domingo, octubre 28, 2007

Diario di Lecce





(that's to say: if you like it, do it!)


23/10/07 ore 19,50

Sto partendo per Lecce per partecipare a un convegno sul tempo. Salgo al secondo piano del pullman che mi porterà alla fermata di Viale Ugo Foscolo e mi accorgo subito di una cosa: che quando ti siedi in un posto al secondo piano di un pullman sembra come se a guidare non ci fosse nessuno. Come se il pullman (col parabrezza libero e i primi posti sprovvisti di volante) ti portasse da solo dove vuole lui (e a te non resta che sperare che non si schianti contro qualche muro o albero).

Ai lati della strada sfrecciano luci rosse e gialle. Intravedo l'interno illuminato di qualche casa o palazzina poco distante dall'autostrada. E il fatto che ci siano luci accese dà conforto: vuol dire che c'è ancora vita in giro, da qualche parte, anche se tu, che sei in autostrada, non sapresti individuare nè il posto nè il nome del posto in questione.

24/10/07, ore 17,30

Sono venuto a Lecce per motivi di studio e mi accorgo di avere sbagliato abito: qui non fa così freddo come a Pisa o a Firenze. E soprattutto, qui nessuno va in giro con un completo nero e un cappotto nero invernale e un paio di Nike rigorosamente nere ai piedi. Passeggio tra la centralissima e trafficata Via Templari e Via Umberto I e mi sento a disagio, come fossi un maniaco o un ladro in incognito.

A Lecce fa davvero caldo e per provare a scaricare lo stress che mi produce tanto sudore sulla fronte mi fumo una sigaretta seduto davanti ai resti dell'Anfiteatro Romano. Siamo a Piazza Sant'Oronzo, tra le più famose della città. Intere famiglie consumano il loro pranzo tra i tavolini del McDonald; i vecchi chiacchierano davanti ai giornali. Provo a chiedere a tre tipi appoggiati a un palo accanto a un taxi quanto costa la corsa da lì a Viale Ugo Foscolo (la fermata da cui ripartirò per tornare a Pisa). I tre smettono di parlare e con tutta calma mi consigliano d'indirizzarmi a quei due signori laggiù. Sono loro quelli che guidano il taxi. Così, rosso in viso per la vergogna, mi rivolgo ai due signori, ma neppure questi sono i tassisti. Chiedo scusa e seguo le loro indicazioni: i due che m'interessano stanno dentro - e non fuori - del taxi. Che stiano per caso complottando alle mie spalle? Che tutti quelli cui chiedo informazioni stiano organizzando un piano per impedirmi di tornare a casa?

Alla fine ci rinuncio. Sono tornato a Piazza Santissima Addolorata: è qui che alloggio, per l'esattezza Vico San Giusto. Il mio bed & breakfast è un bilocale a piano terra con bagno minuscolo e piano cottura degno, anche se il resto dei mobili appartiene a un'era che non è più la nostra. Siccome le luci sono tante, ma tutte fioche e site negli angoli più impensati, scrivere o anche solo leggere il giornale diventa un'impresa e così le accendo tutte, compresa quella del bagno (al neon - fastidioso ronzio tipico delle sale d'attesa - ma almeno così ho l'impressione di avere più spazio, come se con le luci accese guadagnassi spazio).

Non so come spiegarlo, ma sembra che a Lecce le case a piano terra diano direttamente sulla strada: la gente non sembra avere problemi o timori a lasciarsi "spiare" o più semplicemente guardare dai passanti che attraversano le strade del centro. Come dirlo: le case, con le loro solite stanze note a tutti, sono tutte ad altezza d'uomo (se sono a piano terra, ovviamente). Qui di fronte, ad esempio: se apro la porta con le persiane in plastica posso vedere una vecchina che cuce a maglia e guarda le telenovelas di Rete4. Più in là c'è un gruppo d'indiani che, forse grazie alla parabolica, guardano un musical o un video con danzatrici del ventre loro connazionali. E tra loro soglia e il selciato non ci sono che pochi centrimetri di distanza (questo sì, questa zona della città, il centro storico, è per la maggior parte pedonale; ci sono poche macchine e quando ci sono diventa complicato farsi da parte, appoggiarsi al muro, e lasciarle passare).

Le case sono bianche per via del caldo. Immagino che qui d'estate si soffochi. E che i leccesi abbiano visto la neve rare volte.

Un'altra cosa che colpisce di questa città è la presenza massiccia e discreta di negozi d'antiquariato e di prodotti artigianali. Dalle collane ai braccialetti, dalle borse alle maschere di cartapesta ai prodotti in ceramica o terracotta, dalle librerie dell'usato ai quadri alle cornici, dalle stoffe più pregiate ai prodotti tipici della cucina salentina, qui il turista curioso e appassionato d'artigianato può trovare di tutto. Le persone sembrano concentrate nel loro lavoro. E se entri a curiosare o a chiedere un'informazione te la danno con una gentilezza estrema.

A Lecce si respire tranquillità e aria di mare (anche se il mare è distante e da qui non si vede). Vago tra i vicoli stretti del centro e ascolto il rintocco delle campane: qui è pieno di chiese che ci tengono a ricordarci che un'altra ora è trascorsa e che siamo anche noi, ahinoi, mortali.

25/10/07 ore 8,45

Salgo sul pullman che ci porterà da Lecce a Cavallino (il luogo degli incontri del convegno). E' stracolmo di docenti. Luminari della scienza; baroni; grandi saggi dell'Accademia italiana.

A un certo punto mi si siede vicino un signore dall'aria distinta e gli occhiali con la montatura di tartaruga. Ha in mano un libro di Enrique Vila-Matas. Ci getto l'occhio e lui si accorge che sto leggendo il titolo del romanzo di Vila-Matas.

"E' un autore che non conoscevo: sa, mi hanno chiamato a far parte della commissione che dovrà giudicare la tesi di una ragazza che ha scritto 500 pagine su questo qui". E io.

"E' uno dei miei scrittori preferiti. E' pazzo. Mescola citazioni reali a citazioni inventate. Fa impazzire anche i suoi traduttori".

L'anziano signore distinto ride:

"Eh sì! Io devo andare lì a certificare se è postmoderno o meno. Secondo me lo è". E io:

"Oh, sì, ma certo che lo è, non ci sono dubbi. Postmodernismo allo stato puro. Un grande ironico, questo Vila-Matas".

Solo quando entro nella sede del convegno e sento le presentazioni dei partecipanti mi accorgo di aver parlato di Vila-Matas e di postmodernismo con Remo Ceserani. Che sul postmodernismo ha scritto qualche tempo fa Raccontare il postmoderno. Rosso in viso, alla pausa caffè, mi sono presentato chiedendo venia per la piccola gaffe. Il prof. Ceserani ride. Quale gaffe? Non ero certo tenuto a riconoscerlo dalla faccia! Poi lo ringrazio perchè in quel suo libro di qualche tempo fa citò due cose a me molto care: il luogo tra i monti abruzzesi in cui sono nato e un autore sottovalutato e misconosciuto come Tiziano Sclavi. Ride ancora e poi se ne va, parlando coi colleghi, e giovani promesse dell'Accademia italiana.

26/10/07 ore 2,12

Sono già 5 ore che siamo in viaggio. Ci siamo fermati all'autogrill per una sosta. Mi sgranchisco le gambe e mangio una mela. Una bionda molto carina ma dal culo enorme (e degli orrendi stivaletti rossi ai piedi) chiacchiera d'amore con un ragazzo ingelatinato. Si nota che sono amici e che si vogliono bene e che si conoscono da una vita. Io non conosco nessuno dei viaggiatori e avrei voglia di chiamare mia madre. O Alyssa. O mio fratello. Ma è tardi, stanno dormendo. Non posso disturbarli a quest'ora. E poi farei loro prendere uno spavento. Non è il caso. Accendo la luce del mio posto al secondo piano e leggo queste frasi da La pelle di zigrino di Balzac (e mi ci riconosco molto):

"E io, debole, gracile, così modestamente vestito, pallido e smunto come un artista appena convalescente dalla sua ultima opera, come potevo competere con dei graziosi giovanotti, arricciati, agghindati, incravattati da indurre la Croazia alla disperazione, ricchi, armati di Tilbury e rivestiti d'impertinenza?"

Già: come posso io competere?
















lunes, octubre 22, 2007

L'ultimo giorno

Se gli avessero detto che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno, avrebbe fatto maggiore attenzione, non ci sono dubbi. Non avrebbe lasciato la tazza del latte sotto la goccia del rubinetto e tutta incrostata di marmellata e cereali (non stava bene e poi sua moglie doveva rigovernare e avrebbe fatto maggiore fatica a staccare le parti di cibo incrostate). E non avrebbe lasciato a metà quel romanzo che gli piaceva tanto (lo stava prendendo, come si suol dire, la trama l'aveva ormai accalappiato, voleva sapere che fine avrebbe fatto quel potenziale suicida con in mano un potere sovrannaturale come quello offertogli dal vecchio che gli ha venduto la pelle di zigrino...). E avrebbe chiesto scusa a moltissime persone care. Amici, parenti, suo fratello, e la moglie. A lei avrebbe detto tutte le frasi che non aveva avuto mai il coraggio di dire (perchè, al suo orecchio, suonavano troppo romantiche). E l'avrebbe baciata con più passione.
Se gli avessero detto che quel giorno si sarebbe fracassato la testa contro un albero, mentre era al volante, ne avrebbe approfittato per guardare l'ultimo film di Woody Allen e andarsene per sempre lontano con un sorriso. E avrebbe fatto le coccole a Biscotto, quel gattaccio che dorme sulla pancia della moglie e certe notti lo obbliga a prendere i sonniferi per riuscire a dormire perchè fa troppo rumore, ronfa e ronfa che è una bellezza.
Se lo sapeva prima, non avrebbe perso tanto tempo in questioni di poca o minima importanza come pagare le bollette e far quadrare i conti a fine mese: quanti tramonti si era perso? Quante volte si era dimenticato di guardare le stelle cadenti? Quante notti era stato in casa, seduto, in pantofole, davanti al televisore, invece di stare un po' fuori, con il naso all'insù?
E avrebbe baciato di più sua figlia, la piccola Ines, e le avrebbe raccontato del suo passato da studente scapestrato (quanti episodi del suo passato ignorava la piccola Ines). E le avrebbe detto che nella vita è importante godersela perchè non si tratta solo di fare il proprio dovere, quello è risaputo, ma al dovere, figlia mia, devi aggiungere il piacere, sennò che vita è?
Se lo avesse saputo prima, avrebbe fatto quel viaggio a Cuba cui aveva sempre rinunciato per problemi d'economia domestica. E avrebbe convinto la moglie a lasciare la scuola per un po', avrebbe fatto le valigie anche per la figlia, e sarebbe stato pronto a vincere la paura dell'aereo, in rotta verso La Habana.
E invece non lo sapeva e così finì con lo schiantarsi contro il guard-rail e poi contro quell'albero a lato sinistro della strada, dopo la curva, sotto la pioggia, e l'ultima cosa che riuscì a vedere fu un fulmine e l'ultima cosa che riuscì a sentire fu il rumore di un tuono, e l'ultima cosa a cui pensò fu al dopo, e poi, immediatamente dopo, a Ines e alla moglie, le avrebbe lasciate sole e indifese, temeva che non ce l'avrebbero fatta ad andare avanti da sole e poi c'è quella tazza, e il segnalibro a metà di La pelle di zigrino (Balzac è un mostro d'invenzione), e quella telefonata, e quell'amico che non vedo da una vita, e quel dottore che mi diagnosticò il tumore e si era sbagliato (per fortuna) e quella luna e queste stelle, sopra le nuvole, mentre piove e la ruota dell'auto gira a vuoto e l'unico rumore che sento è quello di un tuono in lontananza e l'unica cosa che vedo è questo fulmine che per un attimo illumina a giorno il cielo, che peccato, non poter rivedere le stelle...

