno ancora per molto, credo, lavori fisicamente usuranti; tralasciamo (o lasciamo da un lato) il fatto che ci sono - e sempre ci saranno - uomini di potere, lavoratori iper-impegnati e iper-stressati che si scelgono i proprio collaboratori e i sudditi condizionando la vita e le scelte, a volte i gusti e la mentalità degli stessi senza avere affatto e le capacità intellettuali e quelle intellettive, nonchè quelle fisiche, per ricoprire quel loro determinato ruolo o incarico di responsabilità; sta di fatto, comunque, che ogni tipo di lavoro sottrae del tempo prezioso alla vita del lavoratore costringendolo ad abituarsi ad una sorta di imbrigliamento o incarcerazione della percezione stessa del tempo. Conosco troppi casi di gente che lavora da mattina a sera su turni snervanti e non sa più cosa vuol dire Domenica o Sabato, Natale o Capodanno; ci sono anche quei casi in cui a subire una perversa metamorfosi della percezione dello scorrere delle ore, dei mesi e degli anni non è solo la mente, ma anche il corpo (pensiamo ai portieri di notte, per tornare al caso degli hotel; pensiamo al protagonista di Taxi Driver: Robert De Niro decide spontaneamente di "arruolarsi" alle fila dell'esercito dei taxisti perchè soffre d'insonnia, ma proprio quel lavoro notturno lo conduce all'estremizzazione dei suoi mali). Si può arrivare a fare come quei bambini che scambiano la notte per il giorno, il giorno per la notte, e obbligano i genitori a seguire i loro stessi ritmi distorti.
Non lo so: mi sembra tutto un'ingiustizia; soprattutto quando il lavoro che fai non ti soddisfa (ma sono davvero felici tutti quegli imprenditori, quei ricercatori, quegli scienziati che passano l'intera giornata e a volte anche più delle 24 ore a lavorare e sudare sodo?) o non ti offre qualcosa in più della semplice retribuzione in moneta sonante. Non so chi è stato il primo a dire che "il tempo è denaro". Di certo, qualcun'altro, dopo che l'ignoto autore ha espresso la massima, deve essere scattato su in piedi e, impossessandosene, l'ha convertita nello slogan - e nell'imperativo categorico a mio vedere immorale - del sistema produttivo di tipo capitalistico liberista (come è quello che regola la vita, la produzione e il consumo, la morte, quindi e in parallelo, degli individui della parte Nord e Occidentale del mondo - con un Sud che, sempre più affamato e povero, prova ad emigrare disperatamente al Nord e un Oriente Medio o Estremo che, con il passare dei secoli, si fa sempre più emulatore o, peggio, affazzonato imitatore del sistema e dei costumi di vita occidentali).
Dentro questa parentesi - chiedo venia all'eventuale lettore - lo so, me ne rendo conto, si trovano, giacciono e ristagnano i nodi ancestrali della questione "uomo sulla Terra": la povertà, la fame nel mondo, il razzismo, l'ingiustizia, gli estremismi di tipo religioso o politico, l'obesità, l'anoressia, la bulimia, la scarsità d'acqua e le pubblicità di prodotti dietetici e dimagranti diretti a popolazioni abbienti sempre più ciccione e grosse. Chiudo la parentesi e torno al detto, ribaltandolo: "il tempo non è denaro" e se lo è, ho davvero l'impressione che sia denaro sporco. Forse, voglio pensarlo ingenuamente, vivremmo tutti meglio e la Terra sarebbe un pianeta più accogliente, se tutti imparassimo un po' a perdere il nostro prezioso tempo. O a difenderlo dalle timbrature del cartellino o dai controlli fiscali di chi compila a fine mese la busta paga che ti arriva puntuale a casa e sembra ridarti vita e ossigeno quando invece...
domingo, septiembre 02, 2007
lunes, agosto 27, 2007
In questi giorni, oltre alle letture sacre (vedi sotto), mi son dato alla rilettura dell'ultimo romanzo di Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana (Milano, Bompiani, 2004). Quando lo lessi la prima volta, devo essere sincero, non ne rimasi così entusiasta; ad una seconda lettura, invece, il libro mi prende, la trama mi avvince, il personaggio m'ispira simpatia. La trama assomiglia alla Recherche di Proust; in realtà, potremmo definire il tutto come una sorta di "parodia proustiana" della ricerca del tempo perduto. Il narratore protagonista perde la memoria cosiddetta "episodica" (la serie di episodi che compongono la sua vita) e conserva intatta la memoria cosiddetta "semantica" (ricorda alla perfezione la data della morte di Napoleone, le citazioni da opere di T.S. Eliot, R.L. Stevenson e Pinocchio). Per cercare di recuperare anche la prima, sulla scorta dell'aiuto della seconda, Yambo (così si chiama chi racconta) torna nella casa paterna, affinchè i ricordi riafforino in modo più nitido e diretto (solo così gli si accende la "misteriosa fiamma" cui si riferisce il titolo).
Il libro si auto-presenta come "romanzo illustrato" ed in effetti è pieno di immagini: foto d'epoca, foto di copertine, illustrazioni di dischi degli anni in cui Yambo era un fanciullo (anni 30, inizio anni 40, quando Mussolini comandava l'Italia sotto l'egida del Fascio Littorio) e altro materiale documentaristico. Il fascino del libro sta anche in questo apparato "visivo" che lo stesso narratore-protagonista ci fa vedere e ripercorre avidamente con lo sguardo per tentare una ricostruzione il più possibile obiettiva e veritiera di chi era, di chi è stato e di chi è attualmente.
In tutto il romanzo si respira l'aria delle cose vecchie, della robaccia che confiniamo alla cantina perchè ormai inservibile o passata di moda; c'è aria di antichi costumi ormai in disuso, lampade a olio, camino acceso nell'inverno rigido delle Langhe, le zolle di terra con le viti ancora immature di un'uva che verrà a Settembre, puntuale, pioggia permettendo.
E così, anch'io, come Yambo, mi son ritrovato bambino, quando leggevo E.A. Poe senza capirlo, anche se i suoi racconti devono aver lasciato una traccia indelebile nel mio DNA di lettore; oppure quando, in vacanza, ne approfittavo per leggere Topolino (più tardi sostituito da Dylan Dog, l'unico fumetto che colleziono e leggo ancora oggi, alla veneranda età di 30 anni); e mi domando: ma quali sono stati i libri che mi hanno segnato? Con quali romanzi ho trascorso la mia adolescenza (turbolenta, romantica, estrema, dubbiosa, come ogni adolescenza che si rispetti)?
