lunes, agosto 27, 2007

I libri in soffitta

In questi giorni, oltre alle letture sacre (vedi sotto), mi son dato alla rilettura dell'ultimo romanzo di Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana (Milano, Bompiani, 2004). Quando lo lessi la prima volta, devo essere sincero, non ne rimasi così entusiasta; ad una seconda lettura, invece, il libro mi prende, la trama mi avvince, il personaggio m'ispira simpatia. La trama assomiglia alla Recherche di Proust; in realtà, potremmo definire il tutto come una sorta di "parodia proustiana" della ricerca del tempo perduto. Il narratore protagonista perde la memoria cosiddetta "episodica" (la serie di episodi che compongono la sua vita) e conserva intatta la memoria cosiddetta "semantica" (ricorda alla perfezione la data della morte di Napoleone, le citazioni da opere di T.S. Eliot, R.L. Stevenson e Pinocchio). Per cercare di recuperare anche la prima, sulla scorta dell'aiuto della seconda, Yambo (così si chiama chi racconta) torna nella casa paterna, affinchè i ricordi riafforino in modo più nitido e diretto (solo così gli si accende la "misteriosa fiamma" cui si riferisce il titolo).
Il libro si auto-presenta come "romanzo illustrato" ed in effetti è pieno di immagini: foto d'epoca, foto di copertine, illustrazioni di dischi degli anni in cui Yambo era un fanciullo (anni 30, inizio anni 40, quando Mussolini comandava l'Italia sotto l'egida del Fascio Littorio) e altro materiale documentaristico. Il fascino del libro sta anche in questo apparato "visivo" che lo stesso narratore-protagonista ci fa vedere e ripercorre avidamente con lo sguardo per tentare una ricostruzione il più possibile obiettiva e veritiera di chi era, di chi è stato e di chi è attualmente.
In tutto il romanzo si respira l'aria delle cose vecchie, della robaccia che confiniamo alla cantina perchè ormai inservibile o passata di moda; c'è aria di antichi costumi ormai in disuso, lampade a olio, camino acceso nell'inverno rigido delle Langhe, le zolle di terra con le viti ancora immature di un'uva che verrà a Settembre, puntuale, pioggia permettendo.
E così, anch'io, come Yambo, mi son ritrovato bambino, quando leggevo E.A. Poe senza capirlo, anche se i suoi racconti devono aver lasciato una traccia indelebile nel mio DNA di lettore; oppure quando, in vacanza, ne approfittavo per leggere Topolino (più tardi sostituito da Dylan Dog, l'unico fumetto che colleziono e leggo ancora oggi, alla veneranda età di 30 anni); e mi domando: ma quali sono stati i libri che mi hanno segnato? Con quali romanzi ho trascorso la mia adolescenza (turbolenta, romantica, estrema, dubbiosa, come ogni adolescenza che si rispetti)?
Mi vengono in mente subito tre titoli: Cent'anni di solitudine, di Gabriel García Márquez (ancora oggi non riesco a capire bene come e quanti membri compongano l'albero genealogico della famiglia Buendía, ma quel romanzo mi ha davvero cambiato la vita, lo lessi in tre giorni, di filato, dopo aver messo da parte i libri di scuola, e aver imparato a leggere la realtà da un'ottica distorta, la scrittura come "creazione di un mondo altro", in cui i personaggi volano, muoiono e risorgono per amore o per vendetta, dove le donne aspettano i mariti, in eterno, dove i generali perdono eternamente le loro guerre personali, dove le ragazze più affascinanti subiscono gli scherzi più amari del destino e finiscono col mangiare la terra o la calce delle mura di casa); e poi c'è Ulysses, di James Joyce, anche se in realtà la lettura integrale e completa venne in secondo tempo, quando ormai avevo 19 anni (la prima cosa che lessi di questo anti-romanzo geniale fu l'ultima parte, il monologo lunghissimo e sconnesso, lirico e assurdo, di Molly Bloom, ero turbato dalle parole che l'autore immagina la sua creatura romanzesca dica in sonno o in sogno, quanti pensieri intrecciati a desideri, quante dichiarazioni di poetica, smentite, amori nascosti, parolacce, intimità violate, ascoltando l'andirivieni a spirale dei pensieri notturni di Molly, la moglie di quel povero disgraziato di Leopold Bloom, uno di noi, ricordo ancora il professore d'Inglese al Liceo, una mattina entrò in aula e scrisse queste due frasi alla lavagna, a caratteri cubitali, parole, per me, all'epoca, piuttosto incomprensibili: "Leopold Bloom siamo noi; J.A. Prufrock siamo noi"); e infine c'è La metamorfosi, di Franz Kafka, non potevo credere a quanto leggevo, Gregor Samsa che si sveglia scarafaggio (o insetto mostruoso non ben identificato, non ricordo bene), un dolore, una pietà assoluta a leggere il rendiconto dettagliato di questo essere rifiutato da tutti, vilipeso, incompreso, isolato anche dai genitori, i quali provano vergogna del suo nuovo stato malaticcio e vorrebbero liquidarlo, cancellarlo per sempre dalla faccia della terra (solo dopo avrei capito tutta la ricchezza semantica della scrittura di Kafka, il suo carattere enigmatico, e intuito che David Cronenberg dovette ispirarsi evidentemente anche a Kafka per creare il suo remake di The Fly - con Jeff Goldblum che perde i pezzi, che va letteralmente in pezzi, in nome della scienza e della scoperta della verità - ma la verità si paga sempre a caro prezzo, lo sa bene anche il protagonista della leggenda inserita nella parte finale de Il processo). Letture d'infanzia e, poi, d'adolescenza, senza le quali, forse, non sarei quello che sono e non saprei dove andare nel labirinto delle tante soffitte o solai che ci attendono (ma Yambo riuscirà mai a trovare l'origine della "misteriosa fiamma" della regina del titolo?). Sono ancora a p. 156, manca ancora un po' per scoprirlo. Meglio così.

miércoles, agosto 22, 2007

Apocalypse "now"



Per motivi "que no vienen aquí al caso", mi son armato di curiosità e pazienza e, proprio in questi giorni, ho concluso la lettura dell'Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia (uno dei primi best-seller della letteratura mondiale e di tutti i tempi) e, al contempo, ultima parte del Vangelo secondo Giovanni (anche se ancora oggi, nonostante siano passati tanti secoli e al di là dei numerosissimi e attentissimi studi da parte di critici e teologi, non si è ancora accertato se a scriverla sia stato davvero l'apostolo che risponde - rispondeva? - al nome di "Giovanni", oppure un altro che si spacciava per lui, o uno sconosciuto cristiano improvvisatosi "profeta" annunciatore del futuro che verrà; sono davvero tanti i misteri che suscita una lettura simile; oltre all'autore - o meglio, gli autori - la Bibbia è piena di misteri, di conti che non tornano, di letture trasversali, di interpretazioni allegorico-simbolico-misteriche dalle sfumature più variegate; per un primo approccio a quanto sostengo cfr. Frank Kermode, The Secrecy of Genesis, un piccolo capolavoro di critica letteraria).

Ciò che più mi ha colpito è che l'Apocalisse si sviluppa come un racconto (all'interno del racconto più generale e ampio che copre gli avvenimenti che vanno, appunto, dalla Genesi, fino alla Fine di Tutto e alla discesa del Regno dei Cieli) e che, all'interno di tale racconto, la scena della resurrezione e del conseguente Giudizio Universale di tutti i morti, o meglio, di tutti i vivi che poi sono diventati morti, occupa pochissimo spazio, appena un capitoletto, per l'esattezza il 20 (vv. 11-15).

Anche all'interno di questa micro-struttura l'andamento è narrativo (e sintetico: poche frasette per dire tutto quello che l'apostolo-profeta vede e sente e che, evidentemente, dopo la visione profetica, mette per iscritto, affinchè tutti lo leggano e lo sappiano, ricordiamoci che Giovanni scrive perchè convinto che la Fine è imminente - anche se poi, nel corso dei secoli, sappiamo che non è più così, che, come dice lo stesso Kermode, succitato, la Fine da imminente si è fatta immanente, e ogni secolo, ogni comunità umana, ogni cultura si è "inventata" per così dire la sua Fine Ultima, le sue Apocalissi personali (una delle ultime, che ha colpito l'immaginazione di quanti vivono nella zona occidentale del mondo, risale all'11 Settembre 2001, con riprese in diretta ritrasmesse a livello planteraio dalle tv di mezzo (o intero?) mondo - le due Torri che crollano come fossero di carton gesso, i due aerei che, a distanza di pochi minuti, si schiantano contro le finestre e i muri di cementoarmato); cfr. F. Kermode, The Sense of an Ending [ecco spiegato quell'articolo "indeterminativo" nel titolo: il Senso di "una" Fine, non "della" Fine, ognuno si sceglie il modo migliore per finire o per vedersi finito; in relazione al tema esiste un ampio ventaglio di possibilità; tra queste, quelle presentate da Giovanni non lasciano certo tranquilli e sereni; vedi le cavallette con volto umano che mietono morte e terrore sugli urlanti peccatori perseguitati fin sotto le grotte; la pioggia di sangue e le grandinate improvvise; i terremoti che sconquassano i mari; il cielo che si rabbuia e la luna che diventa rosso sangue; ecc. ecc.]).

Ebbene, dicevo, i passi che parlano del Giorno del Giudizio e della resurrezione finale sono scarni e occupano poco spazio, all'interno dell'intero libro. E seguono anche loro un andamento narrativo; sembra che l'autore adotti la tecnica musicale del crescendo (ciò che in letteratura si chiamerebbe climax, ovvero: partire da un elemento dato, accomunarlo a un altro di maggiore spessore, sovrapporne un terzo, fino ad arrivare al parossismo, all'iperbole, a un'immagine che non può non colpirci):

1-Prima fase: "Allora vidi un gran trono bianco e quegli che vi stava seduto; innanzi al suo sguardo la terra e il cielo scomparvero, e di essi non si trovò più traccia".

Un attacco di grande effetto, non c'è che dire: Giovanni immagina di guardare il trono su cui è seduto l'Innominato (Dio Onnipresente e Onnipotente; ma perchè il trono è proprio di quel colore, bianco?) e poi immagina che col solo sguardo questi faccia sparire terra e cielo. Cosa resta se togliamo il cielo e la terra? Quale paesaggio desolato potrebbe presentarsi a quel punto dinanzi a questo Essere Supremamente Adirato il giorno del Giudizio Finale? Noi, che siamo umani, non potremmo immaginare il nulla; o forse sì, ed il nulla è proprio questo: l'assenza totale di ogni riferimento spaziale, via la terra, via il cielo, resta, forse un nero assoluto (perchè associamo il nulla al nero? Altra questione aperta);

2-Seconda fase: "Vidi anche i morti, i grandi e i piccoli, ritti davanti al trono, e vennero aperti dei libri. E un altro libro venne aperto: il libro della vita."

Qui la cosa curiosa è che Giovanni "guarda con" Dio, è una visione "stereoscopica", fatta in contemporanea con Dio, diciamo pure che, evidentemente, sia Dio che il suo profeta, si trovano alla stessa distanza e alla stessa altezza dal punto da cui vedono (hanno la visione di) quanto succederà quel giorno. Dunque, cosa vede Giovanni, insieme a Dio? I morti, grandi e piccoli... (nota quell' "anche": perchè "anche i morti"? Si riferisce per caso alle altre visioni e al fatto che a quelle si accocia quest'ultima visione, con tutti i morti?). Dicevamo: i morti, grandi e piccoli. E qui forse non si sta riferendo all'età di quei morti (o forse è proprio quella la differenza che sottolinea? La differenza anagrafica: tra i morti anziani e i morti prematuri, i bambini, i neonati? Ma che sfortuna enorme, nascere proprio poche ore o pochi minuti prima del Giorno del Giudizio, no? Che sadismo, da parte di chi lo consente... o sbaglio?), ma anche alla differenza di rango: il giorno della resurrezione "universale" risorgono davvero tutti, sia i poveri che i re, sia i morti di fame che i potenti della terra (la Morte, si sa, livella ogni esistenza). E poi viene il bello: oltre alla schiera (quanto immensa) dei morti, Giovanni dice di vedere dei libri... A quali libri si riferisce? Mi faccio aiutare dal commento del curatore dell'edizione BUR che ho comprato: all'epoca si credeva che esistessero due tipologie di "libro": quello in cui è descritta fin nei minimi dettagli la vita di ognuno di noi; e il "libro della vita", appunto, che Giovanni immagina di vedere aperto subito dopo l'apertura di quegli altri "libri": quest'ultimo è il libro in cui sono scritti i nomi (e descritte le esistenze?) di tutti gli eletti, dei santi, di coloro che, amati dal Signore, sono stati da lui scelti per far parte del suo Regno eterno (e per l'eternità). Dunque, Dio legge in questa doppia fila di libri: nei primi ricapitola le vite di tutti; nel secondo verifica che l'eletto sia davvero tale; che le opere compiute in vita (e descritte nel primo libro) meritino l'elezione certificata (e dettagliata) nel secondo libro, quello della vita. Di fatto, viene la terza fase:

3-Terz fase: "E i morti vennero giudicati in base a quanto stava scritto sui libri, secondo le loro opere".