viernes, octubre 19, 2007

S-vario

Non sono riuscito a vedere l'intervista di Serena Dandini a Sandro Veronesi (dalla puntata del 20 Maggio di Parla con me - le magie di internet: basta connettersi a RaiClick e poi selezionare il programma preferito ed il gioco...sarebbe fatto). E intanto la vita passa. Per motivi che non è il caso di citare in questa sede, mi ritroverò a viaggiare (e mangiare kilometri e kilometri d'asfalto, aria, e terra) tra Pisa, Firenze, Roma, Lecce e Madrid (dopo quasi un anno, torno nella mia seconda patria). E intanto: provo a capire chi sia davvero Victor Iriarte (consiglio a tutti il suo blog: http://cajanumero8.blogspot.com/). Ogni tanto lascio un mio commento ai suoi post "cinetici" (o "cinematografici"; davvero uno spettatore/lettore attento; non gli sfugge nulla). E immagino che sia davvero un regista, uno di quelli bravi, che ci crede, che crede nella potenza dei sogni ad occhi aperti, che fa film d'autore (o ci prova, almeno, contro l'imperialismo estetico americano). E intanto: il tempo passa, ho superato la trentina e ho ancora in mente quel romanzo, in cui si mescola tutto. In cui parlo di Tony Umorali, un personaggio stralunato che tenta di suicidarsi in tutti i modi e non ci riesce (c'è quella scena che ho riscritto cento volte e non viene mai la versione definitiva, quella in cui decide d'impiccarsi e si stacca la corda - o si stacca il lampadario vecchio e arruginito intorno a cui lega la corda che dovrebbe togliergli la vita). E si parla anche d'Università, degli scandali quotidiani che occupano il gossip accademico: quell'alunna tanto scarsa eppure tanto bella che riesce a portarsi a letto il prof. piacente e piacione; quell'altra che vince la cattedra lì dove insegna il suo amante; quello che si batte idealisticamente contro il marciume morale che regna ovunque e vorrebbe mettere una bomba in presidenza e invece sbaglia indirizzo, fa esplodere l'aula magna, perchè, preso da un raptus d'ira, semplicemente, entra dal portone sbagliato. In questo romanzo si parla anche d'amore: di un tizio perverso che s'intrufola nelle case delle fidanzate per portarsi a letto le rispettive mamme; un tizio così schifoso che quando viene scoperto dalla ragazza più carina e dolce che abbia mai incontrato si butta dal ponte dell'autostrada Roma-Teramo (all'altezza di Pietrasecca). E poi si parla di odio. E di invidia. E di solitudine. Le lancette dell'orologio scorrono e un vecchio attende la morte steso sul letto di un'ospedale tagliato fuori dal mondo. Scatta la mezzanotte e un'infermiera gli dice se preferisce svegliarsi o se vuole continuare a vivere il suo incubo quotidiano (il vecchio annuisce e l'infermiera gli ricarica la flebo di una sostanza giallognola). E poi si parla di paura. C'è quello che ha paura di perdere il lavoro e lo perde davvero. Ha 42 anni e si riscopre artista: canta e canta. Si dà al canto fino ad arrivare ad incidere un disco, e nessuno dei suoi colleghi gli crede, fino a quando non lo vedono cantare dal palco di Sanremo.
E intanto... Non ho ancora letto l'ultima parte di un romanzo uscito a puntate dal 2002. Queste sono le prime parole dell'incipit:

Uno non lo desidera, ma preferisce sempre che muoia colui che gli sta affianco, in una missione o in una battaglia, in una formazione aerea o sotto un bombardamento o in una trincea, quando c'erano, in una rivolta di strada, o in un furto in negozio o in un sequestro di turisti, in un terremoto, un'esplosione, un attentato, un incendio, è lo stesso: il compagno, il fratello o il padre, o addirittura il figlio, anche se è un bambino.

E intanto, ascolto "Black Tambourine" dei Bleck, mentre Alyssa dorme e sogna sogni d'oro, ignara della mia insonnia di questa notte, piena di buoni propositi e di pensieri nervosi. Piena di progetti mai portati e termine e che forse resteranno solo tali, condannati a vagare per sempre nel limbo (dei progetti di vita).

domingo, octubre 14, 2007



Le piccole difficoltà della vita quotidiana





Ci sono certe cose che danno fastidio, non c'è niente da fare. Non parlo dell'ingiustizia sociale, o della povertà nel Terzo Mondo; non parlo della prostituzione minorile e non voglio riferirmi alla situazione politica italiana contemporanea (sarebbe troppo complicato parlarne - Grillo e il Vaffanculo-day, Prodi e Mastella, Berlusconi e D'Alema, basta anche solo metterli per iscritto, certi nomi - tranne il primo, per esser precisi -, perchè la penna si rifiuti d'andare avanti, perchè il cervello si rifiuti di funzionare, perchè le dita smettano di picchiare sulla tasteria del pc). Parlo di altre questioni scottanti, apparentemente banali, e che, ciononostante, m'inquietano o mi fanno semplicemente incazzare.

Partiamo dal punto numero:

1- la panna sul gelato. Non so a quanti di voi sia già successo ("voi" chi? Direte voi - "voi", rispondo, fregandome bellamente di dare un'identità certa e fissa al mio povero lettore - in realtà, sono lettrici, quelle due o tre che ancora mi sopportano), ma a me è capitato spesso l'estate appena trascorsa di chiedere un gelato e, poi, di chiedere d'aggiungere la panna (come ciliegina sulla torta). Solo una gelateria su quattro ha accondisceso alla mia richiesta SENZA FARMI PAGARE LA PANNA come se questa fosse UN TERZO GUSTO (o quarto, se già ne avevo chiesti tre: fiordilatte, bacio e stracciatella, i miei tre preferiti). Ora, mi domando e dico: ma da quando la panna E' UN GUSTO? Da quando in qua? Aboliamo questa cazzata della tassa sulla panna (devo dire anche che a Roma la panna te la mettono in automatico; e in certe città del Sud idem; in un bar del centro di Firenze, invece, c'è scritto addirittura a caratteri cubitali: LA PANNA VALE UN GUSTO e, affianco, subito il prezzo: 0,50 cents!!! Il gelato è un piacere; senza panna che piacere è? [ma mi rendo subito conto che questo è un problema minimo, anche perchè ci stiamo avviando verso la brutta stagione, verso il freddo inverno, altro che panne! Ciò non toglie che il problema resta e qualcuno deve porvi rimedio];


2- i giornalisti col microfono "cinico". Non so quanti guardino il telegiornale (forse l'unica cosa guardabile ancora oggi in tv - sempre che non si tratti di quello di Emilio Fede; oppure di Studio aperto - sempre bellessime le colonne sonore strappalacrime che i responsabili dei servizi montano insieme alle immagini di qualche crudo fatto sanguinolento di cronaca nera; bellissimi e, devo dire, anche alquanto arrapanti, i servizi sulle varie veline, farfalline, modelline che popolano e spospolano nel variegato mondo dei vips), però è una costante degli stessi di mandare in onda servizi su qualche disgrazia personale capitata a qualche sopravvissuto o familiare superstite: orbene, in questi casi non mi spiego perchè c'è sempre (dico: sempre) un giornalista dotato del suo bel microfono "cinico" (ma si possono anche togliere le virgolette: quindi, davvero cinico) che si mette a fare domande del tipo: "ma ora che il suo piccolo figlio è morto, ed è volato in cielo tra gli angioletti del Signore dopo quell'incidente da brividi, lei ne sentirà la mancanza?"; oppure: "cosa direbbe agli assassini di sua moglie se li avesse proprio qui, ora, davanti ai suoi occhi?"; o ancora: "come si sente dopo che suo padre è stato divorato dal pitbull del suo caro e vecchio vicino di casa? Non aveva mai notato segni di squilibrio mentale nell'animale?". Basta piagnistei in tv, soprattutto quando questi sono "guidati" e pilotati dalle domande assurde (diciamolo pure: stronze) di giornalisti privi di scrupoli (voglio vedere se l'auditel resta sempre sugli stessi livelli se tutti i direttori di telegiornali decidono di darci un taglio e di diminuire l'emissione costante di "servizi lacrimevoli" o a effetto melodrammatico sicuro; ma devono averci il loro tornaconto, altrimenti non si spiega - oppure quegli stessi direttori credono che siamo tutti spettatori morbosi affamati di vedere scene truculente o di gente che piange e si dispera?).


3- le super-offerte del mese. Dovrei fare un piccolo esperimento: conservare la valanga di volantini che le grosse marche o i grandi centri commerciali (di "distribuzione commerciale", in gergo tecnico) mandano a casa (non più per posta, come una volta, ma sfruttando la manovalanza di giovani ragazzi o ragazze che, zaino in spalla, fanno "volantinaggio" - vorrei anche sapere quanto pagano, per fare quest'opera di bene - loro, ovviamente, il bene, non dei "dipendenti"). E bisognerebbe mettersi lì a contare le cifre delle super-mega-offerte che, ogni mese, queste grandi marche (o grossi centri commerciali) ci rifilano come fossero vere occasioni da cogliere al volo. Forse, non ne sono sicuro, ma dico: forse, scopriremmo tutti quanti insieme che le offerte non sono sempre tali; che il computer che oggi ti vendono a 600 euro, domani ne varrà la metà, per le stesse prestazioni e con gli stessi optionals. Forse, ci renderemmo conto che il maxi-schermo al plasma a 45 pollici che oggi ci vendono per 1300 euro, domani varrà meno di una normale tv senza plasma. Forse, potremmo verificare con calcolatrice alla mano, che quello stesso frigorifero che oggi mi vogliono rivendere a 400 euro, in un altro posto, e alle stesse condizioni, posso pagarlo una cinquantina di euro in meno (solo perchè quest'altro posto non ha la stessa pubblicità a tappeto della grossa catena di commercio che sventola i suoi volantini promozionali a destra e a manca). E poi: abbiamo davvero bisogno di un nuovo pc ogni mese? E la nostra tv non emette le stesse scemenze di quella mega che vedo nel volantino? Di quante cose possiamo fare a meno nella nostra vita quotidiana? Di tante. Non c'è dubbio.


Ricapitolando: se volessimo tentare di trovare un filo rosso (non comunista; è rosso perchè così vuole il detto popolare; il modo di dire ormai giornalistico, più che accademico) che leghi o tegna insieme le 3 parti sopra-indicate, potremmo dire che questo s'annida nel fatto che tutte e tre le difficoltà della nostra vita quotidiana trovano il loro comun denominatore nella cinica "fame di denaro" delle aziende che producono certi prodotti (o di certe gelaterie che vendono il loro prodotto artigianale); e nella cinica e feroce "manipolazione mediatica" del povero cristo che sta lì e si guarda la televisione. E' ovvio che dalla panna ai direttori di telegiornali ce ne passa. Però è un fatto. E io lo noto. Mi vogliono vendere degli oggetti a basso costo di cui posso fare a meno (come se comprando ogni mese le offerte diventassi sempre più furbo e sempre più ricco, risparmiando sul prezzo pieno!); mi vogliono trasmettere una notizia pigiando sul piede dell'acceleratore emozionale. Ma io non mi lascio fregare. E al barista che mi dice che la panna è un gusto rispondo sempre: "Allora no, grazie, lasci pure i gusti che le ho detto". La panna, se voglio, me la faccio in casa. E poi, cazzo, non è un gusto, è parte dovuta del piacere di un buon gelato all'italiana...

lunes, octubre 08, 2007


The Post (scriptum)
Devo aggiungere una precisazione al post sulle donne (o sul mio presunto rapporto "felice" e costante con le medesime): non tutte le donne che incontro diventano subito delle amiche; non tutte le mie amiche mi hanno dimostrato un interesse che travalicasse i confini dell'amicizia. Voglio dire che in quei (rari) casi (pochi, per la verità - meno, comunque, di quanti ne possa sognare o immaginare) in cui una mia amica è finita nel mio letto (o meglio, in cui io sono finito nel letto di una mia amica - Alyssa non devi turbarti, mi riferisco a storie e storielle accadute ai primi anni dell'Università), l'amiciza, per forza di cose, è decaduta. Non ricordo se è proprio Aristotele (o era Ovidio?) nel De amicitia a dire che l'amicizia è tale perchè io, in quanto "amico", mi prendo cura, mi preoccupo dell'altra persona che reputo degna delle mie attenzioni (senza nulla pretendere in cambio - anche se è chiaro che l'amicizia corrisposta è o dovrebbe essere l'acme). Ma è proprio perchè me ne occupo (e pre-occupo) che non me la posso portare a letto. L'amore è altro dall'amicizia e non prevede rapporti sessuali (anche se l'amore nasce spesso da un rapporto d'amicizia e anche se oggi molto spesso l'amicizia sessuale è praticata con grande slancio e senza troppi pudori - ma chiudo subito la parentesi, perchè l'argomento ci porterebbe davvero troppo, troppo lontano e aprirebbe un dibattito ormai acenstrale, come la fatidica domanda: "ma può davvero esistere l'amicizia uomo-donna?". La mia risposta personale è sì, vista l'esperienza che ho avuto. Altri potrebbero dare altre risposte. Come è giusto e ovvio che sia.

domingo, octubre 07, 2007

Io e le donne

Suona come il titolo di un libro per "single" o per "aspiranti Casanova". Non è nè l'uno nè l'altro: voglio dire, questo post non tratta dei problemi di chi è solo (e cerca una compagna) o di chi è solo e cerca molte avventure. Si tratta molto più semplicemente di un mio tentativo per cercare di scandagliare una parte della mia vita avvolta nel mistero...