Mi vengono in mente subito tre titoli: Cent'anni di solitudine, di Gabriel García Márquez (ancora oggi non riesco a capire bene come e quanti membri compongano l'albero genealogico della famiglia Buendía, ma quel romanzo mi ha davvero cambiato la vita, lo lessi in tre giorni, di filato, dopo aver messo da parte i libri di scuola, e aver imparato a leggere la realtà da un'ottica distorta, la scrittura come "creazione di un mondo altro", in cui i personaggi volano, muoiono e risorgono per amore o per vendetta, dove le donne aspettano i mariti, in eterno, dove i generali perdono eternamente le loro guerre personali, dove le ragazze più affascinanti subiscono gli scherzi più amari del destino e finiscono col mangiare la terra o la calce delle mura di casa); e poi c'è Ulysses, di James Joyce, anche se in realtà la lettura integrale e completa venne in secondo tempo, quando ormai avevo 19 anni (la prima cosa che lessi di questo anti-romanzo geniale fu l'ultima parte, il monologo lunghissimo e sconnesso, lirico e assurdo, di Molly Bloom, ero turbato dalle parole che l'autore immagina la sua creatura romanzesca dica in sonno o in sogno, quanti pensieri intrecciati a desideri, quante dichiarazioni di poetica, smentite, amori nascosti, parolacce, intimità violate, ascoltando l'andirivieni a spirale dei pensieri notturni di Molly, la moglie di quel povero disgraziato di Leopold Bloom, uno di noi, ricordo ancora il professore d'Inglese al Liceo, una mattina entrò in aula e scrisse queste due frasi alla lavagna, a caratteri cubitali, parole, per me, all'epoca, piuttosto incomprensibili: "Leopold Bloom siamo noi; J.A. Prufrock siamo noi"); e infine c'è La metamorfosi, di Franz Kafka, non potevo credere a quanto leggevo, Gregor Samsa che si sveglia scarafaggio (o insetto mostruoso non ben identificato, non ricordo bene), un dolore, una pietà assoluta a leggere il rendiconto dettagliato di questo essere rifiutato da tutti, vilipeso, incompreso, isolato anche dai genitori, i quali provano vergogna del suo nuovo stato malaticcio e vorrebbero liquidarlo, cancellarlo per sempre dalla faccia della terra (solo dopo avrei capito tutta la ricchezza semantica della scrittura di Kafka, il suo carattere enigmatico, e intuito che David Cronenberg dovette ispirarsi evidentemente anche a Kafka per creare il suo remake di The Fly - con Jeff Goldblum che perde i pezzi, che va letteralmente in pezzi, in nome della scienza e della scoperta della verità - ma la verità si paga sempre a caro prezzo, lo sa bene anche il protagonista della leggenda inserita nella parte finale de Il processo). Letture d'infanzia e, poi, d'adolescenza, senza le quali, forse, non sarei quello che sono e non saprei dove andare nel labirinto delle tante soffitte o solai che ci attendono (ma Yambo riuscirà mai a trovare l'origine della "misteriosa fiamma" della regina del titolo?). Sono ancora a p. 156, manca ancora un po' per scoprirlo. Meglio così.
miércoles, agosto 22, 2007
Per motivi "que no vienen aquí al caso", mi son armato di curiosità e pazienza e, proprio in questi giorni, ho concluso la lettura dell'Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia (uno dei primi best-seller della letteratura mondiale e di tutti i tempi) e, al contempo, ultima parte del Vangelo secondo Giovanni (anche se ancora oggi, nonostante siano passati tanti secoli e al di là dei numerosissimi e attentissimi studi da parte di critici e teologi, non si è ancora accertato se a scriverla sia stato davvero l'apostolo che risponde - rispondeva? - al nome di "Giovanni", oppure un altro che si spacciava per lui, o uno sconosciuto cristiano improvvisatosi "profeta" annunciatore del futuro che verrà; sono davvero tanti i misteri che suscita una lettura simile; oltre all'autore - o meglio, gli autori - la Bibbia è piena di misteri, di conti che non tornano, di letture trasversali, di interpretazioni allegorico-simbolico-misteriche dalle sfumature più variegate; per un primo approccio a quanto sostengo cfr. Frank Kermode, The Secrecy of Genesis, un piccolo capolavoro di critica letteraria).
Ciò che più mi ha colpito è che l'Apocalisse si sviluppa come un racconto (all'interno del racconto più generale e ampio che copre gli avvenimenti che vanno, appunto, dalla Genesi, fino alla Fine di Tutto e alla discesa del Regno dei Cieli) e che, all'interno di tale racconto, la scena della resurrezione e del conseguente Giudizio Universale di tutti i morti, o meglio, di tutti i vivi che poi sono diventati morti, occupa pochissimo spazio, appena un capitoletto, per l'esattezza il 20 (vv. 11-15).
Anche all'interno di questa micro-struttura l'andamento è narrativo (e sintetico: poche frasette per dire tutto quello che l'apostolo-profeta vede e sente e che, evidentemente, dopo la visione profetica, mette per iscritto, affinchè tutti lo leggano e lo sappiano, ricordiamoci che Giovanni scrive perchè convinto che la Fine è imminente - anche se poi, nel corso dei secoli, sappiamo che non è più così, che, come dice lo stesso Kermode, succitato, la Fine da imminente si è fatta immanente, e ogni secolo, ogni comunità umana, ogni cultura si è "inventata" per così dire la sua Fine Ultima, le sue Apocalissi personali (una delle ultime, che ha colpito l'immaginazione di quanti vivono nella zona occidentale del mondo, risale all'11 Settembre 2001, con riprese in diretta ritrasmesse a livello planteraio dalle tv di mezzo (o intero?) mondo - le due Torri che crollano come fossero di carton gesso, i due aerei che, a distanza di pochi minuti, si schiantano contro le finestre e i muri di cementoarmato); cfr. F. Kermode, The Sense of an Ending [ecco spiegato quell'articolo "indeterminativo" nel titolo: il Senso di "una" Fine, non "della" Fine, ognuno si sceglie il modo migliore per finire o per vedersi finito; in relazione al tema esiste un ampio ventaglio di possibilità; tra queste, quelle presentate da Giovanni non lasciano certo tranquilli e sereni; vedi le cavallette con volto umano che mietono morte e terrore sugli urlanti peccatori perseguitati fin sotto le grotte; la pioggia di sangue e le grandinate improvvise; i terremoti che sconquassano i mari; il cielo che si rabbuia e la luna che diventa rosso sangue; ecc. ecc.]).
Ebbene, dicevo, i passi che parlano del Giorno del Giudizio e della resurrezione finale sono scarni e occupano poco spazio, all'interno dell'intero libro. E seguono anche loro un andamento narrativo; sembra che l'autore adotti la tecnica musicale del crescendo (ciò che in letteratura si chiamerebbe climax, ovvero: partire da un elemento dato, accomunarlo a un altro di maggiore spessore, sovrapporne un terzo, fino ad arrivare al parossismo, all'iperbole, a un'immagine che non può non colpirci):
1-Prima fase: "Allora vidi un gran trono bianco e quegli che vi stava seduto; innanzi al suo sguardo la terra e il cielo scomparvero, e di essi non si trovò più traccia".