Ora, immagini il lettore quanto casino possa causare una causa universale, di dimensioni, appunto, "mondiali". Quante lamentele, quanti pianti e dimostrazioni di pentimento, l'ultimo giorno della vita sulla terra; quanti insulti e bestemmie da parte di chi sa già che è condannato (e perciò il suo nome non appare nè mai apparirà sul "Libro della Vita", è già scritto e Dio sa tutto); quanta allegria, invece, e salti di giubilo, da parte dei santi, dci beati, dei misericordiosi, di chi ha fatto del bene, di chi ha fatto sempre buone azioni; quanta incertezza, o paura, o brividi sulla schiena da parte di coloro che effettivamente non sanno, ignorano se le loro sono state davvero "opere buone", se meritano il Regno dei Cieli, se il loro nome appare davvero nel secondo libro aperto; e Dio, da Sommo Giudice, seduto sul trono bianco, che ascolta e passa in rassegna le vite di tutti... Una Biblioteca di Babele, un Universo in espansione verbale, un putiferio, che casino di nomi, date, fatti, un processo generale da portare a conclusione in mezzo a tante anime di defunti arrabbiati, malinconici, preoccupati, felici, scontenti, gioiosi, giubilanti o terrorizzati...

4-Quarta fase: "Il mare poi restituì i morti che in esso riposavano, e la morte e l'ade restituirono i morti in essi; essi vennero giudicati ognuno secondo le opere sue. E la morte e l'ade furono gettati nell'abisso di fuoco; questa, l'abisso di fuoco, è la seconda morte".

La prima domanda è: come fa il mare a restituire i morti, i cadaveri dei naufraghi che in esso persero la vita? Una bassa (o alta) marea? Un'onda anomala tipo tzunami che riversa i corpi nei pressi del trono del Sommo Giudice? Non solo: i morti risorgono dalla morte (personificata) e dall'ade (anche questo, all'epoca, personificazione del luogo in cui opera la morte). E in secondo tempo, il colpo di scena più sconcertante, per un lettore moderno: la morte stessa muore, insieme ad Ade, e finisce nell'abisso di fuoco: l'ultimo giorno, non solo risorgeranno tutti i morti (e i condannati finiranno per sempre nel fuoco), ma morirà la stessa morte; la morte che muore, per lasciare spazio alla felicità e alla beatitudine eterna che regnavano eternamente prima che Adamo ed Eva venissero cacciati dall'Eden... Fa davvero effetto immaginare la morte della Morte (possiamo immaginarcela così come la dipingevano i pittori del Medio Evo: la falce che tanto ha mietuto improvvisamente ridotta ad ammasso di metallo fuso, fonde nel fuoco dell'abisso di fuoco eterno; i quattro stracci sullo scheletro divampati e ridotti immediatamente in brandelli, in cenere, in fumo, in nulla).

5-Quinta fase: "E chi non fu trovato scritto nel libro della vita venne gettato nell'abisso di fuoco".

Una conclusione diabolica, per certi versi; cattivissima e definitiva: evidentemente non serve nemmeno aver operato correttamente e secondo il bene e il buono predicati da Cristo e incarnati da Dio; per salvarsi la pelle occorre essere dentro la lista di quelle vite descritte nel libro della vita; la Provvidenza Divina non fa sconti, mantiene in vigore il libero arbritrio (la libertà di scegliere - di fare il male o il bene), ma non perdona le origini (e allora, dove va a finire il libero arbitrio, se Dio già sa, fin da prima della mia nascita, che la vita descritta nel primo libro, non è contemplata nell'elenco delle vite di quelli che appaiono nel secondo, più cruciale, Libro della vita?). Il libro (dell'Apocalisse) prosegue, descrivendoci quello che succederà una volta che Dio introdurrà il suo Regno per secula seculorum (Satana sconfitto, anche lui, insieme a Morte e Ade, in mezzo al fuoco dell'abisso del fuoco). Ma io smetto di leggere, e chiudo il libro, con in mente l'immagine di questi poveracci che, esclusi dall'altro libro, finisco insieme a Morte, Ade, Satana e altri dannati vari... gettati nelle fiamme, come pezzi di legno o stracci che non servono più a niente, come resti e scarti da dimenticare per sempre...

sábado, agosto 18, 2007




Una seconda casa misteriosa




Dopo quella di cui ho parlato in qualche post del passato (non ricordo quale e non mi va di stare a ritrovare la data esatta del post), questa qui a fianco è la seconda casa misteriosa che si trova nei miei paraggi. Sembra una casa normale: un appartamento al secondo piano di una palazzina di fronte al palazzo in cui abito io da ormai 3 anni. Ultimamente, però, la casa sembra frequentata da presenze alterne e variegate che non riesco a decifrare. L'altra mattina, mentre studiavo, ho visto affacciati al balcone due donne di colore con addosso due strani camici azzurri. Una divisa, una specie di "copertura" di plastica, come quella sorta d'impermeabile che usano i chirurghi in sala operatoria per non sporcarsi di sangue. Le due donne di colore fumavano e chiacchieravano placidamente, sotto il sole d'Agosto, ignare del fatto che qualcuno, dall'appartamento di fronte, le stesse osservando. Fumavano e chiacchieravano del più e del meno, ma a quella distanza non potevo sapere di cosa, non sentivo nulla, eccetto qualche parola sparsa e pronunciata con un tono più elevato. Sembravano intente a fare una pausa durante il lavoro. Erano inservienti? Donne delle pulizie? Bidelle (con quel camicie così strano e dal coloro azzurro così peculiare?).

La mattina dopo la scena era identica al giorno prima, ma i protagonisti erano cambiati. Un padre di famiglia aiutava il figlio di pochi mesi ad aggiustare un triciclo minuscolo. Gli stava riparando la ruota anteriore. O regolando le due ruotelline più piccole posteriori. Dopo poco, entrava in scena anche lei, la moglie, una bella donna sulla trentina, con pantaloncini corti, infradito e una maglietta scollata di una nota marca sportiva. La donna, bionda, carezzava i capelli del bambino, anche lui biondo, e diceva qualche battuta a suo marito. Una famiglia allegra, come ce ne sono poche, ultimamente (o almeno, questo mi veniva da pensare guardando quei tre, membri affiatati di un nucleo pieno di allegria, di voglia di stare insieme, come dire, di gioia domestica di condividere gli stessi spazi - l'appartamento - e gli stessi momenti - l'estate pisana; metà Agosto, le ferie forse ancora lontane).

L'altra sera, invece, torno da lavoro e vedo un anziano appoggiato alla stessa ringhiera su cui sono appessi i jeans e i pantaloni che si ammirano nella foto. Il vecchio signore fuma una sigaretta e guarda in direzione del giardino sottostante. Due gatti si riposano sotto i raggi della luna. Sono le due (ultimamente, da quando lavoro, vado a dormire tardi, o comunque: non prima delle due) e questo anziano signore dai capelli bianchissimi fuma e guarda i gatti (come recita il verso di una canzone del passato). Poi solleva lo sguardo e capisce che, da dietro questa finestra, dallo spazio che intercorre tra la serranda e la soglia, c'è qualcuno che lo sta spiando (spengo subito la luce, ma ormai, come si dice, la frittata è fatta, sa che lì dietro c'è chi lo spia). Mi fa paura, non so perchè, ma lo sguardo che lancia nella mia direzione quest'uomo m'incute un certo timore indefinibile (e la paura è sempre legata a qualcosa che non conosci e che comunque avverti come pericolosa e perciò, assolutamente, da evitare, costi quel che costi).

La mattina dopo, con le occhiaie e un viso stravolto dall'insonnia, ho alzato la serranda e ho di nuovo intravisto la famigliola del bambino biondo. Nel tardo pomeriggio, invece, è riapparsa la coppia delle donne di colore. Indossavano ancora quegli strani grembiuli azzurri. Escludiamo l'ipotesi che siano delle bidelle (quell'appartamento non è scuola; una scuola è composta, semmai, da più appartamenti messi insieme); escludiamo anche l'ipotesi che siano amiche o colleghe dell'anziano signore che guarda i gatti alle due di notte. Allora, cosa ci resta? Una famiglia, composta da una trentenne avvenente e bionda, un bambino biondo pure lui e col triciclo rotto (oppure è la ruota davanti a dare problemi, non scorre, non gira a dovere) e un marito atletico e premuroso (sia nei confronti del piccolo che della moglie). In che rapporti sono col vecchio? E' per caso il nonno del piccolo col triciclo (nonno paterno - padre del marito; oppure materno - e allora è il padre della trentenne)? Forse che le due donne di colore sono le responsabili della pulizia della loro bella casetta? Fanno le pulizie, rimettono in ordine, spolverano, stirano e appendono quegli stessi jeans che ora vedo in foto (e su cui il vecchio dell'altra notte ha poggiato i gomiti per osservare quei due gatti sonnacchiosi sotto i raggi lunari)?. I conti non tornano. Passano i giorni e non riesco a scovare la chiave giusta a questo rebus. I tre gruppi non s'incrociano mai (oppure sono io lo sfortunato e non riesco mai a vederli insieme, a coglierli nel momento in cui vengono inquadrati nello stesso spazio, o porzione di spazio - il balcone, con le due finestre, è tutto lo spazio, in realtà, che riesco a scorgere da questa mia finestra semi-chiusa - o semi-aperta). Ho paura che possano scoprirmi. Non che sia uno spione, o un voyeur di professione (anche perchè anche a me darebbe fastidio sapermi spiato da qualcun altro); però, ripeto, mi piacerebbe "coglierli" in un'unica inquadratura. Le due donne di colore; la famigliola allegra; il vecchio dai capelli bianchi che guarda i gatti. Non so. Forse non si tratta dello stesso spazio (e l'appartamento che io credo "unico" e "solo" è in realtà "più appartamenti" - dello stesso palazzo - che si alternano girando o capovolgendosi di 360 gradi ogni volta che li osservo). Oppure sono io che sto impazzendo e che soffro di solitudine. La casa (anche questa seconda casa) continua ad essere un mistero...

jueves, agosto 16, 2007



Ligabue e Elisa






L'anno scorso Julieta Venegas rappresentò la colonna sonora della mia estate da studioso di Letterature Straniere Moderne (ricordo ancora con gioia - e riascolto ancora con allegria - il ritornello di Me voy, il pezzo più famoso dell'album Limón y sal - ma anche Mi primer día non è male); quest'anno, semplicemente, non c'è colonna sonora che tenga (o che mi coadiuvi a superare questa noia mortale e questo periodo complicato, lavoro e studio in una Pisa deserta, i turisti scattano la classica foto fingendo di reggere la torre pendente con due mani, mi piacerebbe vedere la faccia che farebbero se la torre, proprio nell'istante dello scatto fotografico, crollasse rovinando strepitosamente a terra, sull'erba e il cemento della famosa Piazza dei Miracoli, sì, quello sì che sarebbe un miracolo, ma alla rovescia...). Però continuo ad ascoltare musica, è ovvio. Ascolto Ligabue, che non mi piace, ma l'ascolto lo stesso quando giro in bici e m'imbatto in questi due versi da L'odore del sesso:


"e ci siamo mischiati la pelle le anime le ossa


ed appena finito ognuno ha ripreso le sue".


Molto icastica come immagine. I due amanti che si mescolano tutto, compreso le ossa, e poi le raccolgono e se ne reimpossessano, ognuno torna "singolo", un "pezzo unico", per così dire, il dolore della separazione, non più "uno+uno", ma "uno" soltanto, separato dall'altro. In questi giorni leggo un romanzo di un autore del cui nome non voglio ricordarmi che parla proprio di questo: i morti che, il Giorno del Giudizio, recupereranno i loro resti mortali; e allora sì, il decapitato rimetterà la testa al proprio posto, sul tronco, e lo squartato proverà a rimettere insieme i pezzi e l'annegato a svuotare i polmoni dalle alghe incagliate nelle interiora... Questi due versi di Ligabue mi fanno pensare alle stesse immagini; con una differenza, però: che qui non si tratta del Giorno del Giudizio, ma della fine di un rapporto amoroso. Una tragedia anche quella, perchè in tal caso i giudici sono due e ognuno è pronto a condannare l'altro (o a lasciarsi condannare) per i motivi più disparati (e più disperati, in genere). Quanto dolore, quante lacrime inutili, quante recriminazioni...