Io ho avuto poche donne; di sicuro ne ho avute meno di quelle che desidererei ancora oggi. Ancora ora, ne vedo passare un monte e molte me le porterei a letto (nel senso che ci farei l'amore e che poi proverei a parlarci, per stabile un contatto che non si riduca al solo sesso o al semplice atto animale). In realtà, ne vedo tante, ma su tutte applico il famoso detto "guardare ma non toccare", anche perchè, tra le altre cose: 1- sono findanzato; 2- sono fedele; 3- sono troppo impegnato (nel corpo e nella mente) a pensare alla mia vita potenziale futura in compagnia di Alyssa per pensare alle altre (o per immaginarmi accanto ad un'altra).

Eppure... Passano gli anni e mi accorgo di avere un particolare feeling con le persone dell'altro sesso: mi bastano pochissimi minuti per entrare in confidenza con una ragazza a me sconosciuta pochi minuti prima. Uno scambio di battute, le dovute presentazioni, e mi ritrovo subito immerso in un dialogo accanito su vita passata, vita presente, gusti e hobby, cosa fai tu domani sera, perchè non ci vediamo per andare a vedere un film o a mangiare una pizza, etc. etc....

Non so da cosa dipenda (se c'entrano qualcosa i geni), eppure mi riesce davvero facile stringere amicizia con le rappresentanti dell'altro sesso. Non è perciò un caso che abbia molte più amiche donne che amici maschi. Eppure...

Passano gli anni, più invecchio e più noto che anche le donne, in un qualche modo a me sconosciuto, percepiscono che di me si possono, ripeto: in qualche modo, fidare. Si avvicinano, mi fanno gli occhi dolci, oppure, più semplicemente, mostrano un certo interesse e cominciano a parlarmi del più e del meno e mentre parlano io mi rendo conto del fatto che, modestia a parte, potrebbero manifestare nei miei confronti interessi che vanno al di là dell'amicizia o della pura conoscenza superficiale, per inoltrarsi nell'ambito molto più spinoso dei sentimenti e della passione, mi è capitato più volte, in passato (e che Alyssa mi perdoni per quello che sto per dire), che una ragazza o una donna (anche d'una certa età - diciamo una quarantina d'anni) m'abbia manifestato un interesse che sorvolava gli interessi più comuni (e che più ci accomunano in quanto esseri umani pensanti) per coinvolgere gli "istinti di base" (con tutta la carica di elettricità e di caos che questi implicano). Insomma, mi è capitato più volte (in un bar, al bancone di una discoteca, lungomare, all'uscita di un cinema o dopo una cena a casa mia, sulla via del ritorno) di assistere a dimostrazioni d'interesse puramente sessuale...

E tutte le volte che è capitato, io mi sono limitato a fare lo sciocco: a buttarla sul ridere, a fare battute immani, a girarci intorno, senza approfittare mai (o quasi mai) della situazione favorevole (le labbra socchiuse, lo sguardo dolce, gli occhi luminosi, le labbra carnose e invitanti, la voce più lenta e persuasiva, le cosce messe in bella mostra, i tacchi alti o le scarpe coi tacchi allacciate proprio nel momento in cui pronuncio le battute più stupide - e lei ride, mi mostra i suoi denti bianchissimi e la lingua e mi invita a baciarla, o ad abbracciarla, a toccarla, in qualche modo, a stabilire un contatto fisico con lei e con il suo corpo invitante - la scollature generosa, le gambe tornite - quante armi hanno a loro disposizione le donne!).

Ripeto: tutte le volte che mi è capitato, io ho cercato di sviare il discorso; o con l'ironia o con l'autoironia (e ancora non mi è capitato di conoscere una donna che non sorrida dell'autoironia di un uomo - sarà perchè loro, le donne, sono scarsamente o raramente auto-ironiche).

Insomma: non me ne sono mai approfittato (a differenza di qualche mio amico che ha concluso la notte a letto, tra gridolini di piacere e sigarette fumate subito dopo l'orgasmo).

Non mi ritengo un bel ragazzo; non sono affascinante, nè interessante. Forse, a prima vista, posso risultare simpatico. E auto-ironico. Ma oltre a questo, ci sono poche qualità che possano attrarre le persone di sesso femminile. Eppure capita: e passano gli anni, e continuo a stare con Alyssa, e continuo a sperimentare lo stesso atteggiamento da parte loro; loro mi guardano, io le guardo, penso: "come sarebbe bello poterti baciare o leccarti la fica", e nel mentre sto fermo, sorrido, faccio battute, loro ridono alle mie battute e poi tutto si spegne, in una grossa risata o, al massimo, in una serie di risatine buffe che lasciano trapelare il dispiacere, o il disgusto, o più semplicemente il disappunto: "avrei voluto scoparti, ma si capisce che non mi vuoi, forse non ti vado bene così come sono, forse non sono il tuo tipo, però mi piaci lo stesso, chissà che non cadrai la prossima volta, chissà che non riesca a portarmiti a letto". E io ribatto: "mi piacerebbe scoparti, ma non è il caso; sono fedele e poi ho paura: e se invece non ti interesso? E se ridi alle mie battute solo per educazione o per falsa riconoscenza? E se mi trovi brutto? E poi, scusa, ma non mi hai appena detto che sei sposata - o fidanzata - o comunque impegnata?".

Pippe mentali. La fortuna vuole che continui ad avere più amiche donne che amici maschi; e che riesca a sopportare la mia vita anche grazie a loro, le donne...

miércoles, octubre 03, 2007


Certe volte
Ci sono delle volte nella vita in cui la cosa migliore da fare è stare fermi e non fare nulla. Certe volte corriamo e ci arrampichiamo sugli specchi e facciamo flessioni e ci giriamo intorno (al nocciolo - quello famoso - della questione) senza risolvere nulla. Ci sono certe volte nella vita in cui bisogna seguire il proprio istinto e scegliere in base a quello che questo ci sussurra, al di là di tutti i buoni propositi che ci detta la ragione (o la morale). E ci sono pure altre volte in cui bisogna calcolare pro e contra, studiare bene la traiettoria. Anche se è vero: tu puoi pure correre, ma se c'è una pallottola che porta scritto il tuo nome, quella, prima o poi, ti raggiungerà, e ti darà la morte. Non so se definirmi un fatalista; so che il caso gioca brutti scherzi e governa almeno l'80% delle nostre vite. Il resto spetta a noi; al famoso libero arbitrio. Siamo tutti liberissimi di scegliere e, perciò, di sbagliare. O di fare sbagliare gli altri. Tutti confondiamo tutti. Un sì e un no, o un forse, possono causare la morte, oppure il successo e la coronazione di una carriera di ogni umano sulla Terra. Nessuno scappa a questa legge: nemmeno i potenti (un sì e un no alle elezioni: pensate alla gioia di Berlusconi il giorno in cui scoprì che aveva battuto Prodi; e pensiamo a come ha vissuto quella famosa nottata Prodi quando, dopo alterne vittorie smentite, ha scoperto di essere salito al Governo con un margine davvero scarso, minimo, risicato; è sempre così, un sì e un no, basta poco).
E poi ci sono quelle volte in cui, anche a costo di non decidere, desideresti fare un viaggio interstellare, pur di non doverti prendere la "proverbiale" responsabilità (sacro-santa), pur di poter evadere per un po' dal pianeta Terra. Ma non serve scappare, il caos resta, se siamo noi, nel nostro animo, a essere caotici.
Certe volte mi piacerebbe essere George Sanders, che osserva con occhio acuto, e, al contempo, sembra, distaccato. E' imparziale, appare calmo, quasi rassegnato. Deve aver assistito a molte battaglie; a tanti morti, a cari scomparsi o donne bellissime che gli hanno lasciato solo una scia di dolcissimi profumi sulla giacca (o la macchia del rossetto sulla camicia bianca; o qualche capello biondo sulla spalla). E lui resta lì, fermo, pazientemente intento a guardare lo spettacolo della vita, mentre gli altri lottano, corrono, sudano, forse, a volte, inutilmente.
Sembra ripetere i versi di Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, / questa morte che ti accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso / o un vizio assurdo. Ora che ci penso, sono versi troppo tristi, George Sanders li approverebbe, ma li pronuncerebbe con un tono ironico, e un sorriso sornione. Senza sbraitare; senza quasi farsi notare dal pubblico in sala. Come in un sussurro soave e quasi tenero.

viernes, septiembre 28, 2007

Teodoro W. Adorno



Finalmente, dopo tanti anni, ho conosciuto anch'io Teodoro W. Adorno. E' il gatto di Julio Cortázar, l'autore di racconti straordinariamente fantastici (nel senso letterale del termine: ma, ora che ci penso, "fantastico" ha davvero un suo senso letterale? Da dove deriva e cosa significa letteralmente il termine phantasticus?).

Questo Adorno fece impazzire più d'una traduttrice dei racconti dell'autore de Las babas del diablo: nell'Aprile del 2005, un altro scrittore ispanoamericano, Luis Sepúlveda, quello de La gabbianella e il gatto (da cui Enzo D'Alò trasse un film molto educativo e ben fatto, anche se, a parer mio, meno bello de La freccia azzurra - vero capolavoro del cinema d'animazione) raccontò un aneddoto legato a questo problema. La traduttrice di Cortázar si era imbattuta in un Adorno che non c'entrava niente in quel contesto; all'inizio credette che doveva trattarsi di una citazione nascosta dal filosofo tedesco; poi d'un ghigno d'autore; ma alla fine dei conti era davvero surreale che Adorno, in quel brano del racconto in questione, scondinzolasse tra le gambe del protagonista. Solo dopo due telefonate a Parigi, riuscì a capire che Cortázar si stava riferendo al suo gatto. Nero, simpatico, scattante, come tutti i gatti che si rispettino (in una foto si vede Cortázar seduto davanti a una finestra; dall'altra parte Adorno che prova a graffiarlo affettuosamente, ritto sulle due zampe; non si capisce chi, tra i due - essere umano e essere animale - si diverta di più).

Ed ecco così finalmente Adorno in primo piano (anche se di spalle): l'ho trovato a p. 14 del libro-collage (specie di zibaldone o contenitore di "racconti in potentia") La vuelta al día en ochenta mundos (Madrid, Debate, 1993). La foto è ambigua, come tutte le foto che si rispettino: in realtà, non è facile stabilire se Adorno ci dia le spalle, mostrando olimpicamente il suo totale distacco dagli affanni terreni; oppure se, invece e al contrario, posa proprio in primo piano, ma il viso (e il resto del corpo) è in ombra, stagliato sullo sfondo bianco di una persiana al cui lato sinistro campeggia un mazzo di fiori costretti in vaso poggiato sul davanzale.

Cortázar deve essersi divertito molto a giocare con il suo Adorno; ed è forse per questo che gli dedica foto e diversi brani del libro (il cui titolo, è evidente, è anche un omaggio a Philieas Fogg, il protagonista del romanzo di Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni.

Quanti mondi c'entrano in un giorno? O, al contrario, e ribaltando la domanda: quanti giorni c'entrano in un mondo? Cortázar ci dice che la letteratura è ovunque; e che la finzione può scaturire anche da un gatto seduto davanti ad una finestra (o su un balcone intento a fissare un altro gatto appostato anch'esso sul davanzale della finestra della casa di fronte).