Un attacco di grande effetto, non c'è che dire: Giovanni immagina di guardare il trono su cui è seduto l'Innominato (Dio Onnipresente e Onnipotente; ma perchè il trono è proprio di quel colore, bianco?) e poi immagina che col solo sguardo questi faccia sparire terra e cielo. Cosa resta se togliamo il cielo e la terra? Quale paesaggio desolato potrebbe presentarsi a quel punto dinanzi a questo Essere Supremamente Adirato il giorno del Giudizio Finale? Noi, che siamo umani, non potremmo immaginare il nulla; o forse sì, ed il nulla è proprio questo: l'assenza totale di ogni riferimento spaziale, via la terra, via il cielo, resta, forse un nero assoluto (perchè associamo il nulla al nero? Altra questione aperta);
2-Seconda fase: "Vidi anche i morti, i grandi e i piccoli, ritti davanti al trono, e vennero aperti dei libri. E un altro libro venne aperto: il libro della vita."
Qui la cosa curiosa è che Giovanni "guarda con" Dio, è una visione "stereoscopica", fatta in contemporanea con Dio, diciamo pure che, evidentemente, sia Dio che il suo profeta, si trovano alla stessa distanza e alla stessa altezza dal punto da cui vedono (hanno la visione di) quanto succederà quel giorno. Dunque, cosa vede Giovanni, insieme a Dio? I morti, grandi e piccoli... (nota quell' "anche": perchè "anche i morti"? Si riferisce per caso alle altre visioni e al fatto che a quelle si accocia quest'ultima visione, con tutti i morti?). Dicevamo: i morti, grandi e piccoli. E qui forse non si sta riferendo all'età di quei morti (o forse è proprio quella la differenza che sottolinea? La differenza anagrafica: tra i morti anziani e i morti prematuri, i bambini, i neonati? Ma che sfortuna enorme, nascere proprio poche ore o pochi minuti prima del Giorno del Giudizio, no? Che sadismo, da parte di chi lo consente... o sbaglio?), ma anche alla differenza di rango: il giorno della resurrezione "universale" risorgono davvero tutti, sia i poveri che i re, sia i morti di fame che i potenti della terra (la Morte, si sa, livella ogni esistenza). E poi viene il bello: oltre alla schiera (quanto immensa) dei morti, Giovanni dice di vedere dei libri... A quali libri si riferisce? Mi faccio aiutare dal commento del curatore dell'edizione BUR che ho comprato: all'epoca si credeva che esistessero due tipologie di "libro": quello in cui è descritta fin nei minimi dettagli la vita di ognuno di noi; e il "libro della vita", appunto, che Giovanni immagina di vedere aperto subito dopo l'apertura di quegli altri "libri": quest'ultimo è il libro in cui sono scritti i nomi (e descritte le esistenze?) di tutti gli eletti, dei santi, di coloro che, amati dal Signore, sono stati da lui scelti per far parte del suo Regno eterno (e per l'eternità). Dunque, Dio legge in questa doppia fila di libri: nei primi ricapitola le vite di tutti; nel secondo verifica che l'eletto sia davvero tale; che le opere compiute in vita (e descritte nel primo libro) meritino l'elezione certificata (e dettagliata) nel secondo libro, quello della vita. Di fatto, viene la terza fase:
3-Terz fase: "E i morti vennero giudicati in base a quanto stava scritto sui libri, secondo le loro opere".
Ora, immagini il lettore quanto casino possa causare una causa universale, di dimensioni, appunto, "mondiali". Quante lamentele, quanti pianti e dimostrazioni di pentimento, l'ultimo giorno della vita sulla terra; quanti insulti e bestemmie da parte di chi sa già che è condannato (e perciò il suo nome non appare nè mai apparirà sul "Libro della Vita", è già scritto e Dio sa tutto); quanta allegria, invece, e salti di giubilo, da parte dei santi, dci beati, dei misericordiosi, di chi ha fatto del bene, di chi ha fatto sempre buone azioni; quanta incertezza, o paura, o brividi sulla schiena da parte di coloro che effettivamente non sanno, ignorano se le loro sono state davvero "opere buone", se meritano il Regno dei Cieli, se il loro nome appare davvero nel secondo libro aperto; e Dio, da Sommo Giudice, seduto sul trono bianco, che ascolta e passa in rassegna le vite di tutti... Una Biblioteca di Babele, un Universo in espansione verbale, un putiferio, che casino di nomi, date, fatti, un processo generale da portare a conclusione in mezzo a tante anime di defunti arrabbiati, malinconici, preoccupati, felici, scontenti, gioiosi, giubilanti o terrorizzati...
4-Quarta fase: "Il mare poi restituì i morti che in esso riposavano, e la morte e l'ade restituirono i morti in essi; essi vennero giudicati ognuno secondo le opere sue. E la morte e l'ade furono gettati nell'abisso di fuoco; questa, l'abisso di fuoco, è la seconda morte".
La prima domanda è: come fa il mare a restituire i morti, i cadaveri dei naufraghi che in esso persero la vita? Una bassa (o alta) marea? Un'onda anomala tipo tzunami che riversa i corpi nei pressi del trono del Sommo Giudice? Non solo: i morti risorgono dalla morte (personificata) e dall'ade (anche questo, all'epoca, personificazione del luogo in cui opera la morte). E in secondo tempo, il colpo di scena più sconcertante, per un lettore moderno: la morte stessa muore, insieme ad Ade, e finisce nell'abisso di fuoco: l'ultimo giorno, non solo risorgeranno tutti i morti (e i condannati finiranno per sempre nel fuoco), ma morirà la stessa morte; la morte che muore, per lasciare spazio alla felicità e alla beatitudine eterna che regnavano eternamente prima che Adamo ed Eva venissero cacciati dall'Eden... Fa davvero effetto immaginare la morte della Morte (possiamo immaginarcela così come la dipingevano i pittori del Medio Evo: la falce che tanto ha mietuto improvvisamente ridotta ad ammasso di metallo fuso, fonde nel fuoco dell'abisso di fuoco eterno; i quattro stracci sullo scheletro divampati e ridotti immediatamente in brandelli, in cenere, in fumo, in nulla).
5-Quinta fase: "E chi non fu trovato scritto nel libro della vita venne gettato nell'abisso di fuoco".