Poi passo a Elisa, ascolto Qualcosa di te, titolo apparentemente banale. M'imbatto in queste parole (che, sia detto per inciso, accompagnate alla musica fanno tutte ovviamente un altro effetto):


"E miracolosamente non


Ho smesso di sognare


E miracolosamente


Non riesco a non sperare


E se c'è un segreto


E' fare tutto come


Se vedessi solo il sole"


Certe volte ci provo, a fare tutto come se vedessi solo il sole. Questa canzone mi riconcilia con la vita. Mi aiuta a sopportarne gli alti e i bassi, i cosiddetti "voltafaccia" della Fortuna. Sarà che sono anche metereopatico (si scrive così?) e quando c'è il sole (quando siamo in estate) mi sento meglio, e più ottimista, o più energico... Elisa e Ligabue hanno duettato in un'altra canzone. Lui l'ha scritta, lei la canta (se non vado errato). S'intitola Gli ostacoli del cuore. Mai titolo fu più azzeccato per inquadrare la situazione del momento. Sono un sentimentale, in fin dei conti...

martes, agosto 14, 2007

Non essere più “io”

Io non sono io,
a volte mi sento strano e vago per la casa
come anima nel limbo
in attesa del Giorno del Giudizio.
E certe volte me lo dici anche tu,
mi rimproveri per la mia passione
malsana per i libri e i viaggi
ultramondani
e le passeggiate in riva alla Senna
(ti ricordi quei giorni
di Luglio, quanta pioggia
in una città piena di turisti e
senza nemmeno un venditore ambulante
a venderci un ombrello
sotto l’arcata centrale
di Nôtre-Dame?).
Piangere a volte fa male alla gola
e non serve a niente
recriminare, rimpiangere,
promettere ammende,
anelare passaggi a stati d’animo
migliori, più adatti al momento,
a questa crisi che non sappiamo più se
è ancora di passaggio,
o è già tutto passato
e io non sono più io,
e nemmeno tu sei più te stessa
e nessuno dei due sa quale
strada prendere e se sarà
ancora la stessa, presa
da entrambi,
con la stessa sagacia,
la stessa pazienza,
un’allegria unanime.

domingo, agosto 12, 2007


In prossimità del Ferragosto...
...mi fermo a pensare e mando un messaggio a mia sorella (quindici anni appena compiuti, un cespuglio irruento di capelli ricci come suo fratello - Dadda, non io, che ce li ho solo "mossi"). Mi scrive dalla città immersa nei monti abbruzzesi in cui sono nato. Mi manda baci e carezze (questi giovani di oggi non li capisco, utilizzano un vocabolario tutto loro, si lanciano baci, carezze e smancerie che a volte mi lasciano a bocca aperta, forse, ai miei tempi, eravamo tutti più puritani, i ragazzi da una parte, le ragazze dall'altra, ognuno a svolgere il suo ruolo - i ragazzi, timidi o falsamente spavaldi, a prendere per il culo le fanciulle; queste ultime, molto più sveglie e adulte di noi, intente a spettegolare con le compagne di banco e ad eleggere il più bello e - perciò anche il più inavvicinabile - di tutti). Intanto, Alyssa viene incontro ad una mia vecchia richiesta e lo faccio, ebbene sì: l'ho fatto; mi sono rasato a zero (uno di quei vecchi amici che ho lasciato nella cittadina abbruzzese di cui sopra avrebbe esclamato, col solito tono sornione: "Me pari un nazisqueek!"). E' più fresco, anche se ultimamente qui, da dove scrivo, da questa città abbondonata da dio e infestata di turisti (gli italiani sono scappati tutti al mare, lasciando campo libero ai topi d'appartamento), non fa certo l'afa di fine Luglio, soffia una brezza che rasserena, anche se il lavoro è sostenuto e i ritmi accelerati (solo la lettura non riesco a riportarla agli antichi livelli, quando svolgevo solo un lavoro, e il tempo scorreva veloce tra le pagine di mille autori o menti analitiche). Intanto, Alyssa è di là, che dorme, e io riguardo vecchie puntate di un programma di Serena Dandini e Corrado Guzzanti, con un Neri Marcorè strepitoso nei panni di Alberto Angela ("se avete la pazienza di seguirmi...") e un Guzzanti-Vulvia, presentatrice di Rieducational Channel, che fa ballare dalle risate per la voce e le presentazioni assurde di documentari alla - questa volta sì - Piero Angela (e se lei fosse una di loro e, invece di Vulvia, si chiamasse Angela Angela?).
P.S.: nel post precedente sostenevo che i libri di W. G. Sebald continuano a parlarci, attraverso il tempo e il suo nero abisso, finchè saremo disposti a leggerli (e a percorrerli con lo sguardo: le foto, onnipresenti). Mi sbagliavo: il lettore "curioso e impertinente" può ascoltare la voce dello stesso Sebald in un'intervista radiofonica andata in onda il 6 Dicembre del 2001 per una radio americana, KcRw: questo è il link:
Fa davvero effetto sentirlo parlare dei suoi romanzi (qui, in particolare, di Austerlitz) e delle tecniche narrative o dei modelli letterari che lo hanno ispirato nel corso della sua notevole, eppur breve, carriera. Dovrei riascoltare meglio il tutto (in inglese); soprattutto quel brano in cui parla del "carattere ipotetico" della sua prosa, qualcosa che oggi appare forse originale, ma che faceva parte del bagaglio letterario di moltissimi romanzieri del XIX secolo (penso a Dickens, a Dostoevskij o allo stesso Tolstoj). Il "modo ipotetico" come possibile forma di narrare quanto non si può raccontare... Rifletterci sù durante il "rewind".

viernes, agosto 03, 2007

Il tempo ritrovato nelle macerie: W. G. Sebald e la narrativa per immagini

Se c’è un aspetto che colpisce macroscopicamente nella scrittura di W. G. Sebald (autore austriaco nato nel 1944 in un paesino delle Alpi Bavaresi e morto in un incidente stradale vicino a Norfolk nel 2001) è la presenza costante di immagini inserite nel corpo del testo a riprova del fatto che quanto il narratore dice non è frutto esclusivo della propria fantasia, ma è esistito davvero, ha avuto una sua “presenza empirica” nel mondo reale (o nell’ambito di ciò che, per convenzione linguistica, siamo soliti designare col termine “reale” - anche se quanto leggiamo sembra essere frutto dell'immaginazione più "romanzesca" possibile e immaginabile).
Il primo libro che scoprii per caso di Sebald aveva un titolo strano, che in spagnolo suonava ancora più “raro”: Historia natural de la destrucción, apparso postumo nel 2004, se non erro, riuscì a catturare la mia attenzione che vagava tra saggi di critica letteraria e romanzi horror di serie B. Il libro parlava (o meglio: parla, non è morto, come il suo autore, ahimè) di una pagina nera della Storia Contemporanea della Germania della Seconda Guerra Mondiale: i bombardamenti a tappeto che gli Alleati pianificarono contro i nazisti con lo scopo primordiale di ridurre in ginocchio e alla resa definitiva il nemico. Ricordo ancora una foto in cui si vede una cameriera intenta a lustrare uno specchio appeso a una parete (o era una finestra?), unica porzione superstite di una casa completamente rasa al suolo. E’ difficile riprodurre o spiegare il pathos che sprigionano queste fotografie. Ricordo anche la foto di due piedi, calzati in un paio di scarpe di cuoio ridotte in brandelli (i brandelli mescolati senza sorta di continuità con i pezzi di stoffa grezza dei calzini; i piedi sono piccoli, evidentemente appartengono a un bambino o ad un adolescente, non ci sono didascalie che chiariscano l’arcano, dobbiamo e possiamo intuirlo solo dalle parole del narratore).
Più noiosa, invece, la parte in cui l’autore, da saggista qual’era, cerca di scandagliare la letteratura tedesca scritta immediatamente dopo la fine del conflitto per verificare come e perché molti autori si chiusero a riccio o adottarono il silenzio, o l’autocensura, nei confronti di quella tragedia. Intere città rase al suolo, con effetti simili, se non peggiori, a quelli causati dal lancio della prima bomba atomica su Hiroshima e nessuno, tra intellettuali impegnati o romanzieri di fama, che avesse preso posizione dinanzi alle migliaia di morti e feriti caduti sul suolo patrio.
Poi è stata la volta di Austerlitz: lo comprai in Italia, ma lo lessi a Madrid, restando folgorato dalla storia angosciante e comicamente triste dell’individuo omonimo del titolo. Un bambino cresce in una famiglia medio-borghese e i familiari riescono a nascondergli l’avvento del nazismo, gli orrori dei campi di concentramento e delle persecuzioni razziali, fino a quando non cresce e, diventato adulto, compie una sorta di ricerca del tempo perduto, riscoprendo, all’indietro, le sue antiche origini ebraiche, tra foto d’epoca e d’infanzia, pubblicistica antiquata e paesaggi evocativi di un mondo che non c’è più (non scorderò mai l’evocazione della stazione d’Orsay, prima che divenisse l’attuale Museo parigino, né l’analisi delle origini del manicomio di Bedlam, vicino a Londra, famoso anche tra i letterati del 700 – ne ho trovato tracce nel Sentimental Journey del reverendo Sterne, oltre che nel – di poco – successivo The Man of Feeling, dello scozzese Henry Mackenzie; le ricerche sono continuate nel corso degli anni, anche attraverso internet: oggi esiste un museo dedicato ai freaks più famosi ospitati in quel luogo dedito alla cura delle malattie mentali e ormai chiuso per sempre).
Ora che mi fermo a pensarci Sebald è uno dei pochi autori i cui libri possiedo in versioni diverse dall’italiano: comprai, come ho già ricordato in un post precedente, Les émigrants in francese e gli introvabili The Rings of Saturn in inglese. Oltre a questi titoli, ho anche, in italiano, la raccolta di racconti Vertigini e in spagnolo la raccolta di saggi di critica letteraria Pútrida patria (il cui titolo originale, però, dovrebbe essere, in italiano, Camposanto, termine – oltre che luogo - che riassume bene parte della poetica a volte cupa, altre “decadente”, dell’autore - ma non manca mai l'ironia e un peculiare senso dello "humor" in questo autore schivo, anche quando parla di "distruzione", "morti" e "tracce che scompaiono sulla sabbia").
Spagnolo, francese, inglese, italiano. Peccato che non conosca il tedesco.
The Rings of Saturn (ovvero: “Gli anelli di Saturno”) è forse la sua opera migliore. Si tratta di dieci racconti attraverso i quali l’autore ripercorre, rievocandoli, i suoi viaggi di perlustrazione intorno alla costa dell’Inghilterra dell’Est. Guidato da un acutissimo senso della morte e della lenta metamorfosi di tutte le cose in polvere, in fumo, in nulla, sotto l’astro letterario del grande maestro di stile Sir Thomas Browne (un medico inglese della seconda metà del XVIII sec., ossessionato dai cadaveri – e da ciò che resta, per poco, dopo che saremo morti), oltre che da certi ghigni metaletterari alla Borges, Sebald ci accompagna in un viaggio nello spazio che è anche e contemporaneamente un viaggio nel corso del tempo. Anche in questo libro il lettore resterà sorpreso dalla presenza di foto sconcertanti. Come quelle dei resti di alcune costruzioni militari smantellate intorno agli anni 70 nel promontorio di Orford, un luogo sperduto in cui gli inglesi compivano i loro esperimenti nucleari per non essere da meno delle due potenze che spaccavano il mondo durante gli anni della Guerra Fredda (gli USA, da un lato, e l'URSS, dall'altro). Il lettore che contempli le foto senza leggere il testo non riuscirebbe ad attribuire uno spazio geografico certo a quei paesaggi. “I imagined myself amidst the remains of our own civilization after its extinction in some future catastrophe”, commenta l’autore, che, come spesso succede, qui è anche narratore e personaggio protagonista della storia che ci racconta. “Mi immaginavo come se fossi tra i detriti della nostra civiltà dopo la sua stessa estinzione in qualche futura catastrofe”: non trovo definizione migliore per la scrittura di Sebald, la quale nasce dalla contemplazione di ciò che resta, nel tempo, e si eleva al di sopra del contingente per portarci a riflettere proprio sulla finitezza del tempo e sulla falsa eternità che acquistano gli oggetti, i monumenti, le date e le persone una volta che il loro tempo è trascorso e si è definitivamente consumato (ma il tempo si consuma davvero? Le foto non servono a "eternizzare" quanto accaduto e una volta era "presente"? Rileggere con attenzione il saggio La chambre claire di Roland Barthes).
Sebald cattura con una prosa scarna e ipnotizza mentre riflette sulla “deperibilità” stessa della propria esperienza vitale. Morì vicino a Norfolk, lì dove si pensa che vennero rinvenute le ossa di Sir Thomas Browne, il quale, a sua volta, aveva dedicato bellissime pagine proprio al destino delle nostra ossa una volta sepolti: quelle parole vennero tradotte, prima, e parafrasate, poi, dallo spagnolo Javier Marías, in un suo libro che, guarda caso, s’intitolava El siglo e così suonano (ancora oggi, per chi abbia voglia di leggerle):

“¿quién conoce el destino de sus huesos, o cuántas veces lo habrán de enterrar? ¿Quién posee el oráculo de sus cenizas, o sabe hasta dónde llegarán a esparcirse? ¿Quién intuye qué pisadas hollarán su tumba, o cuántas urnas se volcarán? ¿Quién el tacto y forma de su calavera, o el humo pestífero de sus propias reliquias?”.