A p. 10 c'è la foto di Jules Verne: sembra Babbo Natale, con una barba bianca folta e rigogliosa e quegli occhi spiritati da esploratore instancabile di mondi "altri". In realtà, in questa immagine, Verne ricorda inevitabilmente un altro genio. Einstein, ripreso in primo piano, mentre sorride con i capelli tutti arruffati. E tra Eistein e Verne, il passo è breve. Anche se sono vissuti in due epoche diverse. Anche se probabilmente l'uno ha sempre continuato ad ignorare l'esistenza dell'altro. E di Adorno. Che siede ancora sul davanzale, e forse è ancora vivo, e scondinzola tra le gambe di Cortázar...

lunes, septiembre 24, 2007

Lettera aperta a Alyssa, intorno alla mia presunta "mania libresca"

Cara Alyssa,

lo so che tu non mi leggi (o che si contano sulle dita di una mano le volte che leggi i miei pensieri su questo blog - qualche sforzino in più, è vero, lo fai, quando si tratta dei racconti) e quindi so che, almeno per ora, sto scrivendo a un fantasma (a un'altra "te" che non mi sente e non mi vede, e che chissà se dorme di già a Firenze o è qui a Pisa, vicina al mio letto, intenta a scrutarmi mentre le scrivo e non mi accorgo che sì, è proprio qui a fianco a me e mi prende in giro perchè vede che io credo di stare scrivendo ad un fantasma quando invece...). E quindi so pure che quanto ti scrivo potrebbe fare la fine del messaggio lasciato nella bottiglia gettata in mezzo al mare: ovvero, non arrivare mai a destinazione (e allora perchè, mi domando, perchè continuiamo a lanciare messaggi nelle bottiglie? Romanticismo imperituro? Ostinazione tutta umana a voler sfidare la sorte?). Eppure ci provo: proverò a spiegarti perchè è il caso che si rifletta insieme sulla mia presunta "mania libresca", su questa sorta di malattia della mente che mi obbligherebbe a leggere sempre e solo come se il libro che ho tra le mani fosse di fondamentale importanza per la mia formazione di uomo, come se stessi sempre studiando, matita alla mano, evidenziatore pronto, orecchiette alle pagine più belle già pronte a rovinare la carta del testo in questione...

Non è vero che leggo sempre studiando; non è vero affatto che non mi abbandoni a un tipo di lettura "rilassante" e pacata; è contro ogni evidenza dire che sono così concentrato quando leggo da dimenticarmi della tua presenza se mi sei accanto o con la testa sul petto e in attesa di coccole.

Ci saranno pure state nottate in cui ho perso il senno dietro a pensieri stampati e inventati da una mente contorta; ci saranno state un paio di volte in cui ti ho lasciata a letto per andare di là in cucina a leggere la fine di un capitolo particolarmente avvincente. Ma ti giuro che questa non è la prassi, che non è mia abitudine abusare della tua pazienza o ignorarti completamente per ore filate.

E' vero pure che c'è chi, dopo aver fatto l'amore, si addormenta di botto o si fuma una sigaretta: io preferisco leggere, rituffarmi a capofitto nella trama di un giallo o negli interstizi di un saggio di filosofia. Si sa, son gusti. Ma riconosco pure i miei limiti: conosco il senso del rispetto; o almeno credo e lo spero. E ti assicuro che non permetterei mai alla mia cosidetta "mania libresca" (pensiamo a Don Chisciotte) di impossessarsi di me fino al punto da portarmi lontano da te e dal tuo corpo desideroso di carezze e baci sottili. Non lascerò che l'una passione soppianti l'altra. Anche perchè sono due passioni diverse e che coinvolgono in modi diversi. Non avere paura, perchè non ti farò addormentare tutte le notti da sola. Non di solo libri vive l'uomo, così come non di solo pane ci nutriamo (e poi sarebbe davvero assurdo, da matti, portarsi sempre a letto dei libri; anche se coi libri, quando valgono, bisogna anche andarci a letto e farci la notte in bianco).

Dormi pure sonni tranquilla, mia cara Alyssa. E credimi: il saggio sa che tutta la sua sapienza non serve a nulla se non è d'aiuto al prossimo. E che nessun libro potrà permettergli d'avanzare lungo il cammino della verità senza l'osservazione acuta e attenta, cosciente e irrazionale a un tempo, dello spettacolo che la Natura gli porge sotto gli occhi. E tu sai come mi hai catturato attraverso i tuoi occhi dolcissimi. E che da essi ho intravisto quella luce che ancora m'illumina.
Tuo
Rendl (o Anto)

viernes, septiembre 21, 2007

La mano incantata


E' così che s'intitola la foto qui affianco, di Ralph Gibson, fotografo di cui ignoravo perfino l'esistenza prima di leggere il bellissimo, suadente e romantico saggio di Philippe Dubois su L'atto fotografico (Urbino, Quattroventi, 1996 - l'originale francese è del 1983; all'epoca avevo appena 6 anni, ma ero già affascinato dalle immagini fotografiche, anche se odiavo farmi fotografare, mia madre mi diceva che "uscivo sempre con gli occhi chiusi", deve essere inversamente proporzionale, la mia sensibilità alla luce - solare - con la mia voglia di guardare, catalogare il mondo per immagini, osservare quante più immagini possibili si può, riempirmi la retina di foto...).

Questa foto colpisce per tutti i buoni motivi che elenca Dubois (ricordo che l'analizza in uno dei capitoli finali del libro, quando parla dell'importanza del fuori campo o off dell'immagine fotografica: quanto sia importante ai fini della comprensione, fruizione e interpretazione di una foto sia quello che appare dentro il quadro, che quanto resta per forza di cose fuori dello stesso). Qui, in particolare, il fuori campo parla, è eloquente: perchè non solo la mano che sta per aprire del tutto la porta appare da un "fuori campo" deducibile (la parte a sinistra della porta, dal punto di vista di chi guarda), ma anche perchè quella stessa mano, sotto forma di ombra (pulvis et umbra, sempre), si proietta sullo schermo della parete, aprendo per così dire lo spazio destro della foto stessa, riempiendo di senso (perturbante?) anche il lato destro dell'immagine.

Sinistra (una mano), destra (l'ombra di una mano), centro: una porta socchiusa, dietro della quale s'intuisce la presenza di una stanza; in primo piano, il pavimento di quel corridoio che conduce proprio alla porta che si (sta) per aprire (che qualcuno - ma chi? Un fantasma, un essere umano, uno zombie, un bambino, un uomo o una donna? Un vecchio? - fa il gesto di "aprire"), impedendoci, negandoci, sottraendoci proprio quella porzione di spazio verso cui tenderebbe naturalmente l'occhio (voyeurista) dello spettatore. La porta: fermiamoci su questo elemento tipico; basilare di ogni architettura domestica (non esistono case senza porte; se sì si chiamano bunker; ma in quel caso vi si penetra attraverso una botola, un passaggio segreto, un buco nella terra; la porta è proprio il punto di passaggio per eccellenza verso la "domesticità": solo se c'è una porta ci sarà pure una casa; si entra nel regno del familiare, anche quando chi vi abita ci risulta sconosciuto; comunque quello sconosciuto considererà sempre la porta d'ingresso come "la chiave che apre le porte del regno domestico"). Dicevo: la porta. E' di forma (ovviamente) rettangolare; ebbene: immettere dentro il quadro di un'immagine fotografica (rettangolare) un oggetto, o una seconda immagine, dalla forma rettangolare non è operazione innocente; al cinema (ma credo anche in fotografia) quest'operazione assume i tratti della figura retorica e si chiama (in francese, guarda un po') recradrage. E' come quando inquadro una televisione in un film: l'effetto è da mise en abyme (guarda un po', anche questo secondo termine tecnico è in francese; che il francese sia fissato su certi fenomeni tipici dell'arte "modernista" o "avanguardista"?). E' come quando un regista in-quadra un quadro famoso; o, ancora meglio, quando mi fa vedere un attore che è posto davanti a un quadro e contempla il quadro con la testa ravvicinata al soggetto del quadro e io assisto a un osservatore che osserva senza sapere di venire osservato da altri da dietro le spalle... Ecco una prima conclusione cui si giunge guardando questa foto: il mistero nasce anche dal fatto che essa si costruisce come recadrage: mette al centro del quadro (in-quadra) un quadro (qui, in realtà, un rettangolo), aprendo la strada (dell'interpretazione) verso uno sfondo, un altro quadro (la stanza) che non si vede. Ciò che intra-vedo da dietro la porta è solo, oltre alla mano "misteriosa" che fa atto d'aprire, una striscia bianca orizzontale lungo la parete spoglia; parte del pavimento in parquet (prosecuzione logica del parquet che si vede in primo piano). E nientre altro (nemmeno un'ombra; anzi: nemmeno l'ombra di un oggetto, una persona, un paesaggio, un quadro, una finestra, nulla). Una porta che apre sul nulla? Un gioco di specchi di cui non capisco il fine e le cause?

Mi piace pensare (ipotizzare anche) che quella mano non è nè frutto di un fotomontaggio nè frutto del caso (ma in una foto il caso e il destino - poteva essere così; deve essere così - si danno la mano), bensì sia proprio la mano di Ralph Gibson, l'artista-autore che ha ideato questa immagine alludendo a qualcosa che potrebbe essere proprio l'atto fotografico così come lo intende Dubois. Un atto misterioso che apre la strada a mondi "altri"; che raggela e congela nell'istante un attimo di tempo e una porzione esatta di spazio. Spazio e tempo mummificati e, al contempo, resi eterni dall'effetto della luce sulla pellicola impressionata (le foto fanno sempre impressione, anche quando hanno per oggetto contenuti domestici). Spazi-tempo che l'occhio può percorrere a piacimento ma che restano sempre muti; nessuno verrà a dirci cosa si nasconde dietro quella porta; nessuno sa davvero di chi sia quella mano; e forse non valeva nemmeno la pena porsi questioni simili; la foto è là, fissa, immobile, inquietante. E mi parla senza parole.

sábado, septiembre 15, 2007

Dedicato a Silvia, l'amica di "Impressioni di vita"

Seneca osserva: "L'uomo è destinato a tornare alla vita, e perciò deve uscirne serenamente. Osserva il ciclo attraverso cui le cose ritornano tutte in se stesse: vedrai che nulla in questo mondo si estingue, ma con moto alterno tramonta e risorge. Se ne va l'estate, ma per tornare l'anno successivo. Passa l'inverno, ma riapparirà nella sua stagione. La notte nasconde il sole, ma subito dopo il giorno porta via la notte. Similmente le stelle, nella loro rotazione, non fanno che tornare dove sono già passate. Continuamente una parte del cielo sorge, e una parte sprofonda sotto l'orizzonte. E concluderò aggiungendo solo questo: neppure i bimbi e i dementi temono la morte. E' perciò cosa veramente vergognosa che la ragione non sia capace di darci quella serenità di spirito a cui porta la stoltezza". (dalle Lettere a Lucilio, Libro IV, lettera 36).

Queste parole non ci dicono soltanto che, molto probabilmente, come fecero Quevedo, Góngora, Gracián, Lope e compagnia bella, anche Cervantes lesse attentamente i classici e, tra questi, Seneca (il Seneca morale, mi verrebbe da dire), ma che lo assimilò alla propria lingua, re-inventadolo attraverso una nuova, originale riflessione sul tempo come freccia e come cerchio (tutte le cose, per Cervantes, girano "a la redonda" o "en redondo"; ricordiamoci pure del fatto che in realtà chi riflette nell'incipit di quel capitolo della II parte del Quijote non è il Monco di Lepanto, ma Cide Hamete Benengeli, quell'autore che, a detta del "primo autore", ha scritto il romanzo che narra delle avventure di Don Chisciotte e che un traduttore "arábigo" verte nello spagnolo dal testo originale).

Non inventiamo (mai?) nulla di nuovo; non solo la letteratura si nutre di altra letteratura e il presente si evolve grazie al passato, ma, a quanto pare, anche le nostre vite sono destinate ad avere un'eco nel futuro, ripetendosi nei gesti, nelle parole o nei ricordi di chi ci sopravviverà. O meglio: questo è quello che ci suggerisce Seneca, nella lettera succitata indirizzata a Lucilio. E fa una certa impressione sapere che ormai, tanto di Seneca quanto del suo discepolo Lucilio, non restano che le ossa (o forse neppure quelle: pulvis et umbra, come sempre)...
O forse no, qualcosa resta: il libro che raccoglie quelle stesse lettere, quel libro che Seneca scrisse secoli fa e che ancora oggi, il 14 Settembre del 2007, agli inizi del XXI secolo, qualcuno si prende la briga di leggere, convinto di non trovarvi cose interessanti. E invece, quante massime utili, quante frasi che lasciano a bocca aperta, come questa, in cui il maestro invita l'alunno a fare in fretta, a portare subito a compimento i suoi sogni, perchè, si sa, tempus ruit: "pensa che tu sei mortale ed io son vecchio". Da restare a bocca aperta...

sábado, septiembre 08, 2007


30 years old
V for Vendetta
but also
V for Venture
and Vademecum
[sperando sia un'annata migliore delle altre, come sempre, tanto ci auguriamo sempre la stessa cosa ogni anno; a special thank to Alyssa, siempre detallista, soprattutto quando uno non se l'aspetta! And to my brother, Dadda, from Rome, che raggiungerò nel giorno di Beppe Grillo, V for Vaffanculoday... And to my family, sin ellos no hubiera sido posible nada, tampoco este blog]

martes, septiembre 04, 2007

Piccola osservazione morale, forse moraleggiante, from the car-park or the area-parking...