Una conclusione diabolica, per certi versi; cattivissima e definitiva: evidentemente non serve nemmeno aver operato correttamente e secondo il bene e il buono predicati da Cristo e incarnati da Dio; per salvarsi la pelle occorre essere dentro la lista di quelle vite descritte nel libro della vita; la Provvidenza Divina non fa sconti, mantiene in vigore il libero arbritrio (la libertà di scegliere - di fare il male o il bene), ma non perdona le origini (e allora, dove va a finire il libero arbitrio, se Dio già sa, fin da prima della mia nascita, che la vita descritta nel primo libro, non è contemplata nell'elenco delle vite di quelli che appaiono nel secondo, più cruciale, Libro della vita?). Il libro (dell'Apocalisse) prosegue, descrivendoci quello che succederà una volta che Dio introdurrà il suo Regno per secula seculorum (Satana sconfitto, anche lui, insieme a Morte e Ade, in mezzo al fuoco dell'abisso del fuoco). Ma io smetto di leggere, e chiudo il libro, con in mente l'immagine di questi poveracci che, esclusi dall'altro libro, finisco insieme a Morte, Ade, Satana e altri dannati vari... gettati nelle fiamme, come pezzi di legno o stracci che non servono più a niente, come resti e scarti da dimenticare per sempre...
sábado, agosto 18, 2007
jueves, agosto 16, 2007

L'anno scorso Julieta Venegas rappresentò la colonna sonora della mia estate da studioso di Letterature Straniere Moderne (ricordo ancora con gioia - e riascolto ancora con allegria - il ritornello di Me voy, il pezzo più famoso dell'album Limón y sal - ma anche Mi primer día non è male); quest'anno, semplicemente, non c'è colonna sonora che tenga (o che mi coadiuvi a superare questa noia mortale e questo periodo complicato, lavoro e studio in una Pisa deserta, i turisti scattano la classica foto fingendo di reggere la torre pendente con due mani, mi piacerebbe vedere la faccia che farebbero se la torre, proprio nell'istante dello scatto fotografico, crollasse rovinando strepitosamente a terra, sull'erba e il cemento della famosa Piazza dei Miracoli, sì, quello sì che sarebbe un miracolo, ma alla rovescia...). Però continuo ad ascoltare musica, è ovvio. Ascolto Ligabue, che non mi piace, ma l'ascolto lo stesso quando giro in bici e m'imbatto in questi due versi da L'odore del sesso:
"e ci siamo mischiati la pelle le anime le ossa
ed appena finito ognuno ha ripreso le sue".
Molto icastica come immagine. I due amanti che si mescolano tutto, compreso le ossa, e poi le raccolgono e se ne reimpossessano, ognuno torna "singolo", un "pezzo unico", per così dire, il dolore della separazione, non più "uno+uno", ma "uno" soltanto, separato dall'altro. In questi giorni leggo un romanzo di un autore del cui nome non voglio ricordarmi che parla proprio di questo: i morti che, il Giorno del Giudizio, recupereranno i loro resti mortali; e allora sì, il decapitato rimetterà la testa al proprio posto, sul tronco, e lo squartato proverà a rimettere insieme i pezzi e l'annegato a svuotare i polmoni dalle alghe incagliate nelle interiora... Questi due versi di Ligabue mi fanno pensare alle stesse immagini; con una differenza, però: che qui non si tratta del Giorno del Giudizio, ma della fine di un rapporto amoroso. Una tragedia anche quella, perchè in tal caso i giudici sono due e ognuno è pronto a condannare l'altro (o a lasciarsi condannare) per i motivi più disparati (e più disperati, in genere). Quanto dolore, quante lacrime inutili, quante recriminazioni...
Poi passo a Elisa, ascolto Qualcosa di te, titolo apparentemente banale. M'imbatto in queste parole (che, sia detto per inciso, accompagnate alla musica fanno tutte ovviamente un altro effetto):
"E miracolosamente non
Ho smesso di sognare
E miracolosamente
Non riesco a non sperare
E se c'è un segreto
E' fare tutto come
Se vedessi solo il sole"
Certe volte ci provo, a fare tutto come se vedessi solo il sole. Questa canzone mi riconcilia con la vita. Mi aiuta a sopportarne gli alti e i bassi, i cosiddetti "voltafaccia" della Fortuna. Sarà che sono anche metereopatico (si scrive così?) e quando c'è il sole (quando siamo in estate) mi sento meglio, e più ottimista, o più energico... Elisa e Ligabue hanno duettato in un'altra canzone. Lui l'ha scritta, lei la canta (se non vado errato). S'intitola Gli ostacoli del cuore. Mai titolo fu più azzeccato per inquadrare la situazione del momento. Sono un sentimentale, in fin dei conti...
martes, agosto 14, 2007
Io non sono io,
a volte mi sento strano e vago per la casa
come anima nel limbo
in attesa del Giorno del Giudizio.
E certe volte me lo dici anche tu,
mi rimproveri per la mia passione
malsana per i libri e i viaggi
ultramondani
e le passeggiate in riva alla Senna
(ti ricordi quei giorni
di Luglio, quanta pioggia
in una città piena di turisti e
senza nemmeno un venditore ambulante
a venderci un ombrello
sotto l’arcata centrale
di Nôtre-Dame?).
Piangere a volte fa male alla gola
e non serve a niente
recriminare, rimpiangere,
promettere ammende,
anelare passaggi a stati d’animo
migliori, più adatti al momento,
a questa crisi che non sappiamo più se
è ancora di passaggio,
o è già tutto passato
e io non sono più io,
e nemmeno tu sei più te stessa
e nessuno dei due sa quale
strada prendere e se sarà
ancora la stessa, presa
da entrambi,
con la stessa sagacia,
la stessa pazienza,
un’allegria unanime.
domingo, agosto 12, 2007

viernes, agosto 03, 2007
Se c’è un aspetto che colpisce macroscopicamente nella scrittura di W. G. Sebald (autore austriaco nato nel 1944 in un paesino delle Alpi Bavaresi e morto in un incidente stradale vicino a Norfolk nel 2001) è la presenza costante di immagini inserite nel corpo del testo a riprova del fatto che quanto il narratore dice non è frutto esclusivo della propria fantasia, ma è esistito davvero, ha avuto una sua “presenza empirica” nel mondo reale (o nell’ambito di ciò che, per convenzione linguistica, siamo soliti designare col termine “reale” - anche se quanto leggiamo sembra essere frutto dell'immaginazione più "romanzesca" possibile e immaginabile).
Il primo libro che scoprii per caso di Sebald aveva un titolo strano, che in spagnolo suonava ancora più “raro”: Historia natural de la destrucción, apparso postumo nel 2004, se non erro, riuscì a catturare la mia attenzione che vagava tra saggi di critica letteraria e romanzi horror di serie B. Il libro parlava (o meglio: parla, non è morto, come il suo autore, ahimè) di una pagina nera della Storia Contemporanea della Germania della Seconda Guerra Mondiale: i bombardamenti a tappeto che gli Alleati pianificarono contro i nazisti con lo scopo primordiale di ridurre in ginocchio e alla resa definitiva il nemico. Ricordo ancora una foto in cui si vede una cameriera intenta a lustrare uno specchio appeso a una parete (o era una finestra?), unica porzione superstite di una casa completamente rasa al suolo. E’ difficile riprodurre o spiegare il pathos che sprigionano queste fotografie. Ricordo anche la foto di due piedi, calzati in un paio di scarpe di cuoio ridotte in brandelli (i brandelli mescolati senza sorta di continuità con i pezzi di stoffa grezza dei calzini; i piedi sono piccoli, evidentemente appartengono a un bambino o ad un adolescente, non ci sono didascalie che chiariscano l’arcano, dobbiamo e possiamo intuirlo solo dalle parole del narratore).