Ovvero:

“chi conosce il destino delle proprie ossa o quante volte verranno sotterrate? Chi possiede l’oracolo delle sue ceneri, o sa fino a quando dovranno essere sparse? Chi intuisce quali orme verranno lasciate sulla propria tomba, o quante urne verranno rovesciate? Chi il tatto o la forma del proprio teschio, o il fumo pestilenziale delle proprie reliquie?”.

L’ultimo racconto de Gli Anelli di Saturno si chiude con un immagine icastica del trapasso: Browne credeva che si dovessero coprire tutte le superfici riflettenti della casa del morto per evitare che questi potesse vedersi specchiato e, così, distrarsi o rattristarsi per quanto si lasciava dietro le spalle (la vita terrena; che gli specchi riproducono, ingannandoci perfino al momento del distacco). Mi chiedo, ora, a distanza di 6 anni dalla sua scomparsa: dove sarà mai sepolto W. G. Sebald? Una cosa è certa: i suoi libri ci parlano e continueranno a farlo, almeno finchè esisteranno lettori curiosi e inquieti pronti a partire per viaggi intergalattici intorno a questa nostra povera Terra, piena di immagini morte o ambigue e affascinanti, che continuano a guardarci e a spiegarci, forse, chi siamo.

jueves, agosto 02, 2007

Monday, July 30, 2007

A Ingmar Bergman, in memoriam
"Represéntase la brevedad de lo que se vive y cuán nada parece lo que se vivió"
¡Ah de la vida!... ¿Nadie me responde?
¡Aquí de los antaños que he vivido!
La Fortuna de mis tiempos ha mordido,
las horas mi locura las esconde.
¡Que sin poder saber cómo ni adónde
la salud y la edad se hayan huido!
Falta la vida, asiste lo vivido,
y no hay calamidad que no me ronde.
Ayer se fue, mañana no ha llegado,
hoy se está yendo sin parar un punto:
soy un fue y un será y un es cansado.
En el hoy y mañana y ayer junto
pañales y mortaja, y he quedado
presentes sucesiones de difunto.
Quevedo, Don Francisco de

lunes, julio 30, 2007


From Paris

[recopilación re-inventada (y – cuidado – revisada) de cuentos e imágenes]


I
Parigi. La prima volta che metto piede nella capitale e si mette a piovere, a Luglio, come fosse pieno inverno. Ancora non ho visto molto, ma, nel complesso, l’effetto è “spettacolare”. Anzi, direi: “spettacolar-popolare”. A due centimetri esatti dall’ingresso principale del Panthéon ho trovato due materassi, abbandonati vicino al secchio dell’immondizia da qualche barbone o clochard della zona che di notte dorme nei paraggi, potretto solo dalle stelle. E, cosa curiosa (come il diluvio che non accenna a smettere), a due passi dalla storica e mitica Università della “Sorbonne” c’è un cinema (il “Cinema Champo”, d’essai, ovviamente) in cui danno, proprio oggi e a partire dalle ore 17,30, Ultimo tango a Parigi del nostro Oscar Bertolucci. Quante coincidenze. Saranno queste a farmi sentire come se stessi a casa mia, come se fossi ancora a Madrid o a Roma? Mi affascina il contatto tra la monumentalità geometrica di alcuni edifici e la sporcizia anarchica o giocosa di certe strade (come quei lunghi vialoni madrileni intervallati da bar ogni due o tre metri e passandoci davanti avverti l’odore forte del fritto, dei caffè, del fumo e dell’alcol, della gente che consuma e chiacchiera allegramente, ignara dello scorrere del tempo – ecco una prima, lampante differenza con Madrid: a Parigi l’aria è meno carica di odori, si respira senza troppe interferenze olfattive).
II
Notte. Alyssa è appena arrivata e sistema la sua roba nell’armadio di questo appartamento. Abitiamo in Place d’Italie, zona Sud di Parigi, vicino a un grosso centro commerciale che, guarda caso, si chiama “Italie2”. Non avrei potuto trovare sistemazione migliore: si tratta di un bilocale con un bagno piccolo ma confortevole, una cucina all’americana (“quando ci mangi sembra di consumare un pasto al bar”, ha notato subito la mia compagna di viaggio) e una camera da letto con letto matrimoniale dal materasso comodo anche se un po’ duro. Al piano di sopra (noi siamo al pianoterra) ci vive una spagnola che si chiama Maria Angeles. E’ di Siviglia e non so ancora per quale motivo si trovi a Parigi (se per studio o per lavoro). Mi è capitato d’incrociarla appena arrivato, con ancora le valigie in mano. Si è presentata e mi ha stretto energicamente la mano. “Este es mi hermano”, ha detto presentandomi un ragazzo della sua stessa età (tra i 24 e i 30) con un cappellino da basket sulla testa. Il ragazzo ha sorriso. Gli ho stretto la mano e non ha detto una parola. Secondo me non è il fratello. Maria Angeles, prima di chiudersi la porta alle spalle e di lasciarmi coi miei bagagli e le chiavi di casa in mano, mi sorride. Ha due occhi azzurri luminosissimi e una folta chioma mora. La tipica tipa mediterranea. Molto formosa e decisamente attraente. Alyssa sa che sopra di noi abita una ragazza, ma ancora non l’ha mai incrociata. Meglio, perché sono sicuro che non le piacerebbe affatto avere una vicina così attraente (anche se sarà tale solo per poco). Oggi è Lunedì e Sabato abbiamo il volo del ritorno alla dura realtà. Troppo poco tempo per vedere tutto quello che c’è da vedere.
III
Seconda mattinata di vacanza. Abbiamo comprato le baguettes calde, appena sfornate. E due croissants buonissimi, da affogare nel caffelatte senza esitazioni (la dieta, per questi giorni, va a farsi fottere). “Li hai sentiti anche tu, stanotte?”, chiede Alyssa, assonnata. “La spagnola e il fratello, non li hai sentiti? Ci davano dentro con certa enfasi, non ti sei accorto di nulla?”. “Veramente io non ho sentito niente”, rispondo attonito. Come volevasi dimostrare: quello non era suo fratello. Maria Angeles mente. Ma credo che se lo possa permettere. Potrebbe avere la fila dietro, con quello sguardo e quel fisico.
IV
Il programma della giornata: usciamo a Pont Neuf e andiamo a visitare Nôtre-Dame, la famosa cattedrale. Quello che più mi colpisce sono i gabbiani (o corvi? O semplici e prosaici piccioni?) che volano intorno alle guglie acuminate della struttura e tra gli alberi dei giardini che circondano la pianta dell’edificio. Spettacolare. O “spettacolar-popolare”, come ho scritto sopra: affianco a Nôtre-Dame, un giardino con panchine in cui due giardinieri del comune fischiano in direzione di due fanciulle in minigonna (con questo freddo) e mangiano lo spuntino mattutino fra risate sguaiate e ammiccamenti vari. Vorrei sedermi loro accanto per provare a capire di cosa parlino esattamente, e per mettere alla prova il mio grado di conoscenza della lingua. A francese sono scarso, ma mi difendo per chiedere informazioni di base, tipo strade, monumenti, autobus e fermate della metro. Quella che più mi piace, per la sua brevità e monumentalità: “Tolbiac”. Quella che più m’impressiona, per la sua misteriosa etimologia: “Réamur-Sebastopol”.
V
Grand Amphithéâtre de la Sorbonne. Dopo i controlli all’entrata da parte di due guardiani vestiti in doppiopetto azzurro smorto, assisto alla lezione inaugurale del congresso di esperti cui partecipo in qualità di “ponente”. Un dotto ordinario discetta di Aristotele, Cervantes e Shakespeare. Non riesco a seguire il discorso senza soccombere alla tentazione dello sbadiglio. Mi annoio e così mi alzo, saluto una collega napoletana accorsa anche lei a Parigi per gli stessi motivi accademici e me ne vo in giro a filmare con la mia piccola telecamera acquistata a Mediaworld in super-offerta (meno di una macchinetta fotografica). Salgo le scale che mi portano al secondo piano. Un altro guardiano mi ferma: “Non, non, s’il vous plait; ici non, c’est pas possible”. Chiedo scusa, “je suis desolé”, e, rosso in volto, torno all’ovile. Applausi. Significa solo una cosa: la lezione inagurale si è chiusa. Amen. Che inizino le sessioni parallele. Tocca a noi principianti o semi-tali. Prima però una pausa caffè. I mini-croissants pieni di crema sono ottimi; ma i miei preferiti sono delle madelaines bicolore: crema e cioccolato, o almeno credo. Il caffè è bevibile. Alyssa sorseggia un succo di frutta all’ananas, mentre si annoia tra professori che le presento, che mi presentano o che si presentano da soli, senza il mio seppur minimo consenso. “Chi è lei? Io l’ho già vista, era a Palermo l’anno scorso, non è così?”. “Beh, veramente sì, ero a Palermo, ma non mi ricordo di lei. Chi è lei?”. E lui, sorridente e presuntuoso: “Come, lei non sa chi sono io?”. No, non lo so. E nemmeno m’importa. Certe volte penso: ma è davvero questa la strada che voglio intraprendere?
VI
Museo del Louvre. Mi sta antipatica la Gioconda. Ma ancora di più, mi sta antipatica la gente che fa la fila davanti a quel quadro per fotografarlo (lo sanno anche i bambini che le foto ai quadri vengono sempre male: storte, sbiadite, fuori fuoco; sempre). Mi fermo, invece, estasiato davanti a “Amore e Psiche”, di Antonio Canova. Alyssa prova alcuni scatti, cambia posizione e colore (seppia; no, meglio in bianco e nero). Già che ci siamo, le indico Mercurio, con le ali ai piedi. Lui sì, mi sta simpatico. Sarà perché, come disse un mio amico, e coinquilino a Pisa, vivo di fretta.
VII
Museo d’Orsay. Mercoledì pomeriggio, dopo aver assaggiato due paste al caffè e una alla vaniglia (e il pan au chocolat). Ciò che più colpisce (oltre alla immensa quantità delle opere d’arte contenute in questo immenso spazio) è che si tratta di un’ex-stazione ferroviaria. Ci sono ancora le tracce, esaltate dalla nuova funzione che svolge il luogo: c’è l’orologio centrale, enorme, dorato, che segna i minuti e le ore, così come, in precendenza, segnava i minuti e le ore esatte per i passeggeri diretti a Parigi e da Parigi diretti chissà dove. Ci sono le scale in ferro e le colonne d’acciaio, intrecciate come quelle della Tour Eiffel. Ci sono, sottoterra, i binari ormai morti della ferrovia. Passeggio e mi perdo tra sculture e schizzi e quadri e progetti utopici (lo era anche la Torre, prima che due ingegneri un po’ pazzi proponessero il loro piano a Monsieur Eiffel [ci pensò su due secondi; poi firmò il progetto, se ho capito bene dalla didascalia che ho letto sotto uno degli schizzi] – ci sono anche molte caricature di colui che appoggiò economicamente il piano). Estasi e gioia. Emozione di perdersi nello spazio e nei tempi.
VIII
Museo di Arte Contemporanea. Non troppo distante dai famosi Champes-Elysées. Un artista ungherese di cui non so il nome ha progettato una installazione in cui una ventina di televisori s’incrociano lungo un percorso periglioso emanando ognuno una fetta d’immagine (le varie fette dovrebbero incrociarsi fino a formare un mosaico visuale in movimento: a me, invece, per ora, s’incrociano solo gli occhi). Su uno degli schermi si vede una mano, una semplice mano umana che colpisce ripetutamente, periodicamente, la telecamera, in primo piano. Su un secondo si vede il presidente degli USA, Mr. Bush, in uno dei suoi mille discorsi alla nazione; su un terzo, un dito indice che penetra una mano tra il pollice e l’indice opposti; su un quarto, si vede chiaramente una donna in preda ad un orgasmo (o sul punto di averlo); su un quinto, e questo è l’ultimo che mi fermo a guardare, c’è uno spogliarello, di un’attrice dai seni enormi, una specie di ballerina degli anni 50, prosperosa e simpatica con quell’acconciatura vistosa. Alyssa: “Lo sapevo che alla fine ti saresti fermato lì”. E io: “Ma lo sai che non fanno vedere la fine? Arriva solo fino al reggiseno. Poi basta”.
IX
Passeggiamo tra i fiori dei giardini del Jardin du Luxembourg. Ci sono le tipiche coppiette che mangiano il gelato; il senegalese che, disteso sull’erba, legge un giornale in spagnolo; un gruppo di cinesi o giapponesi che scattano foto ai tulipani. Si respira pace, tutt’intorno a noi. Poi usciamo su Rue de Rivoli e m’imbatto in una libreria di testi in lingua inglese (Galignani, si chiama, con nome vagamente italianeggiante). E qui faccio la mia piccola scoperta: credevo che The Rings of Saturn di W.G. Sebald fosse introvabile; e lo è, almeno in Italia. E invece, qui, a Parigi, lo trovo, in inglese, fresco di stampa, con una bella copertina suggestiva (com’è suggestiva la scrittura di questo genio). Lo compro al volo. E ne approfitto per prendere, dello stesso autore, ma questo in francese, Les emigrants. Siamo emigranti anche noi, oggi. Ora che ci penso, deve esserci anche un racconto di Sebald in cui l’autore descrive com’era la stazione d’Orsay, prima di divenire il Museo omonimo.
X
E’ Giovedì e domani mattina all’alba Alyssa riparte. Penso a cosa starà combinando sopra Maria Angeles. Si sente un certo sciabordare di acqua. Poi il tipico rumore che fanno i tacchi a spillo sul parquet. Forse si prepara per uscire. Magari è lì con il fratello-amante. Che l’attende, impaziente.
Fuori ha smesso di piovere. Alyssa inventa su due piedi un piatto di pasta col sugo al basilico. Fumo una sigaretta fuori dal portone perché so che le dà fastidio. E le sto antipatico quando me ne accendo una.
“Parigi non finisce mai”, le dico, citando il titolo di un romanzo che non ha letto (anche perché non credo sia ancora apparsa la traduzione in italiano).
“Che dici?”, esclama mentre mette la pasta fumante nel piatto.
“Niente. Che a Parigi dobbiamo tornarci”. E spengo la sigaretta.