Tutto passa o tutto scorre e le situazioni già passate o già vissute tornano a ripetersi e riviviamo gli stessi gesti, anche con lievi, a volte leggerissime variazioni.
Mi era capitato già nel 1996, quando lavoravo con un gruppo di ragazzi eruditi amanti del cinema (dei cinefili) e organizzavamo rassegne estive, cinema all'aperto, film d'autore di qualità per tutti, e io approfittavo delle pochissime pause per rinserrarmi in macchina e mangiare una mela o una pera o una banana e scrivere le mie priogioni; è ricapitato nel 2003, quando facevo il facchino in un hotel di lusso del centro di Roma e usavo l'ufficio-ripostiglio del mini-bar service per scrivere racconti impossibili su amori improbabili tra le birre di Heineken e le bottiglie di acqua Fiuggi, mentre di là, fuori, in corridoio, le governanti ci cercavano, invano, e le cameriere rassettavano le stanze dei cosiddetti vips (Maurizio Costanzo più ciccione che in tv e Alba Parietti che una mattina mi aprì in accappatoio e l'unica cosa che si vedeva erano le labbra gonfie e i capelli arruffati, ma capita anche a loro, siamo tutti comuni mortali, anche se quelle labbra; il più umile e affabile di tutti, Roberto Benigni, che mi strinse la mano in ascensore e mi ringraziò per i complimenti che gli avevo fatto di cuore per la sua televisiva ed emozionante lectura dantis).
Succede anche oggi, nel 2007, mentre noleggio auto a turisti stranieri e uomini d'affari (generalmente loschi), seduto, o meglio, rannicchiato all'interno di un ufficio antistante il parcheggio, mentre i colleghi sudano a fare i contratti e io mi limito stoicamente a chiuderli e a dare la ricevuta al cliente ormai felice, rilassato dalla vacanza appena conclusasi, mentre mi culla in dolce sottofondo lo strepito trattenuto dei motori degli aerei che rollano in pista, l'aeroporto un luogo di passaggio, e di ripetizioni, un vero simbolo vivente di questi nostri tempi velocissimi, accelerati, schizofrenici (ma forse anche l'uomo del Medio Evo sentiva di appartenere e di vivere in un'epoca accelerata, rispetto a quella immediatamente precedente).
Se c'è un avviso, un consiglio, o un avvertimento che bisognerebbe dare a chi si accinge a entrare stabilmente (!?) nel mondo del lavoro è che se è vero che il lavoro nobilita l'uomo, è anche vero che il lavoro ti ruba il tempo: è una strana eppure costante sensazione d'angoscia quella che si prova (o almeno io provo, non generalizziamo) dopo aver timbrato il cartellino e aver osservato sul medesimo l'ora e i minuti (i secondi?) precisi, esatti, a partire dai quali sei entrato in servizio, che vuol dire: il momento a partire dal quale l'azienda, la fabbrica, l'impresa, l'associazione, l'agenzia, il tuo capo, chi comanda e ti fa arrivare a fine mese, puntuale, la busta paga, può disporre di te (della tua persona, fisicamente intesa, e del tuo cervello, ovvero delle tue capacità intellettuali e intellettive nello svolgere quella tua determinata mansione - sorvoliamo (io lo faccio spesso, ultimamente, da quando passo così tanto tempo in aeroporto) sul fatto che ci sono - e sempre ci saranno - lavori in cui e le capacità intellettuali e quelle intellettive si usano in una percentuale davvero irrisoria o minima; sorvoliamo pure (o soprassediamo anche) sul fatto che esistono ed esisteranno ancora per molto, credo, lavori fisicamente usuranti; tralasciamo (o lasciamo da un lato) il fatto che ci sono - e sempre ci saranno - uomini di potere, lavoratori iper-impegnati e iper-stressati che si scelgono i proprio collaboratori e i sudditi condizionando la vita e le scelte, a volte i gusti e la mentalità degli stessi senza avere affatto e le capacità intellettuali e quelle intellettive, nonchè quelle fisiche, per ricoprire quel loro determinato ruolo o incarico di responsabilità; sta di fatto, comunque, che ogni tipo di lavoro sottrae del tempo prezioso alla vita del lavoratore costringendolo ad abituarsi ad una sorta di imbrigliamento o incarcerazione della percezione stessa del tempo. Conosco troppi casi di gente che lavora da mattina a sera su turni snervanti e non sa più cosa vuol dire Domenica o Sabato, Natale o Capodanno; ci sono anche quei casi in cui a subire una perversa metamorfosi della percezione dello scorrere delle ore, dei mesi e degli anni non è solo la mente, ma anche il corpo (pensiamo ai portieri di notte, per tornare al caso degli hotel; pensiamo al protagonista di Taxi Driver: Robert De Niro decide spontaneamente di "arruolarsi" alle fila dell'esercito dei taxisti perchè soffre d'insonnia, ma proprio quel lavoro notturno lo conduce all'estremizzazione dei suoi mali). Si può arrivare a fare come quei bambini che scambiano la notte per il giorno, il giorno per la notte, e obbligano i genitori a seguire i loro stessi ritmi distorti.
Non lo so: mi sembra tutto un'ingiustizia; soprattutto quando il lavoro che fai non ti soddisfa (ma sono davvero felici tutti quegli imprenditori, quei ricercatori, quegli scienziati che passano l'intera giornata e a volte anche più delle 24 ore a lavorare e sudare sodo?) o non ti offre qualcosa in più della semplice retribuzione in moneta sonante. Non so chi è stato il primo a dire che "il tempo è denaro". Di certo, qualcun'altro, dopo che l'ignoto autore ha espresso la massima, deve essere scattato su in piedi e, impossessandosene, l'ha convertita nello slogan - e nell'imperativo categorico a mio vedere immorale - del sistema produttivo di tipo capitalistico liberista (come è quello che regola la vita, la produzione e il consumo, la morte, quindi e in parallelo, degli individui della parte Nord e Occidentale del mondo - con un Sud che, sempre più affamato e povero, prova ad emigrare disperatamente al Nord e un Oriente Medio o Estremo che, con il passare dei secoli, si fa sempre più emulatore o, peggio, affazzonato imitatore del sistema e dei costumi di vita occidentali).
Dentro questa parentesi - chiedo venia all'eventuale lettore - lo so, me ne rendo conto, si trovano, giacciono e ristagnano i nodi ancestrali della questione "uomo sulla Terra": la povertà, la fame nel mondo, il razzismo, l'ingiustizia, gli estremismi di tipo religioso o politico, l'obesità, l'anoressia, la bulimia, la scarsità d'acqua e le pubblicità di prodotti dietetici e dimagranti diretti a popolazioni abbienti sempre più ciccione e grosse. Chiudo la parentesi e torno al detto, ribaltandolo: "il tempo non è denaro" e se lo è, ho davvero l'impressione che sia denaro sporco. Forse, voglio pensarlo ingenuamente, vivremmo tutti meglio e la Terra sarebbe un pianeta più accogliente, se tutti imparassimo un po' a perdere il nostro prezioso tempo. O a difenderlo dalle timbrature del cartellino o dai controlli fiscali di chi compila a fine mese la busta paga che ti arriva puntuale a casa e sembra ridarti vita e ossigeno quando invece...

domingo, septiembre 02, 2007


Nostalghia
S'appressa Settembre, e tutto torna come prima, dopo le cosiddette "vacanze". Si riaprono le scuole, si ritorna a lavoro, ci si lamenta per i soliti aumenti delle bollette, ci si prepara per lavorare sodo.
Mi piacerebbe starmene in panciolle da dì a mane, senza fare niente. Magari guardando da fuori la finestra, scorrere un fiume sotto i miei occhi. E leggere qualcosa di bello, profondo, misterioso, come questi versi di Rilke:
Ciò che ti consuma
diventerà forza grazie a questo cibo.
Tu entra ed esci dalla metamorfosi.
Qual è la tua esperienza che più duole?
Se t'è amaro il bere, fatti vino.
In questa notte in cui tutto trabocca
sii magica virtù all'incrocio dei tuoi sensi,
dei loro strani incontri sii tu il senso.
E se il mondo ti avrà dimenticato,
dì alla terra immobile: Io scorro.
All'acqua rapida ripeti: Io sono.
Mi ripeto: Io scorro; e poi: Io sono...
Come una ferita dentro al cuore. O una finestra che anche chiusa lascia passare i raggi del sole incipiente.

lunes, agosto 27, 2007

I libri in soffitta

In questi giorni, oltre alle letture sacre (vedi sotto), mi son dato alla rilettura dell'ultimo romanzo di Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana (Milano, Bompiani, 2004). Quando lo lessi la prima volta, devo essere sincero, non ne rimasi così entusiasta; ad una seconda lettura, invece, il libro mi prende, la trama mi avvince, il personaggio m'ispira simpatia. La trama assomiglia alla Recherche di Proust; in realtà, potremmo definire il tutto come una sorta di "parodia proustiana" della ricerca del tempo perduto. Il narratore protagonista perde la memoria cosiddetta "episodica" (la serie di episodi che compongono la sua vita) e conserva intatta la memoria cosiddetta "semantica" (ricorda alla perfezione la data della morte di Napoleone, le citazioni da opere di T.S. Eliot, R.L. Stevenson e Pinocchio). Per cercare di recuperare anche la prima, sulla scorta dell'aiuto della seconda, Yambo (così si chiama chi racconta) torna nella casa paterna, affinchè i ricordi riafforino in modo più nitido e diretto (solo così gli si accende la "misteriosa fiamma" cui si riferisce il titolo).
Il libro si auto-presenta come "romanzo illustrato" ed in effetti è pieno di immagini: foto d'epoca, foto di copertine, illustrazioni di dischi degli anni in cui Yambo era un fanciullo (anni 30, inizio anni 40, quando Mussolini comandava l'Italia sotto l'egida del Fascio Littorio) e altro materiale documentaristico. Il fascino del libro sta anche in questo apparato "visivo" che lo stesso narratore-protagonista ci fa vedere e ripercorre avidamente con lo sguardo per tentare una ricostruzione il più possibile obiettiva e veritiera di chi era, di chi è stato e di chi è attualmente.
In tutto il romanzo si respira l'aria delle cose vecchie, della robaccia che confiniamo alla cantina perchè ormai inservibile o passata di moda; c'è aria di antichi costumi ormai in disuso, lampade a olio, camino acceso nell'inverno rigido delle Langhe, le zolle di terra con le viti ancora immature di un'uva che verrà a Settembre, puntuale, pioggia permettendo.
E così, anch'io, come Yambo, mi son ritrovato bambino, quando leggevo E.A. Poe senza capirlo, anche se i suoi racconti devono aver lasciato una traccia indelebile nel mio DNA di lettore; oppure quando, in vacanza, ne approfittavo per leggere Topolino (più tardi sostituito da Dylan Dog, l'unico fumetto che colleziono e leggo ancora oggi, alla veneranda età di 30 anni); e mi domando: ma quali sono stati i libri che mi hanno segnato? Con quali romanzi ho trascorso la mia adolescenza (turbolenta, romantica, estrema, dubbiosa, come ogni adolescenza che si rispetti)?
Mi vengono in mente subito tre titoli: Cent'anni di solitudine, di Gabriel García Márquez (ancora oggi non riesco a capire bene come e quanti membri compongano l'albero genealogico della famiglia Buendía, ma quel romanzo mi ha davvero cambiato la vita, lo lessi in tre giorni, di filato, dopo aver messo da parte i libri di scuola, e aver imparato a leggere la realtà da un'ottica distorta, la scrittura come "creazione di un mondo altro", in cui i personaggi volano, muoiono e risorgono per amore o per vendetta, dove le donne aspettano i mariti, in eterno, dove i generali perdono eternamente le loro guerre personali, dove le ragazze più affascinanti subiscono gli scherzi più amari del destino e finiscono col mangiare la terra o la calce delle mura di casa); e poi c'è Ulysses, di James Joyce, anche se in realtà la lettura integrale e completa venne in secondo tempo, quando ormai avevo 19 anni (la prima cosa che lessi di questo anti-romanzo geniale fu l'ultima parte, il monologo lunghissimo e sconnesso, lirico e assurdo, di Molly Bloom, ero turbato dalle parole che l'autore immagina la sua creatura romanzesca dica in sonno o in sogno, quanti pensieri intrecciati a desideri, quante dichiarazioni di poetica, smentite, amori nascosti, parolacce, intimità violate, ascoltando l'andirivieni a spirale dei pensieri notturni di Molly, la moglie di quel povero disgraziato di Leopold Bloom, uno di noi, ricordo ancora il professore d'Inglese al Liceo, una mattina entrò in aula e scrisse queste due frasi alla lavagna, a caratteri cubitali, parole, per me, all'epoca, piuttosto incomprensibili: "Leopold Bloom siamo noi; J.A. Prufrock siamo noi"); e infine c'è La metamorfosi, di Franz Kafka, non potevo credere a quanto leggevo, Gregor Samsa che si sveglia scarafaggio (o insetto mostruoso non ben identificato, non ricordo bene), un dolore, una pietà assoluta a leggere il rendiconto dettagliato di questo essere rifiutato da tutti, vilipeso, incompreso, isolato anche dai genitori, i quali provano vergogna del suo nuovo stato malaticcio e vorrebbero liquidarlo, cancellarlo per sempre dalla faccia della terra (solo dopo avrei capito tutta la ricchezza semantica della scrittura di Kafka, il suo carattere enigmatico, e intuito che David Cronenberg dovette ispirarsi evidentemente anche a Kafka per creare il suo remake di The Fly - con Jeff Goldblum che perde i pezzi, che va letteralmente in pezzi, in nome della scienza e della scoperta della verità - ma la verità si paga sempre a caro prezzo, lo sa bene anche il protagonista della leggenda inserita nella parte finale de Il processo). Letture d'infanzia e, poi, d'adolescenza, senza le quali, forse, non sarei quello che sono e non saprei dove andare nel labirinto delle tante soffitte o solai che ci attendono (ma Yambo riuscirà mai a trovare l'origine della "misteriosa fiamma" della regina del titolo?). Sono ancora a p. 156, manca ancora un po' per scoprirlo. Meglio così.