Più noiosa, invece, la parte in cui l’autore, da saggista qual’era, cerca di scandagliare la letteratura tedesca scritta immediatamente dopo la fine del conflitto per verificare come e perché molti autori si chiusero a riccio o adottarono il silenzio, o l’autocensura, nei confronti di quella tragedia. Intere città rase al suolo, con effetti simili, se non peggiori, a quelli causati dal lancio della prima bomba atomica su Hiroshima e nessuno, tra intellettuali impegnati o romanzieri di fama, che avesse preso posizione dinanzi alle migliaia di morti e feriti caduti sul suolo patrio.
Poi è stata la volta di Austerlitz: lo comprai in Italia, ma lo lessi a Madrid, restando folgorato dalla storia angosciante e comicamente triste dell’individuo omonimo del titolo. Un bambino cresce in una famiglia medio-borghese e i familiari riescono a nascondergli l’avvento del nazismo, gli orrori dei campi di concentramento e delle persecuzioni razziali, fino a quando non cresce e, diventato adulto, compie una sorta di ricerca del tempo perduto, riscoprendo, all’indietro, le sue antiche origini ebraiche, tra foto d’epoca e d’infanzia, pubblicistica antiquata e paesaggi evocativi di un mondo che non c’è più (non scorderò mai l’evocazione della stazione d’Orsay, prima che divenisse l’attuale Museo parigino, né l’analisi delle origini del manicomio di Bedlam, vicino a Londra, famoso anche tra i letterati del 700 – ne ho trovato tracce nel Sentimental Journey del reverendo Sterne, oltre che nel – di poco – successivo The Man of Feeling, dello scozzese Henry Mackenzie; le ricerche sono continuate nel corso degli anni, anche attraverso internet: oggi esiste un museo dedicato ai freaks più famosi ospitati in quel luogo dedito alla cura delle malattie mentali e ormai chiuso per sempre).
Ora che mi fermo a pensarci Sebald è uno dei pochi autori i cui libri possiedo in versioni diverse dall’italiano: comprai, come ho già ricordato in un post precedente, Les émigrants in francese e gli introvabili The Rings of Saturn in inglese. Oltre a questi titoli, ho anche, in italiano, la raccolta di racconti Vertigini e in spagnolo la raccolta di saggi di critica letteraria Pútrida patria (il cui titolo originale, però, dovrebbe essere, in italiano, Camposanto, termine – oltre che luogo - che riassume bene parte della poetica a volte cupa, altre “decadente”, dell’autore - ma non manca mai l'ironia e un peculiare senso dello "humor" in questo autore schivo, anche quando parla di "distruzione", "morti" e "tracce che scompaiono sulla sabbia").
Spagnolo, francese, inglese, italiano. Peccato che non conosca il tedesco.
The Rings of Saturn (ovvero: “Gli anelli di Saturno”) è forse la sua opera migliore. Si tratta di dieci racconti attraverso i quali l’autore ripercorre, rievocandoli, i suoi viaggi di perlustrazione intorno alla costa dell’Inghilterra dell’Est. Guidato da un acutissimo senso della morte e della lenta metamorfosi di tutte le cose in polvere, in fumo, in nulla, sotto l’astro letterario del grande maestro di stile Sir Thomas Browne (un medico inglese della seconda metà del XVIII sec., ossessionato dai cadaveri – e da ciò che resta, per poco, dopo che saremo morti), oltre che da certi ghigni metaletterari alla Borges, Sebald ci accompagna in un viaggio nello spazio che è anche e contemporaneamente un viaggio nel corso del tempo. Anche in questo libro il lettore resterà sorpreso dalla presenza di foto sconcertanti. Come quelle dei resti di alcune costruzioni militari smantellate intorno agli anni 70 nel promontorio di Orford, un luogo sperduto in cui gli inglesi compivano i loro esperimenti nucleari per non essere da meno delle due potenze che spaccavano il mondo durante gli anni della Guerra Fredda (gli USA, da un lato, e l'URSS, dall'altro). Il lettore che contempli le foto senza leggere il testo non riuscirebbe ad attribuire uno spazio geografico certo a quei paesaggi. “I imagined myself amidst the remains of our own civilization after its extinction in some future catastrophe”, commenta l’autore, che, come spesso succede, qui è anche narratore e personaggio protagonista della storia che ci racconta. “Mi immaginavo come se fossi tra i detriti della nostra civiltà dopo la sua stessa estinzione in qualche futura catastrofe”: non trovo definizione migliore per la scrittura di Sebald, la quale nasce dalla contemplazione di ciò che resta, nel tempo, e si eleva al di sopra del contingente per portarci a riflettere proprio sulla finitezza del tempo e sulla falsa eternità che acquistano gli oggetti, i monumenti, le date e le persone una volta che il loro tempo è trascorso e si è definitivamente consumato (ma il tempo si consuma davvero? Le foto non servono a "eternizzare" quanto accaduto e una volta era "presente"? Rileggere con attenzione il saggio La chambre claire di Roland Barthes).
Sebald cattura con una prosa scarna e ipnotizza mentre riflette sulla “deperibilità” stessa della propria esperienza vitale. Morì vicino a Norfolk, lì dove si pensa che vennero rinvenute le ossa di Sir Thomas Browne, il quale, a sua volta, aveva dedicato bellissime pagine proprio al destino delle nostra ossa una volta sepolti: quelle parole vennero tradotte, prima, e parafrasate, poi, dallo spagnolo Javier Marías, in un suo libro che, guarda caso, s’intitolava El siglo e così suonano (ancora oggi, per chi abbia voglia di leggerle):
“¿quién conoce el destino de sus huesos, o cuántas veces lo habrán de enterrar? ¿Quién posee el oráculo de sus cenizas, o sabe hasta dónde llegarán a esparcirse? ¿Quién intuye qué pisadas hollarán su tumba, o cuántas urnas se volcarán? ¿Quién el tacto y forma de su calavera, o el humo pestífero de sus propias reliquias?”.
Ovvero:
“chi conosce il destino delle proprie ossa o quante volte verranno sotterrate? Chi possiede l’oracolo delle sue ceneri, o sa fino a quando dovranno essere sparse? Chi intuisce quali orme verranno lasciate sulla propria tomba, o quante urne verranno rovesciate? Chi il tatto o la forma del proprio teschio, o il fumo pestilenziale delle proprie reliquie?”.