sábado, julio 07, 2007

From Rome, antes del despegue

Uno studente (non so perchè, ma mi ricorda me stesso, quando avevo qualche anno di meno) è affacciato al balcone di casa, all'appartamento di fronte al mio (o meglio: di mio fratello). E' sera, sono le 22,30, i cinema all'aperto spargono nitrato d'argento dai proiettori posizionati in modo tale da permettere una visione discreta anche agli spettatori seduti ai lati dello schermo gigante (ce n'è uno anche qui sotto, a Piazza Vittorio, ma non so cosa danno, avrei voglia di guardarmi un bel film, quasi quasi scendo, anche solo per cercare di capire dal sonoro di cosa si tratta - Planet Terror, per caso? Quella famosa seconda parte di Grindhouse, quella girata da Robert Rodriguez, che ancora non ho avuto modo di vedere?).
Lo studente fuma una sigaretta con calma e osserva due ragazza sulla trentina appostate accanto a un'auto con i fari accesi e il motore spento. Sono vestite per il Sabato sera, indossano l'abito buone d'ordinanza: completo chiaro, la nera, completo nero, la bionda (entrambe con la borsetta intonata al vestito, per cui la mora ha una borsetta bianca, con gli strasse - come diavolo si scriverà mai "strasse"? - e la bionda una nera, senza niente che dia nell'occhio). Chiacchierano placide fra loro, ma da quella distanza lo studente non può sentire la conversazione. La mora fuma; la bionda parla e tiene sott'occhio il cellulare (starà aspettando il messaggio risolutore di una terza amica, o del fidanzato, o di un amico). Lo studente finisce la sigaretta e la getta in un vaso di cactus che decora discretamente il balcone. La mora, invece, quando da l'ultima boccata, la schiacchia con violenza con la pianta della scarpa con il tacco.
Lo studente, a questo punto, assume uno sguardo malinconico. Da dietro la finestra intravedo la sua piccola biblioteca (una montagnola di libri e la scrivania con il computer portatile d'ordinanza - è la seconda volta che mi viene fuori questa parola, ci sarà un perchè: perchè?). Si appoggia con le braccia alla balaustra e sembra protendersi verso le due fanciulle. E' evidente: stanno aspettando qualcuno che fa tardi all'appuntamento; stanno per andare a fare quattro salti in discoteca (il trucco, vistoso, denota una certa aria di sfida e voglia di mettersi in competizione, vediamo chi è che riceve più avances, vediamo se riesci a portartene al letto almeno un paio, ridono, la mora sogghigna, ha schiacciato la cicca di sigaretta con una violenza davvero estrema, deve essere un tipo molto deciso nella vita, quella reale, quella di tutti i giorni, non di Sabato sera, ovviamente, che è l'eccezione che conferma la regola un po' per tutti - almeno, per tutti quelli che, di Sabato sera, escono a fare quattro salti o quattro chiacchiere con gli amici al pub, o in centro, a passeggiare e a farsi notare dagli altri).
Poi arriva la ritardataria: "Aho, so due ore che stamo qua, quanto c'hai messo!", dice l'una (la mora); "Sta bona, ce stava la fila ar bagno stasera, c'è mi sorella che esce cor ragazzo, m'ha fatto propio gira, stasera!", risponde l'altra. E sia io che lo studente sentiamo tutto, anche da questa distanza (parallela, quarto piano, anche se l'uno di fronte all'altro).
Poi la ritardataria scrocca una sigaretta. La bionda smette di guardare il cellulare e lo infila in borsa. La mora si siede al posto del guidatore e partono.
Lo studente solleva lo sguardo e si accorge della mia presenza; fa una smorfia, misto di noia e rabbia. E si rintana. Io faccio lo stesso. E' Sabato sera. E lui deve studiare. Mentre io non ho sonno e mi lascio scappare le occasioni come niente fosse. Mentre i cinema, con gli altoparlanti a tutto volume, riempiono l'aria di effetti speciali e dialoghi smozzicati e fumo di sigarette.

jueves, julio 05, 2007

Strange days

Sono giorni strani, questi. Isolato dal resto del mondo (la linea del telefono e l’ADSL saltati per non si sa ancora quale arcano motivo – che iddio mi coadiuvi, come scrissi in un comment a Habanera), vivo quel che mi resta da vivere senza poter telefonare a nessuno e senza poter ricevere chiamate (ne faccio dal cellulare, ma durano meno e si spende di più, l’assillo della scheda che finisce, magari proprio sul più bello).
Il tempo è estivo, nonostante il vento, il lavoro sempre quello, lo studio, intenso. Preparo le valigie per un viaggio a Parigi. E’ la prima volta che vado in Francia e l’idea mi eccita. Montparnasse, Montmartre, la cattedrale di Notre-Dame, il museo del Louvre, quello d’Orsay, il Quartiere Latino, moltissimi luoghi da visitare e opere da guardare (con gli occhi della mente – era così che Santa Teresa definiva l’immaginazione, o la capacità immaginativa; guardare oltre la superficie o proprio a partire dalla superficie delle cose per scendere nel profondo, nel dettaglio intravisto, nel significato riposto: mi domando quanta parte del suo successo debba l’ermeneutica al suo impianto “disvelatore”, di scienza che intepreta e sviscera i significati nascosti – di un passo della Bibbia, di un poema in prosa, di una canzone, di un’opera letteraria qualsiasi).
Sto per concludere un racconto che prima s’intitolava (con scarsa originalità) Snuff movies e ora, molto più liricamente, si chiama Il ronzio del mondo (sempre che non mi venga in mente qualcos’altro e cambi idea, all’ultimo minuto).
Devo andare fino a Viareggio per entrare in possesso (temporaneo) delle chiavi dell’appartamento. La padrona di casa si chiama Miren, amica d’Isabelle, lettrice di francese all’Unversità, conosciuta per caso a Padova e rivista per caso a Pisa. Miren fa la pianista a Sarzana (dalla regia mi dicono che è un paese vicino a La Spezia). Isabelle è amica di un mio amico. Ci si potrebbe scrivere un racconto, sul modo in cui sono riuscito a entrare in contatto con Miren e il suo appartamento a Place d’Italie (Piazza d’Italia, tu guarda il caso). Dice che è vicino alla Sorbonne. E’ lì che si svolgerà il congresso (l’emozione di parlare in quella storica università; la paura di sbagliare pronuncia; un congresso internazionale pieno zeppo di docenti ed esperti pronti a segnarti l’errore, anche di punteggiatura; unica, grande consolazione: non sarò solo; Alyssa mi accompagna).
Non so proprio come concludere: il professor Balmes è in procinto di (non) risolvere il caso; Clara è scomparsa, come quella de L’avventura, uno dei film più metafisici di Michelangelo Antonioni. La bella Monica Vitti perde il tempo a cercare l’amica, ma ogni gesto è vano; ogni illusione si schianta contro un paesaggio che parla di morte e abbandono; ogni colloquio con i presenti alla spedizione rischia di convertirsi in un litigio; siamo soli, su questa terra, e quella donna sembra essere stata inghiottita dalla terra. Place d’Italie è la destinazione, per ora. Prima viene Viareggio e il mar Tirreno, cui mi sto poco a poco affezionando.

viernes, junio 29, 2007

Ancora sul tempo

[Avviso alle due o tre lettrici che ancora mi sopportano: siete pregate di “oltrepassare” questo post se ne avete abbastanza di pseudo-indagini filosofiche sull’enigma del tempo; rischiate d’addormentarvi dinanzi allo schermo del pc; donna avvisata mezza salvata].

Apro a caso uno dei libri che ho sul comodino (Alberto Moravia, L’uomo che guarda, Milano, Bompiani, 1985 – all’epoca avevo sì e no 8 anni) e leggo:

“Ore sei e trenta. Dormo poco, non più di sei ore per notte e, appena mi sveglio, dedico cinque, dieci minuti a quella rara occupazione che va sotto il nome di pensiero. A che cosa penso? A dirlo così può persino parere ridicolo: alla fine del mondo. Non so quando e in che modo è cominciata quest’abitudine; forse non tampo tempo fa, in seguito alla lettura di un libro che per caso ho trovato sulla scrivania di mio padre che è professore di fisica all’università, un libro tra i tanti sulla guerra nucleare. Oppure sarà stato un altro motivo venuto da chissà dove e poi scomparso dalla mia memoria, come scompare il seme una volta che la pianta è cresciuta. D’altra parte è improprio dire che penso alla guerra nucleare. Semmai penso all’impossibilità di pensarci. Ma è fuori dubbio che in quei cinque, dieci minuti dopo il risveglio non penso ad altro”.

Ebbene, ora, io mi sento molto “rappresentato” da un personaggio che si esprime in questi termini: l’unica differenza è che io quando mi sveglio (dopo ore passate a sopportare l’insonnia) non penso alla guerra nucleare, ma al tempo. Ci sono tre figure, o rappresentazioni del tempo, che mi tormentano, e tutte e tre devono (sì: DEVONO) avere un qualche legame tra loro, anche se a me sfugge. Stamattina, per esempio: ne ho discusso per due ore e mezzo con Giulia e non siamo arrivati ancora a una soluzione parziale o accettabile del problema. Ecco le tre figure:

1-la schiena;
2-la ruota;
3-il filo.