miércoles, agosto 22, 2007

Apocalypse "now"



Per motivi "que no vienen aquí al caso", mi son armato di curiosità e pazienza e, proprio in questi giorni, ho concluso la lettura dell'Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia (uno dei primi best-seller della letteratura mondiale e di tutti i tempi) e, al contempo, ultima parte del Vangelo secondo Giovanni (anche se ancora oggi, nonostante siano passati tanti secoli e al di là dei numerosissimi e attentissimi studi da parte di critici e teologi, non si è ancora accertato se a scriverla sia stato davvero l'apostolo che risponde - rispondeva? - al nome di "Giovanni", oppure un altro che si spacciava per lui, o uno sconosciuto cristiano improvvisatosi "profeta" annunciatore del futuro che verrà; sono davvero tanti i misteri che suscita una lettura simile; oltre all'autore - o meglio, gli autori - la Bibbia è piena di misteri, di conti che non tornano, di letture trasversali, di interpretazioni allegorico-simbolico-misteriche dalle sfumature più variegate; per un primo approccio a quanto sostengo cfr. Frank Kermode, The Secrecy of Genesis, un piccolo capolavoro di critica letteraria).

Ciò che più mi ha colpito è che l'Apocalisse si sviluppa come un racconto (all'interno del racconto più generale e ampio che copre gli avvenimenti che vanno, appunto, dalla Genesi, fino alla Fine di Tutto e alla discesa del Regno dei Cieli) e che, all'interno di tale racconto, la scena della resurrezione e del conseguente Giudizio Universale di tutti i morti, o meglio, di tutti i vivi che poi sono diventati morti, occupa pochissimo spazio, appena un capitoletto, per l'esattezza il 20 (vv. 11-15).

Anche all'interno di questa micro-struttura l'andamento è narrativo (e sintetico: poche frasette per dire tutto quello che l'apostolo-profeta vede e sente e che, evidentemente, dopo la visione profetica, mette per iscritto, affinchè tutti lo leggano e lo sappiano, ricordiamoci che Giovanni scrive perchè convinto che la Fine è imminente - anche se poi, nel corso dei secoli, sappiamo che non è più così, che, come dice lo stesso Kermode, succitato, la Fine da imminente si è fatta immanente, e ogni secolo, ogni comunità umana, ogni cultura si è "inventata" per così dire la sua Fine Ultima, le sue Apocalissi personali (una delle ultime, che ha colpito l'immaginazione di quanti vivono nella zona occidentale del mondo, risale all'11 Settembre 2001, con riprese in diretta ritrasmesse a livello planteraio dalle tv di mezzo (o intero?) mondo - le due Torri che crollano come fossero di carton gesso, i due aerei che, a distanza di pochi minuti, si schiantano contro le finestre e i muri di cementoarmato); cfr. F. Kermode, The Sense of an Ending [ecco spiegato quell'articolo "indeterminativo" nel titolo: il Senso di "una" Fine, non "della" Fine, ognuno si sceglie il modo migliore per finire o per vedersi finito; in relazione al tema esiste un ampio ventaglio di possibilità; tra queste, quelle presentate da Giovanni non lasciano certo tranquilli e sereni; vedi le cavallette con volto umano che mietono morte e terrore sugli urlanti peccatori perseguitati fin sotto le grotte; la pioggia di sangue e le grandinate improvvise; i terremoti che sconquassano i mari; il cielo che si rabbuia e la luna che diventa rosso sangue; ecc. ecc.]).

Ebbene, dicevo, i passi che parlano del Giorno del Giudizio e della resurrezione finale sono scarni e occupano poco spazio, all'interno dell'intero libro. E seguono anche loro un andamento narrativo; sembra che l'autore adotti la tecnica musicale del crescendo (ciò che in letteratura si chiamerebbe climax, ovvero: partire da un elemento dato, accomunarlo a un altro di maggiore spessore, sovrapporne un terzo, fino ad arrivare al parossismo, all'iperbole, a un'immagine che non può non colpirci):

1-Prima fase: "Allora vidi un gran trono bianco e quegli che vi stava seduto; innanzi al suo sguardo la terra e il cielo scomparvero, e di essi non si trovò più traccia".

Un attacco di grande effetto, non c'è che dire: Giovanni immagina di guardare il trono su cui è seduto l'Innominato (Dio Onnipresente e Onnipotente; ma perchè il trono è proprio di quel colore, bianco?) e poi immagina che col solo sguardo questi faccia sparire terra e cielo. Cosa resta se togliamo il cielo e la terra? Quale paesaggio desolato potrebbe presentarsi a quel punto dinanzi a questo Essere Supremamente Adirato il giorno del Giudizio Finale? Noi, che siamo umani, non potremmo immaginare il nulla; o forse sì, ed il nulla è proprio questo: l'assenza totale di ogni riferimento spaziale, via la terra, via il cielo, resta, forse un nero assoluto (perchè associamo il nulla al nero? Altra questione aperta);

2-Seconda fase: "Vidi anche i morti, i grandi e i piccoli, ritti davanti al trono, e vennero aperti dei libri. E un altro libro venne aperto: il libro della vita."

Qui la cosa curiosa è che Giovanni "guarda con" Dio, è una visione "stereoscopica", fatta in contemporanea con Dio, diciamo pure che, evidentemente, sia Dio che il suo profeta, si trovano alla stessa distanza e alla stessa altezza dal punto da cui vedono (hanno la visione di) quanto succederà quel giorno. Dunque, cosa vede Giovanni, insieme a Dio? I morti, grandi e piccoli... (nota quell' "anche": perchè "anche i morti"? Si riferisce per caso alle altre visioni e al fatto che a quelle si accocia quest'ultima visione, con tutti i morti?). Dicevamo: i morti, grandi e piccoli. E qui forse non si sta riferendo all'età di quei morti (o forse è proprio quella la differenza che sottolinea? La differenza anagrafica: tra i morti anziani e i morti prematuri, i bambini, i neonati? Ma che sfortuna enorme, nascere proprio poche ore o pochi minuti prima del Giorno del Giudizio, no? Che sadismo, da parte di chi lo consente... o sbaglio?), ma anche alla differenza di rango: il giorno della resurrezione "universale" risorgono davvero tutti, sia i poveri che i re, sia i morti di fame che i potenti della terra (la Morte, si sa, livella ogni esistenza). E poi viene il bello: oltre alla schiera (quanto immensa) dei morti, Giovanni dice di vedere dei libri... A quali libri si riferisce? Mi faccio aiutare dal commento del curatore dell'edizione BUR che ho comprato: all'epoca si credeva che esistessero due tipologie di "libro": quello in cui è descritta fin nei minimi dettagli la vita di ognuno di noi; e il "libro della vita", appunto, che Giovanni immagina di vedere aperto subito dopo l'apertura di quegli altri "libri": quest'ultimo è il libro in cui sono scritti i nomi (e descritte le esistenze?) di tutti gli eletti, dei santi, di coloro che, amati dal Signore, sono stati da lui scelti per far parte del suo Regno eterno (e per l'eternità). Dunque, Dio legge in questa doppia fila di libri: nei primi ricapitola le vite di tutti; nel secondo verifica che l'eletto sia davvero tale; che le opere compiute in vita (e descritte nel primo libro) meritino l'elezione certificata (e dettagliata) nel secondo libro, quello della vita. Di fatto, viene la terza fase:

3-Terz fase: "E i morti vennero giudicati in base a quanto stava scritto sui libri, secondo le loro opere".

Ora, immagini il lettore quanto casino possa causare una causa universale, di dimensioni, appunto, "mondiali". Quante lamentele, quanti pianti e dimostrazioni di pentimento, l'ultimo giorno della vita sulla terra; quanti insulti e bestemmie da parte di chi sa già che è condannato (e perciò il suo nome non appare nè mai apparirà sul "Libro della Vita", è già scritto e Dio sa tutto); quanta allegria, invece, e salti di giubilo, da parte dei santi, dci beati, dei misericordiosi, di chi ha fatto del bene, di chi ha fatto sempre buone azioni; quanta incertezza, o paura, o brividi sulla schiena da parte di coloro che effettivamente non sanno, ignorano se le loro sono state davvero "opere buone", se meritano il Regno dei Cieli, se il loro nome appare davvero nel secondo libro aperto; e Dio, da Sommo Giudice, seduto sul trono bianco, che ascolta e passa in rassegna le vite di tutti... Una Biblioteca di Babele, un Universo in espansione verbale, un putiferio, che casino di nomi, date, fatti, un processo generale da portare a conclusione in mezzo a tante anime di defunti arrabbiati, malinconici, preoccupati, felici, scontenti, gioiosi, giubilanti o terrorizzati...

4-Quarta fase: "Il mare poi restituì i morti che in esso riposavano, e la morte e l'ade restituirono i morti in essi; essi vennero giudicati ognuno secondo le opere sue. E la morte e l'ade furono gettati nell'abisso di fuoco; questa, l'abisso di fuoco, è la seconda morte".

La prima domanda è: come fa il mare a restituire i morti, i cadaveri dei naufraghi che in esso persero la vita? Una bassa (o alta) marea? Un'onda anomala tipo tzunami che riversa i corpi nei pressi del trono del Sommo Giudice? Non solo: i morti risorgono dalla morte (personificata) e dall'ade (anche questo, all'epoca, personificazione del luogo in cui opera la morte). E in secondo tempo, il colpo di scena più sconcertante, per un lettore moderno: la morte stessa muore, insieme ad Ade, e finisce nell'abisso di fuoco: l'ultimo giorno, non solo risorgeranno tutti i morti (e i condannati finiranno per sempre nel fuoco), ma morirà la stessa morte; la morte che muore, per lasciare spazio alla felicità e alla beatitudine eterna che regnavano eternamente prima che Adamo ed Eva venissero cacciati dall'Eden... Fa davvero effetto immaginare la morte della Morte (possiamo immaginarcela così come la dipingevano i pittori del Medio Evo: la falce che tanto ha mietuto improvvisamente ridotta ad ammasso di metallo fuso, fonde nel fuoco dell'abisso di fuoco eterno; i quattro stracci sullo scheletro divampati e ridotti immediatamente in brandelli, in cenere, in fumo, in nulla).

5-Quinta fase: "E chi non fu trovato scritto nel libro della vita venne gettato nell'abisso di fuoco".