L’ultimo racconto de Gli Anelli di Saturno si chiude con un immagine icastica del trapasso: Browne credeva che si dovessero coprire tutte le superfici riflettenti della casa del morto per evitare che questi potesse vedersi specchiato e, così, distrarsi o rattristarsi per quanto si lasciava dietro le spalle (la vita terrena; che gli specchi riproducono, ingannandoci perfino al momento del distacco). Mi chiedo, ora, a distanza di 6 anni dalla sua scomparsa: dove sarà mai sepolto W. G. Sebald? Una cosa è certa: i suoi libri ci parlano e continueranno a farlo, almeno finchè esisteranno lettori curiosi e inquieti pronti a partire per viaggi intergalattici intorno a questa nostra povera Terra, piena di immagini morte o ambigue e affascinanti, che continuano a guardarci e a spiegarci, forse, chi siamo.
jueves, agosto 02, 2007
lunes, julio 30, 2007
[recopilación re-inventada (y – cuidado – revisada) de cuentos e imágenes]
I
Parigi. La prima volta che metto piede nella capitale e si mette a piovere, a Luglio, come fosse pieno inverno. Ancora non ho visto molto, ma, nel complesso, l’effetto è “spettacolare”. Anzi, direi: “spettacolar-popolare”. A due centimetri esatti dall’ingresso principale del Panthéon ho trovato due materassi, abbandonati vicino al secchio dell’immondizia da qualche barbone o clochard della zona che di notte dorme nei paraggi, potretto solo dalle stelle. E, cosa curiosa (come il diluvio che non accenna a smettere), a due passi dalla storica e mitica Università della “Sorbonne” c’è un cinema (il “Cinema Champo”, d’essai, ovviamente) in cui danno, proprio oggi e a partire dalle ore 17,30, Ultimo tango a Parigi del nostro Oscar Bertolucci. Quante coincidenze. Saranno queste a farmi sentire come se stessi a casa mia, come se fossi ancora a Madrid o a Roma? Mi affascina il contatto tra la monumentalità geometrica di alcuni edifici e la sporcizia anarchica o giocosa di certe strade (come quei lunghi vialoni madrileni intervallati da bar ogni due o tre metri e passandoci davanti avverti l’odore forte del fritto, dei caffè, del fumo e dell’alcol, della gente che consuma e chiacchiera allegramente, ignara dello scorrere del tempo – ecco una prima, lampante differenza con Madrid: a Parigi l’aria è meno carica di odori, si respira senza troppe interferenze olfattive).
II
Notte. Alyssa è appena arrivata e sistema la sua roba nell’armadio di questo appartamento. Abitiamo in Place d’Italie, zona Sud di Parigi, vicino a un grosso centro commerciale che, guarda caso, si chiama “Italie2”. Non avrei potuto trovare sistemazione migliore: si tratta di un bilocale con un bagno piccolo ma confortevole, una cucina all’americana (“quando ci mangi sembra di consumare un pasto al bar”, ha notato subito la mia compagna di viaggio) e una camera da letto con letto matrimoniale dal materasso comodo anche se un po’ duro. Al piano di sopra (noi siamo al pianoterra) ci vive una spagnola che si chiama Maria Angeles. E’ di Siviglia e non so ancora per quale motivo si trovi a Parigi (se per studio o per lavoro). Mi è capitato d’incrociarla appena arrivato, con ancora le valigie in mano. Si è presentata e mi ha stretto energicamente la mano. “Este es mi hermano”, ha detto presentandomi un ragazzo della sua stessa età (tra i 24 e i 30) con un cappellino da basket sulla testa. Il ragazzo ha sorriso. Gli ho stretto la mano e non ha detto una parola. Secondo me non è il fratello. Maria Angeles, prima di chiudersi la porta alle spalle e di lasciarmi coi miei bagagli e le chiavi di casa in mano, mi sorride. Ha due occhi azzurri luminosissimi e una folta chioma mora. La tipica tipa mediterranea. Molto formosa e decisamente attraente. Alyssa sa che sopra di noi abita una ragazza, ma ancora non l’ha mai incrociata. Meglio, perché sono sicuro che non le piacerebbe affatto avere una vicina così attraente (anche se sarà tale solo per poco). Oggi è Lunedì e Sabato abbiamo il volo del ritorno alla dura realtà. Troppo poco tempo per vedere tutto quello che c’è da vedere.
III
Seconda mattinata di vacanza. Abbiamo comprato le baguettes calde, appena sfornate. E due croissants buonissimi, da affogare nel caffelatte senza esitazioni (la dieta, per questi giorni, va a farsi fottere). “Li hai sentiti anche tu, stanotte?”, chiede Alyssa, assonnata. “La spagnola e il fratello, non li hai sentiti? Ci davano dentro con certa enfasi, non ti sei accorto di nulla?”. “Veramente io non ho sentito niente”, rispondo attonito. Come volevasi dimostrare: quello non era suo fratello. Maria Angeles mente. Ma credo che se lo possa permettere. Potrebbe avere la fila dietro, con quello sguardo e quel fisico.
IV
Il programma della giornata: usciamo a Pont Neuf e andiamo a visitare Nôtre-Dame, la famosa cattedrale. Quello che più mi colpisce sono i gabbiani (o corvi? O semplici e prosaici piccioni?) che volano intorno alle guglie acuminate della struttura e tra gli alberi dei giardini che circondano la pianta dell’edificio. Spettacolare. O “spettacolar-popolare”, come ho scritto sopra: affianco a Nôtre-Dame, un giardino con panchine in cui due giardinieri del comune fischiano in direzione di due fanciulle in minigonna (con questo freddo) e mangiano lo spuntino mattutino fra risate sguaiate e ammiccamenti vari. Vorrei sedermi loro accanto per provare a capire di cosa parlino esattamente, e per mettere alla prova il mio grado di conoscenza della lingua. A francese sono scarso, ma mi difendo per chiedere informazioni di base, tipo strade, monumenti, autobus e fermate della metro. Quella che più mi piace, per la sua brevità e monumentalità: “Tolbiac”. Quella che più m’impressiona, per la sua misteriosa etimologia: “Réamur-Sebastopol”.