Partiamo dal punto 1: Negra espalda del tiempo, uno dei romanzi più belli e complicati dell’autore spagnolo Javier Marías (un matto geniale) deve il suo titolo a un verso di Shakespeare; il verso è tratto da un dramma, uno degli ultimi scritti dal Bardo di Strapford-Upon-Avon, The Tempest: “the dark backward and abyss of time”, traducibile con: “la nera schiena e l’abisso del tempo”. Marías confessa di essere rimasto affascinato da questa espressione proprio perché, se ci fermiamo al significante, si capisce, ma se scaviamo dal lato del significato, diventa assolutamente misteriosa: che cos’è la “nera schiena” del tempo? Perché è nera? Perché c’è di mezzo anche la parola “abisso”? Ora, Marías arriva a Shakespeare passando da un articolo molto bello e suggestivo di un suo amico e maestro letterario, l’ingegnere Juan Benet (ingegnere-scrittore, per l’esattezza: come quell’altro pazzo di Carlo Emilio Gadda, “the Pasticciaccio’s”). Secondo Benet Shakespeare è riuscito in un solo verso a mostrarci qualcosa che tutti sappiamo (e applichiamo sul piano del reale, quando si tratta di “spazializzare” il tempo) ma che tutti ignoriamo, se non ci fermiamo a riflettere: con questi versi l’autore di Hamlet sarebbe riuscito a sintetizzare la contrapposizione sia spaziale che linguistica tra il PASSATO, incarnato nella SCHIENA (e tutto ciò che ci lasciamo DIETRO, alle spalle), e il FUTURO, incarnato nel VOLTO (e tutto ciò che abbiamo DAVANTI, l’orizzonte che ci si presenta di fronte). Insomma, è qui evocata la dicotomia tra PASSATO-FUTURO su cui si basano tutte (o quasi) le lingue indoeropee per costruire le coniugazioni dei tempi verbali (tra passato e futuro, il perno è il presente; è dal presente che calcolo se io, stamate, “ho letto”, oppure, se tra poco, stasera, “leggerò” un libro – complemento oggetto).

Ma continuiamo con il punto 2: che il tempo gira, che è una ruota, lo si sapeva già dal Medioevo (e forse anche prima): icastica, in tal senso, la RUOTA DELLA FORTUNA che, con i suoi movimenti repentini e gli alti e i bassi, sconvolge la vita degli umani – portando un povero a governare un intero regno o un re a perdere la corona e finire col fare il mendicante, barbone dimenticato da tutti. Alla RUOTA, e a una visione “circolare” del tempo, si è soliti contrapporre (vedi Nietzsche?) l’immagine del tempo come FRECCIA, una linea che, posto un punto A, attraversa un certo cammino per raggiungere un punto B e fermarsi (per sempre?). Tempo lineare versus tempo circolare. A Eraclito (che diceva che “tutto scorre”) segue Nietzsche (che dice che “niente passa”, che è tutto un “eterno ritorno”).

Concludiamo (si fa per dire) con il punto 3: Marías, in Nera schiena del tempo, fa esplicito riferimento all’immagine di Shakespeare; in un altro articolo, precedente di due anni la pubblicazione del romanzo, cita invece Jorge Manrique, uno di quelli che ha evocato nei suoi versi l’immagine della ruota della Fortuna. Marías complica ulteriormente le cose aggiungendo alla ruota e alla schiena l’immagine del filo: “il filo della continuità”, quello che, se non vado errato, consente la comunicazione tra VIVI e MORTI, tra PASSATO e PRESENTE e che funge da ponte metaforico tra i due tempi.

La domanda è: in che modo, in che senso, attraverso quali arcani legami, possiamo unire le tre immagini-spazializzazioni del tempo, presenti in questo autore, ma evidentemente rinvenibili in tanta parte della letteratura occidentale (oltre che, immagino, della religione, della filosofia, della saggistica “nostrana” – europea e occidentale)?

Risposta: non ho idea. E continuo a vagare tra i fili e le ruote e le schiene…

viernes, junio 22, 2007


36 anni
Vorre arrivare a trentasei anni
e non accorgermene nemmeno,
come in una corsa leggera
senza gli ostacoli.

Guardare i colleghi di lavoro
che si affannano per nulla
mentre lo stipendio
resta sempre,
è sempre
quello.


Vorrei arrivare a trentasei anni
e avere una bambina di cinque
che mi chiama "papà"
e che sorride alla mamma
mentre dice:
"cacca, cacca".


Essere sempre pronto
con la valigia in
apparente riposo,
la mano sulla maniglia
di una porta che si chiude
sul sorriso benevolo
di una Penelope paziente
e si apre
davanti a un
destino di dubbio
sotto un sole al tramonto
mentre due cani randagi
ululano al vento marino.


Vorrei concludere il viaggio
senza pagare più l'affitto,
con una casa sul mare,
passeggiate lungomare,
con la compagna di una vita,
che mi accarezza i capelli la notte
poco prima di dormire
e mi acquieta l'animo
e mi protegge dai brutti sogni,
il viso in cui mi contemplo,
ebbro di domande,
finalmente sciolto da tutti
i dubbi

[Rome, the 15th of June, 2007 - Castiglioncello, the 24th of June, 2007 - in parte una risposta a quello che mi dicevi sui figli e il tempo utile a farli; 9 mesi son tanti, 30 arrivano presto, la differenza generazionale che cresce, insomma, Alyssa, forse hai ragione tu...e io invecchio restando un giovine mente-gatto]

jueves, junio 21, 2007

Ascoltando l'inaspettata Sei ottavi di Rino Gaetano (inaspettata, perchè prima di ascoltarla per radio, a "VivaRadioDue", da Fiorello, ne ignoravo l'esistenza, un piccolo gioiello, come molte poesie del cantante romano), leggo due o tre righe di Underworld di Don De Lillo e capisco già che questo tomo mi piacerà (certo che nell'arco di 880 pagine mi potrà capitare d'annoiarmi o di cambiare idea o, al contrario, d'appassionarmi tanto da divorare il tutto in pochi giorni).



"E chi mi prende la mano stanotte mio dio

forse un ragazzo il mio uomo o forse dio?"



E intanto m'accorgo che oggi è ancora il 21 Giugno, l'estate ha fatto la sua entrata ufficiale lungo il circolo vizioso del tempo e delle stagioni (che si susseguono l'una dopo l'altra, come sempre: estate, autunno, inverno e primavera, poi di nuovo: estate e autunno e inverno e primavera...).



"E chi mi sfiora le labbra o chi mi consola

forse un bambino già grande o io da sola?"



E' già passato il 16, invece, il famoso Bloomsday, il giorno di "Bloom", Leopold Bloom, l'anti-eroe del mitico, monumentale, schizzato Ulysses di quel mostro di James Joyce. Non ho celebrato l'evento (ero impegnato a baciare la mia "morosa", o a leggere qualche romanzo spagnolo o a guardare qualche film splatter o a ballare da solo, come Liv Tyler nel film omonimo che tanto piacque ad Alyssa), ma ho riaperto una pagina a caso, a mo' d'omaggio.



"Chi coglierà il mio fiore bagnato di brina

un principe azzurro o forse io adulta o

io bambina?"



Non c'è una sola riga del romanzo di Joyce che non sia stata scritta con spirito ironico. E' questo il segreto che lo scrittore irlandese svelò in qualche intervista (magari lo disse a Svevo, mentre questi si apprestava a impartirgli la sua quotidiana lezione di lingua italiana - Ulisse è pieno di riferimenti alla nostra cultura, e colmo di citazioni da opere e operette musico-liriche nostrane).

Svevo un giorno, da qualche parte, scrisse (più o meno, non cito verbatim): "Per entrare nell'universo dell'Ulisse bisogna stare attenti e fare come quando si penetra all'interno di una grande cattedrale gotica: non puoi spalancare la porta, ma socchiuderla, ed entrarvi in punta di piedi". Per me Ulisse non è un romanzo, ma un'enciclopedia. Dentro ci trovi tutto, anche una foto sconcia che poi, a distanza di anni, ho ritrovata riprodotta in un libro dedicato alla pornografia d'epoca (sì, Bloom, poco prima di sdraiarsi a letto e di re-incontrare sua moglie Molly, simpatica e fedifraga, ricorda anche quella foto, col frate e la monaca, nascosta nel comodino, vicino al profilattico, alla Bibbia, e a non ricordo più quali altri oggetti o libri). Oppure un canto gregoriano. O la descrizione esatta della Dublino dei primi del '900. O una bestemmia in sordina. Ma anche una sorta di storia della lingua inglese in un unico capitolo. O un dramma teatrale e grottesco in un bordello. O una poesia d'amore (Leopold ha molti amori platonici, durante la sua giornata epica del 16 Giugno del 1904; Leopold è come noi; o come il Baudelaire della poesia che Silvia mi ha aiutato a rintracciare, dopo tanti anni). Mi viene da ridere se ripenso alla parte ambientata in una casa editrice (o agenzia di stampa): Stephen Dedalus sta spiegando ad alcuni colleghi i significati nascosti intorno alla trama dell'Amleto, quando qualcuno (domanda: chi?) nota che a fare la parte del padre di Amleto deve essere stato proprio lui, Shakespeare. Un padre che parla al figlio. Un padre fantasma (l'autore) che si rivolge alla sua creatura (il personaggio - fantasma al quadrato) affinchè agisca e, così, dia vita al dramma (agisci, Amleto, ammazza Claudio, quel porco di tuo zio, vendicami e punisci quella maleducata di tua madre, Gertrude, non ha aspettato nemmeno che le lenzuola su cui giaceva con me si raffreddassero per fare spazio al corpo di quel traditore, agisci Amleto, abbi coraggio, che iddio ti coadiuvi, lava col sangue la macchia dell'onore infranto - e la trama s'innesta). Il tutto, all'interno di un capitolo intervallato da annunci giornalistici di stampo pubblicitario o scandalistico, quelle notizie che leggiamo ancora oggi sui giornali e su cui poggiamo gli occhi solo un istante, per poi proseguire e andare oltre: "Arrestato ladro di polli colto in flagranza di reato!"; "Attenti! Il nemico vi ascolta!"; "Violentata una studentessa all'uscita da scuola"; "Amleto, agisci! Cristo!"...



"Mentre la notte scendeva stellata stellata
lei affusolata nel buio sognava incantata
e chi mi prende la mano stanotte mio dio
forse un ragazzo il mio uomo o forse io"

martes, junio 19, 2007

Il (sub)cinema di Quentin Tarant(ello)tino


Esistono molti prodotti della cosiddetta "cultura underground" o "sotto-cultura", diramazioni di serie B della cosiddetta (e oggi, sincermente, difficilmente etichettabile o circoscrivibile) "cultura di massa". Dai giornaletti "zozzi" della mia pre-adolescenza (quelli, per intenderci - e a buon intenditor poche palabras - con stampato in un angolino della copertina il simbolo di uno squalo azzurro...oddio, che edizioni erano mai quelle? Quali case editrici sfornavano e promuovevano quel tipo di albo a fumetti vietati ai minori? Darei ottocento euro per poter tornare indietro nel tempo a rimirar quei fumetti, i nomi dei disegnatori o degli autori, i dialoghi assurdi di quelle "nuvole parlanti", le figure iperboliche degli esageratissimi organi sessuali disegnati in primo piano e riprovare gli stessi brividi di curiosità e, perchè no, piacere perverso-sottile o sottile-perverso...ma questa è un'altra storia) alla musica popolar-nazionale targata Gigione e Donatello (chi non li conosce alzi la mano o si procuri un buon sistema satellitare, credo che vadano in onda su NapoliTV o su CanalMediterraneo o era SudSoundTv?).