Una conclusione diabolica, per certi versi; cattivissima e definitiva: evidentemente non serve nemmeno aver operato correttamente e secondo il bene e il buono predicati da Cristo e incarnati da Dio; per salvarsi la pelle occorre essere dentro la lista di quelle vite descritte nel libro della vita; la Provvidenza Divina non fa sconti, mantiene in vigore il libero arbritrio (la libertà di scegliere - di fare il male o il bene), ma non perdona le origini (e allora, dove va a finire il libero arbitrio, se Dio già sa, fin da prima della mia nascita, che la vita descritta nel primo libro, non è contemplata nell'elenco delle vite di quelli che appaiono nel secondo, più cruciale, Libro della vita?). Il libro (dell'Apocalisse) prosegue, descrivendoci quello che succederà una volta che Dio introdurrà il suo Regno per secula seculorum (Satana sconfitto, anche lui, insieme a Morte e Ade, in mezzo al fuoco dell'abisso del fuoco). Ma io smetto di leggere, e chiudo il libro, con in mente l'immagine di questi poveracci che, esclusi dall'altro libro, finisco insieme a Morte, Ade, Satana e altri dannati vari... gettati nelle fiamme, come pezzi di legno o stracci che non servono più a niente, come resti e scarti da dimenticare per sempre...

sábado, agosto 18, 2007




Una seconda casa misteriosa




Dopo quella di cui ho parlato in qualche post del passato (non ricordo quale e non mi va di stare a ritrovare la data esatta del post), questa qui a fianco è la seconda casa misteriosa che si trova nei miei paraggi. Sembra una casa normale: un appartamento al secondo piano di una palazzina di fronte al palazzo in cui abito io da ormai 3 anni. Ultimamente, però, la casa sembra frequentata da presenze alterne e variegate che non riesco a decifrare. L'altra mattina, mentre studiavo, ho visto affacciati al balcone due donne di colore con addosso due strani camici azzurri. Una divisa, una specie di "copertura" di plastica, come quella sorta d'impermeabile che usano i chirurghi in sala operatoria per non sporcarsi di sangue. Le due donne di colore fumavano e chiacchieravano placidamente, sotto il sole d'Agosto, ignare del fatto che qualcuno, dall'appartamento di fronte, le stesse osservando. Fumavano e chiacchieravano del più e del meno, ma a quella distanza non potevo sapere di cosa, non sentivo nulla, eccetto qualche parola sparsa e pronunciata con un tono più elevato. Sembravano intente a fare una pausa durante il lavoro. Erano inservienti? Donne delle pulizie? Bidelle (con quel camicie così strano e dal coloro azzurro così peculiare?).

La mattina dopo la scena era identica al giorno prima, ma i protagonisti erano cambiati. Un padre di famiglia aiutava il figlio di pochi mesi ad aggiustare un triciclo minuscolo. Gli stava riparando la ruota anteriore. O regolando le due ruotelline più piccole posteriori. Dopo poco, entrava in scena anche lei, la moglie, una bella donna sulla trentina, con pantaloncini corti, infradito e una maglietta scollata di una nota marca sportiva. La donna, bionda, carezzava i capelli del bambino, anche lui biondo, e diceva qualche battuta a suo marito. Una famiglia allegra, come ce ne sono poche, ultimamente (o almeno, questo mi veniva da pensare guardando quei tre, membri affiatati di un nucleo pieno di allegria, di voglia di stare insieme, come dire, di gioia domestica di condividere gli stessi spazi - l'appartamento - e gli stessi momenti - l'estate pisana; metà Agosto, le ferie forse ancora lontane).

L'altra sera, invece, torno da lavoro e vedo un anziano appoggiato alla stessa ringhiera su cui sono appessi i jeans e i pantaloni che si ammirano nella foto. Il vecchio signore fuma una sigaretta e guarda in direzione del giardino sottostante. Due gatti si riposano sotto i raggi della luna. Sono le due (ultimamente, da quando lavoro, vado a dormire tardi, o comunque: non prima delle due) e questo anziano signore dai capelli bianchissimi fuma e guarda i gatti (come recita il verso di una canzone del passato). Poi solleva lo sguardo e capisce che, da dietro questa finestra, dallo spazio che intercorre tra la serranda e la soglia, c'è qualcuno che lo sta spiando (spengo subito la luce, ma ormai, come si dice, la frittata è fatta, sa che lì dietro c'è chi lo spia). Mi fa paura, non so perchè, ma lo sguardo che lancia nella mia direzione quest'uomo m'incute un certo timore indefinibile (e la paura è sempre legata a qualcosa che non conosci e che comunque avverti come pericolosa e perciò, assolutamente, da evitare, costi quel che costi).

La mattina dopo, con le occhiaie e un viso stravolto dall'insonnia, ho alzato la serranda e ho di nuovo intravisto la famigliola del bambino biondo. Nel tardo pomeriggio, invece, è riapparsa la coppia delle donne di colore. Indossavano ancora quegli strani grembiuli azzurri. Escludiamo l'ipotesi che siano delle bidelle (quell'appartamento non è scuola; una scuola è composta, semmai, da più appartamenti messi insieme); escludiamo anche l'ipotesi che siano amiche o colleghe dell'anziano signore che guarda i gatti alle due di notte. Allora, cosa ci resta? Una famiglia, composta da una trentenne avvenente e bionda, un bambino biondo pure lui e col triciclo rotto (oppure è la ruota davanti a dare problemi, non scorre, non gira a dovere) e un marito atletico e premuroso (sia nei confronti del piccolo che della moglie). In che rapporti sono col vecchio? E' per caso il nonno del piccolo col triciclo (nonno paterno - padre del marito; oppure materno - e allora è il padre della trentenne)? Forse che le due donne di colore sono le responsabili della pulizia della loro bella casetta? Fanno le pulizie, rimettono in ordine, spolverano, stirano e appendono quegli stessi jeans che ora vedo in foto (e su cui il vecchio dell'altra notte ha poggiato i gomiti per osservare quei due gatti sonnacchiosi sotto i raggi lunari)?. I conti non tornano. Passano i giorni e non riesco a scovare la chiave giusta a questo rebus. I tre gruppi non s'incrociano mai (oppure sono io lo sfortunato e non riesco mai a vederli insieme, a coglierli nel momento in cui vengono inquadrati nello stesso spazio, o porzione di spazio - il balcone, con le due finestre, è tutto lo spazio, in realtà, che riesco a scorgere da questa mia finestra semi-chiusa - o semi-aperta). Ho paura che possano scoprirmi. Non che sia uno spione, o un voyeur di professione (anche perchè anche a me darebbe fastidio sapermi spiato da qualcun altro); però, ripeto, mi piacerebbe "coglierli" in un'unica inquadratura. Le due donne di colore; la famigliola allegra; il vecchio dai capelli bianchi che guarda i gatti. Non so. Forse non si tratta dello stesso spazio (e l'appartamento che io credo "unico" e "solo" è in realtà "più appartamenti" - dello stesso palazzo - che si alternano girando o capovolgendosi di 360 gradi ogni volta che li osservo). Oppure sono io che sto impazzendo e che soffro di solitudine. La casa (anche questa seconda casa) continua ad essere un mistero...

jueves, agosto 16, 2007



Ligabue e Elisa






L'anno scorso Julieta Venegas rappresentò la colonna sonora della mia estate da studioso di Letterature Straniere Moderne (ricordo ancora con gioia - e riascolto ancora con allegria - il ritornello di Me voy, il pezzo più famoso dell'album Limón y sal - ma anche Mi primer día non è male); quest'anno, semplicemente, non c'è colonna sonora che tenga (o che mi coadiuvi a superare questa noia mortale e questo periodo complicato, lavoro e studio in una Pisa deserta, i turisti scattano la classica foto fingendo di reggere la torre pendente con due mani, mi piacerebbe vedere la faccia che farebbero se la torre, proprio nell'istante dello scatto fotografico, crollasse rovinando strepitosamente a terra, sull'erba e il cemento della famosa Piazza dei Miracoli, sì, quello sì che sarebbe un miracolo, ma alla rovescia...). Però continuo ad ascoltare musica, è ovvio. Ascolto Ligabue, che non mi piace, ma l'ascolto lo stesso quando giro in bici e m'imbatto in questi due versi da L'odore del sesso:


"e ci siamo mischiati la pelle le anime le ossa


ed appena finito ognuno ha ripreso le sue".


Molto icastica come immagine. I due amanti che si mescolano tutto, compreso le ossa, e poi le raccolgono e se ne reimpossessano, ognuno torna "singolo", un "pezzo unico", per così dire, il dolore della separazione, non più "uno+uno", ma "uno" soltanto, separato dall'altro. In questi giorni leggo un romanzo di un autore del cui nome non voglio ricordarmi che parla proprio di questo: i morti che, il Giorno del Giudizio, recupereranno i loro resti mortali; e allora sì, il decapitato rimetterà la testa al proprio posto, sul tronco, e lo squartato proverà a rimettere insieme i pezzi e l'annegato a svuotare i polmoni dalle alghe incagliate nelle interiora... Questi due versi di Ligabue mi fanno pensare alle stesse immagini; con una differenza, però: che qui non si tratta del Giorno del Giudizio, ma della fine di un rapporto amoroso. Una tragedia anche quella, perchè in tal caso i giudici sono due e ognuno è pronto a condannare l'altro (o a lasciarsi condannare) per i motivi più disparati (e più disperati, in genere). Quanto dolore, quante lacrime inutili, quante recriminazioni...


Poi passo a Elisa, ascolto Qualcosa di te, titolo apparentemente banale. M'imbatto in queste parole (che, sia detto per inciso, accompagnate alla musica fanno tutte ovviamente un altro effetto):


"E miracolosamente non


Ho smesso di sognare


E miracolosamente


Non riesco a non sperare


E se c'è un segreto


E' fare tutto come


Se vedessi solo il sole"


Certe volte ci provo, a fare tutto come se vedessi solo il sole. Questa canzone mi riconcilia con la vita. Mi aiuta a sopportarne gli alti e i bassi, i cosiddetti "voltafaccia" della Fortuna. Sarà che sono anche metereopatico (si scrive così?) e quando c'è il sole (quando siamo in estate) mi sento meglio, e più ottimista, o più energico... Elisa e Ligabue hanno duettato in un'altra canzone. Lui l'ha scritta, lei la canta (se non vado errato). S'intitola Gli ostacoli del cuore. Mai titolo fu più azzeccato per inquadrare la situazione del momento. Sono un sentimentale, in fin dei conti...

martes, agosto 14, 2007

Non essere più “io”

Io non sono io,
a volte mi sento strano e vago per la casa
come anima nel limbo
in attesa del Giorno del Giudizio.
E certe volte me lo dici anche tu,
mi rimproveri per la mia passione
malsana per i libri e i viaggi
ultramondani
e le passeggiate in riva alla Senna
(ti ricordi quei giorni
di Luglio, quanta pioggia
in una città piena di turisti e
senza nemmeno un venditore ambulante
a venderci un ombrello
sotto l’arcata centrale
di Nôtre-Dame?).
Piangere a volte fa male alla gola
e non serve a niente
recriminare, rimpiangere,
promettere ammende,
anelare passaggi a stati d’animo
migliori, più adatti al momento,
a questa crisi che non sappiamo più se
è ancora di passaggio,
o è già tutto passato
e io non sono più io,
e nemmeno tu sei più te stessa
e nessuno dei due sa quale
strada prendere e se sarà
ancora la stessa, presa
da entrambi,
con la stessa sagacia,
la stessa pazienza,
un’allegria unanime.