V
Grand Amphithéâtre de la Sorbonne. Dopo i controlli all’entrata da parte di due guardiani vestiti in doppiopetto azzurro smorto, assisto alla lezione inaugurale del congresso di esperti cui partecipo in qualità di “ponente”. Un dotto ordinario discetta di Aristotele, Cervantes e Shakespeare. Non riesco a seguire il discorso senza soccombere alla tentazione dello sbadiglio. Mi annoio e così mi alzo, saluto una collega napoletana accorsa anche lei a Parigi per gli stessi motivi accademici e me ne vo in giro a filmare con la mia piccola telecamera acquistata a Mediaworld in super-offerta (meno di una macchinetta fotografica). Salgo le scale che mi portano al secondo piano. Un altro guardiano mi ferma: “Non, non, s’il vous plait; ici non, c’est pas possible”. Chiedo scusa, “je suis desolé”, e, rosso in volto, torno all’ovile. Applausi. Significa solo una cosa: la lezione inagurale si è chiusa. Amen. Che inizino le sessioni parallele. Tocca a noi principianti o semi-tali. Prima però una pausa caffè. I mini-croissants pieni di crema sono ottimi; ma i miei preferiti sono delle madelaines bicolore: crema e cioccolato, o almeno credo. Il caffè è bevibile. Alyssa sorseggia un succo di frutta all’ananas, mentre si annoia tra professori che le presento, che mi presentano o che si presentano da soli, senza il mio seppur minimo consenso. “Chi è lei? Io l’ho già vista, era a Palermo l’anno scorso, non è così?”. “Beh, veramente sì, ero a Palermo, ma non mi ricordo di lei. Chi è lei?”. E lui, sorridente e presuntuoso: “Come, lei non sa chi sono io?”. No, non lo so. E nemmeno m’importa. Certe volte penso: ma è davvero questa la strada che voglio intraprendere?
VI
Museo del Louvre. Mi sta antipatica la Gioconda. Ma ancora di più, mi sta antipatica la gente che fa la fila davanti a quel quadro per fotografarlo (lo sanno anche i bambini che le foto ai quadri vengono sempre male: storte, sbiadite, fuori fuoco; sempre). Mi fermo, invece, estasiato davanti a “Amore e Psiche”, di Antonio Canova. Alyssa prova alcuni scatti, cambia posizione e colore (seppia; no, meglio in bianco e nero). Già che ci siamo, le indico Mercurio, con le ali ai piedi. Lui sì, mi sta simpatico. Sarà perché, come disse un mio amico, e coinquilino a Pisa, vivo di fretta.
VII
Museo d’Orsay. Mercoledì pomeriggio, dopo aver assaggiato due paste al caffè e una alla vaniglia (e il pan au chocolat). Ciò che più colpisce (oltre alla immensa quantità delle opere d’arte contenute in questo immenso spazio) è che si tratta di un’ex-stazione ferroviaria. Ci sono ancora le tracce, esaltate dalla nuova funzione che svolge il luogo: c’è l’orologio centrale, enorme, dorato, che segna i minuti e le ore, così come, in precendenza, segnava i minuti e le ore esatte per i passeggeri diretti a Parigi e da Parigi diretti chissà dove. Ci sono le scale in ferro e le colonne d’acciaio, intrecciate come quelle della Tour Eiffel. Ci sono, sottoterra, i binari ormai morti della ferrovia. Passeggio e mi perdo tra sculture e schizzi e quadri e progetti utopici (lo era anche la Torre, prima che due ingegneri un po’ pazzi proponessero il loro piano a Monsieur Eiffel [ci pensò su due secondi; poi firmò il progetto, se ho capito bene dalla didascalia che ho letto sotto uno degli schizzi] – ci sono anche molte caricature di colui che appoggiò economicamente il piano). Estasi e gioia. Emozione di perdersi nello spazio e nei tempi.
VIII
Museo di Arte Contemporanea. Non troppo distante dai famosi Champes-Elysées. Un artista ungherese di cui non so il nome ha progettato una installazione in cui una ventina di televisori s’incrociano lungo un percorso periglioso emanando ognuno una fetta d’immagine (le varie fette dovrebbero incrociarsi fino a formare un mosaico visuale in movimento: a me, invece, per ora, s’incrociano solo gli occhi). Su uno degli schermi si vede una mano, una semplice mano umana che colpisce ripetutamente, periodicamente, la telecamera, in primo piano. Su un secondo si vede il presidente degli USA, Mr. Bush, in uno dei suoi mille discorsi alla nazione; su un terzo, un dito indice che penetra una mano tra il pollice e l’indice opposti; su un quarto, si vede chiaramente una donna in preda ad un orgasmo (o sul punto di averlo); su un quinto, e questo è l’ultimo che mi fermo a guardare, c’è uno spogliarello, di un’attrice dai seni enormi, una specie di ballerina degli anni 50, prosperosa e simpatica con quell’acconciatura vistosa. Alyssa: “Lo sapevo che alla fine ti saresti fermato lì”. E io: “Ma lo sai che non fanno vedere la fine? Arriva solo fino al reggiseno. Poi basta”.
IX
Passeggiamo tra i fiori dei giardini del Jardin du Luxembourg. Ci sono le tipiche coppiette che mangiano il gelato; il senegalese che, disteso sull’erba, legge un giornale in spagnolo; un gruppo di cinesi o giapponesi che scattano foto ai tulipani. Si respira pace, tutt’intorno a noi. Poi usciamo su Rue de Rivoli e m’imbatto in una libreria di testi in lingua inglese (Galignani, si chiama, con nome vagamente italianeggiante). E qui faccio la mia piccola scoperta: credevo che The Rings of Saturn di W.G. Sebald fosse introvabile; e lo è, almeno in Italia. E invece, qui, a Parigi, lo trovo, in inglese, fresco di stampa, con una bella copertina suggestiva (com’è suggestiva la scrittura di questo genio). Lo compro al volo. E ne approfitto per prendere, dello stesso autore, ma questo in francese, Les emigrants. Siamo emigranti anche noi, oggi. Ora che ci penso, deve esserci anche un racconto di Sebald in cui l’autore descrive com’era la stazione d’Orsay, prima di divenire il Museo omonimo.
X
E’ Giovedì e domani mattina all’alba Alyssa riparte. Penso a cosa starà combinando sopra Maria Angeles. Si sente un certo sciabordare di acqua. Poi il tipico rumore che fanno i tacchi a spillo sul parquet. Forse si prepara per uscire. Magari è lì con il fratello-amante. Che l’attende, impaziente.
Fuori ha smesso di piovere. Alyssa inventa su due piedi un piatto di pasta col sugo al basilico. Fumo una sigaretta fuori dal portone perché so che le dà fastidio. E le sto antipatico quando me ne accendo una.
“Parigi non finisce mai”, le dico, citando il titolo di un romanzo che non ha letto (anche perché non credo sia ancora apparsa la traduzione in italiano).
“Che dici?”, esclama mentre mette la pasta fumante nel piatto.