Il cinema di quel genio di Tarantino, invece, non appartiene a questo genere di cose, ma se ne nutre avidamente e, direi quasi, euforicamente. Grindhouse, in tal senso, è l'ennesimo esempio dell'arte del regista americano (il quale, è importante ricordarlo, fu noleggiatore di videocassette in un paesetto della California di cui non ricordo il nome, prima di passare dietro la macchina da presa - quante centinaia o migliaia di pellicole deve aver visto quel cinefilo fino al midollo, prima d'inventarsi Pulp Fiction, uno dei film più belli e originali degli ultimi 30 anni a mio modestissimo parere). Ora, non conosco bene l'antefatto nè il finale finale; non so perchè il film, che prevedeva due sessioni, proprio come i "grindhouse" dei tempi che furono (una diretta da Tarantino e intitolata Death Proof; l'altra dall'amico messicano Robert Rodriguez e dal titolo Planet Terror -tutto un programma) si è ridotto alla sola parte girata dal regista americano (indagherò; pagherei altre ottocento, vabbè: facciamo settecento euro, per vedere l'opera di Rodriguez, ora). Sta di fatto che anche così il film merita di essere visto e goduto (per gli amanti del genere, come si dice sempre, ogni volta che si toccano i tasti dolenti del "cinema di genere").
La trama è sconclusionata e fuori dal mondo: uno stuntman che va in giro, come un vero serial-killer, ad ammazzare con la sua auto giovani fanciulle avvenenti e adeguatamente sboccate; i dialoghi sono al fulmicotone; la regia è godardiana. Vedendo Grindhouse ho riso, perchè ho ripensato a quei primi film della nouvelle vague francese, quelli di Godard (la casa di produzione di Tarantino si chiama, non a caso: "Bandapart" da "A band à part", film del 1964) o del collega, ex-docente di letteratura francese, sua eccellenza Eric Rhomer (indimenticabile il modo di girare le scene di dialogo, con in primo piano il volto della persona che ascolta e l'occultamento del volto di quella che parla e che ci ammalia con i suoi discorsi che sembrano monologhi "à part", appunto - e geniale è la scelta di farci seguire il discorso attraverso le sottili e costanti modulazioni dell'espressione facciale del destinatario; è a te, spettatore, a te, attore inquadrato, che parlo); non ricordo invece dov'è che Godard, ben prima del romantico Truffaut, smonta il montaggio e rompe la linearità narrativa e, quindi, temporale, facendo saltare una frittata da una padella, portando la protagonista intenta a cucinarsi la frittata fino a un telefono, farla colloquiare all'apparecchio per un buon paio di minuti e poi re-inquadrarla mentre ri-entra in cucina, con la frittata che, magia, torna a cascare dentro la padella...

In questo il film è decisamente godardiano: lo stuntman-killer, interpretato gigionescamente dal veterano (e, qui, sfregiato) Kurt Russell, si appresta a sfracassare il cranio di una delle belle fanciulle cadute nelle sue grinfie perverse e, colpo di scena - rottura totale di ogni principio di verosimiglianza al cinema - ci guarda, guarda in primo piano la macchina da presa e - ironia al quadrato - ci sorride (e ci rassicura: come a dire, tranquilli, quello che vedrete lo potete già immaginare, ora alla piccola pulzella le farò prendere un colpo, schizzerà sangue all'interno della mia macchina, ma state pure tranquilli, questo è solo un film, è solo cinema). Questo gesto lo fanno molti attori-feticcio nei film di Truffaut e, prima ancora, lo fa Jean-Paul Belmondo, estraendo una pistola dal cruscotto di un'auto rubata in una delle prime sequenze di A bout de souffle, del 1960, se non erro, l'opera prima, primo vero capolavoro di Jean-Luc (God)ard.

Ma godardiano Tarantino lo è anche quando "mima" le imperfezioni di quei film-spazzatura degli anni 70: fuori fuoco, l'immagine appare a volte sgranata, altre volte salta il sonoro, altre ancora vira dal bianco e nero senza avvertirci per poi tornare a colori squillanti (l'ottima fotografia, di fatto, è stata curata anch'essa dal regista).

Quando il film finisce ti poni due domande: 1-come diavolo ha fatto un'altra volta a fare un film sul nulla? La trama in senso stretto è limitatissima. Eppure il film dura due ore piene (Tarantino è un mostro nel rallentare il tempo e nel dilatare le azioni: tra una sigaretta e un cocktail, tra un bacio finto-appassionato e una parolaccia possono trascorrere anche interi quarti d'ora - ricordo le passeggiate-dialogate infinite di John Travolta e Samuel L. Jackson, o la cena al pub tra Travolta e Uma Thurman); 2-come diavolo fa a immaginare tante battute e a imprimere al tutto un alone di surrealismo violento? Sì, perchè spesso nei film di Tarantino non sono violente le immagini, ma le parole, e il modo in cui si scambiano parole i protagonisti; ogni scusa è buona per portare il tutto fino alle estreme conseguenze; ogni semplice barzelletta può nascondere il pugno in un occhio; ogni bisbiglio sussurrato il suo risvolto negativo (una pallottola in testa)...come se da un momento all'altro potessi lasciarci la pelle anche te, spettatore sprovveduto, che ti siedi in un "grindhouse" e ti gusti un film, sapendo che, bontà di dio, si tratta di cinema...

sábado, junio 16, 2007

GaY-PridE

Mi trovo a Roma, per motivi di studio (ovvero di lavoro; ultimamente i due rami s'intrecciano spesso e volentieri). Oggi la Stazione Termini (la mia seconda casa) è invasa (in modo pacifico) da una squadra di eterogenei gay, lesbiche e trans accorsi da tutta Italia per la sfilata in centro per l'orgoglio gay. A Piazza Vittorio, invece, una postazione con la bandiera nazionale distribuisce volantini anti-manifestazione. Basta con questi affronti! Basta con le provocazioni! Come può Veltroni consentire una cosa del genere? Far sfilare simili individui nel "triangolo della cristianità" (i cui lati sono costituiti rispettivamente da: Santa Maria Maggiore, Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano; devo essere sincero, non ci avevo mai pensato a questa cosa del "triangolo", mi era sfuggito, ma come al solito, sono scarso in matematica e geometria...). Qualcuno mi offre volantini, ma mi rifiuto; qualcun'altro (o si scrive tuttattaccato? Così: qualcunaltro...) sventola una bandiera con la fiamma dell'MSI (Movimento Sociale Italiano, credo) e sfoggia una testa rapata e un'espressione violenta che non ispira simpatia.

Ora, io credo che tutti abbiano il diritto di manifestare, in uno Stato libero e democratico, pur nel rispetto di chi la pensa diversamente. Non m'importa che i gay usino l'espressione "orgoglio" per mettere in evidenza il loro "status" dinanzi agli altri, anche se io non mi sognerei mai di indire una manifestazione per l'"orgoglio" etero. Ognuno è libero o dovrebbe essere libero. Nè m'importa che si sfili in centro, all'interno del triangolo della cristianità, anche se biasimerei e condannerei come tutti, credo, gli eventuali atti di vandalismo (quelli che spaccano le vetrine dei negozi o i bancomat delle banche o gli specchietti delle auto, gente che non merita nemmeno le prime pagine dei giornali, troppa importanza, basta una denuncia o il risarcimento danni). Certo è che i manifestanti rischiano di auto-ghettizzarsi e attirarsi gli strali della Chiesa nel momento in cui calcano la scia anti-cattolica in un paese come il nostro in cui il cattolicesimo è, volenti o nolenti, la religione più importante, quella che riscuote maggiore appoggio ideologico-politico-storico da secoli, ormai (quante leggi si approverebbero in Italia se il Vaticano non si trovasse ubicato tra le mura costruite intorno a San Pietro, ma, mettiamo per caso, a San Marino - altro staterello a sè - o, puta caso, in Australia, o in Algeria o a Cuba).

La manifestazione di oggi è importante proprio per questo: serve a ribadire e a ricordarci che viviamo (o dovremmo vivere) all'interno di uno Sato libero, democratico e, soprattutto, laico. La questione dei matrimoni omosessuali, delle adozioni alle coppie di fatto costituite (anche) da individui dello stesso sesso, la questione della fecondazione assistita, o quella, ancora più delicata, dell'eutanasia, sono tutti casi in cui lo Stato deve intervenire per dare un minimo di regolamentazione (di regole e di rispetto) andando incontro a aspirazioni, desideri e progetti di vita dei suoi cittadini. Se lo fa in modo autoritario allora vuol dire che lo Stato si comporta con i cittadini come il padre con i figli imbranati e ancora troppo piccoli per decidere liberamente. Siamo dotati di libero arbitrio. Non vedo perchè qualcuno (o qualcosa, come la Chiesa) debba indirizzare le mie abitudini sessuali o condannare o condizionare la mia vita privata. In uno Stato laico posso perfino portare in piazza la mia vita privata, se questo serve a mostrare alla collettività, al pubblico, che esistono anche "altre forme" di vita, al di fuori di quelle cosiddette "tradizionali".

P.S.: il "family-day", tanto colorato come il "gay-pride", si è svolto, come tutti hanno avuto modo di vedere, sotto l'egida pesante della Chiesa. Ora, non mi sento di condannare nemmeno quella manifestazione, per le ragioni esposte più sopra.

P.P.S.: salgo sul treno e leggo su La Repubblica un articolo di Michele Serra che s'intitola "La bandiera della laicità". Dice, più o meno, le stesse cose che ho appena scritto. Certo, con uno stile migliore del mio e una punta di sarcasmo e ironia più efficace ed elegante. Dio salvi Serra!

miércoles, junio 13, 2007

Personae



Che tutti quanti indossiamo una maschera non è un mistero (Pirandello docet; Unamuno lo supera; gente come John Barth o Enrique Vila-Matas ci scrive sopra interi giocattoli smontati e smontabili, delizia per il palato di lettori "curiosi e impertinenti" - come titolava Cervantes una delle sue migliori e più inquietanti "novelle intercalate" all'interno del Quijote); che questa maschera cambi nel corso del tempo e a seconda di chi ci troviamo davanti è risaputo (Montaigne scrisse una volta - cito a memoria, quindi, col rischio di sbagliare: "il mio io di adesso e il mio io di fra poco siamo certo due"); che dalle nostre maschere si possano trarre personaggi letterari (o meglio: potenziali abitatori di "mondi fittizi") è qualcosa di empiricamente meno dimostrabile ma virtualmente quotidiano. Ogni scrittore crea le sue dramatis personae a partire, oltre che da se stesso (e dalle molteplici maschera che immagina d'indossare - o che amerebbe indossare), anche da conoscenti, lontani o vicinissimi, da amici, da amici di amici, da gente magari incontrata per caso per strada o sul treno e mai più rivista (ricordo quella poesia di Baudelaire, quella in cui parla d'un immediato e per sempre finito amore provato per una passante, come diavolo s'intitolava quella bellissima poesia, come? Lui la guarda, inventa un futuro potenziale per entrambi, assapora già i piaceri della loro reciproca passione e lei è già scomparsa dalla visuale, addio, mia cara, ti ho amata anche se tu non lo verrai mai a sapere... come s'intitola?). Ed è così che sorgono poi i famosi "personaggi", quelli che il lettore ricorda e con i quali entra in immediato (o mediatissimo) contatto; quelli che poi riescono addirittura ad uscire dalle pagine che li contiene per vivere di vita propria (chi non sa chi è Don Chisciotte? Chi non ricorda l'incipit del monologo di Amleto? Perfino il "non-lettore" - o il "lettore-estemporaneo" - conosce (a volte anche solo per sentito dire) una donna estremamente romantica che risponde al nome di Mme Bovary - Emma, per l'esattezza o un eroe particolarmente coraggioso e furbo che si chiama Ulisse - a volte detto anche "Nessuno").

Ma il modo in cui si esprimono o agiscono, questi personaggi, resta un mistero.

Io non scrivo, se non per scherzo e saltuariamente (a volte, per non impazzire). Eppure... quante volte avrò provato a costruire un personaggio "padre" che fosse verosimile... Quante volte ho provato a dargli un'anima, dimenticandomi di com'è fatto mio padre, o il padre di un mio amico, per infondergli carattere (dire certe frasi e comportarsi in un certo modo).

Ora, per esempio. Mi ritrovo tra le mani un professore, tale Balmes, che lascia la moglie e scappa in Perù perchè non ce la fa più a sopportare la crisi matrimoniale. Ospite di Clara, una sua vecchia amica, assiste alla scomparsa di questa per opera di una banda di matti. Il professor Balmes. A quanti professori deve la sua linfa uno che si chiama "professor Balmes"? A quanti docenti che ho conosciuto nella vita vera rispondono i suoi (i miei) tic nervosi e il suo egoismo lampante e il suo coraggio di cartone?

Da dove nasce uno come il dottor Korsch, ginecologo viennese di fama internazionale che sembra essersi trasferito a Trujillo solo per intrigare il professor Balmes e frequentare le fanciulle del posto? (in questo caso in realtà il nome lo so: nasce da un cliente cui ho venduto un auto una notte d'Aprile all'aeroporto; viennese anche lui, due occhi di bragia, i capelli bianchi scompigliati sul cranio pronunciato; un ghigno da Mefistofele). Che relazione possono stabilire tra loro uno come Balmes e uno come Korsch? E da dov'è mai nato Tony Umorali? Un fantasma che soffre d'insonnia e che mi accompagna ormai da almeno otto anni...