domingo, agosto 12, 2007


In prossimità del Ferragosto...
...mi fermo a pensare e mando un messaggio a mia sorella (quindici anni appena compiuti, un cespuglio irruento di capelli ricci come suo fratello - Dadda, non io, che ce li ho solo "mossi"). Mi scrive dalla città immersa nei monti abbruzzesi in cui sono nato. Mi manda baci e carezze (questi giovani di oggi non li capisco, utilizzano un vocabolario tutto loro, si lanciano baci, carezze e smancerie che a volte mi lasciano a bocca aperta, forse, ai miei tempi, eravamo tutti più puritani, i ragazzi da una parte, le ragazze dall'altra, ognuno a svolgere il suo ruolo - i ragazzi, timidi o falsamente spavaldi, a prendere per il culo le fanciulle; queste ultime, molto più sveglie e adulte di noi, intente a spettegolare con le compagne di banco e ad eleggere il più bello e - perciò anche il più inavvicinabile - di tutti). Intanto, Alyssa viene incontro ad una mia vecchia richiesta e lo faccio, ebbene sì: l'ho fatto; mi sono rasato a zero (uno di quei vecchi amici che ho lasciato nella cittadina abbruzzese di cui sopra avrebbe esclamato, col solito tono sornione: "Me pari un nazisqueek!"). E' più fresco, anche se ultimamente qui, da dove scrivo, da questa città abbondonata da dio e infestata di turisti (gli italiani sono scappati tutti al mare, lasciando campo libero ai topi d'appartamento), non fa certo l'afa di fine Luglio, soffia una brezza che rasserena, anche se il lavoro è sostenuto e i ritmi accelerati (solo la lettura non riesco a riportarla agli antichi livelli, quando svolgevo solo un lavoro, e il tempo scorreva veloce tra le pagine di mille autori o menti analitiche). Intanto, Alyssa è di là, che dorme, e io riguardo vecchie puntate di un programma di Serena Dandini e Corrado Guzzanti, con un Neri Marcorè strepitoso nei panni di Alberto Angela ("se avete la pazienza di seguirmi...") e un Guzzanti-Vulvia, presentatrice di Rieducational Channel, che fa ballare dalle risate per la voce e le presentazioni assurde di documentari alla - questa volta sì - Piero Angela (e se lei fosse una di loro e, invece di Vulvia, si chiamasse Angela Angela?).
P.S.: nel post precedente sostenevo che i libri di W. G. Sebald continuano a parlarci, attraverso il tempo e il suo nero abisso, finchè saremo disposti a leggerli (e a percorrerli con lo sguardo: le foto, onnipresenti). Mi sbagliavo: il lettore "curioso e impertinente" può ascoltare la voce dello stesso Sebald in un'intervista radiofonica andata in onda il 6 Dicembre del 2001 per una radio americana, KcRw: questo è il link:
Fa davvero effetto sentirlo parlare dei suoi romanzi (qui, in particolare, di Austerlitz) e delle tecniche narrative o dei modelli letterari che lo hanno ispirato nel corso della sua notevole, eppur breve, carriera. Dovrei riascoltare meglio il tutto (in inglese); soprattutto quel brano in cui parla del "carattere ipotetico" della sua prosa, qualcosa che oggi appare forse originale, ma che faceva parte del bagaglio letterario di moltissimi romanzieri del XIX secolo (penso a Dickens, a Dostoevskij o allo stesso Tolstoj). Il "modo ipotetico" come possibile forma di narrare quanto non si può raccontare... Rifletterci sù durante il "rewind".

viernes, agosto 03, 2007

Il tempo ritrovato nelle macerie: W. G. Sebald e la narrativa per immagini

Se c’è un aspetto che colpisce macroscopicamente nella scrittura di W. G. Sebald (autore austriaco nato nel 1944 in un paesino delle Alpi Bavaresi e morto in un incidente stradale vicino a Norfolk nel 2001) è la presenza costante di immagini inserite nel corpo del testo a riprova del fatto che quanto il narratore dice non è frutto esclusivo della propria fantasia, ma è esistito davvero, ha avuto una sua “presenza empirica” nel mondo reale (o nell’ambito di ciò che, per convenzione linguistica, siamo soliti designare col termine “reale” - anche se quanto leggiamo sembra essere frutto dell'immaginazione più "romanzesca" possibile e immaginabile).
Il primo libro che scoprii per caso di Sebald aveva un titolo strano, che in spagnolo suonava ancora più “raro”: Historia natural de la destrucción, apparso postumo nel 2004, se non erro, riuscì a catturare la mia attenzione che vagava tra saggi di critica letteraria e romanzi horror di serie B. Il libro parlava (o meglio: parla, non è morto, come il suo autore, ahimè) di una pagina nera della Storia Contemporanea della Germania della Seconda Guerra Mondiale: i bombardamenti a tappeto che gli Alleati pianificarono contro i nazisti con lo scopo primordiale di ridurre in ginocchio e alla resa definitiva il nemico. Ricordo ancora una foto in cui si vede una cameriera intenta a lustrare uno specchio appeso a una parete (o era una finestra?), unica porzione superstite di una casa completamente rasa al suolo. E’ difficile riprodurre o spiegare il pathos che sprigionano queste fotografie. Ricordo anche la foto di due piedi, calzati in un paio di scarpe di cuoio ridotte in brandelli (i brandelli mescolati senza sorta di continuità con i pezzi di stoffa grezza dei calzini; i piedi sono piccoli, evidentemente appartengono a un bambino o ad un adolescente, non ci sono didascalie che chiariscano l’arcano, dobbiamo e possiamo intuirlo solo dalle parole del narratore).
Più noiosa, invece, la parte in cui l’autore, da saggista qual’era, cerca di scandagliare la letteratura tedesca scritta immediatamente dopo la fine del conflitto per verificare come e perché molti autori si chiusero a riccio o adottarono il silenzio, o l’autocensura, nei confronti di quella tragedia. Intere città rase al suolo, con effetti simili, se non peggiori, a quelli causati dal lancio della prima bomba atomica su Hiroshima e nessuno, tra intellettuali impegnati o romanzieri di fama, che avesse preso posizione dinanzi alle migliaia di morti e feriti caduti sul suolo patrio.
Poi è stata la volta di Austerlitz: lo comprai in Italia, ma lo lessi a Madrid, restando folgorato dalla storia angosciante e comicamente triste dell’individuo omonimo del titolo. Un bambino cresce in una famiglia medio-borghese e i familiari riescono a nascondergli l’avvento del nazismo, gli orrori dei campi di concentramento e delle persecuzioni razziali, fino a quando non cresce e, diventato adulto, compie una sorta di ricerca del tempo perduto, riscoprendo, all’indietro, le sue antiche origini ebraiche, tra foto d’epoca e d’infanzia, pubblicistica antiquata e paesaggi evocativi di un mondo che non c’è più (non scorderò mai l’evocazione della stazione d’Orsay, prima che divenisse l’attuale Museo parigino, né l’analisi delle origini del manicomio di Bedlam, vicino a Londra, famoso anche tra i letterati del 700 – ne ho trovato tracce nel Sentimental Journey del reverendo Sterne, oltre che nel – di poco – successivo The Man of Feeling, dello scozzese Henry Mackenzie; le ricerche sono continuate nel corso degli anni, anche attraverso internet: oggi esiste un museo dedicato ai freaks più famosi ospitati in quel luogo dedito alla cura delle malattie mentali e ormai chiuso per sempre).
Ora che mi fermo a pensarci Sebald è uno dei pochi autori i cui libri possiedo in versioni diverse dall’italiano: comprai, come ho già ricordato in un post precedente, Les émigrants in francese e gli introvabili The Rings of Saturn in inglese. Oltre a questi titoli, ho anche, in italiano, la raccolta di racconti Vertigini e in spagnolo la raccolta di saggi di critica letteraria Pútrida patria (il cui titolo originale, però, dovrebbe essere, in italiano, Camposanto, termine – oltre che luogo - che riassume bene parte della poetica a volte cupa, altre “decadente”, dell’autore - ma non manca mai l'ironia e un peculiare senso dello "humor" in questo autore schivo, anche quando parla di "distruzione", "morti" e "tracce che scompaiono sulla sabbia").
Spagnolo, francese, inglese, italiano. Peccato che non conosca il tedesco.
The Rings of Saturn (ovvero: “Gli anelli di Saturno”) è forse la sua opera migliore. Si tratta di dieci racconti attraverso i quali l’autore ripercorre, rievocandoli, i suoi viaggi di perlustrazione intorno alla costa dell’Inghilterra dell’Est. Guidato da un acutissimo senso della morte e della lenta metamorfosi di tutte le cose in polvere, in fumo, in nulla, sotto l’astro letterario del grande maestro di stile Sir Thomas Browne (un medico inglese della seconda metà del XVIII sec., ossessionato dai cadaveri – e da ciò che resta, per poco, dopo che saremo morti), oltre che da certi ghigni metaletterari alla Borges, Sebald ci accompagna in un viaggio nello spazio che è anche e contemporaneamente un viaggio nel corso del tempo. Anche in questo libro il lettore resterà sorpreso dalla presenza di foto sconcertanti. Come quelle dei resti di alcune costruzioni militari smantellate intorno agli anni 70 nel promontorio di Orford, un luogo sperduto in cui gli inglesi compivano i loro esperimenti nucleari per non essere da meno delle due potenze che spaccavano il mondo durante gli anni della Guerra Fredda (gli USA, da un lato, e l'URSS, dall'altro). Il lettore che contempli le foto senza leggere il testo non riuscirebbe ad attribuire uno spazio geografico certo a quei paesaggi. “I imagined myself amidst the remains of our own civilization after its extinction in some future catastrophe”, commenta l’autore, che, come spesso succede, qui è anche narratore e personaggio protagonista della storia che ci racconta. “Mi immaginavo come se fossi tra i detriti della nostra civiltà dopo la sua stessa estinzione in qualche futura catastrofe”: non trovo definizione migliore per la scrittura di Sebald, la quale nasce dalla contemplazione di ciò che resta, nel tempo, e si eleva al di sopra del contingente per portarci a riflettere proprio sulla finitezza del tempo e sulla falsa eternità che acquistano gli oggetti, i monumenti, le date e le persone una volta che il loro tempo è trascorso e si è definitivamente consumato (ma il tempo si consuma davvero? Le foto non servono a "eternizzare" quanto accaduto e una volta era "presente"? Rileggere con attenzione il saggio La chambre claire di Roland Barthes).
Sebald cattura con una prosa scarna e ipnotizza mentre riflette sulla “deperibilità” stessa della propria esperienza vitale. Morì vicino a Norfolk, lì dove si pensa che vennero rinvenute le ossa di Sir Thomas Browne, il quale, a sua volta, aveva dedicato bellissime pagine proprio al destino delle nostra ossa una volta sepolti: quelle parole vennero tradotte, prima, e parafrasate, poi, dallo spagnolo Javier Marías, in un suo libro che, guarda caso, s’intitolava El siglo e così suonano (ancora oggi, per chi abbia voglia di leggerle):

“¿quién conoce el destino de sus huesos, o cuántas veces lo habrán de enterrar? ¿Quién posee el oráculo de sus cenizas, o sabe hasta dónde llegarán a esparcirse? ¿Quién intuye qué pisadas hollarán su tumba, o cuántas urnas se volcarán? ¿Quién el tacto y forma de su calavera, o el humo pestífero de sus propias reliquias?”.

Ovvero:

“chi conosce il destino delle proprie ossa o quante volte verranno sotterrate? Chi possiede l’oracolo delle sue ceneri, o sa fino a quando dovranno essere sparse? Chi intuisce quali orme verranno lasciate sulla propria tomba, o quante urne verranno rovesciate? Chi il tatto o la forma del proprio teschio, o il fumo pestilenziale delle proprie reliquie?”.

L’ultimo racconto de Gli Anelli di Saturno si chiude con un immagine icastica del trapasso: Browne credeva che si dovessero coprire tutte le superfici riflettenti della casa del morto per evitare che questi potesse vedersi specchiato e, così, distrarsi o rattristarsi per quanto si lasciava dietro le spalle (la vita terrena; che gli specchi riproducono, ingannandoci perfino al momento del distacco). Mi chiedo, ora, a distanza di 6 anni dalla sua scomparsa: dove sarà mai sepolto W. G. Sebald? Una cosa è certa: i suoi libri ci parlano e continueranno a farlo, almeno finchè esisteranno lettori curiosi e inquieti pronti a partire per viaggi intergalattici intorno a questa nostra povera Terra, piena di immagini morte o ambigue e affascinanti, che continuano a guardarci e a spiegarci, forse, chi siamo.

jueves, agosto 02, 2007

Monday, July 30, 2007

A Ingmar Bergman, in memoriam
"Represéntase la brevedad de lo que se vive y cuán nada parece lo que se vivió"
¡Ah de la vida!... ¿Nadie me responde?
¡Aquí de los antaños que he vivido!
La Fortuna de mis tiempos ha mordido,
las horas mi locura las esconde.
¡Que sin poder saber cómo ni adónde
la salud y la edad se hayan huido!
Falta la vida, asiste lo vivido,
y no hay calamidad que no me ronde.
Ayer se fue, mañana no ha llegado,
hoy se está yendo sin parar un punto:
soy un fue y un será y un es cansado.
En el hoy y mañana y ayer junto
pañales y mortaja, y he quedado
presentes sucesiones de difunto.
Quevedo, Don Francisco de

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...