“Niente. Che a Parigi dobbiamo tornarci”. E spengo la sigaretta.
sábado, julio 07, 2007
Uno studente (non so perchè, ma mi ricorda me stesso, quando avevo qualche anno di meno) è affacciato al balcone di casa, all'appartamento di fronte al mio (o meglio: di mio fratello). E' sera, sono le 22,30, i cinema all'aperto spargono nitrato d'argento dai proiettori posizionati in modo tale da permettere una visione discreta anche agli spettatori seduti ai lati dello schermo gigante (ce n'è uno anche qui sotto, a Piazza Vittorio, ma non so cosa danno, avrei voglia di guardarmi un bel film, quasi quasi scendo, anche solo per cercare di capire dal sonoro di cosa si tratta - Planet Terror, per caso? Quella famosa seconda parte di Grindhouse, quella girata da Robert Rodriguez, che ancora non ho avuto modo di vedere?).
Lo studente fuma una sigaretta con calma e osserva due ragazza sulla trentina appostate accanto a un'auto con i fari accesi e il motore spento. Sono vestite per il Sabato sera, indossano l'abito buone d'ordinanza: completo chiaro, la nera, completo nero, la bionda (entrambe con la borsetta intonata al vestito, per cui la mora ha una borsetta bianca, con gli strasse - come diavolo si scriverà mai "strasse"? - e la bionda una nera, senza niente che dia nell'occhio). Chiacchierano placide fra loro, ma da quella distanza lo studente non può sentire la conversazione. La mora fuma; la bionda parla e tiene sott'occhio il cellulare (starà aspettando il messaggio risolutore di una terza amica, o del fidanzato, o di un amico). Lo studente finisce la sigaretta e la getta in un vaso di cactus che decora discretamente il balcone. La mora, invece, quando da l'ultima boccata, la schiacchia con violenza con la pianta della scarpa con il tacco.
Lo studente, a questo punto, assume uno sguardo malinconico. Da dietro la finestra intravedo la sua piccola biblioteca (una montagnola di libri e la scrivania con il computer portatile d'ordinanza - è la seconda volta che mi viene fuori questa parola, ci sarà un perchè: perchè?). Si appoggia con le braccia alla balaustra e sembra protendersi verso le due fanciulle. E' evidente: stanno aspettando qualcuno che fa tardi all'appuntamento; stanno per andare a fare quattro salti in discoteca (il trucco, vistoso, denota una certa aria di sfida e voglia di mettersi in competizione, vediamo chi è che riceve più avances, vediamo se riesci a portartene al letto almeno un paio, ridono, la mora sogghigna, ha schiacciato la cicca di sigaretta con una violenza davvero estrema, deve essere un tipo molto deciso nella vita, quella reale, quella di tutti i giorni, non di Sabato sera, ovviamente, che è l'eccezione che conferma la regola un po' per tutti - almeno, per tutti quelli che, di Sabato sera, escono a fare quattro salti o quattro chiacchiere con gli amici al pub, o in centro, a passeggiare e a farsi notare dagli altri).
Poi arriva la ritardataria: "Aho, so due ore che stamo qua, quanto c'hai messo!", dice l'una (la mora); "Sta bona, ce stava la fila ar bagno stasera, c'è mi sorella che esce cor ragazzo, m'ha fatto propio gira, stasera!", risponde l'altra. E sia io che lo studente sentiamo tutto, anche da questa distanza (parallela, quarto piano, anche se l'uno di fronte all'altro).
Poi la ritardataria scrocca una sigaretta. La bionda smette di guardare il cellulare e lo infila in borsa. La mora si siede al posto del guidatore e partono.
Lo studente solleva lo sguardo e si accorge della mia presenza; fa una smorfia, misto di noia e rabbia. E si rintana. Io faccio lo stesso. E' Sabato sera. E lui deve studiare. Mentre io non ho sonno e mi lascio scappare le occasioni come niente fosse. Mentre i cinema, con gli altoparlanti a tutto volume, riempiono l'aria di effetti speciali e dialoghi smozzicati e fumo di sigarette.
jueves, julio 05, 2007
Sono giorni strani, questi. Isolato dal resto del mondo (la linea del telefono e l’ADSL saltati per non si sa ancora quale arcano motivo – che iddio mi coadiuvi, come scrissi in un comment a Habanera), vivo quel che mi resta da vivere senza poter telefonare a nessuno e senza poter ricevere chiamate (ne faccio dal cellulare, ma durano meno e si spende di più, l’assillo della scheda che finisce, magari proprio sul più bello).
Il tempo è estivo, nonostante il vento, il lavoro sempre quello, lo studio, intenso. Preparo le valigie per un viaggio a Parigi. E’ la prima volta che vado in Francia e l’idea mi eccita. Montparnasse, Montmartre, la cattedrale di Notre-Dame, il museo del Louvre, quello d’Orsay, il Quartiere Latino, moltissimi luoghi da visitare e opere da guardare (con gli occhi della mente – era così che Santa Teresa definiva l’immaginazione, o la capacità immaginativa; guardare oltre la superficie o proprio a partire dalla superficie delle cose per scendere nel profondo, nel dettaglio intravisto, nel significato riposto: mi domando quanta parte del suo successo debba l’ermeneutica al suo impianto “disvelatore”, di scienza che intepreta e sviscera i significati nascosti – di un passo della Bibbia, di un poema in prosa, di una canzone, di un’opera letteraria qualsiasi).
Sto per concludere un racconto che prima s’intitolava (con scarsa originalità) Snuff movies e ora, molto più liricamente, si chiama Il ronzio del mondo (sempre che non mi venga in mente qualcos’altro e cambi idea, all’ultimo minuto).
Devo andare fino a Viareggio per entrare in possesso (temporaneo) delle chiavi dell’appartamento. La padrona di casa si chiama Miren, amica d’Isabelle, lettrice di francese all’Unversità, conosciuta per caso a Padova e rivista per caso a Pisa. Miren fa la pianista a Sarzana (dalla regia mi dicono che è un paese vicino a La Spezia). Isabelle è amica di un mio amico. Ci si potrebbe scrivere un racconto, sul modo in cui sono riuscito a entrare in contatto con Miren e il suo appartamento a Place d’Italie (Piazza d’Italia, tu guarda il caso). Dice che è vicino alla Sorbonne. E’ lì che si svolgerà il congresso (l’emozione di parlare in quella storica università; la paura di sbagliare pronuncia; un congresso internazionale pieno zeppo di docenti ed esperti pronti a segnarti l’errore, anche di punteggiatura; unica, grande consolazione: non sarò solo; Alyssa mi accompagna).
Non so proprio come concludere: il professor Balmes è in procinto di (non) risolvere il caso; Clara è scomparsa, come quella de L’avventura, uno dei film più metafisici di Michelangelo Antonioni. La bella Monica Vitti perde il tempo a cercare l’amica, ma ogni gesto è vano; ogni illusione si schianta contro un paesaggio che parla di morte e abbandono; ogni colloquio con i presenti alla spedizione rischia di convertirsi in un litigio; siamo soli, su questa terra, e quella donna sembra essere stata inghiottita dalla terra. Place d’Italie è la destinazione, per ora. Prima viene Viareggio e il mar Tirreno, cui mi sto poco a poco affezionando.
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