Non credo a quegli scrittori che dicono che a volte i personaggi prendono il sopravvento e vivono di vita propria (come se fossero questi a governare l'autore e non viceversa). Nè credo che un personaggio, per colpire il lettore, debba essere per forza verosimile (per me Astolfo sulla luna è tanto reale quanto il Marcel della Recherche). So solo che è vero, che certe volte spuntano e sembrano muoversi in base a una loro logica interna che mi sfugge e che nemmeno a una seconda lettura mi è del tutto chiara.

Un esempio, preso a caso:

" "Hai per caso sognato di uccidere qualcuno con un rasoio elettrico? O più semplicemente di raderti e di ferirti?", domandò Balmes, sorridendo.
"Non scherzare", disse Clara. "E' stato orribile", aggiunse. Notò anche lei la brezza marina sulla pelle. I suoi capelli vennero smossi dal vento, lasciando intravedere il collo sinuoso e una collana di perle bianche comprata a un venditore ambulante in riva al mare"".

Sia Balmes che Clara avrebbero potuto esprimersi in cento modi diversi. Che le parole che io ho fatto finta che i due abbiano pronunciato siano proprio queste e non altre non può essere solo frutto del caso. Avrei potuto sceglierne altre; sono venute fuori queste...e non le ho ancora cambiate. Mi sembrerebbe di tradirli tutti e due, se lo facessi. Anche se sono io a comandare il gioco (ma loro devono pur vivere e giocare a loro volta, o no?).

lunes, junio 11, 2007

Divago, mentre Aurelia prepara un piatto di pasta e un gatto (è femmina: una gatta) che, mi pare di aver capito, si chiama Luna, striscia lungo la gamba, mi fa le fusa, con la coda. Parliamo del più e del meno, ci scambiamo i nostri rispettivi punti di vista su globalizzazione, nuovi arricchiti, falsi poveri e problemi vari legati al mondo lavorativo.


Torno a casa e un treno sbuffa all'ingresso della stazione.


Attraverso un cavalcavia e un aereo rumoreggia nel cielo notturno, lascia la scia, anche se ora non si vede.


Apro la porta e squilla il telefono. Roby mi avverte: se non scendo entro la fine di Giugno a Roma mi disereda. O meglio: mi disconosce come amico. Mi passa Mery, mi dice che stanno mangiando una pizza ottima in centro. Sento i rumori dei piatti che sbattono contro i bicchieri. Avrei voglia di mangiare un tiramisù con loro, in loro allegra compagnia, la conosco anch'io quella pizzeria, i proprietari sono napoletani, la pizza è alta e soffice, croccante ai bordi, piena di mozzarella doc al centro, con una foglia di basilico a dare il tocco finale.


Riattacco e mi richiama mio fratello, che è alle prese con un caso difficile, anche lui da Roma (mi sembra di vederli quei soliti noti, i barboni di Piazza Vittorio). Parliamo della mafia italiana, della politica di sinistra di oggi (piuttosto deludente), dell'arrivismo dei più, della pazienza dei pochi, dell'umiltà di quasi nessuno, ormai.



Poi afferro l'ultimo romanzo che ho sul comodino e leggo questa frase icastica (come direbbe un critico d'eccezione se fosse ancora vivo, oggi, in quest'Italia del 2007 - Calvino docet):



"Imparò a gustare la speciale, leggera eccitazione che si prova girando per le stradine buie di una città sconosciuta, pur consapevoli che non si troverà altro che sudiciume, disagio, vecchi barattoli di latta d'oltremare con l'etichetta colorata, e giunglesco jazz d'esportazione, tambureggiante in sifilitici caffè. Pensava spesso che le grandi e celebri città, i musei, le antiche dimore di tortura e i giardini pensili non fossero che nomi sulla mappa della sua follia".



Mi rivedo a girovagare da solo in una notte di Novembre per il centro di Jérez de la Frontera (a un tiro di schioppo da Cádiz); unico bar aperto pieno di fumo e giocatori di poker; unico posto in cui poter trovare approvviggionamento, alle unidici e mezza di sera, una frutteria, compro una mela e la mangio, mentre vago, di notte, da solo, pensando alla stanza, troppo stretta e maleodorante.



Prima di addormentarmi mi complimento virtualmente con quel genio che ha scritto la frase succitata: c'è già un film, dentro, o un altro romanzo. Ma questa, appunto, è un'altra storia.


Socchiudo gli occhi e ricordo che da Jérez, da una cabina pubblica, chiamai Alyssa, che era a Firenze, e le dissi che ero solo e che avevo bevuto un po' troppa birra e che stavo mangiando una mela per riempire lo stomaco. Era Novembre e facevano 20 gradi centrigradi, di notte.

martes, junio 05, 2007


Ardore
E ti ricordi di quando
andammo a caccia di farfalle,
tu credevi di scoprire una cascata,
ma quelli del posto ci dissero che era congelata, che in quel periodo l'acqua non scendeva a valle...
E di quando avevo paura d'imbrattare quel muro di Roma, in via Leopardi,
quando tu con mani inesperte cercavi la porta che apre alla felicità e arrossivi di vergogna mentre io tremavo di paura, che qualcuno, dall'altro lato della parete, potesse sentirci...
E ti ricordi di quando ti ho telefonato
alle tre di notte e ti ho fatta piangere
eppure non lo volevo, e tu non mi volevi,
e siamo andati avanti anche senza l'aiuto
di uno spiraglio, all'oscuro di tutto,
nel buio di una notte senza fine,
mi hai dato la mano, ti ho carezzato
i capelli, mi hai detto: "Adesso basta,
non prendermi più in giro",
e io mi sono piegato sopra le tue gambe
come il bambino con la mamma,
mentre gli canta una ninna nanna,
aspettando il mattino,
con l'animo sospeso,
con la speranza divisa
a metà,
guardandoti nel viso,
contemplando dai tuoi occhi il mio destino...

martes, mayo 29, 2007

Quando tutto è già successo

[tentativo pseudo-filosofico di spiegare qualcosa che succede a tutti, almeno una volta nella vita, e forse anche più d'una, come accade per il famoso dejà-vu...]

Il tempo è un enigma, lo sanno anche i bambini (o forse no, loro non lo sanno e per questo non si pongono tanti problemi, tutto passa, un minuto dura un'eternità, chiudo subito parentesi, non vorrei dilungarmi troppo, passo e chiudo). Ultimamente, per me, è diventata un'ossessione. Ho letto fin troppi saggi sul tempo; ho anche scritto qualcosa; ho parlato del tempo con più d'una persona amica (e perciò, paziente: tra queste, Alyssa, forse la più paziente...).

Il punto è questo: l'altro giorno ho vissuto un'esperienza proustiana (o bergsoniana? o freudiana?) a metà tra il "dejà-vu" e l'allucinazione visiva. Scendevo dal treno Pisa-Firenze quando incrocio solo per un secondo lo sguardo di Ilaria. Ilaria, era lei, non ho dubbi. Circa 7 anni fa Ilaria era una mia vicina di casa, viveva a Roma, nell'appartamento continguo al nostro (mio, di mio fratello e di altri due studenti fuori-sede e, a volte, anche fuori-luogo). L'ultima volta che la vidi fu una mattina d'inverno, di nascosto, insieme alla mia ex, Carmen, spagnola di Cantabria... Erano le 5 del mattino, tornavamo (piuttosto ubriachi e sfatti di canne) da una festa in maschera... Aprimmo la porta con certo strepito e poi andammo al bagno, uno per volta, da bravi bambini. E poco prima di andare a dormire, tornammo in cucina per bere un po' d'acqua. Quando all'improvviso sento dei gemiti dalla sala (l'appartamento della mia ex aveva perfino la sala, sì, non come il mio, che a stento aveva i letti per dormire...). Carmen s'incuriosisce, entrando non ci avevamo fatto caso, sembrava non ci fosse nessuno. Socchiudiamo la porta e io la vedo... Vedo Ilaria, i capelli sciolti che le coprono il viso, l'espressione beata di chi gode, un ragazzo tra le sue gambe aperte che, evidentemente, le sta praticando ciò che un sessuologo chiamerebbe (con orrido latinismo) un cunnilingus (spero d'aver azzeccato la grafia...), insomma, gli sta leccando placidamente e con tutta la passione del caso la farfalla (per dirlo con un eufemismo che avrebbe fatto adirare Vladimir Nakobov, espertissimo cacciatore di farfalle).
Carmen si mise a ridere e io la tirai indietro. Chiudemmo la porta e andammo a letto, era brutto spiare qualcuno in simili frangenti, no?
Ebbene, sono trascorsi 7 anni e l'altro giorno la rivedo, è Ilaria, coincide tutto (capelli lunghi ricci castani, occhi neri, sguardo, quello no, non era così "godereccio", anzi, sembrava contrariata - il treno già stracolmo di passeggeri, forse in ritardo, direzione Livorno: coincide tutto, Ilaria era, anzi, è, di Livorno, qualche amica in comune mi disse anni fa che si era stufata di Roma e tornava lì dove era nata, Livorno). Lascio immaginare al lettore l'imbarazzo, il senso di vertigine temporale, l'annullamento istantaneo degli anni (dei mesi, delle ore e dei minuti) che ho provato quando il mio sguardo ha incrociato per una minima frazione di attimi il suo (ma non mi ha riconosciuto, altrimenti, voglio sperare, qualcosa avrebbe detto o fatto, e allora sì, mi sarei sentito un po' in imbarazzo, dato che l'ultima volta che l'avevo vista era in quella posizione e in un frangente tanto intimo... la passione che coglie alle ore più impensate, la voglia che cresce, sudore e umori e saliva mescolati insieme, l'alba alle porte, un divano così morbido e comodo... chi non ne avrebbe approfittato?).
Ci ho messo un po' a tornare a vivere il mio presente.

E poi c'è il futuro.

Lavoro con una fauna variegata d'esseri umani (da quelli più coglioni a quelli più stronzi, dagli "accettabili" agli onesti, la gamma è variopinta, ma non vasta). Tonino, napoletano d.o.c., sessantenne quasi in pensione, per gli amici Tony, mi spiega la sua teoria sul tempo, in un momento di pausa e sigarette e caffè, quando i clienti non rompono e l'aria torna a farsi respirabile. Mi spiega che lui evita di piangere, e di mantenere sempre i nervi saldi. Mi dice che ci riesce perchè "anticipa" le disgrazie; basta che senta l'odore di qualcosa che deve (o sta per) andare storto e lui s'immagina quello che è successo come se già fosse successo e lui stesse già vivendo un momento posteriore, quindi, ormai appartenente al futuro. Mi porge un'esempio (che mi ricorda un film, ma, al momento, mentre Tony me ne parla, non mi viene in mente che film è, non ricordo il titolo, cosa che farò dopo, sul treno Pisa-Firenze). Un giorno, a mezzogiorno, lo chiamano sul cellulare. E' sua figlia, di trentaquattro anni. Gli dice che la mamma (sua moglie) ha avuto un incidente. Tony scappa con la macchina e quando arriva l'autombulanza sta caricando il corpo ferito della donna. Non piange, non urla, non si spaventa. Con la mente si vede già vedovo. Immagina già cosa succederà se lei muore. Corrono in ospedale, lui monta in macchina e va a 40 all'ora. Non serve correre, sa già cosa succede. Passano due ore e i medici gli dicono che si salverà. Trauma cranico, ma passerà. La colonna vertebrale è integra. Solo qualche frattura al braccio sinistro. Tony mi sorride: "Sapevo già tutto".
Il film a cui pensavo (e che solo dopo avrei ricordato) è uno dei più belli tra quelli girati fino a oggi da Nanni Moretti: ne La stanza del figlio, il padre non sa che il figlio è morto, nemmeno la madre sa niente. Eppure... Due inquadrature accelerate e montate in parallelo si susseguono e ci preparano all'evento tragico: Giovanni (il padre protagonista del film) viene avvisato e corre con la macchina, la strada è piena di curve e qualche camion gli sfiora pericolosomante la fiancata; Laura Morante (la mamma) è al mercato e viene urtata da uno che sembra un ladro scippatore, ma forse è solo uno che va di fretta a lavoro; ora che ricordo meglio c'è anche l'inquadratura della sorella del ragazzo, che è in giro a fare la scema col motorino, insieme ai suoi amici, e anche in questo caso, noi, spettatori, non lo sappiamo, ma pre-vediamo che qualcosa di orribile è già accaduto. La morte del ragazzo, appunto. Tony avrebbe sorriso. O forse no. Il tempo (sia quello ricordato che quello anticipato, a volte, direi, "superstiziosamente anticipato") continua ad essere un mistero...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...